Leonardo Da Vinci: lo storico Carlo Vecce annuncia la scoperta sulla madre del genio, era una schiava
Caterina era il nome della schiava, l’atto di liberazione della donna, sarebbe stato rogato dal padre notaio Piero da Vinci e datato 2 novembre 1452
Si chiamava Caterina la madre di Leonardo da Vinci, ce lo rivela un documento scoperto nell’ Archivio di Stato di Firenze che rivela anche che la donna fosse stata una principessa dei Circassi, figlia del principe Yakob, che governò uno dei regni sugli altopiani delle montagne settentrionali del Caucaso: dopo essere stata rapita, probabilmente dai tartari, fu fatta schiava e rivenduta ai veneziani. Il professore Carlo Vecce, filologo e storico del Rinascimento, docente all’Università di Napoli “L’Orientale” rivela i dettagli sulla nuova identità della mamma del genio del Rinascimento, che quindi sarebbe stato italiano solo per metà. L’annuncio della scoperta, che potrebbe mettere una parola definitiva sull’identità della donna che partorì Leonardo, è stato dato questa mattina a Firenze, nella sede di Giunti Editore.
Il nostro collaboratore, Angelo Paratico, aveva pubblicato a Hong Kong, in lingua inglese un testo basato su questa teoria e una grossa stazione televisiva giapponese prese in considerazione l’ipotesi di girarci un docufilm. Poi il progetto fu archiviato.
Negli archivi di Firenze si trovano vari documenti notarili vergati da Piero Da Vinci, il padre notaio di Leonardo e uno di questi appare nel libro di Paratico, anzi pare essere proprio quello citato dal Paratico, ma non avendo visto il documento originale nella sua interezzza, non vide quella citazione “caucasica”.
Se davvero è emerso un documento come quello descritto dal Prof.Vecce nel suo romanzo, ovvero la malleva di Caterina “filia Jacobi eius schiava seu serva de partibus Circassie”, in un atto datato 2 novembre 1452, ossia circa sei mesi dopo la nascita di Leonardo, su istanza della proprietaria della schiava, una certa Ginevra d’Antonio Redditi, moglie di Donato di Filippo di Salvestro Nati
Tale Caterina, madre di Leonardo, spirò fra le braccia del figlio a Milano. Un documento ritrovato una ventina d’anni or sono negli archivi di Milano, mostra il suo atto di morte, che coincide con la notazione delle spese indicate da Leonardo nel Codice Forster circa il “sotterramento di Caterina”.
La prima edizione del libro di Paratico fu pubblicata in inglese, a Hong Kong, nel 2015 con grande rilevanza mediatica, soprattutto a causa del fatto che i francesi s’infuriarono perché la Gioconda (come intuito da Sigmund Freud) sarebbe una immagine onirica di Caterina, madre di Leonardo.
La seconda edizione in italiano è stata pubblicata dalla Gingko Edizioni, a Verona, nel 2018.
Il grande cantante della Equipe 84, Maurizio Vandelli, ha presentato il suo libro di ricordi “Emozioni Garantite” edito da Azzurra, alla Libreria Mameli di Verona. Nelle pagine di questo libro appare il suo glorioso passato artistico. Vi si trovano allegati due CD di canzoni di Mogol-Battisti, da lui reinterpretate. Nel primo CD vi sono canzoni di Battisti che lui rivisita, nel secondo ci sono le basi per il karaoke. Tale libro di ricordi, di agile e divertente lettura, edito da Massimo Cotto, è stato concepito durante il brutto periodo del Covid19 per portare un po’ di allegria agli italiani, imprigionati nelle loro case.
Il lancio ufficiale era avvenuto il 29 settembre, per commemorare una delle loro canzoni di maggior successo, scritta da Mogol-Battisti e che nel 1967 restò in cima alla Hit Parade per cinque settimane.
Circa 60 persone, entusiaste e sorridenti, erano presenti nella Carto-libreria diretta di Luigi Sona, ormai diventata un faro di cultura per Borgo Trento. Stimolato dalla giornalista Maria Vittoria Adami, Vandelli ha ricordato il proprio sodalizio con Lucio Battisti, che fu in qualche modo da lui scoperto e portato alla Casa Musicale Ricordi di Milano, proprio dal padre di Mogol. Il resto è storia. Dopo la presentazione è seguita una cena al ristorante Capitel di Avesa.
Tutto quanto esponiamo vien bene spiegato nel libro “Storia delle Banche Centrali” di Stephen Mitford Goodson, Gingko Edizioni.
L’intera farsa del finanziamento da parte delle Banche Centrali e dei governi è in realtà solo una questione di identità contabili. Chi è in perdita può sempre essere ripagato con la creazione di nuovo denaro. Ma la creazione di nuovo denaro non fa altro che inflazionare la valuta, anziché favorire la produzione reale o la crescita economica. Se tutto ciò che abbiamo a disposizione è una macchina per stampare denaro e ogni problema sembra una mancanza di contanti, si utilizzerà la macchina. Pandemia? Stampa denaro! Crisi della catena di approvvigionamento? Ne stampi di più! Crisi energetica? Vapore alle rotative! Il governo è in bancarotta? Inondiamo il mercato obbligazionario con più denaro!
Questa è anche la grande ironia dell’inflazione. Le persone che la vivono si lamentano della mancanza di contanti, non dell’eccesso di contanti. Pensano che i prezzi più alti richiedano più contanti per essere pagati, non che l’eccesso di contanti facciano salire i prezzi.
Storicamente parlando, la “svalutazione della valuta” e la “spirale negativa” a cui si fa riferimento si sono manifestate per la prima volta nei mercati dei cambi. Se l’euro vale meno in dollari da un giorno all’altro, allora deve cambiare qualcosa nell’euro o nel dollaro, piuttosto che il prezzo della spesa. Entrambi sono solo denaro, dopotutto. Ma se il loro valore sta cambiando l’uno rispetto all’altro, questo rivela ciò che sta realmente accadendo. Si tratta di una svalutazione del denaro, non di un aumento dei prezzi delle cose che acquistiamo.
Se è possibile per gli utenti dell’euro detenere dollari per sfuggire all’aumento dei prezzi, allora il male sociale dell’inflazione viene facilmente smascherato. Ci si rende conto di aver corso su una ruota da criceto collegata a una macchina per la stampa di denaro presso la Banca Centrale Europea o il Tesoro, utilizzando la valuta che stampano. Ecco perché i governi odiano gli speculatori. Attraverso i mercati finanziari, i politici e i banchieri centrali sono chiamati a rispondere delle politiche sbagliate nel momento in cui si verificano, o addirittura prima che le conseguenze siano evidenti. Storicamente parlando, se un Paese iniziava a seguire un percorso insostenibile e del tutto sbagliato dal punto di vista fiscale e monetario, la sua valuta crollava rispetto agli altri ed era molto imbarazzante. Questo ha impedito ai politici di farlo. Ma al giorno d’oggi, tutto il mondo sembra perseguire le stesse politiche folli. E quindi le valute non stanno crollando l’una rispetto all’altra. Non nello stesso modo, almeno. Al contrario, abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi degli asset. Le persone devono investire i loro risparmi per sfuggire all’inflazione. Comprano qualcosa, qualsiasi cosa, per non perdere denaro. Gli immobili sono l’esempio migliore, vista la scarsa performance dei mercati azionari da decenni a questa parte. Gli immobili sono diventati inaccessibili, perché vi affluisce molto denaro. Da dove proviene questo flusso di denaro? È l’inflazione delle banche centrali, solo che non la chiamiamo così. Ma alla base di tutto c’è la stessa meccanica. Soprattutto ora che abbiamo quella che voi e io riconosciamo come la solita inflazione. La storia di come si svolge l’inflazione sta diventando così familiare che si pensa che impareremo la lezione ed eviteremo di ricorrere alla creazione di denaro per risolvere i problemi economici. Voglio dire, ricorda quando l’idea del quantitative easing (QE) era un tabù e tutti erano indignati? Ricorda quando pensavamo di avere regole contro il finanziamento dei governi da parte delle banche centrali, a causa delle conseguenze che ciò avrebbe comportato? Oggi, i mercati finanziari e i governi crollano all’idea che non si stampi più denaro… Non è che non abbiamo imparato quali sarebbero state le conseguenze dell’utilizzo della creazione di denaro in questo modo. Storicamente parlando, abbiamo anche imparato nel modo più difficile.
John Maynard Keynes pubblicò il suo famoso “Le conseguenze economiche della pace” nel 1919. Criticava le richieste di riparazioni di guerra contenute nel Trattato di Versailles, alla cui stesura Keynes aveva partecipato come rappresentante del governo britannico. La versione semplice è che le richieste fossero troppo pesanti. E questo fardello alla fine avrebbe portato a… beh, sapete cosa è successo dopo.
Si può confrontare questo episodio con il Piano Marshall, che ha aiutato la ricostruzione dell’Italia e della Germania, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quello ha funzionato abbastanza bene, in termini comparativi. Naturalmente, una conseguenza chiave del Trattato di Versailles fu l’iperinflazione della Germania. Le regioni industriali e carbonifere della Germania, in Occidente, furono occupate dai francesi, e le riparazioni di Versailles dovevano essere pagate in moneta aurea, lasciando ai tedeschi un solo strumento per mantenere il bilancio del governo: stampare denaro. Rinunciare al carbone e all’industria e stampare denaro per finanziare il governo? Sì, sono sicuro che tutto questo suona piuttosto familiare…Ed è proprio questo il punto, ovviamente. Una volta che la posizione finanziaria di un Paese supera un certo punto e inizia a ricorrere alla stampa di denaro per mantenersi finanziato, ci si trova su un pendio molto scivoloso verso il disastro.
Bloomberg spiega il problema che riguarda la Banca Centrale Europea e perché è quella che fa notizia in questo momento, anche se in Italia è passata inosservata:
Nelle prossime settimane, le banche centrali dell’area dell’euro riveleranno le prime perdite significative derivanti da un decennio di stampa di denaro, preannunciando una nuova era di controlli e la prospettiva di salvataggi da parte dei contribuenti.
Quindi le banche centrali stanno perdendo denaro, alla grande. Così male che potrebbero persino aver bisogno di salvataggi da parte dei contribuenti. Un risultato notevole per un’istituzione che crea denaro.
Tuttavia, la BCE ha criticato le carenze monetarie in altri Paesi dell’Unione Europea e le sue stesse regole possono richiedere ai Governi di erogare denaro alle banche centrali nazionali. È anche possibile che la stessa istituzione con sede a Francoforte abbia bisogno di aiuto.
La Bundesbank probabilmente registrerà piccole perdite nel 2022, che saliranno a 26 miliardi di euro (28 miliardi di dollari) nel 2023 se i tassi della BCE rimarranno ai livelli attuali, secondo Daniel Gros, membro del consiglio di amministrazione del Centro per gli Studi di Politica Europea a Bruxelles.
Questo spazzerebbe via i 20 miliardi di euro di accantonamenti per le perdite sui programmi di acquisto di asset, nonché i 5 miliardi di euro di capitale e riserve. Per un’azienda normale, questo potrebbe significare l’insolvenza. Se le istituzioni che tengono a galla i governi e i mercati azionari falliscono, dobbiamo aspettarci una grave crisi, giusto? Non è così, dice Agustín Carstens, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali, una sorta di Banca Centrale Internazionale. Ecco la sua opinione dal suo discorso sull’argomento:
A differenza delle imprese, le banche centrali sono progettate per fare soldi solo nel senso più letterale del termine. Hanno il mandato di agire nell’interesse pubblico: salvaguardare il valore del denaro che emettono, in modo che le persone possano prendere decisioni finanziarie con fiducia. La linea di fondo per le banche centrali non è il profitto, ma il bene pubblico.
Oggi, dopo un periodo straordinario della storia economica, alcune banche centrali stanno affrontando delle perdite. Questo è particolarmente vero se hanno acquistato attività come obbligazioni e altri titoli per stabilizzare le loro economie in risposta alle recenti crisi. Molte non contribuiranno alle casse dello Stato per gli anni a venire.
Questo significa che le Banche Centrali non sono solide? La risposta è “no”. Le perdite non mettono a rischio il ruolo vitale svolto da queste istituzioni, che possono e hanno operato efficacemente con perdite e patrimonio netto negativo.
Questo è abbastanza corretto. Le banche centrali sono meglio considerate come operanti al di fuori dell’economia. Spingono il denaro dentro e fuori l’economia per gestire l’inflazione. Ciò che accade nel loro bilancio e nel conto economico non ha importanza. Ma anche Carstens non ha potuto evitare di dire che l’imminente insolvenza delle banche centrali ha davvero molta importanza, dopotutto. Usa un gioco di prestigio così sfuggente da sorprendere persino Mandrake.
Anche i governi hanno un ruolo da svolgere di fronte alle perdite delle banche centrali di oggi. Poiché queste istituzioni sono in ultima analisi sostenute dallo Stato, la fiducia nel denaro richiede finanze pubbliche solide e una buona gestione finanziaria. Quindi il suo argomento è che l’insolvenza delle banche centrali non è importante, perché i governi le salveranno comunque.
Una parte del parco di Corrado Benedetti, ai piedi del Monte Tesoro
In compagnia di mia moglie Donatella e dell’amico libraio e operatore culturale, Luigi Sona, che gestisce un grande negozio di cartoleria, con annessa libreria, in via Mameli a Verona, siamo andati a visitare il Forte di Monte Tesoro, a Sant’Anna di Alfaedo. Essendo in anticipo sui tempi, ci siamo fermati per un raffinato spuntino presso alla magnifica azienda di Corrado Benedetti, per attendere l’arrivo dell’amico Carmine Marconi, uno degli animatori del comitato di volontari che si occupa della gestione del vicino Forte Tesoro.
Abbiamo visitato il negozio e l’azienda di Benedetti, immersa in un parco verde e davvero spettacolare (www.corradobenedetti.com). Si tratta di un’oasi di pace e di bellezza, ai piedi del Monte Tesoro. Dopo un delizioso spuntino con Corrado e Carmine, abbiamo imboccato la strada, in parte sterrata, che sale sino alla piazzaforte che domina la vallata di Prun e della Valpantena.
Consigliamo una visita a questo maestoso forte, dopo una sosta presso l’oasi di Corrado Benedetti. Si trova alla sommità del Monte Tesoro, a Sant’Anna d’Alfaedo (VR), in Via Croce dello Schioppo 14, ed è stato recentemente restaurato dal comune, dopo averlo ricevuto dal Demanio alla fine del 2017. Possiamo dire, senza tema di smentite, che questa struttura è uno dei tesori (nomen omen) della provincia veronese.
ll Forte fu costruito dal genio militare italiano tra il 1904 e il 1911. Si tratta di una struttura corazzata, con murature in pietra e calcestruzzo. Dotato di sei batterie di cannoni girevoli a 360 gradi posti sotto a delle cupole d’acciaio (armi non più presenti), rimase un’area militare fino agli anni ’80 e fu poi ceduto, nel 2014, al Comune di Sant’Anna d’Alfaedo, in base ad un programma di valorizzazione della struttura. Si trova in un’area boschiva di 154.640 mq. dove troviamo, oltre al forte, anche le caserme e altri edifici di servizio, costituendo un insieme di grande valore sotto al profilo storico, architettonico e paesaggistico. Davvero mozzafiato la vista dalla sua sommità, nei giorni limpidi, che spazia dalla Pianura Padana, al Lago di Garda, dal Monte Baldo ai Monti Lessini, con l’arco alpino sullo sfondo.
L’ingresso al forte avviene tramite una caponiera posta al centro della struttura, dalla quale si accede alla caldaia e ai magazzini. Sul tetto della struttura si trovano le 6 torrette corazzate per i cannoni da 149 mm.
Alla sua omologazione, nel 1901, questo cannone, risultava già vecchio: dopo ogni sparo, i serventi dovevano rimettere in posizione, a mano, le 8 tonnellate del pezzo per un nuovo tiro, con la conseguente ripetizione di tutte le operazioni di puntamento. Balisticamente, però, fu un ottimo pezzo, apprezzato soprattutto per la potenza di fuoco e la precisione, meno per la gittata (inferiore a 18 km, quando i pari calibro stranieri, quasi tutti su affusto a deformazione, sparavano ad almeno 19–20 km). Ben presto i comandi militari italiani si resero conto delle gravi limitazioni dei cannoni, conseguenti all’adozione dell’affusto rigido, per cui avviarono degli studi, in collaborazione con le acciaierie tedesche Krupp, per l’adozione di una culla rinculante per la sola canna. Ciò avvenne nel 1911, e nel marzo 1915 erano stati approvati i progetti definitivi, ma l’entrata in guerra del Regno d’Italia contro agli Imperi centrali provocò la cancellazione degli ordini per i nuovi pezzi.
In fondo alla struttura muraria si trovano le postazioni per le mitragliatrici e dal fossato posto sulla destra della caponiera si accede alle postazioni protette per i tiratori. Queste strutture belliche, già all’atto della loro costruzione, risultavano antiquate, ma servirono comunque come deterrente.
Oggi, questa fortezza, aderisce alla giornata ecologica nazionale «M’illumino di meno». E, spegnendo le sue luci, dalla terrazza superiore offre un punto d’osservazione perfetto per ammirare il cielo stellato con i telescopi, sotto la guida esperta dell’astronomo Enrico Bonfante.
Un po’ come nel romanzo di Dino Buzzati Il Deserto dei Tartari lo storico momento di entrata in azione delle sue batterie non giunse mai. E il fronte dello scontro, durante la Prima guerra mondiale, fu sempre più lontano dai tiri delle sue artiglierie.
Di Religione ortodossa etiope, Tewahedo Dejazmatch Alemayehu Tewodros, spesso indicato come SAR Principe Alemayehu o Alamayou d’Etiopia (23 aprile 1861 – 14 novembre 1879) fu il figlio dell’Imperatore Tewodros II e dell’Imperatrice Tiruwork Wube d’Etiopia.
Il padre di Alemayu, l’Imperatore Tewodros II, morì suicida dopo la sua sconfitta da parte degli inglesi, guidati da Sir Robert Napier, a conclusione della spedizione britannica in Abissinia del 1868.
Dopo la Battaglia di Magdala, il giovane principe fu portato in Gran Bretagna, sotto alle cure del capitano Tristram Speedy. Ciò era conforme ai desideri di Tewodros II, che aveva chiesto a sua moglie, l’Imperatrice Tiruwork Wube, in caso di sua morte, di porre suo figlio sotto la protezione degli inglesi. Questa decisione fu apparentemente presa nel timore che la vita del Principe fosse messa in pericolo da un pretendente all’Impero d’Abissinia. L’Imperatrice Tiruwork aveva intenzione di recarsi in Gran Bretagna con suo figlio, dopo la morte del marito, ma s’ammalò e morì durante la marcia da Magdala a Zula, lasciando Alemayehu orfano.
Inizialmente, l’Imperatrice Tiruwork aveva resistito agli sforzi del Capitano Speedy di essere nominato tutore del bambino, e aveva persino chiesto al comandante delle forze britanniche, Lord Napier, di tenere Speedy, un gigante dai capelli rossi, lontano da suo figlio e da lei. Ma dopo la morte dell’Imperatrice, Napier permise a Speedy di assumere il ruolo di suo custode. All’arrivo del piccolo Principe ad Alessandria d’Egitto, Speedy congedò l’intero entourage etiope del Principe, ordinandogli di tornare in Etiopia.
Mentre soggiornava a casa di Speedy, sull’Isola di Wight, fu presentato alla Regina Vittoria nella sua casa di Osborne House. Lei si interessò molto alla sua vita e alla sua educazione. Alamayehu trascorse anche un po’ di tempo in India con Speedy e sua moglie, ma il governo decise che doveva essere educato in Inghilterra e fu mandato alla Lockers Park School e poi a Cheltenham per essere educato sotto le cure di Thomas Jex-Blake, direttore del Cheltenham College. Si trasferì alla Rugby School con Jex-Blake nel 1875. Nel 1878 entrò nella scuola di formazione per ufficiali del Royal Military College, Sandhurst, ma non si trovò bene e l’anno successivo andò a Far Headingley, Leeds, West Yorkshire. Nel giro di una settimana contrasse una pleurite e morì dopo sei settimane di agonia, nonostante le attenzioni del dottor Clifford Allbutt di Leeds e di altri stimati consulenti.
La Regina Vittoria menzionò la morte del giovane principe nel suo diario, dicendo che era stato un ragazzo buono e gentile e quanto fosse triste che fosse morto così lontano dalla sua famiglia. Annotò anche quanto fosse stato infelice e quanto fosse consapevole che le persone lo fissavano per il colore della sua pelle. La Regina Vittoria fece in modo che Alamayehu fosse sepolto nel Castello di Windsor. Il funerale ebbe luogo il 21 novembre 1879, alla presenza di Cyril Ransome, del Cancelliere dello Scacchiere, Stafford Northcote, del Generale Napier e del Capitano Speedy. Una targa di ottone nella navata della cappella di San Giorgio lo commemora e riporta le parole “Ero uno straniero e mi avete accolto”, ma il corpo di Alamayehu fu sepolto in una tomba di mattoni all’esterno della cappella. L’imperatore Haile Selassie d’Etiopia fece in modo che anche una seconda targa commemorativa del Principe fosse collocata in quella cappella. Nel 2007, il governo etiope richiese la restituzione dei resti di Alemayehu per una nuova sepoltura in Etiopia.
Quella riportata qui sopra è la storia ufficiale del giovane Principe, che a sei anni si ritrovò orfano. Gli invasori saccheggiarono la fortezza dove aveva vissuto, portandosi via tesori e antichi manoscritti e al giovane Principe non fu più concesso di tornare in Africa.
Un libro su di lui è stato pubblicato dalla History Press di Londra il 2 febbraio scorso, scritto dallo storico Andrew Heavens, nel quale si racconta questa vicenda nella sua completezza, con il titolo di: “Il Principe e il saccheggio”.
Da gennaio 2023 Gingko Edizioni ha spiccato il volo verso la Svizzera.
È, infatti, in collaborazione con Flamingo Edizioni che la nostra Casa Editrice curerà una nuova collana dedicata alla saggistica e a biografie di interesse storico, scientifico, psicologico e sociologico.
La Flamingo Edizioni nasce a Bellinzona (Svizzera) nel 2016 e il criterio di selezione dei testi da pubblicare è l’incisività.
Proprio come la Gingko Edizioni, anche la Flamingo Edizioni investe su pochi, selezionati testi in cui crede profondamente, anche se questa attenta cernita – lo sappiamo bene – comporta necessariamente un considerevole investimento di risorse.
Gli Editori, Orlando Del Don (Flamingo) e Angelo Paratico (Gingko), sono lieti di poter pubblicare nuove proposte in sinergia, offrendo i titoli interessati sia al mercato italiano che a quello svizzero.
Il progetto nasce dunque da un terreno di interesse comune – quello della saggistica, appunto – ma anche dalla profonda convinzione che l’Editoria debba trarre giovamento dalla collaborazione piuttosto che dalla competizione. La passione per i libri, quindi, può unire fra loro non solo i lettori ma anche e soprattutto le Case Editrici.
È con questo spirito che Flamingo e Gingko uniscono la propria esperienza e la mettono a disposizione di un progetto comune.
Attualmente sono già al vaglio alcune proposte di pubblicazione e vi terremo aggiornati in merito alle prossime uscite che inaugureranno la nuova collana.
Una statua a grandezza naturale di un imperatore romano, in posa come l’eroe classico Ercole, è stata scoperta durante i lavori di riparazione delle fogne vicino all’Appia Antica, la prima strada di Roma.
È emersa, a faccia in su, mentre un bulldozer stava scavando nelle vecchie condutture che dovevano essere sostituite. Un archeologo che supervisionava i lavori è intervenuto immediatamente, fermando la scavatrice .
“È apparso questo volto, che è stato subito identificato come un personaggio vestito da Ercole”, ha detto a Reuters Francesca Romana Paolillo, archeologa del parco dell’Appia Antica.
La scultura in marmo bianco, che mostra una figura simile a Ercole con la pelle di leone e la clava che contraddistinguono l’eroe, è stata portata alla luce il 25 gennaio scorso presso il Parco Scott, parte dell’area verde dell’Appia Antica.
La figura mostra delle rughe sulla fronte, tipiche delle raffigurazioni di imperatori del III secolo, in un periodo di profonda crisi per l’Impero Romano.
La scultura ha una “certa somiglianza” con l’imperatore Decio, che governò Roma dal 249 al 251 d.C., ha detto la Paolillo, aggiungendo che è “piuttosto raro” trovare raffigurazioni erculee di leader romani. Decio fu un imperatore romano che fu ucciso in battaglia, combattendo contro i Goti nell’odierna Bulgaria e fu anche all’origine della prima persecuzione contro i cristiani. La statua, che è composta da diversi pezzi rotti e che ha subito alcuni danni accidentali durante il suo casuale ritrovamento, è attualmente in fase di pulizia e di restauro.
Amedeo Portacci ci ha lasciati nella notte di sabato, 22 gennaio 2023. Da quel uomo riservato che è sempre stato, ha combattuto senza mai lamentarsi e con grande coraggio un terribile male che lo aveva colpito quasi un anno fa.
Nato a Taranto, il 28 agosto 1949, si era trasferito a Verona nel 1971, dopo aver ottenuto un dottorato in Scienze Turistiche. Era stato impiegato presso l’INA, come responsabile organizzativo, sino al 1988 ed era poi passato alla RAS, come agente generale procuratore e nel 2012 era diventato consulente finanziario. Ha poi ricoperto varie cariche di grande prestigio, vicepresidente della AGSM, ACI, Verona Mercato, Telethon ecc. Era stato insignito del cavalierato del lavoro e anche di quello di Malta.
Avevo incontrato Amedeo poco dopo il Capodanno e ci eravamo scambiati gli auguri. Avevamo avuto dei forti contrasti di lavoro, a causa di un progetto che stavamo portando avanti, ma entrambi abbiamo messo da parte questa disputa e avevamo riso di noi, quando gli avevo detto che liti così feroci io le facevo solo con i miei familiari.
Il nostro ultimo progetto, al quale teneva moltissimo, quasi presagendo la sua imminente fine, era stato il libro La Società Dante Alighieri, la Divina Commedia e Verona in inglese e italiano, che avevamo scritto, assieme al coltissimo magistrato Angelo Franco e poi pubblicato per conto della Società Dante Alighieri, della quale Amedeo è stato vice presidente per molti anni.
In quel libro vengono presentate e inquadrate culturalmente le marmoree targhe dantesche che Amedeo e la presidente della Soc. Dante, notaio Maddalena Buoninconti, avevano fatto affiggere nei luoghi citati, o riconducibili, agli anni veronesi dell’Alighieri.
Il progetto delle targhe è stato tutto di Amedeo, che lo ha portato avanti, sino alla sua felice conclusione, con grande determinazione e generosità. Queste saranno un degno monumento alla sua memoria, che durerà nei secoli, finquando esisterà Verona.
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