Luigi Sona. Uno degli ultimi veri librai esistenti a Verona

Luigi Sona. Uno degli ultimi veri librai esistenti a Verona

Marisa Benini, con la sua libreria Catullo in via Roma, a Verona, è forse stata la più amata libraia di Verona. Nota come Marisona aveva un cervello elettronico in testa e riusciva a infilare libri, edizioni, situazioni, scrittori e artisti senza nessun sforzo. Mi ricordava Molly, la vecchia signora inglese che lavorava per i servizi segreti inglesi di Londra e che aveva una incredibile capacità di riconoscere spie russe, nonostante i camuffamenti, guardando delle foto.

Oggi abbiamo ben poche librerie a Verona. Ricordo un poeta della decadenza dell’impero romano, ai tempi di Sidonio Apollinare, che lamentava come nelle scuole i cantori avessero sostituito i maestri di eloquenza e che le biblioteche venissero chiuse per sempre, come tombe.

Esistono delle catene come Mondadori, Giunti e Feltrinelli, ma sono del tutto de-umanizzate e spersonalizzate. Si muovono seguendo regole e tabelle, come se il libro fosse un oggetto inanimato, come lo sono certi soprammobili. Ma i libri hanno un fato e un’anima. Questo è davvero triste per Verona, città dei Mardesteig, dei Riva e dei Mondadori.

Una delle migliori librerie di Verona è la Cartolibreria Mameli, che esiste da più di 50 anni, grazie all’umanità e all’intelligenza dei suoi titolari, Luigi Sona e la moglie Ivana. Campare solo di libri e reggere la concorrenza di Amazon è molto difficile, dunque si sono adattati a vendere anche articoli da cartoleria di alta qualità, per esempio hanno una scelta eccezionale di fogli di carta fatta a mano, provenienti dalle migliori cartiere d’Europa, del tutto simile a quella che veniva prodotta, più di mille anni fa, prima in Cina e poi in Spagna e in Italia, grazie agli arabi. Oggi ai libri di saggistica e letteratura si sono aggiunti quelli scolastici. Poi ci sono le agende che tirano ancora.

Il negozio di Luigi si trova in via Mameli 43, poco distante dal semaforo verso l’ospedale di Borgo Trento e a due passi dalla scuola Fraccaroli. Luigi è un libraio che sa consigliare i propri clienti, perché legge moltissimo a casa e se il libro gli piace lo consiglia ai propri clienti. Nonostante le limitazioni di spazio organizza delle presentazioni per nuovi autori, che lui sostiene e incoraggia. Servirebbero molti librai come lui a Verona e, soprattutto, molti giovani lettori.

La vergognosa resa italiana, l’8 settembre 1943

La vergognosa resa italiana, l’8 settembre 1943

Castellano e Eisenhower

In Italia lo chiamammo armistizio, mentre in realtà fu una resa senza condizioni.

Il 3 settembre 1943, dopo lunghe discussioni, il generale Castellano, delegato dal primo ministro Pietro Badoglio, firmò a Cassibile, su un tavolo posto sotto alla tenda di una cucina da campo americana, la nostra resa totale e incondizionata. Controfirmò il generale Eisenhower.

Questo divenne noto come Armistizio Corto e fu divulgato alla radio dagli Alleati il giorno 8 settembre, seguendo i loro piani.

In seguito vennero aggiunti nuovi articoli al trattato, e quel documento divenne noto come Armistizio di Malta o Armistizio Lungo. Fu siglato il 29 settembre del 1943 nelle acque antistanti all’isola di Malta, a bordo della corazzata britannica HMS Nelson, dal generale Dwight D. Eisenhower per gli Alleati e dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia ed era composto da 44 articoli.

Che fu una resa totale lo si vede chiaramente dall’Articolo 12, dove si dice che altre misure di tipo politico, economico e finanziario saranno aggiunte successivamente. Neppure specificarono quali misure. E anche dal fatto che l’unica versione accettabile sarebbe stata quella in inglese, che riportiamo qui sotto.

Questo fu, forse, qualcosa di inevitabile, dato che gli Stati Uniti stavano per lanciare flotte di bombieri su Roma e su altre città italiane. Ma quello di cui ci si deve profondamente vergognare è il modo in cui il re, Badoglio e la cricca di nostri ammiragli e generali gestitono quella situazione. Appare chiaramente dai documenti e dalle ricostruzioni che essi fossero distaccati dalla realtà e non si rendevano conto che ad americani e tedeschi non potevano più servire fandonie, perché il gioco stava diventando estremamente duro e pericoloso. Dopo il 25 aprile 1943, in seguito all’arresto di Mussolini, sperarono solo nello stellone italiano, invece di pianificare i passi futuri, utilizzando il prezioso tempo che sarebbe intercorso sino alla resa e all’uscita dell’Italia dalla guerra. Doveva essere a tutti chiaro che i nostri ex alleati tedeschi non ci avrebbero permesso di deporre le armi e poi consentire agli Alleati di risalire la Penisola sino al Brennero.

Angelo Paratico

 

 

Sicily, September 3, 1943.

The following conditions of an Armistice are presented by General DWIGHT D. EISENHOWER, Commander-in-Chief of the Allied Forces, acting by authority of the Governments of the United States and Great Britain and in the interest of the United Nations, and are accepted by Marshal PIETRO BADOGLIO, Head of the Italian Government:

  1. Immediate cessation of all hostile activity by the Italian armed forces.
    2. Italy will use its best endeavors to deny, to the Germans, facilities that might be used against the United Nations.
    3. All prisoners or internees of the United Nations to be immediately turned over to the Allied Commander-in-Chief, and none of these may now or at any time evacuated to Germany.
    4. Immediate transfer of the Italian Fleet and Italian aircraft to such points as may be designated by the Allied Commander-in-Chief, with details of disarmament to be prescribed by him.
    5. Italian merchant shipping may be requisitioned by the Allied Commander-in-Chief to meet the needs of his military-naval program.
    6. Immediate surrender of Corsica and of all Italian territory, both islands and mainland, to the Allies, for such use as operational bases and other purposes as the Allies may see fit.
    7. Immediate guarantee of the free use by the Allies of all airfields and naval ports in Italian territory, regardless of the rate of evacuation of the Italian territory by the German forces. These ports and fields to be protected by Italian armed forces until this function is taken over by the Allies.
    8. Immediate withdrawal to Italy of Italian armed forces from all participation in the current war from whatever areas in which they may now be engaged.
    9. Guarantee by the Italian Government that if necessary it will employ all its available armed forces to insure prompt and exact compliance with all the provisions of this armistice.
    10. The Commander-in-Chief of the Allied Forces reserves to himself the right to take any measure which in his opinion may be necessary for the protection of the interests of the Allied Forces for the prosecution of the war, and the Italian Government binds itself to take such administrative or other action as the Commander-in-Chief may require, and in particular the Commander-in-Chief will establish Allied Military Government over such parts of Italian territory as he may deem necessary in the military interests of the Allied Nations.
    11. The Commander-in-Chief of the Allied Forces will have a full right to impose measures of disarmament, demobilization and demilitarization.
    12. Other conditions of a political, economic and financial nature with which Italy will be bound to comply will be transmitted at later date.

The conditions of the present Armistice will not be made public without prior approval of the Allied Commander-in-Chief. The English will be considered the official text.

Marshal PIETRO BADOGLIO              DWIGHT D. EISENHOWER

Head of the Italian Government       General, U. S. Army

                                     Commander in Chief Allied Forces.

 

By: GIUSEPPE CASTELLANO              By: WALTER B. SMITH

Brigadier General, attached to The   Major General, U. S. Army

Italian High Command                 Chief of Staff.

 

Present: Rt. Hon. HAROLD MACMILLAN

         British Resident Minister, AFHQ

 

ROBERT MURPHY

         Personal Representative of the President of the United States

 

ROYER DICK

         Commodore, R. N.

         Chief of Staff to the C. in C. Med.

 

LOWELL W. ROOKS

         Major General, U. S. Army

         Assistant Chief of Staff, G-3, AFHQ

 

FRANCO MONTANARI

         Official Italian Interpreter

 

Brigadier KENNETH STRONG

         Assistant Chief of Staff, G-2, AFHQ

 

 

 

 

Un grande quinzanese che perpetua una nobile tradizione, Giorgio Carli

Un grande quinzanese che perpetua una nobile tradizione, Giorgio Carli

 

 

Giorgio Carli, aiutato da volontarie e volontari, anche quest’anno è riuscito a organizzare e portare a compimento, pur fra mille difficoltà: familiari, umane, burocratiche e logistiche, la Festa di San Rocco, a Quinzano. Questa è stata la celebrazione numero 545 (dal 1480) in onore del santo taumaturgo di origini francesi, che si è tenuta dal 13 al 18 agosto 2024. Anche quest’anno Giorgio è riuscito a organizzare dei concerti e impiantare una cucina capace di sfornare migliaia di pasti caldi di ottima qualità e questo, da parte sua, è stato un atto eroico che desta ammirazione.

Giorgio e chi scrive non hanno le stesse idee politiche, e neppure la stessa visione del mondo,  eppure io lo voterei come nuovo sindaco di Verona, non solo, ma anche nuovo vescovo di Verona (a patto che riduca lo smoccolamento nei momenti di tensione) e pure Abate di Quinzano.

Capita di rado d’incontrare persone come lui, diplomatiche e illuminate da una umile grandezza, che vedono tutto in una luce positiva. Infatti, nei dieci anni che lo conosco non gli ho mai sentito dir male di qualcuno o di qualcuna, perché cerca sempre di trovare qualche cosa di buono dentro a chiunque.

Fedele al suo passato di Alpino, non manca mai di partecipare alle loro adunate e fotografare i loro raduni, perché la fotografia è una delle sue grandi passioni.

Venerdì 13 settembre inizierà la parte culturale delle celebrazioni in onore di San Rocco, che ogni venerdì porterà dei relatori a presentare al pubblico degli argomenti di grande interesse storico e culturale. Ogni venerdì ci ritroveremo nella sala del Rettore, sopra alla chiesa di San Rocco, per imparare cose nuove. Il primo relatore sarà Marco Comencini che ci parlerà di Australia, di aborigeni e canguri. Seguirà il venerdì successivo, 20 settembre, la storica Claudia Farina che ci parlerà della setta dei Catari a Verona. Gli incontri, di venerdì in venerdì, proseguiranno sino al 4 aprile 2025.

Anche dietro a queste conferenze c’è la mano del nostro Giorgio Carli, che si occuperà del prima e del dopo cerimonia, per armonizzare la nostra comunità, per limare spigoli e saldare fratture.

 

Angelo Paratico

 

 

Plagi letterari, grandi e piccoli. Quasimodo e Praz.

Plagi letterari, grandi e piccoli. Quasimodo e Praz.

 

Si dice che Salvatore Quasimodo scrisse una sola poesia che tutti conoscono, ed è quella ispirata al Salmo 137 della Bibbia. Diremmo però che si tratta più di un plagio che di una ispirazione. E nel 1959 ebbe il Premio Nobel per la letteratura, ma “nessuno sa bene perché” come scrisse Giuseppe Prezzolini.

«E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento».

S. Quasimodo, da Giorno dopo giorno

Ecco ora il Salmo 137, notando che le ultime parole non vengono lette in chiesa, essendo di una grande violenza:

9 Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra, ma dev’essere stato l’origine del figlio crocifisso al palo del telegrafo di Quasimodo.

IL CANTO DELL’ESULE

1 Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion.

2 Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre,

3 perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
“Cantateci canti di Sion!”.

4 Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?

5 Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;

6 mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

7 Ricòrdati, Signore, dei figli di Edom,
che, nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: “Spogliatela, spogliatela
fino alle sue fondamenta!”.

8 Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

9 Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra.

 

John Desmond Bernal

L’altra sera mi sono accorto che il titolo del più celebre libro di Mario Praz La Morte, la Carne e il Diavolo nella Letteratura Romantica, che avevo letto in gioventù, pubblicato nel 1930, è stato “ispirato” dal best seller (ancora in stampa) dall’irlandese Desmond Bernal The World, the Flesh and the Devil: An Enquiry into the future of the Three enemies of the Rational Soul uscito nel 1929. A quel tempo Praz viveva a Londra e lo aveva certamente notato.

Come dicevo qui sopra, il testo di Bernal è ancora in stampa, a differenza di quello di Praz, essendo un’opera visionaria che cerca di prevedere il futuro della tecnica e della scienza, e molte delle sue intuizioni restano valide. Il fisico Freeman Dyson in un suo libro riporta l’incipit che, secondo lui, è uno dei più belli  di tutta la letteratura inglese.

Ci sono due futuri, il futuro del desiderio e il futuro del destino, e la ragione dell’uomo non ha mai imparato a separarli.

Desmond Bernal (1901-1971) di scienza se ne intendeva e, infatti, fu uno degli scopritori dell’elica del DNA. Se ne intendeva anche del diavolo, avendo partecipato allo sbarco in Normandia, come ufficiale.

Nel suo libro spiega che la natura umana si troverà a dover affrontare tre nemici. Il mondo, ossia la scarsità di beni materiali, la mancanza di terra coltivabile, il clima mutevole, la desertificazione; il secondo nemico è la carne, ossia i limiti del nostro corpo, le malattie, l’invecchiamento; il terzo, è il diavolo, ossia le forze irrazionali della nostra psiche, che ci sviano, portandoci a seguire percorsi senza senso, per speranze mal riposte e perché veniamo imprigionati da paure che ci dominano.

 

 

Dante Alighieri ospite a casa Paratico?

Dante Alighieri ospite a casa Paratico?

 

 

Scritto da Luca Volpi sulla rivista VALLE DELL’OGLIO il 19 maggio 2019

Nel mezzo del cammin tra Capriolo e Paratico… potrebbe essere l’incipit per un capitolo inedito dedicato all’esilio di Dante Alighieri attraverso le nostre zone. Una tesi suggestiva a cui il Colonnello Amerigo Lantieri de Paratico ha dedicato una considerevole ricerca storica, avvalendosi sia di manoscritti redatti da alcuni antenati, sia di testi di studiosi bresciani. E nella serata di lunedì 25 marzo 2019 ha illustrato in biblioteca i risultati raccolti.
«Il primo a scriverne pare sia stato Giovanni Maria Mazzucchelli, un precursore della storia della letteratura italiana, nella seconda metà del Settecento – ha spiegato Lantieri – All’interno della storia della famiglia Paratico si accenna a quel “famoso poeta Dante Adigerio fiorentino” che pare alloggiò nel castello». Altri studiosi, talvolta non così competenti, si sono cimentati sull’argomento, su carta stampata e nel web, ma purtroppo senza dare grossi aiuti al Lantieri: «Ho dovuto constatare che molti scritti erano approssimativi e grossolani».

Tuttavia, una sterzata imprevista alla ricerca l’ha data un saggio del fiorentino Giuseppe Pelli Bencivenni, il quale si appoggia alla testimonianza del Boccaccio secondo cui il sommo poeta trovò rifugio presso la famiglia Paratico. Possibile che scrittori di casa Lantieri e storici del bresciano avessero ignorato una testimonianza simile? Un dubbio che ha spinto il Colonnello a ulteriori verifiche.

«Consultando più edizioni del Trattatello in laude di Dante, ho appurato che Giovanni Boccaccio menziona Brescia solo per dire che Dante cercò di convincere il Conte Arrigo di Luzinburgo (meglio noto come imperatore Enrico VII di Lussemburgo, Ndr) a conquistare pure Firenze, oltre a Brescia, nella speranza di ritornarvi. Ad ogni modo, non ci sono indicazioni su dove si trovasse in quel periodo».

Deluso per questo vicolo cieco risalente a un paio di anni fa, Lantieri avrebbe abbandonato l’impresa se non fosse stato per l’intervento provvidenziale della cugina Carolina di Levetzow Lantieri, ultimo ramo della dinastia situato a Gorizia. «Mi disse che vicino alla torre del Palazzo Lantieri di Gorizia hanno degli affreschi del 1535 dedicati all’imperatore Carlo V e in uno di questi è raffigurato il Castello di Paratico, con tanto di lago d’Iseo, e Dante in procinto di entrare». Seppur lontano da una pittura realista, tale indizio sarebbe in linea con la tradizione di famiglia secondo la quale il capostipite di Gorizia Antonio Lantieri, d’animo ghibellino, partì da Paratico e giunse in terra friulana nel 1450. Senza contare i manoscritti in italiano e latino del notaio Branchinus de Paratico, altro prezioso supporto per la ricerca: «Non solo egli avrebbe dedicato un paio di sonetti al poeta esule, ma si sarebbe recato a Ravenna per visitarne la tomba».

 

I resti del Castello di Paratico, o Castello Lantieri, sono posti in cima ad una collina a meridione del paese, in una posizione strategicamente dominante per tenere sotto controllo la parte inferiore del Lago d’Iseo e i punti di attraversamento verso la sponda bergamasca. La costruzione della fortificazione, di cui non si hanno riscontri documentari prima del 1276, può essere collocata realisticamente tra il XII e il XIII secolo, probabilmente sulle basi di una struttura difensiva precedente. I signori del luogo gestirono il castello in un vero regime di comproprietà: in un documento del 1279 il fortilizio viene indicato come diviso tra la chiesa di Santa Maria, il monastero di San Faustino e le famiglie nobili Lanterio, Vithotti e Fancone.
La struttura è abbastanza semplice: un mastio collocato in una cortina muraria, con probabili segni di ampliamento sul lato sud. L’accesso al castello è caratterizzato da una pregevole porta con stipiti in pietra lavorata e arco a sesto acuto, protetto da una piccola torre di guardia a pianta quadrangolare Gli edifici principali e la parte meglio conservata del castello si trovano sul lato nord: una grande torre sviluppata su quattro livelli (probabilmente la parte più antica della costruzione) che doveva raggiungere quasi 15 m di altezza ed accanto un edificio più basso, un palatiolum di epoca successiva.
Documenti storici attestano in antichità la presenza di una chiesa dedicata a San Silvestro, costruita a ridosso della cortina muraria, di cui restano però solo deboli tracce. Probabilmente la struttura nei secoli ebbe funzione di magazzino e conservazione dei prodotti agricoli, e di ricetto per la popolazione locale in caso di pericolo.

 

Perché i bambini hanno smesso di leggere

Perché i bambini hanno smesso di leggere

 

Biblioteca Hendrik Conscience Heritage, Anversa

 

Preso dallo The Spectator, scritto da Mary Wakefield, leggermente modificato dalla nostra redazione 

Solo quando si rileggono le vecchie storie, magari a un bambino, ci si rende conto della misura in cui i personaggi vivono ancora nella nostra mente, fluttuando appena sotto il livello di coscienza. Mi ritrovo ancora a riflettere sulle storie raccolte dai Fratelli Grimm, decenni dopo averle lette per la prima volta. Come avrebbe potuto Cappuccetto Rosso evitare di essere mangiato? (Abbiamo letto la versione originale, spietata.) Cosa avrebbero dovuto fare Hansel e Gretel?
Ogni buon libro lascia un segno, ma i personaggi dei libri che abbiamo amato da bambini si sono radicati. Informano il modo in cui si pensa da adulti, ed è per questo che è così triste e significativo che i bambini di tutto l’Occidente abbiano smesso di leggere.
Nel frattempo, il rapporto ‘What Kids Are Reading’ di quest’estate, uno studio su oltre 1,2 milioni di alunni in Gran Bretagna, mostra una diminuzione del 4,4% nel numero di libri che i bambini leggono rispetto all’anno scorso.

La causa più ovvia e innegabile della grande siccità di lettura sono gli schermi. Come potrebbe non esserlo? Ho perso il conto del numero di adulti che mi hanno confessato che la presenza dei loro smartphone ha messo fine alla lettura di narrativa. È impossibile immergersi in un altro mondo quando l’iPhone accanto a lei la attira come l’anello di Gollum. E se gli adulti non riescono a resistere, come possiamo aspettarci che lo facciano i bambini?
‘Perché non riesci a leggere un libro?” Chiedo a mio figlio con irritazione, mentre sto smanettando sul mio telefono. “Mamma” risponde lui, “onestamente!”. Così compro d’impulso un po’ di narrativa su Amazon per mantenere viva l’immagine di me come lettrice e accumulo i libri non letti nell’ingresso di casa.
Le generazioni Z e Alpha, che hanno registrato il calo più marcato nella lettura per piacere, riferiscono di essere troppo ansiose per leggere, il che sembra assurdo ma ha senso. I ritmi dei social media sono demenziali. Tutti i video interminabili vengono tagliati prima che si risolvano, in stile cliffhanger, per garantire che i bambini continuino a scorrere. Non è possibile immergersi in un altro mondo quando si è in uno stato permanente di lotta o di fuga.
Ma il declino della lettura non riguarda solo gli schermi. C’è una causa più perniciosa e preoccupante. La scorsa primavera, un’autrice e redattrice americana di nome Katherine Marsh ha scritto un articolo sulla rivista Atlantic intitolato ‘Perché i bambini non si innamorano della lettura’. La teoria della Marsh era che è il modo in cui le scuole insegnano la letteratura in tutto l’Occidente a scoraggiare i bambini: l’attenzione infinita all’analisi e la mancanza di entusiasmo per la storia.
La Marsh fa l’esempio del modo in cui viene insegnata “Amelia Bedelia”, una serie americana molto popolare per i bambini di età inferiore ai dieci anni, di Peggy Parish. Amelia Bedelia è divertente. È una governante sfortunata che prende le istruzioni troppo alla lettera. Quando le viene detto di disegnare le tende, per esempio, lei prende una matita. Ma gli alunni non hanno la possibilità di godersi le buffonate di Amelia. In classe viene detto loro di non preoccuparsi della storia vera e propria e di non leggere il libro fino alla fine, ma solo di guardare un singolo paragrafo e di identificare il linguaggio non letterale e figurativo che contiene.
Per chiunque conosca i bambini, questo è l’opposto del coinvolgimento”, scrive Marsh. Il modo migliore per presentare un’idea astratta ai bambini è quello di coinvolgerli nella storia. “Il ‘linguaggio non letterale’ diventa molto più interessante e comprensibile, soprattutto per un bambino di otto anni, quando prima ha avuto modo di ridere delle buffonate di Amelia… Per la maggior parte dei bambini, saltare in un paragrafo a metà di un libro è interessante quanto pulire la propria stanza”.
Non si tratta solo di vocabolario o di acquisire informazioni: esiste un legame dimostrabile tra la lettura e l’empatia.
L’articolo della Marsh mi ha fatto suonare un campanello d’allarme. Mio figlio ha la fortuna di avere una direttrice che apprezza la lettura corretta e i buoni libri sopra ogni altra cosa, ma per decenni ho sentito i miei amici con figli più grandi lamentarsi di questo metodo basato sui test – e poi anche lamentarsi, senza collegare i pensieri, che i loro figli non leggono per divertimento. Per Marsh, il terribile risultato dell’approccio tetro e basato sulla valutazione della letteratura è che i bambini dividono la narrativa in libri noiosi e libri ‘divertenti’. Le grandi opere letterarie sono noiose. La serie Goosebumps e Il Diario di un Wimpy Kid sono ‘divertenti’ (e se questo verme lamentoso è ciò che è radicato nella mente dei nostri figli, non c’è da stupirsi che siano tutti depressi). Marsh non ha menzionato Allan Bloom nel suo articolo, anche se il suo libro del 1987: “The Closing of the American Mind” ha anticipato e descritto lo stesso problema in modo sorprendente. Quando ho notato per la prima volta il declino della lettura alla fine degli anni ’60”, scrive, “ho iniziato a chiedere ai miei studenti quali libri contano davvero per loro. La maggior parte di loro è rimasta in silenzio, perplessi per la domanda. La nozione di libro come compagnia è estranea a loro”.
Se i bambini non considerano i libri come una buona compagnia nel 21° secolo, probabilmente è perché i libri li sfidano. Molti sono così noiosamente politicizzati, come la nociva (ma vendutissima) serie “Little People Big Dreams” sulla vita di persone come Rosa Parks, Maya Angelou, Emmeline Pankhurst e Greta Thunberg – che non sono storie ma solo mini-lezioni che ripetono la linea approvata: “Attaccate il sistema, bambini”. È questo che i bambini vogliono leggere o solo quello che i genitori vogliono comprare per loro? In ogni caso, così facendo non accendono l’amore per la lettura per tutta la vita.

La serie Blyton preferita di mio figlio ha come protagonista un bambino investigatore il cui soprannome è Fatty perché le sue iniziali sono F.A.T, e perché è grasso. ‘Non è grasso!’, ha spiegato mio figlio con serietà e ha dimostrato il suo punto di vista leggendo ad alta voce la nota dell’editore nella sua nuova edizione: ‘Tutti i riferimenti alla sua taglia sono stati rimossi dal testo datato 2016, in modo che il soprannome di Fatty si riferisca solo alle sue iniziali’.
I bambini colgono rapidamente le indicazioni. Leggono queste piccole note e recepiscono il messaggio: non si impegnano con questi autori e con le loro storie pericolose. Resista alla tentazione di immergersi. Leggi solo quello che devi leggere per superare il test, poi torni in fretta alla visione dei filmati.

 

Adolf Hitler e i soldati tedeschi erano drogati?

Adolf Hitler e i soldati tedeschi erano drogati?

Lo scrittore berlinese Norman Ohler, nato nel 1970, era uscito nel 2015 con un libro intitolato: “Der totale Rausch – Drogen im Dritten Reich”. Che è poi stato tradotto e pubblicato in diciotto lingue. Un grosso risultato per questo autore di tre romanzi, nonché coautore del film di Wim Wenders “Palermo Shootin” con Giovanna Mezzogiorno.
L’ultima sua opera è di carattere prettamente storico e Ian Kershaw, che l’ha letta, la descrive come: “Impeccabile e di grande valore.”
Il libro è il frutto di un’accurata e approfondita ricerca archivistica che ha rivelato l’entità dell’abuso di droghe da parte di Adolf Hitler e dell’esercito del Terzo Reich durante l’ultima
guerra mondiale. Pare quasi di rivivere la storia della setta degli assassini mandati dal grande vecchio della montagna.

Ohler pensò dapprima di scriverci un romanzo ma poi, studiando l’archivio del dott. Theodor
Morell, il medico personale di Hitler, capì che questa vicenda valeva molto di più di un’opera di
fantasia. Andò a parlarne allo storico Hans Mommsen che lo aiutò, e poi sondò altri archivi,
confrontando tutto il materiale e le testimonianze che riuscì a scovarvi. Non vi si parla solo di stimolanti chimici, ma anche di eroina, metadone, morfina e cocaina, descrivendo tutti gli effetti perversi che queste sostanze produssero sulla mente di Hitler, nonché su quella di comuni soldati e ufficiali. Gran parte di queste notizie erano note da tempo, essendo state già incluse in opere pubblicate a partire dagli anni ’70, ma ciò che mancava era una trattazione organica di tale spinoso argomento.
Leggendolo apprendiamo come durante gli ultimi mesi di vita del Fuhrer egli era a tutti gli effetti
un drogato in crisi d’astinenza: soffriva di allucinazioni e le sue vene erano rovinate dai buchi
prodotti dagli aghi. Un fatto nuovo, studiato da Ohler in dettaglio, riguarda gli inizi della guerra, in particolare la
fulminante vittoria tedesca sulla Francia del 1940. Pare che l’incredibile successo della Wermacht sia stato fortemente influenzato dall’uso di droga da parte dei comandanti delle formazioni di Panzer, che agirono sotto all’influenza di potenti stimolanti durante quei fatidici giorni, capaci di restare lucidi, senza sonno, anche per quaratotto ore filate.
Il libro si apre con la Repubblica di Weimar e con una panoramica sull’industria farmaceutica
tedesca. A quel tempo la Germania era il maggior esportatore mondiale di oppiacei, come la
morfina e di molte altre varietà di medicazioni, che si potevano acquistare senza ricetta medica.
Fu a quel tempo che la figura di Hitler cominciò a essere vista dai suoi seguaci come un
“insonne” un uomo capace di lavorare senza sosta per il bene della Patria, pur essendo
apparentemente contrario a ogni forma di stimolante, anche del tabacco e del caffè.

Quando nel 1933 i nazisti presero il potere, bandirono ogni droga e i drogati furono eliminati e altri vennero chiusi in campi di concentramento. Eppure certe droghe, credute benefiche alla società, furono mantenute e studiate.
Una ditta farmaceutica tedesca, la Temmler Pharma GmbH & Co KG, aveva a capo del proprio
laboratorio il dott. Fritz Hauschild. Costui, impressionato e ispirato dall’uso di benzedrina fatto
dagli atleti americani durante le olimpiadi del 1936, ne brevettò una variante che divenne nota
come Pervitina. Ebbe un grande successo e fu vista come miracolosa. Tutti la usarono, le
massaie, gli operai, gli studenti. Veniva pubblicizzata con lo slogan: “Il cioccolato di Hildebrand è
sempre delizioso.”
Il dott. Otto Ranke condusse dei test con la Pervitina e concluse che, dopo averla assunta, un
soldato poteva tirare avanti 50 ore senza provare stanchezza e sonno, inoltre la droga aveva
effetti sul sistema inibitorio morale, rendendo i soldati come dei robot.
Nel libro di Ohler appare una lettera datata 1939 scritta da Heinrich Böll mentre si trovava al
fronte: il futuro Premio Nobel implorava i genitori di mandargli della Pervitina.

Quando nel 1940 furono approntati i piani per invadere la Francia passando dalle Ardenne,
venne raccomandato ai medici militari di prescrivere una pasticca di Pervitina al giorno e due di
notte. Fu proprio in quei giorni che la Wehrmacht piazzò un enorme ordine, proprio alla Temmler, per
35 milioni di pastiglie, sia per l’esercito che per la Luftwaffe.

Fu dunque la Blitzkrieg il risultato dell’assunzione di droghe? Un giornalista inglese ha posto
questa domanda a Norman Ohler, il quale ha risposto: “Ecco, Mommsen mi ha sempre
raccomandato di non essere mai mono-causale. Ma l’invasione della Francia fu certamente
possibile grazie dall’uso di droga. Niente droga, niente invasione. Quando Hitler sentì del piano
di prendere la Francia passando per le Ardenne ne fu subito conquistato, dato che le truppe
alleate erano ammassate nel Belgio settentrionale. Ma l’alto comando tedesco fece notare che
questo era impossibile, perché le truppe avrebbero dovuto riposare di notte, dando così il tempo
al nemico di ritirarsi, bloccando gli invasori sulle montagne e nelle foreste. Fu in quel momento
che fu promulgato il decreto che imponeva l’uso di stimolanti ai soldati. Rommel, che
comandava una divisione di panzer e tutti gli altri ufficiali, si doparono pesantemente in quei
giorni e senza l’apporto dei corazzati non avrebbero mai potuto sfondare il fronte e passare.”
Con il progredire della guerra altre droghe furono sviluppate, dopo essere state sperimentate
nei campi di concentramento, come in quello di Sachsenhausen. Ohler ha scovato rapporti di
somministrazione forzata di queste sostanze ai prigionieri, i quali venivano poi costretti a
camminare, finquando non collassavano, spesso stroncati da un infarto cardiaco.

Nel 1941 Hitler cadde ammalato e il dott. Morell cominciò a iniettargli un oppiaceo noto come
Eukodal (oggi noto come Oxycodone) simile all’eroina, che induceva grande euforia. Con il
passare del tempo Hitler pretendeva iniezioni di Eukodal varie volte al giorno e, alla fine,
combinava questa droga con due dosi giornaliere di cocaina pura, che aveva cominciato ad
assumere per via dei problemi a un timpano, causati da un’esplosione nel suo bunker.

Queste droghe avevano un effetto miracoloso su Hitler, che da larva umana, incapace quasi di
reggersi in piedi, si trasformava in un folletto urlante ed estremamente presente con la mente.
Verso la fine della guerra le fabbriche che producevano Pervitina e Eukodal furono bombardate
e, forse per questo motivo, Adolf Hitler, rimasto senza le sue dosi giornaliere, scivolava per ore
in una sorta di stupefatto letargo.

 

DORA RATJEN alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Un precedente simile a quello di Imane Khelif

DORA RATJEN alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Un precedente simile a quello di Imane Khelif

Le polemiche successive al ritiro della pugile italiana Angela Carini, trovano un quasi corrispettivo nel 1936, alle olimpiadi di Berlino, anche se tutti i commentatori televisivi e politici paiono ignorare quella vecchia vicenda, simile a quella della algerina Imane Khelif. La grande differenza sta essenzialmente nel fatto che nel 1936 le donne non tiravano pugni sul ring e questo fa la differenza. Nel salto in alto o nella corsa una sedicente donna con cromosomi maschili potrà vincere, ma nel caso del pugilato potrà uccidere e provocare traumi cranici.

Notevole il fatto che oggi non si parli di abolire il pugilato, tout court, anche fra uomini, un tema ricorrerente sino a quaranta o cinquant’anni fa. Mi dilettavo di pugilato a 18 anni e pensai di fare un tentativo a livello dilettantistico nella “nobile arte” ma mio padre rifiutò di firmare il documento liberatorio e solo l’anno successivo venne fissata la maggiore età a diciotto anni invece che a ventuno. Forse gliene dovrei essere grato.

Veniamo alla dimenticata vicenda di Dora Ratjen

 

Dora Ratjen nacque con organi genitali formati impropriamente che portarono l’ostetrica, alla sua nascita, a determinare erroneamente la sua condizione femminile. Anche se sembra che i suoi genitori avessero qualche dubbio, l’hanno cresciuto come una ragazza e lo vestirono con vestiti femminili. Crebbe preda di grande confusione intrappolato in un genere sbagliato, in mezzo alle ragazze. Fu un solitario, evitando la compagnia ma si interessò allo sport e s’iscrisse a un club di atletica leggera, eccellendo nel salto in alto, e trovandosi infine scelto per l’allenamento preolimpico nella squadra tedesca per i giochi del 1936.

Qui incontrò per la prima volta le saltatrici Elfried Kaun e Gretel Bergmann, le foto mostrano “le tre donne allegre e rilassate”. La Bergmann disse : “Non ho mai avuto sospetti, nemmeno una volta. Nella doccia comune ci siamo chieste perché non si fosse mai mostrata nuda. Era grottesco che qualcuno fosse ancora così timida a 17 anni. Abbiamo pensato: ” È strana. È bizzarra.”

Anche se Kaun pensava che Dora Ratjen fosse molto mascolina, non si sognò mai che la sua collega fosse davvero un uomo. Come ricorda: “Abbiamo avuto un ottimo rapporto sui campi d’addestramento, nei viaggi e durante le competizioni. Ma nessuno sapeva o notava nulla circa la sua diversa sessualità.”

Sembra chiaro, dunque, che Ratjen ingannò tutti.

La verità emerse solo due anni dopo le Olimpiadi, Dora Ratjen, che ancora con successo gareggiava come donna, vinse una medaglia d’oro nella gara di salto in alto ai campionati europei, stabilendo un nuovo record del mondo. Pochi giorni dopo, nel settembre 1938, la polizia l’arrestò, dopo che il conduttore d’un treno riferì di un uomo che s’atteggiava a donna. Fu visitato da un medico, che confermò che si trattava d’un uomo. Il procedimento penale fu iniziato per sospetta frode e Ratjen fu inviato in un sanatorio sportivo per ulteriori esami, che confermarono che lei era…un lui. Nel gennaio 1939 la sua iscrizione nel registro di nascita fu modificata per registrare il suo vero sesso e il suo nome cambiò in Heinrich. Qualche settimana dopo il procedimento penale fu archiviato, per il fatto che l’inganno non era stato commesso per lucro. Ratjen aveva già ammesso d’essere un uomo al momento dell’arresto e aveva promesso di smettere di praticare sport con effetto immediato. La sua vittoria ai campionati europei fu cancellata e lui restituì la medaglia d’oro, che fu poi presentata alla seconda classificata.

Furono fatti degli sforzi per dare a Ratjen una vita normale. L’ultima nota negli archivi della polizia, dell’agosto 1939, afferma che gli fu dato un libretto di lavoro, documenti d’invalidità e fu iscritto al Fronte del lavoro tedesco. Gli furono dati nuovi documenti d’identità e di lavoro e fu portato ad Hannover “come lavoratore”, secondo il documento. La comunicazione fu inviata al Ministero dello Sport del Reich, a varie stazioni di polizia e ai tribunali competenti. Non c’è nulla che suggerisca che gli alti funzionari abbiano cercato di mantenere segreto il caso o di limitare il numero di persone che ne fossero a conoscenza. Sembra che le autorità tedesche abbiano affrontato la questione con una certa comprensione e simpatia. Nessuno fu perseguito e ogni sforzo fu fatto per offrire a Ratjen una nuova vita. In circostanze normali, il giovane aveva ancora solo 19 anni, si sarebbe lasciato il passato alle spalle e avrebbe goduto d’una nuova vita, liberato da ogni bisogno d’ingannare.

Dopo la guerra Ratjen rilevò il bar dei suoi genitori, a Brema e resistette a numerosi tentativi d’intervistarlo, ma la rivista americana Time pubblicò nel 1966 un articolo che discuteva dei grandi impostori femminili della storia, in cui Ratjen era presente. Presumibilmente, la rivista era riuscita a intervistarlo in quanto riportava che egli “confessava in lacrime” che i nazisti lo avevano costretto a rappresentare la Germania come donna. Citava anche lui dicendo: “Per tre anni ho vissuto la vita di una ragazza. È stato molto noioso.”

Poco dopo l’articolo sul Time apparve un articolo sullo stesso argomento sulla rivista Life, che informava i suoi lettori come, dopo la Seconda guerra mondiale, Ratjen: “Ammise di essere stato un vero e proprio falso – costretto a competere dal Movimento giovanile hitleriano per vincere medaglie per il Terzo Reich.”

L’esposizione di Ratjen come impostore femminile viene continuamente messa in evidenza e un film intitolato Berlin 1936 che è stato prodotto per drammatizzare questa storia, anche se Ratjen è stato ritratto con un nome diverso. Il film non è stato mostrato in pubblico prima del 2009, l’anno successivo alla morte di Ratjen, anche se potrebbe essere stato concepito e girato prima della sua morte. Si guadagnò una certa aria di autenticità con l’inclusione d’una vera intervista a Gretel Bergmann, verso la fine. Gretel Bergmann era ebrea e lasciò la Germania nel 1937 con la famiglia, stabilendosi a New York.

Nel 2009, la storia raccontata da Time e da Berlin 1936 è stata confutata da Der Spiegel una rivista internazionale di grande prestigio. Questa rivista ha sottolineato che le informazioni su Ratjen nell’articolo sul Time erano scarne e imprecise, riferendosi a lui come ‘Hermann’ e sostenendo che stava lavorando come cameriere a Brema. “Purtroppo”, dice Der Spiegel “questo ritratto è stato quello che fu diffuso da quel momento in poi, e ripetuto altrove sulla stampa”.

 

Der Spiegel ha anche reso pubblico un fascicolo contenente i risultati di un’indagine condotta nel 1938 e nel 1939. Questo è stato fornito dal dipartimento di medicina sessuale dell’ospedale universitario di Kiel, alla cui testa, il professor Hartmut Bosinski, aveva fatto ricerche su quel caso, perché aveva dimostrato scientificamente che i ragazzi non possono essere educati a essere ragazze.

La pratica della polizia tedesca, prima sconosciuta, contiene dichiarazioni di Ratjen, di suo padre e di molti altri. Ciò dimostra che Dora frequentava una scuola femminile e fu religiosamente cresimata nel 1932 come ragazza. Ratjen lo disse alla polizia nel 1938: “I miei genitori mi hanno cresciuto da bambina. Ho quindi indossato i vestiti da ragazza per tutta l’infanzia. Ma dall’età di 10 o 11 anni ho iniziato a capire che non ero una donna, ma un uomo. Ma non ho mai chiesto ai miei genitori perché dovevo indossare abiti da donna anche se ero maschio.”

Secondo Der Spiegel quel fascicolo: “Non contiene il minimo straccio di prova del presunto complotto Nazista. Infatti, i documenti suggeriscono che i nazisti scoprirono la vera identità genetica del loro atleta solo dopo la fine dei giochi olimpici.” Anche un rapporto di cinque pagine firmato personalmente dal capo della sicurezza, Reinhard Heydrich: “Non contiene alcuna traccia di precedenti manipolazioni.”

Sembra chiaro, dunque, che non ci fu alcun complotto nazista e il film fu pura finzione. Inoltre, sarebbe stato sicuramente facile per i nazisti, soprattutto in considerazione della loro reputazione di assoluta spietatezza, creare una copertura non appena scoperto l’inganno, ma invece esposero tutto, facendo in modo che il precedente record di salto in alto fosse ripristinato e restituendo la medaglia d’oro agli organizzatori dei Campionati Europei per poterla passare al secondo classificato, che, incidentalmente, fu l’ebrea ungherese Ibolya Csàk.

Altri commentatori della storia di Berlin 1936 non sembrano essere stati così diligenti come Der Spiegel. Alcuni hanno persino sbagliato il nome di Ratjen, chiamandolo Horst o Hermann, invece di Heinrich. Questo può, forse, indicare quanto poco importasse il Ratjen, come essere umano.

 

Angelo Paratico

Il successo del viaggio in Cina di Giorgia Meloni e i settecento anni dalla morte di Marco Polo

Il successo del viaggio in Cina di Giorgia Meloni e i settecento anni dalla morte di Marco Polo

Vari commentatori italiani, solitamente ostili a Giorgia Meloni, ammettono che il suo viaggio in Cina si sta rivelando un successo. Questa donna energica e minuta ha certamente destato molto simpatia nel popolo cinese e nei leader comunisti.

Inoltre, l’essere sbarcata a Pechino tenendo per mano la sua figlioletta ha certamente conquistato il cuore di tutte le donne cinesi che l’hanno vista in televisione, creando un forte affetto e tanta stima.

A livello politico sono state apprezzate le sue aperture per la pace e il libero commercio, certamente sincere dato che, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, si sta comportando come un fedele alleato del blocco occidentale, al quale apparteniamo. Giorgia Meloni era seguita da un nutrito numero di industriali i quali beneficeranno per il chiaro supporto governativo.

Per quanto riguarda i settecento anni dalla morte di Marco Polo vorremmo sottolineare un fatto che pochi prendono in considerazione. La Cina, al tempo di Marco Polo, era stata sconfitta e sottomessa dai mongoli. I cinesi, come Xi Jinping venivano usati come servitori e schiavi dal feroce invasore. Marco Polo incontrò l’imperatore Kublai Khan, che era un mongolo, non un cinese di etnia Han e questa ambivalenza per i cinesi è un fatto del quale bisogna tenere conto e usare le parole giuste quando si parla.

Giocando un poco con le similitudini storiche è un po’ come se un cinese, recatosi in Francia nel 1942, avesse incontrato chi regnava su quel Paese: Adolf Hitler. Dunque, parlando con i francesi di questo, bisogna essere prudenti.

I mongoli regnarono sulla Cina, assumendone parzialmente la burocrazia e i costumi, dal 1271 al 1368. A quel tempo i discendenti di Genghis Khan regnavano su gran parte della terra, sottomisero anche la Russia e distrussero un esercito tedesco e uno ungherese, entrando nella loro capitale, Buda. Rinunciarono a invadere Italia, Francia e Spagna solo perché vollero concentrarsi sulla conquista della Cina, ritenuta più ricca dell’Europa.

Il problema di Kublai Khan è stato risolto dai cinesi dicendo che quella dei mongoli è una delle tante etnie dell’impero cinese e, infatti, questi ritornarono di nuovo al potere dal 1644 al 1912.

Angelo Paratico

 

Come risolvere il problema della bassa percentuale di italiani che votano

Come risolvere il problema della bassa percentuale di italiani che votano

Il problema della bassa affluenza al voto potrà essere facilmente risolto offrendo una leggera detassazione a chi voterà.

Una democrazia forte e partecipata è assolutamente auspicabile, dunque l’offrire un 2% o 3% di sconto sulle tasse a chi contribuisce a rafforzarla è certamente un buon investimento.

Basterà allegare una copia del proprio libretto elettorale alla dichiarazione dei redditi per ottenere tale sconto, oppure si potrà studiare una detrazione dalle tasse in busta paga. Un semplice meccanismo potrà essere facilmente individuato. Si tratterà di una specie di bonus da offrire a tutti gli aventi diritto di voto.

Questo potrà essere un meccanismo virtuoso che avvicinerà i giovani all’amministrazione delle Stato e della propria città, perché chi andrà a votare vorrà prima informarsi su chi sta ricevendo un suo “like”.