Christopher Lasch. Uno scrittore profetico ma poco letto in Italia

Christopher Lasch. Uno scrittore profetico ma poco letto in Italia

 

Robert Christopher Lasch nato il 1 giugno 1932, Omaha, Nebraska – Morto il 14 febbraio 1994, a 61 anni.

Christopher Lasch è stato uno storico, moralista e critico sociale americano, professore di storia all’Università di Rochester. Ha cercato di usare la storia per dimostrare ciò che vedeva come la pervasività con cui le grandi istituzioni, pubbliche e private, stavano erodendo la competenza e l’indipendenza delle famiglie e delle comunità. Lasch si sforzò di creare una critica sociale storicamente informata che potesse insegnare agli americani come affrontare il consumismo dilagante, la proletarizzazione e quella che lui definì notoriamente “la cultura del narcisismo”. I suoi libri, tra cui The New Radicalism in America (1965), Haven in a Heartless World (1977), The Culture of Narcissism (1979), The True and Only Heaven (1991) e The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy (pubblicato postumo nel 1996) sono stati ampiamente discussi e recensiti.

Lasch è sempre stato un critico del liberalismo moderno e uno storico degli scontenti del liberalismo, ma nel corso del tempo la sua prospettiva politica si è evoluta drasticamente. Negli anni Sessanta era un neo-marxista e un critico acerrimo del liberalismo della Guerra Fredda. Negli anni Settanta ha combinato alcuni aspetti del conservatorismo culturale con una critica di sinistra del capitalismo e ha attinto alla teoria critica influenzata da Freud per diagnosticare il continuo deterioramento che percepiva nella cultura e nella politica americana. I suoi scritti sono talvolta denunciati dalle femministe e acclamati dai conservatori per la sua apparente difesa di una concezione tradizionale della vita familiare.

Alla fine concluse che una fede spesso tacita, ma pervasiva, nel “Progresso” tendeva a rendere gli americani resistenti a molte delle sue argomentazioni. Nelle sue ultime opere principali esplorò questo tema in profondità, suggerendo che gli americani avevano molto da imparare dai movimenti populisti e artigianali soppressi e incompresi del XIX e dell’inizio del XX secolo.

Lasch ha poi conseguito un master in storia e un dottorato alla Columbia University, dove ha lavorato con William Leuchtenburg.

Durante gli anni Sessanta, Lasch si identificò come socialista, ma trovò influenza non solo negli scrittori dell’epoca, come C. Wright Mills, ma anche in voci indipendenti precedenti, come Dwight Macdonald. Lasch fu ulteriormente influenzato dagli scrittori della Scuola di Francoforte e dalla prima New Left Review e sentì che “il marxismo mi sembrava indispensabile”. [Durante gli anni Settanta, tuttavia, divenne disincantato dalla fede della sinistra nel progresso – tema trattato più tardi dal suo studente David Noble – e identificò sempre più questa convinzione come il fattore che spiegava l’incapacità della sinistra di prosperare nonostante il diffuso malcontento e i conflitti dell’epoca. Fu professore di storia alla Northwestern University dal 1966 al 1970.

A questo punto Lasch iniziò a formulare quello che sarebbe diventato il suo stile caratteristico di critica sociale: una sintesi sincretica di Sigmund Freud e del filone di pensiero socialmente conservatore che rimaneva profondamente sospettoso del capitalismo e dei suoi effetti sulle istituzioni tradizionali.

Oltre a Leuchtenburg, Hofstadter e Freud, Lasch fu particolarmente influenzato da Oreste Brownson, Henry George, Lewis Mumford, Jacques Ellul, Reinhold Niebuhr e Philip Rieff. [Un notevole gruppo di studenti laureati ha lavorato con Lasch all’Università di Rochester, Eugene Genovese e, per un certo periodo, Herbert Gutman, tra cui Leon Fink, Russell Jacoby, Bruce Levine, David Noble, Maurice Isserman, William Leach, Rochelle Gurstein, Kevin Mattson e Catherine Tumber.

Dopo un intervento chirurgico apparentemente riuscito nel 1992, nel 1993 a Lasch fu diagnosticato un cancro metastatico. Dopo aver appreso che era improbabile che la chemioterapia potesse prolungare significativamente la sua vita, rifiutò la chemioterapia, osservando che gli avrebbe tolto l’energia necessaria per continuare a scrivere e a insegnare. A uno specialista insistente scrisse: “Disprezzo il vile attaccamento alla vita, per il solo gusto di vivere, che sembra così profondamente radicato nel temperamento americano”Morì nella sua casa di Pittsford, New York, il 14 febbraio 1994, all’età di 61 anni.

La prima argomentazione di Lasch, anticipata in parte dalla preoccupazione di Hofstadter per i cicli di frammentazione dei movimenti radicali negli Stati Uniti, era che il radicalismo americano era diventato socialmente insostenibile a un certo punto del passato. I membri della “sinistra” avevano abbandonato i loro precedenti impegni per la giustizia economica e il sospetto del potere, per assumere ruoli professionalizzati e sostenere stili di vita mercificati che svuotavano l’etica autosufficiente delle comunità. Il suo primo libro importante, Il nuovo radicalismo in America: The Intellectual as a Social Type, pubblicato nel 1965 (con un trafiletto promozionale di Hofstadter), esprimeva queste idee sotto forma di una critica serrata degli sforzi del liberalismo del XX secolo di accumulare potere e ristrutturare la società, senza dare seguito alle promesse del New Deal. La maggior parte dei suoi libri, anche quelli più strettamente storici, includono una critica così tagliente delle priorità dei presunti “radicali”, che rappresentavano solo formazioni estreme di un’etica capitalista rapace.

La sua tesi di fondo sulla famiglia, espressa per la prima volta nel 1965 ed esplorata per il resto della sua carriera, era la seguente:

Quando il governo è stato centralizzato e la politica è diventata di portata nazionale, come doveva essere per far fronte alle energie liberate dall’industrialismo, e quando la vita pubblica è diventata senza volto e anonima e la società una massa democratica amorfa, il vecchio sistema di paternalismo (in casa e fuori) è crollato, anche quando la sua parvenza è sopravvissuta intatta. Il patriarca, anche se poteva ancora presiedere con splendore a capo del suo consiglio, era diventato simile a un emissario di un governo che era stato silenziosamente rovesciato. Il semplice riconoscimento teorico della sua autorità da parte della famiglia non poteva cambiare il fatto che il governo, fonte di tutti i suoi poteri di ambasciatore, aveva cessato di esistere.

L’opera più famosa di Lasch, La cultura del narcisismo: American Life in an Age of Diminishing Expectations (1979), ha cercato di mettere in relazione l’egemonia del capitalismo moderno con l’irruzione nella vita sociale e familiare di una mentalità “terapeutica” simile a quella già teorizzata da Philip Rieff. Lasch sosteneva che gli sviluppi sociali del XX secolo (ad esempio, la Seconda guerra mondiale e l’ascesa della cultura del consumo negli anni successivi) avevano dato origine a una struttura di personalità narcisistica, in cui la fragile concezione di sé degli individui aveva portato, tra l’altro, alla paura dell’impegno e delle relazioni durature (compresa la religione), al timore di invecchiare (cioè la “cultura giovanile” degli anni Sessanta e Settanta) e a un’ammirazione sconfinata per la fama e la celebrità (alimentata inizialmente dall’industria cinematografica e favorita principalmente dalla televisione). Sosteneva, inoltre, che questo tipo di personalità era conforme ai cambiamenti strutturali del mondo del lavoro (ad esempio, il declino dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera negli Stati Uniti e l’emergere dell'”era dell’informazione”). Con questi sviluppi, secondo l’autore, è nata inevitabilmente una certa sensibilità terapeutica (e quindi la dipendenza) che, inavvertitamente o meno, ha minato le vecchie nozioni di auto-aiuto e iniziativa individuale. Negli anni Settanta, persino gli appelli all'”individualismo” erano grida disperate e sostanzialmente inefficaci che esprimevano una più profonda mancanza di individualità significativa.

La cultura del narcisismo vinse un National Book Award nel 1980, ma Lasch non si sentì a suo agio con questo riconoscimento, affermando che i premi editoriali riflettevano “le peggiori tendenze” dell’industria.

Lasch sviluppò una critica del cambiamento sociale tra le classi medie degli Stati Uniti, spiegando e cercando di contrastare la caduta del “populismo”. Ha cercato di riabilitare questa tradizione alternativa populista o produttivista: “La tradizione di cui parlo… tende a essere scettica nei confronti dei programmi di riscatto totale della società… È molto radicalmente democratica e in questo senso appartiene chiaramente alla sinistra. D’altra parte, però, ha un rispetto per la tradizione molto maggiore di quello comune a sinistra, e anche per la religione” e ha affermato che: “… qualsiasi movimento che offra una reale speranza per il futuro dovrà trovare gran parte della sua ispirazione morale nel radicalismo plebeo del passato e, più in generale, nell’accusa al progresso, alla produzione su larga scala e alla burocrazia che è stata elaborata da una lunga serie di moralisti le cui percezioni erano modellate dalla visione del mondo dei produttori”

 

Scrisse che un movimento femminista che rispettasse le conquiste delle donne del passato non avrebbe denigrato il lavoro domestico, la maternità o i servizi civici e di prossimità non retribuiti. Non farebbe della busta paga l’unico simbolo di realizzazione. Insisterebbe sul fatto che le persone hanno bisogno di una vocazione onorevole che si rispetti, non di carriere affascinanti che comportano stipendi elevati ma che le allontanano dalle loro famiglie”.

La giornalista Susan Faludi lo ha definito esplicitamente antifemminista per le sue critiche al movimento per i diritti all’aborto e l’opposizione al divorzio. Ma Lasch considerava il conservatorismo di Ronald Reagan come l’antitesi della tradizione e della responsabilità morale. Lasch non simpatizzava in generale con la causa di quella che allora era conosciuta come Nuova Destra, in particolare con gli elementi di libertarismo più evidenti nella sua piattaforma; detestava l’invasione del mercato capitalista in tutti gli aspetti della vita americana.

Lasch rifiutava la costellazione politica dominante emersa sulla scia del New Deal, in cui la centralizzazione economica e la tolleranza sociale costituivano le fondamenta degli ideali liberali americani, e allo stesso tempo rimproverava l’ideologia conservatrice sintetica diametralmente opposta, elaborata da William F. Buckley Jr. e Russell Kirk. Lasch era anche critico e a volte sprezzante nei confronti del suo parente più prossimo nella filosofia sociale, il comunitarismo elaborato da Amitai Etzioni. Solo il populismo soddisfaceva i criteri di Lasch di giustizia economica (non necessariamente l’uguaglianza, ma la minimizzazione delle differenze di classe), democrazia partecipativa, forte coesione sociale e rigore morale; tuttavia il populismo aveva commesso gravi errori durante il New Deal ed era stato sempre più spesso cooptato dai suoi nemici e ignorato dai suoi amici. Per esempio, egli elogiava i primi lavori e il pensiero di Martin Luther King Jr. come esemplari del populismo americano; tuttavia, secondo Lasch, King è rimasto al di sotto di questa visione radicale, abbracciando negli ultimi anni della sua vita una soluzione essenzialmente burocratica alla stratificazione razziale in corso.

In uno dei suoi libri, The Minimal Self (L’io minimo), ha spiegato che “va da sé che l’uguaglianza sessuale in sé rimane un obiettivo eminentemente desiderabile…”. In Women and the Common Life (Le donne e la vita comune), Lasch ha chiarito che esortare le donne ad abbandonare la casa e costringerle a una posizione di dipendenza economica sul posto di lavoro, sottolineando l’importanza delle carriere professionali, non comporta la liberazione, fintanto che queste carriere sono governate dai requisiti dell’economia aziendale.

Nei suoi ultimi mesi di vita, ha lavorato a stretto contatto con la figlia Elisabeth per completare The Revolt of the Elites: And the Betrayal of Democracy, pubblicato nel 1994, in cui “esecrava la nuova classe meritocratica, un gruppo che aveva raggiunto il successo attraverso la mobilità verso l’alto dell’istruzione e della carriera e che veniva sempre più definito dalla mancanza di radici, dal cosmopolitismo, da un sottile senso dell’obbligo e dalla diminuzione delle riserve di patriottismo”, e “sosteneva che questa nuova classe ‘conservava molti dei vizi dell’aristocrazia senza le sue virtù’, mancando del senso di ‘obbligo reciproco’ che era stato una caratteristica del vecchio ordine”.

Christopher Lasch analizza il crescente divario tra la parte superiore e quella inferiore della composizione sociale negli Stati Uniti. Per lui, la nostra epoca è determinata da un fenomeno sociale: la rivolta delle élite, in riferimento a La rivolta delle masse (1929) del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Secondo Lasch, le nuove élite, cioè quelle che si trovano nel 20 per cento superiore del reddito, grazie alla globalizzazione che permette la totale mobilità dei capitali, non vivono più nello stesso mondo dei loro concittadini. In questo si oppongono alla vecchia borghesia del XIX e XX secolo, che era costretta dalla sua stabilità spaziale a un minimo di radicamento e di obblighi civici.

La globalizzazione, secondo lo storico, ha trasformato le élite in turisti nei loro Paesi. La de- nazionalizzazione della società tende a produrre una classe che si considera “cittadina del mondo, ma senza accettare… nessuno degli obblighi che la cittadinanza in una politica normalmente implica”. I loro legami con una cultura internazionale del lavoro, del tempo libero, dell’informazione – rendono molti di loro profondamente indifferenti alla prospettiva del declino nazionale. Invece di finanziare i servizi pubblici e il tesoro pubblico, le nuove élite investono il loro denaro per migliorare i loro ghetti volontari: scuole private nei loro quartieri residenziali, polizia privata, sistemi di raccolta dei rifiuti. Si sono “ritirate dalla vita comune”.

Composte da coloro che controllano i flussi internazionali di capitale e di informazione, che presiedono le fondazioni filantropiche e le istituzioni di istruzione superiore, gestiscono gli strumenti di produzione culturale e quindi fissano i termini del dibattito pubblico. Così, il dibattito politico si limita principalmente alle classi dominanti e le ideologie politiche perdono ogni contatto con le preoccupazioni del cittadino comune. Il risultato è che nessuno ha una soluzione probabile a questi problemi e che ci sono furiose battaglie ideologiche su questioni correlate. Tuttavia, essi rimangono protetti dai problemi che colpiscono le classi lavoratrici: il declino dell’attività industriale, la conseguente perdita di posti di lavoro, il declino della classe media, l’aumento del numero dei poveri, l’aumento del tasso di criminalità, il crescente traffico di droga, la crisi urbana.

Inoltre, ha messo a punto le sue intenzioni per i saggi da includere in Women and the Common Life: Love, Marriage, and Feminism, che fu pubblicato postumo, con l’introduzione della figlia, nel 1997.

 

Il Dovere Morale della Francia

Il Dovere Morale della Francia

 

Articolo di Michel Santi

Il keynesianesimo viene considerato una piaga intellettuale, i suoi seguaci sono visti come membri di una setta che cerca la confisca della proprietà da parte di uno Stato necessariamente tentacolare. Si tratta di una posizione deplorevole, perché un tempo la società accettava l’intervento dello Stato per regolare i fondamenti – e spesso gli eccessi – degli attori economici. Preferiamo forse sacrificare le nostre vite e quelle dei più vulnerabili alla fredda brutalità dei mercati finanziari, i quali, barcollando sul filo del rasoio come durante le crisi precedenti, si convertono al keynesianesimo, invocano i poteri e i fondi pubblici per salvarsi, per poi guardarli con orrore e disprezzo non appena non ne hanno più bisogno?

Le nostre società hanno raggiunto un tale grado di decadenza da delegare al settore finanziario i doveri più elementari nei confronti dei cittadini in difficoltà. Per esempio, Goldman Sachs ha investito diversi milioni di dollari nelle carceri dello Stato di New York, con le seguenti prospettive: recuperare l’investimento se la recidiva diminuisce del 10%, raddoppiarlo se questo tasso migliora, perdere metà dell’investimento se la criminalità non migliora a New York!

Eppure, quasi tutti gli economisti, la stampa e i leader europei restano convinti che il keynesismo sia una forma di collettivismo.

I vostri politici vi hanno spiegato che la politica monetaria (cioè la Banca Centrale) e la politica fiscale/di bilancio sono entrambe fattori di stabilizzazione dell’economia? Lo sanno almeno?

In ogni caso, l’obiettivo dei neokeynesiani è ridurre i rischi e mantenere la fiducia:

-senza mettere in discussione la struttura dell’edificio economico e sociale,
-senza ridistribuzione vessatoria,
-senza eccesso di regolamentazione.
Ma, utilizzando la leva dei tassi di interesse della Banca Centrale, aumentandoli per rallentare l’economia ed evitare il surriscaldamento, e viceversa. La banca centrale, con la sua politica monetaria, permette di frenare le recessioni ed evita appunto un eccessivo coinvolgimento dello Stato.

Il neokeynesianesimo è un’alternativa a uno Stato che sarebbe costretto a esercitare una presa invasiva sull’economia. Permette a uno Stato indebitato di respirare, in attesa che la sua Banca Centrale rilanci l’economia attraverso la sua politica monetaria, che può fare miracoli. Chi ne dubita basta che guardi all’attivismo della Federal Reserve statunitense, a cui l’economia del Paese deve una parte sostanziale del suo dinamismo.

La Francia non deve cedere all’ossessione, spesso al ricatto, dei numeri. La Francia deve domare il suo deficit pubblico perché i nostri governanti hanno l’obbligo morale di rilanciare definitivamente la crescita, il potere d’acquisto e l’occupazione. Il nostro sistema ha bisogno di una profonda revisione perché dobbiamo ripensare collettivamente l’azione e la spesa pubblica, il ruolo delle tasse e lo scopo del denaro. La Francia ha tutte le carte in regola per convincere i suoi partner europei a seguire una strada diversa.

Il sollievo di una popolazione ferita, la lotta alla precarietà e il ripristino dell’occupazione non valgono forse un deficit?

Già negli anni ’30 Keynes suggeriva agli Stati di fermare la crisi, di ungere gli ingranaggi, impiegando i disoccupati a scavare buche per seppellire le banconote… Ma non fu ascoltato e la Grande Depressione fu superata solo grazie alla Seconda Guerra Mondiale.

 

https://michelsanti.fr/en

French debt versus Italian debt. Why Italy is in a better position

French debt versus Italian debt. Why Italy is in a better position

There are similarities between French and Italian public debt. The narrative that drives the financial world is that Italy is an highly indebted country at the mercy of the markets, while France sits on the dashboard with Germany in the European Union, despite having a much less solid public balance sheet. But if the numbers tell a different story,

French debt in foreign hands
As a percentage of GDP, French debt stands at 110.60 percent at the end of 2023, compared to Italy’s 137.3 percent. There is no doubt that our debt is higher. In absolute figures: 3.101 versus 2.863 billion. But we should not limit ourselves to the debt ratio to assess the degree of sovereign risk. Also, at the end of last year, foreign investors held about 1.6 trillion euros of French debt (1.597 billion, to be precise) compared to 789 billion in Italy. In practice, 51 percent of Parisian debt is in the hands of non-residents, compared to 27.6 percent in Italy

Risk of foreign capital flight
These figures are almost always, if not always, interpreted in favor of the solidity of French debt. As they are perceived as low-risk, foreign investors are willing to finance them. The fact that even Italian debt was more than half in the hands of foreign investors in 2010, shortly before the spread crisis broke out, shows that this can indeed be the case. Since then, their share has fallen. However, this undisputed strength could become a weakness in the event of a shock. Just think of these days. There are fears on the markets that the right-wing left will win the early elections in France at the end of June. Yields are rising again and the spread is widening but remains limited. What would happen if the feared scenario were to become reality? Foreign capital would leave Paris as quickly as it left Rome over a dozen years ago. Suddenly, France would have to refinance more than half of its debt and would have no certainty about relative demand.

Vulnerabilities for Paris
For foreign investors as a whole, French debt makes up only a tiny percentage of their portfolios. Conversely, it would be very complicated in the short term for domestic investors to replace the former in order to finance their own government. The operation would take years and require a major repositioning of domestic portfolios. Italy is now explicitly pursuing this strategy to loosen its dependence on foreign capital, which is proving more volatile than domestic capital for several reasons. The plan is working, not least because we already assumed very high BTp holdings in the hands of Italian institutional investors. Another fact casts doubt on the solidity of French bonds, as suggested by the media and the markets. France had a structural primary deficit before COVID-19, while Italy had a structural primary surplus. This means that the former regularly spent more than it took in, minus interest. We have been spending less since the early 1990s, although the interest burden has always weighed on public budgets during these decades.

French debt overvalued by rating agencies

Finally, France had a negative net international investment position of 29.40 of GDP as at December 31, 2023. Italy had a positive value of 7.40 percent. This means that the Italian system holds more assets abroad than foreigners hold in our country. The situation is different in France, where nationals do not have sufficient funds to replace foreign capital in the financing of French debt if necessary. This is why, for example, Japanese debt is considered very solid, even though it is 265 of GDP. The Land of the Rising Sun has a positive net external position of 80 percent of GDP. The fact is that French debt is rated very highly and, frankly, very generously by the rating agencies: AA-/AA-/Aa2 versus BBB/BBB/Baa3.

Who knows, maybe sooner or later reality will prevail over prejudice.

 

 

 

Consorzio ZAI accoglie il Vice Ministro Bignami per discutere il Futuro della Logistica

Consorzio ZAI accoglie il Vice Ministro Bignami per discutere il Futuro della Logistica


Verona, 12 Aprile 2024 – Il Consorzio ZAI ha recentemente accolto con entusiasmo il Vice Ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, On. Galeazzo Bignami, per una proficua visita presso le proprie strutture. Durante l’incontro, il Vice Ministro ha avuto l’opportunità di immergersi nelle iniziative innovative e progettuali del Consorzio ZAI, mirate a ridefinire il panorama della logistica sostenibile e dell’efficienza energetica.
Il Vice Ministro ha potuto constatare di persona gli sforzi concreti del’ Interporto nel promuovere soluzioni all’avanguardia per ottimizzare le reti logistiche, e ha potuto constatare gli sforzi del Consorzio ZAI nell’implementazione di soluzioni innovative, come l’uso di tecnologie green e l’introduzione di pratiche sostenibili nell’interporto. Particolarmente significativa è stata la presentazione dei progetti in corso, focalizzati sul miglioramento dell’impatto ambientale mediante investimenti in tecnologie green e l’introduzione di processi digitali innovativi.
Durante il dibattito, è emersa la centralità dell’Interporto Quadrante Europa nel panorama logistico italiano ed europeo. Primo interporto in Italia per numero di merce lavorata, secondo in Europa. L’interporto di Verona lavora oltre 15.000 treni ogni anno. Consorzio ZAI, grazie alla sua capacità di prendere decisioni concrete e strategiche, ha dato vita a quello che ora è considerato un modello di innovazione e sviluppo globale. L’ente si è conquistato il ruolo di leader a livello internazionale nella classifica degli interporti europei redatta con cadenza quinquennale dalla DeutscheGVZ Gesellschaft (DGG), l’istituzione tedesca promotore dell’analisi. Quadrante Europa ha conquistato il primo posto già nel 2010 e riconfermato la sua posizione nel 2015, mentre ha ottenuto il secondo posto, al di sotto solo per 1 punto all’interporto di Brema, nel 2020.
”Lo sviluppo della logistica e dei trasporti nella nostra Nazione è tema cruciale per la crescita dell’Italia. Sono molte le sfide del futuro, ma il governo Meloni, in collaborazione con realtà come l’Interporto Quadrante Europa, le sta affrontando con concretezza. Anche tramite l’interlocuzione con professionalità come il Presidente Gasparato si realizza la capacità del Governo di mettere al centro della propria azione la volontà di agevolare il sistema imprenditoriale locale e nazionale. Il Consorzio Zai e quanto si sta facendo a Verona ne è un esempio fattivo.” Lo dichiara il Vice Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Galeazzo Bignami.
Il Presidente del Consorzio ZAI, Matteo Gasparato, ha espresso la sua gratitudine per l’opportunità di presentare al Vice Ministro Bignami le iniziative del Consorzio per una logistica sempre più sostenibile ed efficiente. “L’incontro è stato un’occasione preziosa per condividere le nostre prospettive e approfondire le sfide e le opportunità nel panorama logistico italiano”, ha commentato il Presidente.
Il Consorzio ZAI continua a guidare il percorso verso una logistica all’avanguardia, impegnandosi a collaborare attivamente con le istituzioni e il settore privato per creare un futuro infrastrutturale eco-sostenibile per l’Italia.

 

Consorzio ZAI Presenta il Bilancio di Sostenibilità 2022: un Impegno per un Futuro Responsabile e Sostenibile

Consorzio ZAI Presenta il Bilancio di Sostenibilità 2022: un Impegno per un Futuro Responsabile e Sostenibile

G. Allegri, il Presidente Matteo Gasparato, N.Boaretti, P.L. Toffalori

Verona, 20 marzo 2024 – Il Consorzio ZAI è orgoglioso di annunciare la pubblicazione del suo primo Bilancio di Sostenibilità per l’anno 2022, un documento che rappresenta un passo significativo verso la trasparenza e l’accountability dell’ente nei confronti del territorio e dei suoi portatori di interesse. A partire dal 2022, il Bilancio di Sostenibilità entra ufficialmente in vigore e rappresenterà un impegno costante del Consorzio ZAI per i prossimi anni. Attraverso questo Bilancio di Sostenibilità, il Consorzio ZAI si propone di comunicare in modo innovativo le sue azioni volte a contribuire a un mondo più responsabile e sostenibile. Questo documento nasce come evoluzione naturale del Bilancio Sociale pubblicato dal 2003, ampliando la capacità dell’ente di evidenziare il suo contributo al miglioramento sociale, ambientale ed economico. L’impegno del Consorzio ZAI verso la sostenibilità si manifesta in varie forme, dalle azioni concrete per ridurre gli impatti ambientali al sostegno all’espansione economica del territorio, contribuendo così alla creazione di reddito e al sostentamento di migliaia di famiglie. Il Presidente del Consorzio ZAI, Matteo Gasparato, sottolinea l’importanza di questo nuovo strumento di rendicontazione: “Il Bilancio di Sostenibilità rappresenta un passo avanti nella nostra missione di essere un attore attivo e responsabile nel nostro territorio. Vogliamo rendere trasparenti le nostre azioni e i nostri obiettivi, lavorando per un futuro migliore per tutti.” Il documento è stato redatto seguendo le linee guida dello Standard Internazionale del “Global Reporting Initiative” (GRI), offrendo una visione chiara e trasparente delle attività, delle performance e degli impatti del Consorzio ZAI nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2022.
Il Bilancio di Sostenibilità del Consorzio ZAI si propone di:
1. Fornire un quadro completo delle performance dell’ente, aprendo un processo interattivo di comunicazione sociale.
2. Offrire informazioni utili sulla qualità dell’attività aziendale per ampliare e migliorare, anche sotto il profilo etico-sociale, le conoscenze e le possibilità di valutazione degli stakeholder.
3. Consolidare l’identità aziendale, rafforzandone la reputazione e il profilo etico.
Il documento si concentra su diversi ambiti di azione, tra cui l’impegno del Consorzio ZAI per favorire l’equilibrio di genere a tutti i livelli lavorativi e la promozione della conciliazione vita-lavoro per migliorare la qualità di vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
L’Interporto di Verona, gestito dal Consorzio ZAI, riveste un ruolo cardine nella promozione della sostenibilità ambientale e nella mitigazione dei cambiamenti climatici legati alle attività logistiche. Attraverso il trasporto intermodale, che permette l’interscambio tra le modalità gomma e ferro, l’Interporto contribuisce attivamente a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e degli inquinanti atmosferici.
Nel corso del 2022, l’Interporto di Verona ha gestito oltre 15.000 treni, movimentando un totale di 8.081.190 tonnellate di merci, equivalenti a più di 590.000 camion di cui ne è stata evitata la circolazione, apportando un significativo impatto positivo sull’ambiente, la congestione e l’incidentalità sulla rete stradale. Il successo di questo risultato si basa sull’efficace adozione dello shift modale promosso da Consorzio ZAI, con un totale di 3.280.992 chilometri percorsi nel 2022 e la copertura di ben 23 destinazioni, che includono Germania, Italia, Belgio, Danimarca e Paesi Bassi, con un servizio complessivo di 201 treni a settimana. Questo approccio enfatizza la sostenibilità e la responsabilità ambientale come elementi essenziali delle operazioni logistiche moderne. Il notevole risparmio di traffico su strada ha permesso di evitare l’emissione di 545.164 tonnellate di CO2 direttamente in atmosfera e la produzione di 477.837 grammi di polveri sottili (PM2,5) oltre che 17.000 kg di Nox, contribuendo in modo significativo a ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti. Questi benefici ambientali possono essere considerati come risparmi economici ottenuti dalla società, valutati utilizzando parametri definiti nelle Linee Guida Europee. L’evitare di percorrere 3,280 milioni di chilometri su strada ha consentito di risparmiare 50,66 milioni di euro in costi relativi alle emissioni di CO2, oltre a 73,20 milioni di euro in costi legati agli inquinanti atmosferici (PMx, NOx, SOx, ecc.). Questi risultati dimostrano inequivocabilmente che il trasporto intermodale rappresenta una soluzione estremamente efficiente per migliorare le operazioni logistiche, riducendo al contempo l’impatto negativo sull’ambiente.
Il Consorzio ZAI si impegna a continuare su questa strada, lavorando con determinazione per un futuro in cui la sostenibilità sia al centro di ogni azione e decisione.

 

Verona, 12 Marzo 2024 Matteo Salvini visita il Consorzio Zai

Verona, 12 Marzo 2024 Matteo Salvini visita il Consorzio Zai

Il Consorzio ZAI è orgoglioso di annunciare il recente incontro a porte chiuse con il Ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Senatore Matteo Salvini, in occasione della fiera di settore “LetExpo 2024” che si terrà a Verona dal 12 al 15 Marzo. Durante l’incontro, il Ministro Salvini ha avuto l’opportunità di visitare le strutture del Consorzio ZAI e di conoscere da vicino le iniziative e gli obiettivi legati alla sostenibilità, all’efficienza energetica e alla modernizzazione delle infrastrutture logistiche. Accompagnato dall’Ing. Elisabetta Pellegrini, il Ministro ha potuto apprezzare gli sforzi del Consorzio ZAI nell’implementazione di soluzioni innovative, come l’uso di tecnologie green, l’ottimizzazione delle reti ferroviarie e l’introduzione di pratiche sostenibili nell’interporto. Il Presidente del Consorzio ZAI, Matteo Gasparato, ha guidato il Ministro Salvini e gli ospiti in un incontro che ha illustrato le best practices implementate per ridurre l’impatto ambientale delle attività logistiche e per promuovere l’intermodalità come fondamentale strategia per il futuro del trasporto delle merci. Durante l’incontro sono stati discussi temi cruciali riguardanti il potenziamento delle infrastrutture logistiche, la promozione della sostenibilità ambientale nel settore dei trasporti e le prospettive di collaborazione tra il settore pubblico e privato per lo sviluppo infrastrutturale del paese.

Dichiara così il Presidente Gasparato: “Siamo grati al Ministro Matteo Salvini per aver visitato il Consorzio ZAI. Il primo ministro dei trasporti in visita presso i nostri uffici dopo oltre dieci anni. È stato un momento importante per presentare le nostre iniziative e discutere delle sfide e delle prospettive nel settore della logistica sostenibile. La sua presenza ha rappresentato un’opportunità per esplorare insieme le soluzioni innovative che stiamo implementando per rendere il trasporto merci più efficiente, sostenibile e competitivo”.

 

“In materia monetaria i nostri politici sono dei dilettanti oppure degli incapaci?” la risposta di Michel Santi

“In materia monetaria i nostri politici sono dei dilettanti oppure degli incapaci?” la risposta di Michel Santi

 

di Michel Santi

Il Ministro delle Finanze tedesco, Lindner, grande stratega agli occhi dell’Onnipotente, annuncia l’attuazione di un piano di austerità che consiste nel ridurre la spesa pubblica di 30 miliardi nel 2025…condannando così il suo Paese e il resto dell’Europa a una recessione garantita.

Una recessione si verifica quando uno Stato è improvvisamente attanagliato dal desiderio di risparmiare, di spendere meno, portando inevitabilmente a un’esacerbazione della disoccupazione, che inevitabilmente porta a un’ulteriore diminuzione dei consumi. Questo circolo vizioso non lascia dubbi, non va soggetto a dibattiti, e può essere esorcizzato solo se lo Stato in questione neutralizza il calo della spesa e degli investimenti privati aumentando i propri, anche se ciò significa prendere più prestiti.

All’alba di questo secolo, è emersa una nuova ortodossia secondo la quale gli Stati dovrebbero affidarsi principalmente alla politica monetaria della loro banca centrale – cioè ai tassi di interesse – che incoraggerebbero la spesa e gli investimenti, abbassandoli e che ritirerebbe la liquidità dall’economia alzandoli per rallentarla. In ogni caso, gli Stati sono stati istruiti a monitorare meticolosamente la spesa pubblica per non incorrere nell’ira dei mercati finanziari, che avrebbero reso più costosi i loro prestiti.

Nell’interesse della nostra classe media sull’orlo del baratro, per proteggere i cittadini più vulnerabili, il nostro sistema ha urgentemente bisogno di una revisione completa. Dobbiamo ripensare collettivamente l’azione e la spesa pubblica, il ruolo delle tasse e delle imposte, in breve, lo scopo del denaro.

L’austerità è un atto deliberato e coscienziosamente decretato dai nostri leader. È sempre e solo per  per secondi fini? O son solo dei motivi politici che spingono i nostri leader a tassare, spendere, favorire un gruppo o una classe rispetto ad altri. Non vedo altre motivazioni se non la politica, per la quale un governo arbitrerebbe a favore o contro una spesa o un’altra, perché il denaro è lì, disponibile! Smettiamo di annunciare presunte decisioni difficili da prendere, perché abbiamo effettivamente i mezzi per ridurre in modo significativo la disoccupazione, reinvestire nell’economia e nei cittadini, invece di peggiorare deliberatamente una situazione già depressa, nascondendoci dietro lo schermo logoro di un’austerità che sappiamo essere mortale.

L’aumento di tasse e imposte (sui ricchi e sui meno ricchi) sottrae somme preziose all’economia e aggrava la crisi. L’aumento dei tassi di interesse mette in moto una spirale dannosa, poiché drena liquidità preziosa dal sistema. L’aumento dei prezzi dell’energia erode il nostro potere d’acquisto e consolida gli effetti perversi dell’austerità. Infine, la riduzione della spesa pubblica colpisce in primo luogo coloro che hanno più bisogno di protezione e mette a rischio il futuro e il benessere di una Nazione.

No, gli stati non hanno bisogno di risparmiare, perché il bilancio di uno Stato sovrano non è gestito come quello di una famiglia. Comprendiamo che il nostro debito nazionale non è tanto un “debito” quanto un “deficit”. Questo deficit del nostro Stato è il denaro che ho in tasca, sono gli investimenti che il mio Paese fa nel mio Paese e che in quanto tali non devono essere rimborsati. Gli Stati sovrani – ossia quelli che emettono la propria valuta senza alcuna indicizzazione – dovrebbero imparare a domare il loro deficit, un termine che uso intenzionalmente al singolare perché non è necessario drammatizzare il suo significato usando il plurale. Una nazione che controlla la propria valuta è in grado di stimolare la crescita e sostenere l’occupazione attraverso la leva della spesa pubblica, senza rischiare il default.

È quindi impossibile – e assolutamente indesiderabile – ridurre il deficit, perché ciò significherebbe confiscare i nostri risparmi e disinvestire nello Stato, dato che il deficit del nostro Stato è proprio la nostra ricchezza. Alla fine la domanda che dobbiamo porci è: i nostri politici sono dei dilettanti o solo degli ignoranti?

La siccità potrà essere battura da una invenzione italiana

La siccità potrà essere battura da una invenzione italiana

Centrale e Castello visconteo di Trezzo
Centrale e Castello visconteo di Trezzo

 

La Scienza italiana, in collaborazione con quella svedese ha creato un materiale capace di conservare l’energia solare.

(ANSA) – Un nuovo materiale in grado di assorbire la totalità della radiazione solare, ed al contempo trattenere il calore accumulato, è stato realizzato da un gruppo internazionale di scienziate e scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Lulea University of Technology (Svezia), Consiglio nazionale delle ricerche e Linköping University (Svezia). Il progetto su cui lavora il gruppo ha lo scopo di produrre nuovi materiali capaci di assorbire completamente la radiazione solare, ottenendo superfici ultra-calde per varie applicazioni, tra cui la desalinizzazione dell’acqua con basso consumo energetico e la cottura di cibi in zone isolate ad alta insolazione.

L’invenzione è stata presentata in un articolo scientifico pubblicato su Nature Communications. Attualmente la desalinizzazione dell’acqua è un processo estremamente energivoro, ma è di capitale importanza in regioni con scarsità di acqua potabile, la cui estensione aumenta di anno in anno a causa del riscaldamento globale.

Il risultato della ricerca potrà contribuire allo sviluppo di nuovi sistemi semplici, a basso costo e basso impatto ambientale per la desalinizzazione dell’acqua in zone aride o con mancanza di acqua potabile, o per la realizzazione di superfici ultra-calde in zone ad alta insolazione.

 

I libri che, secondo Elon Musk, andrebbero letti assolutamente

I libri che, secondo Elon Musk, andrebbero letti assolutamente

Quando non lancia razzi, non trivella sotto alle strade di Los Angeles e non spedisce navicelle oltre l’ atmosfera, Elon Musk passa molto tempo a leggere.

Ecco i libri di saggistica raccomandati da Musk che, secondo lui, tutti dovrebbero leggere.  Elon Musk, il miliardario CEO di SpaceX, Tesla e altre aziende tecnologiche rivoluzionarie, in qualche modo trova sempre il tempo di leggere molti libri quando non sta lanciando razzi nello spazio. Dalle opere classiche di fantascienza agli studi complessi sull’intelligenza artificiale. Musk attribuisce ai libri il merito di averlo aiutato a raggiungere il suo successo. Infatti, quando gli fu chiesto come ha imparato a costruire razzi, ha risposto: “Ho letto libri”. E lo dimostra, perché i libri consigliati da Musk sono più che semplici titoli: ma sono percorsi che hanno dato forma alle sue imprese rivoluzionarie.

L’ampia gamma di libri consigliati da Elon Musk rivela non solo i suoi molteplici interessi, ma anche la sua profonda cultura e conoscenza. Che si tratti di contemplare il destino dell’umanità o di comprendere le complessità dell’intelligenza artificiale, l’elenco di letture di Musk è una finestra sul suo universo intellettuale. Tuttavia, il lusso di approfondire i libri quotidianamente non è qualcosa che tutti possono permettersi. Secondo uno studio del Bureau of Labour Statistics, la maggior parte degli americani trova il tempo di leggere solo 17 minuti al giorno. A questo ritmo, gli americani potrebbero impiegare più di un mese per leggere uno dei libri di saggistica consigliati da Musk.

1. Human Compatible di Stuart Russell Human spiega perché la creazione di un’intelligenza artificiale potrebbe essere l’atto finale dell’umanità, un argomento su cui Musk è stato molto esplicito. Il libro richiama l’attenzione sulla potenziale catastrofe verso la quale si sta dirigendo la società e discute di quel che bisogna fare per evitarla.

2. Zero to One di Peter Thiel, Musk ha twittato: “Peter Thiel ha costruito diverse aziende rivoluzionarie e (questo libro) mostra come”.  Zero to One  studia come le aziende possono prevedere meglio il futuro e agire per garantire il successo delle loro start-up. L’autore arricchisce i punti chiave del libro con le sue esperienze personali.

3. Merchants of Doubt di Naomi Oreskes & Erik M. Conway.  Questo libro esamina alcuni dei principali dibattiti scientifici del mondo sull’ambiente, il fumo e le armi nucleari.  Descrive come un piccolo gruppo di scienziati molto attivi abbia pesantemente travisato questi temi attraverso i media tradizionali, spesso per favorire gli interessi delle aziende e dell’industria.

4. Life 3.0 di Max Tegmark. In quest’opera, il professore del MIT Max Tegmark scrive che per mantenere l’intelligenza artificiale utile per la vita umana e garantire che il progresso tecnologico resti allineato agli obiettivi dell’umanità per il futuro, è necessario essere molto all’erta. Questo è uno dei pochi libri consigliati da Elon Musk dove si tratta della possibilità che l’AI venga utilizzata come forza per il bene del mondo, anziché per il suo male.

5. The Big Picture di Sean M. Carroll. The Big Picture getta uno sguardo ambizioso sul mondo come lo conosciamo e su come possiamo usare il pensiero scientifico per dare un senso alla maggior parte di esso. Un esame approfondito delle origini della vita, della coscienza e dell’universo stesso, questo libro offre ai lettori un modo deduttivo di considerare le domande più impegnative che la filosofia, la fisica e la biologia hanno da offrire.

6. Mentire di Sam Harris. Questo tratta di tutte le bugie, dalle piccole bugie che le persone dicono quotidianamente e alle enormi bugie che a volte vengono dette sulla scena mondiale. In definitiva, è sempre meglio dire la verità.

7. Superintelligenza di Nick Bostrom. Musk ha ripetutamente messo in guardia contro ai pericoli di un’intelligenza artificiale non controllata. “Dobbiamo essere super attenti con l’AI”, ha twittato nel 2014, affermando che è “potenzialmente più pericolosa delle bombe atomiche”. Per scoprire perché questi rischi sono così spaventosi, Musk dice che vale la pena leggere Superintelligenza. Il libro nella lista di lettura di Elon Musk fa un’audace indagine su ciò che accadrebbe se l’intelligenza computazionale superasse l’intelligenza umana.

8. La ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Questo classico è un punto fermo nella lista di Elon Musk, La ricchezza delle Nazioni è un’opera profondamente influente nel regno dell’economia ed esamina proprio come le nazioni diventano ricche, o povere. Adam Smith – di cui Musk è un fan – sostiene che permettendo agli individui di perseguire liberamente il proprio interesse personale, in un mercato libero, senza regolamentazioni governative, le nazioni prospereranno.

9. Radical Candor di Kim Scott. Uno dei fattori fondamentali di Elon Musk per una leadership di successo è il suo incrollabile apprezzamento per il feedback, sia esso positivo o negativo. È un fan del ciclo di feedback, e in un’intervista ha dichiarato che “è molto importante avere un ciclo di feedback, in cui si pensa costantemente a ciò che si è fatto e a come si potrebbe farlo meglio”. Il libro di Kim Scott è una preziosa tabella di marcia per i leader che cercano di costruire relazioni forti con i loro dipendenti. Questo approccio manageriale perspicace svela i segreti per creare un ambiente di lavoro in cui fioriscono grandi idee, gli individui raggiungono il loro pieno potenziale e i dipendenti sono orgogliosi di seguire la guida del proprio capo.

10. Storia delle banche centrali di Stephen Mitford Goodson. Le banche centrali possono provocare guerre e controllano le nostre vite in maniera nascosta, sono entità private sulle quali l’uomo della strada sa molto poco.

Perché i trattori bloccano le piazze?

Perché i trattori bloccano le piazze?

Ogni due giorni in Francia un agricoltore si suicida. Altri abbandonano l’industria.  E in Italia la situazione sta diventando difficile. Dal Mediterraneo alla Normandia, gli allevatori di bovini, pecore, polli e colture stanno manifestando fuori dalle prefetture e scaricano il fieno nei ristoranti fast-food. Lunedì hanno utilizzato trattori e balle di fieno per bloccare le autostrade di accesso a Parigi.  La loro determinazione è incrollabile: “Andremo fino in fondo!”.

La loro rabbia è rivolta a Bruxelles più che a Parigi. I regolamenti dell’UE stanno rendendo la vita degli agricoltori una miseria, e incolpano i burocrati di Parigi per aver applicato le regole con tanto zelo. I loro terreni sono sorvegliati dai droni. ‘Non possiamo nemmeno tagliare le nostre siepi senza permesso’, dicono. Ciò che più di ogni altra cosa fa arrabbiare è che hanno praticato l’agricoltura biologica per molti anni. E per cosa? Guadagnano meno rispetto al passato, ma continuano a subire soprusi e molestie dai burocrati europei e da gli uomini politici che li assecondano.

Anche chi è passato a coltivare cereali, biologici, è disilluso. Dicono che gli sembra di essere più un burocrate che un agricoltore, e che ogni settimana passa ore a compilare moduli e a spuntare caselle.
La rivolta non è limitata alla Francia. In tutta l’Unione Europea, gli agricoltori si stanno sollevando contro ai loro governi e, in particolare, contro a Bruxelles. Gli agricoltori spagnoli hanno annunciato questa settimana che anche loro si uniranno al movimento di protesta a causa della ‘burocrazia soffocante generata dai regolamenti europei’, e anche gli agricoltori belgi si stanno mobilitando. Le manifestazioni sono iniziate in Olanda nell’autunno del 2019, quando più di 2.000 trattori si sono diretti all’Aia. C’era stato un crescente malcontento per i piani di restrizione delle emissioni di azoto, ma il catalizzatore della protesta dei trattori è stata la proposta di un parlamentare di sinistra di dimezzare il numero di capi di bestiame. ‘Gli agricoltori e i coltivatori sono stanchi di essere dipinti come un ‘problema’ che ha bisogno di una ‘soluzione”’, ha detto Dirk Bruins, un portavoce del settore.

In Germania la rabbia è esplosa il mese scorso, quando il governo di Olaf Scholz ha annunciato un piano per eliminare un’agevolazione fiscale sul gasolio agricolo. Quello è stato il punto di rottura per un settore esasperato da un ‘sovraccarico amministrativo’. Cinquemila trattori si sono portati a Berlino per manifestare contro a un governo che, secondo loro, non ha alcun rispetto o comprensione per l’industria agricola.

Le proteste in Romania e Polonia sono contro quella che i loro agricoltori considerano una concorrenza sleale da parte dell’Ucraina. La Russia ha bloccato le esportazioni di grano ucraino via mare verso l’Africa, quindi per aiutare gli agricoltori ucraini, l’UE lo importa senza quote o dazi d’importazione.

Lo stesso risentimento si avverte in Francia. Quando si chiede loro  perché stessero protestando, parlano di due lamentele in particolare: troppa amministrazione e troppa concorrenza sleale da parte dell’Ucraina.

Tuttavia, non è solo la concorrenza ucraina ad aver spinto gli agricoltori francesi a presidiare le barricate. Certi agricoltori che producono un’ampia varietà di verdure, sono battuti da altri Paesi all’interno dell’UE, così come al di fuori di essa. Per esempio i pomodori spagnoli inondano il mercato francese.

Un chilo di pomodori francesi costa 1 euro in più rispetto a un chilo di pomodori coltivati in Spagna, perché gli spagnoli producono di più a un costo inferiore. ‘Non c’è una produzione sufficiente in Francia e c’è una concorrenza sui costi di produzione, ma anche sui differenziali di costo dei salari’, afferma Thierry Pouch, capo economista della Camera dell’Agricoltura francese.

I costi di produzione sono più bassi anche per gli allevatori ucraini di polli e cereali. Inoltre, i metodi di allevamento dell’Ucraina non sono sottoposti agli stessi standard rigorosi degli agricoltori dell’UE. Lo stesso vale per altri agricoltori stranieri con cui l’UE fa affari, come i neozelandesi e i sudamericani.

Tutte queste misure incomprensibili sono legate al Green Deal dell’UE, introdotto nel 2019 dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Il suo obiettivo è che l’UE sia neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. La Commissione si è vantata di trasformare ‘le sfide climatiche e ambientali in opportunità’ e di rendere così ‘la transizione giusta e inclusiva per tutti’.

Molti agricoltori si erano opposti fin dall’inizio. La Global Farmer Network, un’alleanza di agricoltori di tutto il mondo, ha riassunto il Green Deal come il ‘piano dell’UE per eliminare l’agricoltura moderna in Europa’. Si tratta di un progetto irrealistico, hanno affermato, ideato da burocrati che non conoscono il settore agricolo.

In particolare, hanno criticato la componente ‘Strategic Farm to Fork’ dell’accordo, che dovrebbe promuovere un’alimentazione più sana e sostenibile in Europa entro il 2030. “Nel prossimo decennio, gli agricoltori dovranno dimezzare l’uso di prodotti per la protezione delle colture, ridurre l’applicazione di fertilizzanti del 20% e trasformare un quarto dei terreni agricoli totali in produzione biologica”, ha dichiarato Marcus Holtkötter, un agricoltore tedesco. ‘Niente di tutto questo, ovviamente, dovrebbe disturbare la cena di qualcuno’.

Tra gli altri atti legislativi contenuti nel Green Deal, ci sono le norme sulla riduzione dell’uso di pesticidi, sul miglioramento del benessere degli animali e sull’aumento della quantità di terra lasciata a riposo.

Lasciare i terreni a maggese non è un requisito nuovo. È stato reso obbligatorio nel 1992 come parte della Politica Agricola Comune (PAC), in cambio di un pagamento. È stato sospeso nel 2008 e poi reintrodotto l’anno scorso. Per le aziende agricole con più di dieci ettari, il 4 percento del terreno coltivabile deve essere accantonato o utilizzato per habitat semi-naturali adatti alla biodiversità. Alcuni politici ambientalisti dell’UE vogliono che la percentuale di terreno lasciato a riposo aumenti al 10 percento.

Gli agricoltori denunciano questa imposizione come insostenibile, citandola come un’ulteriore prova che i burocrati di Bruxelles non hanno alcuna stima del loro settore. Un campo incolto non diventa un prato pieno di fiori; si trasforma in una monocultura di erbe che richiede una manutenzione regolare, che costa tempo e fatica, ma senza alcuna ricompensa finanziaria.

Non è così, sostiene François Veillerette, portavoce dell’ONG Générations Futures, che afferma che questi campi incolti saranno ‘utili agli agricoltori’ in futuro.

Veillerette è un attivista ambientale veterano, non un agricoltore. Ho posto la questione dei campi ritirati dalla produzione a un’amica, che gestisce due aziende agricole di cereali nel dipartimento del Loiret. Lo descrive come un’assurdità. ‘Ho 11 ettari, quindi significa che molti terreni rimangono incolti se voglio ottenere delle sovvenzioni’, dice. “Ma che senso ha mettere da parte così tanta terra? Lo scopo dell’agricoltura è produrre, o no?”.

I critici dell’industria agricola francese citano le ricchezze che ricevono in sussidi dalla PAC dell’UE. L’anno scorso è stato versato un totale di 53,7 miliardi di euro, la fetta più grande – 9,5 miliardi di euro – è andata agli agricoltori francesi. I sussidi operativi, pari a 8,4 miliardi di euro, sono distribuiti in base alla quantità di terreno e al numero di capi di bestiame. Il resto, 1,1 miliardi di euro, viene pagato in base a ciò che l’agricoltore produce.

Ma non è così semplice. I sussidi vengono distribuiti agli agricoltori che si conformano alla miriade di regolamenti dell’UE; per molti piccoli agricoltori questi sono impraticabili o impossibili da seguire, quindi non ricevono i sussidi.

Stéphanie ha un profilo insolito per un agricoltore francese. Ha ricevuto un’educazione in istituzioni d’élite e per alcuni anni è stata un’alta dirigente nel mondo aziendale. Ma a quarant’anni è tornata a casa, in campagna, quando suo padre è diventato troppo vecchio per gestire le due aziende agricole della famiglia. Lui è stato un agricoltore per tutta la vita, ma Stéphanie è ora più adatta al lavoro di quanto lo fosse lui, perché l’industria è più legata alle pratiche burocratiche che all’agricoltura. ‘I burocrati francesi ci danno davvero la caccia’, dice. Le regole che siamo costretti a rispettare sono più severe che altrove in Europa’.

Il suo terreno viene anche scansionato da droni per verificare che sia conforme a tutte le nuove direttive ambientali. L’anno scorso le è stato ordinato di ridurre l’utilizzo dell’acqua del 30 percento e Parigi ha anche reso più difficile la certificazione dei suoi raccolti da parte degli agenti di assicurazione delle colture. ‘Essere in regola è diventato un incubo a causa dell’amministrazione’, dice.

La protesta degli agricoltori ha cristallizzato la sensazione nella Francia provinciale che Parigi e Bruxelles vogliano sradicare il loro stile di vita. La deindustrializzazione è stata disastrosa per la Francia rurale e l’agricoltura è l’unica industria rimasta; se questa viene distrutta, cosa rimane della “belle France”? Stéphanie ritiene che la questione possa essere inquadrata come città contro campagna. ‘Le persone che fanno le regole e le attuano non provengono dalla campagna’, dice. “Sono burocrati ignoranti”.

Molti degli uomini e delle donne che bloccano le autostrade dicono di farlo perché ‘non hanno più nulla da perdere’. Stanno lottando per i loro mezzi di sostentamento e per il loro stile di vita.

Questo non è il popolo di Emmanuel Macron. Sei anni fa le province si sono sollevate e hanno marciato verso Parigi con i loro gilet gialli per protestare contro una nuova tassa sul carburante. Il portavoce del Governo Benjamin Griveaux guardò dall’alto in basso queste ‘persone che fumano e guidano auto diesel’ e dichiarò che ‘non sono la Francia del XXI secolo’.

Oh, ma lo sono, che piaccia o no. La domanda ora, non solo in Francia ma in tutta Europa, è: come risponde l’élite politica a questa insurrezione agricola?

La Von der Leyen discuterà della crisi questa settimana in occasione di un vertice del Consiglio Europeo a Bruxelles, con i 27 capi di Stato dell’UE. Anche molti agricoltori europei sono attesi nella capitale belga, e arriveranno con i loro trattori.