Giulio Tremonti presenta a Verona il suo ultimo libro sulle piaghe della Globalizzazione. Ma non risponde alle domande più insidiose.

Giulio Tremonti presenta a Verona il suo ultimo libro sulle piaghe della Globalizzazione. Ma non risponde alle domande più insidiose.

 

Ieri, 28 novembre, Giulio Tremonti, classe 1947, laureato in Giurisprudenza e attualmente Presidente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari)  e membro della VI commissione (Finanze) ha presentato all’Accademia dell’Agricoltura di Verona, in Via Leoncino 6, il suo ultimo libro. Questo è dedicato a un tema che da vari anni gli è assai caro. Quello dei problemi creati dalla Globalizzazione dei mercati e dalla deriva neoliberista presa dall’Occidente.

Le piaghe che si sono abbattute sull’Egitto, secondo la Bibbia, erano dieci. Le piaghe che si stanno abbattendo sul mondo in cui viviamo sono almeno sette: il disastro ambientale, lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro, la società in decomposizione, la spinta verso il transumano, l’apparizione dei giganti della rete, la pandemia, la guerra alle porte d’Europa e la crisi nell’approvvigionamento di risorse, dal gas al grano.

Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti anelli sconnessi di una stessa catena, perché non siamo alla «fine della storia» ma alla fine della globalizzazione. Un esito che evidenzia la crisi di trent’anni del modello globalista cui l’Occidente ha aderito acriticamente.

Il nuovo libro di Giulio Tremonti è una riflessione sulla deriva delle società occidentali ma anche un appello per evitare il disastro finale attingendo al vecchio «arsenale della democrazia e della nostra Costituzione».

«Oggi il rischio è che la divisione prevalga sull’unione, e bisogna mettere a punto una cura che freni il dominio assoluto del mercato, l’altro è recuperare le risorse e i valori di fondo della nostra comunità».

Alla sua presentazione è seguita una serie di domande sulla manovra in via di approvazione in Parlamento, ma invece che rispondere con chiarezza, il parlamentare ex socialista, ex berlusconiano e ora approdato a Fratelli d’Italia, si è trincerato dietro al più stretto riserbo. Alzo la mano e gli chiedo di indicarci quale sia la differenza fra l’Aspen Institute (di cui Tremonti è il presidente della sezione Italia) e il Gruppo Bildenberg. Ma deve aver preso la mia domanda come una provocazione, e mi ha risposto consigliandomi di guardare in google, dove troverò tutto...

In realtà io sono un suo ammiratore, o meglio lo ero, a questo punto…

Quando nomino i meriti di Tremonti vengo contraddetto, appunto, con il fatto che egli sia un membro d’una associazione di ricchi turboglobalisti, come l’Aspen Institute e dunque non può essere un sincero antiglobalista. Peccato, avrebbe potuto con un paio di chiarimenti spiegare i limiti della sua presidenza e, chissà, annunciare le sue dimissioni da quel gruppo.

 

 

Angelo Paratico

Per risolvere il problema degli immigrati illegali l’Europa dovrebbe copiare l’Australia

Per risolvere il problema degli immigrati illegali l’Europa dovrebbe copiare l’Australia

Isola di Nauru

Il problema dei migranti illegali, che non vanno confusi con coloro che cercano asilo politico, si sta facendo sempre più grave e senza una buona dose di realismo non potrà mai essere risolto positivamente. Senza un argine a questo fenomeno, l’Italia, la Grecia e la Spagna, per prime, verranno spinte verso una forte instabilità sociale, che si trasferirà poi alle altre nazioni più protette, come la Francia, la Germania, il Belgio e la Gran Bretagna. Ricordiamo che Hong Kong, prima del 1997, si trovò nei guai con l’arrivo dei “boat people” provenienti per la gran parte dal Vietnam, impoverito dall’ascesa al potere dei comunisti vietnamiti. Il governo coloniale britannico, respingendo molte feroci critiche,  rispose con la creazione di campi chiusi, nei quali venivano “temporaneamente” rinchiusi i migranti e poi esaminava le loro credenziali. Non permisero mai a nessuno di uscire dai campi e mischiarsi con la popolazione hongkonghese. Questo tamponò gli sbarchi e successivamente, grazie a garanzie date dal Vietnam che non avrebbe perseguitato quei suoi cittadini, cominciarono a rimpatriarli, finché i campi non furono chiusi.

Un esempio simile lo sta seguendo l’Australia, che impedisce l’arrivo di migranti economici provenienti dall’Indonesia e dalla Malesia, chiudendoli in centri di detenzioni al di fuori del proprio territorio nazionale.

La notizia della fine del 2021 è che l’Australia smetterà di trattare i richiedenti asilo nei centri di detenzione offshore in Papua Nuova Guinea, criticati dai gruppi per i diritti umani, ma continuerà a trattenerli sulla minuscola ‘isola di Nauru. Il piano è stato subito criticato dai gruppi per i diritti umani, che hanno detto che ha semplicemente spostato quello che alcuni hanno definito un sistema “crudele” da una nazione insulare a un’altra.

“Chiunque tenti di entrare illegalmente in Australia con un’imbarcazione sarà rimpatriato o mandato a Nauru”, ha ribadito il portavoce del governo australiano, in un comunicato congiunto con la Papua Nuova Guinea. Chi già si trova in Papua Nuova Guinea, in attesa di essere esaminato, potrebbe “trasferirsi volontariamente a Nauru” entro la fine dell’anno. Se sceglieranno di rimanere in Papua Nuova Guinea, avranno “accesso alla cittadinanza, al sostegno a lungo termine, a pacchetti di insediamento e al ricongiungimento familiare”.

Più di 3.000 richiedenti asilo sono stati detenuti in Papua Nuova Guinea, dopo che il governo australiano ha istituito questa politica nel 2013, che ha impedito il reinsediamento di coloro che cercano di entrare nel Paese via mare. Di coloro che sono stati trattati nei centri, circa 1.200 sono stati trasferiti temporaneamente in Australia, alcuni per ragioni mediche; oltre 900 sono stati rimandati nei loro Paesi d’origine e circa 1.000 sono stati inviati in altri Paesi. I gruppi per i diritti umani hanno definito la vecchia politica australiana di trattenere i migranti in mare aperto una violazione delle leggi sui diritti internazionali. Le Nazioni Unite hanno esortato l’Australia a reinsediare i migranti ospitati su entrambe le isole, a seguito di segnalazioni di autolesionismo e tentativi di suicidio da parte dei residenti dei centri. La politica del governo australiano “ha privato migliaia di bambini, donne e uomini di otto anni della loro vita”, ha dichiarato in un comunicato David Burke, direttore legale dello Human Rights Law Center.

Dal 2014, 13 persone sono morte dopo essere state trattenute nei centri di detenzione australiani in Papua Nuova Guinea e Nauru, alcune per suicidio. Dopo che medici e sostenitori dei migranti hanno espresso preoccupazione per una crisi di salute mentale, tra le segnalazioni di bambini autolesionisti a Nauru, nel 2019 il governo ha dichiarato di aver interrotto la detenzione dei minori.

L’isola di Nauru, con una popolazione di 10.000 abitanti e una superficie di 21 chilometri quadrati, detiene il primato di repubblica più piccola al mondo e si caratterizza, sul piano istituzionale e territoriale, per l’assenza di una capitale. Yaren, la città che ospita la sede del governo e il centro amministrativo del paese, è tuttavia indicata come capitale politica della Repubblica di Nauru. Ottenuta l’indipendenza nel 1968 dall’Australia – amministratrice fiduciaria delle Nazioni Unite – Nauru ha assunto una forma di governo presidenziale e una struttura parlamentare unicamerale, costituita da 18 membri eletti ogni tre anni.

Come si potrà notare i numeri dei migranti che vorrebbero sbarcare in Australia è assai contenuto, ma il governo australiano sa bene che, cedendo anche una volta e anche di poco, attirerebbero un grande influsso che potrebbero non riuscire più a gestire. Per questo motivo non si fanno intimidire dalle parole dei vari rappresentanti di sedicenti associazioni umanitarie (come se i residenti non siano degni di rappresentanza umanitaria) invariabilmente legate a centri di propaganda globalista, che vorrebbero vederli alzare bandiera bianca e poi lasciarsi invadere.

Dunque, la comunità europea dovrebbe apprezzare il tentativo fatto da Giorgia Meloni di arginare questo vasto fenomeno e rendersi conto che i propri confini vanno difesi ad ogni costo, senza accettare provocazioni da parte dei propagandisti dello sfascio sociale.

 

Come far sparire molto del ‘piccolo nero’ in due mosse. Una modesta proposta.

Come far sparire molto del ‘piccolo nero’ in due mosse. Una modesta proposta.

 

La intelligente proposta di aumentare il limite al contante a 10.000 euro verrà certamente trasformata in legge, anche se, forse, alla fine verrà ridotto a 5.000 euro.

Coloro che sono contrari a tale misura, veri spregiator italico genere sostengono che la nostra non è una Nazione civile, come Germania, Austria e Svizzera, dunque tanto contante in circolazione favorirebbe l’evasione. E con ciò intendono l’evasione spicciola, perché i pesci grossi del contante non se ne curano.

Abitualmente preferiamo pagare 100 euro al dentista o al fisioterapista, invece di 130 euro in fattura. Tale evasione, che indubbiamente esiste, potrebbe essere facilmente eliminata abbassando le tasse, cosa che al momento, con la creazione del denaro fuori dal controllo del nostro Stato, è matematicamente impossibile.

Ma una facile mossa per raddrizzare questa stortura potrebbe essere la creazione di un meccanismo di bonus sui nostri pagamenti in fattura. Per ogni fattura da 130 euro emessa dal nostro dentista, l’INPS ci riconoscerà uno storno alle nostre tasse di 30 euro o addirittura un pagamento (bonus) diretto sui nostri conti, di tale importo. Ecco che tutti i cittadini si trasformerebbero in agenti della Guardia di Finanza…

Così facendo tutti insisteranno con il dentista per pagare in fattura 130 euro, e anche se è vero che lo Stato dovrebbe poi separarsi da 30 euro, sarà anche vero che emergerebbe ciò che prima erano ben 100 euro di sommerso. Semplice.

l’economista Thorsten Polleit chiarisce perché la disponibilità di contante è direttamente proporzionale alla nostra libertà

l’economista Thorsten Polleit chiarisce perché la disponibilità di contante è direttamente proporzionale alla nostra libertà

Alcuni politici vorrebbero vietare il contante, sostenendo che esso aiuta i criminali. I primi passi in questa direzione sono il ritiro delle banconote di grosso taglio e i limiti imposti ai pagamenti in contanti.

I sostenitori del divieto del contante affermano che questo aiuterà a combattere le transazioni criminali – coinvolte nel riciclaggio di denaro, nel terrorismo e nell’evasione fiscale. Queste promesse morali vengono utilizzate per convincere l’opinione pubblica ad accettare una società senza contanti. Ma non ci sono prove convincenti per affermare che il mondo senza contanti sarà migliore. Anche se molte devianze legali sono effettivamente finanziate dal denaro contante, è necessario rispondere alla domanda: il loro comportamento scomparirà senza denaro contante? O coloro che commettono tali infrazioni della legge adotteranno nuovi modi e mezzi per raggiungere il loro obiettivo?

Prendiamo l’esempio della banconota da 500 euro. Se la eliminiamo, chi vorrà usare il contante non pagherà forse con cinque banconote da 100 euro? O dieci banconote da 50 euro? E che dire dei costi imposti alla grande maggioranza delle persone rispettabili, se si vieta l’uso del contante? Con la stessa logica, dovremmo vietare gli alcolici perché alcuni non sono in grado di gestirli correttamente?

È una questione di banche centrali
Il progetto di limitare l’uso del contante, o di abolirlo gradualmente, non ha nulla a che fare con la lotta alla criminalità. Il vero motivo è che gli Stati (e le loro banche centrali) vogliono introdurre tassi di interesse negativi.

Sebbene le banche centrali perseguano da tempo politiche inflazionistiche che svalutano il debito dei governi, i tassi di interesse negativi offrono un nuovo e potente strumento per farlo. Ma per far sì che i tassi di interesse negativi funzionino bene, è necessario sbarazzarsi del contante fisico. Altrimenti, se si applicano tassi negativi sui depositi bancari, nel breve o lungo periodo i clienti cercheranno di evitare i costi che i tassi negativi impongono ai loro depositi bancari. Quindi, i depositanti, in molti casi, accumuleranno contante. Per bloccare quest’ultima via di fuga, i sostenitori del divieto di contante vogliono eliminarlo.

Il tasso di interesse naturale
Per inciso, alcuni rispettabili economisti sostengono il piano, affermando che il “tasso naturale” è diventato negativo. Per questo motivo, le banche centrali sono state costrette a spingere i tassi d’interesse sotto allo zero, essendo l’unico modo per favorire la crescita e l’occupazione. L’affermazione che il tasso di interesse di equilibrio sia diventato negativo non regge però a un esame critico.

È intrinsecamente impossibile che il tasso di interesse di equilibrio sia negativo. I tassi di mercato, che comprendono il tasso di equilibrio, possono scendere sotto lo zero, ma non il tasso di equilibrio stesso. La politica dei tassi negativi non è una cura per l’economia, ma causa enormi problemi economici.

Concorrenza e diritti di proprietà
Vietare il contante significa violare la libertà dei cittadini su vasta scala. Ritirando il contante, il cittadino è privato della possibilità di scelta per i suoi pagamenti. Dopo tutto, lo Stato ha il monopolio della produzione di denaro. Non c’è concorrenza sul contante. Quindi, solo lo Stato può soddisfare la domanda di denaro dei cittadini. Se lo Stato vieta il contante, tutte le transazioni dovranno essere eseguite elettronicamente. Per lo Stato vedere chi compra, cosa, quando e chi viaggia dove, è solo un piccolo passo. Il cittadino diventa così completamente trasparente e la sua privacy finanziaria viene meno. Anche la prospettiva che un cittadino possa essere spiato in qualsiasi momento è una violazione del suo diritto di libertà.

Il denaro contante aiuta a proteggere il cittadino da un’intrusione incontrollata da parte dello Stato. Se lo Stato aumenta troppo le tasse, i cittadini hanno almeno la possibilità di evitare la tribolazione pagando in contanti. La consapevolezza che i cittadini possono farlo, fa sì che gli Stati lo vogliono evitare.

Una volta vietato il contante, gli Stati rinunceranno a qualsiasi restrizione. La preoccupazione giustificata non è affatto resa obsoleta dai casi di Svezia e Danimarca, dove si dice che la società senza contanti funzioni alla perfezione. I cittadini di questi Paesi possono ancora utilizzare il contante straniero, se lo desiderano. Il progetto di vietare il contante – passo dopo passo – è un segno della malattia fondamentale del nostro tempo: lo Stato sta distruggendo sempre più le libertà dei cittadini e delle imprese, una volta trasformatosi in monopolista territoriale e giudice supremo di tutti i conflitti. La lotta per il mantenimento del contante può però portare a qualcosa di buono: farà luce sulla necessità di togliere potere allo Stato così come lo conosciamo, applicando alle sue azioni gli stessi principi di legge che valgono per ogni singolo cittadino. In questo modo, il monopolio dello Stato sulla produzione di denaro verrebbe meno e il cittadino non dovrebbe preoccuparsi di essere privato del suo denaro contro la sua volontà.

Thorsten Polleit

Capo economista di Degussa e professore onorario all’Università di Bayreuth. È anche un consulente finanziario.

(Articolo preso del sito www.Mises.org del 04/05/2016, scritto dall’economista Thorsten Polleit)

L’economista Michael Santi guarda alla crescita della Cina e si chiede per quanto continuerà

L’economista Michael Santi guarda alla crescita della Cina e si chiede per quanto continuerà

(Patrick Lefevre/BELPRESS)

Nessuno osa più affermare che la Cina diventerà presto la prima economia del mondo. Da Goldman Sachs, che quindici anni fa annunciava che sarebbe stata la numero 1 a partire dal 2026; a Nomura che lo prevedeva per il 2028 a JP Morgan che lo vedeva per il 2031… La domanda degli esperti non era tanto se, ma quando, l’economia statunitense sarebbe stata soppiantata nella sua pole position. Questa prospettiva appare ora molto incerta – anzi, non più rilevante – dal momento che le carte sono state rimescolate negli ultimi mesi, rimettendo fondamentalmente in discussione tutti i possibili parametri.

Prima di tutto, una constatazione impossibile da non fare: mentre tutte le banche centrali alzano i tassi di interesse, la Cina è l’unica nazione con una grande economia su scala planetaria che li sta abbassando. Le autorità cinesi non possono più nascondere il divario che si sta allargando sempre di più con gli Stati Uniti e che attualmente si aggira intorno agli 8,3 trilioni di dollari contro i 5,3 trilioni dello scorso anno, secondo i calcoli dell’ex capo della Banca Mondiale, Bert Hofman. L’inflazione insignificante e la debole crescita nazionale della Cina, ma soprattutto l’indebolimento dello Yuan e il sostanziale apprezzamento del biglietto verde, fanno sì che l’economia di questo Paese subisca addirittura una recessione, se i parametri vengono espressi in dollari! Non può più nemmeno affermare di essere la locomotiva asiatica perché – per la prima volta in 25 anni – la crescita di Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam supera quella della Cina.

All’esterno è quindi in discussione la credibilità di Xi, che non ha mai smesso di dichiarare, ogni volta che aveva la parola, che l’Oriente avrebbe presto superato un Occidente in declino e di ribadire che il suo Paese era sul punto di surclassare gli Stati Uniti. Visto dall’interno, il Congresso del Partito Comunista si è appena concluso offrendo una prova clamorosa del suo controllo assoluto. Il suo potere è oggi di fatto totale, dopo la sua eclatante campagna anticorruzione che è consistita principalmente nell’epurazione degli oppositori  di Xi e di coloro che dubitavano del suo governo. Dopo trent’anni di crescita straordinaria – la più imponente del mondo! -dopo la costruzione di città di un gigantismo stupefacente, la fabbricazione di treni ad alta velocità, il sistema messo in piedi dal grande Deng Xiaoping è stato ormai reso obsoleto da Xi che – di gran lunga – non è certo un primo tra pari, perché erige intorno alla sua persona un culto degno dell’era Mao.

Quando il Partito premiava la competenza, quando le successioni avvenivano per consenso, quando la strategia industriale veniva elaborata nelle province, la governance di Xi consiste essenzialmente nel favorire la fedeltà rispetto al merito, inducendo chiaramente una profonda distorsione all’interno dell’intero processo decisionale. Eliminando questa piccola apertura  che distingueva i talenti in tutto il Paese, reprimendo ogni critica, gli errori umani, quelli di un solo uomo – in questo caso lui – si sono trasformati in fallimenti dalle conseguenze disastrose: la sua discutibile decisione di abbandonare il mercato immobiliare al suo crollo, la sua caccia alle streghe contro i giganti tecnologici del Paese, la sua incredibile ostinazione nel perseguire una politica Zero-Covid che va di pari passo con la sorveglianza totalitaria, l’aver messo sotto lo stivale Hong Kong… Fiori all’occhiello come Alibaba e Tencent – oggi in disfacimento – erano comunque una prova indiscutibile di creatività da parte della Cina.

E se Xi stesse cambiando radicalmente la società cinese?

Michael Santi

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La scarsità del dollaro e le sue implicazioni storiche

La scarsità del dollaro e le sue implicazioni storiche

Abraham Lincoln

di Michael Santi

Il dollaro sta diventando scarso, perché tutto il mondo lo vuole e dunque manca. Questo problema – ricorrente dagli anni ’60 – di scarsità della moneta americana costituisce un incredibile grattacapo per i Paesi indebitati in questa valuta, quando quest’ultima si apprezza perché i loro debiti e i loro interessi diventano più costosi, secondo la stessa proporzione. Riviviamo questa sorta di quadratura del cerchio da qualche mese perché il dollaro sta ormai raggiungendo livelli storici di rialzo nei confronti di una moltitudine di valute e non ultimo lo yen giapponese, la sterlina e naturalmente nei confronti di quasi tutte le valute dei Paesi emergenti. La storia è comunque in grado di aiutarci a comprendere questi meccanismi che abbracciano i tassi di interesse, il debito pubblico, i prestiti ai privati, il tutto attraverso la cinghia di trasmissione del dollaro.

A questo proposito, l’abrogazione del sistema istituito nel 1944 a Bretton Woods ha avuto come conseguenza (intenzionale o meno da parte delle autorità statunitensi dell’epoca?) che in realtà erano i non americani a finanziare lo stile di vita dei cittadini americani! L’abbandono di Bretton Woods aprì così la strada a un’aberrante asimmetria della finanza universale, espressa in un principio semplice ma crudele: all’amministrazione statunitense costa appena qualche centesimo stampare una banconota da 100 dollari, mentre tutti gli altri Paesi – senza eccezioni – devono meritarsi questi stessi 100 dollari, guadagnandoli con il loro lavoro, o con le loro esportazioni, ecc…, (formula di Barry Eichengreen).

Da un punto di vista cronologico, fu la lungimiranza di Charles De Gaulle ad accelerare la fine di Bretton Woods, quando decise, nel 1965, di scambiare tutti i dollari di riserva in Francia con oro al tasso ufficiale di 35 dollari l’oncia. Questo colpo suonò la campana a morto per Bretton Woods, perché il presidente francese temeva (giustamente) di non poter più scambiare i suoi biglietti verdi con l’oro nel prossimo futuro. E a ragione, perché le riserve statunitensi in questo metallo prezioso ammontavano a circa 13,3 miliardi, mentre le banche centrali straniere ne detenevano… 14 miliardi!

Il voltafaccia americano, tuttavia, fu spettacolare e unilaterale poiché – al termine di uno storico soggiorno a Camp David nella massima segretezza attorno ai suoi principali collaboratori – Nixon annunciò il 15 agosto 1971 la rottura di questi accordi internazionali vecchi di 25 anni che consistevano principalmente nella conversione automatica di un’oncia d’oro al prezzo fisso di 35 dollari. Questo pilastro di Bretton Woods, adottato all’epoca all’unanimità alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu spazzato via dagli Stati Uniti, che diedero così al sistema monetario mondiale un orientamento rivoluzionario e dalle conseguenze tanto pesanti quanto impossibili da prevedere: l’imposizione dei tassi di cambio fluttuanti.

La storia permette, ancora una volta, di comprendere questa decisione di portata certamente universale, ma in realtà motivata da considerazioni interne agli Stati Uniti, che soffrivano di un’elevata inflazione, di un nascente squilibrio commerciale e di un blocco dei prezzi e dei salari. Non potendo onorare l’impegno di pagare 35 dollari per ogni oncia d’oro presentata, gli Stati Uniti eliminarono questo regime e poterono così continuare a spendere, a indebitarsi e, insomma, a crescere in modo illimitato perché la spada di Damocle della convertibilità automatica era venuta meno. L’appetito per il consumo americano poté quindi esprimersi in tutto il suo splendore e fu addirittura la locomotiva della produzione e della prosperità mondiale. Da quel momento in poi, i disavanzi commerciali e della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti non contarono più, in un contesto in cui le attività finanziarie statunitensi divennero il paradiso sicuro per eccellenza, nonché i principali fornitori di liquidità a livello mondiale. Le fluttuazioni della valuta americana sui mercati dei cambi non erano quindi più condizionate dalla loro situazione economica interna e di fondo, ma dalla bulimia di tutte le altre nazioni verso gli asset statunitensi e i rendimenti che essi offrivano.

Questo “shock di Nixon”, come fu definito nel 1971, ha quindi permesso di stabilire l’onnipotenza americana grazie a questa formidabile leva che è il loro dollaro, la cui impennata negli ultimi mesi ha posto problemi quasi esistenziali a diversi Paesi il cui debito pubblico è denominato in esso. Non importa: gli Stati Uniti e la loro moneta sono oggi e più che mai una meta di rifugio, anche se questa fiducia ancora e sempre accordata a questo Paese così dinamico e intraprendente viene spesso pagata a caro prezzo.

Michael Santi

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Mercoledì nero, 30 anni fa: un’umiliazione britannica. L’economista Michael Santi ricorda il 16 settembre 1992

Mercoledì nero, 30 anni fa: un’umiliazione britannica. L’economista Michael Santi ricorda il 16 settembre 1992

 

In Italia l’anniversario del Mercoledì Nero di 30 anni fa (16 settembre 1992) è passato inosservato. Tendiamo, comunque, a ricordarlo solo per il prelievo forzoso (furto) dai nostri conti correnti, ordinato dal Primo Ministro Giuliano Amato per evitare la bancarotta del nostro Paese. Ci siamo, comunque, abituati a parlare del nostro Mercoledì Nero, non di quello britannico. Questo notevole articolo del nostro Michael Santi completa il quadro e ce lo chiarisce, perché lui fu un testimone diretto di quei drammatici giorni. 

Il 16 settembre 2022 ricorre il 30° anniversario dell’espulsione della sterlina dal Sistema Monetario Europeo (SME), descritto come un “giorno disastroso” dall’allora Primo Ministro John Major, che da quel momento non si è mai più ripreso politicamente. L’allora Cancelliere dello Scacchiere, che 7 anni prima aveva convinto il suo capo, una poco entusiasta Margaret Thatcher,  che l’indicizzazione al marco tedesco, che sta alla base del meccanismo dello SME, avrebbe giovato, almeno indirettamente, a un’economia britannica instabile e incline a scoppi inflazionistici. La sterlina avrebbe così guadagnato credibilità e la politica monetaria della Bundesbank, che allora dominava tutta l’Europa – e persino il mondo! – avrebbe rinvigorito una Gran Bretagna cronicamente debole e malata.

Non calcolò che la riunificazione con la Germania Est fu un fardello molto pesante da sopportare per la Germania, che iniziò ad alzare gradualmente i propri tassi di interesse e il cui ciclo economico si ripercosse rapidamente sulla Gran Bretagna, alla quale non rimase altra scelta che seguirla e aumentare i propri, per non subire una fuga dei capitali, che potevano circolare liberamente all’interno dello SME. Questo aumento forzato dei tassi britannici, tuttavia, giunse nel momento peggiore, perché il Paese stava già vivendo una caduta del mercato immobiliare che – come sappiamo – ha sempre influenzato notevolmente la sua economia. Logicamente, il marco tedesco – e la sterlina che ne seguiva le fluttuazioni – si apprezzarono notevolmente a causa dell’aumento dei rispettivi tassi d’interesse, tanto più che il dollaro scese contemporaneamente perché la Federal Reserve ridusse i propri. La situazione stava diventando insostenibile per l’economia britannica, perché la sterlina era entrata nello SME a un livello già incomprensibilmente alto, e questo stava letteralmente soffocando la sua economia, man mano che la sterlina si avvicinava e poi superava il livello di 2 dollari.

Questa situazione non sfuggì a George Soros e ad altri gestori di Hedge Fund che hanno scommesso sulla caduta della sterlina (e della lira italiana) comprendendo che la Banca d’Inghilterra non sarebbe stata in grado di difendere a lungo la sua posizione. Quel fatidico mercoledì nero iniziò quindi con un aumento dei tassi britannici dal 10 al 12%, che equivaleva ad aumentare i tassi sui mutui variabili del 20% in un contesto di mercato immobiliare in liquefazione. A nulla servì l’intensificarsi della speculazione contro la sterlina, tanto che la Banca d’Inghilterra traumatizzò tutti annunciando – all’ora di pranzo – un ulteriore aumento dei tassi dal 12 al 15%! Scioccando di riflesso i titolari di mutui ipotecari che subirono, in meno di 24 ore, un aumento di ben il 50% dell’onere del debito. Guidato da Soros, l’intero pianeta cominciò allora a vendere la divisa britannica a chiunque volesse comprarla, cioè alla Banca d’Inghilterra che era l’unica entità al mondo a volerla ancora acquistare. Poco dopo la chiusura dei mercati, il 16 settembre 1992, il Cancelliere Norman Lamont fu costretto ad annunciare bruscamente alla stampa, su un marciapiede di Londra, l’annullamento di questo secondo aumento dei tassi e allo stesso tempo l’uscita dallo SME, prima di tagliare questi stessi tassi al 9% la mattina successiva.

Questa disperata difesa della sterlina costò quasi 3,5 miliardi ai contribuenti, ma fu soprattutto straordinariamente gravida di conseguenze, perché l’abbandono dello SME fu il presagio infallibile del rifiuto di adottare l’euro da parte della Gran Bretagna. Da quel momento in poi questa Nazione ha assunto una posizione ambivalente nei confronti dell’Unione Europea, fino alla Brexit del 2016. Invece, per altre nazioni, questo evento clamoroso è stato al contrario una motivazione definitiva per completare l’avvento della moneta unica.

Quel Mercoledì Nero cambiò le carte in tavola anche in Francia, poiché arrivò solo 4 giorni prima del referendum sul Trattato di Maastricht che, secondo quasi tutti i sondaggi, sarebbe stato respinto dalla maggioranza degli elettori. La Francia invece lo adottò contro ogni previsione, permettendo così di mantenere in vita il progetto europeo, perché la maggioranza dei francesi era rimasta impressionata dal caos britannico. Interrogato qualche anno dopo sulla sua strategia durante questa giornata che cambiò la situazione nel suo Paese e in tutta Europa, Norman Lamont rispose in francese e in modo molto simpatico, parafrasando la Piaf: “Je ne regrette rien” (non rimpiango nulla).  Neanche noi.

Michael Santi

 

Articolo originale in inglese sul sito di Michel Santi
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Scacco Matto alla Russia?

Scacco Matto alla Russia?

L’economista francese Michael Santi ci manda questo interesssante articolo.

Il tetto al prezzo del petrolio deciso qualche giorno fa dal G7 è una misura originale, senza precedenti, da prendere molto sul serio. I Paesi membri di questo club esclusivo si rifiuteranno quindi di acquistare il proprio petrolio dalla Russia a un prezzo che supererà un certo livello che verrà fissato in seguito. Sicuramente la Russia potrebbe prendere l’iniziativa e rifiutarsi di vendere a nazioni che ritiene ostili. Tuttavia, questa ipotesi dovrebbe essere scartata immediatamente perché le entrate legate al petrolio hanno rappresentato fino al 40% delle entrate del Cremlino negli ultimi anni. Il Paese è quindi agli sgoccioli. La Russia può a maggior ragione permettersi di interrompere la sua produzione perché le infrastrutture sarebbero irrimediabilmente danneggiate da una paralisi che sarebbe loro fatale durante l’inverno. Un’interruzione – anche temporanea – della produzione di petrolio da parte della Russia, la cui strategia sarebbe quella di forzare un aumento dei prezzi (che la avvantaggerebbe) a causa di un’offerta carente, costringerebbe inoltre a sostenere spese gigantesche perché dovrebbe ricostruire gli oleodotti che verrebbero messi fuori servizio dai rigori dell’inverno. Si capisce quindi che, nonostante il tetto ai prezzi futuri del petrolio, la Russia non potrà permettersi il lusso di fermare la produzione.ì

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei non hanno avuto altra scelta nell’adottare questa drastica misura perché la Russia, dopo l’embargo, ha aumentato notevolmente le vendite alla Cina, all’India e ad altri Paesi, grazie alle quali è riuscita a mantenere il volume delle esportazioni a un livello costante. Le sostanziali riduzioni di prezzo concesse, dell’ordine di 20 dollari al barile, per “motivare” gli acquirenti, non hanno in alcun modo intaccato le sue entrate, perché l’apprezzamento dei prezzi del petrolio ha più che compensato l’ammanco. Con il prossimo tetto, questi stessi Paesi importatori di petrolio russo – tutt’altro che filantropi – non pagheranno ovviamente alla Russia un dollaro al barile in più rispetto a quanto stabilito dal G7, nonostante le loro proteste formali contro quello che considerano un diktat occidentale. Inoltre, e con ogni probabilità, queste misure saranno rispettate perché – a differenza delle sanzioni imposte unilateralmente all’Iran dagli Stati Uniti nel 2012 e applicate a malincuore dai suoi alleati – questo tetto al prezzo di vendita del petrolio russo è stato adottato all’unisono e all’unanimità da tutte le nazioni occidentali, il che gli conferisce una formidabile forza d’urto e un potenziale di efficacia.

Il G 7 e i suoi seguaci hanno i mezzi per controllare l’intera catena: dal pagamento della fattura del petrolio all’assicurazione del suo trasporto, al carico che lo contiene così come al suo equipaggio e ai broker che fanno l’intermediazione… Sono previste sanzioni proibitive per l’intero ecosistema dei trasgressori che hanno un certo periodo di tempo per adattarsi ad esse, poiché queste misure saranno applicate in più fasi: il tetto stricto sensu del prezzo del petrolio russo il 5 dicembre 2022 e poi i prodotti raffinati a partire dal 5 febbraio 2023. In breve, la Russia è condannata a raccogliere sempre meno entrate petrolifere in un periodo relativamente breve, in un contesto in cui le sue entrate non petrolifere sono già diminuite del 15% e in cui il suo PIL subirà un calo dal 5 all’8% nel 2022, senza ancora tenere conto della riduzione del prezzo del petrolio.

 

Articolo originale su:

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Il Segretario Generale della UGL a Verona per incontrare il consiglio provinciale e i tesserati

Il Segretario Generale della UGL a Verona per incontrare il consiglio provinciale e i tesserati

Paolo Capone, terzo da destra. Massimo Mariotti, quinto da destra.

Ieri, 30 agosto, il Segretario Generale UGL, Paolo Capone, è stato a Verona. Si è messo a disposizione per l’intera giornata a iscritti e simpatizzanti di quello che è ormai il quarto sindacato italiano. Massimo Mariotti ha organizzato questo incontro, molto importante per rafforzare la base e promuovere il tesseramento di nuovi soci.

Paolo Capone è nato a Roma nel 1961, ed è sposato con tre figli. E’ stato un militare nel Battaglione San Marco, in qualità di sottoufficiale paracadutista (pur soffrendo di vertigini) e, nel settembre 1982, fece parte con il contingente italiano per la missione “Libano 2” a Beirut.

Attualmente impiegato presso alla BNL iniziò l’attività sindacale nel 1987, diventando segretario provinciale nella Cisnal Credito e poi nel Ugl Credito. In questa categoria si è specializzato nel suo percorso sindacale e. nel 1997, è diventato responsabile dell’Ufficio Formazione Quadri. Qui ha diretto le attività di formazione mirate ai più svariati aspetti dell’attività sindacale, anche attraverso la realizzazione di una collana di pubblicazioni sulla “Formazione Continua”: dalle norme sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro alle regole basilari della comunicazione, dagli approfondimenti sul diritto del lavoro. Grazie alla sua attività di formatore, Paolo Capone ha conosciuto direttamente la realtà di tutte le sedi territoriali e regionali dell’Ugl, entrando in contatto con i quadri sindacali, potendo quindi vantare una dettagliata conoscenza delle ramificazioni (e criticità) delle strutture sindacali.

Nel 2009 è stato eletto segretario generale della Federazione Ugl Sanità. Oltre a guidare la categoria in molte spinose vertenze che hanno travolto quel settore, Paolo Capone ha siglato il Contratto Nazionale di Lavoro con Aiop Rsa (Associazione Italiana Ospedalità Privata aderente a Confindustria), entrato in vigore il 1° gennaio 2011. In seguito alle dimissioni del ex Segretario Giovanni Centrella nel 2015, e dopo un breve reggenza di Geremia Mancini, Paolo Capone è stato eletto dal Consiglio Nazionale Segretario Generale della Confederazione Sindacale Ugl. Viene riconfermato nell’incarico dal Consiglio Nazionale del 29 agosto 2015 e dà inizio ad una stagione di rinnovamento dei quadri sindacali, dei rapporti istituzionali, delle relazioni con la politica e con il mondo sindacale internazionale.

Grazie a Capone sono stati risanati i conti del sindacato, che versava in uno stato prefallimentare. Ha terminato l’affitto nella vecchia sede, acquistando uno splendido edificio che rimarrà come bene immobile del sindacato. I conti con lui sono tornati in nero, e non in rosso come erano sempre stati prima della sua oculata gestione.

Era giunto in treno a Verona da Roma nella mattinata, assieme al fido Gianluigi Ferretti, che si occupa dei rapporti internazionali del sindacato e resta un volto notissimo a tutti gli italiani residenti all’estero, che ricordano ancora la sua lotta per il voto all’estero, condotta a fianco del suo mentore, l’On. Mirko Tremaglia.

Al Liston12, in Piazza Bra, si è prima tenuto un incontro con il direttivo provinciale veronese dell’UGL, durato circa un’ora e, durante il quale, a ciascuno è stato dato modo di esprimere suggerimenti e critiche.  Dopodiché siamo stati a cena con lui, presenti anche il collega Carlo Cardona del giornale il Serenissimo e il console onorario a Siviglia, José Carlos Ruiz Berdejo Sigurtà.

Abbiamo posto tre domande al Segretario Generale:

Il suo sindacato cosa sta facendo per attenuare la grave situazione energetica, dove si trova la soluzione di questo gravissimo problema?

La Commissione Europea pare accettare l’ipotesi di stabilire un ‘price cap’, ossia un tetto comune al prezzo del gas. Questo secondo noi va nella direzione giusta e rappresenta un segnale significativo per il nostro Paese. Tutti questi rincari sono insostenibili e vanno a togliere il pane dalla tavola dei lavoratori. Nell’ambito della Unione Europea vi sono paesi che perdono e altri che guadagnano da questa situazione. L’Olanda realizzerà un surplus stimato in più di 100 miliardi con gli extra profitti del gas. A tal proposito, come sindacato UGL, rivolgiamo alle forze politiche un appello alla responsabilità.

Come diceva prima ai delegati regionali, questo non è il momento di accuse e sterili polemiche, serve più unità nazionale.

Sì, è così. Non è il momento delle polemiche sterili e dei pregiudizi ideologici, occorre intervenire prontamente per affrontare l’emergenza, a tutela degli interessi nazionali e della coesione sociale. Al contempo, servono risorse a sostegno di un piano energetico che preveda l’incremento dell’estrazione di gas dai mari nel territorio italiano, e la ricerca e l’utilizzo di fonti alternative. Il nuovo governo dovrà affrontare una crisi senza precedenti che richiedono una visione strategica a lungo termine. L’adozione di un piano industriale per il Paese, la programmazione di politiche attive adeguate, la lotta alla disoccupazione giovanile aumentata al 23,1% nel mese di giugno, secondo i dati Istat; questi sono temi centrali che non possono essere derubricati a meri affari correnti, né ridotti a spot propagandistici a fini elettorali.

Come vien vista la UGL dalle altre sigle sindacali?

Veniamo convocati anche noi ai principali tavoli sindacali, perché, quando si parla del benessere dei lavoratori, le ideologie dovrebbero essere lasciate fuori dalla porta.

 

Angelo Paratico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Michael Santi: Il Caos Europeo e Putin

Michael Santi: Il Caos Europeo e Putin

 

Riportiamo l’ultimo articolo dell’economista francese, Michael Santi.

Si sbagliavano tutti di grosso coloro che prevedevano un crollo della produzione petrolifera russa. Putin ha di fatto smentito tutte le previsioni perché, con 10,8 milioni di barili/giorno (mb/d) pompati lo scorso luglio, la produzione petrolifera russa è quasi al livello di 11 mb/d dello scorso gennaio, cioè di prima della guerra. In realtà, sono tre mesi che questa produzione si è ripresa in modo significativo dallo sbalzo subito nei mesi successivi allo scoppio del conflitto, perché la Russia ha sostituito i suoi buoni clienti raffinatori europei con quelli di altri mercati.

L’Asia in generale e l’India in particolare, ma anche il Medio Oriente e la Turchia rappresentano i nuovi mercati per la Russia, anche se alcuni acquirenti europei continuano ad acquistare petrolio russo in attesa del punto di non ritorno delle sanzioni europee, che avverrà il prossimo novembre. Mosca non si preoccupa nemmeno più di offrire sconti – che erano stati massicci durante l’inverno per attirare nuovi clienti – perché il Paese sembra ormai sicuro della sua traiettoria. È vero che il contesto è globalmente molto teso in termini di approvvigionamento energetico, da cui i leader russi traggono grandi vantaggi. Per questo, gli esportatori russi possono contare sull’emergere di nuovi “trader” con sede in Medio Oriente e in alcuni Paesi asiatici che vendono – con grossi margini  – il greggio russo ad acquirenti desiderosi.

Tuttavia, ciò che l’onestà obbliga a qualificare come un successo russo non è tanto economico e finanziario, quanto soprattutto politico. L’Occidente, da parte sua, non è riuscito a convincere l’OPEC+ l’Organizzazione dei Paesi Esportatori e i suoi alleati, a recedere dall’alleanza con la Russia, poiché è accaduto proprio il contrario. Guidata dai presunti alleati preferiti dell’Occidente, ovvero l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, questa organizzazione ha aumentato solo simbolicamente la produzione di petrolio dei suoi Paesi membri, come un’umiliante sconfessione del Presidente Biden che si era appositamente recato in pellegrinaggio a Riyadh per rendere loro un contestato e discutibile omaggio.

Alla fine, questo rubinetto dei proventi petroliferi, che si è ben ripreso, offre un margine di manovra a Putin, che può quindi permettersi di sacrificare una parte significativa dei suoi introiti di gas limitando le sue vendite all’Europa. È semplice: La Russia ha recentemente ottenuto così tanti introiti petroliferi, ha venduto così tanto petrolio, che può permettersi misure di ritorsione sul gas naturale contro gli europei che – pur rimanendo determinati – sono tuttavia appena consapevoli dei disastri che li attendono. I prezzi dei nostri consumi elettrici aumenteranno inevitabilmente di circa il 60-80%, o addirittura raddoppieranno in alcuni Paesi europei. Molto presto i nostri leader si troveranno di fronte a scelte impossibili, perché la devastazione causata alle varie economie europee da questa escalation senza precedenti dei prezzi dell’energia sarà straordinariamente dolorosa.

Qualunque sia l’angolazione dell’analisi, Vladimir Putin sta per vincere questa guerra energetica. La sua vittoria è difficilmente contestabile su più fronti, mentre le centinaia di milioni che la Russia riceve quotidianamente dalle vendite di petrolio garantiscono il sostegno della sua popolazione.

Michael Santi

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