Bach e il trenino

Bach e il trenino

 

(Emanuele Torreggiani) Dacché il destino l’ha abbandonato alla vedovanza, il mio amico, vive con lo stilema della sua lontana gioventù quando le nostre strade collimarono e ci amammo per quello che noi siamo. In allegoria: egli vive come un barone russo nel gorgo della rivoluzione, indifferente al prossimo piombo. E così, approssimandosi la notte, ci incontriamo sulla soglia di un ristorante dove, malgrado le ventitré battano al – per legge – silenziato campanile, ancora accolgono ospiti. Per educazione antica e severa uno ordina per entrambi. Il soggetto non è il pasto. E ovviamente non può mancare la caraffa di vodka. Ci accompagnano ad un tavolo appartato nella sala, adiacente ad una finestra che noi si possa fumare seduti. Ciascuno di noi ha il suo portacenere da tasca anagrammato. Ordina una fiorentina appena scottata ed estraiamo così le nostre lame, Opinel da sei pollici affilati a rasoio coi quali, in un’alba immersa nella torba del tempo, ci rasammo a secco in un caffè prima di affrontare le nostre occupazioni. Le ragazze dormivano, le avevamo coperte con i nostri cappotti, rannicchiate sui divani a muro. No. Non avremmo mai combattuto per l’Armata Bianca, le truppe del barone nero Pietro Nicola Wrangel, né tantomeno per l’Armata Rossa, pur subendo il fascino, occorre ammetterlo per sincera cronaca, del vessillo rosso disteso, no. Neppure per Lev Trockij che dichiarava di voler morire rivoluzionario, proletario, marxista, materialista dialettico e di conseguenza ateo convinto. Tante definizioni per un uomo solo, soprattutto quel parlare della morte quando si è in vita. Allora, al tempo del nostro noviziato, si era in epoca di stagnazione brezneviana, e quella notte di torba noi coincidemmo alla rivoluzione del principe Myskin quando dichiara, alla diabolica indifferenza con cui l’adulto riveste la sua nudità di cui ormai serba vergogna, che la bellezza salverà il mondo. Quanto risero i nostri commensali, ridevano con l’insolenza dell’imminente cinismo. Eppure, ad un tavolo appresso, una madre sbottonava la camicetta per offrire al suo piccolo il seno che gli andava placando l’appetito e lo condusse così nel sonno. Con le mani aperte il mio amico diresse la platea ghignante a quell’icona permanente di concreta bellezza e disse che le parole di Myskin per nulla erano una iperbole. Ma la realtà. La realtà che si impone. La realtà di questo nostro mondo. Sacro, egli disse. Ma sia, sono ormai passati molti e molti anni da quella notte. E non pochi di quei giovani uomini ora sono adulti defunti; quindi, noi si chiede loro il perdono e si tace. Rammentandoli per quello che essi erano: belli e ben fatti nella creta plastica della gioventù che plasma gli anni più disperati e duri e feroci, infine fragili e crudeli. Dunque la notte scorsa recitammo l’eterno riposo e brindammo loro senza dimenticare, sulle quinte della reminiscenza neppure un volto. Le fisionomie sfilavano una appressa all’altro sospinte dal forte vento d’autunno, quasi fossero nubi o foglie o primi fiocchi di neve. Fu in quella che la sala venne attraversata da uno sghignazzo a cachinno. Ci guardammo per un agguato ad arma bianca. Giganteggiava, nello schermo affisso a distraente solitudine degli ospiti, la video clip del trenino con quel a far l’amore comincia tu, tu-tu-tu… richiamando il cameriere noi si gradì la presenza del titolare. Che sopraggiunse. Con ferma cordialità, un tono che non discute, si chiese di cambiare canale di YouTube. Il titolare acconsentì. Apprestammo la connessione trovando le Variazioni Goldberg di Giovanni Sebastiano Bach, nell’esecuzione di Glenn Gould. In quella sala si dispose, sin dalla prima nota pulita, la distensione di un ordine cui noi tutti si appartiene, benché dimentichi. Anche il povero Trockij assassinato in Messico e nulla sapremo ami del suo ultimo pensiero se ala bandiera o al soffio che la smuove. Eccolo, dunque, l’ordine del principe Myskin. Dai tavoli sparsi i commensali si guardarono d’intorno meravigliati nel rivedersi e ritrovarsi. E ripresero un colloquio antico rimasto in sospeso negli anni, mentre Gould suonava sussurrando a bocca chiusa la musica che andava disponendo la perfetta bellezza della realtà. Il nostro mondo. Questo. Uscendo poi essi ebbero cenni di ringraziamento al nostro ristoratore che aveva memorizzato il canale. Noi cenammo nel silenzio dei nostri destini, senza nessun rimpianto del passato, recrimine del presente, angosce per il futuro. Nella sua infinita bontà Dio ci ha dato una morte sola. Ed è bello così. Bello e giusto. Finimmo le nostre sigarette e ci lasciammo con la consapevolezza che ci saremmo rivisti, in questa vita o nell’altra.

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