A Roma esistono ancora i ventotto gradini di pietra che Gesù Cristo salì per raggiungere il Pretorio dove stava Ponzio Pilato. Fu dopo averli saliti che nei Vangeli troviamo riportato il drammatico discorso diretto avvenuto fra Lui e Pilato.
Nel Santuario, affidato alla custodia dei padri Passionisti, si conserva anche l’antica cappella privata dei Papi, detta “Sancta Sanctorum”.
Il santuario si trova a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni in Laterano dove fino al XIV secolo, prima della cattività avignonese, sorgeva l’antica residenza dei Papi. Quei ventotto gradini furono fatti trasportare a Roma dalla madre dell’imperatore Costantino, Sant’Elena, che visitò la Terra Santa tra il 327 ed il 328, effettuando numerose ricerche per ritrovare i veri luoghi della vita di Gesù, che l’aveva tanto appassionata.
In occasione dell’Anno Santo sono state tolte tutte le vecchie assi in legno che proteggono gli scalini marmorei e dopo 300 anni sarà possibile poggiare le ginocchia dove Gesù pose il suo piede.
Da piazza San Giovanni in Laterano si può entrare in questo luogo straordinario visitato da milioni di pellegrini provenienti da tutto il mondo. Il Santuario risale all’epoca di Papa Sisto V che lo istituì nel 1590 con la bolla Cum rerum singolarum. Un anno prima il Pontefice aveva chiesto a Domenico Fontana di traslare, in una sola notte, la Scala Santa dal lato nord dell’antico Patriarchio al luogo in cui oggi è collocata, al centro di altre quattro scale. Abbiamo notizie certe che fin dall’anno Mille questi ventotto gradini siano stati identificati dai pellegrini come quelli saliti da Cristo, quando venne giudicato e condannato a morte nel Pretorio di Gerusalemme.
Negli scalini si notano ancora i segni del passaggio dei pellegrini, inginocchiati, che hanno scavato nel marmo coi loro ginocchi.
Terminata l’ascesa si giunge nel cuore del Santuario: la Cappella di San Lorenzo in Palatio, nota come “Sancta Sanctorum”. Originariamente inglobata nel Patriarchio, menzionata per la prima volta nel Liber Pontificalis dell’ottavo secolo, era la cappella privata del Pontefice, dove si svolgevano alcune funzioni della Settimana Santa. Era il punto di partenza della processione che portava il Pontefice appena eletto all’intronizzazione nella Basilica di San Giovanni. Fu in questo luogo Bonifacio VIII concepì l’idea del primo Giubileo del 1300.
Il silenzio e il mistero avvolgono chi accede in questo ambiente caratterizzato da una sacralità senza tempo. Non est in toto sanctior orbe locus recita il grande cartiglio lungo la parete: non esiste al mondo luogo più santo di questo .
La cappella si trova dietro una massiccia porta in bronzo che, varcata, introduce ad un ambiente decorato da elementi gotici e affreschi della Scuola Romana voluti da Papa Nicolò III. Sotto i piedi sta il pavimento cosmatesco costituito da un mosaico di porfido, granito e marmo colorato proveniente dagli antichi monumenti di età imperiale. Appena dentro il sacello lo sguardo è catturato da un’antica icona di Cristo in trono, ricoperta da preziose lastre d’argento fin dai primi anni del secondo millennio. La sua esecuzione è databile tra la fine del V e l’inizio del VI secolo. L’icona è da sempre venerata come il “Santissimo Salvatore”, titolo della vicina Basilica Lateranense. Avvolti nel mistero sono l’autore, le origini e l’arrivo a Roma di questa immagine che un’antica leggenda vorrebbe iniziata dall’evangelista Luca e completata dagli angeli: è detta infatti acheropita ovvero “non dipinta da mano umana”.
Sulla parete antistante la porta d’ingresso della cappella è conservato un reliquiario di legno e cristallo un frammento di legno che la tradizione identifica con una parte del triclinio su cui Gesù s’era adagiato durante l’Ultima Cena, nel primo Giovedì Santo.
L’ 11 aprile 1935, novant’anni fa, Benito Mussolini atterrava con un idrovolante da lui stesso pilotato sulle acque tranquille del Lago Maggiore, prendeva i comandi di un motoscafo ed entrava nel porticciolo sull’Isola Bella, che portava a Palazzo Borromeo. Lo attendevano i massimi rappresentanti politici di Gran Bretagna e Francia, mentre Adolf Hitler non era stato invitato. Le discussioni terminarono tre giorni dopo con la firma di un accordo molto importante, che creò quello che fu definito il ‘Fronte di Stresa’.
Siamo convinti che nessuno nei prossimi giorni ricorderà tale anniversario, che pure ebbe risonanza mondiale e il cui fallimento, provocato dalla eccessiva prudenza della Gran Bretagna, portò diritto alla Seconda guerra mondiale. In Italia non sono stati pubblicati libri su questo tema, contenenti una analisi storica spassionata dedicata agli accordi che vi furono sottoscritti e dei loro tragici sviluppi. Eppure possiamo dire che quei giorni segnarono l’apogeo del prestigio e della fama di Mussolini, più ancora che a Monaco, nel 1938.
Le migliori analisi dedicate a questo argomento sono dovute in Italia a Rosaria Quartararo, una brillante allieva di Renzo De Felice, oppure a storici francesi, citiamo solo Léon Noél Les Illusions de Stresa. L’Italie abandonée a Hitler del 1975, mentre nella storiografia inglese poco è stato scritto, forse perché non si sanno liberare del loro complesso di superiorità, rafforzato da una vittoria nella II Guerra Mondiale che si attribuiscono ma che in realtà andrebbe ascritta all’URSS in primis e agli Stati Uniti in secundis e forse per questo motivo continuano a vedere gli sforzi diplomatici di Mussolini come cosa di poco conto.
Tale accordo è stato definito da Pat Buchanan, nel suo Churchill, Hitler and the Unnecessary War, come ‘il più importante tentativo fatto in Europa per fermare Adolf Hitler prima dell’inizio della II Guerra mondiale’ e, addirittura, rincarando la dose, egli sottolinea che fu una follia, pochi mesi dopo, per la Gran Bretagna di aver votato contro l’Italia e applicato sanzioni punitive per l’invasione dell’Etiopia, spingendola effettivamente nelle braccia di Hitler. La Francia invece accettò obtorto collo la sovranità italiana sull’Etiopia come uno scotto da pagare per mantenere unito il ‘Fronte di Stresa’: una ulteriore dimostrazione della sua importanza.
L’Italia e la Francia desideravano fortemente far fronte comune contro Hitler, il quale, dopo che il 16 marzo 1935 aveva ripristinato la leva obbligatoria e aveva dichiarato di voler creare una flotta aerea e di aumentare il numero di divisioni, stracciando gli accordi sottoscritti a Versailles. Le nazioni vincitrici della I Guerra Mondiale si limitarono a note di protesta, ma l’errore più evidente lo fece la Gran Bretagna inviando John Simon e Antony Eden a Berlino per una visita precedentemente programmata, come se nulla fosse accaduto.
Benito Mussolini pose sul tavolo vari argomenti, anche se la necessità di evitare l’Anschluss dell’Austria fu quello centrale. Egli esordì mostrando di conoscere bene la situazione a Vienna, dicendo ai rappresentanti della Gran Bretagna, Ramsay MacDonald e John Simon, e a quelli francesi, Pierre Laval e Pierre-Etienne Flandin, che una coscrizione obbligatoria in Austria avrebbe voluto dire la fine della sua neutralità, dato che i giovani austriaci erano tutti filo-nazisti.
Pochi lo sanno ma nel 1935 Mussolini tentò di organizzare un colpo di Stato in Austria, fissato per il 2 giugno 1935, per sottrarla alle mire naziste, d’accordo con Starhemberg che rassicurò dicendogli che Francia e la Gran Bretagna lo avrebbero sostenuto, ma Von Papen e Schuschnigg lo vennero a sapere e il piano saltò. Siamo a conoscenza di questo piano grazie a una lettera di Corbin a Laval, nella quale nota che: “Sembra un’opera buffa, ma ci sono i cannoni sullo sfondo”.
Mussolini non voleva la Germania al Brennero e auspicava che l’Austria restasse una nazione cuscinetto, inoltre desiderava avere un avallo che gli consentisse l’occupazione dell’Etiopia, per vendicare l’onta di Adua. Non si parlò esplicitamente dell’invasione dell’Etiopia, ma Mussolini fece delle pesanti allusioni, facendo capire che in cambio di quelle terre egli avrebbe sostenuto le altre potenze europee contro la Germania nazista. Nessuno eccepì o lo avvertì di non azzardarsi a farlo. Se lo avessero fatto, dubitiamo che Mussolini avrebbe mosso l’esercito e, come ebbe poi a dire lo stesso primo ministro francese, Pierre-Etienne Flandin, se la Gran Bretagna fosse stata chiara da subito non avrebbero inflitto poi una cocente umiliazione a Mussolini, il quale agiva in accordo con Vittorio Emanuele III. Prova della propensione a un compromesso da parte di Mussolini fu il fatto che si mostrò disposto ad accettare il piano Hoare-Laval, per una occupazione solo parziale dell’Etiopia, prima che una soffiata lo rendesse pubblico, provocando indignazione in tutto il mondo. Dunque la Gran Bretagna, il Paese con più colonie al mondo, votò per le sanzioni all’Italia che attaccava l’Etiopia. Ma come poi ebbe a dire il sottosegretario permanente al Foreign Office, Vansittart: “Con questo fiasco perdemmo l’Abissinia, perdemmo l’Austria, creammo l’Asse, e rendemmo inevitabile la prossima guerra con la Germania”.
La Gran Bretagna – il suo nomignolo di Perfida Albione in questo caso è meritato – tenne un comportamento assai ambiguo in quegli anni, credendo di poter addomesticare Hitler, la cui natura sanguinaria e i cui fini Benito Mussolini conosceva benissimo e, subito dopo Stresa, cedettero alle lusinghe naziste firmando, il 18 giugno 1935, per un accordo navale, senza informare Francia e Italia, che pose in proporzione diretta Germania e Gran Bretagna per numero e tonnellaggio in navi da guerra, di fatto annullando sia gli accordi di Stresa che quelli di Versailles.
Benito Mussolini s’infuriò ma si convinse che Hitler non poteva più essere fermato e che, pertanto, all’Italia conveniva cavalcare la tigre.
Italo Calvino fu per anni il responsabile delle pagine culturali dell’Unità e fu sempre molto prossimo al mondo comunista. Questo aiutava molto, per usare un eufemismo, negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia. Francamente ho sempre trovato indigeribili i suoi romanzi che pure hanno vinto premi e sono stati tradotti in varie lingue nel mondo. Sono ben cesellati e torniti ma non mi hanno mai comunicato nulla, parlano e alludono a cose che trovo inutili e noiose. Confesso di non essere mai riuscito ad andare oltre alla terza o alla quarta pagina. Questo, certamente, per mancanza mia. Di Calvino ho apprezzato molto le sue Lezioni Americane e un libro di focose lettere scritte a Elsa De Giorgi.
Ecco qui una bella descrizione di queste lettere, solo in parte pubblicate:
“Passato alla storia della letteratura come un letterato schivo, riservato, a tratti persino freddo, Calvino, è stato un uomo appassionato e passionale. Lui ed Elsa De Giorgi furono amanti, negli anni tra il ’55 e il ’58 e, a testimoniare il loro amore, vi è un carteggio di lettere (ben 407) conservate interamente nel Fondo Manoscritti di Pavia. Nel 1990, infatti, proprio la De Giorgi decise di pubblicarne alcune sulla rivista “Epoca” e alcune di queste sono state riprese qualche anno fa dal “Corriere della Sera”, con un comprensibile disappunto da parte della vedova dello scrittore”.
Elsa De’ Giorgi, nata Elsa De Giorgi Alberti nacque nel 1914 e fu una delle attrici più amate del cinema dei “telefoni bianchi”; proveniva da una nobile famiglia e appena 18enne iniziò la sua carriera, agevolata dalla sua grande bellezza. Nel 1948 sposò il Conte Sandrino Contino Bonacossi, partigiano e collezionista d’arte; nella loro Villa di Roma ricevevano personalità del calibro di Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso ed Elsa era piuttosto stimata in quanto donna e in quanto letterata. Nel 1955 conobbe Italo Calvino; all’epoca lo scrittore – dieci anni più giovane di lei – si occupava dell’ufficio stampa alla casa editrice Einaudi.
I due iniziarono a collaborare e il lavoro sfociò ben presto in un amore difficile e furioso, fatto di incontri proibiti, corrispondenze, di viaggi in treno tra Roma e Torino.
La loro relazione finì sui giornali di cronaca e terminò nel 1958, lasciando uno strascico di polemiche. A un certo punto lei si presentò in redazione con una pistola carica in mano per uccidere Calvino, ma fu convinta a soprassedere. A testimonianza di questo rapporto resta il corpus epistolare che la filologa Maria Corti, una delle poche ad averlo letto nella sua interezza, ha dichiarato essere “il più bello del Novecento italiano”. La stessa Elsa De’ Giorgi si batté per far capire quanto questa relazione avesse inciso non solo sulla formazione di Calvino, in quanto uomo, ma anche e soprattutto sul Calvino scrittore.
1902. Re Vittorio Emanuele a Napoli sale sulla nave Marco Polo tornata dalla Cina.
La Dante Alighieri non è né letteraria né politica, ma è qualcosa di più nobile e di più alta: è una società nazionale, che raccoglie tutti i partiti, che si propone non di aggredire qualcuno, ma difendere ciò che è il nostro patrimonio più caro e la nostra speranza, la lingua e il sentimento della nazionalità italiana.
Giosuè Carducci
La società Dante Alighieri fu creata nel 1889 a Roma (o a Milano?) dallo studioso e uomo politico napoletano Ruggero Bonghi (1825-1895) con il sostegno di Giosuè Carducci (Pietrasanta, 1835 – Bologna, 1907) e del giurista e accademico Giacomo Venezian (Trieste, 1861 – Castelnuovo del Carso, 1915). Fu il Venezian, di famiglia israelita ma convertitosi al cattolicesimo, che propose al Carducci di fondare una società per tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Giosuè Carducci accettò la proposta di Venezian e ne divenne un instancabile sostenitore. Ruggero Bonghi divenne poi il suo primo presidente e solo qualche anno dopo la sede della Società fu registrata a Roma come Ente Morale (R.D. n. 347 del 18.7.1893).
Alla morte del Bonghi, il nuovo Presidente eletto al Congresso, tenutosi a Milano, fu l’illustre storico e politico napoletano, Pasquale Villari (1827-1917), che trasformò la Società Dante Alighieri in un’organizzazione diffusa in tutto il mondo, ben strutturata e con fondi sufficienti. Nonostante il suo percorso accidentato, le sue non infrequenti “svolte”, i suoi compromessi col potere centrale, la Dante Alighieri riuscì a mantenere nella sua attività all’estero una continuità, indipendenza e una forte coerenza. Il suo progetto iniziale non venne mai dimenticato: il mantenimento dell’identità nazionale, soprattutto fra gli italiani emigrati all’estero, un sentimento che, inevitabilmente, tende ad affievolirsi con il passare del tempo. Questo restò l’obiettivo primario della associazione, creata in tempi difficili, per difendere le tradizioni italiane. Sottolineando il lato eminentemente culturale della Dante Alighieri, Pasquale Villari disse, il 30 settembre 1897, al VIII Congresso, tenutosi a Milano: Vorrei dissipare alcuni equivoci, alcuni errori, che persistono sullo scopo vero della Società nostra. Nonostante i molti discorsi fatti in contrario, vi sono sempre alcuni che credono che si tratti in sostanza di una società politica che punta ad un irredentismo più o meno mascherato. Ma se così fosse, noi non saremmo fedeli né al nostro statuto, né al nostro programma, né alle esplicite dichiarazioni in molte occasioni ripetute. Il nostro statuto dice chiaro che si tratta di diffondere la lingua e la cultura del paese, ovunque, fuori dai confini si trovano italiani. E quindi, nell’America del Sud e nell’America del Nord, a Tunisi, in Alessandria d’Egitto, a Trento, in Corsica, a Malta, nel Cantone Ticino, ecc. Sarebbe strano davvero il voler raggiungere uno scopo così vasto, così generale, res qualunque sia il Governo sotto cui, fuori d’Italia, si trovano gli Italiani, essi hanno il diritto di promuovere il loro progresso intellettuale e morale, mantenendosi in rapporto ideale con la madre patria. Noi miriamo ad agevolare, a promuovere questo loro progresso, con la diffusione fra loro tutti della lingua e della cultura nazionale. Questo è lo scopo, questa è la ragione vera della nostra Società.
Pasquale Villari passò poi a ricordare gli eventi che portarono alla sua creazione:
Io credo di essere stato presente alla prima manifestazione di questo bisogno, quando per la prima volta balenò nella mente degl’Italiani l’idea di diffondere la lingua e la cultura nazionale al di fuori dei nostri confini. Fu nel 1861, quando a Torino era ministro dell’Istruzione Francesco de Sanctis. Io che gli ero stato discepolo, e gli ero diventato amico mi trovavo colà per pochi giorni. Una mattina egli mi diede alcune carte, pregandomi di esaminarle e di dirgli cosa pensavo. Era una lettera del conte di Cavour, il quale mandava una relazione del Console generale di Alessandria d’Egitto, dicendo: ‘Questo è un affare che deve interessare il Ministro della pubblica istruzione. La prego perciò di esaminarlo e di darmi il suo avviso.
La relazione del Console narrava che, nel giorno dello Statuto, i maggiorenti della colonia s’erano adunati e con un entusiasmo indescrivibile, al grido di viva l’Italia e viva il Re, avevano iniziato una sottoscrizione, che in poche ore raggiunse la cifra di 140.000 lire, per fondare colà una scuola e un convitto nazionale. Domandavano aiuto, consiglio e direzione dal governo. Io scrissi allora una lettera al De Sanctis nella quale dicevo, che mi sembrava una cosa della massima importanza, e atto di savia politica aiutare non solamente la scuola d’Alessandria d’Egitto, ma tutte le scuole italiane all’estero. Questa fu la prima manifestazione di un bisogno sentito spontaneamente, senza ombra di partito politico, negl’Italiani stessi che si trovano fuori d’Italia, e si volevano tenere, in spirito almeno, congiunti con essa. Partii poco dopo da Torino e di questo affare non seppi più altro. Più tardi, quando erano ministri della pubblica entro i limiti di una questione politica determinata. Qualunque sia la regione, per alcuni mesi segretario generale, collaborai con Aristide Gabelli alla fondazione d’un ufficio per le scuole all’estero in quel Ministero. Dopo la caduta di Bargoni e del Correnti le cose procedettero più o meno fiaccamente, fino a che il Cairoli (1878) e il Crispi (1879) trasferirono ed ordinarono quell’ufficio presso il Ministero degli Esteri, dove si trova ora affidato alle cure di un Ispettore che se ne occupa con grande zelo e non minore intelligenza. Essa si propone di diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo per conservare i legami spirituali dei connazionali all’estero con il paese d’origine e per ravvivare tra gli stranieri l’amore e l’interesse per la cultura italiana”.
Il sostegno alla Dante Alighieri non venne mai fatto mancare dal fiore degli intellettuali italiani, non solo da Giosuè Carducci, ma anche da Benedetto Croce, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Sergio Panunzio, Cesare Battisti e Bino Sanminiatelli, solo per citarne alcuni.
Il primo comitato della Dante in estremo Oriente fu creato a Bangkok
Il primo comitato della Dante in Oriente fu quello della Tailandia, fondato nel 1916, con 31 italiani residenti a Bangkok, ingegneri e architetti perlopiù toscani, che versarono una quota d’iscrizione.
La presenza di parecchi ingegneri e architetti italiani a Bangkok era stata determinata dal tentativo della monarchia tailandese di adeguarsi ai tempi, sviluppare relazioni con le potenze occidentali e importare idee nuove, come aveva fatto, ottenendo risultati spettacoli, il Giappone, una volta uscito dal suo dorato isolamento.
A re Mongkut successe il figlio quindicenne Chulalongkorn (Rama V; regno 1868-1910). A causa della giovane età di Chulalongkorn, il Paese fu governato da un reggente fino alla maggiore età del principe, raggiunta nel 1873.
Chulalongkorn dovette affrontare le continue pressioni occidentali e mantenne la politica del padre di fare concessioni territoriali all’Occidente, nella speranza che il Siam potesse mantenere la sua indipendenza complessiva.
Nel 1893, dopo che le cannoniere francesi avevano forzato la risalita del fiume Chao Phraya fino a Bangkok, fu costretto a cedere alla Francia tutti i territori laotiani a est del fiume Mekong, e nel 1907 i francesi si impossessarono di tre territori nel nord-ovest della Cambogia e del territorio laotiano a ovest del Mekong che erano stati sotto la tutela siamese. Due anni dopo, il governo siamese perse i diritti su quattro Stati malesi a favore degli inglesi. La creazione di un esercito moderno fu in effetti una risposta diretta alla minaccia di dominazione che il Siam dovette affrontare, in particolare da parte della Francia, alla fine del XIX secolo.
E in questo spirito vennero invitati ingegneri, artisti e architetti italiani a fornire il loro contributo alla modernizzazione dello stato siamese.
In Cina la prima sede della Dante fu posta a Tianjin
Tianjin era una città suddivisa in vari settori affidati a nazioni straniere. L’Italia nel 1900, grazie all’opera del Marchese Giuseppe Salvago Raggi, riuscì ad ottenere circa un chilometro quadrato di territorio, strappandolo ai russi, che già se ne erano appropriati. L’Italia vi investì ingenti somme, per costruire abitazioni, una caserma, una fontana ma non ne trasse mai alcun vantaggio dal punto commerciale.
Un comitato della Dante vi fu creato nel 1926, ma restò pressoché inattivo. Ripartì nuovamente nel 1936, con vari iscritti e con lezioni di lingua e di cultura italiana.
Dobbiamo citare qui una incresciosa vicenda accaduta in quel tempo e che coinvolse il locale presidente della Dante, subito dopo che l’Italia, cedendo alle pressioni naziste, decise di escludere da incarichi di responsabilità e d’insegnamento tutte le persone di etnia ebraica. Il presidente della Dante di Tianjin a partire dal 1936 era il conte Vittorio Levi Schiff, capitano di lungo corso e decorato al valore militare, il quale rassegnò immediatamente le dimissioni dopo che seppe della promulgazione della Leggi sulla Razza in Italia (Legge 1024 del 13 luglio 1939).
Negli archivi di Roma resta una sua drammatica lettera inviata dal Console d’Italia a Tianjin, Ferruccio Stefanelli, con la quale informava la Dante di Roma che “il nazionale di razza israelitica Vittorio Levi Schiff ha presentato le dimissioni dalla carica sin qui ricoperta, rimettendo nel contempo a questo Consolato il carteggio del Comitato”.
Difficilmente possiamo immaginare la rabbia e il dolore per questo tradimento subito dal comandante Levi Schiff, il quale “si dimise” non solo da presidente della Dante ma anche da italiano, partendo con la propria famiglia alla volta degli Stati Uniti e poi acquisendo un passaporto statunitense.
La lettera del console Stefanelli nella quale annuncia le dimissioni del presidente della Dante Alighieri per motivi razziali.
La Dante a Shanghai fu fondata nell’aprile del 1934
Fu fondata per iniziativa del Comm. Luigi De Luca, una figura presente a Shanghai da decenni, prima come ispettore alle Dogane cinesi e poi come trasportatore marittimo e dal Console d’Italia, Luigi Neirone, che successe a Galeazzo Ciano. L’atto costitutivo mostra la presenza di molti altri personaggi italiani, il responsabile dei Salesiani di Shanghai, Padre Fontana, l’Agente del Lloyd Triestino, Soprani e via dicendo.
Anche in questa città l’Italia possedeva una propria concessione, come a Tianjin, acquisita grazie all’intervento del Marchese Salvago Raggi, subito dopo la guerra dei Boxer del 1901.
Anche a Hong Kong la Dante arriva nel 1934
La mia conoscenza di Hong Kong e degli affari cinesi s’estende ormai per un quarto di secolo e nulla mi causa maggiore ansia del fatto che la comunità cinese ed europea di Hong Kong, seppur in contatto quotidiano, si muovono comunque in mondi diversi, senza avere alcuna vera comprensione del modo di vivere o modo di pensare reciproci. Questo è una spiacevole situazione che ritarda il progresso della Colonia, sia da un punto di vista morale, che intellettuale e commerciale.
Sir Cecil Clementi, 1926
Questa citazione di Sir Cecil Clementi (1875 – 1947) ben fotografa le due Hong Kong degli anni Trenta. Clementi fu un abile governatore di Hong Kong dal 1925 to 1930. Un uomo di grande cultura classica e che parlava perfettamente il cantonese. Era sbarcato a Hong Kong nel 1899 e il suo cognome italiano lo aveva ereditato dal bisnonno, Muzio Clementi (1752 –1832), un compositore e pianista, che si trasferì in Inghilterra dalla natìa Roma.
Sir Cecil viene ancora oggi ricordato come uno dei più colti e attenti governanti della Colonia, in un periodo pieno di difficoltà. Il suo successore come Governatore di Hong Kong fu Sir William Peel (1875 –1945) che governò la Colonia dal 1930 al 1935. Peel fu anche lui un abile amministratore ma non possedeva la profonda conoscenza del mondo cinese di Clementi, forse perché la sua esperienza maturò in Malesia e a Singapore. Fu nel 1934 che i pochi italiani residenti nella Colonia britannica e a Macao decisero di fondare una sede della Dante Alighieri.
La gran parte delle società attive a Hong Kong proibivano contatti sentimentali con persone dell’opposto sesso e di diversa etnia. E questo tabù esisteva anche per i cinesi. Un europeo che si metteva con una ragazza cinese rischiava di perdere il proprio lavoro e la ragazza cinese perdeva il supporto della sua famiglia. Clementi conosceva questo stato di cose, per esempio il fatto che un cinese non potesse aver casa sul Peak, ma i suoi poteri per cambiare la mentalità e le regole, come avrebbe voluto erano limitati. Riuscì però a far entrare nel Executive Council un cinese, Chow Shou-on nel 1926 e spinse per la creazione di un club aperto a tutte le etnie, una proposta rivoluzionaria per quei tempi. La società di quel tempo era molto classista, ma questo era vero anche per le upper and working class britanniche. A quel tempo una classe media cinese a Hong Kong non esisteva, esistevano i super ricchi che vivevano nel loro mondo, ma tutti i cinesi che si vedevano camminare per strada erano dei semplici lavoratori.
Per gli europei, verso il 1934, le occasioni di condurre una vita sociale erano piuttosto limitate. Per colazione, per pranzo (tiffin), per il tè e per cena bisognava vestirsi adeguatamente. Soprattutto la cena era sempre un affare piuttosto complicato. Le abitudini alimentari europee, mangiare verdura cruda, bere acqua non bollita, a differenza di quanto facevano i cinesi, li esponevano al pericolo di infezioni, le donne e gli uomini dovevano vestirsi di panni di lana. Non per nulla Hong Kong era conosciuta come “la tomba dell’uomo bianco”. Basta fare due passi nel cimitero di Happy Valley per rendersene conto.
Concerti e spettacoli teatrali erano degli importanti diversivi che potevano rischiarare una settimana, altrimenti noiosa, anche se non andavano mai oltre la mezzanotte. Le notti in bianco di Shanghai erano celebri in tutto il mondo, ma non venivano accettate nella più puritana Hong Kong.
La radio fece la sua comparsa a Hong Kong nel 1930, con una stazione ZBW che aveva un solo dipendente, il quale si occupava di tutto e che trasmetteva musica e notiziari per i pochi fortunati possessori di un apparecchio ricevente.
Una delle prime cantanti create dalla radio di Hong Kong fu Amina el Arcoulli, che possedeva una limpida voce e che aveva studiato presso un tenore italiano attivo a Hong Kong, un tal Gualdi. Dato che esisteva una sola stazione bisognava accettare quello che passavano. Nel 1934 si cominciò a costruire dei cinema con aria condizionata, che mostravano le ultime pellicole prodotte a Hollywood.
Nel 1933 il drammaturgo irlandese George Bernard Shaw passò per Hong Kong e, parlando alla Unione degli Studenti creò scandalo affermando che non dovevano credere alla storia che gli veniva insegnata a scuola e che avrebbero dovuto ascoltare professori di storia alternativi che vedevano le cose in maniera diversa. Nei primi anni Trenta circolavano a Hong Kong 1412 automobili, la gran parte erano Austin, seguite dalle americane Studebakers e Chryslers, Rolls-Royce la FIAT era ben rappresentata, con 78 esemplari, e non esistevano ancora delle Mercedes Benz.
La popolazione di Hong Kong nel 1934 era stimata in 700.000 persone, meno di 13.000 erano non cinesi, e fra di questi si pensava che solo un decimo fossero donne. Su dieci europei, nove erano di sesso maschile. Lo stesso si poteva dire della popolazione cinese, per la gran parte lavoratori entrati dalla Cina e che lasciavano mogli e figli oltre il confine. Questa situazione a livello popolare provocò un incremento delle attività di prostitute, e a un livello superiore provocò ciò che venivano dette “fishing expedition” di donne occidentali, in cerca di un buon partito da impalmare. La lotta doveva essere serrata, dato che padre De Angelis della Rosary Church di Kowloon nelle sue prediche minacciava di finire all’inferno tutte le donne cristiane che indossavano pantaloncini e gonne con alti spacchi per tentare gli uomini.
Eugenio Zanoni Volpicelli
Il console d’Italia fu Eugenio Zanoni Volpicelli (dal 1899 sino al 1919) che fu un poliglotta e uno scrittore innamorato di Dante Alighieri. Tradusse in cinese una parte dei canti della Commedia e del Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria.
I primi contatti tra la Sede Centrale e il Console Generale d’Italia, Alberto Bianconi, per l’apertura di un
Comitato ad Hong Kong risalgono al 1933, ma si concretizzeranno solamente l’anno seguente. In una lettera del 7 febbraio 1934 il Console Bianconi si dice interessato alla creazione di un Comitato locale e pronto a promuovere l’iniziativa, ma teme di non riuscire ad ottenere buoni risultati a causa delle dimensioni ridotte della comunità di italiani lì residenti e della loro media estrazione sociale. Il commendatore Camillo Canali, in una lettera del 13 febbraio, informa il presidente Felice Felicioni di un colloquio avuto con il console Bianconi, durante il quale è emersa la difficoltà nell’apertura della sezione. La colonia italiana è composta da una ventina di connazionali, tutti di modesta estrazione e poco attivi in ambito sociale, anche la sezione del PNF, il cui segretario è Alfonso Piovanelli, proprietario di due alberghi in città e rappresentante dell’ENIT, esiste solo formalmente. Il commendatore suggerisce di nominare Piovanelli come “corrispondente” della Dante e mettergli a disposizione materiale di propaganda in lingua inglese da distribuire tra i connazionali ma anche tra i coloni inglesi, per far conoscere gli scopi e l’attività della Dante, del fascismo e dell’Italia. Il 28 luglio il Console ringrazia per le pubblicazioni ricevute e dice di stare organizzando il Comitato, che verrà ufficialmente costituito il 24 novembre. Al Comitato hanno aderito numerosi stranieri oltre alla piccola colonia italiana; il programma prevede sei conferenze sull’Italia e una serie di concerti mensili
di musica italiana. Inoltre, rispondendo ad un’offerta avanzata dalla Sede Centrale, si accetta la spedizione di una biblioteca di letteratura italiana moderna da mettere a disposizione della comunità. Il consiglio direttivo risulta così composto: presidente console Bianconi; vicepresidente G. Pocros de Marin, ex direttore dell’Educazione pubblica; segretario e tesoriere l’architetto Ugo Gonella. Il Comitato non si impegna nella promozione di corsi di italiano, perché ad Hong Kong, già dal 1933, è presente una scuola italiana gestita dalle suore canossiane che impartiscono un corso elementare, con lezioni ogni sabato.
Quest’anno cadrà l’80 anniversario della fine della II Guerra mondiale. In Italia le festività per celebrare l’anniversario cadranno il 25 aprile, ovvero nel giorno stabilito dal Comitato di Liberazione Alta Italia per una insurrezione generale per stroncare la resistenza nazifascista.
In quel giorno, però, non accadde gran che, anche se le truppe naziste, pressate dagli Alleati, erano in fase di ritirata, seppur attente e molto armate. Diverse le cose il 26 e 27 aprile, dove i partigiani intervennero, a volte anticipando le truppe Alleate. La prova che il 25 aprile non accadde molto è il fatto che Benito Mussolini, la sera del 25 aprile 1945, senza una scorta e con poche auto di fedelissimi, uscì tranquillamente da Milano senza incontrare opposizione.
La II guerra mondiale non finì il 25 aprile ma si trascinò sino al 8 maggio 1945, data della firma della resa tedesca con gli Alleati. I sovietici firmarono il 9 maggio e quindi la Russia festeggia in quel giorno. La resa in Italia di ottocentomila fra tedeschi e repubblichini, avvenne il 29 aprile, come effetto degli accordi raggiunti con l’Operazione Sunrise, fra il generale delle SS Karl Karl Wolff, il barone Perrilli e Alan Dulles, futuro capo della CIA.
Se non ci fossero stati i militari americani, inglesi e i soldati del regio esercito, la guerra non l’avrebbero potuta vincere i partigiani. Questi fatti sono incontestabili e da tutti accettati, tranne che dall’ANPI, che non perde mai occasione di contestarli. Il 16 gennaio 2025, a Udine, il generale dei carabinieri, Carmelo Burgio, a Udine ha parlato della guerra di liberazione. E in questa occasione, l’ufficiale ha sottolineato tale ovvietà: «Dopo l’8 settembre del 1943 non è evaporato il Regio Esercito, non si son visti gli Alleati oziare e divertirsi ballando il boogie-woogie a Napoli, non è sbarcata una flotta di marziani tramutatasi in partigiani che hanno liberato l’Italia. Le Forze armate hanno pagato un alto prezzo di vite umane, comprendendo chi aveva le stellette sulla giubba, internati militari che non hanno ceduto alle lusinghe nazi-fasciste, e chi si è dato alla macchia e ha operato nelle formazioni partigiane non potendo raggiungere l’esercito del Sud». Questo vuol dire che, secondo il generale Burgio, non ci sarebbe stata alcuna liberazione se non fossero intervenuti gli Alleati e se anche le nostre forze armate non avessero pagato un alto prezzo in termini di sangue.
Come scrive Angelo Paratico nel suo libro Un Re e il suo Burattino Gingko, 2024: “Le Forze Armate italiane diedero un grosso contributo alla liberazione della Penisola, l’offensiva finale ebbe inizio il 9 aprile 1945, sul fronte della VIII armata britannica, il 14 entrò in azione la V armata americana. Il 21 aprile cadeva Bologna e così, di colpo, saltò il fronte difensivo tedesco in Italia. I “badogliani” come venivano chiamati spregiativamente i militari del regio esercito, avevano, alla fine della guerra,
300.000 soldati nella fanteria; 75.000 in marina, che disponeva di cinque corazzate, cinque incrociatori, 46 unità leggere e 36 sommergibili; l’aeronautica contava su 31.000 effettivi.
I partigiani, oltre la linea Gotica, ammontavano a circa 89.000 uomini e donne, di cui 32.000 comunisti inquadrati nelle formazioni Garibaldi e 57.000 apolitici. Da queste cifre appare chiaramente come il movimento partigiano ebbe un ruolo secondario o, meglio ancora, terziario nella lotta di liberazione. Per questo motivo festeggiare il 25 aprile come giorno della liberazione, non fa un buon servizio alla verità storica e minimizza i sacrifici e le perdite umane dei militari Alleati, e di quelli italiani. Vero è che l’Italia fu liberata anche dai partigiani ma lo fu soprattutto dagli eserciti del Regno Unito, degli Stati Uniti e da quello monarchico italiano che, formalmente, obbediva al luogotenente del Re, Umberto II. Il 25 aprile 1945 fu una data funesta per tutta l’Europa, perché sul ponte di Torgau s’abbracciarono i soldati sovietici e quelli americani. Certo, la pace s’avvicinava ma l’incontro marcò la fine dell’indipendenza e della centralità europea: fu il finis Europae che segnò il culmine di quel grande processo che Jean Montigny definì “il complotto contro la pace”.
Il 25 aprile che festeggiamo in Italia, in modo sempre più fazioso, è una ricorrenza che andrebbe spostata al 8 maggio, come negli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Armenia, Repubblica Ceca, Estonia e via dicendo. L’8 maggio segnò la vera chiusura della guerra e andrebbe commemorato da tutti noi, giacché nulla è più prezioso di una onorevole pace”.
La Gran Bretagna manderà ad Atene per un lungo prestito i marmi del Partenone esposti al British Museum di Londra, complice la chiusura del museo londinese per restauri. A riaprire il dibattito internazionale sulla restituzione dei marmi alla Grecia è stata proprio l’Italia, in particolare la Sicilia, che nel 2022 ha aperto la strada. Infatti nella stupidità e nella sciatteria ci distinguiamo sempre e siamo i primi a tagliare il traguardo.
Scrive l’ANSA: “Su iniziativa dell’allora assessore dei Beni Culturali della Regione Siciliana, Alberto Samonà, infatti, si decise che il cosiddetto “frammento Fagan” raffigurante un piede della Dea Artemide e custodito dal 1820 al Museo Salinas di Palermo, perché parte della collezione archeologica dell’allora console inglese Robert Fagan, ma in realtà appartenente al fregio orientale del Partenone, dovesse tornare ad Atene ed essere ricollocato al proprio posto, nel grande fregio, esposto nel Museo dell’Acropoli”.
Il ministero italiano della cultura dovrebbe avocare a sé tutte queste attività e non permettere a un privato di gestire queste operazioni che competono invece allo Stato Centrale. Questa cessione sicialiana impoverisce l’Italia e il turismo siciliano, senza apportare nessun beneficio.
Continua il bollettino ANSA: “L’operazione fu possibile grazie a uno sforzo diplomatico che Samonà portò avanti, intavolando un rapporto diretto con il Ministro della Cultura della Repubblica Ellenica Lina Mendoni, e al lavoro sinergico dell’allora direttrice del Museo Salinas Caterina Greco e del direttore del Museo dell’Acropoli Nikolaos Stampolidis”.
Si era già scritto della restituzione di un vaso antico da parte degli eredi di Alcide De Gasperi, che doveva essere di proprietà dello Stato, non proprietà privata di uno statista:
Ad accogliere ad Atene il fregio del Partenone fu il Primo Ministro della Repubblica Ellenica Kyriakos Mitsotakis, che parlò di evento epocale ringraziando pubblicamente la Sicilia e l’Italia per la riconsegna del frammento del Partenone. Un anno dopo anche la Santa Sede, su iniziativa di Papa Francesco, donò alla Grecia altri tre reperti del fregio custoditi nei Musei Vaticani.
“Si avvicina il giorno in cui i marmi del Partenone torneranno finalmente ad Atene – commenta Alberto Samonà – e posso dire, con un pizzico di orgoglio, che proprio grazie al nostro gesto, il dibattito internazionale sul rientro a casa delle parti mancanti del fregio di Fidia, ha trovato nuova linfa. La via maestra, in un mondo di lacerazioni e di conflitti, è proprio la collaborazione e la cooperazione internazionale nel nome della Cultura, che da sempre reca con sé un messaggio di dialogo e di pace”.
La cupio dissolvi italiana continua, come se fossimo un accampamento di hippy e non una Nazione.
Siamo certi che anche in Grecia, non solo in Francia e Gran Bretagna, esistono reperti italiani che andrebbero restituiti all’Italia, seguendo lo stessa linea di azione, perché non ne parliamo? Ricordiamo che se questi frammenti, inclusi quelli sottratti da Lord Elgin e ora al British Museum, non fossero stati sottratti probabilmente oggi non esisterebbero più, certamente non nel loro stato di conservazione. Perché Parigi non ci restituisce i taccuini di Leonardo Da Vinci e molto altro? Perché la Gran Bretagna non ci restituisce metà del British Museum?
Bisognerebbe far passare una norma a livello internazionale secondo cui tutti quei reperti ben conservati e aperti alla visione pubblica, sottratti da più di 200 anni, possano restare dove stanno. Altrimenti inizierebbe un tira e molle generale che intaserebbe tutte le corti di giustizia del mondo.
Un mio libro stampato anche da Amazon non può essere pubblicizzato a pagamento su Amazon. Perché? Perché si parla di Benito Mussolini, e dicono che la verifica è stata fatta da un umano e che non ha passato il loro standard. Eppure si tratta di un saggio storico…
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“Ecco un libro che mancava e che andava scritto!”. Questo è stato il mio primo pensiero una volta ricevuto il libro di Bruno Perrone, intitolato: L’eredità del colonnello Attilio Vigevano. Storia del primo direttore del SIM. La memoria del mondo editore, 2024. Introduzione di Maria Gabriella Pasqualini.
Attilio Vigevano (1874 –1927) nacque a Turbigo il 5 febbraio 1874 e morì a Roma. Conosco l’autore dai tempi delle scuole elementari, anche se giunti alle scuole superiori ci siamo persi di vista. Bruno Perrone è stato per decenni il medico condotto del nostro paese, Turbigo, in provincia di Milano. Suo padre fu un ufficiale pilota durante la Seconda guerra mondiale e al termine del conflitto si stabilì dove ora vive e opera il figlio. La storia è sempre stata una grande passione per Bruno Perrone, il quale è stato anche assessore alla cultura dal 2011 al 2016.
Come racconta nel suo avvincente excursus storico, Bruno Perrone scoprì Attilio Vigevano durante un congresso medico a Parigi, dove trovò su una bancarella il libro di Giorgio Boatti, uscito nel 1987, intitolato Le spie imperfette. Vi si accenna a Vigevano e si dice: “Nacque a Turbigo nel 1874 e iniziò la sua carriera negli Alpini nel 1893”. Questa notizia era sconosciuta a tutti noi turbighesi, pur essendo stata sua madre una Bonomi, cognome quasi-aristocratico nel nostro piccolo comune, posto sulla riva sinistra del Ticino, fra Novara e Milano.
Purtroppo, le notizie su Vigevano sono scarse pur essendo stato un militare che fece una notevole carriera e scrisse vari libri che mantengono una loro attualità e in ciò, giustamente, il Perrone scorge quasi una sua precisa volontà di non volersi vantare e addirittura di nascondersi, un po’ come per M, il misterioso ammiraglio, capo di James Bond.
Fu sottotenente degli alpini dal 1893, dopo aver frequentato la Scuola di Guerra, entrò nel Corpo di Stato Maggiore. Partecipò alla Campagna d’Africa Orientale del 1896 terminata con la disfatta di Adua e successivamente insegnò storia militare all’Accademia Militare di Modena. Nel 1911 partecipò alla Guerra italo-turca, a cui seguì un nuovo periodo di studi all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale fu assegnato al 7º Reggimento Alpini dove diresse l’Ufficio Informazioni della 4ª Armata, di stanza a Belluno, con competenza sul Trentino e sul Tirolo. Comandò poi il 39º Reggimento di fanteria cecoslovacco, formato da disertori dell’esercito austro-ungarico. Nel 1919 il capitano Vigevano venne inviato in Carinzia, quale Capo dell’Ufficio Informazioni, e ci rimarrà fino al 1921.
Possiedo una lettera manoscritta di Vigevano, in cui risponde alla madre di un soldato andato disperso, e con molta umanità le dice che purtroppo non si trova traccia del corpo del figlio ma che verranno fatti tutti gli sforzi necessari per farle avere notizie.
Con il grado di colonnello, è dal febbraio 1921 alla guida del Servizio Informazioni dello Stato Maggiore. E dall’ottobre 1925 all’aprile 1926 il primo direttore del Servizio Informazioni Militare e a lui si deve l’impostazione organizzativa dello stesso istituto. Decise di andare in congedo poco dopo, nei mesi che seguono al siluramento da parte di Mussolini del ministro della Guerra, il generale e barone Antonino Di Giorgio, che aveva conosciuto ad Adua. Di Giorgio fu un ufficiale siciliano di grande valore e ingegno e di lui Erwin Rommel, all’epoca giovane tenente sul fronte italiano, scrisse: ”Ebbi a che fare tra Piave e Tagliamento col famoso esiguo corpo del generale Di Giorgio, il quale copriva la ritirata italiana. Fu lottando contro questa unità meravigliosa che compresi come l’esercito di Conrad non sarebbe mai giunto a Milano”.
Antonino Di Giorgio da ministro della guerra entrò in contrasto con Mussolini, contestando i metodi del prefetto Mori in Sicilia e fra i due il duce scelse il Mori.
Attilio Vigevano ebbe la responsabilità oggettiva, su ordine di Antonino Di Giorgio, della costituzione di un servizio di intercettazioni telefoniche, riguardanti alti ufficiali delle Forze Armate ed esponenti del regime. Dunque, quel discusso, ma spesso efficace, metodo investigativo nacque proprio con il Vigevano e così facendo deve aver pestato i piedi a qualche pezzo grosso del regime.
I libri scritti dal Vigevano si distinguono per l’accuratezza della ricerca e per la chiarezza, il suo testo migliore e più letto fu La fine dell’esercito pontificio. con 37 ill. e tav. a colori e 7 carte e piani topografici ripiegati Roma, Poligrafico dello Stato, 1920, che è stato ristampato nel 1994 dall’editore Ermanno Albertelli di Parma. Il suo nome viene spesso citato da storici interessati all’esercito pontificio, che possedeva navi da guerra, artiglieria campale e delle divisioni di fanteria. Notevoli anche altri suoi libri come I cacciatori delle Marche; Gli ultimi telegrammi del Governo Pontificio; Il capitano Zannatelli dei Volontari Pontifici; L’Alzani e Garibaldi; La campagna estera Garibaldina; La campagna delle Marche e dell’Umbria; La legione ungherese in Italia.
Un tempo i milanesi boicottarono il fumo per mostrare agli occupanti austriaci che non accettavano i loro soprusi. Lo stesso dovrebbero rifare con il “conte Sala”, che neppure possiede il calore umano di un Radezky. Al posto degli austrici ci saranno i “ghisa” milanesi che faranno multe, per questo motivo credo che i milanesi dovrebbero uscire fuori con una sigaretta o il sigaro in bocca, come si appresta a fare Vittorio Feltri. Solo così potranno eliminare quella la cappa di follia verde che sta ricoprendo la splendida capitale lombarda. Basta imposizioni per il “nostro bene”. Perché non del fumo delle sigarette dovrebbero temere i milanesi ma piuttosto della violenza diffusa e incontrollata che rende insicure le loro vite, la mancanza di rispetto per i loro costumi e della loro intelligenza. Siamo convinti che il fumo faccia male e andrebbe evitato, ma questo non può essere imposto per legge. Oltretutto il “conte Sala” appartiene a una fazione che vorrebbe ammettere il fumo di hashish e marijuana, non si vede dunque perché dovrebbe vietare il tabacco.
Il Comitato Patriottico Lombardo, verso la fine del 1847 per protestare contro la severa occupazione austriaca nei confronti del Lombardo Veneto, lanciò una campagna di boicottaggio delle entrate imperiali attraverso l’astensione dal gioco del lotto e dal consumo del tabacco. Particolarmente significativa fu la campagna di astensione dal consumo di tabacco, sia da fumo (75 tonnellate annue) che da naso (45 tonnellate annue), che comportava un’entrata erariale notevole per l’Austria.
Il boicottaggio si estese anche alle città vicine a Milano, sino a Verona, tanto che le autorità asburgiche, allarmate, reagirono cercando di provocare dei disordini che potessero giustificare un intervento militare repressivo. Così, il primo gennaio 1848, furono pagati dei provocatori che nelle strade invitavano insistentemente i passanti a fumare, gettando loro in faccia il fumo dei sigari. Il giorno seguente, anche i poliziotti e i soldati austriaci iniziarono a provocare e a insultare i passanti e in alcuni casi riuscirono a provocare dei disordini, dato che non tutti i milanesi accettavano passivamente le provocazioni. Così, il 2 gennaio, dei passanti schiaffeggiarono il capitano Neuperg che li insultava.
Si ricorda del figlio del maresciallo Radetzky, in abito borghese, che entrò in un bar di Milano e soffiava del fumo in faccia agli avventori. Si alzò l’abate Giani, uno storico nativo di Galliate, che lo redarguì per la provocazione. Il giovane austriaco, offeso, lo sfidò a duello pur vedendo che si trattava di un frate, lasciandogli la scelta dell’arma e del luogo. Al che il Giani gli disse: “IL posto è questa e l’arma è questa!” e gli assestò un ceffone in faccia che lo stese a terra. L’abate fu arrestato e due giorni dopo fu portato al cospetto di Radezky che gli chiese se era quello il modo di trattare gli ufficiali del suo esercito, al che il Giani gli disse che il ragazzo era in borghese. Il vecchio Maresciallo scoppiò a ridere, pensando alla lezione che aveva impartito al figlio, e lo fece liberare.
Quella brutta situazione continuò per un po’ di tempo e il podestà di Milano, il conte Gabrio Casati, andava in giro per la città invitando i cittadini a non reagire alle provocazioni, ma fu lui stesso malmenato in via dei Mercanti da alcuni poliziotti austriaci che poi lo portarono nel carcere di Santa Margherita. La notizia dell’arresto del podestà si diffuse rapidamente ed alcuni assessori comunali si recarono dal capo della polizia, il barone De Torresani Lanzefeld, per protestare per il comportamento dei poliziotti e per chiedere la liberazione di Casati, che fu subito concessa.
Il 3 gennaio 1848 il capo della polizia fece affiggere un manifesto che riportava un’ordinanza in base alla quale erano considerati “turbatori dell’ordine pubblico”, e quindi perseguibili penalmente, tutti coloro che invitavano ad astenersi dal fumo oppure inneggiavano al papa Pio IX, che in quel periodo aveva assunto un chiaro atteggiamento anti austriaco. Nel pomeriggio, nella Corsia dei Servi, un drappello di dragoni caricò con le sciabole sguainate i passanti, causando numerosi feriti. Gli incidenti più gravi si verificarono al corso di Porta Orientale, dove persero la vita alcune persone, tra le quali il consigliere Manganini, un magistrato di 74 anni, fedelissimo all’Austria, ed il cuoco del conte di Ficquelmont, inviato a Milano dal capo del Governo Metternich per consigliare il viceré, l’arciduca Ranieri, fratello dell’imperatore Ferdinando I°.
Il 6 gennaio 1848, l’arcivescovo Romilli, nella sua omelia in Duomo, invitò le autorità ad ascoltare le istanze dei cittadini. Andò anche a trovare i feriti ricoverati negli ospedali, portando loro la solidarietà del clero milanese. Promosse anche delle collette per dare un sostegno economico ad essi ed alle famiglie delle vittime. Il 9 gennaio, il viceré diffuse un nuovo proclama nel quale affermava che le richieste delle Congregazioni centrali sarebbero state accolte dall’imperatore. Lo stesso giorno, però giunse al viceré una lettera dell’imperatore, nella quale affermava che aveva già fatto il possibile per il Lombardo-Veneto per cui non era disponibile a fare ulteriori concessioni. Infine, faceva affidamento “sulla fedeltà e sul valore delle truppe” in caso di necessità. Si appellava cioè ai militari per il mantenimento dell’ordine. Un atteggiamento tipico del governo centrale austriaco che pure dal Lombardo-Veneto traeva grandi profitti.
Senza rinunciare al boicottaggio economico, i milanesi tennero dei comportamenti nonviolenti che indicavano chiaramente la loro avversione per gli Austriaci. In particolare, per molti giorni, in segno di lutto per coloro che erano stati uccisi, non si recarono a teatro e disertarono il corso di Porta Orientale, dove c’era stato il maggior numero di morti e di feriti, e che, per questo motivo, fu chiamato “corso scellerato”.
A sostegno economico delle famiglie dei feriti e delle vittime fu costituito un Comitato formato da oltre 50 nobildonne, che raccolse fondi anche nel Veneto. Il Comitato patriottico inviò alcune personalità cittadine (il conte Martini e il conte D’Adda) a Torino, dal re Carlo Alberto, per chiedere aiuto; il sovrano sabaudo promise che avrebbe presto dichiarato guerra contro l’Austria e così, maldestramente, fece nel 1849.
La protesta nonviolenta contro agli austriaci si diffuse rapidamente nelle città vicine ed anche nel Veneto, per iniziativa soprattutto dei patrioti Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, che furono arrestati il 18 gennaio 1848. Le autorità decisero quindi di procedere alla repressione. Furono arrestati, senza una formale incriminazione, numerosi patrioti, poi deportati nelle carceri di altri Paesi dell’Impero, soprattutto a Lubiana, in Slovenia. Contro gli arresti e le deportazioni, il Municipio di Milano protestò davanti al governatore della Lombardia, il conte Spaur, lamentando anche la illegittimità dei provvedimenti dato che gli arrestati non avevano avuto una formale incriminazione.
Il 9 febbraio 1848, all’Università di Padova e di Pavia (le più importanti del Regno Lombardo-Veneto) ci furono degli scontri tra gli studenti ed i soldati austriaci e gli atenei furono chiusi. Per evitare rivolte dell’Impero asburgico, il 22 febbraio 1848 fu pubblicata una legge, con effetto retroattivo dal 14 novembre 1847, che comminava la pena di morte ai “perturbatori dell’ordine pubblico”. Nonostante questa legge, il 13 marzo 1848 scoppiò la rivolta nella stessa Capitale austriaca, Vienna, su iniziativa degli studenti universitari. L’imperatore Ferdinando I licenziò Metternich, e lo sostituì con il conte di Ficquelmont, abolì la censura sulla stampa, concesse la Guardia civica e promise la Costituzione. La notizia dei fatti di Vienna giunse anche a Milano, dove il 18 marzo iniziò, spontaneamente, la rivolta popolare delle Cinque giornate (18-22 marzo), che portò alla cacciata degli austriaci dalla città, anche se solo per cinque mesi. Sicuramente vi influì l’unità di azione anti austriaca e lo spirito di solidarietà che si erano formati tra la popolazione durante la campagna di boicottaggio economico, in particolare la campagna di astensione dal consumo di tabacco.
Continuano i ritrovamenti a San Casciano dei Bagni, che pare un pozzo senza fondo. Situato a ridosso della sorgente termale del Bagno Grande (le cui proprietà erano sfruttate fin dall’epoca etrusco-romana), il “Santuario ritrovato” è unico nel mondo, legato com’è alla sacralità delle acque ritenute curative grazie all’intercessione delle divinità. I suoi preziosi oggetti sono arrivati miracolosamente intatti fino a noi perché quando venne dismesso all’inizio del V secolo d.C. non fu distrutto, ma fu chiuso ritualmente, con rispetto, mantenendo intatte le architetture e consegnando al tempo i suoi tesori, sommersi via via dal fango, che non li ha intaccati e dove sono stati ritrovati dagli archeologi che stanno lavorando nell’area dal 2019.
Dal fango sono via via riemerse le sue architetture e dei tesori di inestimabile valore, ad iniziare da oltre 3000 monete in oro, rame, bronzo e argento d’epoca romana perfettamente conservate, oggetti d’oro, lamine e suppellettili. Le ricerche archeologiche realizzate tra giugno e ottobre 2024 hanno visto impegnati oltre 90 specialisti italiani e stranieri di varie discipline e più di 80 studenti e studentesse di archeologia provenienti da università di tutto il mondo. È stato rinvenuto il temenos, il muro di recinzione dello spazio sacro, che racchiudeva più edifici tra cui il tempio costruito attorno alla grande vasca sacra, con resti di doni e cerimonie che avvennero nel corso dei secoli, con deposizioni di lucerne, unguentari di vetro, bronzetti votivi, ex voto in terracotta dipinta e foglie d’oro.
All’interno della vasca sacra migliaia di doni votivi assolutamente unici e preziosi nella loro bellezza, sono stati protetti protetti dalla corrosione dall’acqua termale dal fango argilloso. Si tratta per lo più di offerte in metallo pregiato fra cui quattro nuove statue, braccia, teste votive e gambe con iscrizioni, assieme a strumenti rituali, monete di età repubblicana e imperiale, che portano a più di 10.000 quelle rinvenute complessivamente nel santuario del Bagno Grande. Accanto ai bronzi, sono stati ritrovati una corona e un anello d’oro, che vanno ad aggiungersi ai numerosi aurei romani rinvenuti gli scorsi anni.
Un sesterzio in bronzo di Traiano
Dagli scavi sono riemerse eccezionali iscrizioni in etrusco e in latino, che potranno rivelarsi utilissime per una maggiore comprensione della lingua etrusca. Le statue sono veramente straordinarie, come quella raffigurante un corpo nudo maschile rappresentato esattamente a metà, come reciso dal collo ai genitali da un taglio chirurgico: dedicato da un certo Gaio Roscio alla Fonte Calda, questo mezzo corpo testimonia forse la guarigione della parte immortalata nel bronzo. E poi quella di un bimbo augure, un piccolo sacerdote della fine del II secolo a.C., con una lunga iscrizione in etrusco sulla gamba destra, che ruota nella mano sinistra una palla, forse un elemento divinatorio.
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