Marta e Juri

Marta e Juri

 

 

(Emanuele Torreggiani). Marta era una donna fatta e finita, già a quattordici anni. Così Juri. Andava a scuola e aiutava la madre Maddalena, detta Madda la Santa, al Jolly Rosso: bar, tabaccheria, edicola, piccola merceria. Il padre, il Grande Berto, che dal germanico significa splendente, il ventre teso d’alcool, affisso al tavolo verde del retro, con fermezza lasciava sul panno l’incasso della giornata.
Juri era andato al paese, obbedendo all’invito del padre Fausto, nell’ora di piena luce, quando le ombre sono nere. Aveva fermato la moto davanti al plateatico, tre tavolini e un ombrellone aperto anche se quel pomeriggio, s’era ai primi di settembre, sfilava un aria fine dai refoli crudi e sedere al sole era piacevole. Due sedicenni seduti si guardavano in giro non sapendo cosa fare, privi di moneta per sfidarsi al flipper. Si concentrarono sul KTM piegato alla stampella laterale, con lo scarico sfumacchiante il ricino. Juri li ha guardati facendo cenno agli occhi, con l’indice e il medio, loro hanno alzato le mani. Prima di entrare ha sbirciato al bancone dirimpetto, Marta stava passando un canovaccio sulla mensola di vetro già nitida, era in divisa come le piaceva dire, maglietta bianca e gilet nero, capelli raccolti a nido con una forcina ambrata.
L’aveva vista scioglierseli scuotendo il capo a cascata e s’era al pieno sole di giugno, quel giugno appena andato via per sempre, quando, erano scesi giù al fiume con in mente una pescata. In quell’istante, d’improvviso la brezza tiepida si era levata e Juri, senza dire una parola, entrando tra le ombre degli alberi ritornò alla rimessa. Quella sera poi, in quel tardi della notte estiva che è ancora chiara, era passato Matteo che gli strinse la spalla con la mano aperta e avevano fumato una sigaretta insieme seduti davanti all’officina. Lo aiutava coi clienti di passaggio, il signor Fausto seduto fumava il toscano, in silenzio guardando lontano.
Entrò. Ad un tavolo laterale i due muti. Due gemelli sordomuti che stavano alla cascina detta dei Muti, giocavano alle carte in attesa che il Grande Berto scendesse. Lo salutarono con un cenno, concentrati e irosi l’un l’altro, sebbene poi avidi complici al tavolo verde.
Avevo sentito il tuo motore e ti visto riflesso nello specchio, ti sei deciso ad entrare.
Marta prese a fargli un caffè.
Non devi dire niente.
Parlava dandogli le spalle.
I morti non ritornano, stanno là tutti dentro la pancia della terra, al godere dei vermi.
Gli posò la tazzina sul piattino.
I morti non ritornano.
Lei adagiò la mano su quella di Juri contratta sul bancone di acciaio. Juri non parlava e neppure la guardava, contava i mozziconi che i Muti avevano schiacciato sulla palladiana con la punta delle scarpe, indifferenti al posacenere. Agivano così anche in casa loro, chi mai c’era stato aveva poi riferito ch’era un porcile, e ascoltava Marta con il cuore in battito a tumulto, sentiva le orecchie arroventarsi.
È inutile parlarne, sono già state fatte un mare di chiacchiere, un oceano non un mare, i carabinieri sono stati qui dieci giorni di fila a perdere tempo, e questo e quello e quell’altro, ma dai. Matteo l’hanno ucciso. Assassinato. Sta là dove l’hai visto, sottoterra sino alla fine dei tempi, che verrà o non verrà e sarà quello che sarà. So solo che non è qui, e vorrei che ci fosse.
Marta grandinava. La mano gelida. Nell’ellisse del viso gli occhi blu e le labbra pallide, gonfie di repentine morsicate.
Bevi il caffè Juri che si fredda e vai a trovare la sua signora madre. Ogni tanto viene su, prende una stecca di Muratti. Saluta, non dice niente. Solo l’ultima volta, ieri o l’altro ieri, all’ora del tramonto, in quella luce disperata che entra dalla porta, un bagliore accecante, la sua voce mi carezzava il viso, avreste avuto dei bellissimi bambini, non sarà così, c’est tuot, ora vattene Marta, vai via, sei giovane, e ricorda che i nomi, i nomi di tutti sono scritti sull’acqua.
Juri indicò un pacchetto di Camel dalla mensola dei tabacchi e bevve il caffè ormai tiepido. Scartò e l’accese. Marta gli prese la mano e aspirò una lunga boccata, si tolse una briciola di tabacco dal labbro.
Me ne vado domani, ho un’amica di Roma che mi ospita. Ecco, ora lo sai. A settembre ho letto di un concorso per insegnare latino e greco, lo passerò. Male che vada posso sempre fare la barista, almeno mi pagheranno invece qui mi tocca servire quel folle di mio padre. Ma lasciamo stare. Ora mi è facile pronunciare parole senza amore. S’è chiuso un capitolo.
Spostò meccanicamente la tazzina e il piattino nel lavello sottostante.
Questa morte, questa mia prima straziante morte, mi ha aperto gli occhi e vedo. Vedo nitidamente la realtà. Ed è questa la funzione dolorosa, desolante ma giusta, della morte. Ti fa vedere la realtà.
Sfilò una Camel dal pacchetto di Juri e l’accese.
Juri annuì era quanto avrebbe voluto dire ma non sapeva come.
Lo sai anche tu che non li troveranno mai. Mai e poi mai. Dai, più o meno abbiamo il sentito dire dei giri della notte, giù tra i boschi. Dei traffici che fanno comodo a tutti. Che sono diventati gli interessi di tutti. D’altronde ogni cultura si paga con il sacrificio della realtà vivente, non mi ricordo più dove ho letto questa frase, chi l’ha scritta, in uno dei tanti libri che ho studiato, ma è una frase vera, la verità.
Aspirava la sigaretta a brace viva.
Matteo era bello e di gentile aspetto e fermo e duro e non si tirava indietro, era nella sua terra, si vedeva cavaliere nei suoi possedimenti, non aveva forse in animo di prendere due cavalli e sgambare per gli appezzamenti in sella? Te l’aveva detto, immaginava per l’autunno imminente noi avvolti nelle mantelle lucenti di brina in groppa al passo per le vaste campagne brulle, sono state parole sue, lo sai anche tu, e mentre ne parlava lui si fotografava già tra le terre. L’hanno buttato giù, così, semplicemente. C’est tuot.
Cosa vuol dire quella parola lì?
È tutto.
Entrò una vecchia in gramaglie per un Antico Toscano, mentre posava le monete batterono tre rintocchi lenti e brevi: un uomo andava via. Quel suono aprì il silenzio che si fece ampio quanto il cielo.
La vecchia tracciò il segno della Croce bisbigliando l’Eterno Riposo, è per il Faustino, povera anima, quanto purgatorio nella malattia, ma voi non lo conoscete, siete troppo giovani. E uscì a passi misurati e cauti.
Marta soffiò il fumo.
Lo vedi? Lo vedi come tutti i nostri nomi, tutti, sono scritti sull’acqua. Ascolta Juri, volevo passare da te più tardi per dirti di portarmi in stazione domattina, per le cinque.
Ti passo a prendere in moto, non ho altri mezzi, salvo la Cinquecento C di mio padre ma non vuole, credo, che la usi. Va bene, non importa, parto domattina, lo sa solo mia madre che mi sta preparando un bagaglio leggero, l’essenziale, quando lui lo saprà. Sì! Il Grande Berto, a suo comodo verso mezzogiorno, se si alza, darà fuori da matto per un bel dieci minuti forse, poi s’attacca al Bitter e in tre bicchierate non si ricorda più di nessuno.
E qui?
Francamente non m’importa. Se ne occuperà mia madre. Spero per lei che ne abbia per poco, è costantemente ubriaco, sbocconcella appena, poi venderà a qualcuno se trova e comunque, me l’ha confidato, intende ritornare al suo paese, ha solo quarantotto anni, da non credere vedendola, giù in Sicilia, da una sorella che ha un ristorante sul mare dalle parti di Gela. Non l’ho mai conosciuta, né vista, andrò a trovarle quando sarà.
Spense il mozzicone in un posacenere.
Ora vai dalla signora e salutala da parte mia e dille che sarebbe potuto essere come aveva detto lei, ma non sarà mai. Juri, domattina alle cinque, anche se piove.
Infatti piovigginava, quell’acquerugiola sottile, avanguardia d’autunno. Suo padre, in rimessa, fingeva di dormire ma era sveglio e sbirciava Juri che portava fuori il KTM.
Prendi la Cinquecento C, meglio che andare in stazione in moto.
Come sapesse, Juri non lo chiese mai. Mise in moto la FIAT Topolino del Quarantanove color sabbia. E scese in paese. Al centro della piazza le foglie gocciolanti dei tre gelsi s’erano afflosciate nel verde spento della flora in agonia. Marta era già lì davanti al Jolly Rosso, indossava una giacca impermeabile. A tracolla una sacca di tela, sorrise vedendolo. Gli hai chiesto l’auto?
No, me l’ha offerta mio padre.
Lei annuì per nulla sorpresa. Juri le aprì lo sportello controvento.
Non sono mai salita su un auto del genere, sembra un film di quelli in bianco e nero.
Poi non parlarono. Le strade erano deserte. Arrivarono alla stazione con un certo anticipo, qualche pendolare seduto sotto la pensilina scorreva le pagine ancora fresche d’inchiostro dei quotidiani. Marta sganciò lo sportello, doveva attraversare i binari.
No, non accompagnarmi, va bene qui. Non tornerò più. Ma se dovesse mai capitare so che ti troverò alla Petrol Caltex, ringrazia tuo padre, le pochissime volte che l’ho sentito scavava strade con le parole, abbiti cura Juri.
L’altoparlante annunciò l’arrivo del locale per Milano Centrale. Quella stazione oggi non c’è più, è stata cancellata nel programma di cosiddetta razionalizzazione della rete ferroviaria, permangono i ruderi avvolti da rampicanti. La pioggerella appannava il parabrezza storcendo il paesaggio in una vertigine febbrile.
Quella camicia te l’ha data ieri la signora, vero?
Juri annuì.
Ti sta bene, come a lui, ora cammina con te. Ciao Giorgio, grazie.
Marta gli sfiorò la mano che Juri teneva artigliata sul pomello del cambio. Era ancora fredda. Scese. Traversò con passo svelto i binari andando alla pensilina mentre il locale fischiava un rimprovero. Aprì il portellone che dava direttamente allo scompartimento rivestito di legno, lo richiuse. Juri udì il ferro sbattere serrandosi. Marta non si voltò. Uno strattone del convoglio e Juri non la vide mai più. Tornò al distributore. Suo padre stava rifornendo un 4 assi DAF cassone ribaltabile per trasporto sabbia e ghiaia, lavorava alla superstrada che di lì a due anni tagliò fuori la provinciale d’ogni commercio e pertanto, attenendosi ai fatti ed a null’altro che ai fatti, per il distributore Petrol Caltex e annessa officina, iniziarono i tempi difficili. Parcheggiò la Topolino e prese una pezza di pelle di daino per asciugarla.
Lascia perdere Juri, è soltanto ferro, lamiera, non prende il raffreddore.
E suo padre alzò la destra ad imbastire una carezza, che rimase in stallo per sempre sul capo del figlio.
Annuì e forse voleva dire qualcosa, ma uscì di fretta richiamato dal clacson bitonale d’un cliente in Fiat 850 coupé rosso fuoco. Ora pioveva.
Un capitolo del prossimo libro intitolato “La veglia del sangue”.