Un ricordo di Hilarion Capucci

Un ricordo di Hilarion Capucci

Quando morì, a Roma, il 1° gennaio 2017, in pochi ricordarono l’arcivescovo di Gerusalemme, Hilarion Capucci. Nato il 2 marzo 1925, nella città siriana di Aleppo, il suo nome di battesimo fu George Capucci. Suo padre, Bashir, morì quando aveva solo cinque anni. Sua madre, Chafika, divenuta vedova a venticinque anni, fu costretta a crescerlo da sola con i due fratelli. Capucci è una figura ancora ricordata con grande nostalgia dai libanesi e con un enorme rispetto in tutto il mondo arabo, mentre per gli israeliani fu un terrorista (come Gesù Cristo…). La casa editrice veronese Gingko pubblica le sue memorie, intitolate “Nel Nome di Dio” che restarono chiuse in un cassetto, a partire dagli anni Settanta, a causa della proibizione da parte del Vaticano di pubblicarle.
Nel 1974, Israele accusò l’arcivescovo cattolico greco-melchita, Hilarion Capucci e titolare dell’arcieparchia di Gerusalemme, di avvalersi della sua immunità diplomatica per contrabbandare armi per i fedayn palestinesi in Cisgiordania e per il suo amico Yasser Arafat. Questa accusa fu accettata da Capucci, ma sostenne che i veri terroristi erano gli israeliani e si fece condannare a 12 anni di carcere duro. Ne scontò solo tre, senza cedimenti e, grazie all’intercessione di Papa Paolo VI presso al presidente israeliano Ephraim Katzir, contro alla sua volontà, venne rilasciato. Poco dopo la scarcerazione e il trasferimento a Roma, Capucci fu raggiunto da due suoi vecchi amici, i giornalisti libanesi Sarkis Abu Zeid e Antoine Francis, i quali gli chiesero di collaborare alla stesura di una biografia, che avrebbe raccontato le sue eccezionali imprese e il suo grande coraggio. Capucci accettò e, in una serie di interviste registrate nel 1979 presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, ripercorse con dovizia di particolari le vicende salienti della sua vita e il calvario patito da prigioniero nelle prigioni israeliane. L’arcivescovo di Gerusalemme raccontò in un modo estremamente franco le proprie esperienze. Con modestia e senza spirito di rivalsa, condivise con i due giornalisti tanto le sue frustrazioni quanto i suoi successi. Raccontò i fatti il più obiettivamente possibile. L’unica condizione che pose fu che gli intervistatori gli consentissero di visionare il manoscritto prima della pubblicazione, cosa che di fatto avvenne. Verso la fine del 1979, una casa editrice francese accettò di pubblicare il libro con il titolo “L’Archevêque Revolutionnaire”. Poco prima della sua pubblicazione, tuttavia, Capucci cambiò idea e chiese ai due giornalisti di sospendere l’uscita, adducendo non meglio precisate motivazioni che esulavano “dalla sua volontà”.
Gli israeliani lo avevano rilasciato a patto che non mettesse mai più piede a Gerusalemme e in altri paesi arabi e non facesse dichiarazioni a loro contrarie, ma Capucci continuò senza paura il suo attivismo e dopo aver partecipato a una riunione del Consiglio Nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina tenutasi a Damasco nel 1979, la sua fama esplose in tutto il mondo. Si recò nei punti più caldi del pianeta per offrire i propri servigi. Il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran e sequestrarono più di cinquanta cittadini americani, dall’Incaricato d’affari ai membri più giovani dello staff. Tennero in ostaggio i diplomatici statunitensi per 444 giorni. Durante la crisi, Capucci si recò a far visita più volte agli ostaggi e operò da intermediario per negoziare un accordo per il loro rilascio, il quale poi andò in fumo solo all’ultimo istante a causa di una fuga di notizie diffuse dalla stampa francese. Tuttavia, riuscì a ottenere il rilascio dei cadaveri dei soldati americani che erano rimasti uccisi in seguito del fallito tentativo di salvataggio dei diplomatici. Per quel suo prezioso intervento, Cappucci ricevette una lettera di ringraziamento da parte del presidente americano Ronald Reagan. Le buone relazioni di Capucci con i leader arabi gli davano un netto vantaggio su qualunque altro mediatore. Nel 1985, grazie all’aiuto dei siriani, ottenne il rilascio di un ostaggio francese tenuto prigioniero a Tripoli, in Libia. L’anno seguente si presentò a Parigi per offrire il proprio aiuto dopo una serie di attentati dinamitardi portati a segno da un gruppo di estrema sinistra, chiamato Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi e mediorientali. Georges Ibrahim Abdallah, presunto leader della guerriglia libanese, era tra i prigionieri di cui il gruppo terroristico chiedeva il rilascio. A Capucci venne concesso di far visita ad Abdallah in carcere, nel tentativo di indurre il gruppo a porre fine alla violenta campagna di sangue. L’arcivescovo fu l’unica persona che le autorità francesi autorizzarono a entrare in contatto con Abdallah. Nel 1990, Capucci si recò a Baghdad per intercedere per il rilascio di sessantotto italiani. Gli italiani erano tra le centinaia di occidentali a cui il governo di Saddam Hussein aveva impedito di lasciare l’Iraq, in seguito dell’invasione del Kuwait di quell’anno. L’arcivescovo fu tra i pochi politici, personaggi pubblici di spicco e pacificatori a cui Saddam permise di entrare nel Paese. Gli stretti contatti di Capucci con gli alti funzionari dell’Iraq assediato diedero i loro frutti nel 2000, quando egli guidò una delegazione anti-sanzioni in Iraq. Affiancato da un gruppo di religiosi e di intellettuali italiani, Capucci si recò a Baghdad dalla Siria con un volo umanitario autorizzato dal Comitato per le Sanzioni delle Nazioni Unite.
Capucci criticò aspramente i Bush, padre e figlio, per l’aggressione all’Iraq, dicendo: “Mandare bombardieri a distruggere un intero Paese e seminare la morte in mezzo a un popolo già in agonia, in nome di Dio, è la più grande offesa commessa contro Gesù Cristo, e la più terribile maledizione lanciata contro la Pace e l’Amore di Cristo. Questo perché la Pace, per noi cristiani, è una Persona: la Persona di Cristo. Gesù Cristo è la vittoria della pace e dell’amore. L’insopportabile visione del popolo iracheno sofferente è Cristo sulla croce. Ma vi è qualcosa di ancora più grave: i giovani allevati sotto le sanzioni in un paese distrutto dalle bombe hanno menti soffocate dall’odio, non hanno più nulla da perdere, e sono pronti a ogni tipo di vendetta. In un Paese arabo dove l’armonia reciproca tra cristiani e musulmani è stata un modello, le bombe vengono piazzate nelle chiese e decine di migliaia di cristiani fuggono all’estero. E a essere rapiti sono persino i bambini dei cristiani iracheni. Prima dell’invasione dell’Iraq, la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani era un esempio. Ora è stato sostituito da un incubo. La guerra contro l’Iraq ha mandato in fumo anni di dialogo con l’Islam, ha fornito nuovi pretesti agli estremisti islamici e ha alimentato la discordia tra il mondo arabo e l’Occidente.”
La previsione di Capucci, secondo cui la distruzione dell’Iraq avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora, si avverò in Siria. Temendo il peggio per la sua patria, Capucci respinse come infondate e controproducenti le rivendicazioni occidentali contro Bashar al-Assad, e compì ogni sforzo per far conoscere una verità documentata. L’impatto della guerra sull’unità e sul delicato tessuto sociale del Paese, nonché le sue ripercussioni sui rapporti tra musulmani e cristiani e sul destino del cristianesimo nella regione, erano tornate di nuovo a tormentarlo, così la sua risposta fu tipica del suo carattere: fece la spola tra Roma e Damasco per offrire il suo sostegno morale, partecipò a manifestazioni pubbliche contro alla guerra, apparve in televisione e su altri media, e incontrò i capi di Stato per scongiurare la guerra o per fare pressione affinché il conflitto si risolvesse.
A Gerusalemme, Capucci aveva trasportato munizioni e armi, anche i due razzi Katjuša che furono ritrovati nei boschi antistanti al King David Hotel, al tempo dell’incontro del Segretario di Stato americano Henry Kissinger con i governanti di Israele. I due razzi non erano partiti a causa di un errore tecnico. I giovani arabi che avrebbero dovuto prepararli al lancio li avevano posizionati in un’area boschiva di fronte all’hotel, puntandone uno verso il Muro del Pianto. Senonché, li avevano installati troppo in fretta e, prima di concludere il lavoro, avendo scorto un uomo che giungeva nella loro direzione sul dorso di un mulo, avevano accelerato ancora di più le manovre per dileguarsi in fretta. Se Kissinger fosse saltato in aria, questo avrebbe certamente cambiato le cose su vari teatri mondiali e creato un immenso imbarazzo a Israele.
Ecco cosa Capucci racconta di quell’episodio: “Gli israeliani, dopo aver scoperto le due valigie di pelle che contenevano i razzi me le portarono e mi chiesero: ‘Le riconosce?’. Avrei potuto negare ogni coinvolgimento, ma dissi: ‘Sì, le riconosco’. E infatti, avevo introdotto clandestinamente i Katjuša a Gerusalemme, ma nutrivo sentimenti contrastanti in merito, durante l’interrogatorio. Da un lato, ero spinto dal Vaticano a negare ogni accusa contro di me. Dall’altro, mi chiedevo: perché mai dovrei negare queste accuse visto che non mi sento in colpa? Quello che ho fatto è un diritto sancito da tutte le leggi, specialmente quelle ecclesiastiche. È il diritto all’autodifesa. Pertanto, non negai quello che avevo fatto perché lo consideravo un mio dovere. Del resto, non avevo piazzato dei missili negli uffici di El Al Airlines a Parigi o a Monaco di Baviera, ma a Gerusalemme, all’interno del territorio che Israele aveva usurpato. Considero ancora oggi la mia azione quale un diritto giustificato e un’azione legittima, destinata all’autodifesa… e allora ritenni di non dover rinnegare le mie idee.”
Pochi giorni dopo la sua morte, la Siria volle premiare la sua costante lealtà. E il 7 febbraio 2017, onorò la sua memoria con una messa commemorativa al Patriarcato cattolico-melchita della “Nostra Signora della Dormizione”, a Damasco. Il ministro di Stato per gli affari presidenziali, Mansour Azzam, partecipò alla messa, su direttiva del presidente Bashar al-Assad.

Angelo Paratico

Dimenticare la “pace” israelo-palestinese  A questo punto, una “lunga tregua”, come in Bosnia, è la soluzione più fattibile

Dimenticare la “pace” israelo-palestinese A questo punto, una “lunga tregua”, come in Bosnia, è la soluzione più fattibile

 

 

di Leon Hadar

 

Ci risiamo. Un’altra guerra tra israeliani e palestinesi che contribuisce a suscitare nuove discussioni sul rilancio del “processo di pace”, mentre funzionari, legislatori, opinionisti e studiosi di tutto il mondo propongono questo o quel piano per portare finalmente la pace in Terra Santa.

Questa volta funzionerà. E se si tracciasse il confine qui, si eliminassero alcuni insediamenti ebraici là, si scambiasse questo territorio con quello, si permettesse ai rifugiati arabi di entrare e si trovasse un modo per dividere Gerusalemme e i luoghi santi, allora ebrei e arabi vivrebbero felici e contenti nel loro territorio condiviso.

C’è, ovviamente, la vecchia e affidabile soluzione dei due Stati. Ma, se non funzionerà, si potrà verificare la soluzione a uno Stato, perché non è forse chiaro che gli arabi-palestinesi e gli ebrei-israeliani sono pronti a vivere insieme come i francofoni e i fiamminghi in Belgio? Ma poi, ripensandoci, anche lì le cose non sono così belle come sembrano. Allora, che ne dite di una federazione o di una confederazione? E in un inchino allo spirito della globalizzazione, aggiungiamo poi che “firmeranno un accordo di libero scambio”.

Forse è arrivato il momento di smettere di elaborare la pace e di fantasticare che, parafrasando il profeta Isaia, i due popoli “trasformeranno le loro spade in aratri e le loro lance in ganci da potatura”, che “la nazione non alzerà più la spada contro nazione e non impareranno più la guerra”.

Invece, dobbiamo ridimensionare le nostre aspettative in un momento in cui gli israeliani devono ancora riprendersi dagli orrori del 7 ottobre e dal massacro di oltre 1.200 israeliani. Inoltre, gli arabi stanno assistendo alla distruzione di Gaza e alla morte di 16.000 palestinesi. Ecco, ora La ‘pace’ non è mai stata così lontana.

Il punto fondamentale è che israeliani e i palestinesi non sono pronti per una grande pace o riconciliazione tra i loro due popoli. Il meglio che possiamo sperare è una qualche forma di lunga tregua, che ponga fine alla guerra, al contrario di ciò che il Libro dei Giudici descrive nei periodi tra le guerre: “Così la terra ebbe riposo per quarant’anni”.

Da questo punto di vista, un possibile modello che potrebbe aiutare gli Stati Uniti e il resto della comunità internazionale a delineare la fine della guerra a Gaza e, nel processo, a porre le basi per una tregua israelo-palestinese, è rappresentato dagli Accordi di Dayton del 1995 o dal Accordo Generale per la Pace in Bosnia-Erzegovina.

Quel accordo pose fine alla Guerra di Bosnia, durata tre anni e mezzo, dando vita ad un unico Stato sovrano, noto come Bosnia-Erzegovina, composto da due parti, la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza croato-bosniaca.

L’obiettivo primario del Accordo di Dayton era quello di fermare la guerra, e in realtà fu descritto come una misura temporanea, in attesa che venisse sviluppato un piano di pace a lungo termine, cosa che non avvenne mai. Si è trattato del trentacinquesimo tentativo di cessate il fuoco tra le parti in guerra, dopo altri trentaquattro tentativi falliti.

In effetti, l’Accordo di Dayton fermò il conflitto e da allora non c’è stata una ripresa della violenza, anche se alcune delle differenze fondamentali tra le parti che hanno causato il conflitto non sono mai state risolte. Non ha segnato l’inizio di un’era di pace nell’area, ma d’altronde, senza conflitti aperti o violenze, cosa si può chiedere di più?

 

La presenza militare internazionale, l’EUFOR Althea è responsabile della supervisione del rispetto degli aspetti del Accordo di Dayton. E l’opinione generale è che senza tale accordo, le tensioni radicate nel Paese riemergerebbero. Da questo punto di vista, la forza militare aiuta a coprire le fratture che devono ancora essere sanate. Non esistono dubbi sul fatto che, se si rimovessero le forze EUFOR Althea, la guerra ricomincerebbe.

Tuttavia, non ci sono stati conflitti aperti o violenze. Alcuni si riferiscono a questa “pace negativa” in contrapposizione a quella “positiva”, il tipo di pace che israeliani e palestinesi potrebbero utilizzare oggi per garantire che la loro terra si calmi per diversi anni.

 

Il Dr. Leon Hadar è un Senior Fellow presso il Foreign Policy Research Institute (FPRI) di Philadelphia e un ex ricercatore in studi di politica estera presso il Cato Institute. Ha insegnato all’American University di Washington e all’Università del Maryland, College Park. Opinionista e blogger di Haaretz (Israele) e corrispondente da Washington per il Business Times di Singapore, è un ex capo ufficio delle Nazioni Unite del Jerusalem Post.