La scomparsa di San Rocco. Solo il suo cane resterà

La scomparsa di San Rocco. Solo il suo cane resterà

 

 

 

 

(Emanuele Torreggiani) Lei è un foresto. Annuisco. Da tanto tempo, le dico.

La vecchia, dallo sguardo penetrante e ilare di antica amatrice, ha bene inteso. Mi parla di là dal ventaglio d’una vezzosa seta azzurra ricamata a punto raso lungo e corto, il monte Fuji, e montata su uno scheletrato d’osso di balena lavorato al traforo, me l’ha portato mio nipote dal Giappone, lavora là e sta bene, molto bene. Annuisco. Sa, lo tengo aperto perché mi stanno facendo il ponte inferiore e mentre parlo, sa com’è, non è un bel vedere. Mi osserva con gli occhi smaliziati di bimba. Che mi scusi, ma come mai è qui? Glielo dico perché mi ha fatto davvero curiosa, un uomo foresto in giacca e cravatta, seduto in panca da solo.

Non ero mai entrato in questa chiesa, signora e cosi sono qui. Me ne sto lì davanti ad un altare del tardo barocco lombardo, imporrito di polvere, in questa piccola chiesa a navata singola, asmatica d’aria. Tra il muro e pavimento il salnitro traccia la fioritura. È la sagra del paese, dedicata a quel San Rocco affrescato in abito da viandante, cappellaccio e vincastro, accompagnato dal fedele cane. In quella entra un ragazzone in maglietta, jeans, sneakers e, infilato al gomito, un berretto da baseball. Dal passante dei calzoni gli pende una catenella, cava un mazzo e rovista tra le chiavi, apre una porticina lignea e n’esce subito reggendo una veste che arrotola con fare consumato lungo il braccio tatuato a cerchio e lo infila in uno zainetto.

“Chiudi poi tu Adele, grazie, il chiavistello è già tirato”. Ci guardiamo senza cenni. È il nostro Don. Caspita, uno sportivo, intendo atletico, prestante. Scollina per tre parrocchie su una bicicletta di quelle elettriche, roba di lusso. Me lo dice in quel mezzo tono che non dovrebbe arrivare a Gesù Cristo che sarà pur lì, perlomeno in transito. No ma gliel’ha regalata il, e mi fa un cognome. Non so chi sia. “Eggià, dimenticavo, lei non è di qua…il”, e ripete il cognome, c’ha una azienda di robe per elettronica, lavora quasi tutto con l’America. E gli ha comprato le bicicletta al vostro Don. Embé sono molto sportivi, sono amici, si intende e comunque sa, adesso va così, in fin dei conti i preti sono sempre uomini, chi più chi meno, se ce la vogliamo dire tutta, non sarà certo… E lascia lì, la vecchia, consapevole che la sodomia è arte.

Ottimo, adesso vado a vedere la fiera. Che mi dia retta, non c’è più niente da vedere. La bancarelle sono tutte uguali, le stesse cose che trova dappertutto, il mangiare anche, che se poi va su al Famila o al Carrefour trova non dico a metà prezzo ma quasi, è così. Ci alziamo. Usciamo sul sagrato dove il muschio abbozzola il ciottolato. Ristagna il greve dell’olio strinato per le frittelle. Per una chiedono cinque euro, ma questi qui sono matti. E dà uno strattone al portoncino simo allo scatto. È da mettere a posto, una qualche volta si rompe, ma chi lo fa? E una volta, quando lei signora Adele era giovane? Eh, una volta. Se le dico che quasi non si dormiva di notte per la festa, già la mattina venivano con i buoi, le vacche, i manzi, i vitelli, gli asini e i cavalli, poi i pecorai e i mazzolari con salami e salsicce e pollivendoli e i formaggiai e quelli dei funghi freschi e secchi e sottolio e quelli degli scampoli, sa cosa sono gli scampoli? annuisco. E i pellai e i vinai. E ce n’era per tutto il giorno e gli stagnari e gli straccivendoli e ce n’era. Ce n’era. Ma adesso chi l’è che non ha queste robe qui. Tutti ce li hanno. E poi quella era una vita di fatica tutti i giorni della vita. E in chiesa non ci crede più nessuno. L’ha visto anche lei, il giorno di San Rocco nella chiesa di San Rocco eravamo dentro in due.

“Io ho ottantacinque anni e posso dire quello che dico. Beh, è venuto anche il Don. Ma sì, l’è venuto a prendere lo zaino. Ormai anche per loro è un mestiere come in Posta in Comune in qualche azienda col cartellino in mano. Ci sarà ancora quelli che ci credono, non discuto, ma non lo so. È finito un mondo. Io ho chiuso e vado a casa. Morta io chi viene qui per aprire e chiudere? Beh, si arrangeranno”.

Ci salutiamo con un cenno. Borse, borsette, cinture, portafogli, scarpe, sandali, ciabatte, pigiami, gonne, camicette… borse, borsette, cinture, portafogli, scarpe, sandali, ciabatte, pigiami, gonne, camicette, formaggi, salumi, uova, verdura e frutta, frittelle e polenta e salsiccia, mandorle e torroni… formaggi, salumi, uova, verdura e frutta, frittelle e polenta e salsiccia, mandorle e torroni… trecento metri. Un vigile beve un sorso d’acqua dalla bottiglietta salutando i vecchi passanti. Picchia il sole, eh Marietto, gli fa uno. E vabbé, ormai è agosto e giù il sole è un bosco. Mi pare fiacca dice un altro. Oramai, è una fiera tutto l’anno. Alla una van via tutti. Ciao. Raggiungo il mio ferrovecchio, cinquecentomila chilometri e rotti all’attivo, mentre batte il mezzodì. Cosa aveva scritto Romano Guardini in “Lettere dal lago di Como”, scritto del 1920, in una lingua raffinatissima che oggi pare greca? Il mondo industrializzato spianerà tutto. Cento anni dopo. Quando scompariranno contadini e artigiani scomparirà la nostra cultura, chiosava così Pier Paolo Pasolini poco prima di andarsene.

E sia.

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