A Livorno nacque lo Stato d’Israele

A Livorno nacque lo Stato d’Israele

Montefiore

 

 

(Angelo Paratico) Pochi sanno che fu un livornese il vero iniziatore dello Stato d’Israele. Si chiamava Mosè Montefiore e nacque a Livorno il 24 ottobre 1784 e morì a 100 anni a Ramsgate, il 28 luglio 1885. Suo nonno, Vito Montefiore, pure livornese, stabilì una base a Londra nel 1740, fondandovi una banca.

L’opportunità di creare uno Stato ebraico in Palestina venne avanzata da un antenato di Winston Churchill, il colonnello Charles Churchill, in quale ne parlò a Moses Montefiore, invitandolo a darsi da fare. Quattro anni dopo un inglese di nome George Gawler, reduce di Waterloo e poi governatore dell’Australia del sud scrisse un libretto per suggerire la creazione di uno stato ebraico per contrastare la Turchia. Fu Gawler che spinse Montefiore a promuovere la creazione di villaggi ebraici in Palestina, cosa che fece con grande spesa e molto entusiasmo.

Gli sforzi del livornese Montefiore, ormai naturalizzato cittadino britannico, ebbero successo e il sultano turco, signore di quelle terre, emise un editto che autorizzava gli insediamenti ebraici. Montefiore non perse tempo e acquistò dei terreni agricoli sia a Giaffa che a Gerusalemme. Nel 1860 vennero aperte delle Case Montefiore a Gerusalemme, fuori dalle mura della città per ospitare ebrei poveri.

 

Alla morte di Montefiore il compito di creare uno stato ebraico in Palestina venne raccolto da un avvocato viennese di nome Theodor Herzl, che era sempre stato favorevole all’assimilazione dei suoi confratelli ebrei ma cambiò idea quando fu aggredito in strada, senza motivo a parte il suo aspetto, da un gruppo di antisemiti. Cominciò a propagandare uno stato ebraico in Palestina, ma all’inizio pure i suoi confratelli gli davano del pazzo, finché nel 1897 organizzò il primo congresso sionista a Basilea e stabilirono che il loro fine ultimo sarebbe stato la creazione di Israele.  Nel 1917 Chaim Weizman riuscì a convincere il governo britannico a un proclama antiturco, uno stato che combatteva al fianco della Germania, nella quale esprimevano il benestare alla creazione di uno stato ebraico. Questo documento si chiama Dichiarazione di Balfour dal nome dell’allora ministro degli esteri britannico. La dichiarazione Balfour fu poi inserita all’interno del trattato di Sèvres, che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito. Il documento è tuttora conservato alla British Library.

L’8 maggio 1945 si concluse la Seconda guerra mondiale in Europa e gli ebrei si riversarono in Palestina. Ci furono scontri con le autorità britanniche e con gli arabi. A Londra, i giornali e il parlamento sostenevano che la Palestina andava divisa in uno stato ebraico e uno arabo. Ma il generale della Lega Araba, Azzam Pasha, disse che questo non sarebbe stato mai tollerato.

Il 29 novembre 1947 l’Onu passò una risoluzione, la 181, in cui si stabiliva che si sarebbe creato un minuscolo stato ebraico, senza Gerusalemme. Votarono a favore USA, URSS, Australia, Francia e Olanda e contro tutti gli stati a maggioranza musulmana, con l’India e la Grecia.

Quando si seppe del voto all’ONU scoppiarono tafferugli e molti ebrei vennero trucidati. Ma questi reagirono e riuscirono a reggere, pur accusando 6000 morti fra civili e militari. Il risultato fu che il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato d’Israele.

Una eroica ausiliaria veronese. Giovanna Deiana (1926-2012)

Una eroica ausiliaria veronese. Giovanna Deiana (1926-2012)

Nata a Roma, nel 1926, da genitori sardi originari di Pattada. Nell’agosto del 1940 il padre che era impiegato alla Questura, fu trasferito a Verona con tutta la famiglia di ben 7 figli. A Verona Giovanna si iscrisse all’Istituto Magistrale “Montanari”. La domenica del 20 ottobre, nel primo pomeriggio aveva partecipato ad una adunata del partito in Piazza dei Signori, oratore il Federale Bonamici. Durante la notte avvenne la tragedia, così la raccontò Deiana: “Sono cieca dal 21 ottobre del 1940 a causa di un bombardamento. Il nemico arrivò di notte. La casa fu colpita. Si sollevò una vampata di calore e io mi lanciai sui miei fratelli. Salvai il mio Aldo e la mia Piera e feci scudo con il mio corpo. Le schegge mi colpirono gli occhi e tutto divenne nero. Mi fu data la Medaglia d’Argento al Valor Civile”.

Achille Beltrame disegnò il momento più drammatico della mia storia sulla copertina della domenica del Corriere. Qualche tempo dopo il Partito mi offrì un soggiorno a Roma nel collegio Littorio, alla Camilluccia e li incontrò Mussolini: “…L’incontro con Mussolini durò dieci minuti. Gli porsi un mazzo di fiori e lui ebbe parole dolcissime per me: “Coraggio bambina…” mormorò. Mi baciò proprio sulla guancia destra. Mi fece tante domande, Che cosa facevo? Avevo ripreso i miei studi alle Magistrali? Soffrivo? “Vedrai con gli occhi dello spirito” mi rassicurò”. Deiana, pur ancora adolescente e non vedente, visse drammaticamente le giornate del 25 luglio e dell’8 settembre del 43, scontrandosi in maniera molto dura anche con i genitori: “L’8 settembre mi ero subito schierata con lui. Mi era sembrato cosa vile l’armistizio. Avevo bollato definitivamente i Savoia. Io, Giovanna, figlia di gente sarda che aveva avuto sempre il culto della monarchia. Il 25 luglio all’arresto di Mussolini, mamma ed io avevamo litigato con parole dure”. Ma a Giovanna non è sufficiente schierarsi con la RSI e con Mussolini. Appena diciottenne e pure cieca, vuole essere parte attiva in quest’ultima e drammatica avventura del fascismo. Ascoltata una trasmissione radiofonica dell’EIAR annunciante che le donne potevano fare qualcosa di più che visitare le caserme o assistere i soldati feriti, scrisse una lettera alla “Voce del partito” affermando che voleva contribuire all’ impegno del partito malgrado la sua cecità. Arrivò una risposta da parte del Comando Generale dell’Opera Balilla. L’offerta era molto apprezzata, ma poteva dare la collaborazione solo scrivendo per il giornale dei giovani fascisti. La delusione fu enorme: ”Eh, no! Mi sentii umiliata. Mi sentii dimenticata anche da Mussolini. Cieca e inutile per il nuovo fascismo che si batteva disperatamente. Inutile per il Duce!”. Ma Giovanna non si rassegna. Un giorno incontra a Verona il Presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, il cieco Carlo Borsani MOVM. Gli confessa di soffrire di non poter dare di più alla Patria. Borsani gli suggerì di andare a parlare personalmente con Mussolini. Il 30 settembre del ‘44, con una automobile messa a disposizione dal Federale di Verona e accompagnata da una dirigente del Partito si reca da Mussolini. Ed ecco la descrizione dell’incontro: ”Mussolini ci aspettava davanti alla sua scrivania e, appena entrate. Scusate, scusate se vi ho fatto aspettare ripeteva. Ricordo le sue mani che stringevano le mie per tutta la durata dell’incontro. Chiese:” che cosa posso fare per te?”. Mi dava del tu. “Duce, io voglio fare l’ausiliaria come desiderano tutte le ragazze d’Italia”. “tutte? Ma tu sei cieca Deiana. ”Quando alla Patria si è dato tutto, non si è dato troppo”. Disse:” Bene, bene, parlerò domani al Generale Nicchiarelli vedremo come si può risolvere il tuo caso”. Dopo qualche mese la Comandante Provinciale di Verona, Elena Renzi, le comunicò che a fine gennaio sarebbe dovuta partire per Como, sede Comando Generale del Servizio Ausiliario Femminile (SAF). Deiana si presentò alla Comandante del SAF Generale Piera Gatteschi che così descrisse l’incontro: ”…Giovanna, una ragazza di 22 anni, rimasta cieca in un bombardamento. Si era fatta accompagnare dalla sorella più piccola. “Come faccio a prenderti? Sei cieca! “Vi supplico! Non costringetemi a tornare indietro. Non distruggete la mia speranza”. Non voleva arrendersi alla sua disgrazia, voleva sentirsi viva, utile”. Il risultato fu che Deiana fu accolta. Frequentò il corso “Fiamma” del SAF, conseguì poi l’attestato di marconista, specializzandosi in aerofonia, utile per captare in anticipo il rumore delle formazioni aeree nemiche in arrivo. Fu poi assegnata ad una batteria contraerea della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). Il mattino del 23 aprile del 1945, la Comandante Generale Piera Gatteschi, ordinò a Deiana di andare a Lecco presso l’ospedale dell’Ordine di Malta. Rimase lì sino al 4 maggio, poi si rifugiò a Milano dalle Canossiane. Non poteva certo, malgrado la guerra fosse finita, ritornare a Verona, dove la sorella Piera, anche lei Ausiliaria, era stata dileggiata e rapata a zero.

Il 30 luglio del ‘45, il fratello Aldo, appena quattordicenne, dopo essere stato massacrato di colpi, fu scaraventato nel fiume Adige dai partigiani, reo di essere stato la mascotte della Brigata Nera locale. Pur tuttavia Giovanna riuscì a superare i traumi della guerra e del primo dopo-guerra. Riprese gli studi e si laureò. Insegnò per tanti anni materie letterarie. Si sposò due volte, ma non ebbe figli, considerò questa una disgrazia. Sempre molto attiva e presente nell’ associazione culturale che raggruppava le ausiliarie (ACSAF), ne fu anche Presidente. Difese gli ideali in cui aveva fermamente creduto e tali valori voleva trasmettere alle giovani delle nuove generazioni. Conservò sino alla fine una visione positiva della vita. Era solita dire: ”La vita mi ha dato tanto amore”.

Morì a Roma il 15 aprile del 2012.

Dislocazione dell’oggetto

Dislocazione dell’oggetto

(Emanuele Torreggiani) L’Affaire Leoncavallo, Milano, nella sua pochezza risuona a magistrale sinfonia propagandistica. In breve, stabile privato occupato da decenni, i proprietari, l’immobiliare Orologio del gruppo Cabassi, già risarciti dal ministero degli interni con tre milioni, hanno richiesto la disoccupazione e così è accaduto. A breve, nelle prossime giornate, sarà sgombrata CasaPound sita in Roma: pari patta. La proprietà di CasaPound è del demanio: lo Stato. Più o meno le spese milionarie che paga Pantalone si equivalgono. Equivalenza economica ma non politica. Il primo cittadino di Milano, ch’è poi il primo sindaco d’Italia, s’è rabbuiato in viso lamentando che non era stato preavvertito. Sarà vero, non si hanno elementi per dubitare di tale squillante lamentazione. Certo è che lo sgombero rumorosamente mass mediatico cade a fagiuolo. Per dirla in toscanità. Disloca l’attenzione pubblica dal nodo in cui l’amministrazione del Meneghin sembrava stritolata tra grattacieli, permessi edilizi, urbanistiche, piani regolatori, tecnici, archistar e soprattutto, soprattutto l’archiacchiappa. Lo sgombero, di cui nessuno subodorava, ma nessuno nessunissimamente nessuno, risuona per l’amministrazione della Cecca, un salutare taglio al nodo gordiano edilizio che rischiava di strangolare il sole dell’avvenire immobiliare che viene salutato da tutti i partiti tutti come appunto il sole dell’avvenire. Tutti i partiti, sono partiti per quell’ultimo piano: attico e superattico. Pertanto, lo sgombero, partito la mattina sul presto è arrivato senza colpo ferire al mezzodì. Così capitan Sala e il suo equipaggio, maggioranza e opposizione medesima ciurma, avendo dislocato l’oggetto di pubblico interesse, navigano in acque tranquille. Ora le diarie sono assicurate sino a fine mandato. Sospirone per tutti. Poi si sa, per mantenere desta l’opinione pubblica sui soprusi del governo, del ministro, si preannunciano sfilate, assemblee, forse digiuni pro Leonka sin dall’imminente settembre, mo’ i post rivoluzionari stanno in ferie. A settembre, con il sole d’autunno che manco fa sudare. Si spaccherà qualche vetrina, si imbratterà qualcos’altro, ma che sarà mai: fare e disfare è sempre un lavorare. Poi, sulla Milano da ripulire dalla feccia umana, la feccia che traccheggia per l’ovunque, in grottesca imitazione dei bravi di Don Rodrigo, ovviamente si tace. E chi non riconosce la feccia per la feccia che è, o è scemo o in malafede. Ma sia. Ipocrisia meneghina. A Roma casa Pound verrà sgombrata in applauso mediatico e finirà lì, non solo perché sono fascisti; quindi, dicendo così s’è detto tutto il male che si poteva dire con male, ma soprattutto perché il sindaco di Roma politicamente conta come Romeo, er gatto del Colosseo. A Roma c’è il Papa, il Presidente, il Presidente del Consiglio, i Ministri e tutto il gran circo massimo del potere più o meno autorevole, ma potere. Dell’amministrazione comunale di Roma non frega niente a nessuno, manco ai romani. In conclusione, gli sgomberi avvengono in ottemperanza ai nuovi decreti e cadono a salvezza e per gli uni e per gli altri che pari sono nell’uso della propaganda. La prossima a Frascati.

Conrad, Eliot, Pound, Coppola, Gaza. Bagatlla per un massacro

Conrad, Eliot, Pound, Coppola, Gaza. Bagatlla per un massacro

 

 

(Emanuele Torreggiani) Tambureggia il cielo, nero, e di là dalle colline squarciato i lampi a spettro sul lago fermo, un bitume. Dalle persiane accostate trapassa la brezza fredda delle Grigne. Il primo sonno è andato. Battono le tre. Scendo, mi preparo il caffè e siedo sotto il portico. Mentre accendo il video e una sigaretta, un raschiare sul pavimento. È arrivato. Fammi almeno bere il caffè. Salta sul tavolo e mi fissa. Occhio che il fumo passivo può darti fastidio. Rientro, dalla dispensa due noci. Ne prende una e se ne va al suo albero, lo sento sfrascare al suo nido, lassù al vecchio castagno centenario, pur sempre govane ogni primavera, il regno vegetale vive un tempo parallelo ma distante dal regno animale; a breve lo scoiattolo ritorna, prende la seconda noce e scompare. Alla prossima notte, se vi sarà secondo il volere di Nostro Signore.

Indosso un trapuntino leggero e prendo a girovagare per le vie del mondo. La luce verde della veglia internet richiama nottambuli. Mi arriva il monologo di Brando in ‘Apocalipse now’, di Francis Ford Coppola. Lui, il colonnello Kurtz, nel cuore della caverna, recita squarci dalla Terra desolata di T.S. Eliot davanti ad uno sgomento, ma perfettamente consapevole, capitano Willard arrivato sin lì, in quel cuore della jungla che poi è il cuore della notte, per ucciderlo.

Batte la lancetta dei secondi al quadrante del Seiko automatico NH 35. Willard è giunto lì per porre fine a quel comando. Una tra le più alte sequenze della storia del cinema, comparabile solo al ‘Settimo sigillo’, la conversazione tra il cavaliere e la morte mente la battigia rumoreggia sulla spiaggia ciottolante del Mare del Nord. Mistah Kurtz, lui morì?, s’interroga T.S. Eliot anni dopo aver letto ‘Cuore di tenebra’ del polacco, naturalizzato britannico, anglosassone di lingua, Joseph Conrad. Una domanda che non ha una risposta. L’archetipo dell’orrore non muore, l’archetipo non muore. Coppola, regista, lo sa; John Milius, sceneggiatore, lo sa; Marlon Brando, attore, lo sa. Ezra Pound che ha rivisto e riordinato e riveduto e corretto ‘La terra desolata’ lo sa. “A coloro che non sanno ciò che significa l’orrore, no, l’orrore ha un volto, e bisogna farsi zmico l’orrore, l’orrore, terrore morale l’orrore, sono i tuoi amici, ma se non lo sono, essi sono nemici da temere, sono dei veri nemici. Ricordo quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini, lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio, più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco, tornammo al campo, erano venuti i vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio, mucchio di piccole braccia, e mi ricordo che ho pianto come una madre, volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quello che volevo fare, e voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo. Mai dimenticarlo. Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito, colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte, e ho pensato, mio Dio! che genio c’è in questo, che genio, che volontà per far questo, perfetto, genuino, cristallino, puro, e così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perché loro la sopportavano, questi non erano mostri, quadri addestrati, uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che sono pieni d’amore, ma che avevano la forza di fare questo, se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui si risolverebbero molto rapidamente, bisogna avere uomini con un senso morale e che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento, perché è il voler giudicare che ci sconfigge”.

Ecco, immagino sia detto tutto.

 

La scomparsa di San Rocco. Solo il suo cane resterà

La scomparsa di San Rocco. Solo il suo cane resterà

 

 

 

 

(Emanuele Torreggiani) Lei è un foresto. Annuisco. Da tanto tempo, le dico.

La vecchia, dallo sguardo penetrante e ilare di antica amatrice, ha bene inteso. Mi parla di là dal ventaglio d’una vezzosa seta azzurra ricamata a punto raso lungo e corto, il monte Fuji, e montata su uno scheletrato d’osso di balena lavorato al traforo, me l’ha portato mio nipote dal Giappone, lavora là e sta bene, molto bene. Annuisco. Sa, lo tengo aperto perché mi stanno facendo il ponte inferiore e mentre parlo, sa com’è, non è un bel vedere. Mi osserva con gli occhi smaliziati di bimba. Che mi scusi, ma come mai è qui? Glielo dico perché mi ha fatto davvero curiosa, un uomo foresto in giacca e cravatta, seduto in panca da solo.

Non ero mai entrato in questa chiesa, signora e cosi sono qui. Me ne sto lì davanti ad un altare del tardo barocco lombardo, imporrito di polvere, in questa piccola chiesa a navata singola, asmatica d’aria. Tra il muro e pavimento il salnitro traccia la fioritura. È la sagra del paese, dedicata a quel San Rocco affrescato in abito da viandante, cappellaccio e vincastro, accompagnato dal fedele cane. In quella entra un ragazzone in maglietta, jeans, sneakers e, infilato al gomito, un berretto da baseball. Dal passante dei calzoni gli pende una catenella, cava un mazzo e rovista tra le chiavi, apre una porticina lignea e n’esce subito reggendo una veste che arrotola con fare consumato lungo il braccio tatuato a cerchio e lo infila in uno zainetto.

“Chiudi poi tu Adele, grazie, il chiavistello è già tirato”. Ci guardiamo senza cenni. È il nostro Don. Caspita, uno sportivo, intendo atletico, prestante. Scollina per tre parrocchie su una bicicletta di quelle elettriche, roba di lusso. Me lo dice in quel mezzo tono che non dovrebbe arrivare a Gesù Cristo che sarà pur lì, perlomeno in transito. No ma gliel’ha regalata il, e mi fa un cognome. Non so chi sia. “Eggià, dimenticavo, lei non è di qua…il”, e ripete il cognome, c’ha una azienda di robe per elettronica, lavora quasi tutto con l’America. E gli ha comprato le bicicletta al vostro Don. Embé sono molto sportivi, sono amici, si intende e comunque sa, adesso va così, in fin dei conti i preti sono sempre uomini, chi più chi meno, se ce la vogliamo dire tutta, non sarà certo… E lascia lì, la vecchia, consapevole che la sodomia è arte.

Ottimo, adesso vado a vedere la fiera. Che mi dia retta, non c’è più niente da vedere. La bancarelle sono tutte uguali, le stesse cose che trova dappertutto, il mangiare anche, che se poi va su al Famila o al Carrefour trova non dico a metà prezzo ma quasi, è così. Ci alziamo. Usciamo sul sagrato dove il muschio abbozzola il ciottolato. Ristagna il greve dell’olio strinato per le frittelle. Per una chiedono cinque euro, ma questi qui sono matti. E dà uno strattone al portoncino simo allo scatto. È da mettere a posto, una qualche volta si rompe, ma chi lo fa? E una volta, quando lei signora Adele era giovane? Eh, una volta. Se le dico che quasi non si dormiva di notte per la festa, già la mattina venivano con i buoi, le vacche, i manzi, i vitelli, gli asini e i cavalli, poi i pecorai e i mazzolari con salami e salsicce e pollivendoli e i formaggiai e quelli dei funghi freschi e secchi e sottolio e quelli degli scampoli, sa cosa sono gli scampoli? annuisco. E i pellai e i vinai. E ce n’era per tutto il giorno e gli stagnari e gli straccivendoli e ce n’era. Ce n’era. Ma adesso chi l’è che non ha queste robe qui. Tutti ce li hanno. E poi quella era una vita di fatica tutti i giorni della vita. E in chiesa non ci crede più nessuno. L’ha visto anche lei, il giorno di San Rocco nella chiesa di San Rocco eravamo dentro in due.

“Io ho ottantacinque anni e posso dire quello che dico. Beh, è venuto anche il Don. Ma sì, l’è venuto a prendere lo zaino. Ormai anche per loro è un mestiere come in Posta in Comune in qualche azienda col cartellino in mano. Ci sarà ancora quelli che ci credono, non discuto, ma non lo so. È finito un mondo. Io ho chiuso e vado a casa. Morta io chi viene qui per aprire e chiudere? Beh, si arrangeranno”.

Ci salutiamo con un cenno. Borse, borsette, cinture, portafogli, scarpe, sandali, ciabatte, pigiami, gonne, camicette… borse, borsette, cinture, portafogli, scarpe, sandali, ciabatte, pigiami, gonne, camicette, formaggi, salumi, uova, verdura e frutta, frittelle e polenta e salsiccia, mandorle e torroni… formaggi, salumi, uova, verdura e frutta, frittelle e polenta e salsiccia, mandorle e torroni… trecento metri. Un vigile beve un sorso d’acqua dalla bottiglietta salutando i vecchi passanti. Picchia il sole, eh Marietto, gli fa uno. E vabbé, ormai è agosto e giù il sole è un bosco. Mi pare fiacca dice un altro. Oramai, è una fiera tutto l’anno. Alla una van via tutti. Ciao. Raggiungo il mio ferrovecchio, cinquecentomila chilometri e rotti all’attivo, mentre batte il mezzodì. Cosa aveva scritto Romano Guardini in “Lettere dal lago di Como”, scritto del 1920, in una lingua raffinatissima che oggi pare greca? Il mondo industrializzato spianerà tutto. Cento anni dopo. Quando scompariranno contadini e artigiani scomparirà la nostra cultura, chiosava così Pier Paolo Pasolini poco prima di andarsene.

E sia.

Bach e il trenino

Bach e il trenino

 

(Emanuele Torreggiani) Dacché il destino l’ha abbandonato alla vedovanza, il mio amico, vive con lo stilema della sua lontana gioventù quando le nostre strade collimarono e ci amammo per quello che noi siamo. In allegoria: egli vive come un barone russo nel gorgo della rivoluzione, indifferente al prossimo piombo. E così, approssimandosi la notte, ci incontriamo sulla soglia di un ristorante dove, malgrado le ventitré battano al – per legge – silenziato campanile, ancora accolgono ospiti. Per educazione antica e severa uno ordina per entrambi. Il soggetto non è il pasto. E ovviamente non può mancare la caraffa di vodka. Ci accompagnano ad un tavolo appartato nella sala, adiacente ad una finestra che noi si possa fumare seduti. Ciascuno di noi ha il suo portacenere da tasca anagrammato. Ordina una fiorentina appena scottata ed estraiamo così le nostre lame, Opinel da sei pollici affilati a rasoio coi quali, in un’alba immersa nella torba del tempo, ci rasammo a secco in un caffè prima di affrontare le nostre occupazioni. Le ragazze dormivano, le avevamo coperte con i nostri cappotti, rannicchiate sui divani a muro. No. Non avremmo mai combattuto per l’Armata Bianca, le truppe del barone nero Pietro Nicola Wrangel, né tantomeno per l’Armata Rossa, pur subendo il fascino, occorre ammetterlo per sincera cronaca, del vessillo rosso disteso, no. Neppure per Lev Trockij che dichiarava di voler morire rivoluzionario, proletario, marxista, materialista dialettico e di conseguenza ateo convinto. Tante definizioni per un uomo solo, soprattutto quel parlare della morte quando si è in vita. Allora, al tempo del nostro noviziato, si era in epoca di stagnazione brezneviana, e quella notte di torba noi coincidemmo alla rivoluzione del principe Myskin quando dichiara, alla diabolica indifferenza con cui l’adulto riveste la sua nudità di cui ormai serba vergogna, che la bellezza salverà il mondo. Quanto risero i nostri commensali, ridevano con l’insolenza dell’imminente cinismo. Eppure, ad un tavolo appresso, una madre sbottonava la camicetta per offrire al suo piccolo il seno che gli andava placando l’appetito e lo condusse così nel sonno. Con le mani aperte il mio amico diresse la platea ghignante a quell’icona permanente di concreta bellezza e disse che le parole di Myskin per nulla erano una iperbole. Ma la realtà. La realtà che si impone. La realtà di questo nostro mondo. Sacro, egli disse. Ma sia, sono ormai passati molti e molti anni da quella notte. E non pochi di quei giovani uomini ora sono adulti defunti; quindi, noi si chiede loro il perdono e si tace. Rammentandoli per quello che essi erano: belli e ben fatti nella creta plastica della gioventù che plasma gli anni più disperati e duri e feroci, infine fragili e crudeli. Dunque la notte scorsa recitammo l’eterno riposo e brindammo loro senza dimenticare, sulle quinte della reminiscenza neppure un volto. Le fisionomie sfilavano una appressa all’altro sospinte dal forte vento d’autunno, quasi fossero nubi o foglie o primi fiocchi di neve. Fu in quella che la sala venne attraversata da uno sghignazzo a cachinno. Ci guardammo per un agguato ad arma bianca. Giganteggiava, nello schermo affisso a distraente solitudine degli ospiti, la video clip del trenino con quel a far l’amore comincia tu, tu-tu-tu… richiamando il cameriere noi si gradì la presenza del titolare. Che sopraggiunse. Con ferma cordialità, un tono che non discute, si chiese di cambiare canale di YouTube. Il titolare acconsentì. Apprestammo la connessione trovando le Variazioni Goldberg di Giovanni Sebastiano Bach, nell’esecuzione di Glenn Gould. In quella sala si dispose, sin dalla prima nota pulita, la distensione di un ordine cui noi tutti si appartiene, benché dimentichi. Anche il povero Trockij assassinato in Messico e nulla sapremo ami del suo ultimo pensiero se ala bandiera o al soffio che la smuove. Eccolo, dunque, l’ordine del principe Myskin. Dai tavoli sparsi i commensali si guardarono d’intorno meravigliati nel rivedersi e ritrovarsi. E ripresero un colloquio antico rimasto in sospeso negli anni, mentre Gould suonava sussurrando a bocca chiusa la musica che andava disponendo la perfetta bellezza della realtà. Il nostro mondo. Questo. Uscendo poi essi ebbero cenni di ringraziamento al nostro ristoratore che aveva memorizzato il canale. Noi cenammo nel silenzio dei nostri destini, senza nessun rimpianto del passato, recrimine del presente, angosce per il futuro. Nella sua infinita bontà Dio ci ha dato una morte sola. Ed è bello così. Bello e giusto. Finimmo le nostre sigarette e ci lasciammo con la consapevolezza che ci saremmo rivisti, in questa vita o nell’altra.

La Festa di San Rocco a Quinzano di Verona, ogni anno dalla fine del 1400

La Festa di San Rocco a Quinzano di Verona, ogni anno dalla fine del 1400

I complessi preparativi per questa sagra popolare che si terrà a San Rocco di Quinzano sono ormai giunti al termine. L’organizzatore Giorgio Carli e il suo team di collaboratori, tutti volontari, hanno quasi completato le strutture, le cucine e il palco, sfidando pioggia e sole. L’apertura è prevista per martedì 12 agosto e la festa continuerà sino al 17 agosto. Bisogna ringraziare anche la presidente della II Circoscrizione, Elisa Dalle Pezze, che non ha mai fatto mancare il suo fattivo supporto.
Buona parte del programma è stato raccolto in un elegante libretto, ricco di informazioni, di foto e di ricordi, che si trova a disposizione di tutte le persone interessate, di Quinzano e di Verona. Vorremmo ricordare che Quinzano è la città dove fu creata l’automobile dall’Ingegner Enrico Bernardi. Azzardiamo ora un suggerimento a Elisa Dalle Pezze. Un tempo Quinzano fu comune indipendente, oggi è parte di Verona, ma si potrebbe chiedere ufficialmente di mettere sui cartelli stradali di Quinzano la frase “Casa natale dell’automobile”. Negli Stati Uniti non si sarebbero fatti sfuggire una così ghiotta occasione.
Oltre a tutto il programma generale, in tale libretto si potrà trovare un interessante articolo scritto dalla giornalista Emma Cerpelloni nel quale dirime l’intricata vicenda del nome dell’autore del trittico all’interno della Chiesa di San Rocco, risalente ai primi anni del 1500, giungendo alla conclusione che si tratterebbe di Antonio di Giovanni Badile, nato a Verona nel 1424 o 1425 e che morì prima del 10 maggio 1512. Nel libretto leggiamo che prima dell’attuale chiesa ne esisteva una ancora più antica, dedicata a Sant’Alessandro e che nel 1176 (l’anno della battaglia di Legnano) veniva gestita da una Cecilia di Avesa, superiora del convento agostiniano.
La mattina di sabato 16 agosto, alle ore 10 e 30, verrà assegnato l’annuale Premio San Rocco, che quest’anno andrà al Centro Pastorale Immigrati. E si troverà anche il modo di festeggiare i centoquarant’anni della fondazione della cooperativa Pericoti (1885-2025) da sempre strettamente legata alla chiesa di San Rocco.
Il pittore Giancarlo Molinari alle ore 19 presenterà dei suoi quadri, al piano superiore della chiesa di San Rocco, nota come Sala del Rettore e un tempo scuola e luogo di ritrovo dei quinzanesi. Verranno offerti prelibati piatti e verrà suonata della buona musica offerta dai complessi Juke Box, I Life, Senza fissa dimora, White Room e Mike Way.
Le ultime due pagine del libretto sono dedicate al programma delle Serate Culturali che inizieranno venerdì 13 settembre 2025 e procederanno di venerdì in venerdì sino al 10 aprile 2026. Il livello di queste presentazioni sarà alto e focalizzato sulla storia veronese ma anche con puntate all’estero: Giappone, Panama, antico Egitto, Kirghizistan e via dicendo.

Ogni sera, dalle 19, la cucina del «Brao Cencio» offrirà piatti della tradizione locale, a chilometro zero, con risotto al tastasal, bigoli con ragù di musso, polenta con luccio, carne salà cruda o cotta con contorno di polenta, e grigliate di carne.
Giorgio Carli e i suoi più stretti collaboratori stanno compiendo un’opera eroica organizzando ogni anno questa festa popolare, indifferenti alla fatica e alle pastoie burocratiche, continuano a tramandare le tradizioni dei padri, a creare una comunità di volenterosi, a diffondere conoscenza e amore. Questa è una fortezza di sanità. Questa è il più forte antidoto contro all’onda montante di barbarie e odio che pare sommergere il mondo.

FOTO DI STEFANO RUBELE

 

 

Tutte le foto che seguono sono state scattate da Giorgio Carli

 

 

 

Una vecchia tradizione che durerà per sempre

 

 

Invisibile nella ricca Milano

Invisibile nella ricca Milano

(Emanuele Torreggiani) Nella bituminosa canicola meridiana dove i catrami incollano i tacchi e trasudano oltre il cordolo del marciapiedi, l’uomo, assediato da un nugolo di mosche ronzanti, lunghissimi il fagotto dei capelli oltre la cinta e la barba ancora rossiccia già all’ombelico, si apre la camicia dall’indecifrabile colore, scucita lungo la manica che pencola a braccio monco, purtuttavia di innegabile fattura e stoffa, lino e seta e bottoni di madreperla, e lì, nei suoi calzoni grigi di lana cotta sorretti in vita da una cintura di pelle con fibbia d’argento a forma di testa d’aquila, poggia al suolo la gonfia sacca verdognola che l’accompagna a dimora, al centro del marciapiedi, dove le ragazze vanno e vengono immerse in silenti conversazioni elettroniche e lo scansano all’istante mostrando oltre lo spavento il visibile disgusto, egli prende a esaminarsi il candido petto villoso e, con l’attenzione del suo occhio chiaro, schiaccia, tra l’unghia di pollice e indice, possibili pidocchi, poi si netta le dita sulla stoffa lasciandone un opaco deposito sanguigno. Raccoglie la sacca e riprende il suo passo cadenzato da scarponi di montagna dalla suola liscia, assediato dal nugolo di mosche per le quali mostra sovrana indifferenza. Ancora lo si scorge traversare la via indifferente delle rade auto e dei colpi di clacson, ed eccolo laggiù lungo il viale di platani dove alza il braccio indicando il punto verso ovest, esattamente dove scenderà il sole tra qualche ora, infine si perde ad ogni vista.

Milano, ore 16, Via della Moscova.