La più grande speranza per i giovani iraniani è lo Shah

La più grande speranza per i giovani iraniani è lo Shah

di Massimo Mariotti 

In Iran ci sono di nuovo delle grandi proteste ma le televisioni del mondo ne parlano poco. Forse, da un lato si teme che seguirà presto un bagno di sangue per reprimerle e dall’altro lato si insiste a dire che sono solo motivate dall’inflazione e dalla penuria di beni. Del resto all’insediamento del regime di Khomeini l’ultimo primo ministro del Paese, nel 1980 disse che gli ayatollah non saprebbero gestire neppure una drogheria. Parole profetiche!

Ma questa volta c’è qualcosa di diverso. Nelle rivolte del 2019, 2022 e 2023, lo slogan dominante era negativo: ciò che gli iraniani non volevano. “Morte al dittatore” risuonava per le strade. Oggi il Paese è andato oltre il rifiuto. Ora c’è l’affermazione. Si scandisce un nome: il principe ereditario Reza Pahlavi.

Per le strade si grida: Javid Shah ovvero Lunga vita allo Shah l’equivalente di “Lunga vita al re” . Per la prima volta dalla rivoluzione del 1979, gli iraniani non si limitano a denunciare un regime, ma stanno articolando un’alternativa.

Cosa significa la rinnovata popolarità del nome Pahlavi?  L’anno scorso, il principe ereditario, figlio dell’ultimo shah dell’Iran, ha visitato la Gran Bretagna, dove ha incontrato Boris Johnson, David Cameron e Nigel Farage. Nel 2023 si era recato in Israele e ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu. Si tratta di un notevole cambiamento di atmosfera per un Paese la cui ideologia dominante si basa sulla distruzione di Israele e che ha intitolato la strada su cui si trova l’ambasciata britannica a Bobby Sands, il militante dell’IRA morto in sciopero della fame in una prigione dell’Irlanda del Nord negli anni ’80.

Gli iraniani stanno nuovamente resistendo a quella che Scruton ha definito “la tirannia dei mullah malvagi”.

Il messaggio che gli iraniani stanno inviando è di una semplicità disarmante: vogliamo tornare alla normalità. Vogliono porre fine alla follia imposta da una dittatura islamica che ha isolato l’Iran dal mondo e da se stesso. Normalità significa relazioni pacifiche con l’estero e pace civile all’interno del Paese. Significa un Iran che non si definisce attraverso una rivoluzione permanente.

La macchina propagandistica del regime insiste nel ridurre l’attuale agitazione a una questione economica. È vero, l’inflazione ha devastato l’Iran. Quarantacinque anni fa, un dollaro statunitense valeva sette tomans. Oggi supera i 145.000 e può fluttuare fino al 25% in un solo giorno. Una svalutazione come la crisi della sterlina del 1992 è solo una giornata normale nell’economia iraniana.

Ma questa spiegazione crolla sotto un esame approfondito. Le proteste non hanno avuto origine nelle università o tra gli studenti radicali, ma nel bazar, il segmento più conservatore della società iraniana. Negozianti, commercianti, imprese ordinarie. Quando il bazar intona “Dio salvi il re”, non si tratta di una protesta economica. È una protesta profondamente politica. Quando gli strati più conservatori della società chiedono un cambiamento di regime, la legittimità del regime è crollata e non può essere riparata con la politica economica.

La risposta sta in quella che lo shah defunto descriveva come “l’alleanza scellerata tra islamisti e sinistra”. Negli anni che hanno preceduto la rivoluzione del 1979, queste due forze si erano saldate nel loro odio per la modernità liberale. Tra i loro sostenitori occidentali più influenti c’era lo storico e filosofo francese Michel Foucault, che si recò in Iran e salutò la rivoluzione islamica come una fonte di speranza in un mondo senza speranza.

MARCINELLE: UNA TRAGEDIA ITALIANA!

MARCINELLE: UNA TRAGEDIA ITALIANA!

 

 

L’8 Agosto ricorre la Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo, istituita dal Governo nazionale nel 2001 per celebrare, ricordare e onorare i tanti lavoratori italiani emigrati, oltre al contributo economico, sociale e culturale delle loro opere: una giornata fortemente voluta da Mirko TREMAGLIA, indimenticabile Ministro degli Italiani nel Mondo. In rappresentanza del Consiglio Comunale di Verona, mi trovo insieme ai pochi nostri Emigrati sopravvissuti al disastro avvenuto l’8 agosto del 1956 nella miniera del “Bois du Cazier”. Quel giorno, un devastante incendio causò la morte di 262 minatori, di cui ben 136 italiani, tra questi 5 Veneti compreso il Veronese Giuseppe CORSO, al quale negli anni scorsi riuscii a fare intitolare dal Consiglio Comunale, una Via nei pressi di Montorio. La tragedia di Marcinelle è assurta a simbolo delle difficoltà affrontate dai nostri Emigrati: spesso con l’eroismo quotidiano di milioni di uomini e donne umili, ma estremamente determinati nel sostenere le loro Famiglie e la Patria lontana, allo stesso tempo desiderosi di inserirsi nei mondi nei quali arrivavano, per contribuirne al progresso. A quasi 70 anni da quella tragedia, il senso della memoria per i Caduti dell’Emigrazione Italiana acquista ulteriori e ancor più grandi significati: Marcinelle, come tante altre vicende drammatiche e ancora non rimarginate per la storia della nostra Emigrazione, a partire dai linciaggi di Italiani a New Orleans e nella Camargues sino agli orrori giudiziari dettati da pregiudizi contro nostri connazionali, devono essere di monito ai nostri Governi. Non solo perché è sempre doveroso onorare la memoria degli Emigranti italiani sospinti dalla ricerca di un futuro migliore per le proprie Famiglie, ma soprattutto perché la storia della nostra Emigrazione, ricca di straordinari successi e intrisa al tempo stesso di dolore e di lacrime, entra come elemento fondante e costitutivo della nostra Identità Nazionale. Viviamo invece un periodo storico in cui gli italiani all’estero, una magnifica Comunità di 7 milioni di persone, non sono abbastanza degni di attenzione, mentre vi sono circa 500.000 persone di origine italiana che, a causa della lentezza burocratica, subiscono una lunga attesa per regolarizzare la loro cittadinanza. La diffusione della lingua italiana, l’affermazione dell’Italia come protagonista assoluto nella cultura, nell’arte, nell’architettura, nella scienza e nella tradizione classica, devono diventare una realtà di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi, dentro e fuori dai nostri confini.

Il Consigliere Comunale di Verona

Massimo Mariotti

 

Domenica

Domenica

(Emanuele Torreggiani). La domenica, nel primo pomeriggio, nelle fauci del torrido che trapassa il grande parcheggio rovente, che circonda l’Ipermercato, le badanti dell’Est si danno appuntamento. Radunano a tavolata i tavolini d’alluminio del plateatico. Hanno mani e braccia forti come muratori, si predispongono al banchetto. A capotavola, seguendo il costume d’una educazione antica e severa, siede la più anziana del plotone alla quale toccherà il tagliare e il distribuire.

Son sedute tutte e otto. Ma i posti preparati sono per dieci e infatti le due escono dall’aria alpina del supermercato reggendo in tandem un anguria siluro da dieci chili. E ridono, ridono come ridono i bimbi quando son felici. Ridono con la gola, ridono con le labbra, ridono con gli occhi e ridono con i gesti. Ridono con la loro lingua che s’amalgama in un canto di nenia da malga. E qui, la madre del gruppo, dalla borsa a valigia, estrae un coltellaccio con un buon manico di legno levigato dal grande uso che ricorda quello affilatissimo dell’orco in Pollicino, e con mano usa al gesto taglia la culatta dell’angurione e predispone le fette rosse, che già richiamano mosche ingorde, sui piattini di plastica che già un’altra signora aveva disposto lungo la tavolata mentre un’altra ancora aggiungeva curiosi bicchierini alti un pollice di plastica trasparente perché un’altra donna ancora ne versi, sino a sfiorarne il bordo, la prelibata vodka di grano delle loro terre. E attendono, tra grandi risa e subitanei silenzio nei quali ciascuna donna ritorna all’isba sua lontana mille e mille miglia, il pomeriggio di libertà che sfiora le ore sedici. Prima di lasciarsi intonano in sordina un canto che al mio orecchio s’immerge profondo nel dolore della nostalgia. Se ad una scappa una lacrima la sua vicina di tavola gliel’asciuga con un gesto che soppesa la carezza e il rimprovero. Ma ancora ridono di un riso alto e squillante; poi ripongono le stoviglie di plastica, che laveranno per la domenica appresso, e riprendono per le loro strade con la sgambata segnata dalla forgia militare: un passo un metro. Tornano ai nostri anziani che abbiamo consegnato alle loro forti e delicate, anche affettuose, mani.

Che Iddio le conservi. Domenica, mese di luglio, anno domini 2025. Pianura padana – avamposto dell’Est.

 

L’Italia partecipò indirettamente alla vittoria nipponica di Tsushima

L’Italia partecipò indirettamente alla vittoria nipponica di Tsushima

 

 

Le navi russe sfilano al largo di Singapore dirette a Tsushima

 

di Marco Patricelli

AGI – C’era un pizzico di eccellenza italiana nella folgorante vittoria del Giappone sulla Russia nella battaglia navale di Tsushima (27-28 maggio 1905). È noto che gli incrociatori corazzati «Kasuga» e Nisshim» erano scafi della Classe Garibaldi, progettati in Italia e costruiti nei cantieri navali della Ansaldo di Genova-Sestri pochissimi anni prima, alla fine dell’Ottocento; assai meno noto, invece, che una delle chiavi del clamoroso successo dell’ammiraglio Togo fosse frutto dell’alta tecnologia italiana. Il conte Sigmund Fago Golfarelli, generale decorato di medaglia d’argento al valor militare scomparso nel 2005, nel 1995 rivelò che tra i cimeli pervenuti dalla sua famiglia conservava due preziosissimi vasi inviati a Roma dall’imperatore Mutsuihito il quale ne aveva fatto dono quale ringraziamento per aver contribuito a quella vittoria che rivelò il Sol Levante come potenza mondiale dopo essere uscito da pochi anni da una struttura medioevale. La guerra contro la Russia di Nicola II era divampata dal contrasto di espansione sullo scacchiere orientale. All’epoca il Giappone non era accreditato come militarmente competitivo, e gli strateghi di Pietroburgo troppo tardi si accorsero dell’errore di essere entrati in rotta di collisione col temibile impero del Sol Levante.

Eugenio Zanoni Volpicelli, console d’Italia a Hong Kong dal 1899 al 1919 che pubblicò un libro sulla battaglia di Tsushima

Con la strategica base di Porth Arthur, nel Canale di Corea, attaccata e assediata dai giapponesi, che vi avrebbero distrutto l’intera Flotta del Pacifico zarista, i russi non trovarono di meglio che inviarvi in soccorso nell’autunno del 1904 la Flotta del Baltico agli ordini dell’ammiraglio Zinovij Rožestvenskij. Un’impresa epocale: una parte era entrata nel Mediterraneo da Gibilterra e poi attraverso il canale di Suez aveva fatto rotta sul Madagascar; un’altra aveva doppiato il Capo di Buona Speranza per circumnavigare l’Africa. Agli inizi di gennaio del 1905, centoventi anni fa, Rožestvenskij al largo del Madagascar aveva ricostituito la poderosa formazione, espressione della quinta marina del mondo, con 7 corazzate, 2 incrociatori corazzati e 6 leggeri, 9 cacciatorpediniere e naviglio d’appoggio. La notizia della fine dell’assedio di Port Arthur con la resa russa del 5 gennaio rendeva inutile quella gigantesca missione costellata sin dall’inizio da ogni genere di problema, a partire dall’aver cannoneggiato innocui pescherecci inglesi irritando Londra sino alle soglie del conflitto aperto, difficoltà di approvvigionamento di carbone e cibo fresco, scarso amalgama tra le navi e tra gli equipaggi, preparazione al combattimento approssimativa e scollamento tra ufficiali ed equipaggio. Persino la manutenzione era un‘impresa, per l’eterogeneità dei mezzi. I tempi lunghissimi di navigazione, poi, avevano sfaldato ogni coesione e ogni concetto di efficienza bellica. I russi potevano mantenere in media una velocità di crociera e di manovra che era la metà di quella della flotta giapponese, moderna e ben addestrata, oltre che ottimamente comandata dall’ammiraglio Togo che si era formato in occidente.

L’implacabile precisione delle batterie e il tiro al bersaglio contro la marina russa
Da Singapore, per raggiungere Vladivostok, unica base nel Pacifico a disposizione, Rožestvenskij era costretto a forzare il blocco nipponico sperando di riuscire a passare inosservato nel Canale di Corea, e delle tre rotte possibili scelse Tsushima: era l’opzione più logica, ma anche quella che Togo riteneva la più probabile. Fu una nave ospedale a essere intercettata dalla ricognizione giapponese e a far scatenare la battaglia, che Togo gestì magistralmente con manovre esemplari e un tiro di precisione che fece strame delle navi zariste. E proprio sulla precisione, oltre all’addestramento accurato, arrivava il contributo del conte Fago Golfarelli, il quale aveva elaborato un sistema di puntamento all’avanguardia realizzato dalle Officine ottiche Galilei. Era stato offerto alla Regia Marina affinché ne dotasse le sue artiglierie, ma essa declinò; il Giappone, invece, non si fece sfuggire l’invenzione e ne munì la flotta di Togo (4 corazzate e 26 incrociatori), assieme a un nuovo esplosivo creato dagli americani. La battaglia divenne un gigantesco tiro al bersaglio. Quando il cannone cessò di tuonare la Flotta del Baltico non esisteva più: 21 navi colate a picco dalle batterie nipponiche, 13 tra catturate e disarmate. Circa diecimila le perdite russe, tra marinai uccisi e feriti, dieci volte di più di quelle giapponesi, che peraltro non lamentavano alcun affondamento. Lo stesso Rožestvenskij era stato gravemente ferito nei combattimenti, e verso il quale Togo aveva tenuto un comportamento cavalleresco accogliendolo sull’ammiraglia «Mikasa». Quella di Tsushima sarebbe stata l’ultima grande battaglia navale tra corazzate.

l’Ammiraglio Togo sul ponte della sua ammiraglia

La riconoscenza e il dono dell’imperatore al conte Fago Golfarelli
Il disastro zarista aveva fatto scattare l’allarme nelle cancellerie occidentali, anche perché era la prima volta che una potenza veniva battuta e umiliata da una nazione dell’estremo oriente, per di più di recentissima modernizzazione. Le diplomazie si attivarono per limitare i danni, anche d’immagine, e le ripercussioni. Il trattato di Portsmouth, con la mediazione interessata del presidente statunitense Theodore Roosevelt e della Gran Bretagna, fu sfacciatamente dalla parte di Pietroburgo, ridimensionando il successo giapponese e mitigandone le pretese di espansione territoriale col pretesto di voler salvaguardare i diritti della Cina. Nel Sol Levante la vittoria, che ne aveva rivelato la potenza militare, aveva avuto un alto prezzo in vite umane e aveva aperto una voragine nei conti pubblici; ma nello stesso tempo lo choc aveva fatto entrare ancora più in profondità nella società della Russia zarista il cuneo rivoluzionario, con l’ammutinamento dell’incrociatore «Potëmkin», le rivolte militari e contadine soffocate nel sangue, e la sollevazione di Mosca e di altre città minori stroncate con la forza. L’imperatore giapponese non aveva dimenticato però quanto fosse stato prezioso l’apporto delle ottiche di precisione realizzate in Italia e ordinò di inviare a Roma nel palazzo del conte Fago Golfarelli due antichissimi vasi artistici come segno tangibile della sua riconoscenza.

I violenti non hanno posto a Lonate Pozzolo in Provincia di Varese. La presidente dell’Anpi esclusa dalle celebrazioni per il 25 aprile

I violenti non hanno posto a Lonate Pozzolo in Provincia di Varese. La presidente dell’Anpi esclusa dalle celebrazioni per il 25 aprile

“La De Tomasi non è gradita a Lonate Pozzolo” ha comunicato la giunta di Lonate Pozzolo presieduta dal sindaco Elena Carraro. Questa pare essere la prima ripercussione dopo i fatti di Luino: la presidente provinciale dell’Anpi, Ester De Tomasi non sarà gradita a Lonate Pozzolo (provincia di Varese) in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile.

Il sindaco Elena Carraro con l’appoggio di Lega e Fratelli d’Italia dice che si tratta di una scelta obbligata in seguito a quanto accaduto lo scorso lunedì a Palazzo Verbania a Luino, dove la De Tomasi si è rivolta verso lo studente di 19 anni Samuel Balatri, reo di aver espresso la sua opinione, affermando di volerlo prendere a schiaffi.
Secondo quanto riportato da La Prealpina, giovedì il sindaco di Lonate ha inviato una lettera di poche righe al comitato provinciale e alla sezione lonatese di Anpi, sottolineando di ritenere “non opportuna” la presenza della De Tomasi alle celebrazioni programmate sul territorio per il 25 aprile. “Ritenendo opportuna la vostra presenza alle celebrazioni, si demanda a vostra discrezione di fare intervenire un altro rappresentante dell’Anpi”. Non è tardata ad arrivare la replica del presidente della sezione Anpi di Lonate e Ferno Federico Schioppa: “Siamo amareggiati per un atteggiamento di chiusura, fermo restando che è ancora più grave il fatto che, prima di quanto successo a Luino, il nome di De Tomasi come relatore non compariva nei volantini e nei manifesti del comune per il 25 aprile”. Per Schioppa si tratterebbe dunque di una “decisione politica” del Comune.
La De Tomasi avrebbe dovuto partecipare a due eventi in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione: il primo a Sant’Antonino Ticino, in occasione dell’apposizione della targa al partigiano Annunciato Crivelli, il secondo a Lonate al Parco delle Rimembranze. Per quanto riguarda l’appuntamento di Sant’Antonino Ticino, la targa non è ancora pronta e dunque la commemorazione è stata rimandata. Mentre a Lonate la De Tomasi “non è gradita”, ma nonostante ciò i partigiani avranno una propria rappresentanza alle celebrazioni.

Il bel sindaco leghista Elena Carraro mostra ancora una volta il suo coraggio; in passato aveva ricevuto decine di lettere minatorie e i carabinieri hanno dovuto arrestare uno stalker che la perseguitava, eppure non arretra dalle sue posizioni e mantiene ancora una volta il punto.

Angelo Paratico

Aldo Moro, il fascista

Aldo Moro, il fascista

 

Aldo Moro “Lo Stato” Bari, 1944.

 

Riportiamo qui il capitolo relativo ad Aldo Moro, contenuto nel libro “Camerata dove Sei?” pubblicato anonimamente a Roma nei primi anni Settanta e ripubblicato nel 2020 da Gingko Edizioni di Verona, con il titolo di Il “Paese dei Voltaggabana”.

 

La prima citazione ufficiale dell’attività fascista di Aldo Moro risale al 14 aprile del 1938, allorché, in una cronaca dei « Littoriali della Cultura e dell’Arte », qualcuno scrisse: « Le osservazioni più interessanti si sono avute, sempre nel senso universale del fascismo di fronte alla storia: e l’universalità della dottrina fascista come principio di dominio storico è stata posta in luce originariamente da Aldo Moro, di Bari ».

Ebbe inizio così una luminosa carriera, che doveva portare il Nostro alla cattedra universitaria. E sempre all’insegna della più rigorosa ortodossia fascista.
Alla vigilia della caduta di Mussolini il professor Aldo Moro raccolse le sue lezioni universitarie dell’anno 1942-’43 in un volume dal titolo: «Lo Stato». Le lezioni cominciavano con la ricerca di una «ideale sintesi dell’autorità con la libertà»: argomento che i dottrinari del fascismo per vent’anni avevano tenuto sul tappeto per sottrarre lo Stato mussoliniano al trabocchetto di Hobbes.

Se n’era autorevolmente interessato anche il Fanfani, in un libro sul Significato del corporativismo, pubblicato e ripubblicato dal 1936 al 1941, allo scopo di ribadirne i concetti nella mente dei buoni scolari del Littorio.
Quest’ideale sintesi, per Moro stava al centro della «evoluzione dallo Stato liberale allo Stato bolscevico»; non diceva che coincide col fascismo, ma altra ipotesi politica nel 1943 non si dava. Egli infatti respingeva tanto gli eccessi e gli squilibri del liberalismo, quanto la barriera della collettività che livella «in una mortificante eguaglianza la vera libertà».
Il professore Moro passava quindi a osservare che «lo Stato è nulla se non è inteso esso stesso come espressione di eticità». Ed è significativo che il tenace Aldo insistesse sino allo scorcio del 1943, in quei concetti sullo «Stato etico» che avevano irritato le più alte gerarchie della Chiesa quando Mussolini aveva osato esporli nello storico discorso del 1929 sui Patti Lateranensi. Ma più interessante ancora è trovare citato, a pagina 59 del dottissimo corso di lezioni, il filosofo fascista, Giorgio Del Vecchio; per suffragare la tesi di uno Stato inteso come «la società particolare» che soltanto in esso e per esso realizza « l’efficacia massima della vocazione sociale verso l’unità»: lo Stato, per colui che in nome del centrosinistra l’avrebbe poi distrutto nel 1943 era, in definitiva, l’unico e insostituibile e storico aggregato che assicurava ai popoli il compimento della spinta all’unità senza la quale non esiste vita civile.

Naturalmente non era possibile dimenticare il discorso all’Augusto di Mussolini: «Noi oggi vogliamo identificare la Nazione con lo Stato». E Moro: «Lo Stato, nella sua più tipica particolarità, si pone come Nazione»; e ancora: «Lo Stato nazionale è lo Stato nella sua concreta storicità».

Le impostazioni combaciano. Moro era nel solco della Rivoluzione. C’è di più: lo Stato, secondo un’altra nota intuizione di Mussolini, è un ente metagiuridico, cioè non nasce dal diritto, anzi si pone sopra di esso.

Ed ecco Moro: «Non è la Nazione che crea lo Stato, perché la Nazione è sempre Stato, anche se sembri sfornita di quelle caratteristiche di sovranità che dello Stato sono proprie»; ma essa finirà col conquistarle, e col realizzarsi in esse, così facendosi Stato, soltanto che abbia «coscienza e volontà di unità»: che abbia cioè a disposizione non strumenti giuridici, ma quella «coesiva volontà di potenza», che la democrazia rimprovera al fascismo perché non la intende lecita creatrice dello Stato. Moro, nel 1943, fascisticamente, pensava invece di sì.

Ma il capo antifascista, antitotalitario, antirazzista della DC non si fermava qui. A pagina 61 del corso egli prospettava «gli elementi costitutivi da cui la Nazione risulta». E avvertiva che essi possono, a volte, mancare in parte, ma sempre sostituendosi la minore efficacia di qualcuno con il maggiore vigore degli altri. Siffatti elementi sono: «La razza, la cultura, la lingua, la religione, la tradizione, le aspirazioni storiche».

La razza, per prima dunque; e al quarto posto la religione. E che cosa è la razza? Moro spiegava: «La razza è l’elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello Stato».

Il discorso di Moro già nel 1943 era, come sempre, contorto e farraginoso. Ma si resta di stucco appena si comprende che, a suo parere, e almeno sino a quando il fascismo tirò l’ultimo respiro, l’elemento razziale dell’uomo condizionava l’aspirazione della società a diventare Stato.

Proseguendo nella lettura del testo delle lezioni morotee, leggeri brividi totalitari si avvertono a pagina 141, allorché, «nell’ordine etico-giuridico dello Stato», è concluso ed esaurito «un compiuto ordine etico del tutto», il cui contenuto non è che «totale realizzazione della dignità umana nella necessaria sua esperienza sociale».

Anche qui, si comincia con Moro e si finisce con Mussolini, o viceversa, con quel Mussolini che affermava che «lo Stato è uno, è una monade inscindibile», onde «tutto è nello Stato, e nulla è fuori dello Stato».

Non siamo proprio all’identità del sistema, si capisce. Ma siamo sulla buona strada. Se la bomba atomica fosse stata lanciata nel 1943 da un velivolo nazifascista, le premesse filosofiche per l’ulteriore e più deciso suffragio moroteo alle dottrine totalitarie dello Stato erano già poste.

Poi, come tutti sanno, le cose andarono male; ma Aldo Moro poté dire serenamente di aver fatto l’impossibile per convincere i giovani, dall’alto della sua cattedra, ad andare a uccidere, e farsi uccidere, in nome del fascismo. Infatti, nel 1943 la guerra, per Moro, era una «tipica realizzazione di giustizia», comprensibile nella sua ineluttabile storicità non soltanto allorché viene dichiarata «per reagire all’arbitrario inadempimento di un trattato», ma anche quando «si pone come reazione alla minaccia o alla lesione di supremi interessi dei quali non sia stata predisposta in termini espliciti la tutela, come violazione cioè di quella etica dignità degli Stati che non è meno valida né meno degna di rispetto se
pur non abbia trovato uno storico riconoscimento».

La spiegazione, evidentemente non riguarda soltanto guerre come quella etiopica, provocata dall’offesa di Ual-Ual, o come quella del 10 giugno 1940, legittimata dalle provocazioni anglo-francesi e dall’accerchiamento delle potenze dell’Asse da parte delle Grandi Democrazie: Moro sosteneva la validità della guerra anche quando fosse la «dignità» dello Stato tedesco a essere ingiuriata e mortificata dal rifiuto di Danzica.
E se, nelle pagine successive, la vocazione guerrafondaia del Moro si mimetizzava con un po’ di umanitarismo, ogni tanto rifugiandosi nel limbo di una perplessità crepuscolare, subito dopo egli riprendeva animo, tanto che, dopo le «terribili esperienze» lacrimate a pagina 274, riconferiva alla guerra patenti di legittimità in virtù della «giusta causa che con essa si serve».
L’onorevole Moro scrutava a questo punto, tra le tenebre dell’avvenire, a proposito della conclusione della guerra. Quando essa non è sancita da un trattato di pace che esprima solidarietà tra vinti e vincitori, ma da un ingiusto Diktat («il quale del trattato ha solo la forma esteriore»), allora, diceva, «la guerra non è con esso conclusa» (pagina 276), cioè la guerra non finisce, la guerra continua, anche se le armi sono per forza riposte dal popolo vinto.
Lungimirante adesione, questa, alle polemiche «neofasciste» dell’ultimo dopoguerra contro i governi ciellenisti che avevano accettato e applaudito il Diktat degli Alleati, riuscendo persino a ritenersi vincitori.

L’epilogo del libro ha uno splendore di profezia: «In definitiva l’anima più profonda della guerra, il suo significato vero, il suo valore, sono in questo suo immancabile protendersi verso l’armonia dei popoli che essa, nella forma provvisoria della lotta, dà opera a costruire. La sua verità non è nella rottura dell’unità che essa implica momentaneamente, ma proprio nell’unità cui essa serve con il terribile strumento della lotta. Per questo la guerra può essere grandissima e umanissima cosa; per il suo immancabile anelito verso l’unità e la giustizia, per il suo accettare ogni prova, e quella suprema del sangue, perché la giustizia sia, talché proprio nella guerra della verità universale si afferma il supremo valore, se proprio per realizzarla gli Stati, e cioè gli uomini che sono gli Stati, accettano tutte le prove e tutti i dolori. Questa attesa di una rivelazione della giustizia, che si paghi al prezzo del supremo dolore, che è in ognuno dei belligeranti, se è vero che nessuno possiede intera la verità, ma questa va sorgendo dal sacrificio di tutti, dall’amore di verità con cui tutti abbiamo combattuto, dall’esito del gioco delle libere forze, sì, ma soprattutto dal consenso dato alla verità così rivelatasi, dà grandezza veramente umana alla vicenda della guerra».

Così scrivendo Aldo Moro seguiva, ancora una volta, la scia del Capo con attenta perizia, anche se non citava la fonte. Aveva detto, infatti, Mussolini: «Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla». E, ancora, come Moro: «La storia ci dice che la guerra è il fenomeno che accompagna lo sviluppo dell’umanità. Forse è il destino tragico che pesa sull’uomo. La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna. Perciò Proudhon diceva che la guerra è di origine divina, ed Eraclito, il malinconico di Efeso, trovava la guerra all’origine di tutte le cose».

Queste convergenze esaltatrici dei conflitti bellici tra Mussolini ed Aldo Moro, oggi sono, naturalmente, dimenticate. Così come sono dimenticati i giovani che, dopo avere ascoltato le lezioni di Moro, andarono al fronte e caddero combattendo, mentre il loro professore restava a casa, a prepararsi per il nuovo destino antifascista.

 

 

 

 

 

Uccidere il padre sta diventando un titolo di merito? Dopo le castronerie sul patriarcato questo diventerà sempre più comune

Uccidere il padre sta diventando un titolo di merito? Dopo le castronerie sul patriarcato questo diventerà sempre più comune

Simeu Panic, un 46enne bosniaco, è stato ucciso a coltellate dal figlio Bojan di 19 anni, all’interno della loro abitazione a Mezzolombardo (Trento). Il ragazzo, che studia a Bolzano, sostiene di essere intervenuto per difendere la madre, che in quel momento dice che stesse subendo l’ennesima aggressione da parte del marito. È stato lo stesso 19enne, rimasto sul posto, a chiamare con la madre i carabinieri. Il giovane, arrestato e poi scarcerato, ha detto al pm: “L’ho colpito con un coltello da cucina, stava ancora maltrattando la mamma. Ho cercato di rianimarlo, ma era già morto”.  Il giovane è stato rimesso in libertà, perché secondo la procura non sussisterebbe la necessità della carcerazione. Questo è un fatto a dir poco incredibile, dato che esiste il pericolo di inquinamento delle prove.

In molte civiltà del passato l’assassinio del proprio padre era il crimine più abominevole, paragonabile al regicidio. Nell’antica Roma, indipendente dalle giustificazioni possibili, il colpevole veniva chiuso in un sacco, con un gallo e una vipera e poi gettato nel Tevere.

In Cina il parricida veniva squartato sulla pubblica piazza, dato che quel crimine veniva giudicato una ribellione nei confronti dell’imperatore e una empietà verso Dio, che andava a minare alle fondamenta l’assetto sociale. Secondo Confucio una Nazione è in pace e prospera quando un figlio si comporta bene con i fratelli anziani e i genitori, e quando i genitori rispettano e onorano i propri vecchi.

Di notte, sentendo i genitori urlare, Bojan e il fratello di 17 anni, sarebbero intervenuti. A quel punto la discussione è degenerata: il 19enne avrebbe aggredito il padre, colpendolo ripetutamente con un coltello da cucina. Il ragazzo, davanti alla pm Patrizia Foiera, assistito dall’avvocato Veronica Manca, avrebbe detto di non essersi reso conto di aver ucciso il padre!

A 19 anni uno non è più un ragazzo ma un uomo e chiunque non sia un delinquente o un imbecille dovrebbe sapere che quando prende a coltellate un uomo lo sta uccidendo. Il racconto del giovane è stato ritenuto attendibile e suffragato dalla testimonianza della madre e di altri parenti che erano a conoscenza del carattere aggressivo del papà, che di professione faceva il muratore.

Non si capisce tutta questa comprensione per Bojan perché non serve uccidere il proprio padre, basta cercare di portare la calma e se questo non sarà possibile bisognerà chiamare i carabinieri. Se si giustificano questo genere di azioni, rilasciando subito il colpevole, rischieremo il disfacimento della nostra società.

Angelo Paratico

I quadri di Carl Spitzweg, un Edward Hopper dell’Ottocento

I quadri di Carl Spitzweg, un Edward Hopper dell’Ottocento

Carl (o Karl) Spitzweg (Unterpfaffenhofen, 5 febbraio 1808 – Monaco di Baviera, 23 settembre 1885) è stato un pittore tedesco di stile Biedermeier nonché una delle figure più importanti della vita culturale tedesca del XIX secolo.

Appartiene alla corrente artistica nota in Germania come Biedermeier  un movimento artistico e ornamentale sviluppatosi tra il 1815 ed il 1848. Il termine stesso si diffuse attorno al 1850 come dispregiativo, preso in prestito da un personaggio dei poemi pubblicati sulla rivista satirica bavarese Fliegende Blätter dal medico Adolf Kussmaul e dall’avvocato Ludwig Eichrodt, e stava ad indicare il piccolo borghese apolitico e conservatore, interessato solo alla propria vita familiare. È composto da due parole, cioè l’aggettivo “semplice”, “sempliciotto” (bieder, ma che significa anche “integro”, “onesto”) unito a uno dei cognomi tedeschi più diffusi Meier (o Maier).

Carl Spitzweg resta uno dei pittori tedeschi più amati, rispettati e riprodotti. Il suo quadro che preferisco?  senza dubbio è “Il povero poeta”(Der arme Poet) forse perché vedo un po’ di me stesso in questa commovente rappresentazione.

Angelo Paratico

 

 

Der Arme Poet

 

 

La singolarità è davvero vicina. Presto i robot si affronteranno sul campo di battaglia e disporranno delle nostre vite e del nostro futuro

La singolarità è davvero vicina. Presto i robot si affronteranno sul campo di battaglia e disporranno delle nostre vite e del nostro futuro


“Quest’anno speriamo di riuscire a produrre circa 5mila robot Optimus il robot umanoide di Tesla – dice Musk – potremmo farne 10mila-12mila ma siccome si tratta di un prodotto totalmente nuovo puntiamo alla metà. Ma anche 5mila è la dimensione di una legione romana (in realtà una legione era composta da circa 6mila militi). Questo è un pensiero spaventoso: una legione di robot! Penso avremo almeno una legione di robot quest’anno – prosegue Musk – e probabilmente 10mila l’anno prossimo. Il robot sarà pronto per essere utilizzato al di fuori di un ambiente controllato da Tesla nella seconda metà del prossimo anno. Offriremo i robot Optimus prima ai dipendenti Tesla che avranno la priorità”.
Musk non è persona da raccontare fandonie e, come per altri settori, si trova all’avanguardia della tecnologia con le sue imprese, di almeno di una decina d’anni.
Il generale Nick Carter, a capo della difesa della Gran Bretagna ha suggerito che l’esercito britannico potrebbe un giorno riempire i suoi ranghi con “soldati robot”. Questa potrebbe sembrare una prospettiva scoraggiante, ma un esperto militare ha previsto che robot militari altamente intelligenti sono in realtà a soli 5 anni dal “cambiare il volto” della guerra.
Le macchine ad alta tecnologia impiegheranno un’intelligenza artificiale all’avanguardia per informare in tempo reale la strategia relativa alla “configurazione del terreno e alle possibili minacce”, ha rivelato Charles Glar. Dispositivi come questi cambieranno sicuramente il panorama del combattimento moderno”. Glar, esperto di robotica, automazione e intelligenza artificiale, ritiene che l’esercito americano sia sulla buona strada per creare queste macchine “immortali ed estremamente efficaci” entro il 2035, se continueranno gli attuali tassi di spesa di oltre 4 miliardi di dollari all’anno. Si tratterà di creazioni umanoidi simili a Terminator, il personaggio di Hollywood.

Gli ucraini si sono ritirati da Kursk. In agguato a terra, i migliori droni d’attacco russi stanno devastando i convogli ucraini

Gli ucraini si sono ritirati da Kursk. In agguato a terra, i migliori droni d’attacco russi stanno devastando i convogli ucraini


Il 25 febbraio un gruppo d’élite russo di droni, il Rubicon Center of Advanced Unmanned Systems, aveva lanciato una devastante ondata di attacchi contro le principali linee di rifornimento a sostegno della guarnigione ucraina a Sudzha, il centro del saliente controllato dall’Ucraina nell’oblast di Kursk, nella Russia occidentale. Due settimane dopo, il 10 o l’11 marzo, gli ucraini ha evacuato Kursk e si sono riposizionati sul lato ucraino del confine, dunque sconfitti e costretti a lasciare Kursk dopo aver occupato parte dell’oblast per sei mesi. Il gruppo di droni Rubicon è stato fondamentale per la vittoria russa. E le tattiche avanzate nell’uso dei droni del gruppo, come le ha descritte l’analista Andrew Perpetua, sono state fondamentali per gli sforzi di Rubicon. Il 12 marzo o prima, un drone russo con visuale in prima persona (i russi hanno diffuso il video) che trasportava una testata e inviava video ai suoi operatori, via radio o forse anche via cavo in fibra ottica, ha sorvolato una strada frequentata da camion ucraini. Che la strada fosse pericolosa era ovvio: i relitti di diversi veicoli punteggiavano la strada. Invece di limitarsi a sorvolare la strada, sperando che un bersaglio valido passasse prima dell’esaurimento della batteria, si era posato a terra vicino alla strada e aveva atteso. Riposando invece di volare, il velivolo senza pilota ha potuto risparmiare sulla batteria.

Quando poi era passato un convoglio ucraino il drone si è alzato e ha colpito il bersaglio.  La novità non sta tanto nell’attesa per risparmiare le batterie, ma nel fatto che le forze russe e nordcoreane si sono concentrare nel colpire i convogli di rifornimento invece che bersagli in prima linea.

Un altro fattore dei successi russi sta nell’uso di droni controllati da una cavo di fibra ottica invece che via radio, annullando il vantaggio degli ucraini nel disturbare i segnali e farli cadere a terra.

Gli operatori dei sistemi Rubicon hanno mostrato di conoscere bene le tecniche necessarie e inoltre sono riusciti a piazzare delle mine sulle strade  per poi farle esplodere quando ci passa sopra un veicolo ucraino. Sono provviste di cariche cave rivolte verso l’alto, capaci di penetrare anche la corazza di un carro armato.

Questo cambiamento di tattica provocherà presto il crollo del fronte ucraino, se non verranno trovate delle adeguate contromisure di contenimento.