SERATE CULTURALI DI SAN ROCCO 13 SETTEMBRE 2025 – 10 APRILE 2026
Meloni uber alles!
La più antica rivista del mondo, The Spectator, in stampa ogni settimana dal 1828 e faro guida dei conservatori britannici, dedica un positivo articolo a Giorgia Meloni e all’Italia. La firma è del suo prestigioso editorialista Owen Matthews.
Scrive che: “Napoli ha inaugurato una nuova linea metropolitana pluripremiata e il collegamento ferroviario ad alta velocità transappenninico tra Napoli e Bari è in fase di completamento. I noti problemi di raccolta dei rifiuti a Roma e Napoli sono stati miracolosamente risolti. E forse la cosa più notevole di tutte è che il vivace primo ministro italiano Giorgia Meloni gode di un indice di gradimento superiore al 40% a due anni dall’inizio del suo mandato. Sulla carta, l’Italia soffre della stessa crisi economica del resto d’Europa, con una crescita stagnante dello 0,7%… ma le statistiche macroeconomiche non mostrano quanto sia accessibile la vita quotidiana in Italia. Anche nel caffè più elegante del centro di Roma un espresso costa 1,20 euro (a patto di berlo al banco, in piedi). La settimana scorsa, in un caffè del centro di Sulmona, in Abruzzo, che sembrava fermo agli anni ’50, ho pagato solo 0,60 euro per un caffè servito personalmente dall’anziano proprietario. Una pizza margherita non costa più di 10 euro ovunque. Al di fuori delle zone più eleganti del centro di Roma e Milano, gli affitti sono ridicolmente convenienti rispetto al Regno Unito. Se si tiene conto del potere d’acquisto, gli italiani sono più ricchi dei britannici”.
The Spectator ama certamente il Meloni-pensiero.
“La settimana scorsa mio figlio si è fratturato una caviglia durante una scampagnata notturna in un parco di Roma e ha chiamato un’ambulanza. È arrivata in 25 minuti e lui è stato visitato da due medici, sottoposto a radiografia e dimesso entro due ore dal San Carlo di Nancy, l’ospedale del Vaticano, il tutto gratuitamente”.
Bellissimo ma questo pare assai eccessivo per un cittadino britannico, chi salderà il conto alla fine? Noi?
“Gli italiani amano lamentarsi, ma ciò che distingue il Paese è che la sua classe dirigente è molto più in sintonia con le opinioni socialmente conservatrici e anti-woke della maggioranza dei suoi elettori. Sir Keir Starmer, come è noto, non è stato in grado di dire cosa sia una donna. Al contrario, il discorso appassionato che ha portato Meloni alla ribalta nel 2019 è stata una dichiarazione senza vergogna dei valori conservatori. «Difenderemo la nostra identità», ha gridato. «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana e sono cristiana! Non me lo porterete mai via! Quando Meloni è stata eletta nel 2022, molti l’hanno vista come una Viktor Orban italiana, o addirittura come una Donald Trump europea. I media britannici l’hanno descritta come “di estrema destra” e persino Joe Biden ha definito la sua ascesa un motivo di preoccupazione per le democrazie. Ma invece di seguire i recenti partiti di protesta italiani, come il Movimento Cinque Stelle nichilista di Beppe Grillo, Meloni ha dimostrato di essere un’operatrice politica seria. “Meloni sembra sempre più il volto del futuro dell’Europa”, è stato il verdetto di Fareed Zakaria della CNN.
E conclude la sua analisi dicendo: “Da quando è salita al potere, Meloni ha virato a sinistra in materia di politica economica, pur mantenendo una posizione filo-ucraina in contrasto con gli elementi più filo-putiniani dei suoi partner di coalizione, la Lega di Salvini. È facile idealizzare l’Italia. Ma tutto ciò che ho osservato in cinquant’anni di visite in questo Paese e in quattro anni di residenza conferma che si tratta di una società straordinariamente sana, sicura di sé e soddisfatta. Negli ultimi anni l’Italia ha ripulito la corruzione un tempo endemica e ha reso i servizi sanitari e di sicurezza pubblici efficienti come quelli di qualsiasi altro paese europeo. Ora Meloni potrebbe essere sul punto di risolvere il problema politico più profondo dell’Italia, ovvero un sistema costituzionale intrinsecamente instabile che dal 1945 ha dato all’Italia 69 governi. In breve, Meloni sta mostrando all’Europa come dovrebbe essere governato un paese: per il popolo e secondo i suoi valori”.
MARCINELLE: UNA TRAGEDIA ITALIANA!
L’8 Agosto ricorre la Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo, istituita dal Governo nazionale nel 2001 per celebrare, ricordare e onorare i tanti lavoratori italiani emigrati, oltre al contributo economico, sociale e culturale delle loro opere: una giornata fortemente voluta da Mirko TREMAGLIA, indimenticabile Ministro degli Italiani nel Mondo. In rappresentanza del Consiglio Comunale di Verona, mi trovo insieme ai pochi nostri Emigrati sopravvissuti al disastro avvenuto l’8 agosto del 1956 nella miniera del “Bois du Cazier”. Quel giorno, un devastante incendio causò la morte di 262 minatori, di cui ben 136 italiani, tra questi 5 Veneti compreso il Veronese Giuseppe CORSO, al quale negli anni scorsi riuscii a fare intitolare dal Consiglio Comunale, una Via nei pressi di Montorio. La tragedia di Marcinelle è assurta a simbolo delle difficoltà affrontate dai nostri Emigrati: spesso con l’eroismo quotidiano di milioni di uomini e donne umili, ma estremamente determinati nel sostenere le loro Famiglie e la Patria lontana, allo stesso tempo desiderosi di inserirsi nei mondi nei quali arrivavano, per contribuirne al progresso. A quasi 70 anni da quella tragedia, il senso della memoria per i Caduti dell’Emigrazione Italiana acquista ulteriori e ancor più grandi significati: Marcinelle, come tante altre vicende drammatiche e ancora non rimarginate per la storia della nostra Emigrazione, a partire dai linciaggi di Italiani a New Orleans e nella Camargues sino agli orrori giudiziari dettati da pregiudizi contro nostri connazionali, devono essere di monito ai nostri Governi. Non solo perché è sempre doveroso onorare la memoria degli Emigranti italiani sospinti dalla ricerca di un futuro migliore per le proprie Famiglie, ma soprattutto perché la storia della nostra Emigrazione, ricca di straordinari successi e intrisa al tempo stesso di dolore e di lacrime, entra come elemento fondante e costitutivo della nostra Identità Nazionale. Viviamo invece un periodo storico in cui gli italiani all’estero, una magnifica Comunità di 7 milioni di persone, non sono abbastanza degni di attenzione, mentre vi sono circa 500.000 persone di origine italiana che, a causa della lentezza burocratica, subiscono una lunga attesa per regolarizzare la loro cittadinanza. La diffusione della lingua italiana, l’affermazione dell’Italia come protagonista assoluto nella cultura, nell’arte, nell’architettura, nella scienza e nella tradizione classica, devono diventare una realtà di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi, dentro e fuori dai nostri confini.
Il Consigliere Comunale di Verona
Massimo Mariotti
ll barbaro Occidente
(Emanuele Torreggiani) Perimetro di razzisti. Pallidi fantasmi adoratori di un cadaverino. Avidi colonialisti, disciplina augusta. Occidente marcio di nudità, pornografia, gioco d’azzardo, omoerotismo, purtuttavia attinente l’uomo. L’uomo. Solo il volgare Occidente ha saputo mostrare nella nudità di un corpo immobile l’agilità e la sua forza celata e il suo dolore scolpito in un candido marmo o fuso in bronzo che verdica cangiante. Solo il mostro Occidente ha scolpito in una fronte levigata la prospettiva del pensiero. L’umano appaga l’Occidente. La ricchezza dell’Occidente nasce da qui. Dal fare per incontrare l’uomo. Non per caso (alibi dello sciocco) o per destino (alibi del superstizioso) ma per razionalità (la verità delle cose che sono e delle cose che ancora non sono) Dio è uomo. Un Dio mite, non impone regole biologiche, regole politiche, suggerisce una disciplina spirituale. La fratellanza è inscritta in questo perimetro. E solo il barbaro, volgare, violento, razzista Occidente la sa riconoscere e donare. Tutti gli altri rifuggono. Non interessa l’uomo. Importa il numero, nella sua espressione di potenza contabile. E per nulla a caso si emigra in Occidente, dentro il marciume, non dai confratelli confessionali dove le regole sono ferree, feroci, crudeli, spietate. Si emigra nell’Occidente dove è lecito assassinare nel ventre il nascituro in nome del libero arbitrio possessivo. Si emigra in Occidente e si impone qui, in nome della legge occidentale, la trafugazione della cultura occidentale che ha costruito, in un orgia di sangue, questa terra dai confini culturali e non geografici e cultuali. Ma i razzisti sono gli occidentali che tentano di arginare questa invasione preordinata, pianificata da una strategia suprematista. Abbattere l’occidente sostituendovi una neo genia culturale non identificata ma, con la forza del numero che è potenza, capace di subentrare, nel volgere di un paio di generazioni, allo stolto nativo adoratore del cadaverino. Il cadaverino, quel Gesù Cristo che ha dettato la regola, paradossale, che ha costruito il mondo Occidentale, quindi l’universo, in quanto la verità è universale e non tribale o locale. Una regola semplice: la libertà. L’uomo libero difende la sua libertà. È la sua eredità. Il resto è menzogna.
Ritorno a casa
(Emanuele Torreggiani) “Quanto dolore su questa terra”, se ne uscì così. E ci guardò tutti noi, uno per uno, in viso. Ed era lui, con quel suo atteggiamento di candida insolenza che innumerevoli alterchi gli procurava per le vie del mondo, il nostro amico ancora risparmiato dall’età del tempo, così all’ingannevole apparenza. Appena in verticale il bulino lo andava intagliando al viso. Dimostrava la magrezza che dimora in chi l’affanno profondo tormenta e non concede placida quiete. Le belle sue lunghe dita bilanciavano la permanete sigaretta accesa.
Da quel terrazzo del ventesimo piano dove noi ci si era incontrati egli seguiva i bagliori del traffico che dileguava lungo i viali, nel profondo estuario della notte, dolce e chiara e senza vento. E poi sedette. “Sono rientrato l’altro ieri”. Ma detto da lui non era per nulla un’indicazione. Il suo “l’altro ieri” poteva significare giorni o settimane, mesi… Il suo ieri indicava un laggiù. Oltre il confine tra quelle lunghe ombre avanzanti. Da dove venisse poi, di cosa si occupasse, rimaneva comunque ai margini di quanto avesse in mente. E quando tornò a ripetere “quanto dolore su questa terra”, le nostre avventure professionali, le querule meschinità degli uffici, di cui ci eravamo preparati al consueto magniloquio per l’incontro annuale, si dispersero verso l’alto avvoltolate al fumo della sua sigaretta.
Disse che camminando lungo i marciapiedi ormai deserti aveva incontrato due ragazzi abbracciati seduti sul cordolo di granito. Lei aveva il capo appoggiato al petto di lui, in una cascata di capelli ricci e biondi e lui le cingeva la vita. Due adolescenti che si rivelavano. E nessuna delle loro parole avrebbe potuto essere ripetuta di là da quell’ellisse verticale perfetta che l’insieme dei due componeva. Lì, indifferenti al rombo sonoro dei mezzi che scarrocciavano cartacce. Estranei allo sguardo dei rari passanti. Disse che si stavano denudando confidando la condivisa innocenza. Il nostro amico disse che in quella figura c’era l’intero grumo di fango plasmato da Dio e fecondato da una sola lacrima. Disse che aveva visto l’origine. Poi se ne andò, e noi con lui.
Un incontro in un caffè
(Emanuele Torreggiani) Tanto tempo fa, in quell’ora di morta quando i caffè sono sgombri di clienti ed i camerieri ne approfittano per riassettare il locale, spazzare il pavimento dalla segatura, nel caso fosse stato un giorno di pioggia, riallineare in parata le bottiglie utilizzate per gli aperitivi, cambiare le tovaglie macchiate e riordinare i tavoli per i clienti della sera, ricondurre le stecche dei giornali ai loro appigli e infine concedersi un
tramezzino ed una sigaretta in silenziosa pace. Nella morta radi gli avventori tra le strade
sospese nel silenzio urbano. Qualche anziano che ciabattola fuori casa per un
decaffeinato ed una sigaretta di straforo da bruciare in silenzio, un’amara acquavite
ad un corrucciato commesso viaggiatore attardatosi inutilmente da un cliente e
tanto tempo fa quell’uomo.
Un uomo già in corsa appresso la sua inarrestabile china, sebbene ancora compatte le
spalle. Se allora un adolescente l’avesse notato l’avrebbe definito un vecchio.
Ma un adolescente non avrebbe avuto gli occhi così aperti da cogliere come quello
sconosciuto, oltre i sessanta, fosse visibilmente estraneo all’ambiente pur
manifestandosi a suo agio in quel caffè di lontana provincia come in un qualunque
altro. Come Parigi e Berlino e Atene e Istanbul… aveva chiesto un caffè lasciando con
cura abituale la piccola cartamoneta sul bancone per la quale, il gesto garbato della mano
era inequivocabile, lasciava il resto. Si stava arrotolando una sigaretta pescando dalla
tasca della giacca le cartine e la borsa del tabacco e, ormai sulla soglia del caffè,
accendendola con un fiammifero e sbuffando il fumo così azzurro in controluce, era uscito,
collocando a memoria futura l’indelebile traccia del suo essere stato lì declamando come
fosse stato re Lear: “Raramente nella vita s’incontra un essere umano”. Poi disparve per
sempre nella notte con il passo elastico e fermo inseguito da una scia di fumo.
Il barista, immerso nei suoi pensieri che poi erano cifre, neppure se ne era accorto.
Eppure, uno dei giovani, che il tempo avrebbe modellato nella forma dell’iniziale follia, la
follia da cognizione, che quella sera stava preparando la scacchiera in attesa che la
compagnia consueta rinfoltisse, cosa che avvenne nel giro di pochi minuti, colse come le
parole di quell’uomo avessero riempito fisicamente lo spazio che lo sconosciuto con la sua
uscita aveva liberato. “Raramente nella vita s’incontra un essere umano”. Le sue otto
parole, sottovoce ma pienamente comprensibili nel silenzio urbano, lasciate cadere sulla
soglia del locale erano rimaste sospese nell’aria e avevano illuminato le ombre con quel
nitore fragile di luce propria dei candelabri che mostra i contorni, la cornice, dentro i quali
ondeggia la realtà. Pertanto, il giovane intuiva ancora là il vecchio. Sulla soglia. E
riferendone poi, nel corso della vita, ecco che l’immagine di quell’uomo, per
quell’adolescente in naturale crescita, assurse a paradigma di incontro. Quelle parole
furono la matrice che avrebbero portato il ragazzo, ormai uomo adulto, alla condivisione
espressa. E quell’uomo sconosciuto, deceduto perlomeno da decenni, riguadagnava il
tempo e il luogo in quel bar trasformato in filiale bancaria. Eccolo lì, appoggiato al banco,
nell’eternità della vita dentro otto parole: “Raramente nella vita s’incontra un essere
umano”.
Marta e Juri
(Emanuele Torreggiani). Marta era una donna fatta e finita, già a quattordici anni. Così Juri. Andava a scuola e aiutava la madre Maddalena, detta Madda la Santa, al Jolly Rosso: bar, tabaccheria, edicola, piccola merceria. Il padre, il Grande Berto, che dal germanico significa splendente, il ventre teso d’alcool, affisso al tavolo verde del retro, con fermezza lasciava sul panno l’incasso della giornata.
Juri era andato al paese, obbedendo all’invito del padre Fausto, nell’ora di piena luce, quando le ombre sono nere. Aveva fermato la moto davanti al plateatico, tre tavolini e un ombrellone aperto anche se quel pomeriggio, s’era ai primi di settembre, sfilava un aria fine dai refoli crudi e sedere al sole era piacevole. Due sedicenni seduti si guardavano in giro non sapendo cosa fare, privi di moneta per sfidarsi al flipper. Si concentrarono sul KTM piegato alla stampella laterale, con lo scarico sfumacchiante il ricino. Juri li ha guardati facendo cenno agli occhi, con l’indice e il medio, loro hanno alzato le mani. Prima di entrare ha sbirciato al bancone dirimpetto, Marta stava passando un canovaccio sulla mensola di vetro già nitida, era in divisa come le piaceva dire, maglietta bianca e gilet nero, capelli raccolti a nido con una forcina ambrata.
L’aveva vista scioglierseli scuotendo il capo a cascata e s’era al pieno sole di giugno, quel giugno appena andato via per sempre, quando, erano scesi giù al fiume con in mente una pescata. In quell’istante, d’improvviso la brezza tiepida si era levata e Juri, senza dire una parola, entrando tra le ombre degli alberi ritornò alla rimessa. Quella sera poi, in quel tardi della notte estiva che è ancora chiara, era passato Matteo che gli strinse la spalla con la mano aperta e avevano fumato una sigaretta insieme seduti davanti all’officina. Lo aiutava coi clienti di passaggio, il signor Fausto seduto fumava il toscano, in silenzio guardando lontano.
Entrò. Ad un tavolo laterale i due muti. Due gemelli sordomuti che stavano alla cascina detta dei Muti, giocavano alle carte in attesa che il Grande Berto scendesse. Lo salutarono con un cenno, concentrati e irosi l’un l’altro, sebbene poi avidi complici al tavolo verde.
Avevo sentito il tuo motore e ti visto riflesso nello specchio, ti sei deciso ad entrare.
Marta prese a fargli un caffè.
Non devi dire niente.
Parlava dandogli le spalle.
I morti non ritornano, stanno là tutti dentro la pancia della terra, al godere dei vermi.
Gli posò la tazzina sul piattino.
I morti non ritornano.
Lei adagiò la mano su quella di Juri contratta sul bancone di acciaio. Juri non parlava e neppure la guardava, contava i mozziconi che i Muti avevano schiacciato sulla palladiana con la punta delle scarpe, indifferenti al posacenere. Agivano così anche in casa loro, chi mai c’era stato aveva poi riferito ch’era un porcile, e ascoltava Marta con il cuore in battito a tumulto, sentiva le orecchie arroventarsi.
È inutile parlarne, sono già state fatte un mare di chiacchiere, un oceano non un mare, i carabinieri sono stati qui dieci giorni di fila a perdere tempo, e questo e quello e quell’altro, ma dai. Matteo l’hanno ucciso. Assassinato. Sta là dove l’hai visto, sottoterra sino alla fine dei tempi, che verrà o non verrà e sarà quello che sarà. So solo che non è qui, e vorrei che ci fosse.
Marta grandinava. La mano gelida. Nell’ellisse del viso gli occhi blu e le labbra pallide, gonfie di repentine morsicate.
Bevi il caffè Juri che si fredda e vai a trovare la sua signora madre. Ogni tanto viene su, prende una stecca di Muratti. Saluta, non dice niente. Solo l’ultima volta, ieri o l’altro ieri, all’ora del tramonto, in quella luce disperata che entra dalla porta, un bagliore accecante, la sua voce mi carezzava il viso, avreste avuto dei bellissimi bambini, non sarà così, c’est tuot, ora vattene Marta, vai via, sei giovane, e ricorda che i nomi, i nomi di tutti sono scritti sull’acqua.
Juri indicò un pacchetto di Camel dalla mensola dei tabacchi e bevve il caffè ormai tiepido. Scartò e l’accese. Marta gli prese la mano e aspirò una lunga boccata, si tolse una briciola di tabacco dal labbro.
Me ne vado domani, ho un’amica di Roma che mi ospita. Ecco, ora lo sai. A settembre ho letto di un concorso per insegnare latino e greco, lo passerò. Male che vada posso sempre fare la barista, almeno mi pagheranno invece qui mi tocca servire quel folle di mio padre. Ma lasciamo stare. Ora mi è facile pronunciare parole senza amore. S’è chiuso un capitolo.
Spostò meccanicamente la tazzina e il piattino nel lavello sottostante.
Questa morte, questa mia prima straziante morte, mi ha aperto gli occhi e vedo. Vedo nitidamente la realtà. Ed è questa la funzione dolorosa, desolante ma giusta, della morte. Ti fa vedere la realtà.
Sfilò una Camel dal pacchetto di Juri e l’accese.
Juri annuì era quanto avrebbe voluto dire ma non sapeva come.
Lo sai anche tu che non li troveranno mai. Mai e poi mai. Dai, più o meno abbiamo il sentito dire dei giri della notte, giù tra i boschi. Dei traffici che fanno comodo a tutti. Che sono diventati gli interessi di tutti. D’altronde ogni cultura si paga con il sacrificio della realtà vivente, non mi ricordo più dove ho letto questa frase, chi l’ha scritta, in uno dei tanti libri che ho studiato, ma è una frase vera, la verità.
Aspirava la sigaretta a brace viva.
Matteo era bello e di gentile aspetto e fermo e duro e non si tirava indietro, era nella sua terra, si vedeva cavaliere nei suoi possedimenti, non aveva forse in animo di prendere due cavalli e sgambare per gli appezzamenti in sella? Te l’aveva detto, immaginava per l’autunno imminente noi avvolti nelle mantelle lucenti di brina in groppa al passo per le vaste campagne brulle, sono state parole sue, lo sai anche tu, e mentre ne parlava lui si fotografava già tra le terre. L’hanno buttato giù, così, semplicemente. C’est tuot.
Cosa vuol dire quella parola lì?
È tutto.
Entrò una vecchia in gramaglie per un Antico Toscano, mentre posava le monete batterono tre rintocchi lenti e brevi: un uomo andava via. Quel suono aprì il silenzio che si fece ampio quanto il cielo.
La vecchia tracciò il segno della Croce bisbigliando l’Eterno Riposo, è per il Faustino, povera anima, quanto purgatorio nella malattia, ma voi non lo conoscete, siete troppo giovani. E uscì a passi misurati e cauti.
Marta soffiò il fumo.
Lo vedi? Lo vedi come tutti i nostri nomi, tutti, sono scritti sull’acqua. Ascolta Juri, volevo passare da te più tardi per dirti di portarmi in stazione domattina, per le cinque.
Ti passo a prendere in moto, non ho altri mezzi, salvo la Cinquecento C di mio padre ma non vuole, credo, che la usi. Va bene, non importa, parto domattina, lo sa solo mia madre che mi sta preparando un bagaglio leggero, l’essenziale, quando lui lo saprà. Sì! Il Grande Berto, a suo comodo verso mezzogiorno, se si alza, darà fuori da matto per un bel dieci minuti forse, poi s’attacca al Bitter e in tre bicchierate non si ricorda più di nessuno.
E qui?
Francamente non m’importa. Se ne occuperà mia madre. Spero per lei che ne abbia per poco, è costantemente ubriaco, sbocconcella appena, poi venderà a qualcuno se trova e comunque, me l’ha confidato, intende ritornare al suo paese, ha solo quarantotto anni, da non credere vedendola, giù in Sicilia, da una sorella che ha un ristorante sul mare dalle parti di Gela. Non l’ho mai conosciuta, né vista, andrò a trovarle quando sarà.
Spense il mozzicone in un posacenere.
Ora vai dalla signora e salutala da parte mia e dille che sarebbe potuto essere come aveva detto lei, ma non sarà mai. Juri, domattina alle cinque, anche se piove.
Infatti piovigginava, quell’acquerugiola sottile, avanguardia d’autunno. Suo padre, in rimessa, fingeva di dormire ma era sveglio e sbirciava Juri che portava fuori il KTM.
Prendi la Cinquecento C, meglio che andare in stazione in moto.
Come sapesse, Juri non lo chiese mai. Mise in moto la FIAT Topolino del Quarantanove color sabbia. E scese in paese. Al centro della piazza le foglie gocciolanti dei tre gelsi s’erano afflosciate nel verde spento della flora in agonia. Marta era già lì davanti al Jolly Rosso, indossava una giacca impermeabile. A tracolla una sacca di tela, sorrise vedendolo. Gli hai chiesto l’auto?
No, me l’ha offerta mio padre.
Lei annuì per nulla sorpresa. Juri le aprì lo sportello controvento.
Non sono mai salita su un auto del genere, sembra un film di quelli in bianco e nero.
Poi non parlarono. Le strade erano deserte. Arrivarono alla stazione con un certo anticipo, qualche pendolare seduto sotto la pensilina scorreva le pagine ancora fresche d’inchiostro dei quotidiani. Marta sganciò lo sportello, doveva attraversare i binari.
No, non accompagnarmi, va bene qui. Non tornerò più. Ma se dovesse mai capitare so che ti troverò alla Petrol Caltex, ringrazia tuo padre, le pochissime volte che l’ho sentito scavava strade con le parole, abbiti cura Juri.
L’altoparlante annunciò l’arrivo del locale per Milano Centrale. Quella stazione oggi non c’è più, è stata cancellata nel programma di cosiddetta razionalizzazione della rete ferroviaria, permangono i ruderi avvolti da rampicanti. La pioggerella appannava il parabrezza storcendo il paesaggio in una vertigine febbrile.
Quella camicia te l’ha data ieri la signora, vero?
Juri annuì.
Ti sta bene, come a lui, ora cammina con te. Ciao Giorgio, grazie.
Marta gli sfiorò la mano che Juri teneva artigliata sul pomello del cambio. Era ancora fredda. Scese. Traversò con passo svelto i binari andando alla pensilina mentre il locale fischiava un rimprovero. Aprì il portellone che dava direttamente allo scompartimento rivestito di legno, lo richiuse. Juri udì il ferro sbattere serrandosi. Marta non si voltò. Uno strattone del convoglio e Juri non la vide mai più. Tornò al distributore. Suo padre stava rifornendo un 4 assi DAF cassone ribaltabile per trasporto sabbia e ghiaia, lavorava alla superstrada che di lì a due anni tagliò fuori la provinciale d’ogni commercio e pertanto, attenendosi ai fatti ed a null’altro che ai fatti, per il distributore Petrol Caltex e annessa officina, iniziarono i tempi difficili. Parcheggiò la Topolino e prese una pezza di pelle di daino per asciugarla.
Lascia perdere Juri, è soltanto ferro, lamiera, non prende il raffreddore.
E suo padre alzò la destra ad imbastire una carezza, che rimase in stallo per sempre sul capo del figlio.
Annuì e forse voleva dire qualcosa, ma uscì di fretta richiamato dal clacson bitonale d’un cliente in Fiat 850 coupé rosso fuoco. Ora pioveva.
Un capitolo del prossimo libro intitolato “La veglia del sangue”.
La prevalenza del somaro
(Emanuele Torreggiani) Se si leggessero i risultati delle prove Invalsi si potrebbe deglutire amaramente, risulta che solo il 52 per cento dei maturati ha le competenze minime richieste in italiano e il 49 per cento in matematica. Risultati agghiaccianti. Si consideri che le competenze minime non vanno molto oltre il celebre io essere Tarzan tu essere Cita e il due più due uguale quattro. E si vede e si sente, soprattutto in politica ch’è limpido specchio di una società piombata in una tribale tribuna di rara volgarità, banalizzazione, acriticità, insomma in un’insipienza inferiore alla media suina. Viviamo infatti nel trionfo della più ipocrita propaganda spacciata come anticonformismo a regole che determinano i riti di passaggio. Con esplicito riferimento agli studenti che rifiutando l’orale di maturità adducono che il voto non rappresenta un valore, pertanto rigettano l’interrogazione finale. Immediatamente una pletora di radical chic applaude, con il solito bric a brac di giustificazioni che si inventano sorbendo diarrea di centrifughe e birra analcolica in rigorosa zona ztl serviti da garcon diversamente bianchi. Questi somari che rifiutano l’interrogazione se lo possono permettere perché un voto, già stabilito dalla sommatoria di tutti i conteggi da superenalotto che la scuola deve produrre, garantisce loro la promozione. Rifiutando il voto sono, di fatto, promossi dal voto. Somari esponenziali. E somari al cubo chi li giustifica. Un raglio, il nostro destino. Infatti i maranza imperversano. Paese Italia di pura merda.









