Conosco Ciriaco da molti anni. Ci eravamo conosciuti a Hong Kong, dove lui viveva su di una grande barca di mogano ormeggiata davanti a un resort, ben riparata dai tifoni che colpiscono la megalopoli asiatica.
Abbiamo poi condiviso tante esperienze umane e letterarie, vi abbiamo girato un documentario, venuto benino, nonostante il budget risicatissimo. Era dedicato a padre Gaetano Nicosia, un salesiano che aveva passato la metà della sua esistenza in un lebbrosario di Macau e si era poi spento a Hong Kong all’età di 103 anni. Con Ciriaco avevamo poi organizzato un festival letterario dedicato alla sua amata concittadina, Grazia Deledda.
Ciriaco aveva già allora un passato notevole, come ingegnere elettronico che aveva lavorato alla Olivetti, una figlia a Singapore e una in Giappone, un figlio studiosissimo e che veniva conteso da importanti università inglesi e americane.

Una sera, sedendo davanti a un caffè di Caine Road, con gli amici Gianni Criveller e Juan Morales, nel 2013 avevamo concepito l’idea, poi sviluppata, di dimostrare che la madre di Leonardo da Vinci era una schiava cinese. Il mio libro, con il suo incoraggiamento, uscì nel 2015 provocando una tempesta mediatica a livello mondiale.
Ciriaco, intanto, messa da parte per un po’ la finanza e l’amore struggente per la sua Sardegna, s’iscrisse a un corso di scrittura creativa in inglese, organizzato dall’Università di Hong Kong. Doveva impegnarsi moltissimo ma mi teneva informato sui suoi progressi, seguito da scrittori di fama internazionale.
Poi, nel 2017, con il nostro rientro in Italia ci siamo un po’ persi di vista, seppi però del suo impegno in Birmania (Myanmar) per portarvi dei prodotti italiani e di altri suoi viaggi in Asia.
Gli anni del nostro sodalizio orientale non sono andati perduti, me ne rendo conto sfogliando le pagine del suo capolavoro Istella Mea pubblicato dall’editore Giunti. Fra quelle righe a volte mi capita di rivedere tracce dei nostri incontri, scontri, discussioni storiche e politiche e delle nostre passioni. Il suo libro è rapidamente salito in cima alla classifica delle vendite. Questo mi rende molto felice, perché so che il suo successo è assolutamente meritato.
Istella mea rimarrà negli annali della letteratura sarda e italiana e credo che gli autori sardi più prossimi al suo stile siano Salvatore Satta, per via degli abissi imperscrutabili del suo animo e Giuseppe Dessí, che viene spesso definito un Proust sardo, perché l’amore per la Sardegna traspare forte anche nel libro di Ciriaco Offeddu, un po’ come nel Paese d’ombre di Dessí.
Riporto alcune righe di una recensione di Manuela Sitzia, che ha ben colto i tratti fondamentali di Istella mea:
Lo stile narrativo di “Istella mea”, non dissimile dallo stile dei contos de foghile propri della tradizione millenaria dell’Isola, è puntellato da metafore suggestive (“il ricordo scatta come una pattadese”) e da frasi che calano come verdetti a definire le vicende dei protagonisti (“vivo in attesa come una fionda”). La narrazione riscrive la realtà amalgamando elementi reali e immaginifici in una miscellanea che li rende indistinguibili, e con un’intensità che rimanda al realismo magico di Marquez. In questo parallelismo, Nuoro, come Macondo, diventa paradigma dell’esistenza umana. Ma se i membri della famiglia Buendìa appaiono travolti da un destino ineluttabile, nelle pagine di “Istella mea” i personaggi, le cui solitudini si sfiorano e si corrompono, combattono contro la sorte che li perseguita.
Spero che da questo libro verrà tratto un film o una fiction Rai, dato che si adatta perfettamente a quei formati e che potrà, anche in quella categorie, godere di un notevole successo.
Angelo Paratico
