(A.P.) La guerra non dichiarata di Donald Trump in Venezuela contro il regime marxista del presidente Nicolas Maduro è scoppiata apertamente. Questa mattina, il presidente Trump ha ordinato attacchi contro siti all’interno del Venezuela, comprese strutture militari. Si sono udite delle esplosioni mentre il fumo si alza sulla capitale Caracas.
Perché Trump è così determinato a rimuovere Maduro dal potere? Uno dei motivi è che incolpa il presidente venezuelano di aver distrutto le comunità americane. Trump sostiene che abbia invaso le città statunitensi con migranti illegali e fornito loro droghe come cocaina e fentanil, che hanno devastato il tessuto sociale e aumentato la criminalità.
Il presidente degli Stati Uniti potrebbe anche essere interessato ad accedere alle riserve petrolifere non sfruttate del Venezuela. Stimate in circa 300 miliardi di barili, le riserve del Venezuela sono superiori a quelle dell’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti hanno recentemente abbordato e sequestrato due petroliere venezuelane che Trump ha accusato di esportare petrolio in violazione delle sanzioni statunitensi.
Nonostante sia un caso economico disperato, il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo. Sotto il governo marxista di Maduro – e quello del suo carismatico predecessore Hugo Chavez, morto di cancro nel 2013 – il Paese è stato ridotto alla povertà estrema e alla disoccupazione di massa. Si prevede che il Paese avrà un tasso di inflazione del 548% nel 2025 e più di otto milioni di persone – un terzo dell’intera popolazione – sono fuggite all’estero, intraprendendo viaggi pericolosi verso gli Stati Uniti e altri Paesi del Sud America. Questo esodo ha alimentato i disordini sociali.
Il confronto in corso è il più grave scontro tra gli Stati Uniti e uno dei loro vicini latinoamericani dalla lunga ma infruttuosa campagna per rovesciare la dittatura comunista di Castro a Cuba negli anni ’60. Il presidente Trump è notoriamente contrario a coinvolgere gli Stati Uniti in “guerre infinite” all’estero, ma nel caso del Venezuela sembra pronto a fare un’eccezione.
Non si conoscono ancora quali siano i piani finali degli Stati Uniti e se esistono accordi con forze militari venezuelane per attuare un colpo di Stato. La Cina, la Russia e Cuba, stretti alleati di Maduro, appaiono presi alla sprovvista e non potranno intervenire per proteggere il loro alleato.
Verona, 18 dicembre 2025 – Si è svolto oggi presso la sede del Consorzio ZAI – Interporto Quadrante Europa l’evento finale del progetto PASS4CORE 2 e, contestualmente, l’evento di lancio di PASS4CORE 3, segnando un importante passaggio di consegne tra due fasi strategiche dell’iniziativa europea dedicata allo sviluppo di aree di sosta sicura per l’autotrasporto lungo i corridoi italiani della rete centrale TEN-T.
Mentre il progetto PASS4CORE 2, in chiusura il 31 dicembre 2025, ha visto Autostrada del Brennero – A22 nel ruolo di capofila, il terzo capitolo (iniziato il 1° febbraio 2025) è tornato ad avere Consorzio ZAI come capofila, dopo esserlo stato per il primo storico PASS4CORE-ITA del 2019. Come testimoniato in questi anni, le aree di sosta sicura rappresentano un’infrastruttura essenziale anche per le concessionarie autostradali. In particolare Autostrada del Brennero – A22, asse strategico di collegamento tra il Nord e il Sud Europa, nel corso del progetto PASS4CORE2 ha sviluppato e certificato ben due aree di sosta. Garantire parcheggi adeguati e sicuri lungo l’autostrada significa migliorare la sicurezza stradale, il rispetto dei tempi di guida e riposo degli autotrasportatori e l’efficienza complessiva del traffico merci su uno dei corridoi più trafficati della rete TEN-T. Con PASS4CORE 3, il progetto evolve anche sotto il profilo organizzativo. Accanto al Consorzio ZAI entra infatti Zailog, società controllata da Consorzio ZAI, in qualità di affiliated entity. Zailog svolgerà un ruolo operativo strategico, in particolare nelle attività di project e management, garantendo continuità e competenze tecniche nell’attuazione delle azioni previste, in un contesto in cui il Consorzio ZAI non realizza direttamente aree di sosta per l’autotrasporto. Nel corso del meeting, moderato dal dott. Andrea Ballarin, è stata sottolineata l’importanza di una partnership eterogenea e multisettoriale, elemento che ha contraddistinto l’iniziativa fin dalle sue origini. Un approccio che ha consentito di raccogliere un interesse trasversale e diffuso sul tema delle aree di sosta sicura, coinvolgendo attori pubblici e privati lungo l’intera filiera della logistica e dei trasporti.
Con PASS4CORE 3, il partenariato si amplia ulteriormente con l’ingresso di un porto, rappresentato dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, e di una Oil Company, Kuwait Petroleum Italia, oltre a una presenza ancora più marcata del settore privato.
Un’evoluzione che testimonia il crescente interesse del mercato verso soluzioni avanzate per la sicurezza e la qualità dei servizi dedicati all’autotrasporto. PASS4CORE 3 prevede la realizzazione di nove aree di sosta sicura per l’autotrasporto, sviluppate dai dieci partner di progetto, ed è cofinanziato al 50% dal programma CEF – Connecting Europe Facility, con un budget complessivo di 7,8 milioni di euro. Il progetto si concluderà il 31 dicembre 2027. Particolare attenzione sarà dedicata fin dalle prime fasi al percorso di certificazione delle aree di sosta, con il coinvolgimento diretto di ESPORG e DEKRA, al fine di garantire il rispetto dei più elevati standard europei in termini di sicurezza, qualità dei servizi ed efficienza delle infrastrutture.
Con il nuovo ruolo di capofila, il Consorzio ZAI conferma il proprio impegno nel promuovere infrastrutture logistiche sempre più sicure, efficienti e integrate, contribuendo allo sviluppo di una rete europea di aree di sosta sicura a supporto dell’autotrasporto e dell’intero sistema logistico.
Il caco, Diospoyros kaki che in greco vuol dire “cibo degli dei”, è un frutto che appartiene alla famiglia delle Ebenaceae, chiamato anche Loto del Giappone. La varietà più comune di caco in Italia è il “Loto di Romagna”. Pur raggiungendo il prezzo di 1 euro e 50 al pezzo dal fruttivendolo, vien spesso lasciato marcire sugli alberi. Infatti, gira voce che faccia ingrassare e in effetti contiene una certa quantità di zucchero, ma le sue virtù sono moltissime. Un caco pesa circa 230 grammi e ha un apporto calorico di circa 65 kl per ogni 100 grammi.
Farlo maturare è semplicissimo. Basta disporlo su una cassetta o su un cartone con delle mele interposte, e in luogo caldo, asciutto e se possibile buio. Le mele quando maturano liberano acetilene ed etilene, due gas che arricchiscono il caco di zuccheri rendendolo più dolce.
Il caco è una miniera di vitamina A, dotato di vitamina C e di sali minerali. Contiene molto zucchero e tannini, è energetico, ricostituente del sistema nervoso e del fegato, antibatterico nelle gastroenteriti. Il suo alto contenuto di Vitamina C permette di combattere raffreddori e sindromi influenzali invernali. Inoltre il caco è ricco di carotenoidi come betacarotene e criptoxantina.
Il caco è un alleato di bellezza, grazie alle sue proprietà antiossidanti che permettono di rallentare l’invecchiamento della pelle. Inoltre, la sua polpa, se spalmata sul viso e lasciata per 10-15 minuti, è ottima per ottenere una pelle morbida e levigata. Il caco ha anche un’azione antiossidante permettendo di potenziare il sistema immunitario e di regolare i processi legati alla vista. La polpa del caco contiene sostanze come tannini, ottimi per combattere i radicali liberi, ed è ricca di sali minerali, quali potassio e calcio che sono ottimi alleati contro infiammazioni intestinali e astenie da cattivo funzionamento epatico.
Il caco è, inoltre, una eccellente fonte di potassio. Molto utile all’apparato nervoso e a chi soffre di fegato. Indicato in caso di stipsi, ha proprietà lassative e diuretiche.
(Emanuele Torreggiani) Winfried Georg Sebald, lo conoscono in pochi. E sia, quei pochi sono felici. Che sia morto da cinque lustri poco importa, è saggista, prosatore, indicativamente scrittore, un tedesco. E accade, nel cuore della notte di ieri, ieri l’altro o l’altro ancora, l’uomo che scrive questa bagatella, estratto dal sonno profondo, sono le tre del mattino, in limpida veglia, che altro può fare un tossico d’informazione, nello slang angloamericano news junkie, se non collegarsi con il respiro ansante del ‘nostro’ vecchio scampolo di mondo. Il video acceso pattuglia le terre rivierasche, il Mediterraneo. Il piccolo mare ove si combatte dall’inizio dei tempi, dall’età degli Eroi. Da quei giorni si decide la sorte dell’intiero mondo. Così, dal video, osserva la notte mesopotamica che si mostra in quel blu luminoso, ancora e sempre il cielo di Betlemme. Nel mentre trapassano, nel mirabile cielo di Persia, Siria, Giordania, Palestina, missili in batteria che altro sono se non oscena scia di quella cometa che fu Gloria dei popoli. Saettano in quegli orizzonti che scacciarono ogni tenebra. Bagliori saettano tra cielo e terra alle raffiche ellittiche dei traccianti che salgono, salgono per poi svanire e, quando al suolo le esplosioni irradiano costruzioni in istantaneo frantume. Così la cruenta polvere opacizza ogni prospettiva. Macerie.
Chi scrive, decenni addietro, si rivede accovacciato ai talloni sul campo di Marte. Fumando scrutava una gallina, avanzava sovrana nel portamento e mirava a becchettare e spolpare, sovrumana indifferenza della natura, dentro il cranio sfracellato d’un caduto e ne pasceva. Con due fiocinate chirurgiche lacera e percuote quell’occhio vitreo incastonato al volto e l’inghiotte con un fiero scrollo del capo e strepito di beffarde ali e gioia satolla al gozzo e rostri sanguigni. All’indomani, che comunque giunge, uova fritte servite a colazione.
Frattanto la notte blu avanza trapassata dalle sintetiche code comete dei razzi in parabola, sorvolano le ampie terre di quella mezzaluna fertile dove lo Spirito innestò lingua ai popoli. E dall’alto di un tetto a terrazzo, in una giostra di maschi e femmine, lacera e percuote il blu della notte Bum Bum Bum Tel Aviv. Urla e gesticolio di giubilo si misurano al ritmo sincopato della filastrocca che, mentre la si ascolta, contabilizza migliaia, no! sono centinaia di migliaia, ormai milioni, una decina di milioni di utenti in entusiasmo. Bum Bum Bum Tel Aviv. L’uomo che sta vedendo le immagini, e ora scrive, quella notte si leva dal suo giaciglio in misura di sudario. Nel giubilo rammemora “Storia naturale della distruzione”, del nostro W.G. Sebald, nella traduzione di Ada Vigliani, e incrocia nuovamente il passo di quella madre, Amburgo 26 luglio 3 agosto 1943, operazione Gomorrah, Feuersturm, tempesta di fuoco; ella, scarmigliata e attonita, camminava per le vie desertificate reggendo una valigia con il cadavere carbonizzato del suo figlioletto mentre dal vicino zoo si levava lo strazio di elefanti, leoni, tigri, scimmie che sudavano l’agonia del fuoco. E incrociando nuovamente il passo di quella madre incrocia lo sguardo sempiterno di Maria che deponendo il Figlio nella culla prelude, inconsapevole, al sepolcro. In quella madre collimano tutte le madri, di là d’ogni perimetro costituito che un razzo trapassa altero e indifferente. Così l’uomo si prepara un caffè, accende una sigaretta e mentre l’alba sorge e in breve divampa luce, ormai le visualizzazioni Bum Bum Bum Tel Aviv assommano a dodici milioni e rotti. Quante madri ora stanno piangendo… non lo sa. Sa che sono.
Dopo anni, precisamente dal 2011, di vociferazioni provenienti da quel sottosuolo di dostoevskiana memoria, dove ogni sussurro e grida viene considerato con arrogante disprezzo: il ciglio alzato e una breve scossa del capo, dalla stampa cosiddetta mainstream, l’orrore, cos’altro sarà mai uno stupro?, emerge in superficie. Ne scrive il Corriere della Sera in prima pagina, il Corriere che deve il suo credito a Luigi Albertini (1871-1941). Dunque, Gran Bretagna, giorni nostri. Migliaia di ragazzine inglesi, tutte bianche, appartenenti alle classi sociali povere, disagiate, nate nei quartieri di un proletariato in costante disoccupazione, che sopravvive con i fondi sociali, che si nutre di cibo spazzatura, tant’è l’aumento esponenziale sia dell’obesità infantile che la conseguente decrescita dell’altezza media, le ossa lunghe non si nutrono di fritto e patatine; in quei quartieri dove l’alcolismo è terapia anestetica e l’abbandono scolastico endemico, in quei quartieri migliaia di ragazzine sono state violentate costantemente da gruppi di pachistani. Se le prendevano, le usavano e le scaricavano lì, a bordo strada, tra le scolmature fetide. Oh, certo. Le denunce sono fioccate, a migliaia, presso i presidi periferici della polizia cittadina. Queste denunce sono arrivate anche sui tavoli delle più alte cariche del regno, forse all’ora del tè. Ogni tanto comparivano per subitamente disparire sulle piattaforme social, in quel delta dell’informazione non allineata e pertanto immediatamente bollate come fake. Fake news. Menzogne. Menzogne incentivate da razzisti, da suprematisti albionici, tanto per usare il linguaggio in voga. Suprematisti indi, inevitabilmente, fascisti. Oh, la parola magica, panacea di ogni politica veramente corretta. I fascisti inglesi mettevano in giro la storia che le bimbe inglesi venivano violentate dagli sporchi pachistani: fascisti & razzisti. Per ovviare all’accusa di fascismo & razzismo tutte le denunce, migliaia, sono state archiviate. Capi della polizia, sindaci, ministri, primi ministri, hanno fatto finta di niente. Faceva comodo un poco a tutti, principalmente ai laburisti considerando che i pachistani sono in larga misura votanti pro loro. Ma faceva comodo anche ai conservatori per evitare l’accusa di fascismo & razzismo. Nel 2011 un giornalista del Times pubblica la notizia. Ma, è brutta roba. Nigel Farange, il leader del Reform U.K. quindi fascista & razzista la rilancia. Non è un bel vedere, suvvia, tutto ciò che dice e scrive Nigel Farange è inverosimile per definizione. Quindi dal 2011 sino a pochi mesi fa si tace mentre gli stupri proseguono. D’altronde le ragazze escono di casa, se ne stanno alle porte del pub in attesa che qualcuno paghi una mezza pinta, ti guardano con strafottenza in quegli abiti striminziti di poliestere, ridacchiano a denti malati, ammiccano. Si vocifera che la vicenda arrivò a Buckingham. Sua Maestà la Regina lo sapeva. Ma certo, un monarca non è un funzionario presidente, più o meno eletto che deve far i conti del droghiere con il suo elettorato. Un monarca è un padre: ha mille occhi e mille orecchie, sa come vive il suo popolo. Si dice che Sua graziosa Maestà, che Dio conservi, annuì nel silenzio paragonabile a quello delle poesie chiuse in un volume serrato su scaffali di biblioteche ormai deserte. Sapeva di sedere su un trono di macerie ad uso di turisti che si accalcavano alla paccottiglia di Harrod’s. Paccottiglia. Commisurò che non aveva più intorno uomini degni di Francis Drake od Orazio Nelson. Aveva intorno avvocati, mezze maniche sussiegose con l’occhio attento allo scadere del turno. Chiamò a sé un corgi per una carezza consolatoria. Ma il destino della verità coincide con il suo accadere. Accade. Ed è accaduta. Elon Musk, il fu ragazzo prodigio del mondo liberal grande finanziatore del Partito Democratico per poi transumare al Partito Repubblicana, quindi incartonato tra fascisti & razzisti, ha rilanciato, nelle sue piattaforme no mainstream, la storia.
E poiché la verità non è un concetto ma un evento e l’omissione non più sostenibile, l’attuale Primo Ministro, Sir Keir Starmer ha nominato la baronessa Louise Casey a capo di un inchiesta pubblica. Venticinque anni di stupri e di silenzi, complici. Basso impero.
5 giugno 2025 – Si è conclusa oggi Transport Logistic 2025, uno degli appuntamenti internazionali più rilevanti per il settore dei trasporti e della logistica. Anche quest’anno il Consorzio ZAI – Interporto Quadrante Europa di Verona ha partecipato alla fiera, rappresentando l’eccellenza logistica del Veneto e dell’Italia nel cuore dell’Europa.
Protagonista in fiera è stato il Veneto Logistic System, sistema regionale integrato che ha saputo distinguersi per capacità di innovazione, velocità e visione condivisa. Molteplici gli appuntamenti che hanno visto il coinvolgimento diretto del Consorzio ZAI, con l’obiettivo di rafforzare il posizionamento strategico dell’interporto veronese all’interno della rete europea dei trasporti e di promuovere il dialogo tra imprese, istituzioni e operatori internazionali.
Durante l’evento, il Consorzio ZAI – Interporto Quadrante Europa di Verona ha avuto modo di confrontarsi con stakeholder globali, approfondire i temi della sostenibilità, dell’intermodalità e delle nuove tecnologie applicate alla logistica, confermando il ruolo di Verona come snodo fondamentale per la mobilità delle merci in Europa.
Dichiarazione del Presidente Matteo Gasparato:
«Desidero ringraziare la Regione Veneto per aver saputo mettere insieme, ancora una volta, così tanti attori strategici in un’unica cornice di rappresentanza. A Monaco abbiamo fatto squadra, dimostrando che il Veneto è capace di competere a livello mondiale quando pubblico e privato lavorano in sinergia. Il Consorzio ZAI è orgoglioso di far parte di questo sistema che guarda lontano, con concretezza e visione».
L’Ossario di Magenta, dove scese l’autore di questo articolo
Quella vittoria sanguinosa, combattuta da francesi e piemontesi casa per casa nelle strade di Magenta, a colpi di baionetta e con il calcio dei fucili. Quella fu il preludio dello scontro di Solferino e di San Martino, del 24 giugno 1859.
(Emanuele Torreggiani). “Chissà la sua mamma, quando glielo dicono, che disperazione! Ecco quello che siamo capaci di fare! E la mia mamma mi lasciò una sberla secca sulla guancia a me che me ne stavo lì a stoccafisso col moccio gocciolante i lacrimoni e tremavo tutta. Vai a prendere una pezza che almeno gli copriamo la faccia, va’ com’era bello. Bello bello. Madonna Signore…Un angioletto.
Che il Signore guardi giù… Ecco cosa siamo capaci di fare. Come siamo bravi”.
Il 4 giugno del 1965 era un venerdì. Chi scrive aveva sette anni. Stava concludendo la seconda elementare. E quel giorno tutte le scolaresche, inquadrate e coperte, partecipavano alle celebrazioni della Battaglia, avvenuta il 4 giugno 1859. Dalla scuola elementare Giuseppe Mazzini lungo la via omonima della battaglia, poi a sinistra per la Luigi Brocca che costeggia la strada ferrata Milano Torino sino all’Ossario. Apriva il corteo il Prevosto, che avrebbe tenuto la Santa Messa sul campo, seguiva il Sindaco, il Console Francese, autorità militari in rappresentanza, i reduci delle Prima Guerra, quella Grande, tutte le scolaresche, i maschietti in casacca blu e le femmine in grembiule bianco, le maestre che avevano distribuito ad ogni alunno una bandierina italiana o francese, ancora di stoffa a seta, che poi si sarebbe riconsegnata per l’anno successivo, i vigili urbani in alta uniforme a fianco del Gonfalone gli indimenticabili, per chi scrive, Amadio e Castiglioni, alti e impettiti e severissimi, che sembravano giganti, ma buoni, buoni come il pane. Quel pane di cui scrive, a chiusura del suo sommo romanzo, “Vita e Destino”, Vasilij Grossman; se qualcuno è colto da curiosità lo legga non avrà a pentirsene. Ma sia.
Dunque, era un venerdì quel 4 giugno e avevo sette anni. Finita la messa parlava il sindaco, il console francese, poi in parata la Fanfara dei Bersaglieri mentre il popolo, schierato ai lati lungo la via, faceva ala in un tripudio di applausi, evviva e bandierine sventolanti. Al mezzodì si rientrava in aula, eccitatissimi dalle trombe che ci rimbombavano in testa e quindi nel cuore, per la riconsegna delle bandierine e si andava a casa. Le autorità e le rappresentanze militari e civili si recavano, per il pranzo, all’Albergo Due Muri. Quella sera, rammemoro che era di quel caldo grigio, afoso preludio di un temporale imminente, mio padre, che avevo intravisto sul palco impavesato in rappresentanza della Snia Viscosa, anche le grandi industrie cittadine: Pastificio Castiglioni, Saffa, Laminati Plastici, Plodari, partecipavano con una delegazione, mi pagò un gelato. Mi prese per mano, una sua falcata m’imponeva due passi e un quarto, quindi trottai sino alla casa Giacobbe, teatro di quel IV Giugno, che qui scrivo in numero romano che sigilla la Storia, e ci recammo in una latteria dirimpetto. Oggi, da decenni ormai, quel falansterio con annesso stalle è stato demolito e sorge una palazzina ad elle con porticato. Ed in quella latteria, dove da una Carpigiani arrotavano un gelato al latte nella forma di spavalda fiamma, la lattaia, ormai nonna ottuagenaria, disse a mio padre di quel giorno, “limpido come la gloria e freddo come la morte” per parafrasare Victor Hugo, esattamente come le aveva narrato la sua di mamma che allora era proprio lei quella bimba tremante di paura col moccio pencolante. Ed indicò il gradino di pietra grigia, proprio sull’uscio. Era qui, mi diceva la mia mamma che ogni volta si segnava a Croce. Un ragazzo, la testa fracassata, biondo con gli occhi azzurri color del cielo, bianco nella divisa austriaca rappresa nel sangue.
Mio padre mi prese il cono gelato e mi lasciò uno schiaffo. Così non ti dimentichi.
Venerdì, IV Giugno 1965. Trent’anni dopo, trent’anni, investito dell’incarico di vicesindaco pro tempore della Magenta, in prossimità della ricorrenza, andai all’Ossario sul camioncino degli operai comunali lì per un rimessaggio in economia del sito. Il Magistrelli, l’articolo esplicito lombardismo, capo operaio, altro gigante buono, governava i lavori lavorando. Me ne stavo lì a guardarmi in giro nell’abito grigio scuro d’ordinanza, per dire. Nani, non sei mai andato giù? Ora il “nani” è un altro lombardismo affettuoso. Un vezzeggiativo molto comune nella lingua madre. Che non significa piccolino, le nostre taglie si equiparavano, ma semplicemente quell’espressione che esprime l’affetto indifferente all’età del tempo. Scossi il capo. Allora butta via il mozzicone e vieni giù. E scendemmo nella cripta. Mi accolse l’odore di aria ferma che sembra acqua stagnante di fiori recisi. Ed erano tutti lì. Sono lì. Saranno lì anche quando noi tutti saremo morti, sino a quel tempo che farà insistere l’ossario ove ora si erge. Crani politi, nel candore mistico della neve, impilati gli uni sugli altri. Il Magistrelli recitò un Requiem. Siamo qui tutti. Mi ritornò la eco dello schiaffo alla guancia di mio padre, del suo volto improvvisamente incupito, forse stava rivedendo squarci dalla battaglia di Cassino. Uno schiaffo paterno a riflesso di quell’altro schiaffo materno. Uno schiaffo di considerazione. Considera quel volto angelico di quel ragazzo di cui alcuno ha memoria, salvo il pianto certo della sua mamma, considera che è stato bello e ben fatto al pari di te. Rientrando ci fermammo a prendere un Campari Bitter all’Antony Bar, proprio dove, in quel tempo lontano la lattaia era stata bimba testimone del massacro. Indossavo la giacca tramata di ragnatele bianche. Il Pino, il primo barman della città, con la cura che corrispondeva ai suoi ospiti, me la spazzolò. Una filigrana di memoria, pensai allora come ora, trent’anni dopo. E cosa rimane di quel giorno? IV Giugno 1859… semplicemente l’Italia.
Una lettera, privata o pubblica che sia, si firma sempre. Sempre. L’anonimato si commenta da sé. L’insegnamento della storia si imposta in tre modi: monumentale, antiquario e critico. Il critico è sintesi dei primi due. Perciò necessita di una articolazione A-ideologica, A-semplicistica, A-banalizzante. Necessita di un soggetto formato nella competenza linguistica specialistica. Si intende il professore di Storia della Costituzione, Storia del Risorgimento, Storia Contemporanea. Parlare di libertà sarebbe un’orazione che circonda e penetra la storia dell’uomo, dai suoi primi passi agli ultimi quando sarà. La presenza di un corpo militare, esercito-marina-aeronautica, in una scuola soprattutto superiore, risulta arricchimento esistenziale quando il soggetto espone la sua esperienza: un veterano, un reduce, un comandante operativo. Un uomo (inteso come specie) esprime la sua esperienza frutto di vita vissuta, l’erlebnis. Da qui si può costruire, per l’eventuale studente, una formazione critica, il bildung. I grandi scritti elaborati dai campi di battaglia seguono questo metro, così dall’Iliade-Odissea e dal dolore dichiarato di Achille quando incontra Odisseo nella valle dell’Ade che rimpiange, di là dalla gloria, il non essere vissuto da mite contadino. Così il cinema. Quindi? Quindi, a mio avviso, una polemica stucchevole. A tratti anche volgare in alcuni toni, soprattutto non costruttiva, grottesca nella polarizzazione politica.
I bersaglieri possono entrare in una scuola, previo consesso del corpo insegnante, ed illustrare la loro opera; spetterà al docente, poi, farne massa critica. È suo dovere intellettuale. Può entrare anche l’Imam, certo, proprio per sottolineare identità sostanziali e differenze altrettanto sostanziali in quell’ambito spirituale che significa cultura, società, costume, economia. Il rifiuto pregiudizievole rappresenta una sconfitta mortifera di quell’uomo che è un “animale sociale” e nel quale “vivono molteplici identità”. Non una. Ma una, nessuna e centomila. Luigi Pirandello aiuta a ragionare ad ampio spettro sull’italiano che non è solo l’italiano. Quando i bersaglieri “passano con la piuma sul cappello”, e sono giovani, eleganti e belli, bisogna, è un dovere umano, intravedere in filigrana, la terra irrorata dal sangue dei caduti. Questa terra che noi chiamiamo la Patria. Ed ogni popolo ha la sua. Alla quale noi dobbiamo la nostra identità. La lingua.
Si fa sentire la “sede vacante” di Washington, dove un “papa” è stato dimissionato e uno nuovo andrà eletto fra sei mesi. Sfruttando questo vuoto di potere, l’Ucraina ha fatto uso delle armi tecnologicamente avanzate fornite dall’occidente per compiere un’incursione in Russia. Gli USA avrebbero dovuto proibirla. E questo attacco è stato fatto proprio nella regione di Kursk dove, durante la II guerra mondiale, avvenne la più grande battaglia della storia fra mezzi corazzati che i russi, a prezzo di enormi perdite, riuscirono a vincere. Kursk è un po’ come il Piave per noi italiani.
L’incursione e l’arroccamento degli ucraini nel oblast di Kursk su mille chilometri quadrati (approssimativamente come Milano e la sua provincia) sta mettendo in grave imbarazzo Putin. Per lui e la sua dirigenza restano poche alternative: uscire bene da questa storia oppure sparire in maniera cruenta dalla storia e dalla vita.
L’opzione che Putin potrebbero scegliere sarà di usare un’arma nucleare tattica per incenerire Kiev. Putin potrebbe presentare un ultimatum alla Nato e agli Stati Uniti dicendo che se entro ventiquattro ore l’Ucraina non abbandonerà il territorio russo, lanceranno una bomba nucleare che distruggerà la loro capitale.
Se si spera che Putin non lo farà, per non rischiare una confronto nucleare con gli USA e l’Europa, si è fuori strada. Questo rischio altissimo non lo turberà affatto, perché risponderà subito che hanno già puntato i loro missili supersonici a testata multipla su New York, Londra, Parigi, Roma, Milano, Washington, Filadelfia, Portland e risponderanno a tono ad ogni attacco. Di fronte a questo immenso pericolo credo che gli USA, si ridesteranno dal loro sonno e forzeranno la mano dell’Ucraina, convincendoli ad arretrare e poi negoziare la resa.
Mi rendo conto della gravità di quanto sto scrivendo, ma noi in occidente non ci stiamo rendendo conto del fiume di sangue russo che sta scorrendo e della grave situazione sul campo.
Un sintomo del nostro scollamento dalla realtà è dimostrato dalla tragicomica incursione di una inviata RAI e un cineoperatore in territorio russo. Per i russi questa con l’Ucraina non è una guerra formale, né dichiarata, ma una sorta di fenomeno di banditismo e le inviate RAI, entrando in territorio russo al seguito dei militari ucraini, si sono poste fuori dalla legge russa, ed è dunque normale che Mosca spiccherà un mandato di arresto nei loro confronti.
La grande festa a Quinzano, in onore di San Rocco, si tiene da 545 anni. Inizierà il 13 agosto e chiuderà il 18 agosto. Saranno giorni pieni di grande musica e di gastronomia. Gli artisti Angiolino Bellé e Giuseppe De Berti terranno una mostra delle loro opere. Il giorno 16 agosto verrà assegnato il premio San Rocco alla Asd La Grande Sfida Aps, una associazione benefica.
“Quinzano è un paese tranquillo e sereno, che non ci appare essere il luogo dove ebbe inizio la forsennata motorizzazione del nostro pianeta; eppure le sue radici storiche sono profondissime.
Durante il medioevo vi nacquero l’Arcidiacono Pacifico e Sant’Alessandro, vescovo di Verona, e alle falde del monte Calvario, che domina il paese, sorge la chiesa di San Rocco, sulla cui sommità, s’ammira il romitaggio di San Rocchetto, che ci ricorda certi monasteri visitati in Tibet e in Ladakh”.
Corriere della Sera
Le celebrazioni proseguiranno da settembre 2024 ad aprile del 2025, con un ciclo di interessanti conferenze, alle quali tutti potranno partecipare gratuitamente. Postiamo qui sotto il programma.
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