La siccità potrà essere battura da una invenzione italiana

La siccità potrà essere battura da una invenzione italiana

Centrale e Castello visconteo di Trezzo
Centrale e Castello visconteo di Trezzo

 

La Scienza italiana, in collaborazione con quella svedese ha creato un materiale capace di conservare l’energia solare.

(ANSA) – Un nuovo materiale in grado di assorbire la totalità della radiazione solare, ed al contempo trattenere il calore accumulato, è stato realizzato da un gruppo internazionale di scienziate e scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Lulea University of Technology (Svezia), Consiglio nazionale delle ricerche e Linköping University (Svezia). Il progetto su cui lavora il gruppo ha lo scopo di produrre nuovi materiali capaci di assorbire completamente la radiazione solare, ottenendo superfici ultra-calde per varie applicazioni, tra cui la desalinizzazione dell’acqua con basso consumo energetico e la cottura di cibi in zone isolate ad alta insolazione.

L’invenzione è stata presentata in un articolo scientifico pubblicato su Nature Communications. Attualmente la desalinizzazione dell’acqua è un processo estremamente energivoro, ma è di capitale importanza in regioni con scarsità di acqua potabile, la cui estensione aumenta di anno in anno a causa del riscaldamento globale.

Il risultato della ricerca potrà contribuire allo sviluppo di nuovi sistemi semplici, a basso costo e basso impatto ambientale per la desalinizzazione dell’acqua in zone aride o con mancanza di acqua potabile, o per la realizzazione di superfici ultra-calde in zone ad alta insolazione.

 

I libri che, secondo Elon Musk, andrebbero letti assolutamente

I libri che, secondo Elon Musk, andrebbero letti assolutamente

Quando non lancia razzi, non trivella sotto alle strade di Los Angeles e non spedisce navicelle oltre l’ atmosfera, Elon Musk passa molto tempo a leggere.

Ecco i libri di saggistica raccomandati da Musk che, secondo lui, tutti dovrebbero leggere.  Elon Musk, il miliardario CEO di SpaceX, Tesla e altre aziende tecnologiche rivoluzionarie, in qualche modo trova sempre il tempo di leggere molti libri quando non sta lanciando razzi nello spazio. Dalle opere classiche di fantascienza agli studi complessi sull’intelligenza artificiale. Musk attribuisce ai libri il merito di averlo aiutato a raggiungere il suo successo. Infatti, quando gli fu chiesto come ha imparato a costruire razzi, ha risposto: “Ho letto libri”. E lo dimostra, perché i libri consigliati da Musk sono più che semplici titoli: ma sono percorsi che hanno dato forma alle sue imprese rivoluzionarie.

L’ampia gamma di libri consigliati da Elon Musk rivela non solo i suoi molteplici interessi, ma anche la sua profonda cultura e conoscenza. Che si tratti di contemplare il destino dell’umanità o di comprendere le complessità dell’intelligenza artificiale, l’elenco di letture di Musk è una finestra sul suo universo intellettuale. Tuttavia, il lusso di approfondire i libri quotidianamente non è qualcosa che tutti possono permettersi. Secondo uno studio del Bureau of Labour Statistics, la maggior parte degli americani trova il tempo di leggere solo 17 minuti al giorno. A questo ritmo, gli americani potrebbero impiegare più di un mese per leggere uno dei libri di saggistica consigliati da Musk.

1. Human Compatible di Stuart Russell Human spiega perché la creazione di un’intelligenza artificiale potrebbe essere l’atto finale dell’umanità, un argomento su cui Musk è stato molto esplicito. Il libro richiama l’attenzione sulla potenziale catastrofe verso la quale si sta dirigendo la società e discute di quel che bisogna fare per evitarla.

2. Zero to One di Peter Thiel, Musk ha twittato: “Peter Thiel ha costruito diverse aziende rivoluzionarie e (questo libro) mostra come”.  Zero to One  studia come le aziende possono prevedere meglio il futuro e agire per garantire il successo delle loro start-up. L’autore arricchisce i punti chiave del libro con le sue esperienze personali.

3. Merchants of Doubt di Naomi Oreskes & Erik M. Conway.  Questo libro esamina alcuni dei principali dibattiti scientifici del mondo sull’ambiente, il fumo e le armi nucleari.  Descrive come un piccolo gruppo di scienziati molto attivi abbia pesantemente travisato questi temi attraverso i media tradizionali, spesso per favorire gli interessi delle aziende e dell’industria.

4. Life 3.0 di Max Tegmark. In quest’opera, il professore del MIT Max Tegmark scrive che per mantenere l’intelligenza artificiale utile per la vita umana e garantire che il progresso tecnologico resti allineato agli obiettivi dell’umanità per il futuro, è necessario essere molto all’erta. Questo è uno dei pochi libri consigliati da Elon Musk dove si tratta della possibilità che l’AI venga utilizzata come forza per il bene del mondo, anziché per il suo male.

5. The Big Picture di Sean M. Carroll. The Big Picture getta uno sguardo ambizioso sul mondo come lo conosciamo e su come possiamo usare il pensiero scientifico per dare un senso alla maggior parte di esso. Un esame approfondito delle origini della vita, della coscienza e dell’universo stesso, questo libro offre ai lettori un modo deduttivo di considerare le domande più impegnative che la filosofia, la fisica e la biologia hanno da offrire.

6. Mentire di Sam Harris. Questo tratta di tutte le bugie, dalle piccole bugie che le persone dicono quotidianamente e alle enormi bugie che a volte vengono dette sulla scena mondiale. In definitiva, è sempre meglio dire la verità.

7. Superintelligenza di Nick Bostrom. Musk ha ripetutamente messo in guardia contro ai pericoli di un’intelligenza artificiale non controllata. “Dobbiamo essere super attenti con l’AI”, ha twittato nel 2014, affermando che è “potenzialmente più pericolosa delle bombe atomiche”. Per scoprire perché questi rischi sono così spaventosi, Musk dice che vale la pena leggere Superintelligenza. Il libro nella lista di lettura di Elon Musk fa un’audace indagine su ciò che accadrebbe se l’intelligenza computazionale superasse l’intelligenza umana.

8. La ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Questo classico è un punto fermo nella lista di Elon Musk, La ricchezza delle Nazioni è un’opera profondamente influente nel regno dell’economia ed esamina proprio come le nazioni diventano ricche, o povere. Adam Smith – di cui Musk è un fan – sostiene che permettendo agli individui di perseguire liberamente il proprio interesse personale, in un mercato libero, senza regolamentazioni governative, le nazioni prospereranno.

9. Radical Candor di Kim Scott. Uno dei fattori fondamentali di Elon Musk per una leadership di successo è il suo incrollabile apprezzamento per il feedback, sia esso positivo o negativo. È un fan del ciclo di feedback, e in un’intervista ha dichiarato che “è molto importante avere un ciclo di feedback, in cui si pensa costantemente a ciò che si è fatto e a come si potrebbe farlo meglio”. Il libro di Kim Scott è una preziosa tabella di marcia per i leader che cercano di costruire relazioni forti con i loro dipendenti. Questo approccio manageriale perspicace svela i segreti per creare un ambiente di lavoro in cui fioriscono grandi idee, gli individui raggiungono il loro pieno potenziale e i dipendenti sono orgogliosi di seguire la guida del proprio capo.

10. Storia delle banche centrali di Stephen Mitford Goodson. Le banche centrali possono provocare guerre e controllano le nostre vite in maniera nascosta, sono entità private sulle quali l’uomo della strada sa molto poco.

Perché i trattori bloccano le piazze?

Perché i trattori bloccano le piazze?

Ogni due giorni in Francia un agricoltore si suicida. Altri abbandonano l’industria.  E in Italia la situazione sta diventando difficile. Dal Mediterraneo alla Normandia, gli allevatori di bovini, pecore, polli e colture stanno manifestando fuori dalle prefetture e scaricano il fieno nei ristoranti fast-food. Lunedì hanno utilizzato trattori e balle di fieno per bloccare le autostrade di accesso a Parigi.  La loro determinazione è incrollabile: “Andremo fino in fondo!”.

La loro rabbia è rivolta a Bruxelles più che a Parigi. I regolamenti dell’UE stanno rendendo la vita degli agricoltori una miseria, e incolpano i burocrati di Parigi per aver applicato le regole con tanto zelo. I loro terreni sono sorvegliati dai droni. ‘Non possiamo nemmeno tagliare le nostre siepi senza permesso’, dicono. Ciò che più di ogni altra cosa fa arrabbiare è che hanno praticato l’agricoltura biologica per molti anni. E per cosa? Guadagnano meno rispetto al passato, ma continuano a subire soprusi e molestie dai burocrati europei e da gli uomini politici che li assecondano.

Anche chi è passato a coltivare cereali, biologici, è disilluso. Dicono che gli sembra di essere più un burocrate che un agricoltore, e che ogni settimana passa ore a compilare moduli e a spuntare caselle.
La rivolta non è limitata alla Francia. In tutta l’Unione Europea, gli agricoltori si stanno sollevando contro ai loro governi e, in particolare, contro a Bruxelles. Gli agricoltori spagnoli hanno annunciato questa settimana che anche loro si uniranno al movimento di protesta a causa della ‘burocrazia soffocante generata dai regolamenti europei’, e anche gli agricoltori belgi si stanno mobilitando. Le manifestazioni sono iniziate in Olanda nell’autunno del 2019, quando più di 2.000 trattori si sono diretti all’Aia. C’era stato un crescente malcontento per i piani di restrizione delle emissioni di azoto, ma il catalizzatore della protesta dei trattori è stata la proposta di un parlamentare di sinistra di dimezzare il numero di capi di bestiame. ‘Gli agricoltori e i coltivatori sono stanchi di essere dipinti come un ‘problema’ che ha bisogno di una ‘soluzione”’, ha detto Dirk Bruins, un portavoce del settore.

In Germania la rabbia è esplosa il mese scorso, quando il governo di Olaf Scholz ha annunciato un piano per eliminare un’agevolazione fiscale sul gasolio agricolo. Quello è stato il punto di rottura per un settore esasperato da un ‘sovraccarico amministrativo’. Cinquemila trattori si sono portati a Berlino per manifestare contro a un governo che, secondo loro, non ha alcun rispetto o comprensione per l’industria agricola.

Le proteste in Romania e Polonia sono contro quella che i loro agricoltori considerano una concorrenza sleale da parte dell’Ucraina. La Russia ha bloccato le esportazioni di grano ucraino via mare verso l’Africa, quindi per aiutare gli agricoltori ucraini, l’UE lo importa senza quote o dazi d’importazione.

Lo stesso risentimento si avverte in Francia. Quando si chiede loro  perché stessero protestando, parlano di due lamentele in particolare: troppa amministrazione e troppa concorrenza sleale da parte dell’Ucraina.

Tuttavia, non è solo la concorrenza ucraina ad aver spinto gli agricoltori francesi a presidiare le barricate. Certi agricoltori che producono un’ampia varietà di verdure, sono battuti da altri Paesi all’interno dell’UE, così come al di fuori di essa. Per esempio i pomodori spagnoli inondano il mercato francese.

Un chilo di pomodori francesi costa 1 euro in più rispetto a un chilo di pomodori coltivati in Spagna, perché gli spagnoli producono di più a un costo inferiore. ‘Non c’è una produzione sufficiente in Francia e c’è una concorrenza sui costi di produzione, ma anche sui differenziali di costo dei salari’, afferma Thierry Pouch, capo economista della Camera dell’Agricoltura francese.

I costi di produzione sono più bassi anche per gli allevatori ucraini di polli e cereali. Inoltre, i metodi di allevamento dell’Ucraina non sono sottoposti agli stessi standard rigorosi degli agricoltori dell’UE. Lo stesso vale per altri agricoltori stranieri con cui l’UE fa affari, come i neozelandesi e i sudamericani.

Tutte queste misure incomprensibili sono legate al Green Deal dell’UE, introdotto nel 2019 dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Il suo obiettivo è che l’UE sia neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. La Commissione si è vantata di trasformare ‘le sfide climatiche e ambientali in opportunità’ e di rendere così ‘la transizione giusta e inclusiva per tutti’.

Molti agricoltori si erano opposti fin dall’inizio. La Global Farmer Network, un’alleanza di agricoltori di tutto il mondo, ha riassunto il Green Deal come il ‘piano dell’UE per eliminare l’agricoltura moderna in Europa’. Si tratta di un progetto irrealistico, hanno affermato, ideato da burocrati che non conoscono il settore agricolo.

In particolare, hanno criticato la componente ‘Strategic Farm to Fork’ dell’accordo, che dovrebbe promuovere un’alimentazione più sana e sostenibile in Europa entro il 2030. “Nel prossimo decennio, gli agricoltori dovranno dimezzare l’uso di prodotti per la protezione delle colture, ridurre l’applicazione di fertilizzanti del 20% e trasformare un quarto dei terreni agricoli totali in produzione biologica”, ha dichiarato Marcus Holtkötter, un agricoltore tedesco. ‘Niente di tutto questo, ovviamente, dovrebbe disturbare la cena di qualcuno’.

Tra gli altri atti legislativi contenuti nel Green Deal, ci sono le norme sulla riduzione dell’uso di pesticidi, sul miglioramento del benessere degli animali e sull’aumento della quantità di terra lasciata a riposo.

Lasciare i terreni a maggese non è un requisito nuovo. È stato reso obbligatorio nel 1992 come parte della Politica Agricola Comune (PAC), in cambio di un pagamento. È stato sospeso nel 2008 e poi reintrodotto l’anno scorso. Per le aziende agricole con più di dieci ettari, il 4 percento del terreno coltivabile deve essere accantonato o utilizzato per habitat semi-naturali adatti alla biodiversità. Alcuni politici ambientalisti dell’UE vogliono che la percentuale di terreno lasciato a riposo aumenti al 10 percento.

Gli agricoltori denunciano questa imposizione come insostenibile, citandola come un’ulteriore prova che i burocrati di Bruxelles non hanno alcuna stima del loro settore. Un campo incolto non diventa un prato pieno di fiori; si trasforma in una monocultura di erbe che richiede una manutenzione regolare, che costa tempo e fatica, ma senza alcuna ricompensa finanziaria.

Non è così, sostiene François Veillerette, portavoce dell’ONG Générations Futures, che afferma che questi campi incolti saranno ‘utili agli agricoltori’ in futuro.

Veillerette è un attivista ambientale veterano, non un agricoltore. Ho posto la questione dei campi ritirati dalla produzione a un’amica, che gestisce due aziende agricole di cereali nel dipartimento del Loiret. Lo descrive come un’assurdità. ‘Ho 11 ettari, quindi significa che molti terreni rimangono incolti se voglio ottenere delle sovvenzioni’, dice. “Ma che senso ha mettere da parte così tanta terra? Lo scopo dell’agricoltura è produrre, o no?”.

I critici dell’industria agricola francese citano le ricchezze che ricevono in sussidi dalla PAC dell’UE. L’anno scorso è stato versato un totale di 53,7 miliardi di euro, la fetta più grande – 9,5 miliardi di euro – è andata agli agricoltori francesi. I sussidi operativi, pari a 8,4 miliardi di euro, sono distribuiti in base alla quantità di terreno e al numero di capi di bestiame. Il resto, 1,1 miliardi di euro, viene pagato in base a ciò che l’agricoltore produce.

Ma non è così semplice. I sussidi vengono distribuiti agli agricoltori che si conformano alla miriade di regolamenti dell’UE; per molti piccoli agricoltori questi sono impraticabili o impossibili da seguire, quindi non ricevono i sussidi.

Stéphanie ha un profilo insolito per un agricoltore francese. Ha ricevuto un’educazione in istituzioni d’élite e per alcuni anni è stata un’alta dirigente nel mondo aziendale. Ma a quarant’anni è tornata a casa, in campagna, quando suo padre è diventato troppo vecchio per gestire le due aziende agricole della famiglia. Lui è stato un agricoltore per tutta la vita, ma Stéphanie è ora più adatta al lavoro di quanto lo fosse lui, perché l’industria è più legata alle pratiche burocratiche che all’agricoltura. ‘I burocrati francesi ci danno davvero la caccia’, dice. Le regole che siamo costretti a rispettare sono più severe che altrove in Europa’.

Il suo terreno viene anche scansionato da droni per verificare che sia conforme a tutte le nuove direttive ambientali. L’anno scorso le è stato ordinato di ridurre l’utilizzo dell’acqua del 30 percento e Parigi ha anche reso più difficile la certificazione dei suoi raccolti da parte degli agenti di assicurazione delle colture. ‘Essere in regola è diventato un incubo a causa dell’amministrazione’, dice.

La protesta degli agricoltori ha cristallizzato la sensazione nella Francia provinciale che Parigi e Bruxelles vogliano sradicare il loro stile di vita. La deindustrializzazione è stata disastrosa per la Francia rurale e l’agricoltura è l’unica industria rimasta; se questa viene distrutta, cosa rimane della “belle France”? Stéphanie ritiene che la questione possa essere inquadrata come città contro campagna. ‘Le persone che fanno le regole e le attuano non provengono dalla campagna’, dice. “Sono burocrati ignoranti”.

Molti degli uomini e delle donne che bloccano le autostrade dicono di farlo perché ‘non hanno più nulla da perdere’. Stanno lottando per i loro mezzi di sostentamento e per il loro stile di vita.

Questo non è il popolo di Emmanuel Macron. Sei anni fa le province si sono sollevate e hanno marciato verso Parigi con i loro gilet gialli per protestare contro una nuova tassa sul carburante. Il portavoce del Governo Benjamin Griveaux guardò dall’alto in basso queste ‘persone che fumano e guidano auto diesel’ e dichiarò che ‘non sono la Francia del XXI secolo’.

Oh, ma lo sono, che piaccia o no. La domanda ora, non solo in Francia ma in tutta Europa, è: come risponde l’élite politica a questa insurrezione agricola?

La Von der Leyen discuterà della crisi questa settimana in occasione di un vertice del Consiglio Europeo a Bruxelles, con i 27 capi di Stato dell’UE. Anche molti agricoltori europei sono attesi nella capitale belga, e arriveranno con i loro trattori.

 

 

Il film “stupido” di Albanese

Il film “stupido” di Albanese

 

Il film del comico Antonio Albanese “100 domeniche” tocca un grosso problema: quello della gente onesta che perde i propri risparmi perché si è fidata della propria banca. La soluzione proposta da Albanese (sparare al direttore della banca) per quanto suggestiva, non pare essere consigliabile. Bisognerebbe piuttosto andare alla radice del problema. Albanese allude al problema delle “banche venete” e riaffiora la storia delle famose “baciate” che furono spinte per giungere a una capitalizzazione veloce, dopo le gravi minacce europee, assecondate dal duo Renzi-Padoan, che imposero un passaggio da popolari, dopo più di 150 anni, a Società per Azioni, in soli tre mesi.

Le nuove regole del “Bail-In” ovvero che azionisti in primis e obbligazionisti in secundis avrebbero dovuto rimetterci i propri soldi in caso di fallimento bancario, è uno dei tanti “regali” fatti dalla BCE. Prima dell’Euro, una banca più grossa o la Banca d’Italia, sarebbe intervenuta per coprire la corsa agli sportelli. Ma ormai viviamo in un mondo di smemorati.

Matteo Renzi fu Primo ministro, dopo Letta, dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016, con Padoan ministro delle finanze. A Renzi seguì Gentiloni, dal 12 dicembre 2016 al 1 giugno 2018. Dunque, il crack della banche e la fregatura degli operai, come il povero Riva/Albanese, accadde in quel lasso di tempo e non certo per colpa delle dirigenza o della proprietà della nostre banche.

Il protagonista del film pensava che le sue fossero obbligazioni, ma in realtà erano azioni, ma avrebbe perso pure le obbligazioni. Il bail-in entrò in vigore il 1° gennaio 2016 e, secondo quel trattato, il salvataggio delle banche in crisi non avviene con soldi dei contribuenti (bail-out), bensì con risorse interne alla banca (bail-in). In sostanza, in caso di crack bancario, a mettere mano al portafoglio saranno prima gli azionisti della banca, poi gli obbligazionisti e infine i depositanti con liquidità superiore a 100.000 euro.

Quindi, il salvataggio delle banche in difficoltà avviene con soldi di privati, attingendo in modo selettivo da azionisti e creditori e non con denaro pubblico. Chi ha investito in strumenti finanziari rischiosi sostiene prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. E solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si può passare alla categoria successiva.

Il lettore dirà, e va bene ma un operaio come Antonio Riva/Antonio Albanese non poteva sapere queste cose…vero, ma finché vi saranno smemorati, come il regista Antonio Albanese, che racconteranno delle storie parziali, senza studiare nulla,  e che voteranno a sinistra, le cose non cambieranno mai.

 

La BCE è una delle peggiori banche centrali del mondo?

La BCE è una delle peggiori banche centrali del mondo?

 

Ci scrive il nostro autore, l’economista Michael Santi: “La Banca Centrale Europea ha appena dichiarato, tramite il suo vicepresidente tedesco, che non si dovrà contare su una diminuzione dei tassi di interesse nel 2024.

Allo stesso tempo, la Federal Reserve statunitense prevede ben 7 tagli, il primo dei quali già nel marzo 2024! Cosa abbiamo fatto per meritarci dei leader così super ortodossi che fanno del loro meglio per minare la poca crescita rimasta in Europa?”.

Ormai è chiaro che l’inflazione nell’eurozona non fosse dovuta a cause monetaria ma al mercato successivo al Covid 19 e agli shock energetici e alimentari dovuti alla guerra in Ucraina. La Lagarde non ha fatto nulla per contenerla, questa è calata per conto suo e il costo del denaro è stata una sciagura che ha messo sul lastrico molta gente.

 

 

Consorzio ZAI, si festeggiano i primi 75 anni di storia

Consorzio ZAI, si festeggiano i primi 75 anni di storia

In una Gran Guardia al completo, si è celebrato stamattina alla presenza viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami l’anniversario dell’interporto. Gasparato: «Motore dello sviluppo della nostra città»

Festeggiati oggi alla Gran Guardia i 75 anni del Consorzio Zai, dedicati al servizio di Verona e della sua economia. All’evento hanno partecipato oltre al presidente del Consorzio Matteo Gasparato ed ai membri del consiglio d’amministrazione, il sindaco di Verona Damiano Tommasi, il vice ministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami, la vice-presidente del Consiglio Regionale Elisa De Berti, diversi parlamentari e autorità.

La storia del Consorzio Zai comincia nel 1948, spiega il presidente del Consorzio Zai Matteo Gasparato: «Partito da un’idea innovativa nostri predecessori, è diventato il motore dello sviluppo della nostra città. Ha quindi creato Verona Sud e successivamente è nato l’Interporto ed oggi stiano sviluppando una nuova area che si chiama Area dell’Innovazione Marangona.“

«Oggi – ha continuato Gasparato – il nostro terminale lavora 16 mila treni all’anno, ed è al vertice della classifica italiana degli interporti. A livello immobiliare abbiamo da sviluppare un’area di più di 1 milione di metri quadri che andrà ad integrare un’area di 2 milioni di metri quadri. Abbiamo un terminale ferroviario di oltre 750 metri di lunghezza che non appena il Tunnel del Brennero sarà aperto potrà ospitare i treni che vengono dal nord Europa».

Il sindaco Damiano Tommasi ha sottolineato la lungimiranza «di chi ha pensato a questa modalità di gestione di uno spazio della città mettendolo al servizio delle attività produttive» ed ha definito il Consorzio Zai come fondamentale per rilanciare il ruolo di Verona nei rapporti con il Nord Europa, ruolo da cui deriva una grande responsabilità di gestione.

Il viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami ha sottolineato l’eccellenza nazionale del centro Interzonale di Verona, fondamentale per lo sviluppo di tutta l’area.

 

La BCE deve risarcire l’Italia per aver permesso l’assassinio delle Banche Venete

La BCE deve risarcire l’Italia per aver permesso l’assassinio delle Banche Venete

Daniéle Nouy

Di notte, un uomo cerca qualcosa sotto a un lampione. Gli si avvicina uno che lo vuole aiutare e gli chiede: “Che sta cercando?”.

L’uomo risponde: “Cerco una banconota da venti euro che mi è caduta”. La cercano entrambi, ma senza successo. Il nuovo arrivato, chiede: “Esattamente dove l’ha persa?”. E quello gli dice: “Trecento metri più avanti”. “Ah, e perché la cerca qui?”. Stupito, quello gli risponde: “Ma perché qui c’è luce!”.

Questa vecchia storia mi torna in mente pensando al processo per il crac BPVI tenuto a Mestre. Conosco abbastanza bene, dal di dentro, questa tragedia tutta italiana e sono convinto che tutti gli imputati andrebbero assolti, in quanto vittime e non criminali.

Piuttosto, alla sbarra andrebbero portati certi funzionari della BCE, in particolare due donne, completamente incompetenti di economia e, forse, anche l’ex primo ministro Matteo Renzi e l’ex ministro delle finanze Pier Carlo Padoan. Una nota di forte biasimo andrebbe poi inviata al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia per aver permesso che gli sfilassero di tasca due gioielli di banche, quali furono la Popolare Vicenza e la Veneto Banca. Avrebbe dovuto urlare “Al ladro!” e poi picchiare i pugni sul tavolo. Fosse successo a un presidente di un Lander tedesco, in condizioni simili, con qualcuna delle sue Genossenschaftsbanken gli urli li avrebbero sentiti sino a Berlino.

Le cose riguardanti la finanza vengono spesso complicate dai gestori di tali attività, a nomina politica e ora questi funzionari innocenti sono essi stessi prigionieri della rete di ragno che si erano costruiti intorno. Non è quindi possibile che dei semplici magistrati possano capire certi sottili dettagli e perciò essi vanno da anni alla ricerca di crimini grazie ai quali possano sbattere in galera delle persone oneste e così placare l’odio di chi ci ha perso parecchi soldi.

Non è facile condensare tanti argomenti nello spazio di un breve articolo per provare la nostra tesi, ma citeremo solo alcuni fatti principali. Per chi voglia saperne di più consigliamo un libro, ormai introvabile, uscito nell’aprile del 2019 a Udine e intitolato Romanzo imPopolare di Cristiano Gatti e Ario Gervasutti e che, nonostante il tono sbarazzino, racconta con estrema precisione tutti i passaggi fondamentali di questo dramma.

Gli attacchi mediatici contro alle due banche venete sono state una cosa vergognosa e immotivata o, forse, motivata da certe losche figure che scommettevano sulla loro morte. In ciò si è distinto il Giornale di Vicenza, che ha pubblicato paginate di pettegolezzi e di dati errati. Nessuna banca, per quanto solida come fu sino alla fine la Popolare di Vicenza, avrebbe potuto reggere a lungo quello tsunami di escrementi. Ma i numeri dicono che, sino alla fine, la Banca Popolare di Vicenza ha mantenuto livelli di solvibilità altissima e aveva del personale dedicato ed efficiente.

Si fa un grande parlare della “baciate” un tipo di finanziamento da sempre adottato dalle Banche Popolari, sia pur con la dovuta cautela e con le dovute regole. Nel caso della Popolare di Vicenza, effettivamente, esagerarono con questo strumento, prendendo dei grossi azzardi per via delle feroci pressioni della BCE di ricapitalizzazione. Si tratta comunque di qualcosa di relativamente limitato: parliamo di 130 milioni spalmati su 1930 soci, che senza gli interventi della BCE (che nulla conoscevano degli statuti delle banche popolari, vera spina dorsale dell’industria italiana negli ultimi 150 anni) sarebbero stati assorbiti.

La bomba atomica sulle banche venete fu lanciata da Matteo Renzi il 20 gennaio 2015, in un Consiglio dei ministri, quando inserì fra le “varie ed eventuali” senza nessuna preliminare discussione, che le banche popolari vengano obbligate a quotarsi in borsa nel giro di 18 mesi. Non tutte, solo quelle con un patrimonio superiore a 8 miliardi.

Si trattò di una azione mirata, perché queste banche erano tre: Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari. Per la cronaca, l’ultima ancora esiste, perché se ne infischiò del decreto di Renzi, che fu comunque annullato due anni dopo. Cancellarono anche il voto capitario, colonna portante delle banche popolari, dove uno vale uno, indipendentemente dal numero di azioni che detiene. In Italia nessuno ci fece caso, tranne chi se ne intende, come l’economista Stefano Zamagni, il quale scrisse: “A me pare che esista un preciso disegno che punta a eliminare le popolari, non in maniera diretta ma esasperando il rispetto di regole troppo pesanti”. E aggiunse Marco Vitale, un altro economista di valore: “Le pressioni, unite alla tradizionale mancanza di coraggio degli intellettuali italiani, chiusero rapidamente la partita e tutti, o quasi tutti, si ritirano zitti, in buon ordine nel loro banco. Einaudi, Menichella, Mattioli, Baffi si rivoltano nella tomba”.

Nulla da fare: i panzer della BCE si trovarono la strada spianata per distruggere le due venete. Arrivò una lettera di Daniéle Nouy, ora in pensione, una ex bancaria laureata in scienze politiche e in legge, che si trovò a capo della vigilanza della BCE. La gentil signora decise, seduta stante, di cambiare i parametri degli accantonamenti e, dunque, il bilancio della banca che era stato chiuso alla fine del 2014, passò da un surplus di 350 milioni a una perdita di 757 milioni.

Qualche mese dopo, sempre tale signora, insisterà per il fallimento della Popolare di Vicenza, senza alcun motivo logico, s’impuntò e basta, forse fu per via del tradizionale disprezzo per gli italiani che, come i greci, vanno sempre messi in riga. Voleva lo scalpo della banca di Vicenza e furono costretti a fare intervenire il vicepresidente della Banca d’Italia per farle cambiare idea. L’altra funesta dama, responsabile del disastro, anche se in misura minore, è Margrethe Vestager, una ex militante comunista danese, che dal 2014 è Commissario europeo per la concorrenza (oggi è secondo vicepresidente della Commissione Europea).

Da quel momento sarà la BCE, tramite il rappresentante in Italia, Emanuele Gatti a teleguidare la banca. Addirittura Gatti si spinse avanti, al punto di passare a Zonin un foglietto con scribacchiati sopra tre nomi per indicare il nuovo amministratore delegato, in sostituzione del povero Emanuele Sorato, pure lui innocente, mandato a casa per quietare la BCE. Che quel funzionario basato a Milano, laureato in giurisprudenza presso l’Università di Bari, ex Banca d’Italia dal marzo 1992, decida con un foglietto chi è gradito o sgradito alla BCE dovrebbe essere, questo sì, oggetto d’indagine giudiziaria. Gianni Zonin pescò uno di questi “graditi” alla BCE, tal Francesco Iorio, una pessima scelta, proveniva dalla Popolare di Bergamo, laureato in giurisprudenza, con una corso in economia bancaria, il quale guadagnò delle cifre spropositate per il suo intervento, tutto sommato inutile e dannoso. Il Corriere della Sera stimò che durante la sua permanenza, includendo bonus in entrata e in uscita, guadagnò circa 20.000 euro al giorno!

Gianni Zonin nulla sapeva dell’entità di tale baciate e che, comunque, non ne spiegano assolutamente il fallimento, perché la banca è saltata per ben altro. Il processo dovrebbe essere annullato, perché non esiste un reato e gli imputati vanno mandati a casa, con tante scuse. E comunque le pene detentive comminate durante il primo grado, sotto alla pressione del popolo inferocito, erano assurdamente elevate, neanche fossero degli assassini.

Questa azione legale era iniziata la mattina del 22 settembre 2015, con un blitz, teletrasmesso in mondovisione, effettuato dalla Procura di Vicenza, con perquisizioni a Vicenza, Milano, Roma, Palermo, nelle abitazioni e negli uffici dei dirigenti. Si videro agenti uscire con faldoni di carte (ma che speravano di trovarci?) e il Procuratore capo Antonio Cappelleri dichiarò ottimisticamente che: “Conto su un’indagine veloce che entro un mese stabilisca le eventuali responsabilità delle persone coinvolte…”. Entro un mese!

Chi ha perso soldi andrebbe pienamente risarcito dalla Banca d’Italia, che si mostrò impotente davanti alle prepotenze della BCE e dai loro giannizzeri calati da nord. La Banca d’Italia dovrebbe poi chiedere un rimborso alla BCE, per via della loro evidente e criminale mala gestio di queste due gloriose banche.

Angelo Paratico

 

Ed è solo l’inizio dei guai per il sistema bancario svizzero

Ed è solo l’inizio dei guai per il sistema bancario svizzero

 

IL CONTO DEL SALVATAGGIO DI CREDIT SUISSE? 30MILA LAVORATORI A CASA – SECONDO LA STAMPA ELVETICA, LA FUSIONE TRA UBS E LA BANCA RIVALE FINITA SULL’ORLO DEL FALLIMENTO PORTERÀ AL TAGLIO DEL 30% DEI POSTI DI LAVORO TOTALI DEL NUOVO GRUPPO – NEL FRATTEMPO, MOLTI DIPENDENTI DI CREDIT SUISSE SONO “SCAPPATI” E SI SONO GIÀ ACCASATI PRESSO ALTRI ISTITUTI, PORTANDOSI DIETRO I DEPOSITI CONSISTENTI DEI CLIENTI.

Questo è il cappello dell’articolo pubblicato da Dagospia. In realtà questo pare solo l’inizio, anche perché a causa dei colossali errori fatti dalla BNS negli ultimi anni, la Banca Centrale Svizzera, il prestatore di ultima istanza svizzero, non potrà intervenire.

Dunque, guai in vista per il personale di CS e UBS, come prima conseguenza della fusione tra Ubs e Credit Suisse. Resasi necessaria il 19 marzo scorso, per evitare il fallimento della seconda delle due banche. La notizia non è stata smentita né da UBS né dai sindacati dei bancari. In aprile l’amministratore delegato, Sergio Ermotti, aveva comunque preannunciato «cambiamenti e decisioni difficili », promettendo di trattare tutti i dipendenti di Credit Suisse e UBS in modo equo.

Una finestra sul mondo: il Consorzio Zai – Quadrante Europa di Verona

Una finestra sul mondo: il Consorzio Zai – Quadrante Europa di Verona

Sin dalla sua costituzione nel 1948 il Consorzio ZAI si preoccupa di favorire lo sviluppo dell’economia veronese: come ente istituzionale a base territoriale ha compiti di pianificazione urbanistica e di propulsione allo sviluppo globale del territorio e dell’economia.
Un attento studio della logistica è alla base dei progetti realizzati dal Consorzio a favore delle industrie scaligere che hanno potuto così sfruttare al meglio le vie ferroviarie, stradali, aeree e fluviali. Alla giurisdizione del Consorzio sono state riservate quattro aree del comprensorio veronese: la zona industriale denominata Zai Storica, l’altra zona industriale Zai Due-Bassona, l’area del Quadrante Europa, l’area dell’Innovazione-Marangona. Nel complesso si tratta di un vero e proprio sistema infrastrutturale di 10 milioni di metri quadrati che costituisce un punto di forza economico naturale per la presenza di 1.000 aziende e 40.000 addetti.

La missione è incrementare la progettualita’, lungimiranza e concretezza del territorio, queste sono le caratteristiche di questi anni di lavoro del Consorzio Zai, che si affaccia al terzo millennio con la convinzione che il maggior vantaggio di una citta’ e di un territorio sia nell’attivita’ di organismi interessati alla ricerca, alla creativita’ e al cambiamento.
La capacita’ del Consorzio di anticipare gli scenari futuri si è esplicitata continuamente nel corso degli anni: dagli albori con la prima ZAI d’Italia alla creazione di un interporto, il Quadrante Europa, che e’ il primo in Italia per volumi di traffico combinato di merci, e riconosciuto tra i primi interporti in Europa, alla creazione di un’Area per l’Innovazione. L’ultima zona di competenza del Consorzio in ordine di tempo, l’Area dell’Innovazione, sara’ all’avanguardia come gia’ lo è il fiore all’occhiello del Consorzio, l’Interporto Quadrante Europa, una vera e propria ”citta’ delle merci” altamente specializzata e regolata da sistemi logistici integrati di altissimo livello, dotata anche di una rete telematica perfettamente efficiente su tutto il perimetro.
Storia
Verona usciva provata dalla guerra. Era tempo di preoccuparsi della ricostruzione di una città che sul piano artistico e culturale era gia’ conosciuta’ in tutto il mondo. Il motore economico della città con le sue industrie, il commercio, l’agricoltura, l’artigianato doveva prendere l’avvio. Occorreva strutturare la città dell’economia, una nuova città non estranea alla precedente, ma integrata ad essa nel rispetto delle specifiche funzioni.

La nascita del Consorzio ZAI parte proprio da queste premesse: un pool di uomini della Camera di Commercio, del Comune e della Provincia ha l’intuizione nel 1948 di istituire quella che sara’ la prima Zona Agricola Industriale d’Italia. L’attività inizia con l’esproprio dei terreni agli agricoltori della zona per l’assegnazione a titolari di imprese di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli. L’ente consortile procede poi all’urbanizzazione, alla costruzione di raccordi stradali e ferroviari e all’infrastrutturazione delle aree.
Futuro
Dagli albori con la prima ZAI d’Italia alla creazione dell’Interporto Quadrante Europa, Consorzio ZAI ha sempre anticipato scenari futuri.
Progettualità, lungimiranza e concretezza sono le caratteristiche di oltre 70 anni di lavoro di Consorzio ZAI, che si affaccia al terzo millennio con la convinzione che il maggior vantaggio per una città e per un territorio sia nell’attività di organismi interessati alla ricerca, allo sviluppo e al cambiamento.
Nei prossimi anni l’Interporto Quadrante Europa si svilupperà con il PUA QE Nord su ulteriori 500.000 mq interamente dedicati alla logistica, con magazzini fino a 40.000 mq, una riorganizzazione di aree e servizi comuni e una nuova viabilità interna, oltre al nuovo terminal da 750 mt adattato allo standard comunitario e con rete viabilistica collegata all’Alta Velocità ferroviaria.
Inoltre, Consorzio ZAI amplierà il ventaglio delle opportunità di insediamento in un’area di nuova concezione di 1,4 mln di mq limitrofa al Quadrante Europa e direttamente collegata all’autostrada Milano-Venezia: l’area della “Marangona”, progettata sui principi di sostenibilità, sviluppo ambientale, economico e sociale, che ospiterà aziende di varie dimensioni e diverse destinazioni d’uso (manifattura, commercio, e logistica).
Infine, Consorzio ZAI mantiene fede all’impegno di decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale. Si collocano in quest’ottica i continui investimenti in nuove tecnologie, quali la stazione LNG, le colonnine di ricarica per auto elettriche, e i nuovi impianti di illuminazione a ridotto inquinamento luminoso.

Tutti gli Errori delle Banca Centrale Svizzera. Un libro mostra come quel colosso bancario sia diretto da incapaci.

Tutti gli Errori delle Banca Centrale Svizzera. Un libro mostra come quel colosso bancario sia diretto da incapaci.

Questo libro, è stato pubblicato in italiano da Gingko Edizioni, di Verona, e in Svizzera da Flamingo Edizioni di Bellinzona, è una traduzione dal francese di “BNS: rien ne va plus” da Michel Santi. Michel Santi è un economista francese naturalizzato svizzero nel 1997. Come banchiere indipendente ha spesso criticato gli eccessi della finanza, prima della crisi economica globale del 2008. Ex membro del World Economic Forum e dell’IFRI (Istituto francese delle relazioni internazionali), si è laureato in Diritto bancario presso l’Università di Nizza e ha conseguito un Master in Diritto economico presso la HEC di Parigi. Nel 2006 ha lasciato il mondo delle banche centrali dei Paesi emergenti e dei fondi sovrani, diventando uno dei fondatori di Finance Watch, una ONG regolatoria con base a Bruxelles.
Questo suo libro, breve, chiaro e colmo di buon senso, squarcia il velo sulla gestione folle della Banca Nazionale Svizzera, diretta da tre personaggi che non rendono conto a nessuno, neppure al governo svizzero, delle proprie politiche, che pure incidono pesantemente sul futuro del Paese.
Uscirà nelle edicole fra una settimana, ma anticipiamo qui l’introduzione di Michel Santi per i nostri lettori.

Introduzione

Pensiamo di sapere tutto sulle banche centrali, mentre, in realtà, non sappiamo quasi nulla. Eppure, una
parte significativa della mia carriera è stata plasmata dalle loro azioni, quando ero un trader in banche
svizzere e poi un gestore di hedge fund. Le banche centrali erano l’oggetto delle nostre conversazioni
più accese, delle nostre scommesse quotidiane, del nostro odio, a volte, a causa delle nostre posizioni e,
spesso, delle nostre fantasie. Le loro interazioni, le loro decisioni, i loro discorsi, le loro piccole frasi,
ancora oggi, stordiscono e confondono coloro che hanno il compito di gestire e investire nei mercati.
Anche i rappresentanti eletti, gli uomini e le donne responsabili della politica nelle nostre democrazie,
esaminano queste figure umane, i banchieri centrali, discreti, sempre ben vestiti, che si esprimono in un
gergo codificato e che si trovano a capo di istituzioni identificate, semplicemente, da acronimi, quasi
esoterici, che sono diventate sinonimo di onnipotenza: FED, ECB, BNS, BOJ.
Tuttavia, sarebbe utile condurre un’analisi psicologica su tali uomini e donne, data l’opacità dei loro
processi decisionali e la loro dipendenza, quasi patologica, dalla matematica, che li porta alla
sottomissione ai mercati finanziari.

Dall’inizio degli anni ’70, questi banchieri centrali, si sono convertiti alla “scientologia economico-
finanziaria”. Da allora, hanno insensibilmente ridefinito il loro rapporto con il capitalismo e si sono

sempre più schierati con la finanza e i finanzieri. Dagli anni ’70 e per più di trent’anni, i banchieri centrali
hanno compiuto intensi sforzi – anche intellettuali ed accademici – per ridefinire il proprio ruolo, al fine di
rendersi incontestabili nei confronti di questa finanza che, con la globalizzazione, stava diventando
sempre più determinante.
Non potendo tollerare le incessanti innovazioni del settore finanziario, che faceva sempre più uso della
matematica, i banchieri centrali hanno deciso di prendere l’iniziativa, cioè di competere, con l’inventiva e
la temerarietà per, se non sottomettere la finanza, almeno impressionarla.
Questo libro si concentrerà sulla Banca Nazionale Svizzera, o BNS, perché questa banca centrale ha
tutte le
carte in regola per essere considerata un paradigma del sistema. Infatti, come vedremo, il rapporto
problematico tra i mercati finanziari e la BNS è stato così stretto che quest’ultima si è convinta che
iniettare centinaia di miliardi di dollari nei mercati azionari fosse la soluzione ai mali della Svizzera. Si
scoprirà che la finanziarizzazione dell’economia e dei mercati, ormai estrema, ha avvantaggiato queste
banche centrali, che hanno dimostrato capacità di adattamento esemplare, assumendo esperti
altamente qualificati, ma senza avvertire la necessità di apportare modifiche alla propria cultura storica o
addirittura economica. Dei giganti come John Maynard Keynes o Hyman Minsky sono stati relegati al
rango di antiquariato inutile e ingombrante.
L’etichetta data loro, per decenni, di “Banca delle Banche” dimostra inequivocabilmente il ruolo
fondamentale che hanno svolto le banche centrali, ossia quello di primus inter pares, per usare
un’espressione cara al Vaticano. Era certamente la prima, ma tra pari, cioè in compagnia delle altre
banche, trasformandosi in breve nel sistema finanziario di cui era – se non l’emanazione – almeno
un’espressione.
Per convincersene, basta ricordare le foto scattate nel 2007 e nel 2008 durante i numerosi incontri al
vertice, organizzati in quella immensa sala conferenze della Federal Reserve statunitense, che metteva
assieme le figure più emblematiche del mondo bancario e finanziario con i massimi funzionari della Fed,
concentrati sul salvataggio delle istituzioni indebolite, tutti impegnati a lavorare per calmare l’ansia dei
mercati.
È stato agli inizi degli anni ’90 che la BNS ha mutato radicalmente direzione, abbracciando una volta per
tutte, la globalizzazione e decidendo di guardare al di fuori della Svizzera, per sfruttare ciò che poteva,
con un duplice obiettivo. Il primo era quello di raccogliere più profitti, di cui avrebbe trattenuto una parte
sostanziale, distribuendone una parte ai Cantoni e alla Confederazione. Il secondo era quello di

assicurarsi che i suoi top manager fossero rispettati in tutto il mondo, e che fossero parte dei club più
esclusivi che si riunivano regolarmente nel mondo. La banca centrale svizzera si è quindi
americanizzata, senza battere ciglio, a partire dagli anni ’90, poiché non c’era motivo per cui solo
personaggi del calibro di Paul Volcker o Alan Greenspan (che ricoprirono entrambi l’importante ruolo di
capo della Fed) dovessero essere sistematicamente citati e rispettati dalla stampa e dalla finanza
mondiale. In breve, lo star system si è impadronito della BNS e dei suoi alti funzionari, che ne sono
rimasti estasiati. Per vedere il ruolo prominente che i nostri banchieri centrali si sono arrogati, basti
guardare i vari programmi di salvataggio delle banche e delle nostre economie durante le crisi
successive, iniziate nel 2007 con la crisi dei subprime. Basti osservare i loro volti seri ma felici quando
hanno annunciato a noi – le persone traumatizzate da tali eventi catastrofici – che la loro scienza, la loro
sofisticata finanziarizzazione, la loro ingegnosità e le loro centinaia di miliardi, avrebbero salvato i nostri
beni e le nostre case.
L’apice di questa vicinanza – alcuni la chiamerebbero ‘collusione’ – è stato testimoniato dal sempre
prudente Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea, che ha riconosciuto, in
sostanza, che la politica monetaria della sua banca centrale avrebbe dispiegato i suoi effetti attraverso
l’unica e sola via dei mercati finanziari. Questa fu l’epoca della loro consacrazione, poiché sia i mercati
che le banche a rischio di liquidazione dovevano la loro sopravvivenza ai poteri, quasi miracolosi, di
creazione del denaro dalle banche centrali. Da allora, il sistema bancario e finanziario ha capito di poter
contare su di loro, e che avrebbero sempre risposto alla chiamata, non appena fossero state interpellate,
perché anche la loro sopravvivenza era in discussione. Quindi sono state le nostre banche centrali a
creare il too big to fail insieme a queste istituzioni finanziarie, alle quali hanno assicurato un sostegno
illimitato. Queste istituzioni pubbliche, cioè le banche centrali, e private erano ormai due facce della
stessa medaglia, inseparabili.
L’autorità delle banche centrali moderne deriva non solo dalla liberalizzazione della finanza, che avevano
iniziato, ma anche dal fatto che queste stesse banche centrali sono l’architrave che regge tale sistema.
Secondo le parole dell’economista Mohamed El-Erian, le banche centrali sono diventate “the only game
in town”. In effetti, le banche centrali hanno capitalizzato le successive crisi economiche e finanziarie per
stabilire definitivamente la loro influenza e il loro dominio, che sono diventati assoluti. Osare criticare le
loro azioni o mettere in discussione le loro decisioni è diventato quindi un sacrilegio, come vedremo con
gli errori monumentali della BNS, le cui gigantesche perdite, annunciate all’inizio del 2023, hanno dato
luogo, al massimo, a pochi commenti e molto imbarazzo.
Dopotutto, chi eravamo noi per giudicare gli esperimenti – anche quelli più rischiosi – di questa suprema
organizzazione burocratica che si trova all’incrocio tra Stato e Finanza?
Michel Santi