Il problema degli orsi in Trentino

Il problema degli orsi in Trentino

Messner dice che gli orsi sono troppi in Trentino e suggerisce di trasferirli in Siberia.

di Ennia Daniela Dall’Ora

Il caldo è insistente anche questo mese di ottobre. Niente di meglio che regalarsi delle giornate nella Natura. L’organizzatissimo Trentino offre durante i mesi estivi delle oasi di verde che rigenerano veramente corpo e spirito. Esse si possono raggiungere sia a piedi attraverso sentieri sia per buona parte in macchina. Per evitare traffico ed inquinamento oltre ai servizi gratuiti di trasporto pubblico quale treno e autobus per i turisti muniti della Trentino Guest Card è stato predisposto un servizio di autobus a chiamata che in realtà funziona come un taxi. Con l’applicazione apposita o con l’aiuto dei punti di informazione si prenota anche nella stessa giornata nella quale si vuole usufruire del servizio, un bus che prelevando il turista da una delle tante fermate lo lascia sul luogo richiesto il tempo che desidera per passare poi a prenderlo all’ora desiderata. Il servizio funziona anche per un solo passeggero. Gli autisti sono ragazzi del posto o di paesi limitrofi come Cles, Malè, gentilissimi, per lo più giovani, impegnati d’estate come prudenti conducenti o guide e d’inverno impegnati con il turismo legato allo sci.

Anni fa in montagna i turisti oziavano molto meno di adesso. Non visitavano solo i paesini e quanto offrivano ma frequentavano la montagna per escursioni dedicandosi a lunghe camminate o per usare un linguaggio moderno al trekking. Nonostante ai giorni nostri giri un mondo intorno all’alpinismo- trekking per facilitare ogni piccola o grande impresa, stranamente la gente cammina meno e sui sentieri si incontrano sempre meno appassionati che si inerpicano sulla montagna con zaino in spalle con mete precise e ad altitudini decise dopo un attento esame alle mappe spesso alla volta di malghe o rifugi. I fedelissimi della montagna raggiungono cime compiendo dislivelli notevoli e quando sui sentieri incrociano altri alpinisti si salutano amichevolmente come se si conoscessero da tempo e si avvertono a vicenda della presenza di pendii ripidi, rocce scivolose alberi caduti ed animali.

Quest’anno uno degli argomenti più trattati nella bellissima e verdissima Val di Sole è la presenza degli orsi. Alcuni abitanti mettono in guardia i turisti sulla loro presenza in alcuni boschi, altri pur ammettendo la loro presenza dichiarano che non sono pericolosi e quindi di non preoccuparsi molto. Resta comunque indiscutibile l’avvenuta aggressione da parte di un’orsa ad Andrea, un giovane sportivo del luogo mentre si allenava alla corsa nei boschi a lui tanto cari. Andrea, ventiseienne, era molto amato e stimato da tutti. Ora si continua a cercare di capire come sia accaduto il fatto, come l’orsa, poi identificata abbia attaccato, ferendolo a morte il giovane. Una tragedia che ha sconvolto tutti in Val di Sole e in Val di Non e in tutto il Trentino. Gli abitanti delle valli si dividono tra chi sostiene che gli orsi debbano essere abbattuti o trasferiti n un habitat diverso e chi invece afferma che con dovuti accorgimenti si possa evitare il loro abbattimento.  Non sono rari i manifesti con la foto di Andrea su pannelli che riportano la dicitura “Io sono con Andrea” appesi ai balconi o all’entrata di punti di ristoro o malghe o edifici pubblici. Gli abitanti della Val di Sole si sono tutti stretti intorno alla famiglia di Andrea e raccontano delle incursioni notturne degli orsi in paese e delle aggressioni ad altri animali.  L’orsa colpevole è stata catturata e rinchiusa per il momento in un centro faunistico in attesa della sentenza definitiva che stabilisca il suo destino.

Alla fine degli anni novanta una decina di orsi vennero portati dalla Slovenia in Trentino con l’intenzione da parte degli esperti di ripopolare la fauna dolomitica.  In realtà quegli orsi rimasero sul luogo senza emigrare in altri boschi delle Dolomiti come invece si sperava. Oggi si contano in Val di Sole, Val di Non e zone limitrofe 108 orsi tra plantigradi adulti e cuccioli.  Gli animalisti gridano per la loro salvezza, gli abitanti della Val di Sole manifestano non tanto per il loro abbattimento ma per il loro trasferimento in luoghi più adatti e lontani dai centri abitati. L’orso è un mammifero che ama vivere nel suo habitat e non cerca l’uomo, anzi si dice che la presenza dell’uomo lo disturbi quindi sembra lecito chiedersi se sia il caso di valutare l’abbattimento di quegli orsi che in qualche modo sgarrano il comportamento proprio della loro specie entrando in paese, nei recinti delle case private, in altre parole di quegli orsi che si avvicinano all’uomo. Quell’orsa aveva già aggredito ed era stata definita “problematica”.

Oggi in Val di Sole le esperte guide che accolgono o accompagnano i turisti si adoperano per dare loro alcune indicazioni sul comportamento da tenere nei boschi per evitare gli orsi. È preferibile percorrere i sentieri in gruppo, mai da soli, durante le ore di sole, fare rumore con i bastoni da trekking, parlare ed ogni tanto battere le mani in quanto si è visto che il rumore infastidisce gli orsi e li fa allontanare. Nel caso si avvisti bisognerebbe indietreggiare lentamente e assolutamente non correre. Tutto questo porta a riflettere sui rapporti animali uomo e ancora uomo e natura.

La natura incontaminata del Val del Sole offre paesaggi in cui prati verdi si alternano a fitti boschi di pini rossi e neri, di larici anch’essi ultra centenari di querce ed anche di castagni e faggi di solito poco presenti ad altitudini elevate. Tra i rami si possono scorgere tetti di legno di baite che ricordano i presepi e  rifugi di pietra dove i turisti possono  veramente e letteralmente “ tirare il fiato.” Liberi da impegni e lasciato a valle ogni pensiero possono occuparsi di rigenerare la loro mente mettendosi in ascolto dei rumori della natura che non sono solo fruscii ma suoni che assomigliano a parole della flora e della fauna che abitano questi ambienti alpini rispettati e valorizzati dagli abitanti del luogo. I trentini amano le loro montagne, si legano a loro, le fanno compagne di vita e ai turisti che le rispettano regalano panorami mozzafiato che sanno di immenso.

 

Ennia Daniela Dall’Ora

 

Anche le donne inglesi sono ossessionate dall’Impero Romano

Anche le donne inglesi sono ossessionate dall’Impero Romano

 

Piazza Armerina, mosaico del II sec. dopo Cristo.

Un articolo pubblicato su Spectator in risposta a un popolare post su Tiktok, nel quale le donne chiedono agli uomini quanto spesso pensino all’Impero Romano, dimostra che anche le donne ci pensano. Molti uomini hanno ammesso di pensarci ogni giorno; tre volte al giorno, ha detto uno. Uno ha confessato di essere ossessionato dagli acquedotti e dal fatto che avessero un cemento che poteva indurirsi più del nostro. Chi ha avuto l’idea avrebbero dovuto chiedere alle donne. Perché anche loro sono ossessionate dall’antica Roma.

La professoressa Mary Beard, grande storica dell’era classica (la ricordo per una sua recensione a un libro di  Alberto Angela, pubblicato in inglese, e dedicato a Roma antica. Lo aveva deriso, stracciato e poi calpestato i frammenti sotto ai suoi tacchi a spillo…) ha detto: “Devo confessare che probabilmente penso all’Impero Romano circa 50 volte al giorno…ma è quello che faccio. Ma non penso a uomini macho in tenuta militare o a oratori in toga. Certo, penso agli imperatori. Ma tendo a pensare di più alle donne, agli schiavi e alle persone comuni. Credo che le donne tendano a vedere un po’ sotto la superficie”.

Questo è il problema dell’Impero Romano. Era così grande e impressionante e durò così a lungo che si può scegliere quale parte di esso sognare ad occhi aperti. La classicista Daisy Dunn confessa: ‘Penso all’Impero Romano con una frequenza imbarazzante, non solo quando ne scrivo. Mi capita di trovarmi in un luogo inglese come un picnic, quando guardo il mio panino e improvvisamente chiedo ai miei amici: “Sapevate che i Romani avevano i panini? E avete visto i dipinti della pizza a Pompei?”. L’Impero Romano era tutt’altro che un paradiso per la maggior parte delle donne, ma il cibo era buono, la poesia emozionante e l’architettura pubblica era una fonte di orgoglio, il che è spesso più di quanto si possa dire oggi’.

Gli uomini probabilmente pensano all’Impero Romano più delle donne. Ma solo perché fino a poco tempo fa gli uomini – vergognosamente – erano più propensi a studiare i classici. In molte scuole, negli anni ’80, le ragazze non potevano nemmeno imparare il greco. Tutto questo è cambiato. Katie Walker, insegnante di latino, che ha studiato lettere classiche alla Westminster School e a Cambridge, è ossessionata dall’Impero Romano quanto i  maschi. ‘Raramente non penso all’Impero Romano’, dice. Oggi, ho avuto una conversazione con il mio costruttore sul fatto che la mia cantina ha un soffitto con volta a botte, proprio come le terme romane di Estepona; una chiacchierata con il mio zio medico di famiglia sulla derivazione di sacrum come osso sacro; ho ascoltato la sigla del Gladiatore in macchina; e ho pensato all’Epistola di Orazio a Mecenate, dove dice che restituirebbe tutto al suo patrono se fosse necessario, per essere libero. Ecco, proprio ora sto pensando se accettare un lavoro ben pagato, ma che potrebbe tarparmi le ali”.

Nel frattempo, Justin Warshaw KC, avvocato specializzato in diritto di famiglia, non riesce a smettere di pensare all’uso legale del latino. ‘Non riesco a ricordare l’ultimo giorno in cui non ho pensato a qualche aspetto del mondo greco-romano’, dice. Al lavoro, potrei fare una domanda ex parte, leggere la corrispondenza inter partes, guardare le vecchie relazioni legali con i loro riferimenti ai divorzi, redigere clausole dum casta negli accordi o ricordare che i decreti nisi sono stati sostituiti da ordini condizionali l’anno scorso. Poi, improvvisamente, mi ritrovo a pensare alla connessione tra le parole. C’è un legame tra sedizione, con la sua radice latina legata ai sedili, e στάσις, che significa rivoluzione in greco antico e fermata dell’autobus in greco moderno?”.

David Horspool, redattore di storia del Times Literary Supplement, afferma: “Ho raggiunto il picco della Romanitas quando leggevo religiosamente Asterix. Ho sempre pensato che quei Romani fossero pazzi. Oggi, mi piace passare altrettanto tempo a chiedermi perché, ad esempio, se Alessandro Magno stava ascoltando Aristotele, tutte quelle lezioni sulla filosofia, sulla natura e sul buon carattere gli fecero pensare: “Lo so, conquisterò il mondo”. Tutti gli ossessionati dell’Impero Romano, sia maschi che femmine, possono almeno essere d’accordo su una cosa: l’unica strada per andare avanti è quella per tornare indietro.

Una cosa è sfuggita agli amici di Spectator: le ragazze in bikini di Piazza Armerina, in Sicilia, che dimostrano la loro gioiosa libertà.

 

Italy Discovery & Countryside. A Trezzo sull’Adda, il 6 e 7 ottobre, si terrà il Convegno Internazionale “La campagna, straordinaria risorsa del turismo ricettivo”.

Italy Discovery & Countryside. A Trezzo sull’Adda, il 6 e 7 ottobre, si terrà il Convegno Internazionale “La campagna, straordinaria risorsa del turismo ricettivo”.

 

Centrale e Castello visconteo di Trezzo
Centrale e Castello visconteo di Trezzo

 

Italy Discovery & Countryside presenta il Convegno Internazionale sull’eccellenza del turismo rurale italiano e la valorizzazione dei territori lombardi a Trezzo sull’Adda e Franciacorta Villa Cavenago, Trezzo sull’Adda, 6 ottobre 2023 Franciacorta (riservato a buyer e operatori), 7 ottobre 2023 Milano, 3 ottobre 2023 –

L’evento, patrocinato da Il Ministero del Turismo, Città di Trezzo sull’Adda, Il Ministero della Cultura, Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’UNESCO e l’Agenzia Nazionale del Turismo, si svolgerà il 6 ottobre presso Villa Cavenago a Trezzo sull’Adda e si concluderà il 7 ottobre nelle suggestive terre di Franciacorta. Il Convegno Internazionale – articolato su due giornate con una fitta serie di interventi – rappresenta un’importante iniziativa nell’ambito della tutela e della valorizzazione del territorio nazionale e nella promozione del turismo esperienziale nelle campagne italiane.

Nella prima giornata presso Villa Cavenago a Trezzo sull’Adda, l’attenzione sarà focalizzata sull’impegno del governo verso le nuove frontiere del turismo d’eccellenza e sull’importanza dell’innovazione tecnologica legata al turismo sostenibile a supporto della nuova politica di valorizzazione dei territori.

Tra i temi del convegno, “La Cultura e la Coltura”; “Il Soggiorno nei campi e nelle fattorie”; “l’Italia dei borghi e delle dimore d’epoca, dei piccoli centri rurali, delle eccellenze produttive italiane sui nostri territori”; “Gli eventi, le sagre paesane, la cultura del territorio, l’arte e la bellezza diffusa, salute e sport”; “la cucina contadina di qualità”; “I percorsi esperienziali”.

A introdurre il convegno sarà il responsabile del progetto Italy Discovery & Countryside, Roberto Perticone.

Attesi sulle sponde dell’Adda per l’incontro, tra gli ospiti illustri anche il ministro del Turismo Daniela Santanché e della Protezione civile Nello Musumeci e i sottosegretari Luigi D’Eramo (Agricoltura) e Paola Frassinetti (Istruzione). All’evento parteciperanno anche gli assessori regionali Lombardia con il Patrocinio di Alessandro Beduschi (Agricoltura), Franco Lucente (Trasporti), Francesca Caruso (Cultura), Simona Tironi (Istruzione, Formazione e lavoro), Giorgio Maione (Ambiente); il vicepresidente regionale Marco Alparone, e presidente del Consiglio regionale lombardo Federico Romani, che saranno accolti dal sindaco del Comune di Trezzo sull’Adda Silvana Centurelli. Prima del convegno i partecipanti faranno un tour a Cassano per visitare Villa Borromeo e il castello con il sindaco di Cassano d’Adda Fabio Colombo e l’assessore della Cultura Antonio Capece che parteciperanno all’evento. Presente anche Giovanni Maria De Vita, consigliere di Ambasciata e responsabile dell’ambito “Turismo delle Radici” presso la Direzione Generale Italiani all’Estero del Ministero Affari Esteri. Il progetto Italy Discovery & Countryside prevede infatti anche il coinvolgimento dei rappresentanti delle comunità degli Italiani nel Mondo in supporto al turismo rurale italiano. La seconda giornata di lavoro congressuale sarà invece dedicata ai buyer italiani ed esteri specializzati nel countryside, agli operatori italiani di incoming, alle agenzie esperte di organizzazioni di matrimoni e agli specialisti del settore M.I.C.E. Il programma include visite al Villaggio di Crespi d’Adda Patrimonio dell’UNESCO e al Castello di Cassano d’Adda, seguite da un tour di navigazione sul Lago d’Iseo e una degustazione di vini e olio locali nelle cantine e cascine di Franciacorta. “Siamo profondamente grati per il sostegno dei nostri patrocinanti e partner, che contribuiscono a rendere possibile questo evento. Le due giornate di congresso rappresentano un’occasione unica per esplorare le nuove frontiere del turismo d’eccellenza, promuovere l’innovazione tecnologica nel turismo sostenibile e valorizzare il ricco patrimonio delle campagne italiane. Siamo entusiasti di condividere questa esperienza con i partecipanti e di contribuire alla creazione di un nuovo modello di turismo esperienziale, grazie anche alla collaborazione delle istituzioni e degli operai del settore”, afferma Roberto Perticone, Presidente di Italy Discovery & Countryside. L’obiettivo di Italy Discovery & Countryside è da sempre quello di promuovere una maggiore consapevolezza ambientale attraverso la valorizzazione dei borghi e delle campagne italiani, nonché promuovere il turismo esperienziale e di qualità. La piattaforma offre informazioni, proposte e servizi per esaltare il turismo in tutte le stagioni, compresi borghi storici, pittoreschi paesini, castelli, campagne, terre alte, fiumi e laghi. Questo contribuisce alla creazione di un vero e proprio ecosistema di rete, anche attraverso l’organizzazione di convegni di networking – come questo – in cui enti, aziende locali e buyer nazionali ed internazionali possono incontrarsi per creare nuove sinergie e individuare nuovi spazi di mercato legati alla scelta delle campagne e alle loro caratteristiche ed opportunità. Italy Discovery & Countryside continua ad impegnarsi costantemente nel razionalizzare e condividere con tutti gli attori coinvolti nelle campagne italiane gli aspetti più significativi e qualificanti della promozione turistica del territorio.

La piattaforma ha già stretto partnership con Federalberghi, Coldiretti a Verona e Terraviva a Trezzo sull’Adda.

La BBC mette a capo della squadra anti fake news una giornalista che ha falsificato il proprio CV

La BBC mette a capo della squadra anti fake news una giornalista che ha falsificato il proprio CV

Marianna Spring

 

 

Oh, cielo. Le cose potrebbero andare di male in peggio per la neonata “BBC Verify” lanciata per combattere la piaga delle fake news. Il servizio di fact-checking è già stato criticato per non aver individuato le gaffe della BBC, come il servizio sbagliato su Nigel Farage e Coutts. Ora, però, sembra che il reporter di punta del servizio si trovi in un mare di guai.

Secondo il New European, Marianna Spring, corrispondente della BBC contro la disinformazione (Fake News), sarebbe stata sorpresa ad abbellire il proprio CV quando fece la sua domanda di lavoro nel 2018. Il giornale sostiene che cinque anni fa la Spring voleva lavorare come corrispondente da Mosca per l’outlet statunitense “Coda Story” e scrisse sul suo curriculum:

‘Giugno 2018: Ha lavorato a notizie internazionali durante la Coppa del Mondo, in particolare sulla percezione della Russia, con la corrispondente della BBC Sarah Rainsford”.

Ma, stando a quanto riportato da NE, la cosa andò a monte quando Coda Story verificò con la Rainsford e scoprì che i due si erano incontrati solo un paio di volte per un drink. Il New European afferma di aver visto le e-mail di Spring che insisteva sul fatto che fosse una “brillante reporter” e si scusava per l’errore:

Mi sono solo imbattuta in Sarah mentre lavorava e ho chiacchierato con lei in vari momenti, ma niente di più. Tutto il resto del mio CV è completamente vero…Ma non ci sono assolutamente scuse e mi dispiace molto… L’unica spiegazione è la mia disperazione di mandare rapporti a Mosca e il fatto di pensare che non sarebbe stato un grosso problema, il che è stato totalmente ingenuo e stupido da parte mia. Mi dispiace ancora una volta per questo mio terribile errore di valutazione.

A quanto pare, la cosa non è piaciuta al capo redattore di Coda Story che rispose:

Raccontarmi  che sei un brillante reporter che esercita l’integrità e l’onestà quando hai letteralmente dimostrato il contrario è stata una pessima idea.

Amen, indiscrezioni passate, ma la situazione sembra piuttosto imbarazzante per la BBC, che aveva deciso di fare della Spring la star della sua campagna contro la disinformazione e la conduttrice dell’omonimo podcast “Marianna in Conspiracyland“, nel quale ci si chiede “Che fine hanno fatto le persone che sono cadute nella tana del coniglio in un mondo di teorie cospirative?”. E poi, solo questa settimana la Spring è stata oggetto di un profilo adorante sul Guardian che la pone ancora una volta al centro degli sforzi contro la disinformazione della BBC. Forse Verify dovrà iniziare a indagare sui suoi stessi giornalisti…

La BBC ha rifiutato di commentare questa storia.

 

(Fonte: Spectator)

Maurizio Gioco il prossimo 15 settembre a San Rocco di Quinzano. Adulti e bambini saranno i benvenuti!

Maurizio Gioco il prossimo 15 settembre a San Rocco di Quinzano. Adulti e bambini saranno i benvenuti!

Maurizio Gioco è un artista, scrittore, poeta e burattinaio, nato a Verona nel 1959.
Inizia ad occuparsi di sperimentazione artistica negli anni ‘80 utilizzando la Fotografia e la Copy Art. Successivamente intraprende esperienze legate alla pittura mantenendo però un rapporto con la tecnologia, in particolare con la video-art, e partecipando sin dagli anni ‘90 a importanti festival nazionali. In quegli anni conduce numerosi laboratori creativi con bambini sviluppando in loro principalmente il dialogo tra movimento corporeo e creatività. Queste esperienze lo hanno condizionato e portato ad approfondire e sintetizzare nella forma teatrale l’esperienza artistica, sia come “progettazione-creazione” dell’oggetto, sia come performance-rappresentazione.
I suoi spettacoli sono celebri in tutto il mondo, di recente è stato invitato a una università americana per una presentazione.
Il teatro d’oggetto e il teatro di figura sono stati i naturali contenitori per la sua espressione creativa perché la sintetizzano mediante l’uso dell’aspetto narrativo (anche autobiografico) e perché trova che nell’animazione dell’oggetto si verifichi una forma di “vita” dell’opera artistica che prende talvolta strade “magiche e inaspettate”, creando con gli spettatori un dialogo empatico ed emotivo molto intenso. Negli ultimi anni ha affiancato al suo lavoro, una ricerca anche nella scrittura, ponendosi come obiettivo di verificare la possibilità di sperimentare nuove drammaturgie per il teatro dei burattini.
Sta preparando uno spettacolo dedicato a SOGNO VENEZIANO, l’opera mai scritta da Giacomo Puccuini, nel centenario dalla sua morte.
Non mancate, 15 settembre 2023, ore 21. INGRESSO LIBERO sino all’esaurimento dei posti.
Una coppia reale egizia al Louvre di Parigi

Una coppia reale egizia al Louvre di Parigi

Durante una recente visita alla sala egizia del Museo del Louvre, mi ha colpito la bellezza di statuina, rappresentante Nefertiti con il consorte, Akhenaton.

Il faraone sta in piedi, con perizoma plissettato con fronte, corona blu, uraeus, collana ousekh, sandali e tiene per mano la regina anche lei in piedi, abito lungo plissettato, corona di Amarna, collana ousekh, orecchini e sandali. Questa meravigliosa coppia fu donata del filantropo americano, Athernon Curtis, nel 1910 e da sua moglie.

 La coppia è alta 22,4 cm; larghezza: 11,2 cm; profondità: 9.8 cm. di calcare colorato.
Dietro si vedono dei cartigli, con Amenhotep IV Akhenaton (1352 a.C. – 1335 a.C.). Mi hanno colpito anche i grossolani errori contenuti nella targhetta posta dal Museo (rigorosamente solo in francese). Il luogo di scoperta della statuina è stato a Tell el-Amarna. Scattando delle foto mi sono tenuto i riferimenti e delle immagini.

STORIA DELLA MOSTRA

ANTHONY LAWRENCE ~ L’UOMO CHE SUSSURRAVA AGLI ELEFANTI. UNA STORIA COMMOVENTE

ANTHONY LAWRENCE ~ L’UOMO CHE SUSSURRAVA AGLI ELEFANTI. UNA STORIA COMMOVENTE

 

Lawrence Anthony, nato il 17 settembre 1950, morto il 2 marzo 2012, è stato un ambientalista sudafricano, noto come “l’uomo che sussurra agli elefanti”. Nel suo paese natale, il Sudafrica. Quella di Anthony è stata una figura chiave nel promuovere il concetto di unire le terre tribali alle riserve di caccia per dare alle comunità tribali remote un interesse nella conservazione. Oltre a creare due nuove riserve di caccia africane, ha gestito una riserva privata di sua proprietà dove ha acquisito il suo soprannome dopo aver salvato un branco di elefanti ribelli destinati alla fucilazione.

Lawrence Anthony è nato a Johannesburg, dove suo nonno, un minatore di Berwick-upon-Tweed, era emigrato negli anni ’20 per lavorare nelle miniere d’oro. Suo padre fondò un’impresa di assicurazioni e, mentre apriva nuovi uffici in tutta l’Africa meridionale, Lawrence venne cresciuto in una serie di piccole città della Rhodesia rurale, dello Zambia, del Malawi e infine dello Zululand, in Sudafrica. Anthony seguì il padre nel settore assicurativo e in seguito lavorò nello sviluppo immobiliare. Ma il suo cuore è sempre rimasto nella savana africana che aveva amato da bambino. Si impegnò a lavorare con le tribù Zulu per cercare di ricostruire il loro rapporto storico con la savana e a metà degli anni ’90 decise di trasformare il suo hobby in una carriera, acquistando la riserva di caccia Thula Thula di 5.000 acri nel KwaZulu-Natal. In seguito ha fondato la Earth Organisation, un gruppo di conservazione che incoraggia un’azione pragmatica a livello locale, ed è stato determinante per la creazione di due nuove riserve, la Royal Zulu Biosphere nello Zululand e la Mayibuye Game Reserve nel Kwa Ximba, che danno lavoro e reddito alle popolazioni locali grazie al turismo, contribuendo al contempo a garantire il futuro della fauna selvatica della regione da uno sviluppo strisciante.

Gli elefanti non hanno mai fatto parte dei piani di Anthony per Thula Thula, ma nel 1999 fu chiamato da un’organizzazione per la conservazione della natura che gli chiese se fosse disposto a prendersi cura di un branco di nove animali che erano fuggiti da tutti i recinti in cui erano stati rinchiusi, creando scompiglio in tutto il KwaZulu-Natal ed erano considerati altamente pericolosi. Consapevole che gli elefanti sarebbero stati abbattuti se avesse rifiutato, Anthony accettò di dare loro una casa. “Erano un gruppo difficile, senza dubbio”, ha ricordato. “Erano tutti delinquenti. Ma potevo vedere anche molto di buono in loro. Avevano passato un periodo difficile ed erano tutti spaventati, eppure si prendevano cura l’uno dell’altro, cercando di proteggersi a vicenda”.

Anthony decise di trattare gli elefanti come se fossero dei bambini disubbidienti, lavorando per convincerli, con parole e gesti, che non dovevano comportarsi male e che potevano fidarsi di lui. Concentrò la sua attenzione su Nana, la matriarca del branco: “Andavo giù al recinto e pregavo Nana di non romperlo”, racconta. “Sapevo che non capiva l’inglese, ma speravo che capisse dal tono della mia voce e dal linguaggio del mio corpo quello che stavo dicendo”. E una mattina, invece di cercare di abbattere la recinzione, è rimasta lì. Poi ha attraversato la recinzione con la proboscide e si è diretta verso di me. Sapevo che voleva toccarmi. Quello fu un punto di svolta”. Presto fu permesso loro di uscire nella riserva.

Anthony e sua moglie, Françoise, si avvicinarono così tanto agli elefanti che in alcune occasioni dovettero quasi scacciarli dal loro salotto. Alcuni giorni dopo aver dato alla luce un figlio, Nana uscì dalla boscaglia per mostrare il neonato al suo amico umano. Qualche anno dopo, dopo la nascita del primo nipote, Anthony ricambiò il complimento, anche se ricorda che passò del tempo prima che la nuora gli rivolgesse nuovamente la parola.

Anthony balzò agli onori della cronaca nel 2003 quando è arrivato a Baghdad, devastata dalla guerra, per salvare gli animali dello zoo di Saddam Hussein.Nel 2003, mentre Anthony guardava le immagini televisive dei bombardamenti su Baghdad, ricordò di aver letto che la città aveva il più grande zoo del Medio Oriente: “Non potevo sopportare il pensiero che gli animali morissero nelle loro gabbie. Contattai gli americani e gli inglesi e chiesi: “Avete dei piani di emergenza? Nessuno era interessato”.

Nel giro di pochi giorni era al confine tra Kuwait e Iraq, a bordo di un’auto a noleggio carica di forniture veterinarie. Gli americani si rifiutarono di lasciarlo passare, ma le guardie di frontiera kuwaitiane glielo permisero e, insieme a due operatori zoologici kuwaitiani, Anthony si unì ai carri armati e ai convogli diretti a Baghdad. Quando arrivò a destinazione, tra le rovine del parco al-Zawra, un tempo maestoso, trovò una “storia dell’orrore”. Incontrando un Husham Hussan in lacrime, il vicedirettore dello zoo, Anthony fu inizialmente tentato di rinunciare. Nuvole di mosche brulicavano sulle carcasse degli animali morti. Babbuini e scimmie correvano liberi, mentre pappagalli, falchi e altri uccelli in fuga volteggiavano sopra la testa. Alcuni leoni erano fuggiti; un orso aveva ucciso alcuni saccheggiatori. Gli animali sopravvissuti, tra cui leoni, tigri e un orso bruno iracheno, erano affamati e profondamente traumatizzati. Non c’era cibo né acqua.

Con un manipolo di aiutanti, Anthony iniziò l’urgente lavoro di salvataggio degli animali sopravvissuti. Con le infrastrutture della città distrutte, l’acqua doveva essere trascinata con un secchio da un canale stagnante, mentre gli asini fornivano la carne per i carnivori. “Andavamo a comprare gli asini per strada e l’asino aveva sempre un carretto, quindi i ragazzi non vendevano l’asino senza il carretto”, ha ricordato. “Penso ancora a come abbiamo lasciato quei carretti in giro per Baghdad”.

Nel giro di poche settimane i soldati americani e anche quelli iracheni posarono le armi e si misero al lavoro: “Avevamo soldati della Guardia Repubblicana che lavoravano con le truppe americane nello zoo due settimane dopo che si stavano uccidendo a vicenda sul campo di battaglia”, ha ricordato Anthony. I mullah locali istruirono i loro seguaci affinché Anthony e la sua squadra fossero lasciati indisturbati. Lavorò a Baghdad per sei mesi, durante i quali trasformò il destino dello zoo. Quando se ne andò, gli animali sopravvissuti erano sani, le gabbie pulite e lo zoo era di nuovo un’attività redditizia.

Anthony ha ricevuto la medaglia della Giornata della Terra dalle Nazioni Unite per il suo lavoro ed è stato decorato con la medaglia reggimentale della 3a Divisione di Fanteria dell’esercito degli Stati Uniti per il suo coraggio. Ha raccontato la sua storia in Babylon’s Ark (2007, scritto insieme a Graham Spence). Quando uno studio di produzione di Los Angeles annunciò di aver commissionato un importante film hollywoodiano sul salvataggio dello zoo di Baghdad, il burbero e barbuto Anthony suggerì di chiedere a Brad Pitt – “una buona somiglianza” – di interpretare il suo ruolo.

Baghdad non è stata l’unica esperienza di Anthony nel lavorare in zone di guerra. Nel 2006 ha convinto i leader dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), coinvolto in una sanguinosa lotta con il governo ugandese da oltre vent’anni, ad aderire a un progetto di conservazione per salvare il rinoceronte bianco settentrionale, uno degli animali più rari al mondo. L’LRA, nota per l’uso di bambini soldato e accusata di numerose atrocità, aveva stabilito una roccaforte nel Parco Nazionale di Garamba, nella Repubblica Democratica del Congo, dove vivono gli ultimi quattro esemplari di questa specie in libertà.

Subito dopo la sua morte, le sue amate mandrie di elefanti vennero a casa sua per dirgli addio.

Per 12 ore, due branchi di elefanti selvatici sudafricani si sono fatti lentamente strada nel bush dello Zululand fino a raggiungere la casa dello scrittore Lawrence Anthony, l’ambientalista che aveva salvato loro la vita. Gli elefanti, un tempo violenti e ribelli, destinati a essere abbattuti qualche anno fa come parassiti, sono stati salvati e riabilitati da Anthony. Per due giorni le mandrie si sono fermate nella tenuta rurale di Anthony, nella vasta riserva di caccia Thula Thula, nel KwaZulu sudafricano, per dire addio all’uomo che amavano. Ma come facevano a sapere che era morto? Noto per la sua capacità unica di calmare gli elefanti traumatizzati, Anthony era diventato una leggenda. È autore di tre libri: Babylon Ark, che racconta i suoi sforzi per salvare gli animali dello zoo di Baghdad durante la guerra in Iraq, il prossimo The Last Rhinos e il bestseller The Elephant Whisperer. A Thula Thula ci sono due branchi di elefanti.

Secondo il figlio Dylan, entrambi sono arrivati nella casa della famiglia Anthony poco dopo la sua morte. “Non visitavano la casa da un anno e mezzo e devono averci messo circa 12 ore per fare il viaggio”, dice Dylan in diversi resoconti giornalistici locali. “La prima mandria è arrivata domenica e la seconda un giorno dopo. Sono rimasti in giro per circa due giorni prima di tornare nella savana”.

“Gli elefanti sono noti perché  piangono i loro morti. In India, i cuccioli di elefante vengono spesso cresciuti con un ragazzo che sarà il loro “mahout” per tutta la vita. La coppia sviluppa un legame leggendario e non è raro che quando uno dei due si spegne,  l’altro non voglia più vivere.

 

Angelo Paratico

Viaggio lampo di papa Francesco in Mongolia, perché ci va?

Viaggio lampo di papa Francesco in Mongolia, perché ci va?

La domanda che ci poniamo è perché il papa vada in Mongolia, dato che egli severamente proibisce il proselitismo cattolico. Ci va per turismo? Non credo, perché è piuttosto acciaccato dal punto di vista fisico, e non potrà certo godersi lo spettacolo. Pensiamo che ci vada per esercitare la propria sempre più invasiva “power-politics” bergogliesca, come si fosse un presidente dell’ONU o della NATO. Cristo e il Vangelo, di solito, non sono nell’agenda di questo papa.

Papa Francesco sarà in Mongolia dal 31 agosto al 4 settembre. E sfrutterà l’occasione per inaugurare la “Casa della Misericordia”. Motto del viaggio sarà “Sperare insieme”, forse questa sua speranza riguarda il cambiamento climatico causato dall’uomo e i diritti degli LGBTQ+.

Il programma pare che sarà questo: “Il 31 agosto partirà, di sera, e arriverà la mattina dopo a Ulanbaatar. Dopo l’accoglienza ufficiale la giornata sarà dedicata al riposo. L’attività comincerà il 2 settembre, con la cerimonia di Benvenuto, la visita di cortesia al presidente nel Palazzo di Stato, e poi il consueto incontro con autorità, società civile e corpo diplomatico, dove il Papa terrà il suo primo discorso. Dopo il discorso, il Papa incontrerà il presidente del Grande Hural di Stato e quindi il Primo ministro. Nel pomeriggio, alle 16, un altro incontro: quello con vescovi, sacerdoti, missionari, consacrati, consacrate e operatori pastorali nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Lì udiremo il secondo discorso. Il 3 settembre, alle 10,  avverrà l’incontro ecumenico e interreligioso all’Hun Theatre, dove il Papa terrà il suo ultimo discorso, e nel pomeriggio la Messa nella Steppe Arena”.

La Mongolia teme grandemente le mire espansionistiche della Cina popolare ed è uno stretto  alleato della Russia. Il nostro Angelo Paratico aveva pubblicato un romanzo storico ambientato in Mongolia, assai accurato per quanto riguarda le vicende dei suoi ultimi mille anni e veritiero al duecento per cento, approfittiamo dell’interesse sollevato dalla visita papale per consigliare la sua lettura a chi ci segue. Ripostiamo qui sotto una recensione al suo libro, uscita sul blod del Corriere della Sera, la Nostra Storia di Dino Messina, nel 2020.

Ambrogio Bianchi

 

Oggi (01/09/2023) ha trovato il tempo per inviare un messaggio al Presidente XI JINPING

(ANSA) – “Invio auguri di buoni auspici a Sua Eccellenza e al popolo cinese mentre attraverso lo spazio aereo del suo Paese in rotta verso la Mongolia. Assicurandovi la mia preghiera per il benessere della Nazione, invoco su tutti voi le benedizioni divine dell’unità e della pace”.

 

 

1 AGOSTO 2020 | di Ambrogio Bianchi

Il genocidio dei mongoli è poco conosciuto, eppure centinaia di migliaia d’innocenti vennero trucidati dai bolscevichi russi, affiancati dai loro complici mongoli. Ciò avvenne a partire dalla morte della massima autorità religiosa e politica del Paese, il Bogd Khan, conosciuto come il Budda Vivente, avvenuta il 17 aprile 1924. L’ultimo libro di Angelo Paratico, intitolato “Una Feroce Compassione” e pubblicato dall’editore Gingko di Verona ripercorre quegli avvenimenti, intrecciandoli con la vicenda di un ufficiale italiano che partecipò alla nostra spedizione armata, a Pechino, del 1900, stabilendosi poi a Macao e a Hong Kong.

La narrazione inizia con l’intervento del Barone Pazzo, l’austriaco Roman von Ungern-Sternberg (1886-1921) che, a capo di un piccolo esercito personale, composto essenzialmente da russi bianchi e di altre nazionalità, il 4 febbraio 1921 occupò Urga, la capitale della Mongolia, massacrandovi la guarnigione cinese. Nativo di Graz, in Austria, Unger-Sternberg condivideva alcuni tratti del suo carattere con il suo più celebre connazionale, Adolf Hitler. Credeva di essere la reincarnazione di Jamsaran, il dio tibetano della guerra. Per eliminarlo, alcune unità dell’esercito sovietico invasero la Mongolia e presero Urga il 6 luglio 1921. Il Barone Pazzo tentò di ritirarsi in Tibet, ma fu catturato e poi fucilato, il 15 settembre 1921. Fu grazie al principio della eterogenesi dei fini, ovvero grazie all’intervento del Barone Pazzo e della successiva invasione sovietica per eliminarlo, che la Mongolia oggi non fa parte della Repubblica Popolare Cinese. Questa resta una grossa perdita territoriale per la Cina, considerando che ha una superficie cinque volte maggiore dell’Italia e una popolazione di soli tre milioni e trecentomila abitanti, con un sottosuolo ricchissimo di minerali.

Il Bogd Khan era nato in Tibet, e fin dall’infanzia era stato riconosciuto come una reincarnazione dei suoi predecessori e posto sul trono della Mongolia nel 1911, quando i mongoli conquistarono l’indipendenza dalla Cina. Dopo che il Barone Pazzo venne fucilato, i bolscevichi accordarono solenni garanzie d’indipendenza alla Mongolia, promettendo di rispettare gli accordi che avevano sottoscritto a Kiakhta, ma quasi subito cominciarono a frapporre ostacoli tra il Budda vivente e i suoi sudditi. Dopo essersi sbarazzati del Bogd Khan, che forse avvelenarono, i bolscevichi diedero inizio al genocidio mongolo, radendo al suolo più di cinquecento monasteri, bruciando antiche biblioteche dedicate allo studio del pensiero buddista, fucilando migliaia di lama, distruggendo preziose opere d’arte sacra. Fu in quell’occasione che il vessillo spirituale di Gengis Khan, noto come Khara Sulde – un tridente d’acciaio, con degli anelli d’argento che portavano intrecciata la criniera nera del suo cavallo da guerra – scomparve per sempre dal monastero di Shankh a Ovorkhangai Aimag, nella Mongolia occidentale. Gli antichi mongoli, prima di abbracciare il buddismo tibetano, erano degli animisti e credevano che in quel tridente risiedesse l’anima di Gengis Khan e che il suo possesso garantisse il controllo del mondo intero. Anche Heinrich Himmler cercò di entrane in possesso, seguendo le indicazioni ricevute da Sven Hedin, il famoso esploratore svedese e ammiratore di Hitler e del nazismo. Questa è una leggenda che ricorda quella che circonda la lancia di Longino, conservata a Vienna e che fu sottratta da Hitler durante l’Anschluss del 1938.

I sovietici temevano la rinascita dello spirito d’indipendenza mongolo e portarono a compimento delle feroci purghe, anche di quei mongoli comunisti che non credevano abbastanza zelanti nel voler fare tabula rasa del passato e delle tradizioni. Solo quelle del 1937 portarono alla morte circa trentamila persone. La Mongolia si trasformò in uno stato che ricorda il libro “1984” di Orwell, o l’occupazione della Cambogia da parte dei Khmer Rossi, raggiungendo livelli di psicosi mai visti in precedenza. Basti come esempio ciò che accadde nel 1962, a Tomor-ochir, vicepresidente del Consiglio dei ministri mongolo, che incautamente approvò l’emissione di una serie di francobolli per commemorare gli ottocento anni dalla nascita di Gengis Khan e la costruzione di un piccolo monumento a lui dedicato. Questo causò una sanguinosa epurazione di accademici  e storici che avevano appoggiato quel piano. Lo stesso Primo ministro fu improvvisamente destituito e mandato a lavorare in una fabbrica, come accadde a Dubcek in Cecoslovacchia. Un giorno lo trovarono morto, con la testa spaccata da un colpo d’ascia, ma i suoi assassini non vennero mai trovati.

Dopo l’invasione giapponese della Manciuria nel 1931, anche il Giappone mise gli occhi sulla Mongolia, invadendola nel 1939, ma vennero pesantemente battuti. Si dice che  anche loro avessero formato un plotone di storici in divisa, incaricati di trovare il famoso tridente d’acciaio di Gengis Khan e poi portarlo a Tokyo. Ma non trovarono mai traccia della portentosa reliquia.

 

Ambrogio Bianchi

 

 

 

Un mio libro che, forse, verrà apprezzato fra 50 anni, o giù di lì…

Un mio libro che, forse, verrà apprezzato fra 50 anni, o giù di lì…

Questo libro, che, a differenza dei miei altri, non è stato apprezzato, né capito, forse un giorno verrà capito e apprezzato. Questo è un pensiero un poco vano e puerile, ma che mi conforta e mi fa credere che non abbia buttato tutto il tempo che mi è costato.

Ci avevo lavorato per anni, con grande impegno e svolgendo ampie ricerche storiche, quando abitavo a Hong Kong. Ma si tratta di poesia in forma di romanzo. Lo scrissi in inglese e uscì a Tempe, in Arizona, presso a una piccola casa editrice, sotto al titolo di The Dew of Heaven. La casa editrice era la Cactus Moon, che oggi non esiste più. Dunque, questa edizione in italiano è una traduzione, con modifiche, fatta da me.

Quando mi chiedono se mi manca la Hong Kong nella quale ho vissuto per quasi 40 anni, provando tanti momenti felici e anche tristi, rispondo di no, non mi manca. E, questo, indipendentemente dal fatto che quella città sia molto mutata.

In realtà non mi manca perché l’uomo che sono stato resta imprigionato in questo romanzo, come dentro una gabbia. Vive lì dentro nuovi tramonti e nuove albe, nuove primavere e nuovi autunni.

Angelo Paratico