L’Avv. Andrea Bacciga nella Corte d’Assise di Padova
Di rado capita di entrare in un tribunale che riporti la dicitura corretta della frase:
“La Legge è uguale per tutti”
Infatti, quasi sempre, invece dell’accento sulla prima voce singolare del verbo essere, vediamo un apostrofo.
Un errore da matita rossa, eppure nessuno ci bada, anche se non esiste una spiegazione logica che giustifichi tale grossolano travisamento di una frase che risale al giurista Ulpiano (Digesto XL, 9, 12,1).
Eppure, questo non è errore da poco, secondo Confucio il chiamare le cose nel modo giusto è fondamentale per la corretta applicazione delle leggi.
Tzu-lu disse: “Se il duca di Wei lascerà a te l’amministrazione del suo Stato, quale sarà la prima cosa che farai?”. Il Maestro rispose: “La prima cosa che farei sarà lo stabilire una corretta terminologia”. “Ma dici sul serio?” disse Tzu-lu “Che strade tortuose prendi. Perché correggere la terminologia come prima cosa?”. Il Maestro disse: “Yu, come sei noioso! Un uomo superiore, per quel che riguarda ciò che non conosce, deve mostrare una cauta prudenza. Sappi che, quando i nomi non sono corretti, il linguaggio non sarà in accordo con la realtà dei fatti e niente potrà essere portato a compimento. Quando niente potrà essere portato a compimento, le leggi non troveranno applicazione. Quando le leggi non troveranno applicazione, le punizioni non saranno proporzionate ai crimini. Quando le punizioni non saranno proporzionate ai crimini, la gente non saprà neppure muovere la mano e il piede”.
Per questo motivo, quando un uomo superiore dà un nome a qualche cosa è sicuro che quella parola potrà essere usata e, quando dice qualche cosa, è certo che sarà realizzabile. Quel che l’uomo superiore desidera, in fondo, è che nelle sue parole non vi sia nulla di impreciso”.
Confucio Un Manuale per il perfetto Statista, Gingko edizioni, 2013 XIII.4
Questa citazione ben illustra la dottrina cardine del confucianesimo sulla correzione dei nomi, detta cheng ming. Venne riportato da tutti i giornali del mondo, negli anni ’80, dopo che fu inclusa in un manuale per i funzionari britannici (civil servants) che amministrano la cosa pubblica.
Edvige Mussolini (1888-1952) occupies an important place in the book “A casa di Donna Mussolini” by Cristina Petit and Albert Szego, published by Solferino in 2023.
That is a beautiful and moving book that is selling well in Italy. It tells of the hospitality that Edvige offered to a Jewish family, the Szegos. The third tenant in this apartment was a section of the Nazi SS. But Edvige never climbed these few steps and never wrote about it.
Her brother Benito, who was informed by the fascist secret service, knew and told her: “The purity of the race in our people, over which so many invasions have passed and which has taken in so many people from the four corners of the earth, makes no sense… I know that you and other people in your family help the Jews, and I have nothing against it, and I think that in this way you can see the absolute instability of our racial laws.” In the last part of the book we read that the Szegos read Edvige’s memoirs after the end of the war, which were published posthumously under the title “My Brother Benito”.
Edvige writes: “On April 28, 1945, the anniversary of Benito Mussolini’s death, my beloved son Pino, just 20 years old, was murdered by partisans in Rovetta, in the municipality of Bergamo, and on the same day in Padua, also by partisans, the husband of my first daughter, Pier Giovanni Ricci Crisolini.”
Edvige’s memoirs had not been reprinted since 1957 and were brought back into circulation by Gingko Edizioni from Verona in Italian. It contains a lot of information about the Mussolini family and the activities of their father, Alessandro, a leading socialist who, instead of reading fairy tales to his children at the crack of dawn, read pages from “Capital” by Karl Marx”,” Nietzsche and Sorel and predicted a future as Prime Minister for his eldest son.
This is how Edvige describes her father: “Alessandro Mussolini, our father, was certainly not an ideologue or even what you would call an educated man. However, he had intellect and passion and was a true ‘proletarian’, not so much because of his economic circumstances, which experienced ups and downs, but because of his attitude towards society and the state in Italy at the time. In fact, he fought against one and the other with all his might, so to speak, because he felt himself to be a proletarian in Italy with the same mixture of deep pride and desperate rebellion with which his son, after leading the revolutionary wing of the socialist party, later felt himself to be an Italian in the world. In my opinion, these were the ‘first values’ that the father conveyed to his son: he knew very well where his tonewas peremptory and determined and where his impetus was. When he writes about his father and the socialists of the time, the ‘internationalists’ who were considered ‘delinquents to be discarded’ and who met in Alessandro Mussolini’s house to exchange ideas, affections and concerns, he has the moving accent of someone who is getting back in touch with his origins.”
Edvige does not believe that Matteotti was killed on orders from her brother, and this was even accepted by the person who was his most courageous accuser from the beginning: the journalist Carlo Silvestri. Nor does she believe in the veracity of Galeazzo Ciano’s “diaries”,” as she claims to appear in a conversation between the two that she describes as undoubtedly fabricated. It is a note dated April 13, 1942, in which Ciano speaks of a long conversation with Edvige. Ciano says that she told him about the affair with Clara Petacci and that she had proof that her family profited from this relationship, which led to a major scandal. Edvige promises to confront her brother. Another conversation between the two, dated October 29, 1942, in which Edvige says she is concerned about the internal situation and would consider it appropriate to appoint Ciano as Minister of the Interior, which he does not like. According to Edvige, these are all lies invented by Ciano. This is a book that all people interested in WWII should read.
The book is available in hardback, soft back and ebook, all on Amazon
Abbiamo passato una magnifica settimana, la prima del giugno 2024, a Pantelleria, alloggiando al Kirani Resort, un magnifico luogo ben tenuto e pulito, vecchio di un solo anno e costituito di singoli Dammusi in tufo, con due piscine a pochi passi dalle camere.
Come tutti sanno, le spiagge non esistono a Pantelleria e la sua maggiore attrazione è la straordinaria natura fatta di piante che vivono senza che piova (e da un anno non piove!).
Come questo miracolo sia possibile è presto detto: i dodicimila chilometri di muretti in pieta tufacea costruiti sull’isola raccolgono la rugiada notturna e la fanno cadere alla loro base, rendendo possibile l’assorbimento di acqua da parte delle molte piante grasse, fiori e degli altri alberi, fra cui anche molti pini.
I suoi tramonti sono ben noti nel mondo (anche grazie a Garcia Marquez che passò alcuni mesi a Pantelleria) e la costa Tunisina è spesso ben visibile all’orizzonte.
Dentro al Kirani si trova il ristorante Dakalè, specializzato in pesce e cucina pantesca contemporanea. Vi si mangia davvero bene, e si vien seguiti da personale gentilissimo e disponibile. In particolare ringraziamo Marzia, davvero una amichevole persona che ci ha consigliati, serviti e seguiti.
Durante la Seconda guerra mondiale questa grande isola doveva essere una specie di fortezza inespugnabile, una sorta di Iwo Jima del Mediterraneo, ma dopo alcuni violenti bombardamenti, si arrese agli Alleati. E’ davvero un peccato che non sia ancora pubblicata una monografia con mappatura di tutte le postazioni di artiglieria di Pantelleria, i tunnel e i fortilizi approntati per la sua difesa. Stanno rapidamente decadendo sotto alle sferzate del vento e delle onde, eppure bisognerebbe preservarne la memoria, organizzando dei tour dedicati.
Bussolengo (VR) – Si terrà il prossimo weekend, l’1 e il 2 Giugno, a Bussolengo in provincia di Verona un festival per rilanciare nel territorio la cultura identitaria. Tanti gli ospiti, dal consigliere del Veneto Valdegamberi a Francesca Totolo che presenterà il suo nuovo libro. Saranno presenti anche stand di diverse case editrici.
“Per noi sarà l’occasione di riportare il tema della cultura al centro del dialogo comunitario veronese. Abbiamo allestito un grande evento per fare in modo che tutti i cittadini vi trovino dei potenziali temi di interesse.
Si parlerà di geopolitica con Franco Nerozzi e Gian Micalessin, di immigrazione con Francesca Totolo, di giornalismo con Alberto Busacca. Poi di social, di viaggi, della storica cultura cimbra con Stefano Valdegamberi.
Si sentiva il bisogno di un evento così, per rilanciare la cultura identitaria nel veronese.
A Bussolengo abbiamo anche organizzato perché sia presente un chiosco per rifocillarsi e numerosi stand di case editrici come Altaforte edizioni, Gingko, Passaggio al Bosco e diverse altre, affinché il momento sia goduto al massimo anche nella sua ottica culturale e aggregativa.
Vi aspettiamo il 1 e il 2 Giugno a Villa Spinola per godere insieme a noi di due giorni di ottima cultura.
Un articolo interessante che traduciamo e riproduciamo qui, per dimostrare quanto sia corrosiva l’incessante propaganda che vorrebbe farci vergognare del colore della nostra pelle, della nostra religione e della nostra storia.
Non potrete portare via così facilmente il nostro tesoro.
Con noi vengono prima la lancia e la lama della spada per decidere le condizioni,
Un conflitto feroce è il tributo che noi vi consegneremo.
Così parla Byrhtnoth, eroe del poema La battaglia di Maldon che racconta di un epico scontro d’armi nell’Essex contro ai predoni vichinghi, nel 991. La voce Essex deriva da “terra dei Sassoni orientali”, una delle tante eredità geografiche delle due principali tribù germaniche che arrivarono in Britannia alla caduta di Roma. Poco più a nord si trovava la regione che un tempo era stata il Regno degli Angli orientali, l’altro gruppo principale dell’invasione del V secolo (i poveri Juti, minori di numero, vengono piuttosto trascurati).
Ethelred, il sovrano sfortunato la cui politica di pagamento degli invasori divenne un’eterna lezione di cattiva politica, era il pronipote del primo sovrano che unì il popolo a lungo definito “anglosassone” e che all’epoca della stesura del poema si sentiva un unico popolo.
Gli anglosassoni persero quella grande battaglia, con Byrhtnoth eroicamente ucciso, e l’unico manoscritto originale andò distrutto nell’incendio della Ashburnham House del 1731, anche se una copia fu ritrovata molto più tardi, così che la maggior parte del poema si è salvata. Il suo popolo subì una catastrofe ben più grave nel secolo successivo, quando la sconfitta fuori Hastings, nel Sussex (terra dei Sassoni meridionali), portò al dominio straniero e alla soppressione della sua lingua. Oggi, però, gli anglosassoni devono affrontare una nuova umiliazione per mano di una forza molto più insidiosa dei normanni: gli accademici nordamericani.
Proprio come i vichinghi, una volta sconfitti, tornarono in forze all’epoca di Ethelred, percependo la loro debolezza, così l’assalto agli anglosassoni è ricominciato, con Cambridge che la scorsa settimana ha rinominato la sua rivista sull’Inghilterra di studi anglosassoni Anglo-Saxon England con Early Medieval England and its Neighbours. Dominic Sandbrook, per esempio, non ne è rimasto stupito.
Come scrive Samuel Rubinstein sul Critic: “Sin dalla sua fondazione, nel 1972, la rivista Anglo-Saxon England, pubblicata dalla Cambridge University Press, è stata la più prestigiosa del settore. Il rebrand, nonostante il nome ironicamente anglocentrico, promette un ‘approccio più ampio’ e una ‘portata interdisciplinare’ insieme alla ‘stessa alta qualità’ di Anglo-Saxon England. Pochi di coloro che hanno familiarità con la rivista nella sua precedente veste accetterebbero l’implicazione che l’Inghilterra anglosassone sia mai stata priva di “ampiezza” o “interdisciplinarità” (qualunque cosa ciò significhi in realtà)”.
La battaglia è iniziata nel 2019 quando l’accademica canadese Mary Rambaran-Olm, eletta due anni prima vicepresidente dell’International Society of Anglo-Saxonists (ISAS), dove nel suo discorso di accettazione si era definita “donna di colore e anglosassone”, si è dimessa dalla sua carica a causa del nome presumibilmente razzista.
Quell’anno la Società internazionale degli anglosassoni votò per cambiare il proprio nome in Società internazionale per lo studio dell’Inghilterra altomedievale, “in riconoscimento delle connotazioni problematiche che sono ampiamente associate ai termini ‘anglosassoni’”. La società ha concluso che il nome “è stato talvolta usato al di fuori del campo per descrivere coloro che hanno opinioni ripugnanti e razziste, e ha contribuito alla mancanza di diversità tra coloro che lavorano sull’Inghilterra altomedievale e sulla sua cultura intellettuale e letteraria”.
La dott.sa Rambaran-Olm ha poi dichiarato che il campo degli studi anglosassoni è di “intrinseca limitazione a uomini bianchi” e ha scritto sulla rivista Smithsonian che: “Il mito anglosassone perpetua una falsa idea di cosa significhi essere nativi della Gran Bretagna”.
In risposta, nel dicembre 2019, dozzine di studiosi hanno scritto una lettera in difesa dell’uso di anglosassone, dichiarando che:
“Le condizioni in cui si incontra il termine, e il modo in cui viene percepito, sono molto diverse negli Stati Uniti rispetto ad altri paesi. Nel Regno Unito il periodo è stato accuratamente presentato e discusso in documentari e mostre popolari e di successo per molti anni. Il termine “anglosassone” è storicamente autentico, nel senso che a partire dall’VIII secolo fu usato all’esterno per riferirsi a una popolazione dominante nella Gran Bretagna meridionale. I suoi primi usi, quindi, incarnano esattamente le questioni significative che possiamo aspettarci che qualsiasi etichetta etnica o nazionale generale rappresenti”.
Lo storico Tom Holland, uno dei firmatari, ha scritto: “Il termine ‘anglosassone’ è inestricabilmente legato alla pretesa di Alfredo di governare come ‘rex Angul-Saxonum’, al suo uso di Beda per proiettare una comune identità angliano-sassone e alla nascita dell’Inghilterra. Gli studiosi di storia medievale devono essere liberi di usarlo”.
Il Danegeld, tuttavia, era già stato consegnato e, come osserva Rubinstein, la dott.ssa Mary Rambaran-Olm “si è ritirata dalla vita accademica in un ‘atto di resistenza’, come l’ha definito in grande stile sul suo blog. Sembra che ora passi la maggior parte del suo tempo lavorando a maglia – un hobby ispirato, dice, dall’affermazione di Audre Lorde secondo cui “la cura di sé è un atto di guerra politica” – e twittando… su Hamas”.
Rambaran-Olm ha affermato che “anglosassone” è un termine “astorico” perché “gli abitanti della prima Inghilterra o Englelonde non si chiamavano anglosassoni”. Questa idea è ovviamente così popolare che la BBC l’ha ripetuta, anche se non è vera; l’uso più antico risale addirittura a Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, che scrisse in latino nell’ottavo secolo e lo usò per distinguerli dagli antichi sassoni del continente.
Alfredo il Grande si autodefinì Angulsaxonum rex e suo nipote Athelstan, primo re d’Inghilterra, rex Angulsexna, oltre che “imperatore dei Northumbrians, governatore dei pagani e difensore dei Britanni” (suo nipote, re Edgar, aveva un titolo ancora più altisonante: “Autocrate di tutta Albione e dei suoi dintorni”).
Ciò che è bizzarro, come ha sottolineato Rubinstein, è che “se fossi il tipo di persona che si irrita per queste cose, come sembra essere la Rambaran-Olm, ‘Inghilterra’ mi disturberebbe molto di più di ‘anglosassone’. La parola “Inghilterra” risale all’inizio dell’XI secolo, in uso per una generazione che poteva essere testimone di Hastings. Parlare di “anglosassoni” per il periodo compreso tra il V e l’XI secolo è meno “astorico” che parlare di “Inghilterra””.
In effetti, anche se non si fossero definiti anglosassoni, sarebbe stato un termine utile e significativo per descrivere una cultura composta principalmente da Angli e Sassoni e per distinguerla dal cambiamento culturale sismico avvenuto dopo il 1066. Diversi periodi storici sono comunemente indicati con nomi che avrebbero mistificato le persone che li hanno vissuti.
Una delle giustificazioni più divertenti per riferirsi a questo periodo come “alto medioevo” è che non si chiamavano anglosassoni. Ma di certo non si definivano “altomedievali”, essendo il termine “medievale” un termine del XIX secolo che affonda le sue radici nell’invenzione rinascimentale del “medioevo”.
Se tutto questo sembra un modo bizzarro per giustificare la politicizzazione della storia, è il risultato inevitabile dell’estremo squilibrio che si è sviluppato nel mondo accademico, che ha reso la disciplina molto più moralizzante (e noiosa). L’anno scorso è stato riportato che “Cambridge sta insegnando agli studenti che gli anglosassoni non sono esistiti come gruppo etnico distinto, come parte degli sforzi per minare i ‘miti del nazionalismo’. L’insegnamento mira a “smontare le basi dei miti del nazionalismo” spiegando che gli anglosassoni non erano un gruppo etnico distinto, secondo le informazioni fornite dal dipartimento”. Il dipartimento ha spiegato che “molti degli elementi discussi sopra sono stati ampliati per rendere l’insegnamento dell’ASNC più antirazzista”.
Eppure, rendere deliberatamente un corso di storia “più antirazzista” non è studio, è attivismo. Naturalmente, la storia è lì per essere usata e abusata, e lo è sempre stata; come nota Rubinstein, “l’articolo della Rambaran-Olm su History Workshop critica quei protestanti anglosassoni del XVI secolo che permisero alle preoccupazioni politiche e teologiche di interferire con i loro sforzi accademici”. Poi, senza alcun accenno di ironia per le proprie contraddizioni dialettiche, afferma che “il lavoro accademico, anche gli studi storici, non sono mai separati dalle realtà sociali e politiche attuali”.’ Rendere deliberatamente un corso di storia “più antirazzista” non è erudizione, è attivismo. Gli anglosassoni hanno assunto un’enorme importanza storica per molti inglesi, in parte a causa della Riforma, che ha dato vita a un nuovo nazionalismo e ha anche portato alla riscoperta di molte opere antiche, tra cui la biografia di Alfredo di Asser, a causa del saccheggio dei monasteri.
L’anglosassonismo era legato sia alle battaglie politiche interne all’Inghilterra, sia al lungo conflitto della prima età moderna con la Francia. I Normanni rappresentavano perfettamente sia una classe superiore autocratica e vagamente straniera, sia il principale nemico dell’Inghilterra.
Gerrard Winstanley, il leader dei Diggers, identificò il suo gruppo di radicali come eredi della libertà sassone e in The New Law of Righteousness sostenne che: ‘Visto che la gente comune d’Inghilterra, con il consenso di persone e borse, ha cacciato Charles, il nostro oppressore normanno, con questa vittoria ci siamo ripresi da sotto il suo giogo normanno’. Anche questo era attivismo, che promuoveva un’idea mitica di libertà anglosassone che non era lontanamente accurata: furono i Normanni, dopo tutto, ad abolire la schiavitù in Inghilterra.
I rivoluzionari americani come Thomas Jefferson si consideravano discendenti e successori politici degli anglosassoni, sia in senso politico che razziale. Jefferson era un attento studioso del periodo e propose che su un lato del sigillo degli Stati Uniti fossero raffigurati Hengest e Horsa, “i capi sassoni da cui rivendichiamo l’onore di discendere e di cui abbiamo assunto i principi politici e la forma di governo”. Thomas Paine avvertì che gli americani sotto agli inglesi avrebbero “sofferto come i miseri britannici sotto all’oppressione di Guglielmo il Conquistatore”.
Man mano che gli Stati Uniti diventavano dominanti a livello globale, spesso lavorando in tandem con il loro partner minore ed ex madrepatria, “anglosassone” veniva usato come termine per le nazioni di lingua inglese, in particolare da coloro che li consideravano accomunati da interessi comuni (come Charles de Gaulle). Oggi è ancora usato sia da amici che da nemici, compreso un regime russo che ha un’idea spropositata dell’influenza della Gran Bretagna (che purtroppo non riflette la realtà).
Naturalmente, anche in America il termine è stato utilizzato in un’accezione diversa, per distinguere coloro che hanno origini britanniche e dell’Europa nord-occidentale da coloro che sono arrivati più di recente dall’Europa meridionale e orientale, oltre che da altri gruppi – e il disagio moderno su quella sponda dell’Atlantico deriva dalla politica razziale del Paese. Un tempo governata da narcisisti razziali come Jefferson, è ora dominata da un sentimento reattivo di masochismo razziale. Ma questo coesiste con un senso di arroganza nato dalla certezza morale, e il progressismo della nazione più potente del mondo ha un senso di missione globale che non si preoccupa del resto del mondo.
Uno studioso americano si è schierato contro l’uso del termine clumsy “maldestro” perché “come ha dimostrato un’ampia letteratura, il suo bagaglio culturale – la forte associazione tradizionale con la supremazia bianca, passata e presente – significa che oggi ci troviamo di fronte a una decisione etica… la maggioranza delle persone, in tutto il mondo, associa il termine all’idea di una ‘razza bianca’. Quindi non mi definirei un “anglosassone”, perché non studio i bianchi. Sono specializzato nella cultura orale e scritta, soprattutto religiosa, dei popoli che parlavano l’inglese antico (il norreno antico, il gallese medio, l’irlandese antico, il latino, ecc.). All’epoca c’erano molti bianchi, ma non tutti: non voglio cancellare la diversità che c’era”.
Bene – se i progressisti americani hanno un problema con l’eredità inglese ed europea del loro Paese, è triste, ma è un problema per l’America da affrontare. Non sono sicuro che dovremmo preoccuparci di ciò che la maggioranza delle persone in tutto il mondo pensa del termine anglosassone, e non dovremmo nemmeno essere appesantiti dal bagaglio degli altri. Farlo significherebbe accettare una colonizzazione.
Naturalmente, la colonizzazione culturale è ormai consolidata, al punto che la Gran Bretagna ha adottato i modi americani di guardare al nostro passato, spingendo un marchio multiculturale di pseudo-storia che è comicamente falso.
Questo è guidato non solo dal dominio culturale americano, ma anche dalla forza più potente del mondo: il narcisismo razziale. Le persone vogliono aumentare il prestigio del proprio gruppo e i leader di pensiero del mondo “anglosassone” sono felici di incoraggiarli. Il motivo principale per cui non vedo la rivoluzione woke tornare indietro è che, come ha sostenuto Louise Perry, la spinta fondamentale del progressismo woke non è qualcosa di complesso e interessante, come la dialettica marxista o persino una forma mutata di pietà cristiana, ma è narcisismo etnico. Nessun accademico serio pensa davvero che un termine “razzializzato” impedisca alle persone di studiare una cultura con cui non hanno alcun legame ancestrale, cosa che è stata smentita da innumerevoli studiosi nel corso dei secoli. Accettare ciò significherebbe normalizzare il narcisismo etnico in un campo ispirato da un senso di curiosità universale.
Tuttavia, poiché il narcisismo e l’orgoglio etnico sono un gioco a somma zero, questo aumento di prestigio può essere fatto solo a spese di altri, per cui i gruppi a cui non è permesso indulgere in questa competizione vengono degradati, al punto che permettiamo placidamente che il nome stesso dei nostri antenati venga cancellato. L’unica cosa che può opporsi a una forza moralizzatrice così potente è il coraggio, e non sembra essercene molto in giro.
Cosa avrebbe pensato Byrhtnoth?
Ed West
Questo articolo è apparso per la prima volta nel Substack Wrong Side of History di Ed West. E’ stato tradotto in Italiano da Angelo Paratico, con qualche piccola modifica.
Joe Biden ha appena lanciato un insulto particolarmente sgradevole al Giappone, uno stretto alleato degli Stati Uniti, durante un suo evento della campagna elettorale. Il presidente ha accusato i giapponesi, insieme a Cina, Russia e India, di essere “xenofobi” nella loro riluttanza ad accogliere un gran numero di immigrati, e di danneggiare per conseguenza le loro economie: “Perché la Cina è in una fase di stallo economico così grave? Perché il Giappone ha problemi, perché la Russia, perché l’India? Perché sono xenofobi. Non vogliono gli immigrati. Gli immigrati sono ciò che ci rende forti”, ha detto mercoledì a una raccolta fondi a Washington.
In Giappone è stato colpito con una stilettata a tradimento e non la dimenticherà presto, pur conoscendo il rimbambimento generale dell’uomo. Ciò che ha stupito tutti è stata l’intensità del fiele versato, come se in ufficio un collega con cui hai sempre pensato di avere rapporti amichevoli ti dicesse improvvisamente che ti odia a morte.
Ma Biden ha ragione? Beh, ha ragione a dire che l’economia giapponese è in difficoltà. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto una crescita degli Stati Uniti del 2,7% contro lo 0,9% del Giappone. Ma dare la colpa a questo fenomeno alla xenofobia è fuori luogo. E tanto per cominciare, Biden si sbaglia nei fatti: Il Giappone ha aperto le porte agli immigrati – immigrati legali, s’intende – negli ultimi anni, non nel modo caotico degli Stati Uniti, ma attraverso modifiche attente ma sostanziali alle sue politiche di ammissione. Nei prossimi cinque anni dovrebbero entrare nel Paese altri 800.000 lavoratori qualificati.
I cambiamenti sono più evidenti a Tokyo dove, oltre al significativo aumento dei lavoratori stranieri, un boom turistico alimentato dallo yen debole ha reso quotidiana la vista di stranieri disorientati che si aggirano per la stazione di Shinjuku. Alcuni abitanti del luogo sono irritati per il sovraffollamento nei luoghi turistici più frequentati, ma l’aumento della presenza straniera, sia di lavoratori che di turisti, è stato generalmente accolto con favore. Un sondaggio del quotidiano Asahi, pubblicato il mese scorso, ha rilevato che il 62% della popolazione sostiene che dovrebbero essere ammessi più lavoratori stranieri.
Questo insulto è particolarmente sentito dai giapponesi, perché arriva a meno di un mese da un sontuoso incontro tra Biden e il primo ministro giapponese Fumio Kishida. C’era una banda musicale, una cena di Stato e un’atmosfera di ammirazione reciproca, il tutto pensato per presentare i due leader non solo come alleati convinti, ma anche come amici.
In ogni caso, il Giappone non è l’America, una nazione di immigrati. Come ogni giapponese vi dirà entro cinque minuti dall’inizio di una conversazione, il Giappone ha una cultura unica. Ed è una cultura in cui il galateo gioca un ruolo essenziale nel mantenere l’armonia sociale. Le regole sono infinite, per lo più non dette, che dall’esterno pochi percepiscono.
Il libro scritto da Maurizio Amaro e pubblicato da Gingko Edizioni di Verona narra l’odissea vissuta dai genitori dello scrittore. Suo padre, giovane tenente d’artiglieria, nel 1936 incontrò una ragazza. Scoccò la scintilla fra i due, che promettono di amarsi. Poi lui viene spedito in Africa, per servire l’ormai moribondo impero fascista, cosa che fecero anche altri tenenti, Indro Montanelli, o Ennio Flaiano, tanto per citarne due, che descrissero nelle loro opere situazioni, speranze e illusioni che contraddistinsero quel periodo. Come è ben noto Montanelli raccontò poi di aver acquistato una ragazzina locale e averla trasformata in sua moglie, ma questa è solo una delle tante belle finzioni di quel casciabal de Milan come lo definivano al Corriere della Sera, che pure sapeva ammaliare con la sua scrittura sopraffina.
Ecco come l’autore descrive l’arrivo del padre in terra africana:
Sono passati due mesi dal concentramento a Massaua e dal trasferimento via Gibuti dei volontari nella capitale etiope. Il tenente Pierluigi cammina con due commilitoni per le strade di Addis Abeba, o “Nuovo Fiore” in lingua amarica. La capitale è saldamente in mano al Maresciallo Graziani, ma ampie aree del paese sono tuttora controllate da bande organizzate di ribelli fedeli al Negus esiliato. Nel territorio che circonda la capitale il degiac Ficrè Mariam guida la guerriglia con continui attacchi alle stazioni ferroviarie. A fine luglio il ras Aberra Cassa è riuscito addirittura a pene trare nella capitale con una spettacolare azione dimostrativa, raggiungendo il centro cittadino. A Gore si è formato un governo provvisorio etiopico in contatto con il Negus e sostenuto dagli agguerriti cadetti militari di Oletta e dagli uomini di ras Immirù. I ribelli chiamano sé stessi Arbegnuoc o patrioti e la fama delle loro azioni temerarie si è già sparsa in tutto il territorio. È vero che buona parte della popolazione urbana, per convenienza o per antiche ragioni tribali, sembra indifferente all’occupazione italiana.
Poi, nel 1940 scoppiò la guerra, alla quale noi italiani non eravamo pronti, non tanto per mancanza di materiali ma per mancanza di morale e di piani strategici.
Il tenente Pierluigi Amaro venne catturato e spedito in India, dove incontrò Heinrich Harrer, il grande alpinista austriaco che poi riuscirà ad evadere dal campo, assieme a un maggiore dell’esercito italiano e a un suo commilitone austriaco, Peter Aufschnaiter . Pierluigi Amaro, saggiamente non volle far parte di quel gruppo. Il maggiore italiano, non possedendo il fiato dei due alpinisti austriaci, si fece ricatturare. I due austriaci, come tutti sanno, riuscirono a raggiungere Lhasa, un paese chiuso, dopo incredibili prodezze, difficoltà e pericoli. Il suo libro Sette Anni in Tibet è un libro molto emozionante.
Anche il tenente Amaro tentò la fuga, ma in direzione opposta a quella di Harrer. Purtroppo non riuscì ad arrivare lontano, perché fu arrestato su di un treno da due ufficiali britannici.
Alla fine della guerra fu lasciato andare e iniziò il suo rientro verso la patria lontana, verso la sua Penelope, che sfuggendo alle lusinghe dei proci, lo aveva atteso per tutti quei lunghi anni.
Maurizio Amaro con questo libro si è assunto il compito che fu di Telemaco, figlio di Ulisse e ha ricostruito il percorso del padre, di ritorno da Ilio, dopo la morte dei genitori, utilizzando la gran messe di loro lettere, conservate negli aviti cassetti.
Questo è un libro sincero e molto scorrevole, lo consigliamo vivamente a tutti i lettori interessati allo studio della forza carsica e dirompente dell’amore fra due esseri umani, e alla volubilità del fato che li governa.
Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri. 99
Intra Sestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima. 102
Un mese è poco più prova’ io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l’altre some. 105
Fra gli esegeti danteschi, da qualche tempo a questa parte, si usa dire che Dante Alighieri confuse Adriano V (papa nel 1276) con Adriano IV (papa dal 1154) nel canto XIX del Purgatorio. Dante lo mise nella bolgia degli avari e dei prodighi, accusandolo di avarizia e di mancanza di fede, salvo una sua tardiva conversione, quando sedette sul trono di Pietro.
Questo è assolutamente incredibile, dato che l’accenno di Dante è assai preciso e circostanziato e fa riferimento al papa ligure e non a quello inglese. Evidentemente, il Sommo Poeta sapeva di cosa parlava, e conosceva cose che i suoi tardi esegeti ignorano. Dunque, il soggetto delle sue critiche fu davvero Adriano V, Ottobono Fieschi e non Adriano IV, Nicola Breakspear, un uomo straordinario, umile e gentile, nato illegittimo e povero.
Come fonte della diceria che Adriano IV fosse avaro si cita il suo discepolo inglese Giovanni di Salisbury, che ebbe grandi favori dal suo conterraneo. Ma alla fine, il vantare la sua amicizia con il pontefice lo mise in cattiva luce con re Enrico II d’Inghilterra, quando venne a contesa con il papa che rifiutò di sanzionare la sua invasione dell’Irlanda.
Forse Ottobono Fieschi volle essere il successore, almeno nel nome, di quel Adriano IV che lo aveva preceduto, assumendo il suo nome. Adriano V era il nipote di papa Innocenzo IV e svolse importanti missioni diplomatiche in Francia e Inghilterra, dove avrà sentito parlare in termini altamente elogiativi del suo predecessore, che fu contemporaneo di Thomas Becket.
Il mito della caverna di Platone è una delle allegorie più conosciute tra quelle riportate dal filosofo ateniese. Tale mito viene presentato all’inizio del libro settimo della Repubblica. Platone mette in dubbio “la realtà” nella quale ci troviamo immersi. Ecco la sua storia. Dei prigionieri sono stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che i loro occhi possano solo fissare il muro dinanzi a loro. Alle spalle dei prigionieri è stato acceso un enorme fuoco e, tra il fuoco e i prigionieri, corre una strada rialzata. Lungo questa strada è stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano modellini e manichini con le forme di vari oggetti, piante, animali, e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e ciò attirerebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.
Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accade realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (sono stati incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati a interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, piante, animali e persone reali.
Molti filosofi e scienziati dopo Platone (anche il Budda prima di Platone) si sono chiesti se viviamo in un universo simulato, ma lo scienziato Melvin Vopson, dell’Università di Portsmouth, ritiene di avere le prove che le cose stanno effettivamente così.
Utilizzando la Seconda Legge dell’Infodinamica, da lui formulata in precedenza, Melvin Vopson sostiene che la diminuzione dell’entropia nei sistemi informativi nel corso del tempo potrebbe dimostrare che l’universo ha una “ottimizzazione e compressione dei dati” incorporata, che rivela la sua natura digitale. Sebbene queste affermazioni meritino un’indagine, siamo ben lungi dall’essere di fronte a una scoperta vera e propria, ci sarà bisogno di prove rigorose perché la comunità scientifica in generale prenda seriamente in considerazione questa teoria. Vopson docente all’Università di Portsmouth, in un articolo pubblicato sul sito web The Conversation sostiene di avere una cosa che a quelli prima di lui mancava: una prova.
Scrive: “In fisica, ci sono leggi che governano tutto ciò che accade nell’universo, ad esempio come si muovono gli oggetti, come scorre l’energia e così via. Tutto si basa sulle leggi della fisica. Una delle leggi più potenti è la seconda legge della termodinamica, che stabilisce che l’entropia – una misura del disordine in un sistema isolato – può solo aumentare o rimanere uguale, ma non potrà mai diminuire”.
Sulla base di questa famosa legge, Vopson si aspettava che l’entropia nei sistemi informativi – che la sua precedente ricerca definiva come un “quinto stato della materia” – aumentasse allo stesso modo nel tempo. Ma non è così. Al contrario, rimane costante o addirittura diminuisce fino a raggiungere un valore minimo all’equilibrio. Questo è in diretto contrasto con la seconda legge della termodinamica, che ha ispirato Vopson ad adottare la Seconda Legge della Dinamica dell’Informazione (o Infodinamica).
“Sappiamo che l’universo si espande senza perdita o guadagno di calore, il che richiede che l’entropia totale dell’universo sia costante”, ha scritto Vopson su The Conversation. “Tuttavia, sappiamo anche dalla termodinamica che l’entropia è sempre in aumento. Questo dimostra che ci deve essere un’altra entropia – l’entropia dell’informazione – per bilanciare l’aumento”.
Vopson sostiene che questa legge ha un ruolo nella fisica atomica (disposizione degli elettroni), nella cosmologia e nei sistemi biologici. In quest’ultimo caso Vopson fa una grande affermazione: contrariamente all’idea di Charles Darwin che le mutazioni avvengano in modo casuale, in realtà le mutazioni avvengono in modo da ridurre al minimo l’entropia dell’informazione. Vopson ha analizzato il virus COVID-19 in costante mutazione e il suo articolo su questa indagine, pubblicato lo scorso ottobre sulla rivista AIP Advances, mostra “una correlazione unica tra l’informazione e la dinamica delle mutazioni genetiche”.
“Un universo super complesso come il nostro, se fosse una simulazione, richiederebbe un’ottimizzazione e una compressione dei dati integrata per ridurre la potenza di calcolo e i requisiti di archiviazione dei dati per eseguire la simulazione”, ha scritto Vopson su The Conversation. “Questo è esattamente ciò che stiamo osservando intorno a noi, anche nei dati digitali, nei sistemi biologici, nelle simmetrie matematiche e nell’intero universo”.
Tutte queste affermazioni richiedono ulteriori test e verifiche prima di essere considerate plausibili e, come nota IFLScience, ci sono tanti documenti di ricerca che confutano la nostra esistenza digitale quanti ne promuovono l’inevitabilità scientifica. È possibile che la Seconda Legge dell’Infodinamica di Vopson porti a scoperte interessanti.
E se Vopson avesse ragione si spiegherebbe l’infinità dell’universo e il fatto che l’unica entità avente la capacità di promuovere questo esperimento sia ciò che noi chiamiamo Dio. Potremo concludere, seguendo SantAgostino, che la realtà del mondo e degli oggetti materiali è solo nella loro esistenza come idee, prima nella mente di Dio e poi nella mente dell’uomo, che è stata creata da Dio.
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