Non ci volevo credere, la credevo una voce complottista, e poi quella orrenda occupazione del Campidoglio offuscò tutto.
Eppure, guardando ai numeri dei votanti democratici nelle elezioni USA pare una certezza che in qualche modo i sois disant democratici travasarono milioni di voti nelle urne.
Ora mi sta venendo il dubbio che l’invasione di Capitol Hill fu in qualche modo favorita per coprire questo tiro basso fatto da Pelosi-Clinton-Obama. Loro certamente si fregarono le mani vedendola scorrere in televisione. Trump, ingenuamente e stupidamente, non capì cosa significasse e non la contrastò con sufficiente energia.
Mi sto trasformando in un complottista? Spero di no, guardo i numeri e mi faccio delle domande.
Dice Leonardo Lugaresi, attento blogger e filosofo:
Queste elezioni confermano definitivamente una cosa che, a volerla vedere, era già palese anche prima ma era proibito affermare: nel 2020 i democratici hanno quasi certamente rubato la presidenza. Per averne la prova basta guardare la serie dei risultati dei candidati democratici negli ultimi vent’anni: nel 2004 John Kerry ebbe circa 59 milioni di voti; nel 2008 Obama ne ottenne più di 69 milioni, che diventarono circa 66 milioni nel 2012; più o meno lo stesso numero dei voti che ebbe Hillary Clinton nel 2016. Quasi 68 milioni è il risultato che l’altro giorno ha fatto Kamala Harris. Nel 2020, in pieno Covid, al termine di una campagna elettorale praticamente inesistente, Joe Biden ne avrebbe presi più di 81 milioni! Sin da allora questo exploit fuori misura apparve strano a chiunque non avesse il cervello bollito o fritto, ma era proibito dirlo, pena l’essere immediatamente e definitivamente bollati come complottisti psicopatici. Adesso però c’è la controprova: se i 12 milioni di voti in più presi da Biden rispetto al miglior risultato mai fatto in precedenza da un candidato democratico erano il frutto di una straordinaria mobilitazione di popolo determinata dall’urgenza di di respingere il pericolo Trump, come allora si sostenne per spiegare l’eccezionalità di quel dato, dove sono andati a finire quattro anni dopo, quando il “pericolo Trump” era di nuovo incombente? Dove sono andati a finire quei dodici milioni di americani che nessuno ha mai visto? Certo non si tratta di voti che si sono trasferiti a Trump, il quale nel 2024 ne ha presi, in numero assoluto, meno che nel 2020*. Dunque? È estremamente probabile che non siano mai esistiti”.
* In realtà Trump ne ha presi di più nel 2024 non meno, ma il ragionamento non cambia.
Dopo che si sarà insediato cosa farà Trump? Lancerà una nuova indagine o lascerà perdere? Forse gli conviene lasciare perdere, la cosa è troppo grossa e potrebbe far crollare il sistema democratico USA e poi i suoi tanti nemici lo accuseranno di avere organizzato un golpe.
Quando Dante Alighieri arriva in Paradiso trova San Pietro piuttosto arrabbiato, e gli dice:
Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, Il luogo mio, il luogo mio, che vaca Nella presenza del Figliuol di Dio,
Stupendo esempio di perseverazione rafforzativa, un tropos dimenticato nella lingua italiana ma ancor oggi comune in quella inglese. (Canto 27, versi 22).
e poi prosegue con:
fatt’ ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza; onde ’l perverso che cadde di qua sù, là giù si placa.
Jennifer Clark, giornalista e scrittrice americana residente a Milano, ha calato un nuovo asso sul tavolo. Si tratta di un libro che ogni italiano che sia vissuto all’ombra della onnipotente FIAT (tutti coloro che hanno almeno 60 anni) dovrebbero leggere. S’intitola L’Ultima Dinastia La saga della famiglia Agnelli da Giovanni a John. Il titolo di Dinastia è assai appropriato, dopo l’ingloriosa fine dei torinesi Savoia, ecco ora descritta la fine altrettanto ingloriosa dei torinesi Agnelli-Elkann. L’editore di questo libro è Solferino di Milano.
Gli italiani sanno pochissimo della Fiat e ancor meno degli Agnelli ed è tempo che si istruiscano, leggendo questo scorribile libro, che al rigore delle fonti storiche associa anche le capacità di sintesi dell’autrice.
Le mielose interviste in ginocchio fatte da Enzo Biagi e degli altri giornalisti italiani nei decenni passati non hanno mai mostrato le verità conosciute, perché diffondere quelle verità in quegli anni voleva dire perdere i benefici economici che possono rendere la vita meno amara. Infatti, e non a caso la decisione di John Elkann di acquistare Repubblica per silenziare gli attacchi a sinistra mostra come questo principio sia ancora valido.
Gianni Agnelli veniva presentato come un gentleman bonario e tutto sommato innocuo, mentre in realtà fu un personaggio di un cinismo e di una ferocia senza limiti. Fece parte di una generazione che durante il fascismo vide la morte negli occhi, nonostante i loro privilegi ed essendo sopravvissuti alla guerra decisero di godersi la vita sino in fondo come se non ci fosse mai stato un domani. Il domani però è arrivato oggi, non per loro ma per i loro discendenti. La sua vita da playboy senza scrupoli viene esposta dalla Clark senza pietà, mostrando tutta la sua vanità e la sua mancanza di una dirittura morale.
A proposito di moralità ricordo un altro libro che è purtroppo sfuggito all’autrice, non essendo menzionato nella sua bibliografia: FIAT: i segreti di un’epoca di Giorgio Garuzzo pubblicato da Fazi.
Garuzzo era entrato in azienda al seguito di Carlo De Benedetti e vi restò anche dopo che al suo mentore saltarono i nervi e se ne andò, sbattendo la porta. Mostra un Gianni Agnelli in declino, confuso che stava seduto sul letto chiedendo ai suoi dirigenti che andavano a parlargli: “Allora, come sta la Fiat?” e che lasciò spazio a un pasticcione senza scrupoli come Cesare Romiti che portò la FIAT a un passo dal fallimento, che sarebbe stato immancabile, senza la cura ricostituente di Marchionne.
I capitoli finali del libro di Jennifer Clark ci guidano attraverso le complicate vicende giudiziarie che vedono contendere i discendenti di Margherita Agnelli, facendo chiarezza su molti dettagli che, senza il suo intervento, sarebbero difficili da decifrare.
Un appunto per l’editore Solferino: in questi libri va sempre messo un indice dei nomi, per potersi meglio orientare nell’opera.
Vicki Umipeg è nata prematuramente a 22 settimane, con un peso di 3 chili. Il suo nervo ottico è stato danneggiato a causa dell’elevata quantità di ossigeno nell’incubatrice, con conseguente cecità completa. Non aveva alcuna esperienza visiva, nessuna consapevolezza della luce.
All’età di 22 anni, venne scaraventata fuori da un’auto a Seattle, riportando gravi lesioni: fratture al cranio, commozione cerebrale, lesioni al collo, alla schiena e a una gamba. Mentre veniva soccorsa in ospedale, si è sentita galleggiare sul soffitto. Ha avuto una visione panoramica e ha visto il corpo di una donna disteso su di un tavolo operatorio di metallo, con medici maschili e uno femminile che lavoravano per salvarla. Quando ha notato la fede nuziale sulla mano della donna, ha capito che si trattava del suo anello e che la donna distesa era lei. Essendo stata cieca per tutta la vita, non aveva mai visto né l’anello né il suo corpo. Solo durante quell’esperienza di pre-morte (NDE) vide l’anello.
Vicki è stata il soggetto di ricerca del dottor Jeffrey Long, oncologo radioterapista del Kentucky. Long ha dedicato più di 25 anni allo studio delle esperienze di pre-morte. Ha ricercato ed esaminato più di 4.000 casi unici di NDE e li ha pubblicati sul suo sito web, la Near-Death Experience Research Foundation. Long ha riassunto le esperienze più comuni di NDE sulla base delle sue ricerche, che sono simili a quelle riscontrate dal dottor Raymond Moody, noto come il padre delle NDE:
Il caso di Vicki rientra nella tipologia tipica delle “esperienze extracorporee”. La sua esperienza, in particolare la visione panoramica, è condivisa da tutti coloro che hanno avuto una NDE.
Long ha ricordato la sua conversazione con la donna cieca. “Aveva una visione a 360 gradi, in cui poteva essere simultaneamente consapevole ed elaborare la visione durante la sua esperienza di pre-morte, davanti a lei, dietro di lei, a destra, a sinistra, in alto, in basso”.
“In effetti, ho detto a Vicki che il resto di noi nella nostra vita terrena ha questi campi visivi a forma di torta a causa della posizione dei nostri occhi, nelle nostre orbite. Mi ha letteralmente riso in faccia perché la sua intera esperienza di vita con la visione [durante la sua NDE] era a 360 o sferica”.
Inoltre, inizialmente poco avvezza alla matematica e alla scienza, dopo la NDE Vicki ha intuito il calcolo matematico e ha capito come si formano i pianeti. Incredibilmente ha ottenuto risposte a domande sulla scienza, sulla matematica, sulla vita, sui pianeti e su Dio, sperimentando un’inondazione di conoscenza e comprendendo linguaggi che prima non conosceva.
Le persone che hanno raccontato esperienze di pre-morte sono state spesso liquidate dalla comunità scientifica come deliranti o influenzate dalla religione, fino a quando, negli ultimi decenni, si è verificato un significativo cambiamento di prospettiva.
Nel 1978, cinque medici e scienziati indipendenti – John Audette, che ha conseguito un master in scienze, il dottor Bruce Greyson, il dottor Raymond Moody, Ken Ring, che ha conseguito un dottorato in psicologia sociale, e il dottor Michael Sabom – hanno fondato l’Associazione internazionale per gli studi sulla pre-morte, aprendo la strada all’esplorazione di queste esperienze straordinarie attraverso lenti scientifiche.
“Ho sentito parlare per la prima volta di esperienze di pre-morte decenni fa, quando stavo facendo il mio tirocinio”, ha detto Long, ‘e in una delle riviste mediche più prestigiose del mondo, il Journal of the American Medical Association’.
“Stavo sfogliando la rivista alla ricerca di un articolo sul cancro e, del tutto casualmente, ho trovato l’espressione esperienza di pre-morte nel titolo di un articolo. Ero perplesso perché nulla di ciò che avevo imparato alla scuola di medicina lo spiegava. O sei vivo o sei morto”.
L’articolo è stato scritto da Sabom, un cardiologo che ha studiato persone sopravvissute all’arresto cardiaco e al coma. Alcuni pazienti hanno riferito che la loro coscienza è uscita dal corpo e hanno osservato ciò che stava accadendo mentre i loro corpi erano incoscienti. Ciò che hanno descritto di aver visto era accurato fin nei minimi dettagli.
Diversi anni dopo, la moglie di uno dei compagni di università di Long condivise con lui la sua dettagliata e straordinaria esperienza di pre-morte.
“Durante un intervento chirurgico in anestesia generale, la donna è andata in arresto cardiaco a causa di una reazione allergica, il che significa che il suo cuore si è fermato”, racconta Long.
“A quel punto ha avuto un’esperienza extracorporea, assistendo al caos della sala operatoria e sentendo il forte allarme dell’elettrocardiogramma che monitorava il suo cuore. Ha attraversato brevemente un tunnel e si è ritrovata in un regno non terreno dove ha incontrato altri esseri. Lì le è stata data la possibilità di scegliere se tornare alla sua vita. Ha chiesto agli esseri di guidarla e, dopo una conversazione, ha deciso di tornare nel suo corpo. È stata rianimata con successo”.
Long si è chiesto perché non ci fossero più persone a fare ricerche su questo fenomeno affascinante, così ha iniziato il suo viaggio per raccogliere casi di NDE. Ha costruito un database di 4.000 casi. “È di gran lunga la più grande raccolta di esperienze di pre-morte al mondo accessibile al pubblico”, ha dichiarato a The Epoch Times.
In un sondaggio, ha chiesto alle persone di esprimersi direttamente sulla realtà della loro esperienza, e quasi il 95% degli intervistati ha risposto che la loro esperienza era “sicuramente reale”.
Secondo Long, le persone scettiche sulle NDE hanno proposto più di 30 spiegazioni diverse per queste esperienze.
“Il motivo per cui ci sono così tante spiegazioni scettiche – più di 30 in giro – è molto semplice”, ha detto Long ‘perché nessuna di queste spiegazioni scettiche spiega nulla dell’esperienza di pre-morte, per non parlare di tutto ciò che accade’.
Per spiegare perché le NDE sono state avanzate ipotesi di allucinazioni indotte da ipossia (diminuzione dei livelli di ossigeno) e ipercarbia (aumento dell’anidride carbonica). Il motivo è semplice: “Dal punto di vista medico, ciò provoca confusione e diminuzione della coscienza, non un aumento”. Ha detto Long.
Lo studio di Lancet ha studiato centinaia di pazienti rianimati con successo dopo un arresto cardiaco o clinicamente morti. Il 18% di questi pazienti ha riportato una NDE. Se l’ipossia cerebrale è la causa delle esperienze di pre-morte – e tutti i morti clinici hanno l’ipossia – allora la maggior parte dei pazienti avrebbe dovuto sperimentare la NDE, ha detto il ricercatore. Tuttavia, non è stato così.
Altri hanno sostenuto che le endorfine, sostanze simili a narcotici prodotte naturalmente dal cervello, potrebbero spiegare le NDE. Tuttavia, le endorfine continuano a esercitare il loro effetto antidolorifico post-evento sul cervello per oltre un’ora, il che non è in linea con la NDE, ha detto Long.
“Nelle esperienze di pre-morte, nel momento in cui tornano nel loro corpo fisico – bum – non c’è alcun sollievo dal dolore o altro; hanno immediatamente dolore”. Ha detto Long.
Altri hanno parlato di crisi epilettiche. Long ha detto: “Le crisi epilettiche generalmente causano una coscienza ridotta o sostanzialmente alterata, non le esperienze lucide e coerenti”.
Ernst Rodin, ex presidente della Società Americana di Neurofisiologia Clinica, ha commentato: “Nonostante abbia visto centinaia di pazienti con crisi del lobo temporale durante tre decenni di vita professionale, non mi sono mai imbattuto in questa sintomatologia [NDE] come parte di una crisi”.
Lo studio Lancet ha anche concluso che i trattamenti farmacologici o la paura della morte dei pazienti non sono stati associati alle NDE. Doppiamente impossibile
Inoltre, sono state documentate NDE anche in anestesia generale.
“In anestesia generale non è possibile avere un’esperienza lucida, organizzata e cosciente”. Ha detto Long.
Alcune persone sono state sottoposte ad anestesia generale e poi il loro cuore si è fermato: in questo caso, secondo Long, dovrebbe essere “doppiamente impossibile avere un’esperienza cosciente”. Eppure, hanno avuto la stessa esperienza tipicamente iper-lucida, iper-allertata e iper-cosciente che hanno tutte le altre esperienze di pre-morte, ha aggiunto.
“Questo, quasi da solo, confuta la possibilità che le NDE siano dovute alla funzione fisica del cervello”.
Altre ipotesi includono il modello psicologico, che propone che le NDE siano causate da immaginazioni basate su un background personale, religioso o culturale. Tuttavia, spesso gli individui riferiscono di NDE che non sono coerenti con le loro esperienze di vita o con le loro convinzioni sulla morte.
Alcuni sostengono che le NDE siano determinate culturalmente. Tuttavia, Long ha scoperto che le esperienze sono “notevolmente simili in qualsiasi parte del mondo si verifichino”.
“Non importa dove si verifichino, non fa alcuna differenza. Che si tratti, per esempio, di un musulmano in Egitto o di un indù in India, di un cristiano negli Stati Uniti o persino di un ateo, in qualsiasi parte del mondo si verifichino esperienze di pre-morte, e qualunque sia il loro sistema di credenze precedente, il contenuto di ciò che accade durante un’esperienza di pre-morte è straordinariamente simile”.
Dopo il terremoto di Tangshan del 1976, in Cina, gli scienziati cinesi hanno osservato un modello di NDE simile a quello registrato in Occidente. Tra gli 81 sopravvissuti, il 65% ha avuto una maggiore chiarezza di pensiero, il 43% ha avvertito la separazione dal corpo fisico e il 40% l’assenza di peso. L’esperienza era simile indipendentemente dall’età, dal sesso, dall’occupazione o dallo stato di salute prima del terremoto.
Long ha studiato un gruppo di bambini dai 5 anni in su, con un’età media di 3,5 anni: “praticamente una tabula rasa dal punto di vista culturale”, ha detto. “Il contenuto di questi bambini molto piccoli è sorprendentemente simile al contenuto delle esperienze di pre-morte dei bambini più grandi e degli adulti”.
Moody, che ha iniziato a studiare le NDE più di mezzo secolo fa, ha sottolineato che molte persone che hanno vissuto un’esperienza di pre-morte descrivono l’incontro con un essere luminoso conosciuto come “l’Essere di Luce”, come Moody descrive nel suo libro “La vita dopo la vita: The Investigation of a Phenomenon – Survival of Bodily Death”.
Questa luce è spesso descritta come una luminosità brillante e indescrivibile che non danneggia gli occhi. La maggior parte degli individui percepisce questa luce come un essere avanzato impregnato di amore e calore, o come Dio.
Vicki ha anche riferito che nella sua NDE ha visto una figura con una straordinaria luminosità; ha riconosciuto che questo essere era Gesù.
Per indagare ulteriormente sulla veridicità di “Dio” nelle esperienze di pre-morte, Long ha condotto una ricerca su Dio tra il 2011 e il 2014, basandosi su 420 casi di NDE di persone di varie professioni ed estrazioni sociali.
Prima di vivere un evento di pre-morte, il 39% delle persone credeva nell’“esistenza assoluta di Dio”. Dopo la NDE, questa convinzione è salita al 72,6%. Il numero di persone che credevano nell’esistenza assoluta di Dio è aumentato dell’86% e la loro fede in un Dio si è notevolmente intensificata, ha scritto nel suo libro “Dio e l’aldilà: The Groundbreaking New Evidence for God and Near-Death Experience”.
Long ha esaminato attentamente 277 descrizioni di incontri con Dio e ha trovato una significativa coerenza nelle loro descrizioni: un essere supremo onnipotente e onnipresente che irradia amore e grazia.
Altre caratteristiche comuni degli incontri con Dio descritti nelle esperienze di pre-morte sono il non giudizio, l’accettazione di ciò che si è e un senso di unità o unicità con Dio. La comunicazione è essenzialmente sempre non fisica o telepatica.
Prima di addentrarsi nella ricerca sulle NDE, Long era perplesso di fronte a domande come “chi siamo”, ritenendo che siamo molto di più del semplice funzionamento del nostro cervello fisico.
Le esperienze di pre-morte forniscono prove schiaccianti dell’esistenza di una coscienza separata dal corpo, di un’esistenza più eterna, ha detto Long.
Non siamo solo macchine operatrici vincolate, ma vite con numerose possibilità che vanno oltre il nostro attuale riconoscimento.
Questo è “il messaggio più fortemente positivo” per tutta l’umanità, ha concluso Long.
La polesana Angioletta Masiero è un motore inesauribile di cultura e arte. Poetessa, giornalista, docente e levatrice di nuovi ingegni artistici, è una donna davvero instancabile. Organizza e gestisce da molti anni una lunga serie di premi letterari che promuovono l’ingegno, senza dar retta a ideologie e mode. Rovigo e il suo territorio sono davvero fortunati ad aver questa gran dama, che pare uscita dai tempi più gloriosi della Serenissima.
Angelo Paratico
BADIA POLESINE (Rovigo) – Domenica 13 ottobre, ospitata nell’ottocentesco Teatro Sociale “Eugenio Balzan” di Badia Polesine (Rovigo) gremito in ogni ordine di posti, si è svolta la cerimonia di premiazione della XII edizione del Concorso Letterario Internazionale “Locanda del Doge 2024,” impeccabilmente condotta dalla sua fondatrice e organizzatrice, la giornalista Angioletta Masiero, presidente di giuria. L’evento era patrocinato dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Rovigo, dal Comune di Badia Polesine; con il patrocinio culturale di WikiPoesia Enciclopedia Poetica e UILDM – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Onlus di Rovigo.
In gara 472 opere, oltre all’Italia, di autori di varie nazionalità: albanesi, libanesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi. Le opere erano suddivise nelle quattro sezioni previste dal bando (Teatro, Narrativa edita, Saggistica edita, Poesia inedita).
70 i finalisti, di cui i primi 30 premiati domenica. Tra questi trenta, la casa editrice ferrarese “Faust Edizioni” di Fausto Bassini ha visto affermarsi tre dei suoi autori.A Daniela Fratti è stato conferito il Terzo Premio per la Narrativa Edita per l’opera “La guaritrice e il nuovo mondo.
Moreno Po è stato insignito del Premio Eccellenza per la Narrativa Edita con l’opera “1842” (collana ‘I nidi’).
XII° Concorso Letterario Internazionale “Locanda del Doge” 2024
NARRATIVA: 1° Premio MARIA PRIMERANO (Catanzaro) con Moulin rouge – 2° Premio ISABELLA LANZAFAME (Mestre) con Catturando raggi di vento e soffi di sole – 3° Premio DANIELA FRATTI (Ferrara) con La guaritrice e il nuovo mondo – 4° Premio CLAUDIO BIANCHETTI (Bolzano) con IRONTA pazzo per Victor – 5° Premio GIUSEPPE MAGNARAPA (Roma) con Sinceramente vostro – Premio della Critica BRUNO RUSSO (Cerveteri) con Il miracolo della farfalla – Premio della Giuria CLAUDIO PULICATI (Roma) con Il viaggio di Brian White – Premio Eccellenza PATRIZIA FERRANTE (Rovigo) con Sulle ali della vita – Premio Eccellenza MORENO PO (Bondeno Fe) con 1842 – Premio Eccellenza FEDERICA DONÀ (Rosolina) con Mareducato – Premio Eccellenza ANTANI & MASCETTI (Rovigo) con Le eredità del male – Premio Alto Merito SERGIO GNUDI (Ferrara) con La vita che verrà – Premio Alto Merito FABRIZIA AMAINI (Correggio RE) con La Cà di pom – Premio Alto Merito MILENA ERCOLANI (R.S.M.) con La coda della lucertola – Premio Alto Merito GIOVANNI RATTINI (Padova) con 20 di guerra.
TEATRO: 1° Premio CLAUDIA PALOMBI (Montegrotto Pd) con monologo Santa è strega – 2° Premio RODOLFO ANDREI (Roma) con atto unico Una donna – 3° Premio MARGHERITA FLORE SATTA (Firenze) con monologo Brividi – Premio della Critica MARIANGELA LANDO monologo dedicato a Sara Coleridge – Premio della Giuria DILETTA PAVANATI (Rovigo) con monologo Tochi de carta – Premio “Brunello Gentile” LUISA NADALINI (Verona) con racconto teatrale L’attesa – Premio Eccellenza TOMMASO CARUSO (Marcon Ve) con monologo Il triangolo – Premio Alto Merito NUCCIA VENUTO (Rovigo) con Anca i àngei.
SAGGISTICA: 1° Premio ANDREA ANTONIOLI (Cesena) con I grandi personaggi che hanno cambiato l’Italia del medioevo – 2° Premio BRUNO PAMFILI (Torino) con La Sindone e i Savoia – 3° Premio Gen. FABIO PALLADINI (Rovigo) con Il mulo L’ibrido alpino – 4° Premio ALESSANDRA ANTONELLI – SIMONA BALISTRERI (Roma) con La Gabbia – 5° Premio PAOLA VOLPE (Ferrara) con Il cielo parla – Premio della Critica IDOLO HOXHVOGLI (Porto San Giorgio – Fermo) con La comunità dei viventi – Premio Alto Merito ANGELO PARATICO (Verona) con Leonardo da Vinci-
POESIA Inedita: 1° Premio VideoPoesia ANTONELLA BERTOLI (Villadose) con Aisha e le sirene – 1° Premio GIANNA PATRESE (Rovigo) con In volo di colombe – 2° Premio MICHELE ZARAMELLA (Pd) con Colpevoli verità – 3° Premio poesia MAURO FURINI (Bagnolo di Po) con Un uomo – Premio della Critica MASSIMO D’AMBROSIO (Rovigo) con È – Premio “Brunello Gentile” LAURA VIARO (Lendinara) con Il tuo amore per me – Premio Alto Merito FLAVIA ALTIERI (Rovigo) con Una lettera per te – Premio Eccellenza ORNELLA LAZZARIN (Chioggia) con Omaggio a Venezia
Quando morì, a Roma, il 1° gennaio 2017, in pochi ricordarono l’arcivescovo di Gerusalemme, Hilarion Capucci. Nato il 2 marzo 1925, nella città siriana di Aleppo, il suo nome di battesimo fu George Capucci. Suo padre, Bashir, morì quando aveva solo cinque anni. Sua madre, Chafika, divenuta vedova a venticinque anni, fu costretta a crescerlo da sola con i due fratelli. Capucci è una figura ancora ricordata con grande nostalgia dai libanesi e con un enorme rispetto in tutto il mondo arabo, mentre per gli israeliani fu un terrorista (come Gesù Cristo…). La casa editrice veronese Gingko pubblica le sue memorie, intitolate “Nel Nome di Dio” che restarono chiuse in un cassetto, a partire dagli anni Settanta, a causa della proibizione da parte del Vaticano di pubblicarle.
Nel 1974, Israele accusò l’arcivescovo cattolico greco-melchita, Hilarion Capucci e titolare dell’arcieparchia di Gerusalemme, di avvalersi della sua immunità diplomatica per contrabbandare armi per i fedayn palestinesi in Cisgiordania e per il suo amico Yasser Arafat. Questa accusa fu accettata da Capucci, ma sostenne che i veri terroristi erano gli israeliani e si fece condannare a 12 anni di carcere duro. Ne scontò solo tre, senza cedimenti e, grazie all’intercessione di Papa Paolo VI presso al presidente israeliano Ephraim Katzir, contro alla sua volontà, venne rilasciato. Poco dopo la scarcerazione e il trasferimento a Roma, Capucci fu raggiunto da due suoi vecchi amici, i giornalisti libanesi Sarkis Abu Zeid e Antoine Francis, i quali gli chiesero di collaborare alla stesura di una biografia, che avrebbe raccontato le sue eccezionali imprese e il suo grande coraggio. Capucci accettò e, in una serie di interviste registrate nel 1979 presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, ripercorse con dovizia di particolari le vicende salienti della sua vita e il calvario patito da prigioniero nelle prigioni israeliane. L’arcivescovo di Gerusalemme raccontò in un modo estremamente franco le proprie esperienze. Con modestia e senza spirito di rivalsa, condivise con i due giornalisti tanto le sue frustrazioni quanto i suoi successi. Raccontò i fatti il più obiettivamente possibile. L’unica condizione che pose fu che gli intervistatori gli consentissero di visionare il manoscritto prima della pubblicazione, cosa che di fatto avvenne. Verso la fine del 1979, una casa editrice francese accettò di pubblicare il libro con il titolo “L’Archevêque Revolutionnaire”. Poco prima della sua pubblicazione, tuttavia, Capucci cambiò idea e chiese ai due giornalisti di sospendere l’uscita, adducendo non meglio precisate motivazioni che esulavano “dalla sua volontà”.
Gli israeliani lo avevano rilasciato a patto che non mettesse mai più piede a Gerusalemme e in altri paesi arabi e non facesse dichiarazioni a loro contrarie, ma Capucci continuò senza paura il suo attivismo e dopo aver partecipato a una riunione del Consiglio Nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina tenutasi a Damasco nel 1979, la sua fama esplose in tutto il mondo. Si recò nei punti più caldi del pianeta per offrire i propri servigi. Il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran e sequestrarono più di cinquanta cittadini americani, dall’Incaricato d’affari ai membri più giovani dello staff. Tennero in ostaggio i diplomatici statunitensi per 444 giorni. Durante la crisi, Capucci si recò a far visita più volte agli ostaggi e operò da intermediario per negoziare un accordo per il loro rilascio, il quale poi andò in fumo solo all’ultimo istante a causa di una fuga di notizie diffuse dalla stampa francese. Tuttavia, riuscì a ottenere il rilascio dei cadaveri dei soldati americani che erano rimasti uccisi in seguito del fallito tentativo di salvataggio dei diplomatici. Per quel suo prezioso intervento, Cappucci ricevette una lettera di ringraziamento da parte del presidente americano Ronald Reagan. Le buone relazioni di Capucci con i leader arabi gli davano un netto vantaggio su qualunque altro mediatore. Nel 1985, grazie all’aiuto dei siriani, ottenne il rilascio di un ostaggio francese tenuto prigioniero a Tripoli, in Libia. L’anno seguente si presentò a Parigi per offrire il proprio aiuto dopo una serie di attentati dinamitardi portati a segno da un gruppo di estrema sinistra, chiamato Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi e mediorientali. Georges Ibrahim Abdallah, presunto leader della guerriglia libanese, era tra i prigionieri di cui il gruppo terroristico chiedeva il rilascio. A Capucci venne concesso di far visita ad Abdallah in carcere, nel tentativo di indurre il gruppo a porre fine alla violenta campagna di sangue. L’arcivescovo fu l’unica persona che le autorità francesi autorizzarono a entrare in contatto con Abdallah. Nel 1990, Capucci si recò a Baghdad per intercedere per il rilascio di sessantotto italiani. Gli italiani erano tra le centinaia di occidentali a cui il governo di Saddam Hussein aveva impedito di lasciare l’Iraq, in seguito dell’invasione del Kuwait di quell’anno. L’arcivescovo fu tra i pochi politici, personaggi pubblici di spicco e pacificatori a cui Saddam permise di entrare nel Paese. Gli stretti contatti di Capucci con gli alti funzionari dell’Iraq assediato diedero i loro frutti nel 2000, quando egli guidò una delegazione anti-sanzioni in Iraq. Affiancato da un gruppo di religiosi e di intellettuali italiani, Capucci si recò a Baghdad dalla Siria con un volo umanitario autorizzato dal Comitato per le Sanzioni delle Nazioni Unite.
Capucci criticò aspramente i Bush, padre e figlio, per l’aggressione all’Iraq, dicendo: “Mandare bombardieri a distruggere un intero Paese e seminare la morte in mezzo a un popolo già in agonia, in nome di Dio, è la più grande offesa commessa contro Gesù Cristo, e la più terribile maledizione lanciata contro la Pace e l’Amore di Cristo. Questo perché la Pace, per noi cristiani, è una Persona: la Persona di Cristo. Gesù Cristo è la vittoria della pace e dell’amore. L’insopportabile visione del popolo iracheno sofferente è Cristo sulla croce. Ma vi è qualcosa di ancora più grave: i giovani allevati sotto le sanzioni in un paese distrutto dalle bombe hanno menti soffocate dall’odio, non hanno più nulla da perdere, e sono pronti a ogni tipo di vendetta. In un Paese arabo dove l’armonia reciproca tra cristiani e musulmani è stata un modello, le bombe vengono piazzate nelle chiese e decine di migliaia di cristiani fuggono all’estero. E a essere rapiti sono persino i bambini dei cristiani iracheni. Prima dell’invasione dell’Iraq, la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani era un esempio. Ora è stato sostituito da un incubo. La guerra contro l’Iraq ha mandato in fumo anni di dialogo con l’Islam, ha fornito nuovi pretesti agli estremisti islamici e ha alimentato la discordia tra il mondo arabo e l’Occidente.”
La previsione di Capucci, secondo cui la distruzione dell’Iraq avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora, si avverò in Siria. Temendo il peggio per la sua patria, Capucci respinse come infondate e controproducenti le rivendicazioni occidentali contro Bashar al-Assad, e compì ogni sforzo per far conoscere una verità documentata. L’impatto della guerra sull’unità e sul delicato tessuto sociale del Paese, nonché le sue ripercussioni sui rapporti tra musulmani e cristiani e sul destino del cristianesimo nella regione, erano tornate di nuovo a tormentarlo, così la sua risposta fu tipica del suo carattere: fece la spola tra Roma e Damasco per offrire il suo sostegno morale, partecipò a manifestazioni pubbliche contro alla guerra, apparve in televisione e su altri media, e incontrò i capi di Stato per scongiurare la guerra o per fare pressione affinché il conflitto si risolvesse.
A Gerusalemme, Capucci aveva trasportato munizioni e armi, anche i due razzi Katjuša che furono ritrovati nei boschi antistanti al King David Hotel, al tempo dell’incontro del Segretario di Stato americano Henry Kissinger con i governanti di Israele. I due razzi non erano partiti a causa di un errore tecnico. I giovani arabi che avrebbero dovuto prepararli al lancio li avevano posizionati in un’area boschiva di fronte all’hotel, puntandone uno verso il Muro del Pianto. Senonché, li avevano installati troppo in fretta e, prima di concludere il lavoro, avendo scorto un uomo che giungeva nella loro direzione sul dorso di un mulo, avevano accelerato ancora di più le manovre per dileguarsi in fretta. Se Kissinger fosse saltato in aria, questo avrebbe certamente cambiato le cose su vari teatri mondiali e creato un immenso imbarazzo a Israele.
Ecco cosa Capucci racconta di quell’episodio: “Gli israeliani, dopo aver scoperto le due valigie di pelle che contenevano i razzi me le portarono e mi chiesero: ‘Le riconosce?’. Avrei potuto negare ogni coinvolgimento, ma dissi: ‘Sì, le riconosco’. E infatti, avevo introdotto clandestinamente i Katjuša a Gerusalemme, ma nutrivo sentimenti contrastanti in merito, durante l’interrogatorio. Da un lato, ero spinto dal Vaticano a negare ogni accusa contro di me. Dall’altro, mi chiedevo: perché mai dovrei negare queste accuse visto che non mi sento in colpa? Quello che ho fatto è un diritto sancito da tutte le leggi, specialmente quelle ecclesiastiche. È il diritto all’autodifesa. Pertanto, non negai quello che avevo fatto perché lo consideravo un mio dovere. Del resto, non avevo piazzato dei missili negli uffici di El Al Airlines a Parigi o a Monaco di Baviera, ma a Gerusalemme, all’interno del territorio che Israele aveva usurpato. Considero ancora oggi la mia azione quale un diritto giustificato e un’azione legittima, destinata all’autodifesa… e allora ritenni di non dover rinnegare le mie idee.”
Pochi giorni dopo la sua morte, la Siria volle premiare la sua costante lealtà. E il 7 febbraio 2017, onorò la sua memoria con una messa commemorativa al Patriarcato cattolico-melchita della “Nostra Signora della Dormizione”, a Damasco. Il ministro di Stato per gli affari presidenziali, Mansour Azzam, partecipò alla messa, su direttiva del presidente Bashar al-Assad.
A Napoli abbiamo notato dei manifesti che commemorano le Quattro Giornate di Napoli, quando alcuni napoletani e militari del Regno d’Italia rifiutarono di arrendersi ai tedeschi che stavano occupando la Penisola.
Dato che sotto si trova il nome del sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi e dello scrittore Maurizio De Giovanni, gli estensori del manifesto avrebbero dovuto fare più attenzione, informandosi meglio.
L’armistizio di Cassibile, che prevedeva la resa incondizionata del Regno d’Italia agli Alleati fu firmato il 3 settembre 1943 (non l’8 settembre come scrivono nel manifesto) dai generali Giuseppe Castellano e Walter Bedell Smith. Questo divenne pubblico solo l’8 settembre del 1943.
Lo sbarco degli alleati a Salerno avvenne il 9 settembre 1943, dunque non è possibile che Hitler abbia ordinato la distruzione di Napoli appena saputo dello sbarco di Salerno, non essendo Napoli ancora insorta. Le Quattro giornate di Napoli si svolsero dal 27 al 30 settembre 1943.
Chongquin è una megalopoli da 30 milioni di abitanti, e al tempo della Seconda guerra mondiale fu il centro del comando del Generalissimo Chang Kaishek, a causa della sua particolarità di essere circondata da montagne e con molti giorni di nuvole e pioggia, questo la metteva al riparo dagli arei dell’invasore giapponese. C’ero stato circa trentacinque anni fa per visitare una fabbrica dove erano stati impiantati dei nostri macchinari tessili, ma da allora è cambiato tutto.
La megalopoli si è sviluppata moltissimo negli ultimi quarantanni, sia a livello industriale che culturale, molti giovani cinesi hanno studiato all’estero e poi, ritornano a casa, hanno portanto con se interessi e passioni.
Ecco perché hanno deciso di costruire una libreria che ricorda un po’ quella del monastero del Nome della Rosa scritto da Umberto Eco. Inaugurata nel 2021, nel pieno della epidemia di Covid, oggi è diventata uno dei fiori all’occhiello della città.
Con una superficie di 1.400 metri quadrati, la libreria Chongqing Zhongshuge si sviluppa su due piani e ospita un’area di lettura, una sala di lettura per bambini e un’area per il tempo libero.
La libreria presenta scale a chiocciola e soffitti a specchio, che riflettono il terreno sfalsato di Chongqing e creano un ambiente magico e irreale. L’elemento visivo più evidente della libreria sono gli scaffali sparsi e torreggianti che assomigliano a coperture di lampade, che fanno sentire le persone in un accogliente studio privato sotto auna luce calda, proiettata dall’interno dei paralumi.
Accompagnata da uno stile europeo retrò, l’area di lettura adotta un design a forma di arco, che ricorda anche la topografia montuosa di Chongqing. Gli scaffali pieni di libri sono persino appesi al soffitto! I libri sono esposti in base all’autore e all’editore, in modo che il lettore possa trovare facilmente e rapidamente i propri preferiti.
La sala di lettura per bambini ha un aspetto affascinante. Il progettista ha decorato quest’area con lo scenario unico delle montagne e della città di Chongqing. Coinvolge i piccoli lettori con colori ricchi e forme astratte esagerate. Inoltre, c’è un’area particolare per i libri su Chongqing, per aiutare i lettori a comprendere meglio la sua storia.
Per chi fosse interessato a visitarla, ecco l’indirizzo:
Premio “Lord Byron Porto Venere Golfo dei poeti” nel Bicentenario della morte di Lord Byron.
Terzo premio assegnato ad Angelo Paratico per l’opera “Mussolini in Giappone” edito da Gingko Edizioni di Verona, per la sezione narrativa edita.
George Gordon Byron, 6th Barone Byron, FRS (22 gennaio 1788 – 19 Aprile 1824 a Missolungi, in Grecia).
Fu un letterato inglese e una delle maggiori figure del romanticismo europeo. Viene considerato uno dei più importanti poeti inglesi di tutti i tempi. Una volta si diceva “inglese italianato, diavolo incarnato” e lui interpretò bene quel ruolo. Fu uno degli uomini più ricchi della sua epoca e passò molti anni in Italia, che riteneva la sua vera patria. Morì combattendo per la libertà greca, lottando contro all’oppressore turco.
Il presidente del Senato passeggia per Roma tenendo sottobraccio il libro di Angelo Paratico “Mussolini in Giappone”
Ernesto Teodoro Moneta (Milano, 20 settembre 1833 – Milano, 10 febbraio 1918) vinse il Premio Nobel per la pace nel 1907. Ma pochi lo sanno e pochi lo conoscono. Nacque in un’antica e aristocratica famiglia milanese, già Capitanei di Porta Romana e titolari della Zecca di Milano. Da lì il cognome. Fin da giovane si batté per l’indipendenza dell’Italia: lo troviamo, infatti, appena quindicenne, a combattere sulle barricate, durante le Cinque giornate di Milano, insieme al padre e ai fratelli. In quell’occasione, vide morire tre giovani soldati austriaci, che spirarono vicino a lui. Partecipò agli eventi bellici del Risorgimento: dal 1848 al 1849 e poi dal 1858 al 1866.
Dopo gli studi alla Scuola militare di Ivrea, fu volontario nel 1859 nei Cacciatori delle Alpi e seguì Garibaldi nell’impresa dei Mille dove fu ufficiale di stato maggiore del generale Giuseppe Sirtori di cui divenne aiutante di campo. Rimasto nell’esercito regolare nel 1861 con il grado di sottotenente, partecipò alla sfortunata battaglia di Custoza (1866). Disilluso e amareggiato, interruppe la carriera militare per ritornare alla vita civile e dedicarsi alla politica e al giornalismo. Nel 1867 con due suoi amici rilevarono il giornale Il Secolo, fondato nel 1866 da Edoardo Sonzogno. Inizialmente Moneta collaborò come critico teatrale per poi diventare direttore della testata nel 1869. Ricoprì quel ruolo sino al 1896. Resosi conto che l’eccesso di nazionalismo portava alla guerra, si dedicò a studiare i movimenti pacifisti, pubblicando vari libri sull’argomento.
Nel 1887 fondò l’Unione lombarda per la pace e la Società per la pace e la giustizia internazionale. Nel 1890, con “La Vita Internazionale” da lui fondato, il suo impegno assunse un respiro cosmopolita che lo proiettò su uno scenario europeo.
Nel 1906 programmò e costruì un Padiglione per la pace all’esposizione internazionale di Milano, durante la quale condusse come Presidente il 15º Congresso Internazionale sulla Pace. Nel 1907 ricevette il premio Nobel per la pace insieme con il giurista francese Louis Renault. Nonostante il suo pacifismo si espresse a favore dell’intervento italiano in Libia del 1912 e per l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. Per questi motivi alcuni pacifisti europei chiesero che gli fosse sottratto il premio Nobel, ma non ebbero successo.
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