In Norvegia è rinato il cattolicesimo, con una crescita del 470%. Sbocciano i semi lasciati dal Papa inglese, Adriano IV

In Norvegia è rinato il cattolicesimo, con una crescita del 470%. Sbocciano i semi lasciati dal Papa inglese, Adriano IV

Adriano IV, Nicola Breakspear

I cattolici nel Nord Europa, per secoli, sono stati una esigua minoranza. I protestanti, soprattutto di fede luterana hanno fatto molte conversioni. Anche se negli ultimi anni il trionfatore è stato lo scetticismo scientifico. Ma i numeri delle adesioni al cattolicesimo che arrivano dalle Chiesa di Scandinavia sono sorprendenti: in Svezia, Danimarca, Islanda e Paesi Baltici sono in crescita ma è soprattutto in Norvegia che i numeri sono davvero notevoli.  Tra il 1993 e il 2019  i convertiti sono passati da 28mila a 160mila.

Nel 2017 la visita di Papa Francesco in Svezia ha chiamato a raccolta un numero non atteso di fedeli e giovanissimi, confermando il Nord Europa tra le aree continentali dove è maggiormente cresciuta la fede sincera in Cristo: se è vero che tali numeri provengono da decenni di secolarizzazione e laicismo imperanti nell’Europa del Nord, la riscoperta della religiosità cristiana in Scandinavia rappresenta un fattore tutt’altro che “marginale”.

Il nuovo Presidente della Conferenza episcopale nordica (che comprende i 7 vescovi di Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda), e il vescovo norvegese Erik Varden, hanno rilanciato il compito della Chiesa scandinava: «Il compito della conferenza è essenziale per alimentare il nostro impegno di evangelizzazione attraverso conversazioni profonde e amicizia fiduciosa».

I semi di questo buon nome della chiesa romana affondano nell’apostolato che vi svolse nel XII secolo un cardinale, Nicola Breakspear, destinato a diventare l’unico papa inglese nella bimillenaria storia della Chiesa, Adriano IV (1100-1159). Il suo nome è oggi poco conosciuto nella sua stessa Inghilterra ma è venerato in Norvegia.

La casa editrice Gingko ha pubblicato una biografia su questo straordinario papa, nato in una famiglia poverissima e poi, con studio, preghiera e applicazione, visitanto l’abbazia di St. Albans, divenne l’uomo più potente del mondo in un periodo molto difficile per la Chiesa Romana, sottoposta agli assalti di Federico Barbarossa, Abelardo e Arnaldo da Brescia.

R. A. J. Waddingham ADRIANO IV. NICOLA BREAKSPEAR, IL PAPA INGLESE Gingko Edizioni, 2024.

 

L’editore ci permette di pubblicare qualche pagina relativa al suo apostolato in Norvegia.

La vita di Breakspear stava per cambiare di nuovo. Nel marzo del 1152 si stava preparando ancora una volta per una lunga missione e la sfida più dura che avesse mai affrontato.
Accettò quest’avventura nel nord volontariamente, vedendola non come una facile ricompensa per un nuovo cardinale ma come una dura prova. Sebbene avesse buone relazioni con l’Inghilterra, la Scandinavia era comunque un luogo intimidante. La storia selvaggia della Norvegia, che emerge dal
Medioevo, quando tutto sembrava essere risolto con la scure, gli sarebbe stata familiare. Guglielmo di Newburgh scrisse, non del tutto ingiustamente, che il papa “lo mandò come legato, con pieni poteri, presso alle genti selvagge della Danimarca e della Norvegia.”

Breakspear si stava imbarcando in un altro viaggio ancora dopo la sua missione in Spagna. Per quanto ben disposto fosse il cardinale Breakspear, il suo viaggio di 2.700 chilometri verso la Norvegia dev’essere stato molto arduo. Sappiamo che viaggiò con un numeroso seguito, ed è probabile che il cardinal Bosone fosse fra loro, dato che il suo nome non viene visto su nessun documento rilasciato dalla Curia durante questo periodo. Il gruppo potrebbe aver incluso membri della delegazione norvegese del 1148, di ritorno da una missione a Roma. Un monaco benedettino, Nicholas Saemudarsson, fu probabilmente parte di questa delegazione e prima di lasciare l’Italia, Breakspear potrebbe essere stato informato da lui sugli ultimi avvenimenti norvegesi. Potrebbe benissimo aver avuto un insegnante di lingua norrena nel suo gruppo itinerante. Era esperto sia in francese che in latino, ma entrambe le lingue non sarebbero state molto utili in Norvegia. Nonostante ci siano
delle somiglianze tra l’inglese antico e il nordico antico, non parlava bene il nordico antico ma, con l’aiuto del suo tutore e grazie alla sua inclinazione per le lingue, avrebbe velocemente
imparato le basi della lingua norvegese.

Fornito di un entourage e di fondi sufficienti al suo status di legato pontificio, nel 1152 era pronto per mettersi in viaggio.
Aveva tre rotte diverse per la Norvegia tra le quali scegliere. La prima opzione, the Austrvegr era un lungo viaggio verso est in gran parte sull’acqua. Da Roma questo percorso l’avrebbe prima portato via terra a Costantinopoli e poi da lì, per nave sul Mar Nero, attraverso il Bosforo. Usando i fiumi e i laghi della Russia e degli stati baltici, avrebbe raggiunto Visby, sull’isola di Gotland. Ma un viaggio del genere avrebbe richiesto circa un anno, e Breakspear aveva troppa fretta.
Il Vestvegr era un percorso più semplice, via mare e seguendo le rotte tradizionali dei pirati Vichinghi. Dalla costa occidentale della Norvegia, questi navigavano oltre le isole Orcadi fino al
golfo di Biscaglia per arrivare a Gibilterra e poi entrare nel Mediterraneo, e quindi in Italia. Gli uomini del nord erano abituati a viaggiare fino al Mediterraneo e il lungo viaggio non gli avrebbe dato nessun fastidio. Il Vestvegr era un viaggio più veloce ma solo i ricchi potevano permettersi di equipaggiare
una nave per questo proposito.
È più probabile che Breakspear abbia seguito il percorso via terra da Roma, preferito dalla maggior parte dei pellegrini. Il Romarveger l’avrebbe portato oltre le Alpi, in Germania e poi in Danimarca. Questo percorso era il più corto ma non fu un’opzione facile. Infatti, gli scandinavi avrebbero considerato questo percorso via terra, così lontano dal loro mare, come una penitenza. Viaggiare a quell’epoca era sempre pericoloso, anche se la maggior parte dei pellegrini avevano dei “passaporti” rilasciati dai vescovi locali che offrivano una certa protezione. Breakspear lasciò l’Italia intorno al marzo del 1152, poco più di due anni dopo essere diventato cardinale. A quel tempo, la Curia era stata esiliata a Segni, una città in cima alle colline a circa 60 chilometri a sud-ovest di Roma. Lo storico danese
Sassone Grammatico ci dice che Breakspear colse l’occasione per visitare l’Inghilterra lungo il percorso, ma questo è assai improbabile.

Raggiungere la Norvegia attraverso l’Inghilterra avrebbe significato viaggiare per Londra, e nessun dettaglio di cosa avrebbe fatto lì è mai stato documentato. Possiamo essere sicuri che non visitò St Albans, dove era cresciuto, poiché i monaci di lì ci avrebbero scritto di un evento così importante. Inoltre, nel 1152, l’Inghilterra stava ancora superando i giorni instabili del regno di re Stefano. L’arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, l’uomo del papa, appoggiò l’altro pretendente al trono, Enrico
d’Angiò, il figlio dell’imperatrice Matilde. Il reame era ancora bloccato in questa lotta di potere tra Enrico e Stefano. Sin dal Concilio di Reims nel 1148, la relazione tra papa Eugenio, un cistercense, e il fratello di Stefano, il vescovo Cluniacense Enrico di Winchester, è stato difficile. Il legato pontificio non
sarebbe stato il benvenuto alla corte di Stefano, o persino nella stessa Londra, che rimase leale a Stefano.
All’instabilità, in Inghilterra si aggiungeva il fatto che, anche se molti inglesi s’erano offerti volontari per la Seconda Crociata, per vendicare la “disgrazia” della perdita di Edessa, ce n’erano ancora più che sufficienti per prendere il loro posto nei feroci combattimenti della guerra civile in patria.

Il fallimento di quella crociata aveva contribuito a creare un cupo umore nazionale e l’economia era depressa, non ultimo per via di tutti quei prestiti insoluti offerti ai crociati, che non erano mai stati saldati. Questo non sarebbe stato il momento adatto per Breakspear per trascorrere, abbandonandosi ai
ricordi, qualche giorno nei luoghi della sua infanzia. In ogni caso non avrebbe perso tempo in Inghilterra: Breakspear era un uomo coscienzioso e i suoi doveri risiedevano altrove. Il percorso verso la Norvegia, dall’Inghilterra, sarebbe stato via nave da Grimsby, nel qual caso sarebbe potuti sbarcare a Bergen in Norvegia, a soli 320 chilometri a est delle isole Shetland. In realtà Breakspear sbarcò più a sud, a Stavanger, il 18 luglio del 1152, il che suggerisce che salpò direttamente dal continente.

Breakspear si trovò in quello che allora era un piccolo villaggio di pescatori e commercianti, situato su una costa frastagliata protetta da isole e nel paese più settentrionale della cristianità occidentale. Il primo vescovo di Stavanger fu Rainaldo da Winchester, e la sua cattedrale, costruita nel 1125,
è dedicata a San Svitino, il vescovo di Winchester del IX secolo nel 793. Molti dei predoni misero radici in Inghilterra e dal IX secolo in poi emersero anche insediamenti vichinghi tutto intorno al Mare del Nord, in Scozia, in Normandia, in Islanda e in Groenlandia, rispecchiando il loro dominio sui mari. Le navi vichinghe erano equipaggiate con vele e remi ed erano i vascelli più avanzati di quell’epoca. Le loro competenze marittime, specialmente per trovare il punto nave durante la navigazione, erano notevoli: guardavano al colore dei mari, la direzione dei venti, conoscevano uccelli che nidificavano vicino e l’odore della terraferma. Questo significa che non avevano bisogno di costeggiare le coste come facevano le navi provenienti dall’Europa. I Vichinghi sapevano di più sul mondo di chiunque altro a quell’epoca. Solo dal XI secolo le incursioni vichinghe si fermarono, perché i sovrani europei diventarono più forti e
allora gli scandinavi utilizzarono le loro abilità nautiche per il commercio, piuttosto che per la guerra, fino a Costantinopoli, dove commerciavano per le sete dall’oriente. Tuttavia, la loro notorietà come temibili guerrieri non diminuì mai. Il cardinale Breakspear non aveva nessuna idea di che ricezione avrebbe ricevuto dai norvegesi. Sarebbe stato avvertito che i re, sia in Norvegia che in Svezia, difficilmente avrebbero accolto favorevolmente qualcuno che pianificava di ridurre il loro
controllo sugli incarichi religiosi e sarebbe stato timoroso della loro reputazione bellicosa. Si trovava all’estremità dell’Europa, molto lontano da Roma e con nessuna protezione personale. Il suo ruolo di legato pontificio gli conferiva un notevole status e autorità, ma al di fuori della Chiesa i norvegesi lo avrebbero visto come uno sconosciuto, un intruso. Sorprendentemente, l’arcivescovo Eskil di Lund non era in Norvegia per accogliere Breakspear, avendo lasciato la Danimarca per la Francia intorno allo stesso periodo in cui Breakspear arrivò. Eskil avrebbe potuto aspettare per dare sostegno al legato pontificio, ma invece era andato a visitare il suo amico e maestro malato, Bernardo di Chiaravalle.

Nel XII secolo la popolazione della Norvegia era intorno ai 400.000, un quinto del numero in
Inghilterra. Il tipo di insediamento di villaggio con cui Breakspear era familiare, dall’Inghilterra e dall’Europa continentale, non esisteva in Norvegia. La Norvegia era un paese di cascine disperse, spesso condivise da tre o quattro famiglie. Col tempo i leader tribali locali, lavorando insieme, integrarono la loro agricoltura con il saccheggio. L’archeologia ci mostra che il commercio con l’Europa stava avendo luogo dal V secolo, sebbene questo primo “commercio” non venisse pagato, essendo il bottino degli attacchi via mare. I Vichinghi della leggenda venivano da tutta la Scandinavia, non solo dalla Norvegia, le loro incursioni ebbero luogo dall’VIII all’XI secolo, prima che i tre paesi separati fossero realmente emersi. L’elmo cornuto dei Vichinghi è sempre stato un mito, ma le loro spedizioni piratesche erano abbastanza reali e causarono il terrore assoluto nei paesi vicini.

Mentre era in Norvegia, Breakspear ebbe successo nel separare i poteri del sovrano da quelli ecclesiastici ma dopo che se ne andò, re Inge tornò alle sue vecchie abitudini, interferendo nelle nomine apicali della Chiesa. Come papa, Breakspear ribadì il bisogno di obbedire ai decreti decisi su questo argomento nel concilio Lateranense del 1139 ma il re non gli diede ascolto. Nel 1161, dopo che Breakspear morì, re Inge nominò con aria di sfida il suo cappellano come arcivescovo di Nidaros, prendendo finalmente il sopravvento e deludendo le aspettative del suo vecchio amico. Qualche
tempo dopo, re Sverre, che regnò in Norvegia dal 1184 al 1202, provò ulteriormente a minare l’iniziale successo di Breakspear nel separare la Chiesa e lo Stato sostenendo, in malafede, che l’elezione dell’arcivescovo Birgensson nel 1153 fu un ripiego temporaneo a causa dell’incapacità dei tre principi di accordarsi su un candidato. Papa Celestino III allora intervenne, come
fece con i matrimoni clericali, e insistette che l’elezione dei vescovi fosse riservata alla Chiesa.
Lo stato norvegese interferì in qualcosa di più che nell’elezione dei vescovi. All’inizio, le corti canoniche istituite da Breakspear nel 1153 per amministrare le leggi della Chiesa rimasero stabili,ma circa quarant’anni dopo certi casi disciplinari venivano ancora portati di fronte a giudici secolari. Celestino esortò i norvegesi, ancora una volta, a rimanere fedeli alle riforme di Breakspear:

Sturluson, scrivendo nel 1230 circa, rese un enorme omaggio
a Breakspear:

Migliorò molti dei costumi degli uomini del nord mentre
si trovava nel paese. Non arrivò mai uno straniero in
Norvegia che tutti gli uomini rispettassero così tanto, o che
sapesse governare il popolo così bene come lui. Dopo qualche
tempo, ritornò al sud con molti regali amichevoli e più tardi
dichiarò sempre di essere il più grande amico del popolo della
Norvegia.

Il verdetto finale sul suo lavoro norvegese potrebbe spettare a Torfaeus, uno storico islandese che scrisse una storia comprensiva della Norvegia nel 1711. Anche se Torfaeus stava scrivendo dopo che la Chiesa norvegese si era staccata da Roma, aveva solo cose buone da scrivere sul cardinale Breakspear. Fece meglio di Sturluson, dicendo che Breakspear

Era un uomo pieno di pietà … nessuno aveva posseduto tale autorità in Norvegia fino a questo giorno … i nostri scrittori lo contano tra i santi.

Il XII secolo fu un’epoca eroica per la Chiesa scandinava, e Breakspear può reclamare parte del merito per questo. I suoi successi hanno in gran parte resistito alla prova del tempo. Breakspear e la Norvegia si sono dimostrati buoni l’uno per l’altro.

 

Gli inglesi scoprono Giorgio Perlasca, un fascista di cuore

Gli inglesi scoprono Giorgio Perlasca, un fascista di cuore

 

Giorgio Perlasca

 

Giorgio Perlasca (Como, 31 gennaio 1910 – Padova, 15 agosto 1992) è stato un commerciante italiano che nell’inverno del 1944, nel corso della seconda guerra mondiale, fingendosi console generale spagnolo, salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi, soprattutto bambini, strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah. Dopo la guerra fu amico di Giorgio Almirante ed elettore del MSI. La sua storia riemerse con Minoli, in televisione e fu poi protagonista di un film, con Luca Zingaretti che lo interpreta.

Il Natale di Giorgio Perlasca nella Budapest della guerra. Un salvatore in mezzo alla carneficina
Scritto da Adam LeBor, autore di “The Last Days of Budapest” un resoconto della capitale ungherese nella seconda guerra mondiale, che sarà pubblicato da Head of Zeus e che uscirà all’inizio del 2025. Questo articolo è stato preso, con piccole modifice, dalla Rivista The Spectator 

Era il 24 dicembre 1944 e Giorgio Perlasca stava cercando di raggiungere la villa della Legazione spagnola per festeggiare il Natale. I soldati ungheresi al posto di blocco dissero che non era possibile procedere. I russi stavano avanzando ed erano ormai a poche centinaia di metri. Perlasca spiegò di essere un diplomatico spagnolo e chiese nuovamente di poter passare. I soldati acconsentirono con riluttanza. Pochi minuti dopo Perlasca era all’interno dell’edificio della Legazione. Sessanta persone si erano rifugiate lì, ma erano riuscite in qualche modo a trovare un albero di Natale e alcuni regali per lui. Perlasca scrisse un lungo memorandum sul suo lavoro di salvataggio, ma per il resto non parlò dei suoi successi.

Perlasca rimase per un po’, poi tornò nel centro. La villa era stata colpita dai combattimenti ed era stata rasa al suolo. Furono giorni di morte, fame e barbarie. Alla fine di dicembre del 1944, Budapest, un tempo oasi cosmopolita nel bel mezzo della guerra, era un paesaggio infernale congelato, avvolto dal fumo delle armi. Le glorie architettoniche della città erano ridotte a macerie carbonizzate e fumanti, il Danubio soffocato da cadaveri gonfi e congelati. La città era circondata dai russi, che avanzavano strada per strada, edificio per edificio, stanza per stanza, in combattimenti selvaggi. I difensori ungheresi e tedeschi, in inferiorità numerica e di armi, sapevano che la sconfitta era inevitabile. Gran parte della popolazione stava morendo di fame, si nascondeva nelle cantine gelate e si avventurava fuori per strappare un pezzo di carne dai cadaveri dei cavalli ricoperti di ghiaccio che disseminavano le strade. Gli ebrei superstiti della città erano stipati in due ghetti e morivano di fame e di malattie, mentre gli squadroni della morte ungheresi si aggiravano per le strade, sparando nel fiume.

La battaglia per Budapest e le ultime convulsioni dell’Olocausto ungherese portarono alla nascita di pochi eroi. Alcuni, come l’inviato svedese Raoul Wallenberg, che salvò migliaia di ebrei, sono abbastanza noti. Altri, come Giorgio Perlasca, sono rimasti nell’oscurità per decenni. A prima vista Perlasca sembrava un improbabile salvatore degli ebrei di Budapest. Nato in Italia nel 1910, negli anni Trenta fu un ardente fascista. Combatté con le forze di Franco durante la guerra civile spagnola. Per un curioso scherzo della storia, quel periodo in prima linea gli avrebbe poi dato i mezzi per salvare migliaia di vite. All’inizio degli anni ’40 Perlasca lavorava per il governo italiano, occupandosi di rifornimenti alimentari nei Balcani. Fu a Belgrado, occupata dai nazisti, che si rese conto per la prima volta del costo umano delle leggi razziali dei tedeschi. Vide che gli ebrei e i rom della città erano scomparsi. La loro assenza e il loro probabile destino lo turbarono. La vita era molto diversa nella Budapest del tempo di guerra. Gli ebrei ungheresi erano limitati da una serie di leggi antiebraiche e gli uomini ebrei venivano reclutati per il servizio di leva, spesso brutale, ma la comunità era ampiamente protetta. L’ammiraglio Horthy, il presidente di quel Paese, rifiutò le richieste di Hitler di consegnare gli ebrei ungheresi. Perlasca aveva molti soci d’affari e conoscenti ebrei a Budapest. Tutto cambiò dopo l’invasione nazista del marzo 1944. All’inizio di luglio, i gendarmi ungheresi e le SS avevano radunato e deportato ad Auschwitz 430.000 ebrei provenienti da tutto il Paese. Erano rimasti solo gli ebrei a Budapest. In ottobre, l’ammiraglio Horthy fu rovesciato da un colpo di stato guidato dalla Croce Frecciata, dai nazisti ungheresi e dai loro alleati delle SS. Iniziò un nuovo regno del terrore. Appena liberato, Perlasca si recò direttamente alla Legazione spagnola. I diplomatici avevano buone notizie: la sua precedente richiesta di cittadinanza era stata approvata. Ora era spagnolo. Le autorità ungheresi informarono immediatamente Perlasca che doveva partire entro 15 giorni. Lui rimase per molti mesi, diventando uno dei più coraggiosi e saldi alleati dell’ebraismo di Budapest.
A quel punto i diplomatici spagnoli, come quelli di altre potenze neutrali come la Svezia e la Svizzera, rilasciavano documenti di protezione per gli ebrei di Budapest e mettevano sotto tutela diplomatica i loro edifici, gli ospedali e le case dei bambini. Si trattava di un gigantesco bluff, una mortale partita a poker giocata per migliaia di vite: non esisteva alcuna base legale per tali manovre. Ma il governo assassino della Croce Frecciata, alla disperata ricerca di un riconoscimento internazionale, riconobbe sporadicamente i documenti di protezione. Alla fine di novembre circa 3.000 persone erano sotto protezione spagnola nell’area nota come Ghetto Internazionale, nel 13° distretto fluviale.

Monumento dedicato a Perlasca a Budapest

L’operazione di salvataggio di Perlasca stava diventando sempre più complicata. Gli ebrei protetti dovevano essere nutriti, mentre le scorte di cibo erano quasi inesistenti. Affamati, spaventati e traumatizzati, vivevano in condizioni anguste e sovraffollate. Alla fine di novembre Angel Sanz Briz, il ministro spagnolo, lasciò Budapest. Anche Perlasca avrebbe potuto partire. Invece cambiò il suo nome di battesimo da Giorgio a Jorge e si nominò incaricato d’affari spagnolo. Perlasca, come altri soccorritori neutrali, tra cui Wallenberg, lo svizzero Carl Lutz e Angelo Rotta, il nunzio pontificio, dimostrò un coraggio straordinario. Perlasca intervenne più volte fisicamente con le SS e la Croce Frecciata per salvare gli ebrei protetti dagli spagnoli, salvandone il maggior numero possibile. Quando centinaia di ebrei furono radunati per la deportazione alla stazione di Józsefváros, Perlasca ne salvò molti. Salvò due bambini dicendo loro di correre verso la sua auto, che era un veicolo diplomatico spagnolo. Una volta che i bambini furono dentro, affrontò due ufficiali delle SS furibondi con lui, uno dei quali era Adolf Eichmann. All’inizio di gennaio, quando la Croce Frecciata minacciò di massacrare gli ebrei superstiti della città, Perlasca minacciò a sua volta di arrestare tutti gli ungheresi che vivevano in Spagna, di sequestrare i loro beni e di chiedere ai governi brasiliano e paraguaiano di fare lo stesso, se il massacro non fosse stato annullato. Non aveva né l’autorità né i mezzi per portare a termine tutto ciò. Il suo bluff fu una delle numerose manovre per salvare gli ebrei della città negli ultimi giorni dell’assedio. I ghetti furono presto liberati dai russi e circa 100.000 ebrei sopravvissero.

Perlasca, uomo tranquillo e riservato, tornò in Italia nell’estate del 1945. Scrisse un lungo memorandum sul suo lavoro di salvataggio, ma per il resto non parlò dei suoi successi. Anche la sua famiglia non era a conoscenza del suo eroismo. Alla fine, nel 1987, con la fine del comunismo, un gruppo di ebrei ungheresi lo rintracciò. Perlasca fu premiato dall’Ungheria, dall’Italia e dallo Yad Vashem di Gerusalemme, che lo nominò Giusto tra le Nazioni. Morì nel 1992, onorato per il suo eroismo, il suo coraggio che testimonia la forza di un uomo che ha deciso di opporsi al male.

Scritto da
Adam LeBor
Adam LeBor è l’autore di The Last Days of Budapest, un resoconto della capitale ungherese nella seconda guerra mondiale, che sarà pubblicato da Head of Zeus all’inizio del 2025.

 

 

Il Latino sparisce dalle scuole popolari britanniche, trasformato in una cosa per pochi.

Il Latino sparisce dalle scuole popolari britanniche, trasformato in una cosa per pochi.

Il sacco di Gerusalemme nel altorilievo dell’Arco di Tito a Roma. Al centro è visibile la Menorah che era conservata all’interno del tempio

Il governo laburista sembra determinato a minare l’eccellenza nelle scuole. Il Dipartimento per l’Istruzione ha annunciato che a partire da febbraio interromperà il Programma di studio del Latino, seguito da più di 5.000 alunni. Il taglio arriva un mese dopo che una commissione ha suggerito di eliminare tutti quegli di studi che alimentano i “pregiudizi della classe media” e di sostituirli con “attività di più alto livello”, come le “visite a musei, teatri e gallerie d’arte” e come i laboratori di graffiti.

Questa stupida decisione vorrebbe colpire l’elitarismo ma la decisione di porre fine alle lezioni di latino in alcune scuole pubbliche è particolarmente penosa. Il latino aiuta a creare studenti intellettualmente curiosi, interessanti e interessati; offre loro un ricco mondo interiore e l’opportunità di sperimentare in modo fantasioso un’altra epoca così simile e così diversa dalla nostra. Li introduce a una nuova letteratura, alla storia, alla teologia, alla retorica, alla cultura; è brillante nello sviluppare sia la logica che l’acquisizione della lingua. Proprio perché è una lingua “morta”, e quindi deve essere insegnata attraverso le sue regole grammaticali piuttosto che attraverso il suo uso parlato, è così utile per comprendere la meccanica e la struttura del linguaggio in generale.

Il programma delle scuole di latino era iniziato nel 2022 in 40 scuole statali, in gran parte situate in aree economicamente svantaggiate. Annullarlo a metà dell’anno scolastico sembra inutilmente punitivo e dirompente: quasi 1.000 di questi studenti avrebbero dovuto sostenere il GCSE di latino in estate, e ora potrebbero non poterlo più fare perché il governo vuole recuperare 4 milioni di sterline – un risparmio relativamente piccolo che si registrerà a malapena nel buco nero dei servizi pubblici, ma che farà un’enorme differenza per i bambini che ne beneficiano, invece il programma è stato sacrificato sull’altare dell’austerità e della correttezza politica.

Il latino incarna il piacere di imparare per il gusto di imparare; è piacevole proprio perché “inutile”. L’idea che i classici siano irrilevanti, impenetrabili o poco stimolanti per i giovani di oggi è un’assurdità e un altro esempio del bigottismo di sinistra. Vale anche la pena di notare che, poiché il programma era volontario, questi studenti volevano studiare il latino e non erano costretti a frequentare una materia che non amavano.

Boni Homini il libro di Claudia Farina dedicato ai catari

Boni Homini il libro di Claudia Farina dedicato ai catari

La veronese Claudia Farina ha scritto più di ogni altro autore vivente circa la parabola, molto breve e violenta, dell’eresia catara.  Abbiamo di recente letto uno dei sui libri, Boni Homini. Sulle tracce dei catari e di Maria Maddalena edito da Cierre Grafica nel 2021.

Si tratta di un’opera ricchissima di informazioni storiche ma anche di deduzioni logiche e accenni sottili a eventi che, purtroppo, non risultano documentati, oppure  ci sono pervenuti solo da loro nemici.

Quel che mi ha subito colpito leggendo le sue pagine sono stati gli accenni al borgo di Concorezzo, nella periferia di Milano, che conosco bene per averci lavorato. Mai  avevo saputo che quel posto, oggi fortemente  industrializzato, nel XIII secolo fosse un centro di propaganda del catarismo in Italia.

Non avevo mai sentito parlare di Raniero Sacconi, forse prima cataro e poi persecutore dei suoi vecchi confratelli. Ecco, il libro di Claudia Farina è stato uno stimolo a documentarmi, per capire chi sia stato. Raniero Sacconi  che scrisse una storia (ostile) dedicata al catarismo. Nulla di preciso si sa su di lui salvo che fu noto anche come Raniero da Piacenza, prima del 1250 e poi lo possiamo seguire sino al 1262, forse l’anno della sua morte.

Il suo nome appare dapprima in uno scritto del suo confratello Galvano Fiamma che lo definisce addirittura «vescovo degli eretici» «episcopus hereticorum». Quel che è certo è che conobbe  Pietro da Verona, quando fu priore di un convento di Piacenza.

Non sappiamo quasi nulla di quando viveva fra i «catari o patarini» cathari sive paterini se non ciò che racconta egli stesso in un’importante opera composta nel 1250, conosciuta con il titolo Summa de catharis, nella quale descrive le loro credenze e i riti. Circa la sua passata appartenenza alla chiesa catara di Concorezzo, dove aveva potuto ascoltare le parole del vescovo Nazario, dal quale aveva appreso la dottrina secondo cui la vergine Maria e Gesù erano angeli. Sarà stato davvero un cataro, oppure apprese le loro credenze mischiandosi a loro?

La significativa e contraddittoria vicenda umana e religiosa, di Raniero Sacconi, è documentata tra il 1250 e il 1262 e, in particolar modo, nel periodo successivo all’uccisione di frate Pietro da Verona avvenuta il 6 aprile 1252, data dopo la quale Raniero operò come braccio inquisitoriale del papato a Milano e in ‘Lombardia’. Ragionevolmente la sua conversione avvenne in un clima religioso in cui la predicazione degli Ordini mendicanti alimentò la conversione degli eretici, soprattutto catari che in alcuni casi diventarono giudici della fede: il passaggio eretico-frate-inquisitore trova in Raniero da Piacenza una sintesi esemplare, ma non unica. Ricordiamo nel medesimo contesto Daniele da Giussano; nel caso di Raniero, tale sintesi si consolida nel confronto con il frate-inquisitore-santo Pietro da Verona (anch’egli eretico, ma solo per retroattiva costruzione agiografica), il cui assassinio sulla strada per Como, creò una reazione emotiva e politica che permise al Papato di potenziare la politica antiereticale nel vuoto di potere causato della morte di Federico II. Con certezza sappiamo che nel 1250 quando scrisse la Summa era frate (come lui stesso si definisce, senza rivendicare un ruolo inquisitoriale); pare comunque che nel 1252 fu inquisitore a Pavia e poi a Milano.

L’analisi dell’opera non permette di chiarire se Raniero fosse già inquisitore: nella breve parte dedicata ai valdesi, la conoscenza della pratica della consacrazione dell’ostia da parte di laici e, soprattutto, di donne attraverso la testimonianza orale, può essere agevolmente interpretata come frequentazione e dialogo con altri gruppi non conformisti durante il periodo ereticale; non è dirimente nemmeno il possesso di un «grande volume di dieci quaderni» da cui estrasse la dottrina di Giovanni di Lugio, alla quale dedica ampio spazio, poiché anch’esso è possibile risalisse a quell’epoca. È certo invece che la Summa è un testo storico-dottrinale, non ha la concretezza giuridica della pratica giudiziaria presente in manuali successivi. Le informazioni di un ex cataro convertito sono ben più preziose di notizie ricavate da interrogatori, ed è ragionevolmente questa la ragione del suo anomalo successo. La Summa illustra conoscenze personali, opiniones communes e consuetudini religiose. Tra le opiniones communes a tutti i catari frate Raniero pone la creazione del mondo da parte del diavolo; la negazione dei sacramenti, della resurrezione e del purgatorio; la convinzione che giuramento e matrimonio carnale sono peccato mortale, così come mangiare carne, uova e formaggio «perché nascono da un coito». Frate Raniero si sofferma in particolar modo su uno degli episcopi, Giovanni di Lugio, di cui possedeva il «grande volume di dieci quaderni» dal quale aveva ricavato gli errori esposti. Fornisce inoltre dati quantitativi stimando in 4000 il numero complessivo di uomini e donne, di cui 1500 aderenti alla sola chiesa di Concorezzo, di cui egli stesso fece parte.
È indubbio che la conoscenza diretta dei fatti raccontati abbia contribuito a determinare la fortuna di un’opera inusualmente datata e autografa, paragonabile a un best seller dal momento che ne sono sopravvissuti circa 50 esemplari, sebbene ciò non abbia contribuito alla fama di un ex eretico convertito poi inquisitore, non sempre adeguatamente ricordato dagli scrittori del proprio Ordine religioso.

L’autorevolezza e la ricchezza delle informazioni hanno favorito l’ampia e immediata circolazione del manoscritto: già intorno al 1260, infatti, un’elaborazione era approdata nel codice del cosiddetto anonimo di Passau, un inquisitore di area tedesca, e poi nel coevo Tractatus de hereticis dell’inquisitore Anselmo d’Alessandria, titolare dell’officium a Genova e a Milano dopo gli anni Sessanta del XIII secolo. La Summa de catharis venne per la prima volta pubblicata nel Catalogus testium veritatis di Mattia Flacio Illirico nel 1556 e, in seguito, nel Liber contra Waldenses del gesuita Jacob Gretzer nel 1613 a dimostrazione dell’impiego nelle battaglie polemistiche di epoca moderna.

Se Raniero scrisse una Summa di straordinaria diffusione, incerta invece è la paternità di un’altra Summa tardivamente attribuita a frate Pietro da Verona (che nel 1250, quando Raniero elaborò la sua opera, era titolare dell’officium fidei di Milano), sopravvissuta in due soli esemplari che sembrano testimoniare un’influenza assai ridotta, nonostante il clamore suscitato dalla morte violenta. Con la Magnis et crebris del 25 marzo 1253 frate Pietro da Verona divenne, in meno di un anno dalla morte, s. Pietro martire; i processi ai suoi assassini invece furono assai più lunghi, tortuosi e contraddittori nel tentativo di individuare nei ‘catari’ i mandanti delle inchieste condotte, nella prima fase, soprattutto da frate Raniero. Se frate Pietro è il santo di Innocenzo IV, frate Raniero è il suo inquisitore: due figure complementari e funzionali alla politica antiereticale del papa.

Nel 1252 Raniero fu inquisitore a Pavia, ma dopo la morte di Pietro si trasferì a Milano e condusse le inchieste con frate Guido de’ Capitani da Sesto, uomo ben conosciuto nella curia arcivescovile, a cui probabilmente si deve il suo inserimento in tali ambienti. Anche Raniero fu obiettivo degli ‘eretici’ come apprese direttamente dagli interrogatori del settembre 1252: Giacomo della Chiusa aveva procurato il denaro (20 lire imperiali) e si era recato personalmente a Pavia per organizzare il suo omicidio. Nonostante il ricco dossier dell’inchiesta su Pietro da Verona non si sia conservato, dai lacerti documentari si evince che la reazione degli inquisitori fu durissima: lo scontro con i signori locali accusati e i poteri pubblici coinvolti fu frontale.

Raniero agì in prima persona in tali inchieste che si prolungarono per oltre 40 anni (l’ultima sentenza nota contro Stefano Confalonieri, uno dei principali imputati, è del 1295). Eppure, in modo tempestivo, già nell’aprile 1252, i due inquisitori emisero un triplice editto contro Stefano Confalonieri, signore di Agliate; in settembre vennero interrogati Manfredo e Facio da Giussano; il 3 febbraio 1253 venne condannato alla detenzione perpetua Giacomo della Chiusa, mentre il 27 luglio 1253 venne condannato, per la prima volta, Stefano Confalonieri.

Non conosciamo l’esito delle inchieste contro Manfredo e Facio da Giussano. Il 19 agosto 1254 con la Ad audientiam nostram, dopo aver ripercorso le tappe della vicenda giudiziaria di Roberto, detto Patta da Giussano, Innocenzo IV ordinò la distruzione del suo castello di Gattedo, non lontano da Agliate, un luogo dall’alto valore simbolico e religioso dal momento che vi erano sepolti i vescovi catari Nazario e Desiderio. In tal modo Ranierò eliminò i resti del proprio antico maestro Nazario.

Nel 1255 Raniero fu attivo su molteplici fronti: nella chiesa milanese di S. Tecla scomunicò coloro che si opponevano all’azione degli inquisitori (P.M. Campi, Dell’historia ecclesiastica…, 1651, p. 402); sollecitò l’inserimento delle norme antiereticali negli statuti di Como e richiese i nomi degli eretici di Chiavenna e Piuro (Scharff, 1996, pp. 168, 173). Nel 1257 incontrò nella canonica di Crescenzago Stefano Confalonieri che confessò il proprio ruolo nella morte di frate Pietro. L’incontro è significativo in quanto entrambi, giudice e accusato, in precedenza erano stati catari della chiesa di Concorezzo.

L’attività repressiva di frate Raniero non è attestata da documentazione giudiziaria (a parte un interrogatorio contro Manfredo e Facio da Giussano), ma da numerose lettere pontificie che dal 1253 al 1262 mostrano il suo impegno inquisitoriale e i legami personali con tre papi (Innocenzo IV, Alessandro IV, Urbano IV) i quali gli indirizzarono numerose missive a indicare un rapporto diretto con un inquisitore ‘sul campo’ mentre lavora anche alle inchieste contro Egidio da Cortenuova e altri membri della famiglia pure loro coinvolti in processi ultraventennali.

Ciononostante, a Milano la posizione dell’inquisitore si era indebolita al punto che il podestà Oberto Pallavicino, prima lo affrontò pubblicamente e, poi, lo cacciò dalla città in un crescendo conflittuale che indusse il pontefice a ingiungere al podestà di presentarsi al suo cospetto e a aumentare – in maniera eccezionale – a otto il numero degli inquisitori a Milano.

Frate Galvano Fiamma nell’illustrare questi accadimenti collocati nel 1258 commentò che frate Raniero fu il primo frate espulso da Milano da un laico, senza precisare che Oberto Pallavicino era detentore del dominio politico su ampia parte dell’Italia settentrionale.

Agli inizi del 1260 Alessandrò IV ordinò l’incarcerazione in penitenza perpetua di Stefano Confalonieri e a dicembre una ulteriore lettera esortò i rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche a fornirgli protezione a causa della precaria sicurezza con cui svolgeva le proprie funzioni inquisitoriali in territori al di fuori della propria giurisdizione. Nell’ultima lettera a lui rivolta, il 21 luglio 1262, Urbano IV lo invitava a recarsi in tutta fretta presso la sede apostolica per affrontare questioni inerenti l’eresia. Dopo questa convocazione null’altro è dato sapere di Raniero, se non l’ampia circolazione e riproduzione della sua opera antiereticale. 

(Fonte Treccani)

Per chi fosse interessato a leggere la sua opera, tradotta dal Latino al Francese può scaricarla qui:

file:///C:/Users/Utente/Downloads/Raynerius_Sacconus_Summa_fratris_Raynerii_de_Catharis_trad_Emmanuel_Larrouturou.pdf

Il libro di Claudia Farina è di piacevole lettura e una volta giunti al termine potremo capire che, come si diceva un tempo, siamo delle scimmie sedute sulle spalle dei giganti.

 

 

 

Un vecchio articolo di Leonardo Sciascia in difesa di Enzo Tortora e della responsabilità dei magistrati

Un vecchio articolo di Leonardo Sciascia in difesa di Enzo Tortora e della responsabilità dei magistrati

Mi capita fra le mani il libro di Leonardo Sciascia “A Futura Memoria (se la memoria ha un futuro)” pubblicato nel dicembre 1989 da Bompiani. Vi si parla del caso Tortora che Sciascia da subito capì essere una bufala e intervenne con il presidente Pertini (con il quale aveva avuto una burrascoso pranzo al Quirinale qualche mese prima) in quanto Capo dello Stato e della Magistratura. Queste sue parole sono attualissime dopo le polemiche sulla istituzione di un girono dedicato alle vittime degli errori giudiziari.

 

 

 

 

Delle croci nei mosaici di Negrar?

Delle croci nei mosaici di Negrar?

La villa romana scavata a Negrar di Valpolicella ha rivelato dei mosaici magnifici. Di qui passava la via Claudia Augusta, la strada che collegava Verona con il Brennero e quindi con i territori delle odierne Austria e Germania. Il selciato della via Claudia Augusta è stato ritrovato in vari punti, in particolare nella zona di San Pietro in Cariano e anche vicino alla cantina Villa Benedetti, che ha rinunciato a 2000 metri quadrati di vigneto per permettere degli scavi.

La sua datazione è problematica, dato che è stata abitata e ricostruita attraverso i secoli su vari strati, si è trovata una moneta dell’imperatore Lucio Vero del II secolo dopo Cristo e altre tracce che la datano al III e IV secolo.

Gli scavi continuano e durante una recente visita, l’artista quinzanese Ridanio Menini ha notato un particolare dei mosaici finora sfuggito a tutti, dato che la credevano un semplice elemento architettonico.

Foto: Giorgio Carli

Menini ha notato la presenza di quella che pare essere una croce sopra al monte Calvario, forse opera di un anonimo schiavo-mosaicista convertitosi al cristianesimo.

Nicholas Farrell si chiede perché i Neonazi vogliano uccidere la Meloni

Nicholas Farrell si chiede perché i Neonazi vogliano uccidere la Meloni


 

 

Nicholas Farrell da The Spectator

 

Spiaggia di Dante, Ravenna

La polizia italiana ha arrestato 12 presunti terroristi accusati di aver pianificato l’assassinio di Giorgia Meloni in stile Il Giorno dello Sciacallo. Molti altri rimangono sotto inchiesta formale.

Secondo gli investigatori, i complottisti volevano installare il cecchino in una stanza dell’Albergo Nazionale, di fronte alla Camera dei Deputati a Roma. Dato che gran parte dei media mondiali continua a definire la prima donna primo ministro italiana “di estrema” o “dura” destra e “l’erede di Mussolini”, si potrebbe pensare che gli arrestati siano radicali di estrema sinistra. Ma non si potrebbe essere più in errore. Sono fascisti.

Il fatto che i fascisti italiani vogliano uccidere la Meloni, che sta emergendo come il più importante capo di governo in Europa, mette la sinistra e i suoi alleati mediatici in una difficile situazione. La Meloni può anche considerarsi una conservatrice, ma i suoi critici continuano a dipingerla come “di estrema destra”, ergo fascista. Cattolica? Sì, cattolica. Fascista? No

Come ha scritto Alessandro Sallusti, direttore del quotidiano di destra Il Giornale:

“Chissà se ora almeno gli intellettuali di sinistra accetteranno che Giorgia Meloni, non solo non è fascista, ma che i neofascisti vogliono ucciderla proprio perché non è fascista”.

Sallusti non nutre grandi speranze, tuttavia, aggiungendo solo a metà in tono scherzoso:

“Non mi scandalizzerebbe se nelle prossime ore qualcuno in Parlamento o in televisione chiedesse con toni solenni a Giorgia Meloni di “prendere le distanze” dai suoi potenziali assassini altrimenti “è di fatto complice””.

In effetti, i media di sinistra in Italia, tra cui molti dei principali giornali e talk-show politici televisivi, sono stati restii a parlare del motivo per cui questi fascisti vorrebbero uccidere la Meloni.

Uno dei principali quotidiani di sinistra italiani, La Stampa, ha insabbiato la notizia a pagina 16. Un altro, Il Fatto Quotidiano, non ha fatto altro che parlare del perché questi fascisti volessero uccidere la Meloni.  Il principale quotidiano di sinistra – La Repubblica – l’equivalente italiano del Guardian – ha riportato la notizia in prima pagina ma non ha cercato di spiegare il paradosso. L’indagine che ha portato ai 12 arresti di mercoledì (4 dicembre) in diverse città italiane è condotta da Bologna, da dove provengono molti dei presunti terroristi. Si dice che siano membri di un’organizzazione neonazista chiamata Divisione Werwolf. Werwolf era il nome del piano nazista per creare una forza di resistenza dietro le linee nemiche per combattere gli Alleati che avanzavano in Europa nel 1944/45.

In effetti, questi neonazisti italiani utilizzano il simbolo nazista della Werwolf nel loro logo, accanto alla falce e martello comunista. Si tratta indubbiamente – e non per la prima volta – di un tentativo di fondere l’estrema destra con l’estrema sinistra. Bologna è il capoluogo della “rossa” Emilia-Romagna e la base storica della sinistra italiana che, fino al crollo del Muro di Berlino, aveva il più grande partito comunista d’Europa al di fuori del blocco sovietico. Ma tra l’estrema destra e l’estrema sinistra ci sono sempre state, e rimangono, tante analogie quante differenze.

Lo stesso Mussolini è nato e sepolto in Emilia-Romagna. Fu l’astro nascente del socialismo rivoluzionario italiano fino a quando, dopo la prima guerra mondiale, inventò il fascismo. Il Duce considerava il fascismo come un movimento rivoluzionario di sinistra alternativo al socialismo, che avrebbe sostituito il socialismo internazionale con quello nazionale. Due dei 12 arrestati erano stati in precedenza anarchici. Tutti sono virulentemente pro-palestinesi e anti-israeliani. Gli investigatori affermano di aver trovato prove che collegano la Divisione Lupo Mannaro agli estremisti islamici.
L’odio per Israele e l’amore per gli estremisti musulmani sono ovviamente parte integrante del pensiero dell’estrema sinistra, come hanno testimoniato le principali città europee nell’ultimo anno, dopo le atrocità di Hamas del 7 ottobre. Sabato, a Milano, per esempio, estremisti di sinistra con cartelli che accusavano Israele di genocidio a Gaza hanno scaricato un enorme mucchio di letame fuori dal Teatro alla Scala.

I manifestanti hanno proclamato che il “genocidio israeliano” dei palestinesi e la passerella sul tappeto rosso dei ricchi e potenti che sta per avere luogo alla Scala per la prima serata sono “uno spettacolo di merda”. Per ribadire il concetto, hanno inserito in “la merda” grandi foto in primo piano dei volti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e della Meloni.

In occasione di recenti manifestazioni in altre parti d’Italia, manifestanti di estrema sinistra hanno dato fuoco a effigi e fotografie della Meloni.

Eppure il governo della Meloni rimane stabile, la sua reputazione all’estero solida e il suo partito più popolare di quando era in testa ai sondaggi nelle elezioni generali del settembre 2022 che l’hanno portata al potere a capo di una coalizione di destra. Pochi leader eletti, dopo due anni al potere, possono vantare tutto questo. Dovrebbe essere ormai chiaro che Meloni, una madre single di 47 anni, non è una fascista. La sua mossa più autoritaria finora è stata la legge che rende reato per gli italiani il ricorso a donne straniere, di solito in America, per avere i loro bambini. La maternità surrogata è illegale in Italia come in Germania, Francia e Svezia, solo per citarne alcune.

L’accusa di “erede di Mussolini” è valida solo perché da adolescente la Meloni era iscritta, nei suoi ultimi giorni di vita, al partito neofascista italiano, il Movimento Sociale Italiano (MSI), fondato nel 1945 da ex fascisti. Il MSI ha rinunciato alla dittatura e all’antisemitismo e nel 1995 si è trasformato in Alleanza Nazionale (AN), rinunciando anche al fascismo. Poi, nel 2009, si è fuso con Forza Italia del centro-destra di Silvio Berlusconi.

Quando l’ultimo governo di Berlusconi è crollato nel 2011, al culmine della crisi dell’euro, Meloni e altri ex membri di AN hanno fondato Fratelli d’Italia, quello che molti in Gran Bretagna chiamerebbero semplicemente un vero e proprio partito conservatore. Tra i suoi pensatori preferiti c’è Sir Roger Scruton. Come mi ha detto durante la sua vittoriosa campagna elettorale del 2022:

“Non mi nascondo mai. Se fossi fascista, direi che sono fascista. Invece non ho mai parlato di fascismo perché non sono fascista”.

Le ho chiesto di quei membri del suo partito ripresi di tanto in tanto mentre fanno il saluto fascista. Sono una minuscola minoranza”, mi ha detto. “Sono solo gli utili idioti della sinistra…”.

Non c’è quindi da stupirsi che i veri fascisti, che restano un’esigua minoranza in Italia, ce l’abbiano con lei.

Nicholas Farrell

Vittoria è un bellissimo film da non perdere.

Vittoria è un bellissimo film da non perdere.

 

 

 

Dopo aver visto il film tossico PARTHENOPE scritto (si vede) e diretto da Sorrentino ci meritiamo qualche cosa di meglio. Tanto per non allontanarci troppo da Napoli ecco VITTORIA una gemma di film ottimamente scritto e diretto da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman.

“Jasmine, la protagonista,  vive a Torre Annunziata e lavora nel suo salone di parrucchiere per donne, il Californie. Ha un marito falegname e tre figli. In seguito alla morte del padre, Jasmine inizia a sognarlo nell’atto di donarle una bambina. Da quel momento, prende il sopravvento in lei l’idea dell’adozione. Dopo aver sondato l’opinione del figlio maggiore, Vincenzo, che nel frattempo ha iniziato a lavorare nel salone della madre, e del marito, senza però dichiarare completamente le sue intenzioni, Jasmine annuncia la volontà di adozione durante una cena con amici. Ne segue un duro litigio col marito che non è d’accordo con l’adozione e vorrebbe, invece, investire in una falegnameria a Capri. La coppia decide, comunque, di iniziare la pratica, con non poche difficoltà a causa della burocrazia e degli incontri con gli assistenti sociali. A seguito di un ricovero ospedaliero di Vincenzo per un attacco di panico, Jasmine si convince che sia meglio abbandonare l’idea dell’adozione per il bene della famiglia. Otto mesi dopo, Vincenzo sta per partire per Milano e ricorda alla madre di non smettere di perseguire il suo sogno. Dopo l’avvio della nuova falegnameria a Capri, la coppia riprende il percorso. Per far fronte agli elevati costi dell’adozione in Bielorussia, Jasmine e la sorella decidono di accettare il risarcimento dovuto dall’Ilva di Napoli per aver causato, tramite esposizione ad amianto, la morte del padre che aveva lavorato lì per decenni”.

Ecco, non vogliamo andare oltre nella narrazione per non rovinare il piacere di vederlo, questo film è un bellissimo esempio di amore, di dignità e di bella napoletanità.

 

 

 

La vera origine di Atreju

La vera origine di Atreju

 

Maschera mortuaria di Atreo?
Maschera mortuaria di Atreo?

 

Le uscite di Saviano provocano spesso onde nello stagno italiano.  Parliamo di Atreju, la manifestazione nata nel 1998 come festa di Azione Giovani e che vide fra i fondatori anche l’attuale Presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

A molti, incluso Saviano, non è ancora nota la vera origine del nome Atreju. Questo è sì il nome del protagonista di “La storia infinita”, un libro di Michael Ende (1929-1995) del 1978 da cui è tratto un film uscito nel 1984. Atreju, il protagonista, è un bambino di dieci anni e quel nome, secondo l’autore, significherebbe figlio di tutti essendo un orfano.

Dopo aver letto il magnifico libro di Ende gli scrissi, abitava a Genzano, vicino a Roma. Ebbe la cortesia di rispondermi e ancora conservo quella lettera.

L’ispirazione per quel nome venne certamente a Ende dalla mitologia greca, ovvero da ATREO, che significherebbe in greco antico “senza paura”. Dunque, non si tratta di un plagio ma di una sorgente comune. Penso che Ende sarebbe stato felice di vederlo usato per la manifestazione di Fratelli d’Italia. Riporto qui sotto una breve biografia di Atreo, presa dalla Enciclopedia Treccani del 1930, notando che, gira e rigira, tutte le strade portano, sempre, a Roma.

Angelo Paratico

 

Atreo

Figlio di Pelope, padre di Agamennone e Menelao, che da lui prendono il patronimico di Atridi. Dell’antichità di questa figura mitica non si può dubitare, perché il nome non è etimologizzabile, cioè è fornito ai poeti da più antica tradizione, e non è forse neppure greco né indoeuropeo. Chi Atreo fosse originariamente, tuttavia, non si sa, giacché l’attribuzione a lui di una delle tombe nella rocca di Micene, già attestata da Pausania, è evidentemente arbitraria.

L’Iliade dà qualche ragguaglio maggiore su Atreo solo in un passo (II, 105 segg.), e colà è evidente che il poeta ignora ancora la contesa col fratello Tieste e in genere i delitti dei Pelopidi. La leggenda posteriore appare d’un tratto bell’e formata nell’epopea più recente, della quale abbiamo tuttavia scarsissime notizie. Manca anche, completamente, o quasi, la tradizione figurata. E rappresentazione non frammentaria della leggenda non si trova prima del Tieste di Seneca. Per quello che si può ricavare da accenni nell’Agamennone di Eschilo e nell’Oreste di Euripide e dalle citazioni contenute nei ricchi scolî a quest’ultima tragedia, come anche per tutta la leggenda postomerica.

 

 

Teresa Grigolini, una donna straordinaria

Teresa Grigolini, una donna straordinaria

Suora nelle Pie Madri della Nigrizia, Teresa Grigolini nacque a Mambrotta di San Martino Buon Albergo il 18 gennaio 1853. Manifestò, fin da adolescente. Nel 1872 – l’allora giovane Daniele Comboni, le chiese di entrare nell’Istituto di suore dedicate alla missione dei neri nell’Africa centrale. Così, nel gennaio 1874, entrava a Verona, in Via Santa Maria in Organo per diventare Pia Madre della Nigrizia. Morì il 21 ottobre 1931 a 81 anni. Nel 2012 fu iniziata la pratica per la sua beatificazione.

Ringrazio l’amico Gaetano Zanotti per avermi parlato di lei e qui pubblichiamo un bel articolo di Lucetta Scaraffia, sulla rivista dei Comboniani.

 

 

La violenza sessuale è stata fin dalle origini uno dei modi di torturare le donne cristiane che si rifiutavano di abbandonare la loro religione. Il cristianesimo, del resto, è l’unica religione che prevede per le donne la scelta della castità come via spirituale. Una delle novità più travolgenti del cristianesimo antico, infatti, è stata proprio la possibilità per le donne di scegliere la castità, rendendole uguali a monaci ed eremiti, e superiori ai laici appesantiti dalle preoccupazioni familiari.
Ma questa uguaglianza veniva a cadere davanti al martirio. I pagani, infatti, molto colpiti dal numero crescente di vergini cristiane, verso la fine del III secolo avevano cominciato a infliggere loro persecuzioni che assumevano la forma di violenza sessuale o di obbligo a prostituirsi nei lupanari. Si trattava di un tipo di martirio specifico riservato alle donne consacrate al Signore, un martirio che gli uomini non conoscevano e che è ricordato nei primi martirologi cristiani — valga per tutti il celebre caso di Agnese — ma che non è stato sufficiente in sé a determinare la santità: Agnese è venerata come martire perché, dopo essere stata esposta nuda in un lupanare, è stata uccisa. Dopo i primi secoli, finite le persecuzioni, la violenza sulle donne consacrate si è ripetuta più raramente nelle terre cristiane, per ricomparire agli inizi dell’età contemporanea, quando rivoluzioni e invasioni hanno imposto la cacciata delle monache dai monasteri di clausura. Soprattutto è ricomparsa — e purtroppo anche oggi costituisce un rischio reale — per le suore missionarie o che vivono in zone di guerra interreligiosa ed etnica.
Se ne parla poco, si tratta di situazioni difficili da definire e soprattutto da risolvere, specialmente quando la violenza dà origine a un figlio, evento che naturalmente obbliga la suora violentata a rinunciare alla sua vocazione di religiosa.
Su questi episodi gravano ancora l’imbarazzo e la vergogna che, fino a qualche decennio fa, impedivano anche alle nostre società di giudicare le violentate come vittime: su di loro sembrava sempre calare l’ombra della colpa, della connivenza con il violentatore. Se in ambito laico il femminismo ha combattuto per sfatare questo pregiudizio — che induceva molte donne a non denunciare la violenza subita — nel mondo cattolico questa opinione sta scomparendo solo ora, come dimostra il processo di beatificazione che le suore comboniane stanno preparando nei confronti di un’eroica missionaria costretta al matrimonio più di cento anni fa, Teresa Grigolini.
Teresa, una giovane donna che condivide il sogno di Daniele Comboni di «rigenerare l’Africa», fu una delle prime religiose a seguirlo nel 1875 nel Sudan, in luoghi inospitali per il clima e l’estrema povertà, con tanta passione e competenza da essere considerata dal fondatore «il modello della vera suora missionaria dell’Africa centrale, il primo e più compiuto soggetto della congregazione delle Pie madri della Nigrizia».
Altre lettere di missionari comboniani che collaboravano con lei confermano questo lusinghiero giudizio: «Essa — scrive Padre Orwalder dalla missione di El Obeid — è l’anima di tutte: quando lei manca, manca tutto. È portatrice di gioia, di coraggio, e guai a noi se il Signore la prendesse con sé».
Teresa non muore di malattia, come tante coraggiose giovani che l’hanno seguita, ma incontra un supplizio peggiore quando la missione viene occupata dalle truppe vittoriose del Mahdi. Sarà costretta infatti a vivere dieci anni in prigionia, torturata da stenti e timori di violenza, ma soprattutto dal dolore di sentirsi abbandonata dal clero e dalla sua congregazione, che non riuscivano a fare arrivare soccorsi né ad avviare tentativi diplomatici per liberare i prigionieri.
Nelle memorie della prigionia, che scrisse pochi anni prima di morire — un testo drammatico proprio per lo stile scarno e senza fronzoli — Teresa scrive: «Dico che peggio di così non può succedere al mondo». Dopo questi anni, in cui ha sempre resistito alle pressanti richieste di apostasia e ha più volte proclamato di preferire a questa la morte, con le altre suore viene costretta dal Mahdi al matrimonio.
Si organizzano così matrimoni fittizi con alcuni greci, anch’essi prigionieri ma, dopo sette anni in cui non nascono figli, diventa improvvisamente necessario, per la salvezza di tutti, che almeno uno dei matrimoni venga consumato e la nascita di un figlio lo provi. Padre Orwalder decise che si doveva sacrificare proprio Teresa — tutte erano state sciolte dai voti all’arrivo del Mahdi — con una scelta poi contestata duramente, al momento del ritorno in Italia, sia dalla Santa Sede che dalla famiglia Grigolini. Perché richiedere questo drammatico strappo a una missionaria perfetta?
Sappiamo solo che Teresa, seppure con disperazione, ha avuto la forza di obbedire: «Confesso pure la mia miseria, pensai che il Signore mi avesse fatto torto. Per un anno intero — scrive nel memoriale — piansi la mia disgrazia, ma più ancora il giorno della liberazione. Tutti, dicevo tra me, tutti hanno trovato la loro liberazione; le suore al loro convento, e tutti gli altri in seno alle proprie famiglie e ai loro paesi; per me sola non ho potuto trovare né il mio convento né la mia famiglia; e fino alla morte sarebbe durata la mia schiavitù».
Si tratta di un sacrificio, infatti, che implica non solo la fine della sua vocazione religiosa, ma anche quella di ogni speranza: quando l’arrivo degli inglesi liberò i prigionieri sopravvissuti, Teresa rimase incatenata alla sua nuova condizione. Una catena reale, ma anche affettiva: i figli nati dal matrimonio, infatti creavano forti legami con il suo nuovo stato di vita.
Ella inoltre era perfettamente consapevole che la sua scelta non sarebbe stata facilmente capita e approvata da chi in Italia viveva così lontano dal crudele mondo africano. La fine della speranza costituì per lei un momento terribile: «Eccomi dunque, sola soletta in mezzo a quei barbari e tanto lontana da tutto il mondo, senza speranza, neanche lontana, di uscire da quella bolgia infernale». Ma anche allora «metteva confidenza in Dio che, domandandogli perdono mi avrebbe perdonato».
Anche quando non ha più alcuna speranza negli esseri umani, riesce a sperare e ad accettare la volontà incomprensibile di Dio, che le impone di lasciare la vita religiosa che aveva scelto per amor suo: ecco il sacrificio più grande che Teresa compie dentro il suo cuore.
E lo compie totalmente, senza riserve: lo testimonia il suo ritorno alla casa maritale anche quando — tornata in Italia e accettata dalla sua famiglia con i figli superstiti — potrebbe ristabilirsi lì. Decide invece di assumere fino in fondo il suo destino tornando a vivere con il marito a Ondurman e poi a El Obeid. Un marito violento, che lei assisterà fino alla morte, dopo lunga malattia e dopo averlo riportato alla fede. Solo a questo punto, finalmente libera dalla sua croce, tornerà in Italia per vivere quasi nascosta nella casa di un fratello prete, dal momento che la sua congregazione si rifiutava di accoglierla.
Se la rinuncia al proprio io, ai desideri e alla volontà fanno parte di ogni cammino verso la santità, che ha come obiettivo quello di sostituire la volontà propria con quella divina, il caso di Teresa nella sua gravità rimane forse unico e misconosciuto esempio di una via particolare al martirio.
La sua profonda onestà davanti a Dio, che la porta sempre a scegliere la via più difficile ma giusta, l’aiuta anche ad affrontare chi, in famiglia e nella congregazione, tendeva a interpretare la sua scelta matrimoniale come una colpa. Nel memoriale, da lei scritto come una difesa, senza concessioni al patetico, Teresa si assume tutte le responsabilità, e fa capire come la saldezza del suo rapporto con Dio le abbia dato quella pace e quella sicurezza interiore che il mondo esterno le negava.
La sua vicenda, se pure con modalità forse meno drammatiche, è stata condivisa da molte altre missionarie, per le quali la violenza sessuale ha assunto una connotazione particolarmente dura perché, nel caso della nascita di un figlio, ha significato l’abbandono di una vita scelta e affrontata con convinzione, quella religiosa.
Per loro, l’abbandono alla volontà di Dio ha voluto dire addirittura la rinuncia a donarsi a lui. Sono vite nascoste e preziose, che testimoniano come la violenza sul corpo delle donne possa prendere tante forme, alcune delle quali quasi nascoste.