Le conseguenze delle truffe fatte dalle Banche Centrali

Tutto quanto esponiamo vien bene spiegato nel libro “Storia delle Banche Centrali” di Stephen Mitford Goodson, Gingko Edizioni.

L’intera farsa del finanziamento da parte delle Banche Centrali e dei governi è in realtà solo una questione di identità contabili. Chi è in perdita può sempre essere ripagato con la creazione di nuovo denaro. Ma la creazione di nuovo denaro non fa altro che inflazionare la valuta, anziché favorire la produzione reale o la crescita economica. Se tutto ciò che abbiamo a disposizione è una macchina per stampare denaro e ogni problema sembra una mancanza di contanti, si utilizzerà la macchina. Pandemia? Stampa denaro! Crisi della catena di approvvigionamento? Ne stampi di più! Crisi energetica? Vapore alle rotative! Il governo è in bancarotta? Inondiamo il mercato obbligazionario con più denaro!

Questa è anche la grande ironia dell’inflazione. Le persone che la vivono si lamentano della mancanza di contanti, non dell’eccesso di contanti. Pensano che i prezzi più alti richiedano più contanti per essere pagati, non che l’eccesso di contanti facciano salire i prezzi.

Storicamente parlando, la “svalutazione della valuta” e la “spirale negativa” a cui si fa riferimento si sono manifestate per la prima volta nei mercati dei cambi. Se l’euro vale meno in dollari da un giorno all’altro, allora deve cambiare qualcosa nell’euro o nel dollaro, piuttosto che il prezzo della spesa. Entrambi sono solo denaro, dopotutto. Ma se il loro valore sta cambiando l’uno rispetto all’altro, questo rivela ciò che sta realmente accadendo. Si tratta di una svalutazione del denaro, non di un aumento dei prezzi delle cose che acquistiamo.

Se è possibile per gli utenti dell’euro detenere dollari per sfuggire all’aumento dei prezzi, allora il male sociale dell’inflazione viene facilmente smascherato. Ci si rende conto di aver corso su una ruota da criceto collegata a una macchina per la stampa di denaro presso la Banca Centrale Europea o il Tesoro, utilizzando la valuta che stampano. Ecco perché i governi odiano gli speculatori. Attraverso i mercati finanziari, i politici e i banchieri centrali sono chiamati a rispondere delle politiche sbagliate nel momento in cui si verificano, o addirittura prima che le conseguenze siano evidenti. Storicamente parlando, se un Paese iniziava a seguire un percorso insostenibile e del tutto sbagliato dal punto di vista fiscale e monetario, la sua valuta crollava rispetto agli altri ed era molto imbarazzante. Questo ha impedito ai politici di farlo. Ma al giorno d’oggi, tutto il mondo sembra perseguire le stesse politiche folli. E quindi le valute non stanno crollando l’una rispetto all’altra. Non nello stesso modo, almeno. Al contrario, abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi degli asset. Le persone devono investire i loro risparmi per sfuggire all’inflazione. Comprano qualcosa, qualsiasi cosa, per non perdere denaro. Gli immobili sono l’esempio migliore, vista la scarsa performance dei mercati azionari da decenni a questa parte. Gli immobili sono diventati inaccessibili, perché vi affluisce molto denaro. Da dove proviene questo flusso di denaro? È l’inflazione delle banche centrali, solo che non la chiamiamo così. Ma alla base di tutto c’è la stessa meccanica. Soprattutto ora che abbiamo quella che voi e io riconosciamo come la solita inflazione. La storia di come si svolge l’inflazione sta diventando così familiare che si pensa che impareremo la lezione ed eviteremo di ricorrere alla creazione di denaro per risolvere i problemi economici. Voglio dire, ricorda quando l’idea del quantitative easing (QE) era un tabù e tutti erano indignati? Ricorda quando pensavamo di avere regole contro il finanziamento dei governi da parte delle banche centrali, a causa delle conseguenze che ciò avrebbe comportato? Oggi, i mercati finanziari e i governi crollano all’idea che non si stampi più denaro… Non è che non abbiamo imparato quali sarebbero state le conseguenze dell’utilizzo della creazione di denaro in questo modo. Storicamente parlando, abbiamo anche imparato nel modo più difficile.

John Maynard Keynes pubblicò il suo famoso “Le conseguenze economiche della pace” nel 1919. Criticava le richieste di riparazioni di guerra contenute nel Trattato di Versailles, alla cui stesura Keynes aveva partecipato come rappresentante del governo britannico. La versione semplice è che le richieste fossero troppo pesanti. E questo fardello alla fine avrebbe portato a… beh, sapete cosa è successo dopo.

Si può confrontare questo episodio con il Piano Marshall, che ha aiutato la ricostruzione dell’Italia e della Germania, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quello ha funzionato abbastanza bene, in termini comparativi. Naturalmente, una conseguenza chiave del Trattato di Versailles fu l’iperinflazione della Germania. Le regioni industriali e carbonifere della Germania, in Occidente, furono occupate dai francesi, e le riparazioni di Versailles dovevano essere pagate in moneta aurea, lasciando ai tedeschi un solo strumento per mantenere il bilancio del governo: stampare denaro. Rinunciare al carbone e all’industria e stampare denaro per finanziare il governo? Sì, sono sicuro che tutto questo suona piuttosto familiare…Ed è proprio questo il punto, ovviamente. Una volta che la posizione finanziaria di un Paese supera un certo punto e inizia a ricorrere alla stampa di denaro per mantenersi finanziato, ci si trova su un pendio molto scivoloso verso il disastro.

Bloomberg spiega il problema che riguarda la Banca Centrale Europea e perché è quella che fa notizia in questo momento, anche se in Italia è passata inosservata:

Nelle prossime settimane, le banche centrali dell’area dell’euro riveleranno le prime perdite significative derivanti da un decennio di stampa di denaro, preannunciando una nuova era di controlli e la prospettiva di salvataggi da parte dei contribuenti.

Quindi le banche centrali stanno perdendo denaro, alla grande. Così male che potrebbero persino aver bisogno di salvataggi da parte dei contribuenti. Un risultato notevole per un’istituzione che crea denaro.

Tuttavia, la BCE ha criticato le carenze monetarie in altri Paesi dell’Unione Europea e le sue stesse regole possono richiedere ai Governi di erogare denaro alle banche centrali nazionali. È anche possibile che la stessa istituzione con sede a Francoforte abbia bisogno di aiuto.

La Bundesbank probabilmente registrerà piccole perdite nel 2022, che saliranno a 26 miliardi di euro (28 miliardi di dollari) nel 2023 se i tassi della BCE rimarranno ai livelli attuali, secondo Daniel Gros, membro del consiglio di amministrazione del Centro per gli Studi di Politica Europea a Bruxelles.

Questo spazzerebbe via i 20 miliardi di euro di accantonamenti per le perdite sui programmi di acquisto di asset, nonché i 5 miliardi di euro di capitale e riserve. Per un’azienda normale, questo potrebbe significare l’insolvenza. Se le istituzioni che tengono a galla i governi e i mercati azionari falliscono, dobbiamo aspettarci una grave crisi, giusto? Non è così, dice Agustín Carstens, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali, una sorta di Banca Centrale Internazionale. Ecco la sua opinione dal suo discorso sull’argomento:

A differenza delle imprese, le banche centrali sono progettate per fare soldi solo nel senso più letterale del termine. Hanno il mandato di agire nell’interesse pubblico: salvaguardare il valore del denaro che emettono, in modo che le persone possano prendere decisioni finanziarie con fiducia. La linea di fondo per le banche centrali non è il profitto, ma il bene pubblico.

Oggi, dopo un periodo straordinario della storia economica, alcune banche centrali stanno affrontando delle perdite. Questo è particolarmente vero se hanno acquistato attività come obbligazioni e altri titoli per stabilizzare le loro economie in risposta alle recenti crisi. Molte non contribuiranno alle casse dello Stato per gli anni a venire.

Questo significa che le Banche Centrali non sono solide? La risposta è “no”. Le perdite non mettono a rischio il ruolo vitale svolto da queste istituzioni, che possono e hanno operato efficacemente con perdite e patrimonio netto negativo.

Questo è abbastanza corretto. Le banche centrali sono meglio considerate come operanti al di fuori dell’economia. Spingono il denaro dentro e fuori l’economia per gestire l’inflazione. Ciò che accade nel loro bilancio e nel conto economico non ha importanza. Ma anche Carstens non ha potuto evitare di dire che l’imminente insolvenza delle banche centrali ha davvero molta importanza, dopotutto. Usa un gioco di prestigio così sfuggente da sorprendere persino Mandrake.

Anche i governi hanno un ruolo da svolgere di fronte alle perdite delle banche centrali di oggi. Poiché queste istituzioni sono in ultima analisi sostenute dallo Stato, la fiducia nel denaro richiede finanze pubbliche solide e una buona gestione finanziaria. Quindi il suo argomento è che l’insolvenza delle banche centrali non è importante, perché i governi le salveranno comunque.

Riuscirà l’Europa Unita a sopravvivere fino 2024?

Nel 1970 in Russia uscì un libro che fu poi tradotto in tutto il mondo. L’autore era Andrej Alekseevich Amalrik (1938-1980), un dissidente sovietico, e il titolo di quel piccolo testo era “Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?” Amalrik aveva previsto il crollo dell’Unione Sovietica già dal 1980, ma poi la tentazione di quel orwelliano di “1984” si rivelò troppo forte per resistere.

Secondo Amalrik, e cito le sue stesse parole: “Qualsiasi Stato costretto a dedicare così tante energie al controllo fisico e psicologico di milioni di suoi sudditi non potrebbe sopravvivere all’infinito”. Egli paragonava tale Stato a un soldato che punta un fucile contro un nemico per molto tempo: alla fine le sue braccia, sotto al peso del fucile, si stancheranno e il nemico potrà fuggire. Poi aveva aggiunto che: “L’isolamento non solo ha separato il regime dalla società, e tutti i settori della società gli uni dagli altri, ma ha anche messo il Paese in estremo isolamento dal resto del mondo. Questo isolamento ha creato per tutti – dall’élite burocratica ai livelli sociali più bassi – un’immagine quasi surreale del mondo e del proprio posto in esso. Tuttavia, quanto più a lungo questo stato di cose contribuisce a perpetuare lo status quo, tanto più rapido e decisivo sarà il suo crollo, quando un confronto con la realtà diventerà inevitabile”.

Le previsioni di Amalrik sulle cause della definitiva disgregazione dell’Impero sovietico furono però imprecise e insufficienti. Secondo il suo libro ci sarebbe stata una guerra disastrosa contro la Cina – che in effetti fu sfiorata ma fortunatamente evitata – e poi gli antagonismi etnici all’interno della Unione delle Repubbliche Socialiste avrebbero fatto il resto. Non tenne in sufficientemente conto l’economia e le spese insostenibili durante la corsa agli armamenti contro agli Stati Uniti d’America, un fattore che alla fine si rivelò il vero killer del gigante sovietico.

All’inizio, l’opera di Amalrik fu scambiata per un racconto distopico, molto simile a 1984 di Orwell, e non fu interpretata come un serio lavoro di previsione politica da parte di un intellettuale lungimirante e che conosceva bene il sistema. Divenne popolare tra i lettori comuni come una sorta di bizzarria, ma fu respinto dagli accademici e persino dagli esperti americani che lavoravano per la CIA. Oggi sappiamo che alcune delle sue previsioni si sono rivelate corrette, mentre altre furono errate, a cominciare dalla data del crollo, che avvenne sette anni dopo le sue previsioni, nel 1991.

Nel 1970 Amalrik fu arrestato per “diffamazione dello Stato sovietico” e condannato a tre anni di lavori forzati a Kolyma. Alla fine della pena, gli furono inflitti altri tre anni, ma a causa delle sue cattive condizioni di salute e delle proteste che arrivavano dall’Occidente, la pena fu commutata dopo un anno, ed espulso dall’Unione Sovietica. Morì in un banale incidente stradale in Spagna nel 1980.

Venendo alla Comunità Europea, vogliamo scartare la terribile ipotesi di una guerra, anche se si sentono i rombi di cannone sul confine ucraino, ma possiamo notare che le divisioni etniche ed economiche ricalcano quelle dell’Unione Sovietica e verranno acuite dai problemi energetici che ci attendono in autunno e che provocheranno la caduta del nostro benessere economico. Vedremo milioni di persone protestare nelle strade e di pari passo si verificherà un aumento della repressione per contenerle. La distanza fra le élite dirigenziali e il popolo verrà esacerbato dalla crisi, con il fattore Gini che diventerà sempre più preoccupante. Chi siederà al governo non sarà in grado di porvi rimedio, perché con l’instabilità continuerà, inarrestabile, la svalutazione dell’Euro, una valuta che non si sarebbe mai dovuta creare, e che impoverirà tutto il nostro vecchio continente.

La prima nazione che vorrà rompere l’alleanza sarà certamente la Germania. Si veda l’articolo dell’economista francese Michael Santi,  da noi pubblicato (Michael Santi: Finis Germaniae! – Giornale Cangrande). Conoscendo la mentalità teutonica questi staranno già disegnando dei possibili scenari, che si troveranno presto a dover affrontare. La seconda nazione a voler uscire dalla comunità sarà certamente la Francia, seguita da tutte le altre.

Per quanto riguarda l’Italia, con le elezioni del 25 settembre vedremo, secondo i sondaggi, una maggioranza guidata dalla destra italiana, che dovrà esprimere un primo ministro che sia gradito al Presidente Mattarella e alla BCE.

Ecco, ci sentiamo di raccomandare alla nuova forza di governo di non strappare con l’Europa o lanciare crociate per uscire dall’Euro, perché il tempismo sarà sbagliato e comunque l’Italia da sola non potrà fare nulla. Il nuovo governo dovrà seguire questo il solco tracciato dal governo guidato da Mario Draghi, ma allo stesso tempo dovrà tenere gli occhi ben aperti e “sperare nel meglio, preparandosi al peggio” come dicono gli americani. Dovranno, cioè, costruire ponti con gli altri capi di governo, tralasciando le raccomandazioni degli alti burocrati europei, ma marcando stretta la Germania e la Francia, che effettivamente controllano la BCE.

Presto l’Europa diverrà come un magnifico galeone in un mare in tempesta, con il timone spezzato.

 

 

Bitcoin e criptovalute come alternativa all’Euro?

Riusciranno Bitcoin e criptovalute a sostituire le valute convenzionali, come l’Euro? Spariranno le monete metalliche in uso da quasi 3000 anni e le banconote, inventate dai cinesi e dai mongoli nel XIII secolo?

Il filosofo greco Aristotele descrisse in quattro punti come deve essere una buona moneta:

  1. Deve durare
  2. Deve essere portatile
  3. Deve essere divisibile
  4. Deve possedere un valore intrinseco

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Politica italiana, prima e dopo l’euro

L’Italia entra nell’Euro in condizioni di estrema debolezza, anche per via dei continui cambi di governo e di ministri dell’economia. Non ci si deve stupire se i nostri partners europei ne approfittano, pensando ai propri interessi prima che ai nostri.

Ecco una rispolverata per gli anziani e, forse, una rivelazione per i giovani.

Governo Andreotti VI e VII dal 22 Luglio 1989 al 24 aprile 1992

-si ebbe la caduta del Muro e l’accordo fra Mitterrand – Khol per l’Euro, in cambio dell’accettazione francese alla creazione di una Germania unita.

-Trattato di Maastricht del 7 Febbraio 1992, nascita dell’euro

Governo Amato I dal 28 giugno 1992 al 29 aprile 1993

Governo Ciampi dal 29 aprile 1993 al 13 gennaio 1994

 

Berlusconi I dal 11 maggio maggio 1994, al gennaio 1995

Governo Dini dal 17 gennaio 1995 al 18 maggio 1996

Governo Prodi I dal 17 maggio 1996 al 9 ottobre 1998.

Il 24 novembre 1996 Carlo Azeglio Ciampi – presente Mario Draghi, direttore generale del Ministero del Tesoro e Antonio Fazio per Banca d’Italia – vola a Bruxelles per l’Ecofin.
Tedeschi e olandesi sostengono che il cambio giusto va posto a lire 925 per un marco tedesco. Ciampi strappa 990.
Questa parità di 990, non modificabile secondo il Trattato di Maastricht, sarà la base per il calcolo del cambio lira/euro di 1936,27, prima della nascita dell’euro, ufficializzato il il 1° gennaio 1999.

Gli industriali italiani chiedevano 1040-1080. Oggi sappiamo che avevano ragione, perche’ perdemmo in competitivita’ a favore delle ditte tedesche.

Governo D’Alema I e II dal 21 ottobre 1998 al 26 aprile 2000.
Governo Amato II dal 25 aprile 2000 al11 giugno 2001
Governo Berlusconi II e III dal 10 giugno 2001 al 17 maggio 2006

Introduzione dell’Euro il 1º gennaio 2002

Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all’8 maggio 2008
Governo Berlusconi IV dal 7 maggio 2008[1] al 16 novembre 2011

Monti, Letta, Renzi, Gentiloni…

 

 

 

Euro e Roma Imperiale

L’uscita dall’euro in Italia vien vista come una cosa da leghisti o da neofascisti, non degna d’esser presa sul serio. Eppure il buon senso ci dovrebbe guidare verso uno studio più attento sui pro e sui contro di tale scelta, senza farci intimorire da accademici e uomini politici che pretendono di conoscere l’economia. La matematica non è né di destra né di sinistra, anche se viviamo in un’epoca nella quale gli economisti vengono scambiati per scienziati e statisti, mentre in realtà son solo delle persone che hanno razionalizzato la propria sete di lusso e di denaro. Questo fatto, a ben guardare, inficia la loro indipendenza di giudizio e a tal proposito citiamo l’economista JK Galbraith, il quale disse che: “In economia, speranza e fede coesistono con grandi pretese di scientificità e un forte desiderio di essere rispettati.” Infatti, una scienza incapace di predire eventi generali non è una scienza, ma una fede.

V’è chi dice che ai tempi di Roma un cittadino poteva viaggiare da un angolo all’altro dell’impero usando i propri denari d’argento, dunque una specie di euro sarebbe già esistito ma, in realtà, questo non è vero. Tale viandante aveva comunque bisogno dei banchi dei cambiavalute, proprio coloro che Gesù buttò fuori dal Tempio di Gerusalemme.
L’impero romano durò circa 500 anni e se analizziamo in dettaglio la loro politica monetaria scopriamo che esistevano diverse monete nelle varie province e che, pur avendo potuto unificarle tutte con un semplice decreto imperiale, non lo fecero mai e anzi incoraggiarono queste diversità.
Gaio (130 – 180) un celebre giurista romano, notò che: “La moneta, sebbene debba possedere lo stesso potere d’acquisto ovunque, è più facile averla in certe località con interessi inferiori, mentre è difficile da trovare in altri dove gli interessi sono alti.”
Un esempio fra i tanti, nel regno di Pergamo, che i romani conquistarono nel II secolo a.C. usavano monete d’argento note come cistofori e che continuarono a essere battute con poche differenze per secoli, infatti le troviamo ancora ai tempi di Adriano e Settimio Severo.
I romani fecero il contrario di quanto stanno facendo gli euroburocrati: lasciarono libere le province di far come gli pareva, purché non si ribellassero e osservassero il corpus delle leggi romane. Inoltre, ai tempi di Roma, la creazione di moneta era legata alla disponibilità di metalli preziosi, oro e argento e vili, come il rame e lo stagno, dunque per loro la ricchezza era una conseguenza del aggiungere valore e non del aggiungere nuova moneta.

L’idea dominante nel mondo, prima della grande depressione del 1929, fu che i singoli stati dovessero mantenere un cambio fisso e il successo dello standard aureo in vigore dal 1870 al 1913 aveva radicalizzato questa fallace opinione, rendendola diffusissima.
Con la crisi del 1913, che raggiunse poi l’apice nel 1929, s’ebbe la dimostrazione che questa teoria era sbagliata. Eppure, nel luglio 1944 a Bretton Wood, la mentalità dei legislatori era ancora a favore di un ritorno a un mitico Eden dei cambi fissi, e fu proprio lì che l’IMF fu concepito, per permettere un certo grado di flessibilità nei cambi. Com’era prevedibile, l’accordo non resse ai colpi di successive crisi e nel 1953 Milton Friedman propose di passare a un nuovo sistema di cambi flessibili.
Nel marzo1969, Harry Johnson – della London School of Economics e della University of Chicago – ribadì l’argomento di Friedman, ovvero che solo un alto grado di flessibilità nei cambi potrà permettere ai vari stati nazionali una tranquillità fiscale e che le svalutazioni e l’inflazione restavano il male minore, rispetto agli inutili tentativi di mantenere la parità.

Ebbene, la creazione del euro va esattamente in direzione opposta a questo, e fu la Francia la nazione europea che più di ogni altra spinse per attuarla, convincendo una riluttante Germania a seguirla. Georges Pompidou ne fece il perno della propria politica e nonostante tutte le crisi che avrebbero dovuto scoraggiare i presidenti francesi nel continuare a battere quella strada, essi perseverarono, credendolo uno strumento di contenimento della Germania. Il trattato di Maastricht del 1992, che segnò la nascita del euro, non tenne conto del principio di sussidiarietà, ossia il principio per il quale un’autorità di livello gerarchico superiore si sostituisce ad una di livello inferiore quando quest’ultima vien percepita come non in grado di compiere gli atti di sua competenza. Il resto è storia dei nostri giorni e, come disse Roland Barbou, parafrasando Orwell, in quegli anni si diede inizio al “groupthink” europeo, diviso in quattro parti: serve un leader che porta avanti la bandiera; vanno silenziate le critiche esterne (Nicholas Kaldor, Fiedman, Harry Johnson e molti altri studiosi anglosassoni); vanno silenziate le critiche interne (molti si allinearono dopo aver espresso dissenso, come il presidente della Bundesbank, Karl Otto Pohl); e, come conseguenza, si procede verso una operazione che comporta un grande – e irragionevole – rischio.
Ecco cosa disse Francois Mitterrand a Margareth Thatcher nel 1989: “Senza una valuta comune siamo tutti, noi e voi, alla mercé della Germania. Se alzano i tassi di interesse siamo costretti a seguirli e voi, che pure non siete nel sistema monetario, dovete fare lo stesso. L’unico modo per aver voce in capitolo è avere una banca centrale europea, così possiamo decidere insieme.”
Margareth Thatcher capì meglio di molti economisti che sedevano nel suo gabinetto che l’euro era un errore. Le bastò usare il buonsenso dei propri genitori che vendevano verdura e spinse la Gran Bretagna a restarne fuori: grazie a ciò non fecero la fine di Spagna e Irlanda nel 2009. Un’altra assurdità proposta dagli euroburocrati e poi accettata dai nostri legislatori è stato il pareggio di bilancio, addirittura posto nella Carta Costituzionale. Ogni artigiano avrebbe potuto spiegare ai legislatori che per lavorare e investire è obbligatorio far dei debiti, ma quella decisione fu un effetto del panico provocato dalla crescita dello “spread” causato da manovre speculative ancora non ben chiarite.
Chi sostiene che l’uscita dall’euro sia un salto nel buio potrebbe aver ragione, ma si dimentica di dire che anche chi vuol restare nell’euro brancola nelle tenebre, non sapendo che succederà ma dato che chi vi spiega le cose in televisione ci sta facendo soldi, a scapito della cessione della sovranità del proprio Paese, conquistata con il sangue dai nostri padri e dai nostri nonni, e preferisce mantenere le cose come stanno, sperando che poi le cose s’aggiusteranno strada facendo.
Uno degli architetti dell’euro, Otmar Issing, scrisse nel suo “The 50 Days That Changed Europe” che a Strasburgo, il 9 dicembre 1989, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la Germania disse sì all’unione monetaria per ottenere il permesso dal presidente Mitterrand per andare avanti con la propria riunificazione, anche se sapevano che senza una unificazione politica non si potrà avere divisa comune. Oggi anche Issing è pessimista sul futuro dell’euro e ammette: “Un giorno il castello di carte verrà giù.”

Pubblicato su La Nostra Storia di Dino Messina: http://lanostrastoria.corriere.it/2017/09/07/l-euro-e-limpero-romano/

L’ Euro e l’impero romano

Ricevo e pubblico questa opinione da Angelo Paratico pur non condividendola.

 

L’uscita dall’euro in Italia vien vista come una cosa da leghisti o da neofascisti, non degna d’esser presa sul serio. Eppure il buon senso ci dovrebbe guidare verso uno studio più attento sui pro e sui contro di tale scelta, senza farci intimorire da accademici e uomini politici che pretendono di conoscere l’economia.

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