Il giorno 23 dicembre 2025 è stata presentata una mostra sull’emigrazione veneta, in particolare gli italiani di Crimea e il loro genocidio dimenticato. Le presentazioni sono state tenute dai consiglieri comunali di Verona del Gruppo FDI Massimo Mariotti, Maria Fiore Adami e Leonardo Ferrari, con un intervento del on. Roberto Menia, vicepresidente della commissione Esteri del Senato. La mostra fotografica itinerante rievoca, attraverso foto, documenti e lettere, la vita della comunità italiana in Crimea tra fine ‘800 e i giorni nostri.
La mostra ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e riportare alla luce la drammatica storia di migliaia nostri connazionali emigrati in Crimea, vittime dalla deportazione di massa del 1942 nei Gulag del Kazakhstan.
La comunità italiana in Crimea iniziò a formarsi in seguito alle emigrazioni degli anni ’20 del 1800, con braccianti e uomini di mare che vi si spostano dalla Puglia e dal Veneto per iniziare una nuova vita in Oriente. La maggior parte di loro si stabilì nella città di Kerč’, sul Mar Nero, dove si creò una comunità di 30 famiglie che iniziarono ad aggregarsi.
In seguito ad un afflusso di nuovi lavoratori, perlopiù operai specializzati, la comunità si allargò, iniziando a popolare altre città, sia russe che ucraine. A Kerč’, un secolo dopo, circa il 2% della popolazione è composta da italiani immigrati e loro discendenti, una minoranza cattolica in un territorio totalmente ortodosso (a parte la minoranza musulmana dei tatari) che ha costruito le sue chiese, le sue scuole, la società corporativa, la biblioteca, per perpetuare, lontano dalla patria, la sua cultura.
Con le purghe staliniane del ’35 e del ’38 molti suoi illustri membri verranno uccisi, sospettati di attività controrivoluzionarie. Nei gulag confluirono molti membri della comunità di Kerč’, e gli abitanti rimasti furono dispersi nella steppa tra Akmolinsk e Karaganda, uccisi dalle durissime condizioni di vita e dalle temperature fra i 30 e i 40 gradi sottozero. I pochissimi superstiti furono eliminati dalle sciabolate dei Cosacchi. Alla fine della guerra non esistevano più discendenti di italiani in territorio russo o, meglio, ne esisteva una minima parte che nascondeva le proprie origini. Con il tempo, timidi tentativi di svelarsi per potersi riunire, hanno reso possibile il consolidamento di un piccolo nucleo, l’associazione C.E.R.K.I.O. (Comunità degli Emigrati in Regione di Crimea – Italiani di Origine) presieduta da Giulia Giacchetti Boico, ha l’obiettivo di far valere i diritti della comunità e di vedere riconosciuta l’ingiustizia subita. Nel 2014, il presidente Putin ha emanato un decreto per il riconoscimento dei crimini compiuti dal governo stalinista nei confronti delle minoranze etniche del territorio della Crimea, ed è stata compilata una lista comprendente il nome di 20 comunità.
Ci fu un passo in avanti con il riconoscimento da parte del governo italiano della loro cittadinanza d’ origine. Ma da allora, purtroppo, molto resta ancora da fare.
Nata a Roma, nel 1926, da genitori sardi originari di Pattada. Nell’agosto del 1940 il padre che era impiegato alla Questura, fu trasferito a Verona con tutta la famiglia di ben 7 figli. A Verona Giovanna si iscrisse all’Istituto Magistrale “Montanari”. La domenica del 20 ottobre, nel primo pomeriggio aveva partecipato ad una adunata del partito in Piazza dei Signori, oratore il Federale Bonamici. Durante la notte avvenne la tragedia, così la raccontò Deiana: “Sono cieca dal 21 ottobre del 1940 a causa di un bombardamento. Il nemico arrivò di notte. La casa fu colpita. Si sollevò una vampata di calore e io mi lanciai sui miei fratelli. Salvai il mio Aldo e la mia Piera e feci scudo con il mio corpo. Le schegge mi colpirono gli occhi e tutto divenne nero. Mi fu data la Medaglia d’Argento al Valor Civile”.
Achille Beltrame disegnò il momento più drammatico della mia storia sulla copertina della domenica del Corriere. Qualche tempo dopo il Partito mi offrì un soggiorno a Roma nel collegio Littorio, alla Camilluccia e li incontrò Mussolini: “…L’incontro con Mussolini durò dieci minuti. Gli porsi un mazzo di fiori e lui ebbe parole dolcissime per me: “Coraggio bambina…” mormorò. Mi baciò proprio sulla guancia destra. Mi fece tante domande, Che cosa facevo? Avevo ripreso i miei studi alle Magistrali? Soffrivo? “Vedrai con gli occhi dello spirito” mi rassicurò”. Deiana, pur ancora adolescente e non vedente, visse drammaticamente le giornate del 25 luglio e dell’8 settembre del 43, scontrandosi in maniera molto dura anche con i genitori: “L’8 settembre mi ero subito schierata con lui. Mi era sembrato cosa vile l’armistizio. Avevo bollato definitivamente i Savoia. Io, Giovanna, figlia di gente sarda che aveva avuto sempre il culto della monarchia. Il 25 luglio all’arresto di Mussolini, mamma ed io avevamo litigato con parole dure”. Ma a Giovanna non è sufficiente schierarsi con la RSI e con Mussolini. Appena diciottenne e pure cieca, vuole essere parte attiva in quest’ultima e drammatica avventura del fascismo. Ascoltata una trasmissione radiofonica dell’EIAR annunciante che le donne potevano fare qualcosa di più che visitare le caserme o assistere i soldati feriti, scrisse una lettera alla “Voce del partito” affermando che voleva contribuire all’ impegno del partito malgrado la sua cecità. Arrivò una risposta da parte del Comando Generale dell’Opera Balilla. L’offerta era molto apprezzata, ma poteva dare la collaborazione solo scrivendo per il giornale dei giovani fascisti. La delusione fu enorme: ”Eh, no! Mi sentii umiliata. Mi sentii dimenticata anche da Mussolini. Cieca e inutile per il nuovo fascismo che si batteva disperatamente. Inutile per il Duce!”. Ma Giovanna non si rassegna. Un giorno incontra a Verona il Presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, il cieco Carlo Borsani MOVM. Gli confessa di soffrire di non poter dare di più alla Patria. Borsani gli suggerì di andare a parlare personalmente con Mussolini. Il 30 settembre del ‘44, con una automobile messa a disposizione dal Federale di Verona e accompagnata da una dirigente del Partito si reca da Mussolini. Ed ecco la descrizione dell’incontro: ”Mussolini ci aspettava davanti alla sua scrivania e, appena entrate. Scusate, scusate se vi ho fatto aspettare ripeteva. Ricordo le sue mani che stringevano le mie per tutta la durata dell’incontro. Chiese:” che cosa posso fare per te?”. Mi dava del tu. “Duce, io voglio fare l’ausiliaria come desiderano tutte le ragazze d’Italia”. “tutte? Ma tu sei cieca Deiana. ”Quando alla Patria si è dato tutto, non si è dato troppo”. Disse:” Bene, bene, parlerò domani al Generale Nicchiarelli vedremo come si può risolvere il tuo caso”. Dopo qualche mese la Comandante Provinciale di Verona, Elena Renzi, le comunicò che a fine gennaio sarebbe dovuta partire per Como, sede Comando Generale del Servizio Ausiliario Femminile (SAF). Deiana si presentò alla Comandante del SAF Generale Piera Gatteschi che così descrisse l’incontro: ”…Giovanna, una ragazza di 22 anni, rimasta cieca in un bombardamento. Si era fatta accompagnare dalla sorella più piccola. “Come faccio a prenderti? Sei cieca! “Vi supplico! Non costringetemi a tornare indietro. Non distruggete la mia speranza”. Non voleva arrendersi alla sua disgrazia, voleva sentirsi viva, utile”. Il risultato fu che Deiana fu accolta. Frequentò il corso “Fiamma” del SAF, conseguì poi l’attestato di marconista, specializzandosi in aerofonia, utile per captare in anticipo il rumore delle formazioni aeree nemiche in arrivo. Fu poi assegnata ad una batteria contraerea della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). Il mattino del 23 aprile del 1945, la Comandante Generale Piera Gatteschi, ordinò a Deiana di andare a Lecco presso l’ospedale dell’Ordine di Malta. Rimase lì sino al 4 maggio, poi si rifugiò a Milano dalle Canossiane. Non poteva certo, malgrado la guerra fosse finita, ritornare a Verona, dove la sorella Piera, anche lei Ausiliaria, era stata dileggiata e rapata a zero.
Il 30 luglio del ‘45, il fratello Aldo, appena quattordicenne, dopo essere stato massacrato di colpi, fu scaraventato nel fiume Adige dai partigiani, reo di essere stato la mascotte della Brigata Nera locale. Pur tuttavia Giovanna riuscì a superare i traumi della guerra e del primo dopo-guerra. Riprese gli studi e si laureò. Insegnò per tanti anni materie letterarie. Si sposò due volte, ma non ebbe figli, considerò questa una disgrazia. Sempre molto attiva e presente nell’ associazione culturale che raggruppava le ausiliarie (ACSAF), ne fu anche Presidente. Difese gli ideali in cui aveva fermamente creduto e tali valori voleva trasmettere alle giovani delle nuove generazioni. Conservò sino alla fine una visione positiva della vita. Era solita dire: ”La vita mi ha dato tanto amore”.
Verona non fu sempre inclusa nell’itinerario classico del Grand Tour, una sorta di rito di passaggio per l’aristocrazia britannica, ma nel 800 divenne presto una meta preferita da tutti quei viaggiatori desiderosi di un luogo ricco di storia e di fascino. Per i viaggiatori di lingua inglese la città è stata identificata con le ambientazioni shakespeariane: è la scena de I due gentiluomini di Verona e dei due tragici amanti, Romeo e Giulietta.Diventa presto celebre con l’epiteto shakespeariano di “fair Verona”, dove l’amore giovane e infinito non muore mai. È anche la città che accolse Dante Alighieri, il quale dedicò il Paradiso della sua Divina Commedia a Cangrande della Scala; dunque è un luogo dove ogni appassionato studioso di Dante doveva transitare.
Nel giugno del 1875 Oscar Wilde (1854-1900), all’epoca studente ventenne all’Università di Oxford, intraprese il suo primo viaggio in Italia, in compagnia del suo ex-professore di greco al Trinity College di Dublino, il ministro protestante John Pentland Mahaffy e con l’amico William Goulding. L’Italia lo attraeva sia per ragioni culturali e religiose, perché proprio in quell’anno il suo caro amico, Hunter Blair, si era convertito al cattolicesimo romano e Wilde stesso era tentato di seguire i suoi passi, ma la sua conversione sarebbe avvenuta solo poco prima della sua morte, durante il grande Giubileo del 1900.
In Italia Wilde poté visitare tutte quelle città e quei luoghi che erano stati artisticamente descritti da John Ruskin (1819-1900), i cui libri Wilde apprezzava e aveva letto avidamente. John Ruskin usò il suo immenso talento per mostrare Verona, con la sua matita e con la sua penna. Visitò per la prima volta la città nel 1835 e poi vi ritornò molte volte, nel 1841, nel 1846, nel 1849, nel 1869, e ogni visita fu per lui occasione per studiare con minuziosa precisione e amorevole dedizione, un particolare monumento o palazzo, o chiesa: le Arche Scaligere, Piazza dei Signori, Piazza Erbe, Sant’Anastasia. Per l’artista che capiva la grandezza delle pietre di Venezia, Verona era comunque “squisita”.
Prima della metà di giugno 1875, Oscar Wilde e i suoi compagni partirono da Oxford e raggiunsero Londra dove si imbarcarono su una nave che li portò a Livorno. Da Livorno i turisti andarono a Firenze dove rimasero dal 15 al 19 giugno.
Con molto rammarico, il 19 la piccola compagnia prese un treno da Firenze a Venezia. Si fermarono a Bologna, solo per una cena veloce, e continuarono il loro viaggio in treno fino a Venezia, dove arrivarono il giorno seguente. Nella città della laguna passeggiarono in Piazza San Marco, lungo gli stretti vicoli e poi andarono al Lido e all’isola di San Lazzaro, per visitare il monastero armeno dove Byron aveva soggiornato. A Venezia Wilde dedicò anche parte del suo tempo al circo e al teatro.
Nel pomeriggio del 22 giugno il trio aveva raggiunto Padova e Wilde vi ammirò gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni.
Il 23 giugno Oscar Wilde e i suoi amici giunsero a Verona. In una lettera a sua madre egli scrisse: “Siamo andati a Verona alle sei, e nel vecchio anfiteatro romano (perfetto all’interno come ai vecchi tempi romani) abbiamo visto la rappresentazione dell’Amleto – e certamente in modo indifferente – ma potete immaginare quanto sia stato romantico sedersi nel vecchio anfiteatro in una bella notte di luna. La mattina andai a vedere le tombe degli Scaligeri – buoni esempi di ricco lavoro gotico florido e di ferro; una buona piazza del mercato piena dei più grandi ombrelloni che abbia mai visto – come giovani palme – sotto i quali sedevano i venditori di frutta”. Ricorda anche Dante “che, stanco di arrancare su per le ripide scale, come dice lui, degli Scaligeri quando era in esilio a Verona, venne a stare a Padova con Giotto in una casa che ancora si vede lì”.
Fu probabilmente durante quel breve soggiorno a Verona che Wilde fu ispirato a scrivere il sonetto At Verona, pubblicato nell’edizione del 1881 delle sue Poesie. Dopo Verona Wilde andò a Milano con i suoi amici, ma, avendo speso quasi tutto il suo denaro, dovette tornare verso casa. Prima di partire, il 25 giugno, visitò Arona, la città di San Carlo Borromeo, sul Lago Maggiore, e da lì si recò, in carrozza, attraverso il Passo del Sempione, a Losanna. Il 28 arrivò a Parigi e continuò il suo viaggio di ritorno verso l’Irlanda.
Nell’aprile 1900, Wilde sbarcò a Palermo dove trascorse otto giorni indimenticabili. Poi andò a Napoli per un breve soggiorno e si spostò a Roma. Il 15 aprile, domenica di Pasqua di quell’anno giubilare, Wilde ricevette la benedizione da Papa Leone XIII.
Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde morì a Parigi all’Hôtel d’Alsace in rue des Beaux-Arts a causa di una meningite.
Verona per Wilde rappresentò la città dell’esilio dantesco, un esilio fatto di stenti e umiliazioni che ricordò facendo eco al libro di Giobbe. Ma Wilde stava certamente esagerando quando evocò l’immagine di un Dante in carcere. Questo non è mai accaduto e fu solo una sua licenza poetica. Forse l’idea del poeta incarcerato gli è stata suggerita dall’immagine romantica di Tasso nella prigione di Ferrara, di cui c’è un accenno in The Soul of Man under Socialism. Forse quando egli stesso fu in prigione, dal 1895 al 1897, accusato di sodomia, Wilde pensò a questa prima poesia profetica e al significato di essere un poeta imprigionato. Allora era pienamente consapevole, come dice nella sua lunga lettera, De Profundis (1897), indirizzata a Lord Alfred Douglas, che: “A tutti i costi devo mantenere l’Amore nel mio cuore. Se vado in prigione senza Amore cosa ne sarà della mia Anima?”. “Devo tenere l’Amore nel mio cuore oggi, altrimenti come farò a vivere tutto il giorno? E in tutta l’epistola ripete come un ritornello: “La superficialità è il vizio supremo”.
Il sonetto At Verona è direttamente collegato al lungo poema Ravenna (1878), attraverso l’influenza ispiratrice di Dante, e anche a La ballata del carcere di Reading (1898), in cui il poeta invoca il perdono per i prigionieri, rifiutando le condizioni infernali del carcere stesso e l’idea stessa di vendetta esercitata dalla società quando decreta la pena di morte per i criminali.
Il comune di Verona potrebbe pensare a un monumento anche per lui, qui nella nostra “fair Verona”.
Una grande storia di vita e d’amore. Maurizio Amaro, veronese, presenterà il suo libro a Quinzano, presso alla Sala Garonzi. La sua opera è basata sulla vita di suo padre e di sua madre. Si conobbero nel 1936, a un ballo e poi lui, giovane ufficiale, fu subito mandato in Africa. Poi arrivò la guerra. Fu fatto prigioniero e portato in India. Conobbe Heinrich Harrer e riuiscì a fuggire per qualche giorno. Dopo varie peripezie, tornò in Italia e sposò la ragazza con la quale era stato in contatto epistolare per tutti quegli anni. Proseguì poi la sua carriera nell’esercito italiano, sino a raggiungere il grado di Generale, prestando servizio presso alla Nato, in Germania.
L’appuntamento tenutosi alla Gran Guardia promosso da Italy Discovery.
Notevole successo, sia come presenza di pubblico sia come partecipazione di relatori qualificati del settore, ha riscontrato il convegno internazionale ospitato per due giorni alla Gran Guardia di Verona sul tema: ” La campagna italiana: straordinaria risorsa per il turismo ricettivo”. Appuntamento promosso da Italy Discovery, introdotto dal responsabile del progetto “ Italy Discovery & Countryside” Roberto Perticone, che ha visto tra gli altri la presenza del Ministro del Turismo Daniela Santanchè la quale ha sottolineato come “ questo è uno dei segmenti del settore sul quale possiamo investire perché può darci grandi soddisfazioni, considerato che dobbiamo diversificare dalle destinazioni turistiche classiche a quelle appunto rurali che poi comprendono anche i piccoli borghi che in Italia sono 5.600 offrendo peraltro il 90% delle eccellenze del settore enogastronomico”. Tra gli intervenuti l’assessore al turismo del Comune di Verona, Marta Ugolini e il sottosegretario all’Istruzione on. Paola Frassinetti, l’assessore regionale Elena Donazzan, l’on. Matteo Gelmetti, l’amministratore delegato di Enit Ivana Jelinic, il vice presidente della Camera di Commercio di Verona, Paolo Tosi, il presidente del gruppo giovani imprenditori di Confindustria Veneto Marco Dalla Bernardina, il ristoratore veronese e componente del gruppo di lavoro della Fisped onlus Antonio Leone e Leopoldo Ramponi per l’Associazione dei Ristoratori Veneto HoRe.Ca.
Un saluto è quindi giunto dal Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Ministro Urso e dal Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Tra le sessioni previste nell’ambito del convegno, anche quella delle associazioni Italiani nel Mondo a sostegno del progetto “ Italy Discovery” che hanno affrontato in particolare il tema dei percorsi territoriali di campagna quale risorsa inestimabile del turismo della radici. “ Il convegno ha ottenuto un grande successo in quanto è stato un felice incontro tra esperienze diverse tra le varie tipologie del mondo del turismo e le associazioni degli immigrati”, commenta il consigliere comunale di Verona di Fratelli d’Italia, Massimo Mariotti. Con l’obiettivo “di recuperare i valori culturali, artistici, architettonici ed anche ovviamente enogastronomici, il ritorno in patria di molti italiani che risiedono all’estero che potrebbero magari cogliere l’occasione per ristabilirsi nel nostro Paese”. Per Gianlugi Ferretti, membro del CGIE, “ di questi due giorni intensi tenutisi alla Gran Guardia ho apprezzato in maniera particolare la professionalità. Finalmente il turismo delle radici è stato affrontato da relatori di altissimo livello, ma questa è stata solo la prima tappa per cui nei prossimi appuntamenti si affronteranno nello specifico come poi concretizzare le idee che sono uscite dal convegno”.
Soddisfatto anche Luciano Corsi, presidente dell’associazione “Veronesi nel Mondo”, auspicando che “ ogni Regione possa replicare appuntamenti come quelli tenuti a Verona. E’ chiaro però che bisognerà lavorare anche per far conoscere località poco conosciute che finora non hanno avuto riscontri sotto il profilo mediatico e che invece meriterebbero maggior attenzione da parte dei turisti”.
Per Francesco Alfieri, rappresentante nel Liechtenstein delle associazioni straniere presenti sul territorio, “Oggi è emerso in maniera chiara che il turismo è una parte integrante dell’opera svolta dagli italiani nel mondo, perché, per un fattore emozionale ma anche culturale e conoscitivo, promuove all’estero l’interesse verso l’Italia deve essere un obiettivo primario. Io dico che dovrebbe anche sorgere un interesse per i corsi di lingua e cultura italiana, per le nuove generazioni, perché, così facendo, sensibilizziamo gli oriundi nati all’estero a scoprire la storia e le tradizioni della nostra Italia”.
Angelo Paratico, storico e romanziere, presenta il suo nuovo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.
Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.
A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.
Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”. Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche, mentendo sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.
Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono di difficile identificazione.
Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a 5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’. Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.
Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.
L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.
Questo è apparentemente tutto quanto se ne sa, ma secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli ideatori e fu adattato, affidando il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, fu prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Tokyo.
Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, debbo dire che questo libro si legge bene e me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma poi s’ammalò e poi morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che aggiunge una nuova sfaccettatura, un punto di meditazione, a quel grande personaggio. Il regista Alan Taylor nel 2001 ne trasse un bel film intitolato “I vestiti nuovi dell’Imperatore”.
Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.
L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.
Il presidente di Serit, Massimo Mariotti, ha incontrato nei giorni scorsi, nel suo ufficio al Ministero, l’On. Paola Frassinetti, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione e del Merito. Mariotti ha illustrato il progetto di educazione e formazione che l’azienda, operante nei 58 Comuni della provincia di Verona, sta sviluppando per coinvolgere gli studenti in una intelligente campagna per evitare sprechi, insegnando a riutilizzare e riciclare la maggior parte del materiale che abitualmente viene, invece, gettato come rifiuto. Mariotti ha ricordato il notevole successo ottenuto dal progetto de I Riciclotti così come il recente concorso Ti racconto un albero le cui premiazioni si sono svolte nell’ambito di Verona in Love.
L’on. Frassinetti ha quindi mostrato il suo interessamento per il Punto limpido, realizzato accanto al polo scolastico di Torri del Benaco, uno dei contenuti più rivoluzionari nel mondo del riciclo e primo in Italia, pochi giorni fa citato come ottimo esempio dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che lo ha introdotto nel quartiere della Magliana.
Dal 2 novembre 2022 Paola Frassinetti è sottosegretario di Stato al Ministero dell’istruzione e del merito nel governo Meloni.
Nata a Genova si trasferisce presto con la famiglia a Milano, dove consegue la maturità classica al liceo classico Giosuè Carducci e si laurea in Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il Sottosegretario Paola Frassinetti ha garantito la propria disponibilità a presenziare ad uno dei prossimi incontri nelle scuole veronesi in cui verranno promosse iniziative di carattere ambientale.
Da gennaio 2023 Gingko Edizioni ha spiccato il volo verso la Svizzera.
È, infatti, in collaborazione con Flamingo Edizioni che la nostra Casa Editrice curerà una nuova collana dedicata alla saggistica e a biografie di interesse storico, scientifico, psicologico e sociologico.
La Flamingo Edizioni nasce a Bellinzona (Svizzera) nel 2016 e il criterio di selezione dei testi da pubblicare è l’incisività.
Proprio come la Gingko Edizioni, anche la Flamingo Edizioni investe su pochi, selezionati testi in cui crede profondamente, anche se questa attenta cernita – lo sappiamo bene – comporta necessariamente un considerevole investimento di risorse.
Gli Editori, Orlando Del Don (Flamingo) e Angelo Paratico (Gingko), sono lieti di poter pubblicare nuove proposte in sinergia, offrendo i titoli interessati sia al mercato italiano che a quello svizzero.
Il progetto nasce dunque da un terreno di interesse comune – quello della saggistica, appunto – ma anche dalla profonda convinzione che l’Editoria debba trarre giovamento dalla collaborazione piuttosto che dalla competizione. La passione per i libri, quindi, può unire fra loro non solo i lettori ma anche e soprattutto le Case Editrici.
È con questo spirito che Flamingo e Gingko uniscono la propria esperienza e la mettono a disposizione di un progetto comune.
Attualmente sono già al vaglio alcune proposte di pubblicazione e vi terremo aggiornati in merito alle prossime uscite che inaugureranno la nuova collana.
Amedeo Portacci ci ha lasciati nella notte di sabato, 22 gennaio 2023. Da quel uomo riservato che è sempre stato, ha combattuto senza mai lamentarsi e con grande coraggio un terribile male che lo aveva colpito quasi un anno fa.
Nato a Taranto, il 28 agosto 1949, si era trasferito a Verona nel 1971, dopo aver ottenuto un dottorato in Scienze Turistiche. Era stato impiegato presso l’INA, come responsabile organizzativo, sino al 1988 ed era poi passato alla RAS, come agente generale procuratore e nel 2012 era diventato consulente finanziario. Ha poi ricoperto varie cariche di grande prestigio, vicepresidente della AGSM, ACI, Verona Mercato, Telethon ecc. Era stato insignito del cavalierato del lavoro e anche di quello di Malta.
Avevo incontrato Amedeo poco dopo il Capodanno e ci eravamo scambiati gli auguri. Avevamo avuto dei forti contrasti di lavoro, a causa di un progetto che stavamo portando avanti, ma entrambi abbiamo messo da parte questa disputa e avevamo riso di noi, quando gli avevo detto che liti così feroci io le facevo solo con i miei familiari.
Il nostro ultimo progetto, al quale teneva moltissimo, quasi presagendo la sua imminente fine, era stato il libro La Società Dante Alighieri, la Divina Commedia e Verona in inglese e italiano, che avevamo scritto, assieme al coltissimo magistrato Angelo Franco e poi pubblicato per conto della Società Dante Alighieri, della quale Amedeo è stato vice presidente per molti anni.
In quel libro vengono presentate e inquadrate culturalmente le marmoree targhe dantesche che Amedeo e la presidente della Soc. Dante, notaio Maddalena Buoninconti, avevano fatto affiggere nei luoghi citati, o riconducibili, agli anni veronesi dell’Alighieri.
Il progetto delle targhe è stato tutto di Amedeo, che lo ha portato avanti, sino alla sua felice conclusione, con grande determinazione e generosità. Queste saranno un degno monumento alla sua memoria, che durerà nei secoli, finquando esisterà Verona.
Un ferro di cavallo portafortuna al profumo di caffè
Nell’ambito della 124ma edizione di Fieracavalli, in programma dal 3 al 6 novembre, nel padiglione 1 è stata ricavata un’area sostenibilità dedicata alle famiglie e ai bambini in particolare. Un ampio spazio riservato alla scoperta del mondo dei cavalli con diversi momenti didattici, di spettacolo e musica.
L’obiettivo è quello di promuovere le buone pratiche eco-sostenibili grazie al coinvolgimento di aziende quali AGSM AIM, Amia, Serit e Acque Veronesi che nel corso della manifestazione propongono laboratori artistici-ludico creativi. Il tutto nell’ambito dell’apposita Area sostenibilità, una novità dell’edizione 2022 di Fieracavalli, all’interno di un padiglione completamente dedicato ai ragazzi non solo per avvicinarli al rapporto con il cavallo ma ampliata appunto di un’area ludico-didattica con diversi momenti di animazione educational.
“Per quanto ci riguarda, anche quest’anno abbiamo proposto un progetto che va a valorizzazione la creatività dei bambini, impegnandoli nell’ideazione e costruzione di oggetti con l’uso di materiali provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti”, spiega il presidente di Serit Massimo Mariotti. “Lo abbiamo denominato Un ferro di cavallo portafortuna al profumo di caffè. Abbiamo messo a disposizione del nostro laboratorio plastica, carta e cartone, avanzi di stoffa, bottoni, fili di lana, nastrini, scarti di legno e sughero con i quali realizzare un ferro di cavallo portafortuna che poi resterà a chi si si è cimentato in questa pratica di riuso dei materiali, arricchito di chicchi di caffè. Ecco quindi che riciclando materiali destinati allo scarto è possibile magari trasformarli in oggetti di riutilizzo o comunque utili all’arredamento”. Un laboratorio dedicato alle famiglie e a chiunque voglia mettersi in gioco con la fantasia e la manualità creativa, aperto con orario continuato fino alle 18 di tutti i giorni della manifestazione, con l’obiettivo di far sperimentare ai partecipanti diverse modalità di riutilizzo. Serit, azienda che effettua la raccolta differenziata in una sessantina di Comuni del veronese, ha creato pertanto all’interno del padiglione 1 di Veronafiere un’area in grado di favorire lo sviluppo di una coscienza ambientale per la salvaguardia del territorio anche grazie alla presenza di operatori in grado di fornire utili consigli in merito ad una buona gestione dei rifiuti.
Il ministro dell’Agricoltura, on. Lollobrigida, accompagnato da Massimo Mariotti, ha poi potuto ammirare le originali creazioni dei bambini.
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