Romano Prodi ci ricorda il conte Culacchia, un personaggio eroicomico della Secchia Rapita

Romano Prodi ci ricorda il conte Culacchia, un personaggio eroicomico della Secchia Rapita

Il conte Culacchia tenta di far sua la bella Renoppia

La vicenda di Romano Prodi che insulta a giornalista Lavinia Orefici, tirandole i capelli di fronte alle telecamere, per poi negare tutto, mostra come l’Italia sia un Paese tragicomico. A Hong Kong ebbi la ventura di trovarmi Romano Prodi seduto di fronte a una cena, nella residenza del Console d’Italia. Alla sua destra stava il suo segretario permanente, un francese, pagato dalla comunità europea, in quanto Prodi è un suo ex presidente. Ricordo che era il 2013 e guardando fuori dalle finestre lui si stupiva della ricchezza della ex colonia britannica, mormorando:  “Qui ci sono i soldi…non credevo” e osservava le torri di cristallo e acciaio che s’innalzavano in Central, il distretto finanziario. Gli chiesi se avrebbe voluto essere ancora presidente del consiglio e lui rispose subito di sì, che gli sarebbe molto piaciuto e poi, a un certo punto, cominciò a parlare delle lobby ebraiche che controllano la finanza mondiale. Non male per un fondatore del PD, pensai. Ricordo che la console Alessandra Schiavo strabuzzò gli occhi e alla fine della cena mi prese da parte intimandomi che quel che avevo sentito lì, doveva restare lì.

Penso che se dovessi paragonare Romano Prodi a un personaggio della Commedia dell’Arte, non lo vedrei come il dottor Balanzone ma come il conte Culacchia, creato dal Tassoni.

Alessandro Tassoni (Modena 1565 – 1635) vien ricordato per il suo poema eroicomico La Secchia Rapita uscito nel 1621. I bolognesi, al rifiuto dei modenesi di riconsegnare una secchia, dichiarano guerra ai vicini. Ad essa partecipano, distribuiti tra le due parti, gli dèi dell’Olimpo: Apollo e Minerva che si schierano a fianco di Bologna, mentre Marte, Venere e Bacco con Modena. Anche re Enzo, figlio dell’imperatore Federico II, parteggiò per loro.

Un elemento nuovo introdotto dal Tassoni nel suo poema è l’entrata in campo di un esercito di donne, guidato dalla bella Renoppia. Uno dei personaggi più divertenti del suo poema è il conte di Culagna, modenese, che mi ricorda il bolognese Romano Prodi, e la bella giornalista alla quale ha tirato le chiome, potrebbe essere la prode Renoppia.
Il conte Culagna sfidò a duello il prode Melindo e lo vinse, secondo quanto predetto da una antica profezia che aggiudicava la vittoria al più debole e vile: il Culagna, appunto.

Il conte Culagna s’innamora della Renoppia e per farla sua pensa di uccidere la propria moglie. Ma rivela il suo piano all’amico Titta, che è l’amante di sua moglie. Il cavaliere mette l’amata al corrente del piano del marito e il conte va a procurarsi il veleno, ma gli daranno invece un forte purgante. Il conte a tavola dice alla moglie di volerle mettere del pepe nel piatto, ma quando lui si volta, la contessa scambia i piatti. Sarà così il marito a subire l’effetto del farmaco, la cui azione gli farà fare una pessima figura nella pubblica piazza, cacandosi addosso di fronte a tutti i modenesi.

Alla fine il conflitto fra bolognesi e modenesi si concluderà grazie a un legato pontificio, che stabilisce le seguenti condizioni: i bolognesi possono tenersi re Enzo, fatto prigioniero durante la battaglia di Fossalta e i modenesi si potranno tenere la secchia.

Parafrasando Karl Marx possiamo dire che: “La storia si ripete sempre due volte: la prima come farsa e la seconda come tragedia”.

Angelo Paratico

Oscar Wilde a Verona

Oscar Wilde a Verona

Monumento a Wilde a Galway, Irlanda.

Verona non fu sempre inclusa nell’itinerario classico del Grand Tour, una sorta di rito di passaggio per l’aristocrazia britannica, ma nel 800 divenne presto una meta preferita da tutti quei viaggiatori desiderosi di un luogo ricco di storia e di fascino. Per i viaggiatori di lingua inglese la città è stata identificata con le ambientazioni shakespeariane: è la scena de I due gentiluomini di Verona e dei due tragici amanti, Romeo e Giulietta. Diventa presto celebre con l’epiteto shakespeariano di “fair Verona”, dove l’amore giovane e infinito non muore mai. È anche la città che accolse Dante Alighieri, il quale dedicò il Paradiso della sua Divina Commedia a Cangrande della Scala; dunque è un luogo dove ogni appassionato studioso di Dante doveva transitare.

Nel giugno del 1875  Oscar Wilde (1854-1900), all’epoca studente ventenne all’Università di Oxford, intraprese il suo primo viaggio in Italia, in compagnia del suo ex-professore di greco al Trinity College di Dublino, il ministro protestante John Pentland Mahaffy e con l’amico William Goulding. L’Italia lo attraeva sia per ragioni culturali e religiose, perché proprio in quell’anno il suo caro amico, Hunter Blair, si era convertito al cattolicesimo romano e Wilde stesso era tentato di seguire i suoi passi, ma la sua conversione sarebbe avvenuta solo poco prima della sua morte, durante il grande Giubileo del 1900.

In Italia Wilde poté visitare tutte quelle città e quei luoghi che erano stati artisticamente descritti da John Ruskin (1819-1900), i cui libri Wilde apprezzava e aveva letto avidamente. John Ruskin usò il suo immenso talento per mostrare Verona, con la sua matita e con la sua penna. Visitò per la prima volta la città nel 1835 e poi vi ritornò molte volte, nel 1841, nel 1846, nel 1849, nel 1869, e ogni visita fu per lui occasione per studiare con minuziosa precisione e amorevole dedizione, un particolare monumento o palazzo, o chiesa: le Arche Scaligere, Piazza dei Signori, Piazza Erbe, Sant’Anastasia. Per l’artista che capiva la grandezza delle pietre di Venezia, Verona era comunque “squisita”.

Prima della metà di giugno 1875, Oscar Wilde e i suoi compagni partirono da  Oxford e raggiunsero Londra dove si imbarcarono su una nave che li portò a Livorno. Da Livorno i turisti andarono a Firenze dove rimasero dal 15 al 19 giugno.

Con molto rammarico, il 19 la piccola compagnia prese un treno da Firenze a Venezia. Si fermarono a Bologna, solo per una cena veloce, e continuarono il loro viaggio in treno fino a Venezia, dove arrivarono il giorno seguente. Nella città della laguna passeggiarono in Piazza San Marco, lungo gli stretti vicoli e poi andarono al Lido e all’isola di San Lazzaro, per visitare il monastero armeno dove Byron aveva soggiornato. A Venezia Wilde dedicò anche parte del suo tempo al circo e al teatro.

Nel pomeriggio del 22 giugno il trio aveva raggiunto Padova e Wilde vi ammirò gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni.

Il 23 giugno Oscar Wilde e i suoi amici giunsero a Verona. In una lettera a sua madre egli scrisse: “Siamo andati a Verona alle sei, e nel vecchio anfiteatro romano (perfetto all’interno come ai vecchi tempi romani) abbiamo visto la rappresentazione dell’Amleto – e certamente in modo indifferente – ma potete immaginare quanto sia stato romantico sedersi nel vecchio anfiteatro in una bella notte di luna. La mattina andai a vedere le tombe degli Scaligeri – buoni esempi di ricco lavoro gotico florido e di ferro; una buona piazza del mercato piena dei più grandi ombrelloni che abbia mai visto – come giovani palme – sotto i quali sedevano i venditori di frutta”. Ricorda anche Dante “che, stanco di arrancare su per le ripide scale, come dice lui, degli Scaligeri quando era in esilio a Verona, venne a stare a Padova con Giotto in una casa che ancora si vede lì”.

Fu probabilmente durante quel breve soggiorno a Verona che Wilde fu ispirato a scrivere il sonetto At Verona, pubblicato nell’edizione del 1881 delle sue Poesie. Dopo Verona Wilde andò a Milano con i suoi amici, ma, avendo speso quasi tutto il suo denaro, dovette tornare verso casa. Prima di partire, il 25 giugno, visitò Arona, la città di San Carlo Borromeo, sul Lago Maggiore, e da lì si recò, in carrozza, attraverso il Passo del Sempione, a Losanna. Il 28 arrivò a Parigi e continuò il suo viaggio di ritorno verso l’Irlanda.

Nell’aprile 1900, Wilde sbarcò a Palermo dove trascorse otto giorni indimenticabili. Poi andò a Napoli per un breve soggiorno e si spostò a Roma. Il 15 aprile, domenica di Pasqua di quell’anno giubilare, Wilde ricevette la benedizione da Papa Leone XIII.

Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde morì a Parigi all’Hôtel d’Alsace in rue des Beaux-Arts a causa di una meningite.

Verona per Wilde rappresentò la città dell’esilio dantesco, un esilio fatto di stenti e umiliazioni che ricordò facendo eco al libro di Giobbe. Ma Wilde stava certamente esagerando quando evocò l’immagine di un Dante in carcere. Questo non è mai accaduto e fu solo una sua licenza poetica. Forse l’idea del poeta incarcerato gli è stata suggerita dall’immagine romantica di Tasso nella prigione di Ferrara, di cui c’è un accenno in The Soul of Man under Socialism. Forse quando egli stesso fu in prigione, dal 1895 al 1897, accusato di sodomia, Wilde pensò a questa prima poesia profetica e al significato di essere un poeta imprigionato. Allora era pienamente consapevole, come dice nella sua lunga lettera, De Profundis (1897), indirizzata a Lord Alfred Douglas, che: “A tutti i costi devo mantenere l’Amore nel mio cuore. Se vado in prigione senza Amore cosa ne sarà della mia Anima?”. “Devo tenere l’Amore nel mio cuore oggi, altrimenti come farò a vivere tutto il giorno? E in tutta l’epistola ripete come un ritornello: “La superficialità è il vizio supremo”.

Il sonetto At Verona è direttamente collegato al lungo poema Ravenna (1878), attraverso l’influenza ispiratrice di Dante, e anche a La ballata del carcere di Reading (1898), in cui il poeta invoca il perdono per i prigionieri, rifiutando le condizioni infernali del carcere stesso e l’idea stessa di vendetta esercitata dalla società quando decreta la pena di morte per i criminali.

Il comune di Verona potrebbe pensare a un monumento anche per lui, qui nella nostra “fair Verona”.

 

Angelo Paratico

Le responsabilità di Albert Kesselring nel massacro delle Fosse Ardeatine

Le responsabilità di Albert Kesselring nel massacro delle Fosse Ardeatine

 

Un mio articolo del 2014 sul Corriere della Sera

Ecco qualcosa di nuovo che non conoscevo sul cinismo e le responsabilità di Albert Kesselring sia riguardo alla strage delle Fosse Ardeatine sia nella condanna a morte del suio collega, il generale Anton Dostler. Angelo Paratico ha letto un libro di Richard Reiber, “Anatomy of perjury” che spiega perché Kesselring riuscì con una bugia a farla franca sulle Fosse Ardeatine e si defilò anche da altre responsabilità.
Di seguito la bella recensione di Paratico. Dino Messina

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                L’esecuzione di Anton Dostler

 

Oggi cade l’anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine, del 24 Marzo 1944. In Italia questo tragico episodio è un campo di scontro fra opposte ideologie, un campo dove i fatti e, dunque, la verità spariscono. Credo sia giunto il momento di superare questo muro e comincerò con il farlo io, uno scrittore di destra.

Nell’esprimere succintamente le mie opinioni mi baserò su opere contemporanee tedesche e americane, dove ci si può aspettare un grado di obiettività superiore a quelle italiane.
I fatti nella loro crudezza sono noti. Il 23 marzo 1944, alle ore 15 e 45, una bomba piazzata da un partigiano appartenente ai Gap, Rosario Bentivegna, affiancato da altri compagni, esplose, investendo una colonna di militari tedeschi che rientravano da un’esercitazione. Questi appartenevano alla XI compagnia di polizia “Bozen” acquartierata alla caserma Macao, nel Castro Pretorio. La loro età media era di 35 anni, molti fra di loro avevano in precedenza militato nell’esercito italiano. Il giorno dopo 32 poliziotti erano morti, cinque o sei erano in gravissime condizioni, e anche due civili italiani morirono a causa delle ferite. Il giorno dopo, 24 marzo 1944, alle 20 e 30, la strage di 335 civili era stata compiuta dalle SD guidate da Herbert Kappler. Alcune unità dell’esercito tedesco, fra cui i commilitoni dei caduti, avevano rifiutato di sparare sui civili italiani.
La sequenza temporale riportata qui sopra dimostra chiaramente che non fu possibile, né pensabile, stampare e appendere manifesti con i quali si intimava ai responsabili dell’attentato di costituirsi, la segretezza e la rapidità della strage impedì ai partigiani e ai romani di venirne a conoscenza se non nei giorni successivi. Del resto nessuno può dubitare del fatto che se Bentivegna e i suoi compagni si fossero costituiti, questi sarebbero stati messi assieme ai 335 assassinati.
Quali che fossero gli intenti dei gappisti non credo esistano dubbi sul fatto che il loro fu un atto di guerra e non un atto terroristico. Immaginiamo che uno spitfire inglese si fosse abbassato sulla Città Eterna e scorgendo una colonna di soldati tedeschi in marcia, avesse aperto il fuoco, provocando lo stesso numero di morti. In tal caso staremmo ancora qui a discutere di un atto terroristico? Io credo di no. E che i partigiani avessero ricevuto un riconoscimento come co-belligeranti dagli Alleati e dal governo monarchico italiano è altrettanto fuori discussione. Dunque quell’esplosione va riconosciuta come un legittimo atto bellico.
Ci si chiede ancora se la feroce reazione nazista, di dieci italiani per ogni tedesco ucciso, fosse in qualche modo giustificata dalle convenzioni internazionali. Eppure la Convenzione dell’Aja del 1907 non prevedeva l’applicazione di una tale norma in tali circostanze e seguendo la procedura adottata, questa fu l’opinione accettata e condivisa anche da vari generali della Wehrmacht, come Frido von Senger und Etterlin e il capo delle SS in Italia, il generale Karl Wolff.
I militari messi alla sbarra, primo fra tutti Albert Kesselring, giustificarono la loro decisione scaricando tutta la responsabilità su di un primo Führerbefehl (un ordine diretto di Hitler al quale non si poteva disubbidire) nel quale si ordinava appunto la morte di 10 civili per ogni militare tedesco e di un secondo Führerbefehl con il quale si stabiliva che l’esecuzione del massacro doveva ricadere sulle SD, il servizio di sicurezza nazista. Di questi ordini di Hitler non si è mai trovata traccia, né pare che siano mai stati effettivamente impartiti. Il colonnello Beelitz, di stanza al Monte Soratte, presso al quartier generale germanico, testimoniò di aver parlato al telefono con un ufficiale di collegamento del generale Jodl, a Berlino, il quale gli disse: “Il Führer è furioso. Per ogni poliziotto tedesco ucciso devono essere fucilati trenta o cinquanta italiani!”
Successivamente ci fu una nuova telefonata, sempre secondo Beelitz, nella quale si disse che Hitler chiedeva la morte di dieci ostaggi italiani per ogni soldato tedesco e di nuovo che l’esecuzione era affidata alla SD aggiungendo che voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. Hitler, dunque, non aveva dato istruzioni dirette, lasciando la mano libera ai suoi generali, ma voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. È possibile pensare che le sue istruzioni si potevano negoziare, che il numero dei “fucilandi” poteva essere ridotto, non solo ma che si poteva ritardarne l’esecuzione. Conosciamo esempi di ufficiali tedeschi che contraddissero, o che oppure ostacolavano degli ordini di repressione sui civili, senza andare incontro alla fucilazione o alla corte marziale. Invece Kappler, assistito da Priebke, partì a tutta velocità uccidendo addirittura un numero maggiore di civili rispetto a quanto necessario. Cosa accadde, dunque?
La mia personale opinione, supportata da quando pubblicato da Richard Reiber nel suo “Anatomy of Perjury”, Newark 2008, è che la Wehrmacht con Albert Kesselring scaricò il problema sulla SD, nella persona di Kappler, convincendolo che esisteva un preciso Führerbefehl affinché chiudessero il caso. Forse Kappler e Priebke vollero esagerare in brutalità per confermare la loro lealtà alla causa nazista. Tutto ciò accadde proprio perché mancò l’uomo chiave, mancò il regista, ovvero Albert Kesselring, occupato altrove. Nelle sue auto-celebrative memorie “Soldat bis zum letzen Tag” e durante le fasi del processo per la strage delle Fosse Ardeatine, Kesserling sostenne sempre di non aver potuto intercedere per mitigare l’ordine di Hitler perché rientrato tardi da un’ispezione in prima linea a Cassino, un fatto sempre supportato da tutti gli ufficiali del suo stato maggiore.
In realtà non fu così e la loro menzogna, perché di questo si trattò, servì a non far finire Kesselring davanti a un plotone d’esecuzione. Quel plotone d’esecuzione davanti al quale finì il generale Anton Dostler a causa dell’uccisione di 15 soldati americani, per la gran parte di origine italiana, che facevano parte di un commando di guastatori in uniforme. Furono catturati il 24 marzo 1944 vicino a La Spezia e fucilati il 26 marzo nei pressi di Lerici.
Quella operazione era stata denominata Ginny e la loro missione era di far saltare una galleria ferroviaria. Esisteva anche qui un Führerbefehl segreto che stabiliva che tutti i commando nemici andavano fucilati, anche se vestivano l’uniforme e i gradi, non dovevano essere internati in campi di prigionia. Ma tale ordine era noto a pochi generali, uno fra questi era certamente Albert Kesserling, che godeva della piena fiducia di Adolf Hitler.
Due settimane dopo l’esecuzione dei 15 americani arrivò un ordine nel quale si stabiliva che tutta la documentazione relativa a quel caso andava distrutta, fu così che a guerra finita, non riuscendo a rintracciare documenti e certi testimoni chiave per la difesa, il generale Dostler pagò con la propria vita un ordine ricevuto, per interposta persona, impartito da Kesselring. Il processo a Dostler si tenne a Roma dall’8 al 12 ottobre 1945 e il suo interprete fu un giovane Albert O. Hirschman (1915 – 2012) destinato poi a diventare uno dei maggiori economisti americani contemporanei. Lui e Anton Dostler vennero invitati ad alzarsi per la lettura della sentenza e Hirschman, sbiancando in viso, tradusse la condanna di morte a un impettito Dostler, che indossava ancora l’uniforme da generale tedesco.
La presenza di Kesselring in Liguria e non al fronte di Cassino è stata dimostrata dal ritrovamento del libro di volo del suo pilota personale, Manfred Bäumler, nel quale si dimostra senza ombra di dubbio che Kesselring nel suo quartier generale di Monte Soratte giunse solo il 26 marzo 1944. Questo fu tardivamente confermato dal Dietrich Beelitz, l’ultimo sopravvissuto di quella banda di depistatori, nel 1997. Kesselring stava certamente in Liguria il 24 marzo 1944. Questa sua assenza spiega anche certi suoi buchi di memoria per quanto riguarda le Fosse Ardeatine; per esempio in una deposizione da lui resa il 25 settembre 1946 egli mostra di ignorare che delle esecuzioni s’era occupata la SD!
Risulta dunque evidente che Albert Kesselring s’assunse la responsabilità di quanto accaduto alle Fosse Ardeatine perché aveva calcolato di potersela cavare, mentre se fosse risultato responsabile per l’ordine di fucilazione del commando Ginny sarebbe stato sicuramente messo davanti al plotone d’esecuzione che, ad Aversa, il 1° dicembre 1945 uccise il generale Anton Dostler.
Kesselring durante la sua prigionia a Londra – nella famosa “Gabbia” diretta dal colonnello Alexander Scotland – e poi in Italia, durante il processo, conquistò tutti con il suo comportamento da generale-gentiluomo, con la sua cortesia e la sua supposta lealtà che avevano affascinato anche Hitler. In realtà egli restò un cinico nazista anche dopo la guerra. Fu un freddo e spietato calcolatore capace di far fucilare quegli ufficiali tedeschi che il 26 aprile 1945 avevano cercato di prendere il controllo di Monaco e consegnare la città agli americani. Cercò di far lo stesso con i suoi camerati italiani, Westphal e Karl Wolff, che in Svizzera negoziarono la resa dell’esercito tedesco (trattative di cui lui stesso era stato messo al corrente). L’ordine di fucilarli fu ritirato solo il 30 aprile, dopo la morte di Adolf Hitler.

Angelo Paratico

Oswald Mosley fu più lungimirante di Altiero Spinelli, di Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi

Oswald Mosley fu più lungimirante di Altiero Spinelli, di Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi

Oswald Mosley nel 1962 a Venezia fonda il Partito Nazionale Europeo.

Oswald Mosley fu una vittima di fake news durante la sua lunga esistenza. Il suo desiderio di pace divenne fortissimo dopo aver visto gli orrori della Grande Guerra e questo lo spinse a cercare una soluzione pacifica alle nubi di guerra che vedeva addensarsi all’orizzonte durante gli anni Trenta del secolo scorso. Cercò di moderare le posizioni estreme di Hitler e per un certo tempo fu anche amico di Mussolini. Per tale motivo ebbe la propria carriera politica stroncata e durante la II Guerra mondiale fu arrestato e rinchiuso in carcere senza un’accusa (la sua Ventotene) assieme alla moglie.
Dopo la guerra, riottenuta la sua libertà, cercò di costruire una unione europea che potesse resistere al passare del tempo, fatta di libertà e di fraternità fra i popoli. L’economia era uno dei punti forti di Mosley, essendo stato amico e confidente di Lord Keynes. La sua visione fu accettata solo dal MSI in Italia, ma fu scartata a livello europeo, e le nazioni si mossero verso una unione basata sulla finanza e su quel socialismo uscito da quel Manifesto di Ventotene che prevedeva una unione che assomiglia molto alla Europa nella quale ci troviamo a vivere.
Nel 1958 Mosley condensò la sua visione per una Europa di destra e dei popoli in un libro intitolato Europa: Fede e Progetto che non è ancora stato pubblicato in Italia. Ne anticipiamo qui la sua Introduzione.

 

                                                                         Introduzione
L’obiettivo di questo libro è suggerire che l’unione completa dell’Europa con un governo europeo è ormai una necessità. Sia gli accordi presi dai sei paesi per la graduale introduzione di un mercato comune, sia i metodi ancora più lenti ed esitanti proposti dal governo britannico, si riveleranno del tutto inadeguati di fronte alle crisi economiche dei prossimi anni. Solo un governo europeo può agire con la decisione e la rapidità che sono ora necessarie. Solo l’atto decisivo di creare un governo europeo può superare la moltitudine di piccoli interessi e problemi minori che ostacolano gli sforzi attuali. Dobbiamo tuffarci in acqua e iniziare a nuotare, se vogliamo arrivare da qualche parte. Questo è il tema centrale di questo libro, e le ragioni di questa visione sono argomentate in dettaglio. È un appello all’unione di tutti coloro che credono in questo atto decisivo di creare un governo europeo, ignorando tutte le altre differenze che potrebbero essere discusse in seguito e determinate alle elezioni europee. Allo stesso tempo il libro suggerisce una politica globale per la nuova Europa, praticamente su tutte le principali questioni del giorno. In particolare, viene proposto un metodo economico in base al quale un sistema completamente libero, in un’area vasta e vitale come l’Europa-Africa, potrebbe risolvere le ricorrenti crisi degli attuali paesi europei, attraverso una leadership economica del governo che potrebbe garantire risultati migliori rispetto al sistema comunista, senza la costrizione della tirannia sovietica. Il metodo proposto è descritto come il meccanismo salari-prezzi, e si sostiene che il governo può fare tutto ciò che è necessario attraverso un sistema di azione continua. Questo è il punto chiave e attraverso alcune misure correlate, consentendo e incoraggiando al contempo una libertà molto maggiore rispetto a quella che prevale oggi. Il libro si rivolge principalmente al problema europeo, ma è chiaro che, se una tale politica salariale europea fosse efficace, potrebbe funzionare allo stesso modo di una politica salariale americana nel risolvere il problema economico di quel paese; lo stesso metodo potrebbe essere utilizzato in qualsiasi area abbastanza grande da contenere i propri prodotti alimentari e le materie prime e da consentire l’organizzazione del proprio mercato.
L’obiezione familiare secondo cui questo tipo di pensiero è troppo avanzato e più adatto al secolo prossimo che a quello attuale, è probabile che venga sollevata di nuovo in questa occasione. La risposta breve è sicuramente che abbiamo sofferto abbastanza per il pensiero che segue gli eventi e che ora potrebbe essere un vantaggio cercare di pensarci prima. In ogni caso, gli eventi si stanno muovendo così velocemente in questa nuova era della scienza, che ciò che è molto avanti oggi può facilmente diventare obsoleto domani. Le crisi economiche imminenti imporranno un modo di pensare completamente nuovo, e le ragioni per credere che prima o poi saranno inevitabili sono riassunte in questo libro. Se ritarderemo l’azione fino a quando non saremo colpiti in pieno dalla grave crisi economica, nulla potrà far fronte alla situazione se non il pieno rigore di un’economia di assedio. Tutte le nazioni divise d’Europa si troveranno allora a lottare per la sopravvivenza e solo le misure più forti potranno garantirla. Nessuno può desiderare una situazione del genere e misure del genere; lo scopo di questo libro è dimostrare che un’azione tempestiva può ancora evitare entrambe le cose. È meglio entrare in Europa prima, che dopo, un disastro. Tutte le questioni di politica economica dettagliate qui discusse, le proposte per una soluzione pratica tra Est e Ovest, l’idea di una struttura di governo moderna in una nuova epoca scientifica e vari pensieri su molti altri problemi, vengono suggerimenti e son da prendere in considerazione, da accettare in tutto o in parte, o da respingere. Nessuno di essi influisce intrinsecamente sul tema principale, che è un argomento a favore della creazione immediata di un governo europeo. Concordare su questo non ci obbliga a concordare su nient’altro; e certamente non vi obbliga a essere d’accordo con me. Coloro che condividono la stessa opinione su questa necessità impellente di un governo europeo non dovrebbero unirsi e mettere da parte tutte le cose di minore importanza? Il bisogno è troppo grande per essere ostacolato e frustrato da qualsivoglia differenza su altre questioni, passate o presenti. Ci sarà tutto il tempo per altre discussioni, e anche per riflettere molto di più, quando l’Europa verrà fatta. Se questo libro può persuadere alcuni a favore di questo unico atto decisivo, il mio lavoro non sarà stato inutile.

 

Italia un Paese di smemorati e di ignoranti? Altiero Spinelli non fu il padre dell’Europa unita, perché gli stessi concetti giravano ben prima di lui.

Italia un Paese di smemorati e di ignoranti? Altiero Spinelli non fu il padre dell’Europa unita, perché gli stessi concetti giravano ben prima di lui.

Richard Coudenhove-Kalergi, a destra, con Otto von Habsburg nel 1959 ad Aachen.

Il nome di Altiero Spinelli (1907-1986) ha ripreso a girare in questi giorni per merito del on. Borghi della Lega, che sottolinea come il Manifesto di Ventotene prevedesse l’esistenza di una forza armata europea, da utilizzare anche come forza repressiva interna, non solo per difendere le frontiere.

L’edizione del 1944 del Manifesto curata da Eugenio Colorni (che ha scritto inoltre una densa e opportuna prefazione) prese il titolo di “Problemi della Federazione Europea” e reca le iniziali, appunto, A.S. e E.R. Il volume fu stampato dalla Società anonima poligrafica italiana e stampato dalle Edizioni del Movimento italiano per la Federazione europea. Al testo furono aggiunti due saggi di Altiero Spinelli: Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, della seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, del 1942-1943.

Si usa far risalire l’idea dell’Europa Unita al Manifesto di Ventotene del 1944, mentre in realtà simili piani vennero ampiamente discussi prima dello scoppio della II Guerra mondiale.

Un particolarmente illuminante di questo punto di vista è un brillante saggio scritto dalla madre dell’ex ministro dell’economia e intellettuale comunista, Luigi Spaventa (1934-2013). Sua madre si chiamava Lydia de Novellis. Fu allieva di Giovanni Gentile, e fu poi una collaboratrice di Corrado Gini. Il suo saggio, oggi dimenticato, fu pubblicato a Milano dall’editore Treves, nel 1931 e s’intitola “L’Unificazione economica dell’Europa.”

Queste sono le sue prime linee: “Nel Convito di Platone è detto che nulla è più bello che contemplare la bellezza”. Se alla vita dei popoli giovasse la contemplazione di un eterno modello, avremmo trovato degno di oggetto un’estasi infeconda un grande ideale umano: l’utopia degli Stati Uniti d’Europa.

Passa poi a citare il conte Coudenhove Kalergi che fu uno dei più appassionati sostenitori di quel progetto, con il suo best seller intitolato Paneuropa. Il conte Richard Coundenhove-Kalergi (1894-1972) del quale tanto si parla fra i complottisti, fu una persona assai raffinata e complessa. Fu il figlio di un diplomatico austro-ungarico (non ebreo, quanto piuttosto antisemita) e di un’aristocratica giapponese. Che avesse contatti ad altissimo livello grazie ai libri che pubblicò vien dimostrato dal fatto che, a Londra, fu lui a informare W. Churchill che Molotov e Ribbentrop avevano firmato un patto di non aggressione, lasciandolo letteralmente a bocca aperta dallo stupore. Dopo essersi ripreso dal brutto colpo, lo statista inglese gli chiese dove l’avesse saputo e Kalergi gli disse: “Mie fonti, in Vaticano…”.

Kalergi fu un massone di rito scozzese di alto livello che s’impegnò in prima persona nella realizzazione dell’Europa unita, ricevendo finanziamenti dalla massoneria, come lui stesso dichiara, e dai Rothschild. Scrive: “All’inizio del 1924, il barone Louis Rothschild mi telefonò per dirmi che un suo amico, Max Warburg, aveva letto il mio libro e voleva incontrarmi. Con mio grande stupore, Warburg mi ha subito offerto una donazione di 60.000 marchi d’oro per finanziare il movimento attraverso i suoi primi tre anni. Max Warburg è stato, per tutta la sua vita, un convinto sostenitore del mio piano per una Pan-Europa, e siamo rimasti amici intimi fino alla sua morte, avvenuta nel 1946. La sua disponibilità a sostenerlo (il movimento) all’inizio contribuì in modo decisivo al suo seguente successo.”

Kalergi vien oggi considerato dall’Unione Europea come uno dei suoi padri fondatori, e in occasione del centesimo anniversario della sua nascita, nel 1994, fu coniata una moneta simbolica da 10 euro in suo onore e in Austria fu emesso un francobollo con il suo ritratto.

Kalergi scrisse anche di aver ricevuto il sostegno di importanti uomini, come il deposto capo del governo provvisorio russo, Alexander Kerensky e da Aristide Briand, ministro degli Esteri francese, che viene spesso citato per essere stato il primo a proporre un’Europa Federata in una Lega di Nazioni.

L’Europa era sfinita a causa delle due guerre mondiali durante una sola generazione. Il concetto europeo, all’indomani della Seconda guerra mondiale, fu spinto anche dal Gruppo Bilderberg, guidato dal principe Bernhardt dei Paesi Bassi. Fu il diplomatico polacco Joseph Retinger, della Lega Europea per la Cooperazione Economica e del Movimento Europeo del Consiglio d’Europa, che formò il Bilderberg. Dopo un’esistenza oscura, Retinger emerse nel 1924, promuovendo il concetto di Unione Europea, con il deputato britannico E D Morel. Dopo la Seconda guerra mondiale Retinger divenne uno dei principali sostenitori dell’Unione Europea. Un suo discorso sull’argomento all’Istituto Reale degli Affari Internazionali, del 8 maggio 1946, diede vita all’idea di un Movimento Europeo, formatosi nel 1949 dopo una tournée l’anno precedente con il primo ministro belga Paul-Henri Spaak e con Winston Churchill. Il Gruppo Bilderberg fu creato in questo contesto, nel settembre 1952, a seguito di una piccola riunione in cui si era convenuto che fosse imperativo coinvolgere gli Stati Uniti, ed era “preferibile mantenere la massima discrezione possibile”. Fu formato un comitato americano che comprendeva luminari collegati a Rockefeller, insieme a David Rockefeller stesso. La prima conferenza si tenne all’Hotel de Bilderberg, in Olanda, dal 29 al 31 maggio 1952.

Eppure, come spiega la De Novellis nel suo libro, i padri nobili dell’Europa unita furono molti. Si dovrebbe partire dal re di Boemia, George de Podiebrady, nel XV secolo, da Enrico IV di Francia, dall’Abate di Saint Pierre, che nel 1716 pubblicò un “Project de Paix perpétuelle”. Lo stesso J.J: Rousseau pose quattro condizioni alla formazione di una Europa unita e pacifica: una confederazione di Stati, un tribunale internazionale, un esercito europeo permanente, un congresso fra Stati membri che si riunisca periodicamente.

Nel 1815 un commerciante orvietano, Giuseppe Franci, pubblicò un trattatello, intitolato “Sogno d’un Italiano” nel quale progettava la creazione di una società delle Nazioni, dalla quale dovevano essere esclusi i turchi e il papa, che avrebbe rinunciato al suo potere temporale, per chiudersi in un monastero.

La lista degli intellettuali che progettarono un’Europa unita è lunghissima, Lamartine, l’inglese Cobden, Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Michelet ecc.

Il primo congresso paneuropeo si tenne a Vienna il 13 ottobre 1926. Kalergi era a favore nel lasciare ai singoli stati la piena sovranità, mentre altri vedevano che questo non sarebbe stato possibile. Addirittura, l’idea prevalente fu quella che, a livello economico, si sarebbero dovuti creare due blocchi. Questo fu esposto con solidi argomenti dall’economista francese Francis Delaisi (1873-1947) nel suo “Les Deux Europes.” Il primo blocco era costituito da un pentagono avente i vertici a Stoccolma, Glasgow, Bilbao, Barcellona, Budapest (per quanto riguarda l’Italia questa linea passava poco sotto a Firenze). Sorse da subito il problema, chiaramente insuperabile, di includere la Gran Bretagna in una unione doganale, dato che il suo impero era diffuso nel mondo.

Il 5 settembre 1929 fece molta impressione un discorso di Aristide Briand (1862-1932) alla Società delle Nazioni, che espose il suo progetto di Unione Europea. Briand poi mandò agli stati europei una sua bozza di unione, che realisticamente egli poneva all’ombra delle spade, ovvero il suo era un progetto più militare che economico. Era un programma buono, ma anche in questo caso fu affondato dalla Gran Bretagna, che aveva interessi ben più vasti.

Fu il tedesco Gustav Straseman che spinse per partire a bassa velocità, anche senza la Gran Bretagna, solo con un’unione doganale (con Briand egli aveva avuto il Nobel per la Pace nel 1926, grazie ai loro sforzi paneuropei) ma un infarto lo fermò, nel 1929. Seguirono un gran numero di conferenze, memorandum, discussioni, poi la china verso la guerra si fece sempre più ripida.

La Grande Depressione originata negli Stati Uniti e il sorgere delle potenze asiatiche avrebbero reso opportuna quella unione, ma le parole della De Novellis Spaventa, scritte nel 1931, si dimostrarono profetiche nel loro scetticismo, prima ancora del sorgere di Hitler: “La formula della Paneuropa non si è insomma trovata: i mezzi usati a cercarla han dimostrato la loro inadeguatezza al fine, e il fine stesso si è rivelato irraggiungibile…Ma, pur nel pericolo comune, più di questi motivi, hanno agito tutti gli altri, storici, psicologici, politici, economici, che, anziché sanare, hanno approfondito le ragioni della scissione”.

Angelo Paratico

Il Giuramento di Ippocrate

Il Giuramento di Ippocrate

 

Il testo del giuramento di Ippocrate scritto su di un manoscritto bizantino del XII secolo

GIURAMENTO DI IPPOCRATE

Giuro su Apollo medico e su Asclepio e su Igiea e su Panacea e sugli dei tutti e tutte, rendendoli testimoni, che renderò effettivo conformemente a mia possibilità e mio giudizio questo giuramento e questo contratto: di considerare proprio alla stregua dei miei genitori colui che mi ha insegnato questa professione, e di praticare con lui comunanza di vita, e, se ha bisogno di mezzi, di farne condivisione con lui, e la prole (nata) da lui di giudicarla uguale ai (miei) fratelli maschi, e di insegnare (ad essa) questa professione, se desiderano impararla, senza compenso e contratto, di fare compartecipazione di disposizioni e insegnamento orale e di tutta la rimanente materia di apprendimento ai figli miei e a quelli di colui che ha insegnato a me, e agli alunni iscritti e che hanno giurato secondo la norma medica, ma a nessun altro. E utilizzerò regimi di vita a vantaggio dei malati conformemente a mia possibilità e mio giudizio, mentre impedirò (che ciò si faccia) per danno e ingiustizia. E non darò a nessuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un consiglio del genere; e analogamente neppure darò a una donna uno strumento abortivo, ma con purezza e con santità preserverò la mia vita e la mia professione. E non taglierò certo neppure persone affette dal male della pietra, ma mi ritirerò a favore di uomini pratici di questa attività.

E in tutte le case in cui andrò, entrerò a vantaggio dei malati, essendo fuori da ogni ingiustizia volontaria e dannosa, sia da ogni altra sia da atti sessuali su persone di donne e di uomini, liberi e schiavi. E le cose che nella cura o vedrò o ascolterò, o anche senza cura nella vita delle persone, quelle che non bisogna mai che siano dette fuori, le tacerò, pensando che siano segreti le cose di questo genere.

Dunque per me, se rendo effettivo questo giuramento e non lo trasgredisco, sia possibile avere successo sia nella vita sia nella professione godendo di buona fama presso tutti gli uomini per sempre; se invece lo trasgredisco e se spergiuro, l’opposto di questo.

 

ΟΡΚΟΣ

Ὄμνυμι Ἀπόλλωνα ἰητρὸν, καὶ Ἀσκληπιὸν, καὶ Ὑγείαν, καὶ Πανάκειαν, καὶ θεοὺς πάντας τε καὶ πάσας, ἵστορας ποιεύμενος, ἐπιτελέα ποιήσειν κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν ὅρκον τόνδε καὶ ξυγγραφὴν τήνδε· ἡγήσασθαι μὲν τὸν διδάξαντά με τὴν τέχνην ταύτην ἴσα γενέτῃσιν ἐμοῖσι, καὶ βίου κοινώσασθαι, καὶ χρεῶν χρηΐζοντι μετάδοσιν ποιήσασθαι, καὶ γένος τὸ ἐξ ωὐτέου ἀδελφοῖς ἴσον ἐπικρινέειν ἄρρεσι, καὶ διδάξειν τὴν τέχνην ταύτην, ἢν χρηΐζωσι μανθάνειν, ἄνευ μισθοῦ καὶ ξυγγραφῆς, παραγγελίης τε καὶ ἀκροήσιος καὶ τῆς λοιπῆς ἁπάσης μαθήσιος μετάδοσιν ποιήσασθαι υἱοῖσί τε ἐμοῖσι, καὶ τοῖσι τοῦ ἐμὲ διδάξαντος, καὶ μαθηταῖσι συγγεγραμμένοισί τε καὶ ὡρκισμένοις νόμῳ ἰητρικῷ, ἄλλῳ δὲ οὐδενί. Διαιτήμασί τε χρήσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν, ἐπὶ δηλήσει δὲ καὶ ἀδικίῃ εἴρξειν. Οὐ δώσω δὲ οὐδενὶ φάρμακον οὐδὲ αἰτηθεὶς θανάσιμον, οὐδὲ ὑφηγήσομαι ξυμβουλίην τοιήνδε· ὁμοίως δὲ οὐδὲ γυναικὶ πεσσὸν φθόριον δώσω, ἁγνῶς δὲ καὶ ὁσίως διατηρήσω βίον τὸν ἐμὸν καὶ τέχνην τὴν ἐμήν. Οὐ τεμέω δὲ οὐδὲ μὴν λιθιῶντας, ἐκχωρήσω δὲ ἐργάτῃσιν ἀνδράσι πρήξιος τῆσδε. Ἐς οἰκίας δὲ ὁκόσας ἂν ἐσίω, ἐσελεύσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων, ἐκτὸς ἐὼν πάσης ἀδικίης ἑκουσίης καὶ φθορίης, τῆς τε ἄλλης καὶ ἀφροδισίων ἔργων ἐπί τε γυναικείων σωμάτων καὶ ἀνδρῴων, ἐλευθέρων τε καὶ δούλων. Ἃ δ’ ἂν ἐν θεραπείῃ ἢ ἴδω, ἢ ἀκούσω, ἢ καὶ ἄνευ θεραπηΐης κατὰ βίον ἀνθρώπων, ἃ μὴ χρή ποτε ἐκλαλέεσθαι ἔξω, σιγήσομαι, ἄρρητα ἡγεύμενος εἶναι τὰ τοιαῦτα. Ὅρκον μὲν οὖν μοι τόνδε ἐπιτελέα ποιέοντι, καὶ μὴ ξυγχέοντι, εἴη ἐπαύρασθαι καὶ βίου καὶ τέχνης δοξαζομένῳ παρὰ πᾶσιν ἀνθρώποις ἐς τὸν αἰεὶ χρόνον· παραβαίνοντι δὲ καὶ ἐπιορκοῦντι, τἀναντία τουτέων.

 

I guai della nostra sanità e la difesa dei confini sono fenomeni collegati, non indipendenti.

I guai della nostra sanità e la difesa dei confini sono fenomeni collegati, non indipendenti.

Il cattivo funzionamento della nostra sanità pubblica dipende da vari fattori. Prima causa è la riduzione dei finanziamenti, avvenuta negli ultimi 20 anni; secondo è il fatto che all’estero i nostri talenti, medici e infermieri, vengono pagati meglio che in Italia e, dunque, emigrano; inoltre il settore privato paga meglio di quello pubblico.

Un terzo fattore al quale nessuno accenna è il fatto che abbiamo milioni di stranieri illegali in questo paese, che non versano contributi ma godono comunque di una copertura medica. Se un migrante sbarcato a Lampedusa cade a terra, accusando un malore, viene comunque soccorso e portato al pronto soccorso, dove riceverà cure mediche, a volte molto costose, a  spese dei contribuenti italiani. Se per esempio una donna ha un attacco di appendicite, non possiamo lasciarla morire di peritonite, dunque la operiamo. Sapete quanto costa una appendicitectomia? A seconda della complessità va dai 16.000 ai 20.000 euro.

Mi chiedo se la sinistra italiana, PD in testa, tenga conto di questo collegamento. Ne dubitiamo, sentendo la segretaria del PD, Elly Schlein, biasimare il governo per lo stato della sanità e poi criticarlo per la poca inclusività  nei confronti dei migranti che sfondano i nostri cancelli. Una contraddizione logica, che incide sulle nostre tasche.

Istella mea, il capolavoro di Ciriaco Offeddu, un nuorese che ha viaggiato per il mondo.

Istella mea, il capolavoro di Ciriaco Offeddu, un nuorese che ha viaggiato per il mondo.

Conosco Ciriaco da molti anni. Ci eravamo conosciuti a Hong Kong, dove lui viveva su di una grande barca di mogano ormeggiata davanti a un resort, ben riparata dai tifoni che colpiscono la megalopoli asiatica.
Abbiamo poi condiviso tante esperienze umane e letterarie, vi abbiamo girato un documentario, venuto benino, nonostante il budget risicatissimo. Era dedicato a padre Gaetano Nicosia, un salesiano che aveva passato la metà della sua esistenza in un lebbrosario di Macau e si era poi spento a Hong Kong all’età di 103 anni. Con Ciriaco avevamo poi organizzato un festival letterario dedicato alla sua amata concittadina, Grazia Deledda.

Ciriaco aveva già allora un passato notevole, come ingegnere elettronico che aveva lavorato alla Olivetti, una figlia a Singapore e una in Giappone, un figlio studiosissimo e che veniva conteso da importanti università inglesi e americane.

A sinistra Ciriaco Offeddu e a destra Angelo Paratico nel 2015 a Hong Kong.

Una sera, sedendo davanti a un caffè di Caine Road, con gli amici Gianni Criveller e Juan Morales, nel 2013 avevamo concepito l’idea, poi sviluppata, di dimostrare che la madre di Leonardo da Vinci era una schiava cinese. Il mio libro, con il suo incoraggiamento, uscì nel 2015 provocando una tempesta mediatica a livello mondiale.
Ciriaco, intanto, messa da parte per un po’ la finanza e l’amore struggente per la sua Sardegna, s’iscrisse a un corso di scrittura creativa in inglese, organizzato dall’Università di Hong Kong. Doveva impegnarsi moltissimo ma mi teneva informato sui suoi progressi, seguito da scrittori di fama internazionale.
Poi, nel 2017, con il nostro rientro in Italia ci siamo un po’ persi di vista, seppi però del suo impegno in Birmania (Myanmar) per portarvi dei prodotti italiani e di altri suoi viaggi in Asia.

Gli anni del nostro sodalizio orientale non sono andati perduti, me ne rendo conto sfogliando le pagine del suo capolavoro Istella Mea pubblicato dall’editore Giunti. Fra quelle righe a volte mi capita di rivedere tracce dei nostri incontri, scontri, discussioni storiche e politiche e delle nostre passioni. Il suo libro è rapidamente salito in cima alla classifica delle vendite. Questo mi rende molto felice, perché so che il suo successo è assolutamente meritato.

Istella mea rimarrà negli annali della letteratura sarda e italiana e credo che gli autori sardi più prossimi al suo stile siano Salvatore Satta, per via degli abissi imperscrutabili del suo animo e Giuseppe Dessí, che viene spesso definito un Proust sardo, perché l’amore per la Sardegna traspare forte anche nel libro di Ciriaco Offeddu, un po’ come nel  Paese d’ombre di Dessí.

Riporto alcune righe di una recensione di Manuela Sitzia, che ha ben colto i tratti fondamentali di Istella mea:

Lo stile narrativo di “Istella mea”, non dissimile dallo stile dei contos de foghile propri della tradizione millenaria dell’Isola, è puntellato da metafore suggestive (“il ricordo scatta come una pattadese”) e da frasi che calano come verdetti a definire le vicende dei protagonisti (“vivo in attesa come una fionda”). La narrazione riscrive la realtà amalgamando elementi reali e immaginifici in una miscellanea che li rende indistinguibili, e con un’intensità che rimanda al realismo magico di Marquez. In questo parallelismo, Nuoro, come Macondo, diventa paradigma dell’esistenza umana. Ma se i membri della famiglia Buendìa appaiono travolti da un destino ineluttabile, nelle pagine di “Istella mea” i personaggi, le cui solitudini si sfiorano e si corrompono, combattono contro la sorte che li perseguita.

Spero che da questo libro verrà tratto un film o una fiction Rai, dato che si adatta perfettamente a quei formati e che potrà, anche in quella categorie, godere di un notevole successo.

 

Angelo Paratico

Giovanni De Luna, antifascista che come la gran parte degli storici di sinistra ha nascosto la realtà agli italiani

Giovanni De Luna, antifascista che come la gran parte degli storici di sinistra ha nascosto la realtà agli italiani

Giovanni De Luna (Battipaglia, 9 aprile 1943) è uno storico, scrittore e autore televisivo italiano che ha insegnato storia contemporanea all’Università di Torino e collabora con La Stampa e l’inserto culturale Tuttolibri. In gioventù ha militato in Lotta Continua.

Il De Luna è stato membro del comitato scientifico del programma televisivo di Rai 3 Il tempo e la storia dal 2013 al 2017 e in seguito della trasmissione Passato e presente, sulla stessa rete. Ha licenziato decine di libri sul fascismo e l’altifascismo, ma senza mai centrare il punto che viene indicato da Angelo Paratico nel suo ultimo libro Un Re e il suo Burattino Gingko Edizioni 2024. Il punto focale di quegli anni è che Mussolini fu un mero esecutore degli ordini del monarca sabaudo e non averlo notato è un segno di malafede o di cecità.

La veridicità delle tesi esposte da Paratico la si può notare sfogliando un libro del De Luna, uno dei suoi tanti, intitolato Donne in Oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939 pubblicato dalla rispettabile casa editrice torinese Boringhieri nel 1995.

Nessuna citazione per Vittorio Emanuele III

Non esiste neppure una citazione relativa a Vittorio Emanuele III e i Savoia in questo libro di 435 pagine che vorrebbe trattare dell’antifascismo durante gli anni del fascismo, prima della II Guerra mondiale, in una nazione che l’autore vede popolata da oppositori al regime!