(Emanuele Torreggiani) Tanto tempo fa, in quell’ora di morta quando i caffè sono sgombri di clienti ed i camerieri ne approfittano per riassettare il locale, spazzare il pavimento dalla segatura, nel caso fosse stato un giorno di pioggia, riallineare in parata le bottiglie utilizzate per gli aperitivi, cambiare le tovaglie macchiate e riordinare i tavoli per i clienti della sera, ricondurre le stecche dei giornali ai loro appigli e infine concedersi un
tramezzino ed una sigaretta in silenziosa pace. Nella morta radi gli avventori tra le strade
sospese nel silenzio urbano. Qualche anziano che ciabattola fuori casa per un
decaffeinato ed una sigaretta di straforo da bruciare in silenzio, un’amara acquavite
ad un corrucciato commesso viaggiatore attardatosi inutilmente da un cliente e
tanto tempo fa quell’uomo.
Un uomo già in corsa appresso la sua inarrestabile china, sebbene ancora compatte le
spalle. Se allora un adolescente l’avesse notato l’avrebbe definito un vecchio.
Ma un adolescente non avrebbe avuto gli occhi così aperti da cogliere come quello
sconosciuto, oltre i sessanta, fosse visibilmente estraneo all’ambiente pur
manifestandosi a suo agio in quel caffè di lontana provincia come in un qualunque
altro. Come Parigi e Berlino e Atene e Istanbul… aveva chiesto un caffè lasciando con
cura abituale la piccola cartamoneta sul bancone per la quale, il gesto garbato della mano
era inequivocabile, lasciava il resto. Si stava arrotolando una sigaretta pescando dalla
tasca della giacca le cartine e la borsa del tabacco e, ormai sulla soglia del caffè,
accendendola con un fiammifero e sbuffando il fumo così azzurro in controluce, era uscito,
collocando a memoria futura l’indelebile traccia del suo essere stato lì declamando come
fosse stato re Lear: “Raramente nella vita s’incontra un essere umano”. Poi disparve per
sempre nella notte con il passo elastico e fermo inseguito da una scia di fumo.
Il barista, immerso nei suoi pensieri che poi erano cifre, neppure se ne era accorto.
Eppure, uno dei giovani, che il tempo avrebbe modellato nella forma dell’iniziale follia, la
follia da cognizione, che quella sera stava preparando la scacchiera in attesa che la
compagnia consueta rinfoltisse, cosa che avvenne nel giro di pochi minuti, colse come le
parole di quell’uomo avessero riempito fisicamente lo spazio che lo sconosciuto con la sua
uscita aveva liberato. “Raramente nella vita s’incontra un essere umano”. Le sue otto
parole, sottovoce ma pienamente comprensibili nel silenzio urbano, lasciate cadere sulla
soglia del locale erano rimaste sospese nell’aria e avevano illuminato le ombre con quel
nitore fragile di luce propria dei candelabri che mostra i contorni, la cornice, dentro i quali
ondeggia la realtà. Pertanto, il giovane intuiva ancora là il vecchio. Sulla soglia. E
riferendone poi, nel corso della vita, ecco che l’immagine di quell’uomo, per
quell’adolescente in naturale crescita, assurse a paradigma di incontro. Quelle parole
furono la matrice che avrebbero portato il ragazzo, ormai uomo adulto, alla condivisione
espressa. E quell’uomo sconosciuto, deceduto perlomeno da decenni, riguadagnava il
tempo e il luogo in quel bar trasformato in filiale bancaria. Eccolo lì, appoggiato al banco,
nell’eternità della vita dentro otto parole: “Raramente nella vita s’incontra un essere
umano”.
