Le Cinque Lettere dal Giappone di San Francesco Saverio (Xavier)

Le Lettere di San Francesco Saverio, scritte nel 1549, sono un documento straordinario per la storia dell’arrivo degli europei in Giappone, ma la più straordinaria resta la prima.

San Francesco Saverio acque a Javier (Navarra), il 7 aprile 1506 e morirà sull’Isola di Sancian, il 3 dicembre 1552. Viene venerato sia dalla Chiesa cattolica, che da quella anglicana e luterana. Fu
canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV
Il suo corpo riposa nella chiesa del Bom Jesus di Goa, ma una parte del suo braccio si trova a Macao e il braccio destro è a Roma, nella chiesa del Gesù’. Appartenne all’ordine dei gesuiti. Di famiglia nobile le cui proprietà furono confiscati da Ferdinando il Cattolico dopo la vittoria sugli autonomisti navarrini filofrancesi. Per sfuggire alla sconfitta e alla miseria si rifugiò quindi in Francia, e andò a studiare teologia alla Sorbona dove, dopo il primo triennio, divenne maestro. Nel suo stesso collegio di Santa Barbara arrivò Ignazio di Loyola che oltre ad essere uno dei suoi più grandi amici (che diventò santo) ne riconobbe immediatamente il temperamento combattivo ed ardente e decise di conquistarlo alla propria causa. Nello stesso collegio studiava anche Pierre Favre (1506-1546). Con Javier e Favre Ignazio fece i primi voti da cui sarebbe poi nata la Compagnia di Gesù, nella chiesa di Saint Pierre di Montmartre, il 15 agosto 1534. I voti erano: povertà, castità, obbedienza e pellegrinaggio in Terrasanta; se non fossero riusciti a partire sarebbero andati a Roma per mettersi a disposizione del Papa. Non riuscendo a partire da Venezia, i nuovi gesuiti cominciarono con l’adempiere l’ultima parte dell’impegno, e papa Paolo III finanziò il loro viaggio. A Roma Francesco Saverio fu ordinato sacerdote nel 1537, e qui i primi gesuiti aggiunsero ai tre voti tradizionali di povertà, castità e obbedienza, il quarto e distintivo: l’obbedienza al papa. Nel 1540, Giovanni III del Portogallo chiese a Papa Paolo III di inviare missionari ad evangelizzare i popoli delle nuove colonie nelle Indie orientali. Francesco Saverio, indicato da Ignazio, partì nel marzo del 1541. Per le Indie si partiva da Lisbona, e il viaggio del nuovo missionario durò più di un anno: arrivò a Goa nel maggio dell’anno successivo, spingendosi poi fino a Taiwan. La tradizione vuole che egli abbia portato la propria attività missionaria fino alle Filippine, ma di questo viaggio mancano i riscontri. Nel 1545 partì per la penisola di Malacca, in Malesia, dove incontrò alcuni giapponesi che gli proposero di estendere l’evangelizzazione al Giappone (dove arrivò nell’agosto 1549). Ultimo sogno fu la Cina, ma, ammalatosi durante il viaggio dalla Malacca all’isola di Sancian, morì nel 1552. Il suo corpo fu portato a Goa, dove si trova oggi nella chiesa del Bom Jesus.

(fonte: Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazione dell’isola novamente scoperta nellaparte di settentrione, chiamata Giapan

Essendosi scoperte alcune isole per li mercatanti portoghesi che di Malacca sono navigati drieto la costa della China e di sopra la città di Canton, e fra le altre una detta Giapan, della qual avendose avuto alquanto di notizia, ne ha parso conveniente nel fine di questo volume metter l’informazioni che di quella hanno scritto alcuni reverendi padri portoghesi della Compagnia del Iesù, che sono andati a stanziar in diversi luoghi dell’Indie orientali, dove il serenissimo e cristianissimo re di Portogallo tien le sue fortezze: la qual isola si pensa che sia per mezzo la provincia del Mangi che confina col Cataio, e di essa ne ha scritto il signor Ioan de Barros, primario gentiluomo di Lisbona, come nell’ultimo della sua prima Deca, e dice di voler dar fuori le tavole e descrizion del paese della China e dell’isola del Giapan. Siano adonque contenti i benigni lettori di questo poco di cibo che ora gli presentiamo, tenendo per certo che, se più gli avessimo potuto donare, più volentieri lo aressemo fatto.

Lettera 1

Nella parte di settentrione, sopra la China e verso l’oriente, discoprirno li mercatanti portoghesi una isola chiamata Giapan, nella medesma altezza che è Italia, longa da levante a ponente, secondo la informazione che danno, DC leghe e larga CCC. Di quella venne l’april passato una persona molto ingeniosa e prudente, detto Angero, con duoi servitori, e s’informò da noi delle cose della nostra fede intieramente, e informato in breve tempo si fece cristiano, e gli fu posto nome Paulo. Costui è stato con noi in questo collegio nostro di Goa, chiamato Paulo di Santa Fede, dove ha imparato la lingua portoghesa, a legger e scriver a nostro modo, e ha tradotto in la sua lingua in breve compendio le cose essenziali della nostra fede e legge. Si dà quest’uomo all’orazione e contemplazione, chiamando e sospirando per Iesù Cristo, ed è tanta la sua bontà che non si potria scrivere. Essendo da noi interrogato nel tempo del suo catechismo, ne diede conto delli costumi e legge della sua terra, e perché egli non è instrutto nelle lettere che sanno quelli de l’isola che son reputati dotti, ma sa solamente la sua lingua volgar, però pare contasse cose cavate dell’oppinioni volgari più che delle scritture sue. E in questa informazione essendovene di molte notabili, la manderò così come ne l’ha dettata, riportandomi a scriver la verità del tutto più certa, come sia gionto in quelle bande il nostro padre maistro Francesco Xavier, e che gli abbi vedute le sue scritture e praticato con quelli popoli.

Primamente dice che tutta l’isola di Giapan è sottoposta ad un re, sotto il quale sono altri signori a maniera de duchi e conti, delli quali in tutto Giapan saranno quattordeci. E quando moreno alcuno di detti signori, il suo primogenito è erede nel stato, e agli altri figliuoli si dà alcuni castelli per sua sustentazione, con patto che stiano ad obedienzia del primogenito, di modo che non lassano dividere il stato. Il minimo di questi signori dice che può mettere in campo diecimila uomini da guerra, altri quindicimila, altri vintimila, altri trentamila.

Il re principale nella sua lingua si chiama voo: questo è della più nobile progenie che sia fra loro, della qual nessuno si marita con altro lignaggio. Questo voo pare che sia fra loro come fra noi il papa, e ha iurisdizione nelle cose temporali e spirituali, cioè fra seculari e religiosi, delli quali ci è grande numero in questa terra. E per benché abbia piena autorità sopra il tutto, mai però fa guerra né comanda che sia ucciso alcuno, ma lassa tutta la cura di questo ad un altro che è fra loro come fra noi l’imperadore, chiamato nella loro lingua goxo, il quale ha il governo e imperio sopra tutta l’isola, e sta pure alla obedienzia del detto voo: e quando goxo va a visitarlo, dicono che sta col ginocchio in terra e gli pone il capo per riverenzia a mezza gamba. E benché tenga gran corte di baroni e capitani e soldati, avendo cura della giustizia e della guerra, nondimeno, se detto goxo facesse qualche cosa mal fatta, voo lo potria privar del regno e tagliargli la testa. Prestano grande obedienzia li minori alli maggiori, per la grande giustizia che usano, e hanno oppinione che tutti li peccati siano equali, e tanta punizione danno a chi robba diece bazzaruchi come ad uno che robbasse cento scudi.

Dice che voo, principal re di Giapan, vive della maniera seguente: piglia per moglie una donna della sua prosapia, e quando la luna comincia a sminuire, lui comincia a digiunare discostandosi dalla donna, e per quindici giorni che dura il digiuno mangia molto poco ad uno pasto, e attende alle lezioni e contemplazioni e orazioni, vestendosi di bianco con una grande corona in testa, insino a tanto che la luna dà la volta; ma quando quella comincia a crescere, immediate ritorna a far vita allegra con sua moglie per altri quindici giorni, e in questo tempo va a caccia e ad altri piaceri e ricreazioni. E se la moglie more avanti che gli abbi trenta anni, si può rimaritare, ma se passa trenta anni nel resto della sua vita è obligato guardare perpetua castità e viver religiosamente; e inanzi né dopo né al tempo medesimo che è con la sua donna, non ha conversazione con altra.

Sono fra queste genti, oltra delli signori detti, baroni, cavallieri, mercatanti e offiziali di tutte le cose come fra noi, e gradi di persone diverse. E generalmente tutti si maritano con una sola donna, e quando la donna fa quello che non deve, è l’usanza che se il marito la trova insieme con l’adultero nel delitto, che l’ammazzi insieme; ma quando amazzasse l’uno senza l’altro, la giustizia publica procede contra lui e l’ammazza, e non ne ammazzando alcuno delli duoi resta il marito disonorato. Oltra di questo, quando è mala fama d’una donna, che non la possino trovar nel delitto, la mandano a casa del padre, e così il marito non perde l’onore e si marita con un’altra, e detta donna resta disonorata perpetuamente e non si trova chi si voglia più maritar con quella. È tenuto anco infame colui che, vivendo la moglie, conversa con altra di qualsivoglia sorte. Gli uomini onorati di questa isola, quando li loro figliuoli arrivano a sette overo otto anni, li mettono nelli monasteri insino alli disdotto o vinti anni, dove gli è insegnato leggere e scrivere e cose d’Iddio; e dipoi escono e si maritano, e tendono alle cose politiche.

Sono in questa isola tre sorti di religiosi, quali hanno monasterii a modo de frati, alcuni dentro della città, altri di fuora. Quelli che stanno nella città mai si maritano, vivono di limosine, portano la testa e barba rasa, usano vesti longhe con maniche grandi quasi come gli altri, e nella invernata portano coperta la testa e nel resto del tempo discoperta; mangiano insieme come frati e digiunano molte volte nell’anno. Questi religiosi non mangiano animali, e questo per smagrare il corpo e levargli il desiderio del peccare: e questa abstinenza è commune a tutti li religiosi di quella terra, quali dice si levano a mezzanotte a far orazione, il che fanno cantando per spazio di mezza ora, e ritornano a dormire insino all’aurora; allora si levano di nuovo a dire altre orazioni; il simile fanno quando si leva il sole e a mezzogiorno e all’ora della sera, nella qual ora fanno un segno che tutto il popolo si inginocchia e leva le mani al cielo, come facciamo noi. Le orazioni che dicono dice questo uomo che non l’intende, perché sono in altro linguaggio.

Questi religiosi predicano al popolo e hanno grande audienza, e piangono e fanno piangere il popolo. Predicano essere un solo Iddio creatore di tutte le cose, e che vi è il purgatorio, paradiso, inferno; item che tutte le anime, quando passano di questo mondo, vanno al purgatorio, così buoni come cattivi, e di là si dividono, li buoni per andare al luogo dove è Iddio, li cattivi per quello dove è il demonio, il qual dicono esser stato mandato da Dio a questo mondo per punizion delli cattivi. Questi religiosi fanno molto virtuosa vita, eccetto che sono notati di quello abominabile peccato per occasione di molti fanciulli che tengono per insegnare nelle lor case, ancor che lor predicano al popolo che questo sia gravissimo peccato, lodando la castità. Sono tutti vestiti di vesti negre insino alli piedi, e sono gran litterati, e hanno nella loro casa un superiore al quale tutti ubbidiscono, e non ricevano per clerici se non persone savie e approvate nelle virtù.

Ci è un’altra sorte di sacerdoti, i quali portano vesti grise, quali anco non si maritano; hanno una religione di donne a modo di monache, che vanno vestite della medesima sorte, e la lor casa è presso a quella delli detti sacerdoti: è opinion del vulgo che questi tali abbino conversazione con dette religiose, ancor che mai abbino figliuoli, perché usano certi remedii per non concipere, e ogni casa di questi tal religiosi ha similmente un’altra di donne vicina. Sono persone idiote, fanno orazioni quasi al modo medesimo che li sopradetti, e digiunano alcune volte. Vi è ancor un’altra sorte di religiosi, che van vestiti di vesti nere e fanno grande penitenza; vanno tre volte al giorno all’orazioni, la mattina, al tardo, alla mezzanotte. Le case di orazioni di tutti questi religiosi sono di una medesima forma; hanno idoli di legno indorati, altre imagini dipinte nel muro. Tutti adorano un solo Iddio, il quale chiamano Deniche in suo linguaggio, e qualche volta lo chiamano Cogi. L’ordine secondo de religiosi che disopra dicevamo che andava vestiti di grigio, quando fanno orazione nel suo coro, la fanno insieme con le monache, sedendo gli uomini da una parte e le monache da l’altra, e cantando or l’uno or l’altro così a mezzanotte come alle altre ore.

Ci ha detto ancora questo santo uomo una istoria di uno fra loro tenuto santo, come qui narrerò. Dice che vi è una terra sopra la China alle parte di ponente che si chiama Cegnico, dove era un re chiamato Iambom, che avea per moglie una regina chiamata Magabonin. Questo re dormendo un giorno ebbe in visione che li dovea nascere un figliuolo che saria grandissimo uomo, e riputato come Iddio da tutti quei paesi: il che narrò alla moglie, la qual dopo nove mesi partorì un figliuolo al qual posero nome Xaqua; e che al suo nascimento apparvono duoi serpenti grandissimi con le ali sopra il tetto della casa, li quali, discesi giù dove era il fanciullo, non li fecero male alcuno e poi si partirono. Questo Xaqua crebbe insino a 19 anni, e il padre volendolo maritare contra sua voglia, considerando lui le umane miserie, non volse congiugnersi con la moglie, ma se ne fuggì di notte e andossene ad una montagna alta e deserta: e quivi stette sei anni, faccendo grande penitenza. Dapoi discese e cominciò a predicare con grande fervore ed eloquenzia a quelli popoli che erano gentili, dove acquistò grande fama di santità e bontà, di sorte che rinovò tutte le leggi e insegnò al popolo il modo di adorare Iddio; e dicesi che fece 8000 discepoli, quali seguitorno il suo stile di vivere. Passarono alcuni di detti discepoli per la China, predicando le sue leggi e modo di adorare, e convertirno tutta la China e il regno di Cegnico alla sua dottrina, e fecero destrurre tutti gli idoli e pagodi che erano nella China e Cegnico, e di là vennero al Giapan, dove fecero il simile: e fin al presente per tutta la China, Cegnico e Giapan si ritrovano pezzi di statue antique, sì come in Roma. E questo Xaqua insegnò essere uno solo Iddio creatore di tutte le cose, e ordinò cinque precetti: il primo che non ammazzassino, il secondo che non robbassino, e il terzo che non fornicassero, il quarto che non pigliassino passione delle cose che non hanno rimedio, il quinto che perdonassino le ingiurie. Scrisse ancora molti libri pieni di molte virtù e molto utili, dove insegna i costumi che abbino a servar gli uomini secondo lo stato suo e qualità; comanda digiunar molte volte, e che le penitenzie piacciono molto a Dio, e che sono molto necessarie acciò si salvino li peccatori.

Dice che quando uno sta infermo che usano quelli religiosi andarlo a visitare, consolarlo ed exortarlo a far testamento; e quando vedono che stanno in pericolo di morte, gli predicano li beni dell’altra vita, e che non piglino fastidio per le cose presenti, poi che vedono essere tutte vanità. E quando muorono vengono li detti religiosi in processione, cantando e portando il defunto al claustro del monasterio, sempre pregando Iddio che gli perdoni li suoi peccati, e soterrano tutti, poveri e ricchi, senza nessuna differenza, né pigliano per questo cosa alcuna o premio, anzi saria tenuto mal uomo ch’il pigliasse: è ben vero che, se li parenti del defunto li vogliono donar qualcosa per limosina, la pigliano.

Afferma ancora che si usa in questa terra una sorte di penitenzia al modo seguente, digiunando e servando castità cento giorni continui, e dopo intrano in un bosco molto grande vicino ad un monte, nel quale sono molti pagodi che son a modo di eremitorii, dove abitano alcuni eremiti di molta aspra vita. Si odono in questo monte e bosco molti gridi e voci orribili e spaventose, e si vedono molti fuochi; e stanno in detto bosco settantacinque giorni, non mangiando al giorno altro che tanto riso quanto possano tenere nella palma della mano, e non bevendo più che tre volte l’acqua. Al fin di settantacinque giorni si ragunano poi tutti insieme e vanno per il deserto che è all’intorno del detto bosco, e che alle volte sono in gran numero e passano più di mille; e avanti a un pagodi inginocchioni si confessano ognuno di tutti li lor peccati della sua vita ad alta voce, tacendo e ascoltando tutti gli altri, ed essendosi confessati così publicamente, ognuno di loro giura sopra il pagodi di mai dir niente di quanto averà sentito nella tal confessione poi che sarà fuora del deserto. E in quanto che dura questa penitenzia non dormono né si spogliano. Vanno vestiti di certi panni di lino grosso cinti molto strettamente, senza scarpe e berretta, e mai stanno fermi, anzi camminano ogni giorno cinque o sei leghe per detto bosco all’intorno della montagna, tutti insieme a modo di processione; e venuti a certi luoghi determinati si riposano per un gran spazio, e faccendo un gran fuoco si scaldano. E dice che hanno un maestro che li guida nell’orazioni e penitenze, e se alcuno dorme quando si riposano, quel maestro gli dà delle bastonate, e se qualcuno se inferma nella via di modo che non possa camminare, lo lassano stare e muore abbandonato, e gli altri camminano; ma se alcuno morisse avanti la gente, tutti lo coprono di sassi e lassano scritto in un bastone: “Qui iace il tale del tal luogo”. Porta ogniuno una tavoletta sopra il petto, dove è scritto il nome suo e del paese. Dice che andando in quello deserto vedono molti monstri e fantasme e illusioni diaboliche, talché, essendo cento persone insieme, molte volte gli accade che paiono dugento: e allora il maestro, riguardandoli e vedendo che alcun non porti la tavoletta al petto, comanda si fermino tutti e faccino orazione al Deniche, che è Dio, che gli liberi di tal compagnia, perché si persuadono che sian di demonii quali si metteno alle fiate appresso degli uomini, e pigliano talmente la forma sua che un Giovanni parerà duoi Giovanni, e un Pietro duoi Pietri, senza differenza di uno all’altro; ma faccendo orazione come gli è insegnato, subito disparono li demonii. Quando questi penitenti hanno compiuta la penitenza, restano tanto magri e negri e afflitti che paiono la morte, non essendosi mai spogliati né lavati; ma ritornati a casa tutti gli accompagnano e baciano le vesti.

Dice che sono in questa terra molti che sanno far fatture e incanti, pure fra gli uomini savii e prudenti sono dispregiati e tenuti in mal conto. Sonvi ancora grandissimi astrologi, quali predicano molte cose che hanno a venire. Questa gente scrive croniche delle sue istorie e fatti al medesimo modo che noi facciamo, e che nelli costumi e vivacità d’ingegno sono molto conformi a noi. E costui che dà la presente informazione è tanto ingegnioso che ognun di noi gli potria aver invidia, e dimostra con parole e con fatti aver in odio ogni sorte di vizii che ha veduti fra li nostri. E li pare che tutto Giapan averà piacere di farsi cristiano, perché tengono loro nelli suoi libri scritto che tutta la legge deve esser una, e che aspettano un’altra più perfetta della sua: e non si pol imaginare altra migliore della nostra, e però dice esser molto contento, perché gli pare che Iddio gli facci grande beneficio in usar lui come instrumento di condurre al Giapan gente che predichi questa santa legge. E ancor che sia maritato, si è offerto andare e stare in compagnia delli padri che di là vanno due, tre e quattro anni, insino a tanto che si dia qualche buon principio di cristianità in quella terra e insino a tanto che li padri sapranno ben la lingua.

Dice che questa terra è molto sana e di grandi venti, e che alcuna volta quella triema tanto forte che le persone cascano in terra. Vi nasce ogni sorte di frutti e metalli che sono in Europa, e vi son pochi serpenti venenosi; è terra abbondante di molti animali salvatichi, sì di uccelli come di cervi, porci, cignali e altri. Non vi nasce vino, ma fanno la cervosa di riso, come in Fiandra de orgio; son molte viti salvatiche nelli boschi, dell’uve delle qual mangia questa gente. Mangiano il riso con la carne e pesce a modo dell’India; vi è assai grano, col quale fanno vermicelli e coperte di pasticci, e non mangiano pane, ma in luogo di quello il riso. Vi sono anco galline, ma non le nutricano in casa, sì come né alcun altro animale.

Dice che in questa terra vi è un duca, quale porta nella sua bandiera a modo di una croce, e questa tal arma non pol avere altra casata se non la sua. Tutto il popolo di Giapan usa pregar Dio come a noi con paternostri over rosarii, e quelli che sanno leggere usano libretti, e questi che pregano con li paternostri over rosarii usano dire ad ogni segno over paternostro una orazione due volte maggiore che ‘l Paternostro, e che hanno centotto segni. Dimandato della ragione di questi segni, dice che li litterati dicono che nell’uomo sono cento e otto sorte di peccati, e che è necessario di dir una orazione contra cadaun di quelli, la qual dicono in linguaggio che non l’intendono, come facciamo noi il latino; e che ogni mattina come si levano dicono nove parole, levando le due dita della mano destra, il che fanno per loro difesa contra il demonio. Li religiosi loro fanno professione e voto di castità, povertà e obbedienzia, e si esercitano avanti che siano ricevuti nella umiltà.

Detti popoli, come sono nel medesimo clima che noi, sono ancora bianchi e della medesima statura, gente discreta e nobile e che ama la virtù e lettere, e tengono in gran venerazione li letterati. E li costumi e modo di reggere la republica in pace e guerra e le lor leggi sono come le nostre, salvo che la giustizia è in parole, e per questo è molto spedita, e anco severa, tanto che, se uno servitore dicesse o facesse ingiuria o disonore al suo patrone, lo può ammazzare senza cascare in pena alcuna. Nella dignità suprema del voo succede il primogenito, e se non ha figliuoli succede il più propinquo parente per linea paterna: così usano li altri signori di questa terra. Non sono tiranni li principi, e se nascono fra loro dissensioni, overo faccino guerra uno con l’altro, il goxo si mette di mezzo a pacificargli, se da sé non si concordano. E se qualche uno è contumace e non obbedisce, il medesimo goxo gli fa guerra e toglie lo stato e anco il capo, ma non la signoria, anzi la dà a quello che appartiene di averla, come se il detto signore fosse morto di morte naturale.

Usano orazioni e limosine, peregrinazioni e digiuni per remissione dei lor peccati, tanto de’ vivi come de’ morti, e questo molte volte nell’anno, mangiando nelli suoi digiuni allora che noi, ma il loro digiuno è più stretto che ‘l nostro. In un monte di questa isola stanno cinquemila religiosi molto ricchi, quali abbondano di servitori e buone case e vestimenti, e guardano castità di tal sorte che non si può avicinare ad essi per una lega donna o cosa che sia femmina. Quando le donne partoriscono, stanno quindici giorni che non toccano le altre persone, e quaranta giorni che non intrano nelle loro chiesie; quando le schiave partoriscono stanno in case discoste dell’altre. Il medesimo fanno quando hanno la accostumata purgazione, e chi le tocca si fa immondo e bisogna che si lavi. Usano le donne povere, quando hanno molti figliuoli, ammazzar quelli che dipoi nascono per non li vedere stentare, e questo peccato non è castigato.

Diceva che da mille e seicento e più anni in qua gli idoli sono stati disfatti, sì nel regno di Cegnico, dal qual si va a Giapan passando per la China e Tarthao, come etiam in questa isola, per la dottrina di quel Xaqua. Predicano dell’inferno, dicendo l’anime sono tormentate in quello per li demonii in diversi modi, stando li dannati a perpetuo fuoco e altre pene; e il medesimo dicono essere nel purgatorio, dove quelle anime che non hanno fatto in questa vita condegna penitenzia stanno ritenute infino a tanto che si purghino, e che nel paradiso vi sono gli angeli, li quali stanno contemplando la divina maestade. Tengono che li angeli ancora siano defensori degli uomini, però usano portar adosso imagini de angioli, quali dicono esser spiriti e creatura d’una altra materia e non elementale. Item che usano grande orazioni in laude di Iddio, e contemplar, massime li religiosi, quali vanno camminando intorno al loro altare in tanto che cantano. E usano sonar campane per congregar la gente alla predica e al sacrificio e orazioni commune, e quando muore qualche uno; e congregandosi per portar li morti per sotterar overo abbruciar, portano candele accese. Tutte le leggi e scriture e orazioni loro sono scritte in una lingua diversa dalla lingua volgare, come è fra noi la latina. Dimandato se usano sacrificii, dice che certi giorni li sacerdoti, e specialmente il prelato loro, vestito di certe vesti, viene alla chiesa, e in presenzia del popolo bruciano certi odori e incenso e aguila e certe foglie odorifere, sopra una pietra a modo di altare, cantando certe orazioni. Le chiese di questa gente tengono la medesima libertà come le nostre, perciò che la giustizia non può pigliare né tirare fuora di quelle alcun per alcuno caso, se non per furto. Tengono nelli templi molte imagini de santi e sante dipinte di rilievo, con diademe e risplendore come le nostre, e hanno in simil venerazione li santi come noi; e se bene adorano uno solo Iddio creatore di tutte le cose, pure fanno orazione alli santi acciò preghino Iddio per loro. Questa gente mangia di tutte le cose, e non si circuncide.

Pare verisimile che l’Evangelio sia penetrato in questa regione, e che per li peccati poi si sia il lume della fede oscurato, o per qualche seduttore come Macometto levata via. E stando a scrivere questa lettera, è venuto a me un vescovo armeno ch’è stato più di quaranta anni in quelle bande, e hammi detto aver letto che gli Armeni furono a predicare nella China nel principio della primittiva chiesa; però saria gran bene che di novo si facesse illuminar quei popoli della fede e dottrina evangelica, e se ben da Roma sino al Giapan siano ottomilia leghe di viaggio, a chi ama la salute delle anime tutti li travagli e pericoli del mondo sono delizie. Piacendo a Iddio, il padre maestro Francesco Xavier, con Paulo autore di questa informazione e duoi altri Giapanesi fatti cristiani, con tre fratelli della Compagnia nostra navigheranno questo aprile venturo al Giapan. Di qui a duoi anni vostra Reverenzia avrà informazione del bene che si potrà sperare di fare in quella terra, con la grazia di Iesù Cristo Signor nostro, qui est benedictus in secula seculorum, amen.

Da Cochin, primo di gennaio 1549.

Lettera 2

Da Cochin, 14 gennaio 1549. Del padre fra Francesco Xavier.

Nelli luoghi dove sono questi padri io sono poco necessario, e vedendo la indisposizione degli Indiani di queste bande, quali per suoi grandi peccati non sono niente inchinati alle cose della nostra santa fede, anzi l’hanno in odio e gli rincresce sommamente che li parliamo del farsi cristiani, e per la grande informazione che io ho del Giapan, che è una isola presso alla China, dove tutti sono gentili, e gente molto curiosa e desiderosa di saper cose nuove d’Iddio e altre naturali, mi risolsi d’andare in quella terra con molta sodisfazione interiore, parendomi che fra quella gente si potrà perpetuare per loro medesimi quel frutto che invita quelli della Compagnia. Sono tre giovani nel collegio di Santa Fede di Goa di quell’isola di Giapan, quali vennero l’anno del quarantotto di Malaccha quando io venni: questi danno grandi informazioni di quelle parti del Giapan, e sono persone di buoni costumi e grandi ingegni, principalmente Paulo, il quale scrive a vostra Carità. Questo Paulo in otto mesi imparò a leggere e scrivere e parlar portoghese, e adesso fa gli esercizii, e si ha molto aiutato e molto introdotto nelle cose della fede. Ho grande speranza, e questa tutta in Dio Signor nostro, che si abbiano a fare molti cristiani nel Giapan, e son risoluto primamente di andare al re loro, e dipoi alla università dove tengono suoi studii, con grande speranza in Giesù Cristo che mi abbia ad aiutare. La legge che loro hanno dice Paulo che fu condotta ed ebbe origine da un’altra terra, che si chiama Cegnico, che è oltra la China e Thartao: e nella via di Giapan a Cegnico per andare e tornare si mettono tre anni. Di Giapan scriverò a vostra Carità diffusa informazione, sì delli costumi e scritture sue, sì etiam di quello che si insegna nella grande università di Cegnico, perché in tutta la China e Thartao non si tiene altra dottrina, secondo che dice Paulo, se non quella che s’insegna in Cegnico.

Come vederò le scritture e tratterò con quella università, vi potrò avisare d’ogni cosa diffusamente. Di Europa menerò meco un padre valenziano chiamato Cosmo de Torres, il quale entrò di qua nella Compagnia, e tre giovani di Giapan. Partiremo, con l’aiuto d’Iddio, questo mese d’aprile 1549. Abbiamo a passare per Malaccha e per la China, e saranno da Goa a Giapan più di trecento leghe. Mai potria finir di scrivere quanta consolazione interiore sento in far questo viaggio, essendo pien di grandi pericoli di morte, per li venti e tempeste e per molti ladroni, che quando di quattro le due navi si salvano pare gran ventura. Ma non lasseria d’andare a Giapan per quello che io ho sentito dentro nell’anima mia, ancor che io tenessi per certo vedermi nei maggiori pericoli che mai mi ho visto, avendo grande speranza in Dio che sia per aumentarsi molto la nostra santa fede. Per l’informazione che ci ha dato Paulo di Giapan, vederete la disposizione che vi è in quelle bande, la quale informazione vi mando con queste lettere.

A cinque leghe di questa città di Cochin vi è un collegio molto grazioso, che fece un padre dell’ordine di san Francesco chiamato fra Vincenzio, compagno del vescovo che è solo in queste bande, e tutti due amici della nostra Compagnia. Sono cento scolari della terra propria in questo collegio, che è in una fortezza del re. Questo fra Vincenzio mi ha detto che la sua intenzione saria lassar questo collegio alla nostra Compagnia, per il che mi pregò che scrivessi a vostra Carità il suo desiderio e domandassi un sacerdote della Compagnia, a ciò leggesse nel collegio grammatica a quelli di casa, e le domeniche e le feste predicasse a quelli del popolo di quella fortezza insieme con quelli del collegio, all’incontro del quale sono molti cristiani di san Tomaso in più di sessanta luoghi, e gli scolari di quel collegio sono figliuoli di più nobili cristiani della terra. Sono in quella fortezza che si dice Cranganor due chiese, una di San Tomaso, l’altra di San Iacomo, per le quali grandemente desiderano che la Carità vostra gli procurasse indulgenzia plenaria da sua Santità due volte l’anno, una in una chiesa, l’altra in l’altra.

Mandovi l’alfabeto di Giapan. Scrivono molto differentemente da noi, cominciando dall’alto al basso del foglio; domandando io a Paulo perché non scrivevano al modo nostro, mi rispose perché noi non scrivevamo al modo suo, dandomi questa ragione, che come l’uomo tiene la testa in alto e li piedi a basso, che così ancora l’uomo quando scrive ha da scrivere d’alto a basso. Questa informazione che io vi mando dell’isola di Giapan e di costumi di quella gente ci ha dato Paulo, uomo di molta verità. Le scritture non l’intende detto Paulo, perché sono a loro come il latino tra noi, ma di quello che contengono come sarò giunto vi aviserò. Così faccio fine, pregando la vostra santa Carità, padre della mia anima osservandissimo, con li ginocchi posti in terra, che mi raccomandiate a Iddio Signor nostro nelli vostri santi, devoti sacrificii e orazioni, che mi inspiri la sua santissima volontà e grazia per adempierla perfettamente, e finita questa inquieta vita ci conduca nella gloria del paradiso.

Di Cochin, a’ quattordeci di gennaio mille e cinquecentoquarantanove.

Item grande servizio faresti, carissimo e amantissimo padre, a Iddio Signor nostro, se con molti della Compagnia, e tra loro sette o otto predicatori, veniste nell’India, e con altri, ancor che non avessero grazia nel predicarne molte lettere, pur che avessero molte virtù e forze corporali, perché sarebbe di molta importanza che in ogniuna delle fortezze che il re di Portogallo tiene in queste bande fusse un predicator della Compagnia e un altro sacerdote che l’aiutasse nel confessare ed esercizii spirituali, e sarebbono facilmente collegii dove ricevessino prima figliuoli di Portoghesi e dipoi naturali della terra. E quando voi non poteste venire, doverreste mandare in luogo vostro alcuni altri, e in questo mezzo spero in Dio Signor nostro che del Giapan averò scritto qui all’India della disposizione che troverò in quelle parti per l’aumento della nostra fede, e potria essere che, lassando ordine nell’India nelle cose del divino servizio, ci raguniamo nel Giapan, se troveremo che sia più conveniente quella regione (come penso sarà) per l’augmento della religion nostra. E potranno col tempo, piacendo a Dio, molti della Compagnia passare alla China, e da quella alli suoi grandi studii oltra il Tarthao in Cegnico, dove vi è gran dottrina (come dice il nostro Paulo) e molti libri di stampa, di linguaggio differente dal volgare, com’è il nostro latino. Penso ancora di là scrivere all’università d’Europa, per ricordargli che non vivano tanto senza cura dell’ignoranza delle genti.

Faccendo tanto fondamento nelle lettere per informazione dell’isola del Giapan (come è detto di sopra) il padre M. Francesco Xavier, inspirato da Dio che molto saria il suo servizio se in quelle parti si mandassero operarii fideli, sentendosi nell’anima un gran desiderio di andare o mandar alcuno della Compagnia di Giesù (della quale egli è preposito nell’India) in quell’isola, finalmente si risolse d’andarvi lui stesso, e partì di Goa nel mese di aprile del millecinquecentoquarantanove, menando seco duoi altri della Compagnia e Paulo di Santa Fede con li duoi servitori fatti cristiani, come per la sua lettera intenderete.

Lettera 3

Lettera del padre maestro Francesco Xavier da Cangoxina, città del Giapan, indrizzata ad un collegio di scolari di detta Compagnia del Iesù in Coimbra di Portogallo, adì 5 di ottobre 1549.

La grazia e amor di Cristo nostro Signor sia sempre in aiuto e favor nostro, amen.

Dio nostro Signor ci condusse per sua infinita misericordia nell’isola di Giapan. Il dì di san Giovanni al tardi, l’anno 1549, ci imbarcammo in Malaccha (ch’è da secento leghe in circa lontana da Goa) per venir in queste bande in certa nave d’un mercatante gentile di nazione della China, il quale si offerse al capitan di Malaccha di condurci al Giapan, e partiti faccendoci grazia Iddio, fra molte altre, di darci commodissimo tempo. Ma perché nelli popoli gentili regna troppo la inconstanzia, cominciò il capitan della nave a mutar parere e non voler venir al Giapan, fermandosi senza bisogno nell’isole che occorevano. E quello che più grave sentivamo erano due cose: la prima che non ci aiutavamo della commodità che Iddio nostro Signor ci dava del tempo buono per navigare al Giapan, la qual presto era per finirsi, e sariamo stati sforzati di temporeggiar l’invernata nella China aspettando il vento; l’altra era le continove e molte idolatrie e sacrificii che facevano ad un idolo che portavano seco nella nave, senza poterli impedire. Gettavano le sorte spesse volte, faccendo interrogazioni se potriano andar al Giapan o no, e se durariano over mancariano i venti necessarii per la nostra navigazione, e alle volte uscivano le sorti buone e alle volte male, come credevano e dicevano. Pigliammo terra a cento leghe da Malaccha in un’isola, provedendoci di legname e cose necessarie contra le grandi tempeste del mar della China, e uscendo la sorte ch’averiamo buon tempo, senza più aspettare levorno le ancore e facemmo vela tutti con grande allegrezza, li gentili confidandosi nell’idolo che portavano nella poppa con grande venerazione, con molte candele accese, profumandolo con odori del legno di aguila, e noi confidandoci in Dio creatore del cielo e della terra e in Giesù Cristo suo figliuolo, per cui amore e servizio, desiderando l’aumento di sua santissima fede, venivamo in queste bande. Seguitando pur il nostro viaggio, tornorono di novo a gettar le sorti e dimandar all’idolo se la nave era per tornare dal Giapan a Malaccha; uscì la sorte che arrivariamo al Giapan, ma non tornariamo a Malaccha, e qui cominciò a intrar negli animi loro grande diffidenza, e non volevano andare più al Giapan, ma passare l’invernata nella China e aspettar un altro anno. Ora vedete voi il travaglio nel qual ci trovammo in questa navigazione, dependendo dal parer del demonio tutti questi suoi servi circa l’andare o non andare al Giapan, non si movendo quelli che governavano la nave se non per quello che lui per la sua sorte gli diceva.

Andando dunque assai adagio, avanti l’arrivare alla China, essendo vicini alla terra detta Cocchinchina, ci accadettero due disgrazie. L’una fu che nella vigilia della Maddalena, essendo sopra l’ancore per la grande tempesta, Manuel China che veniva con noi, trovandosi per caso aperta la sentina, cascò dentro: tutti pensavamo, per la grande caduta e per esser stato il capo e mezzo corpo sotto l’acqua un gran pezzo, che fusse morto, e così lo cavammo con gran fatica; pur volse Dio nostro Signore che non morse, ben si fece una grande ferita nel capo nel cascare, e subito fu curato. La seconda fu che una figliuola del capitano cascò nel mare, e movendosi fortemente la nave per la tempesta, e per esser molto turbato il mare, non ci fu ordine camparli la vita, e in presenzia del padre e di tutti si affogò presso alla nave: e furono tanti li pianti e gridi quel dì e la notte seguente, che era d’aver compassione dell’anime loro, e del pericolo della vita in tutti quelli che stavano nella nave. E domandando all’idolo al qual avevano sacrificato tutto il dì e la notte molti uccelli, dandogli a mangiar e bere, perché era morta la figliuola, uscì la sorte che se il Manuel nostro fusse morto, che la figliuola non cascava né si affogava. Vedete mo’ a che stavano le vite nostre, e che saria stato di noi se Iddio avesse permesso al demonio far tutto il mal che si desiderava. Questo dì nel quale ci accadettero queste disgrazie, volse Iddio nostro Signore farne grazia di sentir e conoscere per isperienza molte cose circa li terribili e spaventosi timori che ‘l demonio suol mettere quando Iddio li permette e trova gli uomini disposti, e anco li rimedii che l’uom debbe usare quando in simil travagli si trova: e benché siano notabili, pur, perché sariano lunghi da scrivere, li lascio. La somma di tutti i remedii è in tal tempo di mostrar molto grande animo al nimico, totalmente diffidandosi l’uomo di se stesso, ma solamente confidandosi in Dio e collocando tutte le sue forze e speranze in lui, e disprezzando ogni punto di paura per aver così gran difensore, e non dubitando della vittoria; e più deve temersi in simili tempi la diffidenza in Dio ch’el mal che può far il nimico.

Or tornando al nostro viaggio, cessando la fortuna levorno l’ancore e facemmo vela con assai tristezza, e in pochi giorni arrivammo alla China, al porto di Canton: tutti furono di parere di passar ivi l’invernata, cioè li marinari e il capitano, e noi solamente gli contradicevamo, con pregarli e metterli alcuna paura, dicendo che scriveressimo al capitano di Malaccha e alli Portoghesi che ne aveano ingannato, non mantenendo la promessa fatta. Volse Iddio N. S. mettergli in volontà di non fermarsi nell’isola di Canton, e levando l’ancore, camminando con buon vento che Dio ci dava verso Chincheo, porto della China, dove arrivammo in pochi giorni; ed essendo già per entrar in quello con resoluzione di far ivi l’invernata, perché già si finiva il tempo di poter navigar al Giapan, ecco che viene una vela, la qual ci dette nova che erano molti ladroni in quel porto, e che fossamo presi intrando in quello. Con queste nove e con veder li navili chinchei a una lega da noi, vedendosi il capitano in molto pericolo di perdersi, deliberò di non entrar in Chincheo, ed essendo il vento contrario in prua per tornar indrieto a Canton, e servendoci in poppa per andar al Giapan, contra la volontà sua e delli marinari e del demonio cui ministri erano, proseguimmo il viaggio, sì che il giorno della nostra Donna d’agosto 1549, senza poter pigliar altro porto, arrivammo a Cangoxina, che è il paese del nostro Paulo di Santa Fede, dove ci ricevettero con molto onore tanto li suoi parenti quanto gli altri.

Or, giunto qui in Giapan, comincierò a scriver quello che per la esperienza insino adesso abbiamo conosciuto. Primamente la gente con la qual abbiamo conversato è la miglior che insino adesso si sia scoperta, e fra infideli pare che non si troverà un’altra migliore. Generalmente sono di buona conversazione; son buoni e non maliziosi, e stimano mirabilmente l’onore più che niuna altra cosa. Communemente sono poveri, e la povertà tanto fra li nobili quanto fra gli altri non si reputa a vergogna. Usano una cosa che mi pare non si usi in luogo niuno de cristiani, la qual è che alli nobili, quantunque poveri, quelli che non son nobili li fanno tanta cortesia quanto se fussero molto ricchi, e per nissun prezzo un gentiluomo si maritarebbe con altra casata che non fusse nobile, perché li pare che in questo si perda l’onore, il qual è più stimato che le ricchezze. È gente molto cortese fra loro, e stimano e si confidan molto nell’armi: portano sempre le spade e pugnali, tanto li nobili quanto le genti basse, cominciando dalli quattordici anni. Non patisce questa gente ingiuria alcuna, né parole di dispregio; come la gente ignobile porta grande riverenza alli nobili, così tutti li gentiluomini reputano gran laude il servir al signor della terra ed esserli molto soggetti, il che mi pare che facciano più presto per non perder l’onore faccendo il contrario, che per paura di esser puniti da lui. Son temperati nel mangiare, benché nel bere siano alquanto larghi; fanno il vino di riso, perché non vi è altro in quelle bande. Non usano giuochi mai, parendoli esser grande disonore, desiderando quelli che giuocano quello che non è suo, e perché di qui si può venire ad esser ladroni. Giurano poco, e il giuramento loro è per il sole. Gran parte della gente sa leggere e scrivere, il che è gran mezzo per brevemente imparare l’orazioni e cose d’Iddio; e hanno una sola moglie. Vi sono pochi ladri, e questo per la giustizia grande che fanno di quelli che trovano rubbare, al qual vizio portano grande odio. È gente di molto buona volontà, amorevole e desiderosa di sapere; si dilettano molto delle cose di Dio, massime quando le capiscono.

Fra tutte le terre che mai ho visto de cristiani e de infideli, non ho visto gente così fidata circa il non pigliar quello d’altrui. Non adorano idoli né figure d’animali, ma molti di loro il sole e altri la luna, e credono in certi uomini antichi la più parte di loro, li quali (come ho inteso) vivono come filosofi. Si dilettano di sentir cose conformi alla ragione, e benché vi siano vizii e peccati fra loro, quando li danno ragione, mostrando esser mal fatto quello che fanno, l’accettano assai bene. Manco peccati trovo fra li seculari, e più obedienti li vedo alla ragione che gli altri che tengono per padri spirituali, quali chiamano bonzi, li quali sono molto inclinati al peccato che la natura aborrisce, e loro lo confessano: ed è tanto publico il lor vizio a tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, che per esser tanto in uso non è tenuto in odio, né di quello si spaventano né si vergognano. Quelli che non sono bonzi hanno molto caro di sentir riprender quell’abominevol peccato, parendogli che abbiamo gran ragione in dir quanto sono mali e quanto offendano Dio quelli che lo commettano. Li bonzi ripresi da noi, tutto quanto che li diciamo lo pigliano in burla e se ne ridono, non si vergognando d’esser ripresi di così brutto peccato. Tengono questi bonzi molti fanciulli nelli loro monasterii, figliuoli di nobili, alli quali insegnano a leggere e scrivere, quali gli danno occasione di tanta disonestà. Alcuni di loro si vestono in modo di frati di abiti bigi, tutti rasi capo e barba, la qual pare che ogni tre o quattro dì si radino. Questi tengono una vita molto larga: hanno congregazione di donne dell’ordine medesimo e vivono insieme con quelle, e il popolo ne ha mala opinione di loro, parendoli male tanta conversazione con loro. Dicono li secolari che, quando alcune di quelle donne si sentono pregne, pigliano medicine per sconciarsi, con le quali subito gittano fuori il parto: questo è molto publico, e a me pare, secondo quello che ho visto in un monasterio loro in questa terra, che il popolo ha molta ragione di quello che pensa. Questi vestiti a modo di frati e altri bonzi a modo di preti si vogliono male fra loro.

Di due cose ho admirazione in questa terra: una di vedere quanto gravi peccati vengano poco stimati, e la causa è perché li passati si usorono a vivere in quelli e li presenti presero esempio da loro; e da questo si comprende, fratelli carissimi, che come la continuazione de’ vizii che sono fuora della natura guasta il giudizio e affetto naturale, così la continua negligenzia nelle cose di perfezione disturba e guasta la perfezione. La seconda, vedere che li secolari vivono meglio nel suo stato che li bonzi nel suo: ed essendo questo manifesto, è cosa grande quanto siano stimati; fanno molti errori questi bonzi, e maggiori quelli che sono tenuti più savii tra loro. Ho parlato molte volte con alcuni di questi, e massime con uno il quale in queste bande tutti riveriscono, tanto per le sue lettere, vita e dignità, quanto per la età, ch’è di 80 anni; e chiamasi Ninxit, che vuol dire nella lingua giapanese Cuore di verità: è fra loro come vescovo, e se correspondesse il nome alla vita sarebbe beato. In molti ragionamenti che abbiamo avuto insieme lo trovai molto dubbioso, e non si sapeva risolvere se l’anima nostra fusse immortale o se muore parimente col corpo: più volte mi disse che sì e più volte che no; dubito che siano così gli altri litterati. Questo Ninxit è fatto amico mio, di modo che è maraviglia. Tutti, così secolari come bonzi, si rallegrano molto con noi altri, e si maravigliano grandemente in vedere come noi veniamo di tanto lontano paese come è di Portogallo al Giapan, che sono più di 6000 leghe, solamente per manifestare le cose d’Iddio, e come la gente ha da salvar l’anime loro, credendo in Iesù Cristo. Dicono che il venire noi altri in questo luogo è cosa mandata da Dio.

Questo posso dire, acciò possiate render grazie al N. S. Dio, che questa isola del Giapan è molto disposta per aumentar in quella la nostra santa fede, e se noi altri sapessimo parlar la loro lingua, non dubito che si farebbono molti cristiani; piaccia a Dio nostro Signore che la impariamo presto, perché abbiamo già gustato di quella che dichiariamo li dieci comandamenti, in 40 dì che abbiamo speso a impararla. Questo vi racconto così per il minuto acciò rendiate grazie a Iddio N. S., perché si discoprino provincie nelle quali si possino saziar i nostri desiderii, e acciò che vi apparecchiate con molte virtù e desiderii di patir molte fatiche per servir a Cristo N. S. E ricordatevi sempre che stima più Dio una buona volontà piena di umiltà, con la quale gli uomini si offeriscono a lui, faccendo offerta della vita loro per amore e gloria sua, che il servizio che senza questa fanno molti altri. E siate apparecchiati tutti quanti, perché non sarà molto inanzi di duoi anni che vi scriverò che molti di voi altri venghino al Giapan: perciò disponetevi di pigliar la umiltà, perseguitando voi medesimi in tutte le cose dove sentite o possete sentire alcuna ripugnanza, e procurando con tutte le forze che Dio vi dia a conoscere interiormente per quanto sete, e di qua cresciate in maggior fede, speranza e confidenza e amor in Dio e carità col prossimo, perché dalla diffidenza di sé medesimo nasce la confidenza in Dio, ch’è la vera. E per questa via trovarete la umiltà interiore, della quale in ogni parte arete di bisogno, ma in questa più grande che non pensate: perciò vi prego che tutti vi fondiate in Dio in tutte le vostre cose, senza confidare nel vostro potere e sapere over opinion umana, e di questa maniera faccio conto che sete apparecchiati per le gran adversità che vi possono venire, così spirituali come corporali.

Nella terra di Paulo di Santa Fede, nostro buono e vero amico, fummo ricevuti dal capitano di detto luogo e dal governatore della terra con molta benignità e amore, e così da tutto il popolo, maravigliandosi molto tutti di veder sacerdoti del paese di Portogallo. Non hanno avuto per male né si maravigliorno di Paulo che se abbi fatto cristiano, anzi lo tengono in molta riputazione e si rallegrano tutti con lui, così li suoi parenti come quelli che non gli appartengono, per esser egli stato nell’India e aver veduto cose che questi qua non hanno veduto. E il duca di questa terra si rallegrò molto con esso e ci fece molto onore, dimandandoli molte cose circa delli costumi e valore delli Portoghesi e imperio che tengono nell’India: e Paulo gli diede ragione del tutto, per il che il duca mostrò grande contentezza; e quando fu a parlar con lui, il duca era lontano cinque leghe da Cangoxina. Portò Paulo seco una imagine molto devota che portavamo con noi, e il duca ne pigliò molta allegrezza: quando la vidde, s’inginocchiò con gran riverenza avanti la imagine di Cristo nostro Signore e di nostra Donna, e adorolla con divozione, e comandò a tutti quelli che stavano presenti che facessino il medesimo. E dipoi la mostrarono alla madre del duca, la qual, mostrando molto piacerli, si spaventò in vederla. E dapoi che tornò Paulo a Cangoxina dove eramo, de lì a pochi giorni mandò la madre del duca un gentiluomo per dar ordine come li potesse far un’altra imagine come quella: e per non aver commodità di farla nella terra, si lasciò di fare; comandò ancora questa signora che ‘l domandasse a noi che gli mandassimo in scritto quello in che credono li cristiani, e così Paulo si occupò alcun giorni per farlo, e scrisse molte cose della nostra fede in la sua lingua, e gliele mandammo.

Credete una cosa, e d’essa date molte grazie a Dio, che se si apre il cammino dove li nostri desiderii si possino metter in esecuzione, e se noi sapessimo la lingua, già averessimo fatto molto frutto. Usò Paulo tanta diligenza con alcuni de’ suoi parenti e amici, predicandoli di giorno e di notte, che fu causa che sua moglie e figlia con molti suoi parenti e amici, così uomini come donne, si facessero cristiani. Qua non tengono male infino adesso il farsi cristiano, e come gran parte di essi sanno leggere e scrivere, in poco tempo impareranno le orazioni. Se piacerà a Dio nostro Signore di darci lingua per poter parlar la sua dottrina, noi faremo molto frutto col suo aiuto, grazia e favore. Adesso siamo fra loro come statue, perché parlano e praticano con noi di molte cose, e noi, per non intender la loro lingua, taciamo. E adesso ci bisogna esser come fanciulli per imparar la lingua, e piaccia a nostro Signore che in vera purità e simplicità di cuore gli invitiamo. Noi siamo sforzati in pigliar rimedii e disponerci ad esser come fanciulli, così nell’imparar la lingua, come in mostrar simplicità di fanciulli che non hanno malizia: e per questo ci fece Iddio Signor nostro singular grazia a condurci a queste parti degl’infedeli, dove ci scordiamo di noi medesimi, essendo tutta questa terra d’idolatri nimici di Cristo, e non abbiamo in cui possiamo confidarci se non in Cristo. Perché in altre parti dove il nostro Redentore, Creatore e Signore è conosciuto, le creature sogliono metter impedimento e causa di smenticarsi d’Iddio, con lo amore di padre e madre, famigliari e amici e della propria patria, e aver il necessario così in salute come in le infirmitadi, tenendo beni temporali o amici spirituali che ci aiutino nelle infirmità; ma qui in terra strana tutto quello che ci fortifica è sperar in Dio nostro Signore, mancando le persone che in spirito ci aiutino. In considerar queste tante grandi grazie che ‘l Signor nostro ci fa con altre molte, stiamo confusi in vedere la misericordia tanto manifesta che usa con noi, che pensavamo farli alcuno servizio in venir in queste parti a crescer sua santa fede, e adesso per sua bontà ci dà chiaramente a conoscere le grazie che ci ha fatto tanto grandi in condurci al Giapan, liberandoci dall’amore di molte creature che c’impedivano a tener a maggior fede, confidanza e speranza in esse. Per amore del nostro Signore aiutateci a dar grazia di tanti grandi beneficii, perché non caschiamo in peccato della ingratitudine, perché quelli che desiderano di servire a Dio, questo peccato è causa che Iddio lascia di farli maggiori beneficii. Ancora è necessario di farvi partecipi delle grazie che Iddio ci fa, per le quali ci dà conoscimento per sua misericordia, accioché ci aiutate a ringraziarlo sempre per essi, conciosiacosaché in altre regioni l’abbondanza del sostentamento corporale suole esser causa e occasione che li disordinati appetiti eschino fuori, dando molto disfavore alla virtù dell’astinenza, per il che gli uomini, così nell’anime come nelli corpi, patiscono notabile detrimento: ma Iddio nostro Signore ci fece tanta grazia in condurci in queste parti che mancano di quelle abbondanze, che, ancora che volessimo dar queste superfluità al corpo, non lo patisce la terra, perché non si mangia cosa che possa dar nutrimento. Alcune volte mangiamo pesci, riso e grano, ma non molto; vi sono molte erbe e alcuni frutti, con li quali ci mantenghiamo. La gente ci è molto sana che è maraviglia, e sonci molti vecchi: e bene si vede nelli Giapanesi come la nostra natura si sostiene con poco, benché non sia cosa che la contenti. Vivono in questa terra molto sani delli corpi: così piacesse a Dio che così fossero dell’anime.

Ancora vi fo a sapere che gran parte delli Giapanesi sono bonzi, e questi sono molto obediti nella terra dove stanno, ancora che i suoi peccati siano manifesti a tutti: e la causa è perché sono tenuti di molta stima per causa dell’astinenza grande che fanno, perché non mangiano carne né pesci, se non erbe, frutti, riso, e questo una volta il giorno e molto per regola, né bevono mai vino. Sono molti li bonzi, e le lor case molto povere d’entrata. Per questa continua astinenza che fanno, e perché non tengono conversazione con donne, specialmente quelli che vanno vestiti di nero da prete, sotto pena di perdere la vita, e per saper contare alcune istorie, o per dir meglio favole, delle cose che credono, mi pare che siano tenuti in grande venerazione. E non sarà molto, per tener noi altri tanto contrarie opinioni in sentire di Dio e come si hanno da salvare le genti, che non siamo da essi molto perseguitati più che di parole. Noi in queste parti quanto pretendiamo è in condurre la gente in cognizione di Dio nostro Signore: viviamo con molta confidenza che esso ci darà forza, aiuto e favore per condurre questo nostro proposito innanzi. La gente secolare non temiamo che ci abbia da contradire e perseguitare quanto è dalla sua parte, se non fusse per molte importunazioni delli bonzi. Noi non pigliamo differenza con essi, né per loro timore abbiamo da lasciar di parlare della gloria di Dio e della salvazione dell’anime, né essi ci possono far più male di quello che Iddio li permetterà. E il male che per loro parte ci verrà sarà bene che nostro Signor ci darà, se per suo amore e servizio e zelo delle anime ci breviarà li giorni della nostra vita, essendo essi instrumento accioché questa continua morte in che viviamo si finisca, e il nostro desiderio in breve si adimpisca. La nostra intenzione è di dichiarar e manifestar la verità, per molto che essi ci contradicano, poi che Dio ci obliga ad amar più la salute delli nostri prossimi che la propria vita corporale. Pretendemo, con l’aiuto e favor e grazia del nostro Signore, adimpir questo precetto, dandoci le forze interiori per manifestare, fra tante idolatrie come sono in Giapan, la verità sua. Vivemo con molta speranza che ci darà questa grazia, perché in tutto ci diffidiamo delle nostre forze, ponendo tutta la nostra speranza in Iesù Cristo Signor nostro e nella sacratissima Vergine Maria madre sua santissima, e nelle nove gierarchie degli angeli, pigliando per particolar capitano fra tutti essi santo Michele arcangelo, principe e defensor di tutta la chiesa militante, confidandoci molto in quello, al qual è commessa in particolar la guardia di questo regno del Giapan, raccomandandoci ogni giorno spezialmente ad esso e insieme con esso a tutti gli angeli custodi, acciò abbiano spezial cura di pregar Iddio per la conversione delli Giapanesi, delli quali sono guardiani; non lassando di invocar tutti li santi beati, vedendo tanta perdizion di anime, sempre sospirando per la salvazione di tante imagini e similitudini d’Iddio; confidando grandemente che a tutte le nostre negligenzie e mancamenti nel raccomandarci come dovemo a tutta la corte celestiale, che suppliscano li beati della nostra Compagnia che ivi stanno, rappresentando sempre i nostri poveri desiderii alla santissima Trinità. Molto ci bisogna per nostra consolazione darvi parte d’una sollecitudine grande che abbiamo, acciò che con li vostri sacrificii e orazioni ci aiutiate, perché essendo a Iddio nostro Signore manifesto tutte le nostre colpe e grandi peccati, vivemo con gran timore che non lasci di farci grazia per continuar in servirlo con perseveranzia in fin al fine, se non sarà alcuna grande emendazione in noi. E per questo ci è necessario pigliar per intercessori nella terra tutti quelli della benedetta Compagnia di Iesù con tutti li devoti e amici di essa, accioché per loro intercessione siamo rappresentati e raccomandati a tutti li beati del cielo, e principalmente al Signore di essi Iesù Cristo nostro Redentore e alla santissima Vergine Maria sua madre, accioché continuamente ci raccomandi al Padre eterno, dal quale tutto il bene nasce e procede, pregandolo che sempre ci guardi di non offenderlo, non cessando di farci continue grazie, non guardando alle nostre scelerità ma alla sua bontà infinita, poi che per suo santo servizio e amore venimmo in queste parti, come esso bene sa, essendogli tutti li nostri cuori, intenzioni e poveri desiderii manifesti, che sono di liberar le anime che tanto tempo è che stanno nelle mani di Lucifero, faccendosi da essi adorar come Dio nella terra, poi che nel cielo non fu potente per questo, e dapoi discacciato da quello, si ingegna di far la vendetta quanto può ancora nelli tristi Giapanesi.

Sarà bene che diamo conto di parte del nostro stare in Cangoxina. Arrivammo ad essa nel tempo che li venti erano contrarii per andar a Meaco, che è la principal città di Giapan, dove sta il re e li maggiori signori del regno; e non ci è vento che ci serva per ire là se non di qui a cinque mesi, e a quel tempo con l’aiuto d’Iddio vi andaremo: e ci sono di qui a Meaco trecento leghe. Gran cose si dicono di quella città: affermano che passa da 90000 case, e che ci è una università di scolari in essa, e che tiene dentro cinque collegii principali e più di dugento case di bonzi e degli altri, come frati che chiamano leguixu, e monache che chiamano hamacata. Fuora di questa università di Meaco sono altre cinque università principali, li nomi delle quali sono questi: Coia, Negru, Frazon, Homi.

Queste quattro stanno intorno di Meaco; in ogniuna di quelle dicono che vi sono più di tremiliacinquecento scolari. L’altra università è molto lontana, la quale si chiama Bandu, ch’è la maggiore e più principale del Giapan, dove vanno più scolari che a nissuna. Bandu è una signoria molto grande, dove sono sei duchi, e tra essi è uno principale al qual obbediscono tutti: e questo principale è il re di Giapan, che è il grande re di Meaco. Ci dicono tante cose delle grandezze di questa terra e università che, per poterli scriver e affirmare, vorressimo prima vederle: e se sono così come dicono, dopo che averemo visto l’esperienza, le scriveremo molto particolarmente. Oltra di questa università principale, ci dicono che vi sono molte altre piccole per il regno.

Dopo vista la disposizione del frutto che nell’anime si può fare in queste parti, non starò molto a scrivere a tutte le principali università della cristianità, per discarico delle nostre coscienze incarcando le loro, conciosiacosaché con molte virtù e lettere possono curare tanto male, convertendo tanta infidelità in conoscimento del loro Creatore, Redentore e Salvatore. Ad essi scriveremo come maggiori e padri, desiderando che ci tenghino per servi e figliuoli, il frutto che con loro favore e aiuto si può fare qua, perché quelli che non potranno qua venire favorischino quelli che si offerirano prontamente, a gloria e servizio d’Iddio e salvazione dell’anime, a participare di maggior consolazione e contento spirituale di quello che là per ventura tengono. E se la disposizione di queste parti sarà tanto grande come ci è parso, non lasciaremo di dare parte alla Santità del nostro signore, poi che è vicario di Cristo nella terra e pastore di quelli che credono in esso, e ancora che stanno disposti per venir a conoscimento del suo Redentore e Salvatore e ad essere di sua iurisdizione spirituale, non lasciando etiam di scrivere a tutti li devoti e benedetti fratelli che vivono con desiderio di glorificare Iesù Cristo nelle anime che non lo conoscono, e ad altri molti, che venghino a questa terra in questo gran regno per compir il suo desiderio, e in un altro maggiore, che è quello della China, al qual si può ire securamente, senza esser mal trattati dalli Chinesi, avendo salvocondotto dal re di Giapan, il qual speriamo in Dio che sarà amico nostro e che facilmente ci concederà questo salvocondotto. È questo re di Giapan amico del re di China, e tiene in segno d’amicizia il suo sigillo, per poter dar securtà a quelli che là vanno. Navigano molti navilii delli Giapanesi alla China, alla quale in dieci o dodici dì si può navigare.

Tenemo molta speranza che se Dio nostro Signore ci dessi dieci anni di vita, che vederessimo in queste bande gran cose per quelli che di là veniranno, e per quelli che Dio in queste parti moverà, accioché venghino in suo vero conoscimento. E per tutto l’anno del 1551 speriamo di scriver molto particularmente tutta la disposizione che qua, cioè in Meaco e nell’università, si troverà per esser Iesù Cristo conosciuto in esse. Questo anno vanno duoi bonzi alla India, li quali sono stati nella università di Bandu e Meaco, e con essi molti Giapanesi, per apprender le cose della nostra santa fede.

Il dì di san Michele parlammo col duca di questa terra, e ci fece molto onore, dicendo che guardassimo molto bene li libri dove era scritto la legge de’ cristiani, e che se era la legge di Iesù Cristo vera e buona, era molto per contristarsi il demonio di quella, perdendo parte di sua iurisdizione. Pochi giorni fa dette licenzia alli suoi vasalli, acciò che tutti quelli che volessino esser cristiani si facessino. Queste buone nove scrivo al fine della lettera per vostra consolazione, e accioché diate grazie a Dio nostro Signore. Parmi che questo inverno ci occuparemo in far una dichiarazione sopra gli articoli della fede in lingua giapanese alquanto copiosa per farla stampare, poi che tutta la gente principale sa leggere e scrivere, perché si stenda la nostra santa fede a molte parti, non potendo a tutti soccorrere. Paulo, nostro carissimo fratello, tradurrà in sua lingua fidelmente tutto quello ch’è necessario per la salvazione dell’anime loro. Adesso vi bisogna (poi che tanta disposizione si scopre) che tutti i vostri desiderii siano per manifestarvi per grandi servi di Dio nel cielo, il che farete essendo in questo mondo umili interiormente in le vostre anime e vite, lasciando la cura a Dio che esso vi darà il credito che conviene con li prossimi nella terra, e se non lo farà, sarà per veder il pericolo che incorrete, attribuendo a voi quello che è d’Iddio. Vivo molto consolato, parendomi che vederete di continuo tante cose interiori da riprendere in voi altri, che venerete in grande odio di tutto l’amor proprio e disordinato, e insieme in tanta perfezione che il mondo non averà con ragione di che riprendervi: e di questa maniera le sue laudi vi saranno una croce grande in udirle, vedendo chiaramente in quelle i vostri defetti. Così finisco, senza poter finire di scrivervi il grande amore che vi porto a tutti in generale e in particulare. E se li cuori di quelli che si amano in Cristo si potessino vedere in questa vita presente, crederei, fratelli miei carissimi, che nel mio vi vedereste chiaramente: e se non vi conosceste vedendovi in esso, saria perché vi tengo in tanta stima, e voi altri per le vostre virtù tanto vi dispregiate, che per umiltà non vi conosceresti, benché le vostre imagini siano impresse nella mia anima e cuore. Pregovi molto che fra voi sia un vero amore, non lasciando nascere amaritudine di animo. Convertite parte di vostri fervori in amarvi l’un con l’altro, e parte in desiderar di patir per Cristo per suo amore, vincendo in voi altri le contrarietà che non lascian crescere questo amore. Poi sapete quello che dice Cristo, che in questo conosce li servi suoi, se si ameranno l’un con l’altro. Dio nostro Signore ci dia a sentir dentro all’anime nostre la sua santissima volontà e grazia per adempirla perfettamente.

Di Cangoxina, a’ cinque di ottobre millecinquecentoquarantanove.

Vostro tutto in Cristo Iesù Signor nostro Francesco Xavier.

Lettera 4

Copia d’una lettera del padre Francesco Perez, che sta in Malacca, adì 16 novembre 155O, per li fratelli del Capo di Comorin.

Le cose di Giapan sapete largamente per le lettere del padre nostro Francesco Xavier, il qual s’è partito di qua con suoi compagni l’anno 1549, come ho già scritto l’anno passato. Stavamo aspettando con molta sollecitudine la nova molto desiderata di esso, e stando già quasi senza speranza che venissero navilii di Giapan, per finirsi già il tempo per poter venir da esso a questo porto di Malacca, un mercoledì per la mattina, a’ 2 d’aprile di questo anno del 50, giunse un navilio a questo porto, col qual ci allegrammo molto, non solamente li fratelli, ma etiam tutta la città. E il capitano, subito che sentì le nove, mandò a chieder la buona man, stando io dicendo messa nella Misericordia. Finita la messa, me n’andai alla chiesa maggiore, dove era il capitano don Pietro de Silva, che stava come fuori di sé del piacere, e mi disse che saria buono far una processione, e lo disse al vicario, che non era manco allegro: e subito concorse tutto il popolo in processione a Nostra Donna del Monte, che è dell’invocazione delle piaghe, e il padre vicario, che allora era don Vicenzo Viegas, disse una messa cantata della nostra Donna.

Nel navilio venivano quattro Giapanesi, li quali furono molto ben alloggiati in casa d’un uomo cristiano chino, e molti uomini portoghesi di questa città gl’invitorono molte volte: venivano a nostra casa, e gl’insegnavamo le cose della nostra santa fede, insino a tanto che molto contenti ricevetteno l’acqua del battesmo, il dì della Ascensione. E due di essi fece vestir il capitano, e gli altri due Pietro Gomez di Almeida, e il medesmo capitano fu suo patrino, e il vicario li battezzò con molto onore e solennità, quanta si poté fare in Malaccha. E li tre di essi si ritornorno alla China e di lì al Giapan, e l’altro si fermò qui in casa nostra fin adesso, il qual, per averne molto desiderio, va a Goa. Qui per grazia d’Iddio si fa molto frutto in insegnar alli figliuoli ed esortar li grandi, in sentir confessioni e ministrar il santissimo Sacramento e aver alcune pratiche con li gentili, giudei, mori, molti delli quali vengono in conoscimento di nostra santa fede. Fra li quali venne uno ch’era sacerdote fra loro degl’idoli, che chiamano Iogue, uomo vecchio di cento e sette anni, secondo che diceva, e così pareva essere: questo si fece cristiano di buona volontà con due figliuoli e una moglie, il qual visse dopo il battesmo sei mesi, e morì credendo nella fede di Iesù Cristo; benché la cosa costò assai fatica, perché uno anno andammo in ragionamento con esso.

Lettera 5

D’una lettera del padre Giovanni d’Albera che sta in Maluccho, di 5 di febraro del 1549, per il rettore di Santo Paulo di Goa.

Sono queste isole dove ci mandò il padre nostro maestro Francesco molto populate di molte genti di diverse lingue, e terra la maggior parte molto sana e fertile per la temperanzia dell’aria, tanto che per la fertilità di essa gli uomini sono poveri, per non darsi a lavorar e seminar così vino come pane e altre cose. È gente che tiene diverse cerimonie e sette, gentili e mori, e così infino adesso la setta di Macometto ha cresciuto infra loro. E con tutto che li convertiti alla nostra santa fede siano molti, ne si lasciano di moltiplicar insin adesso molti più per timor de’ mori, perché quelli che si convertono adesso cominciano a patir persecuzioni da essi per Cristo, e dove non giunge il favor di Portoghesi, lasciano molti di venir alla nostra fede per timor delli mori, e ancora per non aver chi semini fra loro la parola di Dio. Li gentili sono più facili a domar, e di questi s’hanno convertite tre provincie, le quali stanno cinquanta e sessanta leghe da questa fortezza, ch’è insino dove può arrivare il favor delli Portoghesi. In queste provincie di gentili si fa molto frutto, battezzando li figliuoli e insegnandoli sempre le cose della nostra fede, e levando li loro mali costumi della loro idolatria.

Il re di Maluccho è il più potente fra gli altri di queste isole: publicò che voleva far un figliuolo cristiano, e così lo disse al padre nostro maestro Francesco al tempo che stava qui, e poi a me lo disse a’ 25 di febraro nel 1549, che venne alla fortezza e parlò col capitano e meco, e confermò di voler adempir quello ch’avea promesso, ch’era far uno suo figliuolo cristiano. E sopra questo scrisse a sua Altezza a Portogallo, e pregò il capitano e me che gli scrivessimo: e così lo scrivo al padre messer Simone, acciò dia conto di questo a sua Altezza. Spero ancora che si faccia cristiano il figliuolo primo, ch’è principe e signore della maggior parte dell’isole o quasi tutte, quante che sono in queste parti fino al Mazachar, donde ci sono già molti cristiani. Promesse questo re al capitano e a me di mandar a Goa questo suo figliuolo al collegio di San Paulo, e adesso questo anno che viene lo manderà con questo capitano ch’è molto suo amico, e menarà seco alcuni figliuoli di uomini principali. Il governatore dell’India li mandò questo anno una provisione che sia re e signore di tutti li cristiani che si faranno, e di questi ch’acquisterà con l’aiuto di suo padre e delli Portoghesi, e ancora di quelli che sono già convertiti: e questo faccendosi esso cristiano, e in caso che il principe si convertisse, voleva questo re che sua Altezza tenesse per bene che esso fusse signore di tutti li cristiani che da qui innanzi si convertissino, e che l’altro che adesso si convertirà fusse signore di tutti quelli che sono cristiani.

Stiamo adesso il fratello Nicolò e io qui in questa fortezza, dove venimmo ammalati; dipoi ch’io sono guarito, ho aiutato al prelato questa quaresima; dipoi tornai a visitar li cristiani. Predico uno dì di settimana alle donne cose della nostra santa fede, per comandamento così del padre maestro Francesco, e insegno la dottrina cristiana tutti li giorni alli figliuoli e alli schiavi de’ Portoghesi, alli novi cristiani, e così alli medemi Portoghesi si fa molto frutto. Le donne, ancor che siano nuove cristiane, sono capaci per ricevere li sacramenti, e alcune di esse si confessano e ricevono la santa Eucaristia in alcune feste dell’anno, e molti Portoghesi ogni otto giorni; le donne, con li loro parenti e li naturali, ci aiutano molto a condursi alla nostra santa fede.

Il fratello Nicolò insegna a leggere e scrivere e buoni costumi alli figliuoli. Qua io parlai con un uomo per comandamento del padre maestro Francesco, accioché certa sua robba applicasse a far una casa dove s’insegnasse la dottrina cristiana. Come ci disse, ebbe apiacer molto di farlo, e così lasciò la sua robba per far un collegio dove s’insegnasse a leggere e scrivere a tutti li figliuoli delli cristiani, così portoghesi come quelli che nuovamente si sono convertiti alla nostra santa fede, e voleva che la Compagnia pigliasse la cura di questo, per più servizio d’Iddio nostro Signore, e quando che l’ospitale della Misericordia lo riceverà, per spender in questa opera pia d’insegnar alli semplici dandoli da mangiar e vestire a quanti basterà la detta robba, sì a questi della terra come a quelli dell’altre isole che nuovamente veniranno alla nostra fede, e che qui insegnamo in certe case nuove, quali per tal effetto si son fatte, e ne faremo dell’altre come meglio ci parerà. Qui stanno alcuni figliuoli delli cristiani della isola del Moro a imparare, che sono li principali di quelle terre, con li loro schiavi che ancor imparano.

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Il Viaggio Attorno al Mondo di Antonio Pigafetta, Nobile Vicentino

ANTONIO PIGAFETTA

Presentiamo qui il testo integrale del suo diario di viaggio

Dell’infanzia e della gioventù di Antonio Pigafetta si sa piuttosto poco. È incerto persino il suo anno di nascita: alcuni biografi sostengono che sia il 1480, altri il 1490. È noto comunque che Pigafetta era l’unico discendente di un’antica famiglia nobiliare di Vicenza e che fece parte dei Cavalieri dell’Ordine di Rodi. Si sa anche che fin da giovinetto egli ebbe un solo desiderio: quello di navigare. Si era infatti nell’epoca delle grandi scoperte geografiche e i viaggi verso paesi sconosciuti attiravano i più ardimentosi.
Per giornate intere Pigafetta restava chiuso nella sua stanza a studiare carte geografiche, libri di navigazione, strumenti nautici e a progettare grandi spedizioni per mare di cui egli avrebbe voluto essere il capo. Naturalmente poi fece di tutto per appagare questo suo desiderio. Cari genitori — disse un giorno il giovane Antonio — io sento che il mio destino è sul mare. Le fatiche, il pericolo, le privazioni, le insidie dell’oceano non mi spaventano. Di fronte a una decisione così risoluta, i vecchi genitori non ebbero la forza di opporsi. Fu così che Antonio Pigafetta, dopo alcuni preparativi, lasciò Vicenza.

FINALMENTE L’OCCASIONE PROPIZIA
Nel 1519, Pigafetta giunse in Spagna con Francesco Chiericati, un illustre prelato suo concittadino, che era Nunzio Apostolico presso il re Carlo V di Spagna. A Barcellona, venne a sapere che il navigatore portoghese Fernando Magellano aveva presentato al re Carlo V il progetto di un lungo viaggio per mare. Magellano avrebbe voluto raggiungere le isole Molucche navigando verso ponente e passando dall’Atlantico al Pacifico per mezzo di uno stretto di mare che era convinto dovesse esistere. Per Pigafetta era giunta finalmente la buona occasione. Senza esitare, egli lasciò Barcellona e si recò a Siviglia per conferire direttamente con Magellano. Portava con sé una lettera di raccomandazione del Chiericati.
CRIADO DI MAGELLANO
Era una mattina di settembre quando Antonio Pigafetta si presentò a Magellano.
Cavaliere — chiese Magellano — voi volete dividere con me i pericoli di un viaggio alle Molucche? Con entusiasmo, capitano — rispose Pigafetta — e sono sicuro di condividere anche il successo dell’impresa a voi affidata. L’accordo era così stipulato. Pigafetta si aggregò alla spedizione di Magellano col grado di criado, cioè segretario addetto alla persona del comandante. Bisogna proprio dire che durante tutta la navigazione Pigafetta dimostrò di possedere una tempra veramente eccezionale. In quei tre duri anni di viaggio, a bordo di navi vecchie e prive di ogni conforto, in climi insopportabili, tra atroci sofferenze provocate dalla fame e dalla sete, Pigafetta fu l’unico uomo dell’equipaggio che non ebbe nemmeno una minima indisposizione. La peste, lo scòrbùto, le ferite purulente uccisero a decine i suoi compagni. Ma Pigafetta, anche quando fu costretto a calmare la fame con cuoio rammollito, non lamentò neanche un minimo disturbo intestinale. Terminata la spedizione, Pigafetta fece una relazione del lungo viaggio ai Sovrani di Spagna e del Portogallo e a Luisa di Savoia, reggente al trono di Francia. A Vicenza, dove tornò nel 1523, si fermò ben poco. Lasciò la città natale per andare a soggiornare prima a Mantova, alla Corte dei Gonzaga, e poi a Roma, alla Corte papale. Ma nell’estate del 1524, egli, non si sa per quale ragione, venne licenziato dalla Corte papale. Fin qui arrivano le notizie che noi abbiamo di lui.

IL SUO DIARIO
Pigafetta scrisse un diario di bordo durante i suoi tre anni di navigazione. Esso contiene notizie sulla rotta del viaggio, resoconti delle ambascerie fatte da lui stesso ai vari re dei luoghi in cui le navi approdavano, relazioni sui singolari
costumi delle popolazioni indigene, osservazioni sulla flora e la fauna Da questa data in poi, della sua vita non si sa più nulla. Il diario comprende inoltre un dizionarietto dei vocaboli di uso comune adoperati dagli indigeni delle Molucche, della Patagonia e delle Filippine. Nessuno prima di Pigafetta aveva descritto con tanta ricchezza di particolari i paesi visitati. Si può quindi capire come questo diario costituisca il più importante documento del viaggio di Magellano.

(Questo profilo biografico di Pigafetta lo abbiamo preso da www.cittacapitali.it)

 

 

 

 

 

VIAGGIO ATORNO IL MONDO FATTO E DESCRITTO PER MESSER ANTONIO PIGAFETTA VICENTINO, CAVALIER DI RHODI, E DA LUI INDRIZZATO AL REVERENDISSIMO GRAN MAESTRO DI RHODI MESSER FILIPPO DI VILLIERS LISLEADAM, TRADOTTO DI LINGUA FRANCESA NELLA ITALIANA.

Capitolo 1

Come si partì l’armata del porto di Siviglia. E come si raccoglie l’acqua in una dell’isole Canarie. De’ pesci detti tiburoni.

Il primo capitolo contiene la epistola, e come cinque navi si partirono dal porto di Siviglia, e il principal capitano era Hernando Magaglianes, e delli segni che li marinari facevano la notte con fuochi a quelli davanti, e per li quali s’intendevano l’un con l’altro quel che avevano a fare, e degli ordini che avevano le navi, e delle vele le quali facevano in quelle.

Alli dieci di agosto 1519 questa armata di cinque navi, sopra le quali erano circa 237 uomini forniti di tutte le cose necessarie, si partì del porto di Siviglia, donde corre il fiume Guadalchibir, detto dagli antichi Betis, d’appresso un luogo nominato Giovan Dulfaraz, ove sono molti casali di Mori, e arrivarono ad un castello del duca di Medina Sidonia, ove è il porto dal quale si entra nel mar Oceano, e al capo di San Vicenzo, il qual è lontano dall’equinoziale gradi 37 e lontano dal detto porto leghe X, e di lì a Siviglia sono da dicessette in XX leghe. In questo stettono alcuni giorni, per fornir l’armata di alcune cose che gli mancavano, e ogni giorno udirono messa, e nel partir si confessarono tutti, né volsero che alcuna femina andasse con loro al detto viaggio.

Alli XX di settembre si partirono dal detto porto e dirizzarono il lor cammino verso gherbino, e alli XXVI del detto mese giunsero ad una dell’isole Canarie, detta Tenerife, la qual è XXV gradi sopra l’equinoziale, per pigliare acqua e legne. Tra queste isole Canarie ne è una dove non si trova acqua, se non che di continuo ad ora di mezzodì par che una nebbia venga dal cielo, la qual circonda un grandissimo arbore che è in quella, dalli rami e foglie del quale distilla gran copia d’acqua, la qual, messasi insieme alli piedi di quello, satisfà abondantemente a tutti gli abitanti in detta isola e a tutti gli animali.

Alli III di ottobre, ad ora di mezzanotte fecero vela drizzando il lor cammino verso ostro, e passarono fra il Capo Verde dell’Africa e delle isole che gli sono all’incontro, lontane dall’equinoziale gradi XIIII e mezzo. E così navigarono molti giorni a vista della costa di Giunea dell’Etiopia, ove è la montagna detta Serra Liona, la qual è otto gradi sopra l’equinoziale, e non ebbero vento alcuno contrario, ma gran calma e bonaccia per giorni 70, che giunsero sotto la linea dell’equinoziale. Si vedevano approssimare alle bande delle navi certi pesci grandi chiamati tiburoni, i quali avevan denti molto terribili: questi mangiano gli uomini, se gli trovano in mare. Di questi tali ne furono presi alcuni con ami; li grandi non sono buoni da mangiare come li piccoli. In questo pareggio avendo avuto una gran fortuna, apparvero alcune fiamme ardentissime, che dicono esser santa Elena e san Nicolò, le quali parevan che fossero sopra l’arbore d’una delle navi, con tanta chiarezza che tolse la vista a ciascuno per un quarto d’ora; e tanto erano smarriti che dubitavano di morire, ma, fatto tranquillo il mare, ogniuno ritornò al suo esser di prima.

Capitolo 2

Di alcuni uccelli che non hanno luogo dove smaltiscano il cibo, e la femina manda fuor l’uova per la schiena; d’un uccello chiamato cacauccello. Della terra di Bressil. Del capo di Santo Agostino. Della terra del Verzino e sua grandezza, e de’ costumi di quei popoli, e donde trassero l’origine.

Viddero molte sorti di uccelli, tra li quali n’erano alcuni che non hanno il luogo dove smaltiscono, e la femina, quando vuol far l’uova, gli manda fuora per la schiena, dove si generano; non hanno alcun piede, ma vivono sempre nell’acqua. Un’altra sorte vi è d’uccelli i quai vivono del fimo degli altri uccelli, e li chiamarono cacauccello, perciò che si vedeva spesso correr drieto agli altri per astringerli che smaltissero, e incontinente prendeva il lor fimo e l’inghiottiva, lasciandogli andar via. Vedemmo ancora molti pesci che volavano, e di tante schiere insieme e in tanto numero che pareva che fusse un’isola.

Passata la linea dell’equinoziale si perdé la Tramontana, e navigammo per gherbin fino ad una terra che si chiama terra di Bressil, 22 gradi e mezzo verso il polo antartico, la qual terra è continuata col capo di S8 Agostino, il qual è otto gradi lontano dall’equinoziale. In questa terra fummo rinfrescati con molti frutti, e tra gli altri battates, che nel mangiar s’assomigliano al sapor delle castagne: sono lunghi come navoni. N’avemmo ancora alcuni che chiaman pines, dolci, molto gentil frutti. Mangiammo della carne d’un animale detto anta, il qual è come una vacca. Trovammovi canne di zucchero e altre cose infinite, le quali si lasciano per brevità. Noi entrammo in questo porto il giorno di santa Lucia, dove il sol ci stava per zenit, cioè di sopra il capo, e avemmo maggior caldo in detto giorno che quando eravamo sotto la linea dell’equinoziale.

Questa terra del Verzino è grandissima, e maggiore di tutta la Spagna, Portogallo, Francia e Italia tutte insieme, ed è abbondantissima di ogni cosa. Le genti di questo paese non adorano alcuna cosa, ma vivono secondo l’uso di natura, e passano vivendo da 125 in 140 anni. Gli uomini e le donne vanno nudi, e abitano in alcune case fabricate lunghe, le qual chiamano boi. Il lor letto è una rete grandissima fatta di cotone, legata in mezzo la casa da un capo all’altro a grossi legni, la qual sta alta da terra, e alcune fiate per cagion di freddo fanno fuoco sotto detta rete sopra la terra. In ciascuno di questi tali letti soglion dormire circa dieci uomini con le lor donne e figliuoli, dove si sente che fanno grandissimo romore. Hanno le lor barche fatte di un sol legno, nominate canoe, cavate con alcune punte di pietre, le quali sono tanto dure che l’adoperano come facciamo noi il ferro, del qual essi mancano. Possono stare in una di dette barche da 30 in 40 uomini; li lor remi con li qual vogano sono simili ad una pala di forno. E sono le genti di questo paese alquanto nere, ma ben disposte e agili come noi. Hanno per costume di mangiar carne umana, e quella delli loro nimici, il qual costume dicono che cominciò per cagione d’una femina che aveva un sol figliuolo, la qual, essendole stato morto, e un giorno essendo stati presi alcuni di quelli che l’avevano ammazzato, e menati avanti la detta vecchia, quella come un cane arrabbiato li corse adosso e mangiogli una parte d’una spalla. Costui poi essendosi fuggito alli suoi, e mostratogli il segno della spalla, tutti cominciarono a mangiar le carni de’ nimici, i quali non mangiano tutti in un instante, ma fattoli in pezzi li mettono al fumo, e un giorno ne mangiano un pezzo lesso e l’altro un arrosto, per memoria delli lor nimici. Si dipingono maravigliosamente il corpo, sì gli uomini come le donne, e similmente si levano col fuoco tutti li peli da dosso, di maniera che gli uomini non hanno barba, né le donne alcun pelo. Fanno le lor vesti di penne di pappagalli, con una gran coda nella parte di drieto, e in tal maniera che ci facevan ridere vedendole. Tutti gli uomini, donne e fanciulli hanno tre buchi nel labbro di sotto, dove portano alcune pietre tonde, lunghe un dito o più, che pendono in fuori. Naturalmente non sono né neri né bianchi, ma di colore di ulivo. Hanno sempre le parti vergognose discoperte, senza alcun pelo, sì gli uomini come le donne. Il lor signor chiaman cacique, il qual ha infiniti pappagalli, e ce ne dette da otto in dieci per cambio di uno specchio. Hanno ancora gatti maimoni piccoli, molto belli, i quali mangiano. Il lor pane è bianco, rotondo, fatto di una midolla d’un arbore, ma non è troppo buono. Trovansi appresso costoro alcuni uccelli, che hanno il becco grande come un cuchiaro, senza lingua. Per una mannaretta danno in cambio una o due delle lor figliuole per ischiave, ma per cosa alcuna non dariano la lor mogliere, né quelle fariano vergogna a’ lor mariti per prezio alcuno, come da loro s’intese; né vogliono che mai gli uomini giaciano seco di giorno, ma la notte solamente. Queste li portano drieto il lor mangiare in alcuni cesti alle montagne e altri luoghi, perché non gli abbandonano mai. Portano similmente un arco di verzino, overo di legno di palma negro, con un fascio di freccie fatte di canne. Portano li figliuoli in una rete fatta di cotone appiccata al collo, e fanno questo per cagion che non siano gelosi.

Stettero in questo paese due mesi, nel qual tempo mai non piovvé. E andando fra terra tagliarono molti legni di verzino, con li quali fabricarono una casa, e nel ritorno loro al porto per aventura piovvé, e gli abitanti dicevano che li nostri erano venuti dal cielo, perché essi avevano menata la pioggia. Questi popoli sono molto docili, e facilmente si convertiriano alla fede cristiana.

Capitolo 3

Del capo detto di Santa Maria, dove si trovano pietre preziose. Di lupi marini e sua descrizione. Degli uomini di quel paese, i quali hanno statura di giganti, e con che arte il capitano ne prese duoi. Del medicarsi quando hanno mal di stomaco, e quando li duole la testa, e quando muoiono.

Nella prima costa di terra che arrivammo, ad alcune femine schiave, che avevamo levate nelle navi d’altri paesi ed erano gravide, vennero le doglie del parto, per il che elle sole uscirono di nave e smontarono in terra, e partorito che ebbero, con gli figliuoli in braccio se ne ritornarono subito in nave.

Dopo tredici giorni che fummo ritornati al porto, ci partimmo da questa terra, e navigammo sino a gradi trentaquattro e un terzo verso il polo antartico, dove trovammo un gran fiume d’acqua dolce, e certi uomini detti canibali, che mangian carne umana: e dalla nave ne vedemmo uno grande come un gigante, che avea una voce come di un toro, e si vedeva come gli abitatori fuggivano li lor beni fra terra per paura di quelli. Li nostri, vedendo questo, con un battello saltarono da dieci in terra per parlar con alcuni di loro, overo per prenderne per forza, ma li detti correvano e saltavano di sorte che li nostri mai non li potettero aggiugnere. In su la bocca di questo fiume sono sette isole, e nella maggiore si trovano pietre preziose, e chiamasi il capo di Santa Maria. Li nostri pensavan di poter passare nel mar del Sur, cioè di mezzodì, ma non vi è passaggio alcuno se non il fiume, il qual è 17 leghe largo nella bocca. Altre fiate li detti canibali mangiarono un capitano spagnuolo, detto Giovanni Solisio, con sessanta compagni, i quali andavano a discoprir la terra come noi.

Scorrendo dietro la costa della terra verso il polo antartico, arrivammo ove erano due isole piene di oche e lupi marini, i quali vivono in mare: ed erano in tanto numero che in una ora si saria potuto empire le cinque navi di oche, le quali son tutte nere e non volano. Vivon di pesce, e sono così grasse che ci fu di bisogno scorticarle, e non hanno penna alcuna, e hanno il becco come il corvo. Li lupi marini sono di diversi colori, e grandi come un vitello; la testa pareva indorata, le orecchie piccole, ritonde, denti grandi. Hanno solamente duoi piedi appiccati al corpo, che somigliano due mani con unghie piccole; sono feroci e vivono di pesci. Avemmo gran fortuna, ma subito che apparvero sopra le gabbie delle navi li tre fuochi, che si chiamano santa Elena, san Nicolò e santa Chiara, subito la furia del vento cessò.

Partiti di lì, arrivammo a 49 gradi e mezzo sotto l’antartico, che essendo la vernata, ci fu necessario dimorar in quel luogo duoi mesi, che mai non vedemmo persona, se non per aventura un giorno un uomo di statura di gigante venne al porto ballando e cantando, e poi pareva che si buttasse polvere sopra la testa. Il capitano mandò uno de’ nostri con la barca sopra il lito, il qual facesse il simile in segno di pace. Il che veduto dal gigante si assicurò, e venne con l’uomo del capitano alla presenza di quello, sopra una piccola isola, e quando fu in sua presenza si maravigliò forte, e faceva segno con un dito alzato, volendo dir che li nostri venissero dal cielo. Costui era così grande che li nostri non gli arrivavano alla cintura, ed era molto ben disposto, e aveva il volto grande, dipinto all’intorno di color giallo, e similmente all’intorno degli occhi, e sopra le gote avea dipinti duoi cuori, li capelli tinti di bianco, ed era vestito di una pelle di animale cucita sottilmente insieme. Questo animale, per quel che vedemmo, ha la testa e le orecchie grandi come ha una mula, il collo e il corpo come ha un camello, e la coda di cavallo. Li piedi del gigante erano rivolti nella detta pelle a modo di scarpe. Aveva in mano un arco grosso e corto, la corda del qual era fatta di nervi del detto animale, e un fascio di freccie molto lunghe di canna, impennate come le nostre, e nella punta in cambio di ferro avevano una pietra aguzza, della sorte di quelle che fanno fuoco. Il capitano gli fece dar da bevere e da mangiare e altre cose, e gli presentò uno specchio grande d’acciaio, nel quale subito che vidde la sua figura, fu grandemente spaventato e saltò indietro, e nel saltar gittò tre o quattro delli nostri per terra. Dapoi gli furon donati sonagli, uno specchio, un pettine e paternostri di vetro. Lo mandarono in terra insieme con quattro uomini delli nostri, tutti armati. Quando uno de’ suoi compagni lo vidde venire insieme con li nostri, corse ove erano gli altri, i quali si spogliarono tutti nudi e, come arrivarono li nostri, cominciarono a ballare e cantare, levando un dito verso il cielo, e mostravangli polvere bianca d’una radice che mangiano, perciò che non hanno altra cosa. Li nostri fecero lor cenno che volesser venire alle navi, ed essi, prendendo solamente li lor archi, e fatte montar le loro femmine sopra certi animali che son fatti come asini, le misero in disparte. Questi uomini non sono così grandi come quel primo, ma sono ben molto grossi: hanno la testa quasi mezzo braccio lunga, e sono tutti dipinti, e non vestiti come gli altri, eccetto che una pelle che portano davanti le parti vergognose. E menano seco come in un laccio quattro piccoli animali, e quando vogliono prender degli altri, gli legano a qualche spino over legno, e gli animali grandi vengono a giucar con li piccoli, ed essi, stando in disparte, con le lor freccie gli ammazzano. Menarono tre maschi e tre femmine di detti animali, per cagione di prenderne degli altri.

Dapoi fu veduto un altro gigante, maggiore e meglio disposto che gli altri, con uno arco e freccie in mano, il qual s’accostò alli nostri e, toccandosi la testa, si voltò e levò le mani al cielo; e li nostri fecero il simile. Il capitano gli mandò il battello, col quale il menarono in una piccola isola che è nel porto. Costui era molto trattabile e grazioso, saltava e ballava, e ballando si ficcava con li piedi nella terra un palmo. Stette lungo tempo con li nostri, i quali gli posero nome Giovanni, e pronunziava chiaramente Iesus, Pater noster, Ave Maria, Giovanni, come noi, ma con una voce molto grossa. Il capitan generale gli donò una camicia di tela e una di panno di bianchetta, una berretta, uno specchio, un pettine e altre cose, e lo rimandò alli suoi, il qual se n’andò molto allegro e contento. Il giorno dietro se ne venne al capitano e gli portò uno di questi grandi animali; dapoi non fu più veduto: si pensa che li suoi lo ammazzassero perché aveva conversato con li nostri.

Dopo 15 giorni vennero quattro di questi giganti senza alcuna arma, ma le aveano ascose fra alcune spine. Il capitano ne ritenne duoi, li quali erano i più giovani e meglio disposti, con inganno in questo modo, che, donandogli coltelli, forbici, specchi, sonagli e paternostri di cristallo, avendo loro le mani pieni di tal cose, il capitano fece portar duoi ferri di quelli che si mettono alli piedi, e fece metterli loro alli piedi, faccendo cenno di volerglieli donare: e perciò che erano di ferro piacevano lor molto, e non sapevano come portarli, perciò che le mani e intorno erano impacciati delle cose che gli erano state donate. Gli altri duoi giganti volevano aiutarli a portare, ma il capitano non volse. E quando rinchiusero li ferri che traversano le gambe, cominciarono a dubitare, ma il capitano li assicurò, e perciò stettero fermi: e quando si viddero ingannati, gonfiarono come tori, e gridavano forte “Setebos”, che gli aiutasse, e furono messi subito in due navi separati. Agli altri duoi non si potette mai legar le mani, ma con gran fatica un di loro fu posto in terra da nove uomini de’ nostri. Al quale avendo legate le mani, subito costui se le dislegò e se ne fuggì, e così fecero gli altri che erano venuti in compagnia di questi tali; e li minori correvano più velocemente che non facevano li grandi, e nel fuggire tirarono tutte le lor freccie, e passarono la coscia ad un de’ nostri, il qual morì. Non si poteron mai giugner con li schioppi né balestre, perché correano ora da una banda ora dall’altra. Queste genti sono molto gelose delle lor femmine. Li nostri, dopo il partir di questi tali, sepelirono quel ch’era stato morto da loro.

Queste genti, come si sentono mal nello stomaco, si mettono giù per la gola duoi palmi e più una freccia, e vomitano colera verde mescolata con sangue: e questo perché mangiano alcuni cardoni. Quando duol loro la testa, si fanno un taglio a traverso la fronte, e così ad un braccio over ad una gamba, e da tutte le parti del corpo si cavano assai sangue. Un giorno il gigante che avevamo preso, il qual era nella nave, diceva che ‘l sangue che avea adosso non voleva star più in quel luogo, e per questo gli faceva venir male. Costoro hanno li capelli tagliati a modo di frati, ma un poco più lunghi, li quali ligano con una corda fatta di cottone, e nel nodo ficcano le loro freccie quando vanno alla caccia. Per cagione del freddo grande che fa alcune fiate in quelle parti, costumano di fasciarsi con alcuni legami, di modo che il membro genitale si nasconde tutto dentro al corpo. Quando alcun di costoro muore, dicono che gli appariscono dieci over dodici demonii che saltano e ballano attorno il corpo del morto, e par che siano dipinti tutto il corpo; e tra gli altri dicono vederne un maggiore degli altri, il qual fa gran festa e ride: e questo gran demonio chiamano Setebos, gli altri minori Chleule. Questo gigante che avevamo con noi preso in nave, ne dichiarava con cenni aver veduto li demonii, con duoi corni sopra il capo e li capelli lunghi fino alli piedi, e che buttavano fuoco per la gola, di dietro e davanti.

Il capitan generale chiamò questi popoli Patagoni. La maggior parte di costoro vestono della pelle dell’animal sopradetto, e non hanno casa ferma, ma fanno con le pelli dette a modo d’una capanna, con la quale vanno ora in un luogo ora in un altro; e vivono di carne cruda, e di una radice dolce, la qual chiamano capar. Questo nostro gigante che avevamo mangiava al posto una corba di biscotto, e beveva mezzo secchio di acqua al tratto.

Capitolo 4

Come li capitani di quattro navi volsero ammazzar il capitan generale Hernando Magaglianes, e come furono castigati. Di una terra qual chiamarono la montagna di Cristo; di un capo detto delle Undicimila Vergini; del fiume delle Sardelle; del capo Desiderato; del stretto Patagonico. De’ pesci colondrini, che volano.

Stemmo circa mesi cinque in questo porto di San Giuliano, e immediate che ci fummo entrati, li capitani dell’altre quattro navi, cioè Giovanni di Cartagenia, il tesorier Luigi di Mendozza, Antonio Cocco e Gasparo Casado, volsero a tradimento ammazzar il capitan generale Hernando Magaglianes. Ma, discoperto il tradimento, il capitano fece squartare il tesoriere, e il simil fu fatto a Gasparo Casado; ma Giovanni di Cartagenia lo fecero smontar in terra, e insieme con un prete lo lasciarono in quella terra di Patagoni.

In questo porto si viddero certe capre lunghe di corpo, nominate missiliones, e alcune ostreche piccole, non buone da mangiare. Videro anche quelli uccelli grandi detti struzzi, volpi e conigli minori che li nostri. Piantarono una gran croce di legno nella sommità di una montagna, in segno d’aver tolto il possesso di quella terra per il reame di Spagna, e chiamarono questo luogo la montagna di Cristo.

Partendo di lì, a 52 gradi manco un terzo verso il polo antartico trovarono un fiume di acqua dolce, nel quale quasi le navi si ebbero a perdere: ma Iddio per sua misericordia le aiutò. Stettero in questo porto quasi duoi mesi per fornirsi di acqua, legne e pesci, i quali trovarono molto grandi e lunghi un braccio, tutti coperti di scaglie, ed erano di ottimo sapore. E avanti che si partissero di qui, volse il capitano che tutti si confessassero e communicassero come buoni cristiani.

Approssimandosi alli 52 gradi, che fu il giorno delle XI mila virgini, trovarono uno stretto di CX leghe di lunghezza, che fanno 330 miglia, e perciò che riputarono questo come ad un gran miracolo, chiamarono il capo delle Undicimila Vergini, largo in alcune parti più e manco di mezza lega. Il quale stretto, circondato da montagne altissime cariche di nevi, scorre in un altro mar, che fu chiamato il mar Pacifico, ed è molto profondo in alcune parti, che è da XXV in trenta braccia. E non si saria mai trovato detto stretto, se non fusse stato il capitan generale Hernando Magaglianes, perché tutti li capitani delle altre navi erano di contraria oppinione, e dicevan che questo stretto era chiuso intorno. Ma Hernando sapeva che vi era questo stretto molto oculto per il qual si poteva navigare, il che aveva veduto descritto sopra una carta nella tesoraria del re di Portogallo, la qual carta fu fatta per uno eccellente uomo detto Martin di Boemia: e così fu trovato con gran difficultà.

Quando furono entrati in questo stretto, trovarono due bocche, una verso scirocco, l’altra verso garbin. Il capitan generale comandò che la nave detta Santo Antonio e quella della Concezione andassino a veder se la bocca verso scirocco avesse uscita alcuna nel mar Pacifico, ma quelli della nave di Santo Antonio non volsero aspettar quelli della Concezione, perciò che volevan ritornare in Spagna: e così fecero, perché la notte seguente presero un figliuolo del fratello del capitan generale, nominato Alvaro Meschita, e lo misero in ferri, con li quali lo menarono in Spagna. In questa nave era un delli giganti presi, il qual, come pervenne al caldo, subito morì. E così la notte detta nave di Santo Antonio se ne fuggì per via del detto stretto. Le altre, che erano andate a discoprir l’altra bocca verso garbino, navigando sempre per detto stretto arrivarono ad un fiume bellissimo, il qual nominarono delle Sardelle, percioché ve ne trovarono dentro gran quantità, e tardarono circa quattro giorni aspettando le altre due navi; e in questo mezzo mandarono un battello molto ad ordine del tutto a discoprir il capo verso l’altro mare, il qual venne dopo alcuni giorni, e dissero come avevano veduto il capo dell’altro mare. Il che udito per il capitan generale, fu sì grande l’allegrezza che ebbe che le lagrime gli venivan dagli occhi, e gli parve di nominarlo capo Desiderato, avendone tanto tempo avuto grandissimo desiderio. E ritornarono adrieto a ricercar le altre navi, e non trovarono se non quella della Concezione, e dimandarono ove era l’altra; fu risposto che non sapevan se ella fusse persa, perché mai non l’avevano veduta dapoi che entrarono nella bocca, e avendola cerca per tutto lo stretto non l’avevan mai potuta trovare. Per la qual cosa misero nella sommità di una picciola montagna una bandiera con lettere, a fin che venendo trovassero la lettera e cognoscessero il viaggio che loro facevano, e il simil fecero in duoi altri luoghi. Fu posta ancora una croce in una picciola isola, dove appresso corre un bel fiume, il qual vien da una montagna altissima carica di neve, e scorre nel mar non molto lontan dal fiume detto delle Sardella; e trovandosi in detto stretto, che fu del mese di ottobre, la notte era se non di quattro ore.

Aveva in animo il capitano che non trovando passaggio per questo stretto all’altro mare, di andar tanto avanti sotto il polo antartico che fosse a gradi settantacinque, dove, essendo il tempo della sua state, le notte sarian chiarissime. Questo stretto chiamarono Patagonico, e navigando per quello ogni tre miglia trovavano un porto sicuro, e acqua eccellente da bevere, legne e pesci, e l’erba detta appio, la qual si vedeva molto spessa e alta appresso le fontane. Si pensa che in tutto il mondo non sia il più bello stretto di questo. Fu veduta una piacevole caccia di pesci, delli quali ne eran tre sorti, lunghi un braccio, cioè orate, abacore e bonite, le quali seguitavano alcuni pesci che volavano, nominati colondrini, lunghi un palmo e più: e sono eccellenti a mangiare. E quando le tre predette sorti di pesci trovano alcun delli detti pesci volanti, subito quelli uscivan dell’acqua a volo, e andavan più d’un tratto di balestra senza toccar acqua; gli altri veramente gli seguitavano correndo sotto l’acqua dietro l’ombra di quelli, e non così tosto cadevan nell’acqua, che da quelli non fussero subitamente presi e mangiati.

L’altro gigante che tenevan preso nella nave, mostrandogli il pane, che fanno d’una radice, diceva che si chiamava capar, l’acqua oli, panno rosso cherecai, color rosso cheiche, color negro aniel, e diceva tutte le parole in gola; e quando queste parole furono scritte, insieme con molte altre, li nostri lo domandavano ed esso le intendeva e le portava. Una volta un fece una croce avanti di lui, e la baciò mostrandogliela; e costui subito cridò “Setebos”, e li fece segno che se più facesse la croce, che Setebos gl’intraria nel corpo e lo faria crepare. Ma nel fin, quando s’ammalò, cominciò a dimandar la croce, e l’abbracciò e baciò molto, e si volse far cristiano avanti che morisse, e fu chiamato Paolo.

Capitolo 5

Del mar Pacifico; dell’isole Infortunate, del polo antartico e delle stelle che vi sono intorno, e come in quel luogo varia l’agucchia del bussolo; dell’isole dette Cipangu e Sumbdit; del capo detto dagli antichi Cattigara.

Sboccarono di questo stretto nel mar Pacifico alli 28 di novembre 1520, e navigarono tre mesi e venti giorni senza trovar mai terra, e mangiarono quanto biscotto avevano, e quando non ne ebber più mangiavano la polvere di quello, la qual era piena di vermini, che puzzava grandemente dell’orina di sorzi; bevvero l’acqua che era diventata gialla e guasta già molti giorni. Mangiarono appresso certe pelli con le quali erano ravvolte alcune corde grosse delle navi, e dette pelli erano durissime per cagion del sole, pioggia e venti, ma essi le mettevano in molle per quattro o cinque giorni nel mare, e poi le cocevano in una pignatta e mangiavanle. Ad alcuni crebbero le gengive tanto sopra li denti che, non potendo masticare, se ne morivan miserabilmente: e per tal cagione morirono dicennove uomini e il gigante, insieme con uno Indiano della terra del Bressil, e venticinque o trenta furono tanto ammalati che non si potevano aiutar delle mani né delle braccia; pochi però furono quelli che non avessero qualche malattia. E in questi tre mesi e venti giorni fecero quattromila leghe in un golfo per questo mar Pacifico, il qual ben si può chiamar Pacifico, perché in tutto questo tempo senza veder mai terra alcuna, non ebbero né fortuna di vento né di altra tempesta, e non iscopersero se non due piccole isole disabitate, ove non viddero altro che uccelli e arbori: e per questo le chiamarono isole Infortunate, le quali sono lontane l’una dall’altra circa ducento leghe, appresso li liti delle quali è grandissimo fondo di mare, e vi si veggono assai pesci tiburoni. La prima di dette isole è lontana dall’equinoziale verso il polo antartico gradi quindici, l’altra nove. Il navigar nostro era che ogni giorno si faceva da cinquanta, sessanta in settanta leghe, e se Iddio per sua misericordia non ne avesse dato buon tempo, era necessario che in questo così gran mare tutti morissemo di fame, e puossi creder per certo che mai più simil viaggio sia per farsi.

Dopo lo stretto over capo delle Undecimila Vergini del mar Oceano, e l’opposito che è il capo Desiderato, andando verso l’altro mare, non si trova altro, e hanno questi duoi capi il polo antartico elevato circa cinquantaduoi gradi.

Il polo antartico non ha stella alcuna della sorte del polo artico, ma si veggon molte stelle congregate insieme, che sono come due nebule, un poco separate l’una dall’altra, e un poco oscure nel mezzo. Tra queste ne sono due, non molto grandi né molto lucenti, che poco si muovono: e quelle due sono il polo antartico. L’agucchia del nostro bossolo, variandosi un poco, si voltava sempre verso il polo artico; nondimeno non ha tanta forza come quando ch’ella è in queste parti del polo artico, ed era necessario di aiutar la detta agucchia con la calamita, volendo navigar con quella, perciò ch’ella non si moveva così come fa quando ch’ella è in queste nostre parti. Quando furono al mezzo del golfo, viddero una croce di cinque stelle chiarissime diritto per ponente, e sono egualmente lontane l’una dall’altra.

Questi giorni navigarono fra ponente tanto che si approssimarono alla linea dell’equinoziale, e per longitudine, dal luogo donde prima si eran partiti, cento e venti gradi. In questo cammino passarono appresso due isole molto alte, l’una delle quali è venti gradi lontana dal polo antartico, nominata Cipanghu, l’altra quindeci, nominata Sumbdit. Passata la linea dell’equinoziale, navigarono tra ponente e maestro, alla quarta di ponente verso maestro, più di cento leghe, mutando le vele alla quarta verso garbin, sino a tredici gradi di sopra l’equinoziale verso il polo artico, con opinione di approssimarsi più che fusse possibile al capo detto dagli antichi di Cattigara. Il qual, come descrivon gli scrittori del mondo, non si truova, ma è verso tramontana più di dodici gradi, poco più o manco, come dapoi intesero.

Capitolo 6

Come scopersero tre isole, e della natura e costumi di quei popoli. Di una terra detta Zamal.

Fatte circa settanta leghe del detto viaggio, in dodici gradi sopra l’equinoziale e gradi 146 di longitudine, come è detto, alli sei di marzo discoprirono una isola piccola verso maestro, e due altre verso garbino: ma una era più alta e maggior dell’altre due, e il capitan generale volse surgere alla maggiore, per pigliar qualche riposo. Ma non poté farlo, percioché le genti di queste isole, come viddero le navi nostre, con lor battelli si approssimarono a quelle, ed entrando dentro rubavano ora una cosa ora un’altra, di modo che li nostri non si potevan guardare, e volevano che si calasser le vele per condur le navi a terra. Ma il capitano, adiratosi e smontato in terra con quaranta uomini armati, abbruciò da quaranta in cinquanta case con molti delli lor battelli, e ammazzò sette uomini, e recuperò una delle barche delle nostre navi che avevan rubata, e subito si partì seguendo il suo cammino.

Quando li nostri ferivano alcuno delli sopradetti con le freccie, che li passavano dall’una banda all’altra, si cavavano fuori le saette e con maraviglia le guardavano, e poco dipoi morivano: la qual cosa ancor che vedessero, non si sapevano partire, ma seguitando le nostre navi con più di cento di loro barchette, sempre accostandosi ad esse e mostrando certi pesci, fingendo di volerceli dare, gli ritiravano a loro e se ne fuggivano. Ma li nostri con le vele piene passavano per mezzo li loro battelli, nelli quali viddero alcune femmine piangere e stracciarsi li capelli: pensiamo che facessero questo per la morte de’ lor mariti.

Questi popoli vivono, sì come si poté intendere, secondo che la volontà li guida, non avendo alcuno superiore o principale che gli governi. Vanno nudi; alcuni di loro hanno barba, e li capelli neri lunghi, li quali legano alla cintura; portano alcuni cappelli fatti di palma, lunghi come son quelli di stradiotti. Sono di statura grandi come noi e ben disposti, di colore di ulivo, ancor che naschino bianchi; hanno li denti rossi e neri, il che reputano bella cosa. Le femmine vanno ancor loro nude, eccetto che portano davanti le parti vergognose una scorza che suol nascere dentro dell’arbore della palma, ed è come una carta sottile; le quali femmine sono belle e delicate, e più bianche che non sono gli uomini, e hanno li capelli spessi e negrissimi, lunghi insino a terra. Non escono di casa ad alcun lavoro, ma dimorano quasi tutto il tempo in casa, tessendo stuore e reti, che fanno sottilmente di palma, e altre cose necessarie per la casa. Il lor vivere è di coche, che son frutti, come si dirà, e di batates, delle quali di sopra si è parlato. Oltra di questo hanno assai uccelli, fichi lunghi un palmo, canne di zucchero, pesci di quella sorte che abbiamo detto che volano, con molte altre cose. Ungonsi il corpo e li capelli con olio di coco. Le lor case sono fatte di legnami, coperte di tavole, insieme con foglie di fico poste di sopra, le quali sono lunghe un braccio. Dette case hanno la sala con le fenestre e camere, e li letti loro sono forniti di belle stuore di palma; il lor dormir è sopra foglie di palma, la qual è molto minuta e molle. Non hanno arme, se non come un fusto over baston lungo, il qual ha nel capo di sopra un osso per punta. Questi popoli sono molto poveri, ma ingegnosi, e son ladri, e però fu chiamata dalli nostri l’isola de’ Ladri. Vanno con le lor femmine per mare, dove con ami fatti di osso prendono di detti pesci che volano. Le lor barche, alcune sono tutte nere, altre bianche e altre rosse. Hanno da una parte della lor vela un legno grosso appuntato nella sommità, insieme con un palo che attraversa, che sostien l’acqua per andar più sicuramente a vela, la qual è fatta di foglie di palme cucite insieme. Per timone hanno una certa pala come da forno, con un legno nella sommità, e possono far quando vogliono della poppa prua e della prua poppa, e navigano tanto velocemente che paiono delfini che corrino sopra le onde.

Alli X di marzo 1521 smontarono nel far del giorno sopra una terra alta, lontan XXX leghe dall’isola detta di sopra de’ Ladri, la qual si chiama Zamal. Il giorno seguente il capitan volse andar a smontar sopra un’altra isola, la qual è disabitata, per star più commodamente e anco far acqua, dove fece distender duoi padiglioni per mettervi gli ammalati, e fece amazzar un porco. E alli XVIII di marzo, dapoi che ebber desinato, viddero venir verso di loro una barca dove erano nove uomini, per il che il capitano ordinò che alcuno non si movesse né parlasse senza sua licenza. Quando li detti furono giunti a terra, subito il principal di loro se ne venne verso il capitan generale, mostrandosi allegro per la sua venuta, e cinque di detti, che parevano li più onorevoli, restarono con loro, e gli altri andarono a chiamar altri uomini per pescare. E così vennero molti di loro a veder il capitano, il qual cognobbe che erano uomini molto umani e pieni di ragione, e fece dar loro da bevere e da mangiare, donandogli berrette rosse, specchi, pettini, sonagli e altre cose simili; li quali, come viddero la cortesia del capitano, gli appresentarono pesci grandi, e un vaso pien di vino di palma, e fichi più lunghi d’un palmo, e altri frutti minori ma saporiti, e duoi frutti di coche, che più allora non ne avevano, faccendo segno con le mani che fra quattro giorni portariano risi, coche e molte altre cose.

Capitolo 7

Come facciano il vino delle palme, e della grande utilità delle coche, che sono frutti di detto arbore. Dell’isole Zuluam e Humunu, qual dipoi chiamarono arcipelago di San Lazzaro, e della conversazione di quelle genti.

Coche sono frutti di palme, e sì come noi abbiamo pane, vino, olio e aceto, così in questo paese cavano tutte queste cose di questo arbore. E fanno vino in questa maniera: tagliano un ramo grosso della palma, e appiccano a quello una canna grossa come una gamba, e in quella distilla del detto arbore un liquore dolce come mosto bianco, il quale è ancora un poco brusco; e mettono la canna la sera per la mattina, e la mattina per la sera. Questa palma fa un frutto che si chiama coco, il qual è grande come la testa d’uno uomo e più, e la prima scorza è verde e grossa più di due dita, tra la quale si trovano certi fili, delli quali ne fanno corde, e con esse legano le barche. Sotto di questa è una molto più grossa, la quale abbruciano, e ne fanno polvere che è buona per alcune lor medicine. Sotto di questa è come una midolla bianca spessa, grossa un dito, la qual mangiano fresca con la carne e pesce come facciamo noi il pane, e ha sapor di mandorla, e ancora la seccano e ne fanno pane. Nel mezzo di questa midolla è una acqua dolce, chiara e molto cordiale: questa acqua si congela e si fa come una balla, e la chiamano coco, e se ne vogliono far olio la lasciano putrefare nell’acqua e la fanno bollire, e diventa olio simile al butiro. Quando voglion far aceto, lasciano putrefare l’acqua solamente, e poi la mettono al sole, e diventa aceto come di vin bianco. E quando mescolano la midolla con l’acqua che è in mezzo, e poi la colano con un panno, fatto latte come di capra. Queste palme sono simili a quelle che fanno i dattili, ma non sono così nodose. Con due di queste palme tutta una famiglia di dieci persone si può mantenere, usando otto giorni di una e otto giorni dell’altra per vino, perché faccendo altrimenti elle si seccariano. Questi tali arbori sogliono durar cento anni.

Queste genti presero gran familiarità con li nostri, e dicevano come si chiamavono molte cose, e il nome di alcune isole le quali si vedevano da quel luogo. La loro isola si chiama Zuluan, la qual non è molto grande. Li nostri presero gran piacere della conversazione di questi tali popoli, perché son molto domestici, e per far maggior onor al nostro capitano, l’invitarono ad andar nelle lor barche, in alcune delle quali erano loro mercanzie, cioè garofani, cannelle, pepe, gengevo, noci moscate, macis, oro fatto in diverse cose, le quali conducono di qua e di là con le lor navi. Il nostro capitano gli fece venir similmente nelle nostre navi, dove, mostratogli ogni cosa, fece scaricar una bombarda, della qual ebbero tanta paura che volevano buttarsi fuora di nave. Ma li nostri li acquetarono faccendo segno di volerli donar delle cose nostre, e così fecero, e poi quando volsero presero licenza graziosamente, dicendo che ritornariano come avevano loro promesso. Questa isola dove il capitano si trovava, come abbiamo detto di sopra, che è disabitata, si chiamava Humunu, la qual ha due fonti di acqua chiarissima, e oro, e all’incontro coralli bianchi in quantità, e molti arbori che avean certi frutti minori che mandorle: li nostri la chiamarono l’isola di Boni Segni; eranvi palme e altri arbori senza frutti. Intorno a questa si truovano molte isole, e per questa causa parve lor di chiamar questo luogo l’arcipelago di San Lazaro: ed è dieci gradi sopra l’equinoziale verso il nostro polo, e CLXI gradi lontani dal luogo donde partimmo.

Capitolo 8

Come nell’isole qui vicine dicono esser uomini ch’hanno l’orecchie sì grandi che con quelle si coprono le braccia. Dell’isole Cenalo, Huinangan, Hibusson e Abarien. Della umanità del re di quel paese. Dell’isole Buchuan e Calegan, ove nasce l’oro in gran quantità.

Alli XXII di marzo nel luogo sopradetto vennero due barche piene di queste genti, come avean promesso, con coche, naranci dolci, e con un vaso di vino di palma, e un gallo per mostrar che avevano galline: e li nostri presero in dono queste tali cose. Il lor signore era molto vecchio, e andava nudo, col corpo tutto dipinto, e aveva duoi anelli d’oro appiccati alle orecchie, e molte gioie ligate in oro alle braccia, e intorno alla testa aveva come un fazzuol di lino. Stettero con li nostri da otto giorni insieme, con li quali il nostro capitano smontava spesso in terra, e visitava li nostri malati, che erano sotto li padiglioni, e ogni giorno faceva dar a ciascuno di loro dell’acqua delle coche, con quella midolla che par mandorle, la qual dava loro gran conforto. In queste isole vicine intesero dire che si trovavano uomini con le orecchie tanto grandi che si coprivano le braccia con quelle. Questi popoli sono cafri, cioè gentili; vanno nudi, eccetto che portano una tela sottile, che fanno della scorza d’un arbore, avanti le parti vergognose. Li principali hanno una tela di seta lavorata ad ago sopra la testa. Sono di color di ulivo, grassi molto, e si dipingono tutto il corpo, ungendoselo appresso con olio, per cagione del sole e del vento. Portano li capelli lunghi fino alla cintura. Hanno pugnali, coltelli e lancie con fornimenti d’oro; fanno ancor reti da pescare, e barche come sono le nostre.

Il capitano alli XXV di marzo si partì, e drizzò il suo cammino tra ponente e garbino, fra quatro isole nominate Cenalo, Huinanghan, Hibusson e Abarien. Alli XXVIII di marzo viddero un fuoco in una isola, e una barca piccola con otto uomini dentro, la qual si approssimò alla nave del capitano. E avendo il detto menato seco una schiava avuta nelli tempi passati dall’isola di Sumatra, la qual gli antichi chiamarono Taprobana, costei andò a parlar con gli uomini della detta barca, li quali subito la intesero e immediate s’accostarono alla nave, ma non vi volsero entrar dentro. Il capitano, vedendo che non si fidavan di lui, fece metter sopra un legno lungo una berretta rossa e altre cose, e gliele mostrò, le quali costoro presono, e subito si partirono per andar a darne nuova al suo re. E di lì a due ore viddero venir due barche grandi piene d’uomini: il re era nella maggiore, sedendo sopra una sedia coperta d’una stuora. Quando vennero appresso la nave del capitano, la sopradetta schiava parlò e il re la intese (in questo paese è costume che li re sappiano assai linguaggi), il qual subito ordinò che alcuni de’ suoi entrassero nella nave, ed esso restò nella barca, la qual fece scostar alquanto dalla nostra. A questi suoi, come vennero ove era il capitano, fu fatto grande onore, e furono presentati. Per la qual cosa il re volse donar al capitano un baston d’oro grosso e un vaso pieno di gengevo; il capitano non lo volse accettare, ma lo ringraziò grandemente. Fatta questa tal familiarità, le nostre navi si drizzarono verso dove era l’abitazion del re.

Il giorno seguente il capitan mandò in un battello la schiava, la qual era interprete, verso terra, a dire al re, se egli avea alcuna cosa da mangiare, che gli piacesse di mandarne alla nave, che saria del tutto integramente satisfatto, perché come amici e non nimici erano venuti a questa isola. Il re medesimo, con otto uomini in sua compagnia, venne col detto battello alla nave, e abbracciò il capitan generale, e dettegli tre vasi grandi di porcellana, coperti di foglie di palme, pieni di risi crudi, e duoi pesci, cioè orate grandi, e altre cose. Il capitano a rincontro donò al re una vesta di panno rosso, una di giallo, fatte alla turchesca, e una berretta rossa, e alli suoi uomini alcuni coltelli e specchi; e dapoi fece portar una collazione, faccendogli dir per la schiava che voleva esser come suo fratello. Il qual gli rispose che il simil ancor egli desiderava. Dapoi il capitano gli fece mostrar panni di diversi colori, tele, coltelli e molte altre mercanzie, e tutta l’artiglieria, facendone scaricar alcuni pezzi, li quali gli spaventarono grandemente. Poi fece armar un uomo da capo a piedi, e fece che tre uomini con le spade nude lo ferisseno, e non gli faccendo alcun male, il re rimase stupefatto, e disse alla schiava che uno di questi uomini era potente contra cento delli suoi; la qual confermò che era il vero, e che in ciascuna nave ve ne erano ducento, che si potevano armar di quella sorte, faccendogli veder corazze, spade, targhe. E poi lo condusse sopra il castello della nave, dove gli fece portar la carta da navigare e il bussolo con la calamita, e il capitano gli disse, per via dell’interprete, come avevano trovato lo stretto per via di questa calamita, e quanti giorni erano stati senza veder terra: e il re se ne maravigliava fuor di misura. Poi, togliendo licenza il re, piacque al capitano di mandar duoi uomini con lui, l’un delli quali fu Antonio Pigafetta.

Quando furono giunti in terra, il re levò le mani verso il cielo e poi le voltò verso li duoi prefati, i quali fecero il simile, e il medesimo fecero tutti gli altri. Il re prese il prefato Antonio per la mano, e un suo uomo principale prese il suo compagno, e li condussero sotto un luogo coperto di paglia, ove era una barca tirata in terra, presa da alcuni suoi nimici, lunga ottanta palmi; e sedettero sopra la poppa di quella, parlando insieme per cenni.

Tutti quelli del re stavano in piedi intorno a lui, con spade, pugnali, lance e targhe. Quivi fu portato un piatto pieno di carne di porco, e un gran vaso di vino, e ne bevevan ciascuna volta una tazza, e il restante del vino stava sempre coperto appresso del re, ancor che fosse in picciola quantità. Non ne beveva alcuno salvo che il re, e avanti che il detto prendesse la tazza per bevere, levava le mani giunte verso il cielo, e le voltava poi verso questi duoi nostri quando voleva bevere, e distendeva la man sinistra verso il detto Antonio, come se lo volesse battere, dapoi bevea; il detto Antonio faceva il simile, e tal segno fanno ciascun l’un verso l’altro, e con gran cerimonie e domestighezza mangiarono carne il venere santo.

Donarono molte cose che aveano portato da parte del capitano al re, e Antonio scriveva molte cose come loro le chiamano, e quando il re e li suoi il viddero scrivere, e che sapeva dapoi nominare le lor cose, se maravigliavano grandemente. E quando fu venuta l’ora di cena, furono portati alcuni piatti grandissimi di porcellana pieni di risi, e altri piatti di carne di porco con il suo brodo, e cenarono con li medesimi cenni e cerimonie. Poi si aviarono dove era il palazzo del re, il qual era fatto come è un tetto dove si tien il fieno, coperto di foglie di fico e di palme, ed era edificato sopra legni alti levati da terra, ove è necessario montar con scalini. Quivi lo fecero seder con le gambe incrociate, sì come sedeno li sartori, e di lì a mezza ora fu portato un pesce arrosto, e gengevo fresco colto allora, e del vino; e il figliuol maggior del re, il qual si chiama il principe, venne ove erano costoro, e il re gli disse che sedesse appresso di loro, e così fece. Furono dapoi portati duoi piatti, l’uno di pesce col brodo e l’altro di risi, accioché mangiassero col principe: dove tanto fu mangiato e bevuto che erano imbriachi. Costoro usano per far lume di notte una gomma d’un arbore, la qual gomma si chiama anima, ravolta in foglie di palma. Il re fece cenno che voleva andar a dormire, e lasciò con li nostri il principe, col qual dormirono sopra una stuora di canne, con alcuni cussini di foglie. Il principe subito fatto giorno si partì, ma, come furono levati li nostri, li venne a trovare un fratel del detto, e gli accompagnò fino ad una isola ove era il capitano, il quale lo ritenne a desinar seco, e a lui e a tutti li suoi fece assai presenti.

In quella isola ove il re venne a veder la nave delli nostri, si trovavano gran pezzi d’oro, come sariano noci over uova, crivellando la terra. Tutti li vasi del re sono d’oro, e tutta la sua casa è molto ordinata. Fra tutte queste genti non viddero il più bell’uomo del re: ha li capelli lunghi fino sopra le spalle, molto neri, con un velo di seta sopra la testa; alle orecchie vi tiene appiccati duoi grandi anelli d’oro e grossi. Porta un panno di cottone lavorato di seta, il qual cuopre cominciando dalla cintura fino alle ginocchia; da un lato ha un pugnale col manico d’oro lungo, e il fodro è di legno lavorato. In ciascun dito ha tre come anelli d’oro; ungesi con olio di storace e benzuin, ed è di color olivastro, ma dipinto tutto il corpo. Queste isole si chiamano Buthuan e Caleghan. Quando questi duoi fratelli figliuoli del re, che ancor loro si fanno chiamar re, si vogliono veder insieme, vengono in questa isola in casa sua: il maggior si chiama raia Colambu, il secondo raia Siagu.

Capitolo 9

Come li duoi re di quei paesi fratelli andarono col capitano ad udir messa, e nella sommità d’una montagna piantorono una croce. Dei porti Zeilon, Zubut e Caleghan. Della qualità e vestir di quegli uomini. Del frutto detto areca; della foglia dell’arbore bettre. Dell’isola detta Massana, e degli animali e frutti di quella.

All’ultimo di marzo, appresso Pasqua, il capitan generale fece metter a ordine un prete per far dir messa, e per un suo certo interprete fece dir al re che egli non smontava già in terra per voler andare a desinar seco, ma solamente per voler far dir messa. La qual cosa come udì il re, subito gli mandò duoi porci morti. E quando fu l’ora del dir la messa, smontarono in terra circa cinquanta uomini senza arme, meglio vestiti che poterono, e gli altri erano armati; e avanti che li battelli giugnessero in terra, fecero scaricar sei colpi di bombarda in segno di pace, poi saltarono in terra. E questi duoi fratelli re abbracciarono il capitan generale, e andarono in ordinanza fino dove era preparato da dir la messa, non troppo lontano dalla riva, e avanti che si cominciasse a dir la messa, il capitano volse sprucciar il corpo alli detti duoi re con acqua muschiata. Quando si fu a mezza messa, che si va ad offerir, li re volsero ancor loro andare a baciar la croce come facevano li nostri, ma non offerirono cosa alcuna, e quando si cominciò a levar il corpo di Cristo, li prefati stettero in ginocchioni adorandolo con le mani giunte. Nel qual tempo, fatto segno per li nostri con un schioppo, fu scaricata l’artigliaria delle navi. Alcuni de’ nostri si communicarono.

Finita la messa, il capitano fece far combattere delli nostri armati con le spade nude, nel veder del quale li re ebbero grandissimo piacere. Dapoi il capitano fece portar una croce, con li chiodi e la corona di spine, e subito ordinò che tutti li facessero gran riverenza, faccendo lor intender, per via dell’interprete, che questa bandiera gli era stata data dall’imperador suo signore, e per ciò ovunque andavano mettevan questo segnale. Il qual ancora volevano metter in quel luogo per sua utilità e profitto, acciò che se venisse alcuna nave de cristiani, vedendo questa croce sappino che li nostri son stati lì, e per questo si astenghino di far alcun dispiacere né a loro né alle robbe loro; e se fussero fatti prigioni, come li fusse mostrata questa croce, subito li lasciariano andar liberamente; e che bisognava mettere questa croce nella sommità della più alta montagna che vi fusse, acciò che la potessino veder ogni giorno e da ogni canto, e che l’adorassino, perciò che, faccendo questo, né tuoni né fulgori né tempesta potria lor nocer in cosa alcuna. Udito questo parlar dalli re, ringraziarono grandemente il capitano, e dissero che eseguiriano molto volentieri tutte queste cose. Il capitano fece lor dimandar se erano mori o gentili, e in che credevano. Risposero che non adoravano altramente se non che, levando le mani giunte e la faccia verso il cielo, nominavano il lor Iddio Abba: della qual risposta il capitano ebbe gran piacere, il che veduto dal primo re, subito quello levò le mani verso il cielo. Gli domandarono poi perché avevano così poco da mangiare; risposero che quivi non era la lor ferma abitazione, né vi veniva se non quando voleva vedersi con suo fratello, ma che la sua stanza era in un’altra isola, dove aveva tutta la sua famiglia. Gli disse appresso come aveva assai nimici, verso li quali, quando volessero, potriano ben andar con le navi per soggiogarli, il che faccendo gli restaria obligatissimo; e che detti suoi nimici erano in due isole, ma che allora non era tempo di dovervi andare. Il capitano li fece dire che se Iddio li facesse grazia di tornar un’altra volta in queste parti, che menaria seco tante genti che sottometteria tutti li suoi nimici; e che allora voleva andar a disnare, e che dapoi ritornaria a far metter la croce sopra la sommità della montagna. Risposero che erano contenti, per il che li nostri scaricarono tutti li loro schioppi, e il capitano, abbracciato che ebbe tutti duoi li re e altri principali, prese licenza.

Dopo che ebbe desinato, il capitano ritornò con li suoi, e insieme con li duoi re andarono nel mezzo della sommità della più alta montagna che si trovasse nell’isola, e quivi misero la croce; e il capitano fece dir loro che al presente erano suoi cari amici, perché la croce era in quel luogo, e che per questo se ne potevan grandemente rallegrare. Dapoi gli dimandò che porto era in quelle bande, dove potessero trovar vettovaglie. Risposero che ve n’erano tre, cioè Zeilon, Zubut e Calaghan, ma che Zubut era migliore e dov’era miglior traffico, offerendosi di dargli pilotti che gl’insegnariano la via. Il capitano gli ringraziò e deliberò d’andarvi, il che fu con gran disaventura. Posta la croce e ciascun ingenocchiatosi, e detto un Paternostro e Ave Maria, l’adorarono, e il simile fecero li re; dipoi discesero nella pianura, dove viddero assai campi lavorati, prendendo la via ov’era la sua barca. Li re fecero portare alcune coche per rinfrescarsi, e il capitano gli domandò pilotti, perciò che si voleva partir la mattina seguente, e che per lor sicurtà lascieria uno de’ nostri. Essi fecero risponder che a tutte l’ore ad ogni suo voler sariano preparati. Ma partiti di lì e andati ciascuno a dormire, il primo re si mutò d’oppenione, e la mattina, volendo partir il capitano, detto re gli mandò a dire che per amor suo volesse aspettare ancor duoi giorni, fino a tanto che avessero raccolto li risi e alcune altre picciole cose, e che lo pregava che gli mandasse qualcun de’ suoi uomini per aiutargli, acciò che più presto si potessero espedire, e che esso medesimo saria il pilotto. Il capitano mandò alcuni uomini al re, ma giunti a quello si misero a mangiare e bevere, tanto che dormirono tutto quel giorno, e dapoi essendo dimandati alcuni, si escusarono dicendo che erano ammalati, per il che nel detto giorno li nostri non fecero cosa alcuna, ma il giorno seguente si affaticarono molto nel coglier detti risi.

Uno di queste tali genti se ne venne alle navi, e portò una scodella piena di risi, con otto over dieci fichi legati insieme, per cambiar con un coltello, il qual non poteva valer tre denari. Il capitano, vedendo che costui non voleva altro che il coltello, lo fece venir a sé e gli fece mostrar alcune altre cose, invitandolo se voleva cambiare, e cavò della sua borsa un real, che è una moneta d’argento che val dodici soldi, i quali voleva dar per quelle sue robbe: ed esso non volse. Poi gli mostrò un ducato, e manco questo volse accettare, e all’ultimo gli mostrò un ducato doppione: costui non volse mai altra cosa che il coltello, il qual liberamente gli fece donare. Dipoi, uno de’ nostri andando a prender acqua in terra, un di costoro gli volse donar una corona fatta a punte d’oro, massiccia come una collana, per sei filze di paternostri cristallini: ma il capitano non volse che si facessero più simil baratti, affin che in questo principio pensassero che si faceva maggior istimazione delle nostre mercanzie che dell’oro di quelli.

Questi popoli sono molto agili e gagliardi; vanno nudi, si dipingono tutto il corpo, portano, come è detto, coperte le parti vergognose d’una tela, della quale disopra facemmo menzione. Le femmine sono vestite dalla cintura in giuso, e portano li capelli, li quali sono neri, lunghi fino in terra; hanno ancora le orecchie bucate, e postovi dentro oro fatto in diversi lavori. Queste genti masticano quasi sempre un frutto che chiamano areca, il qual è alla similitudine d’un pero, e lo tagliano in quattro pezzi, e poi ne inviluppano ciascuna parte nella foglia d’un arbore che è chiamato bettre, le quali foglie sono simili a quelle del lauro, e messoselo in bocca, dipoi che hanno ben masticato lo buttano fuori, il qual gli lascia la bocca molto rossa. Tutte queste genti usano questo frutto per rinfrescarsi il cuore, e se si astenessero moririano. In questa isola chiamata Messana si trovano cani, gatti, porci, galline, capre, risi, gengevo, coche, fichi, naranci, miglio, panico, orzo, cera e oro in quantità. È sopra l’equinoziale verso il nostro polo gradi 9 e duoi terzi, e 162 gradi dal luogo donde partimmo.

Capitolo 10

Di Zeilon, Bohol, Canghu, Barbai e Catigan isole. De’ pipistrelli che sono in Catighan, grandi come aquile e buoni al gusto come galline. Di Polo, Ticobon e Pozon isole. Dell’ambasciata che ‘l capitano mandò a fare al re di Zubut, e la risposta fattali per detto re.

In questa isola Messana dimorarono otto giorni, poi voltarono il viaggio verso il vento di maestro, e passarono fra cinque isole, cioè Zeilon, Bohol, Canghu, Barbai, Catighan. In questa isola di Catighan si trovano pipistrelli grandi come aquile, delli quali ne presero uno, e come intesero che eran buoni da mangiare lo mangiarono, ed era al gusto come una gallina. Trovanvisi ancora colombi, tortore, pappagalli, e certi uccelli grandi come galline, li quali hanno certi corni, e le vuova loro sono grandi come quelle dell’oca; e detti uccelli le mettono un braccio sotto l’arena per farle nascere, e la terra per virtù del sole gli fa nascere, e come sono nate escono fuori dell’arena. Queste uova sono molto buone da mangiare.

Dall’isola sopradetta di Messana a Catighan sono 20 leghe, andando alla volta verso ponente. Il re di Messana non poté seguir le tre navi, però fu necessario di aspettarlo appresso tre isole, cioè Polo, Ticobon e Pozon; il qual, avendo veduto il presto navigare de’ nostri, se ne maravigliò grandemente, e il capitano grande lo fece entrar nella nostra nave con alcuni de’ suoi principali, della qual cosa ebbe gran piacere. E così andarono verso Zubut, che è lontan dall’isola di Cathigan circa cinquanta leghe.

Adì 7 d’aprile ad ora di mezzogiorno entrarono nel porto di Zubut e, passando appresso molte ville e abitazioni fatte sopra arbori, si approssimarono alla città, dove il capitano comandò che le navi se gli approssimassero, calando le vele e mettendosi ad ordine come se volessero combattere, faccendo scaricare tutta l’artiglieria, della qual cosa tutto il popolo ebbe grandissima paura. Dipoi il capitano mandò un suo ambasciadore con l’interprete al re di Zubut. Quando giunsero alla città, trovarono insieme col re assai uomini, tutti spaventati dal rumore dell’artiglieria. L’interprete fece loro intendere ch’era così costume delli nostri, i quali, come entravano in simil luoghi, in segno d’amicizia e per onorare il re della città discaricavan le bombarde. Il re con tutti li suoi per queste parole si assicurarono; poi li nostri dissero come il lor signore era capitano delle navi del maggior re del mondo, e che andavano a scoprir l’isole Molucche, e avendo inteso dal re di Messana il buon nome e fama sua, gli era paruto di venirlo a visitare, e appresso per aver vettovaglie in cambio di sue mercanzie. Il re rispose che fussero i ben venuti, e che era in quel luogo un costume, che tutte le navi che entravano in quel porto pagavano tributo, e che non erano troppo giorni che una nave carica d’oro e di schiavi l’avea pagato: e in segno di questo gli fece venir avanti alcuni mercatanti, di quelli che erano restati lì a far loro faccende d’oro e di schiavi. Alle quali parole l’interprete disse come il suo signore, percioché era capitano di sì gran re, non pagava tributo ad alcun signor del mondo, e che se voleva pace che l’averia, e se guerra averia guerra. Allora un di quelli mercatanti, il qual era moro, disse al re: “Catacaia chita”, cioè: “Guarda, signor, che questi sono quelli che hanno acquistato Calicut, Malacha e tutta l’India maggiore; chi fa lor bene ha bene, e chi mal male, e peggio ancora che non hanno fatto a Calicut e Malacha”. L’interprete, udite queste parole, disse che ‘l re suo signore era più potente di gente e di navi che il re di Portogallo, ed era re di Spagna e imperador di tutta la cristianità, e se non vorrà esser suo amico, che gli manderà un’altra volta tante genti contra che lo distruggerà. Il Moro raccontò tutte queste parole al re, il quale allora disse che si consigliava con li suoi, e il giorno seguente gli risponderia. Poi fece portar una collazione di molte vivande, tutte poste in vasi di porcellana, con molti vasi di vino; e fornita la collazione li nostri se ne ritornarono, e referirono il tutto al re di Messana, ch’era un delli primi appresso questo re, e signor di molte isole, il qual volse smontar in terra e, andato al re di Zubut, gli narrò la gran cortesia ch’era in questo capitan generale.

Capitolo 11

Come il capitano andò a trovare il re di Zubut, come contrassero amicizia insieme, e de’ presenti si fecero l’un l’altro; e con quanta attenzione quelli che dipoi furono mandati dal re al capitano stavano ad udir parlar esso capitano delle cose della fede.

Un lunedì mattina il messo del capitano con l’interprete se n’andarono a Zubut a trovar il re, il qual viddero venir in piazza accompagnato da molti suoi principali: e veduti li nostri se gli fece seder appresso, e poi gli dimandò s’era più d’un capitano in questa compagnia, e se volevano che esso pagasse tributo all’imperadore. Li nostri referirono che non volevano altro, salvo che far mercanzia con essi, cioè barattar delle lor robbe con le loro, né altra cosa. A questo rispose il re ch’era contento, e che se ‘l nostro capitano gli voleva esser amico, che gli manderia un poco di sangue del suo braccio dritto, e il simil faria ancor esso in segno d’amicizia: gli dissero che così faria. Dipoi il re disse che tutti li capitani che vengono in quel luogo si deono far presenti l’un con l’altro, e che il nostro capitano over esso doveva cominciare. Il nostro interprete gli rispose che dapoi che gli pareva voler conservar questa usanza, che esso dovesse cominciare: il qual così fece.

Il martedì seguente il re di Messana, col Moro detto di sopra, se ne venne alle navi e salutò il capitano da parte del re, dicendogli che ‘l detto faceva metter insieme più vettovaglie che gli era possibile per fargli un presente; e dopo desinare mandò un suo nepote, con tre uomini de’ principali, per far questa amicizia. Il capitano fece armar uno de’ suoi con tutte l’armi, e gli fece dir che tutti quelli che combattevano erano di quella sorte: il Moro fu molto spaventato a veder questo. Il capitano gli fece dir che non si spaventasse, perché le nostre armi sono piacevoli verso gli amici e aspre contra gli nimici, e destruggono tutti gli adversarii e nimici della nostra fede: e questo fece acciò che ‘l Moro, il qual mostrava esser più astuto degli altri, lo dicesse al re.

Dopo desinar il nepote del re, il qual è il principe, venne col re di Messana, il Moro e un loro proposto maggiore, con altri otto uomini principali, per far l’amicizia col capitano, e sedette in una sedia coperta di velluto rosso; gli altri principali sopra alcune altre sedie, e altri sopra alcune stuore. E il capitano gli fece dimandar s’era di loro costume di parlare in publico o in secreto, e se questo principe col re di Messana aveano auttorità di far la pace e amicizia. Dipoi il capitano disse molte cose circa questa pace, e pregava Iddio che la confermasse in cielo; costoro dissero che mai più aveano udito simil parole, e che avean gran piacere in udirle. Il capitano, vedendo che volontieri l’ascoltavano, cominciò a dir loro molte cose pertinenti alla fede nostra; poi dimandò loro chi succedeva nella signoria dopo la morte del re. Risposero che ‘l re non aveva figliuoli maschi, ma tutte femmine, e che questo suo nepote avea tolta per moglie la figliuola sua maggiore, e per questo si chiamava principe; e quando il padre e la madre sono vecchi non gli onorano più, ma li giovani sono quelli che comandano. Il capitano gli disse che Iddio avea fatto il cielo e la terra e il mare e qualunque altra cosa, e che avea comandato che si dovesse onorar il padre e la madre, e chi altramente facesse saria condannato al fuoco eterno. Gli disse poi come tutti noi eravamo discesi da Adam ed Eva, nostri primi parenti, e come l’anima nostra era immortale, e molte altre cose pertinenti alla fede. Le quali avendo li prefati udite con grandissima attenzione, furono molto allegri, e lo pregarono che dovesse lasciar duoi uomini, over almanco uno, il quale insegnasse la fede, e che gli fariano grandissimo onore. Rispose il capitano che per allora non poteva lasciar loro alcun uomo, ma che, se volevan farsi cristiani, un de’ lor preti gli battezzaria, e che un’altra volta menariano preti e altri, che insegnariano loro la nostra fede. Dissero che prima volevano andar a parlar al re, e poi diventariano cristiani: ed era tanto il piacere che aveano, che se gli vedevan cader le lagrime dagli occhi. Il capitano gli ammonì che non si dovessero far cristiani per paura né per compiacergli, ma di loro propria volontà, e che non fusse fatto alcun dispiacere agli altri che volessero viver secondo la lor legge, ma che, se essi saranno cristiani, si sforzeranno di esser veduti migliori e più pieni di carità. Tutti allora ad una voce gridarono che non si facevano cristiani per paura alcuna né per compiacergli, ma per la loro propria volontà. Gli fu poi detto che, diventati che fussero cristiani, volea loro lasciare una delle nostre armadure, perché così gli era stato ordinato dall’imperadore, e che non potriano impacciarsi per l’avenire più con femmine che fussero de’ gentili, senza far grandissimo peccato; e oltra di questo gli assicurava che non gli appaririano più demonii, come facevano al presente. Risposero che piacevano tanto loro queste parole che udivano, che non sapevano che rispondergli, e per questo si rimettevano nelle sue mani, e che ‘l capitano disponesse di loro come de suoi fratelli e servitori. Allora il capitano gli abbracciò, e presa una delle mani del principe e una del re di Messana, e messala in mezzo delle sue, disse loro che, per la fede che doveva a Dio e all’imperador suo signore, prometteva e dava loro la pace perpetua col detto suo signore re di Spagna. Gli risposero che ancor essi similmente gliela promettevano e davano. Fatta che fu detta pace, subito il capitano fece portar una bella collazione, e gli fece bever tutti.

Dopo il principe e il re di Messana presentarono al capitano, da parte del lor re, certe misure di risi, porci, capre, galline, e dissero che li perdonasse perché questi presenti erano piccoli a donar ad un tal uomo come esso era. Il capitano donò al principe un drappo bianco di tela sottilissima, una berretta rossa, e alcune filze di cristallini, e un vaso di vetro dorato: il vetro è in grandissima istimazione in questi luoghi. Al re di Messana non donò alcun presente, perché già per avanti gli avea dato una vesta, di quella sorte che si portano di Cambaia in Portogallo, con altre cose. A tutti gli altri donò a chi una cosa a chi un’altra, e poi mandò per Antonio Pigafetta e un altro suo a donar al re di Zubut una vesta di seta gialla e pavonazza fatta alla turchesca, una berretta rossa e alcune filze di cristallini: e posero tutte queste cose in un piatto d’argento, e appresso con le lor mani portarono ancora duoi vasi di vetro dorati. Quando furono giunti nella città, trovarono il re nel suo palazzo con molti uomini, il qual sedeva in terra sopra una stuora tessuta di palma molto sottilmente, e avea solamente un drappo di tela di cottone intorno le parti vergognose, e in capo un velo lavorato ad ago, una catena al collo di grandissimo prezio, e duoi anelli d’oro alle orecchie con molte pietre preziose sopra. Detto re era di statura piccolo, ma forte grasso, e avea il resto del corpo dipinto in diverse maniere col fuoco. Mangiava allora in terra, come è detto, sopra una stuora di palma, e avanti gli erano posti in duoi vaselli di porcellana vuova cotte, e appresso avea quattro vasi di porcellana pieni di vino fatto di palme, i quali erano coperti con molte erbe odorifere, con quattro canne, cioè in ciascuno vaso una, con le quali il prefatto re bevea. Fattagli la riverenza debita, l’interprete gli disse ch’el suo signore il capitano lo ringraziava grandemente del suo presente, e che gli mandava questo non all’incontro del suo, ma per il grande amor che gli portava: e subito fattolo levar su, lo vestirono, misongli in capo la berretta, e baciato un de’ detti vasi di vetro glielo presentarono; egli faccendo il simile lo accettò, e così le altre cose. Poi il re volse che Antonio Pigafetta sedesse al dirimpetto, e mangiasse di detti vuovi e bevesse con le canne. Il principe e gli altri ch’erano stati a concluder la pace col capitano, esortarono il re a volersi far cristiano, il qual voleva tener li nostri a cena seco, ma essi gli dissero che non potevano, e presero licenzia: e il principe li menò a casa sua, dove avea quattro figliuole molto belle e bianche come sono le nostre, le quali fece che ballarono in presenzia delli nostri, essendo tutte nude, e sonavano con certi cembali fatti di metallo; poi volse che li nostri, fatta collazione, ritornassero alle navi.

Capitolo 12

D’alcuni uccelli che sono inghiottiti vivi dalla balena, i quali le mangiano il cuor, onde ella ne muore, ed essi sono trovati vivi nel corpo della balena. Come il re di Zubut e li re di Messana e le regine furono batizzati con circa 800 anime, e dipoi tutta l’isola di Zubut.

Il mercoledì da mattina uno delli nostri in nave mancò di questa vita, e per questa cagione Antonio Pigafetta con l’interprete andarono a dimandare al re dove potessero sepelirlo. E trovato il re con molti de’ suoi uomini, e dettagli la cagione, avendogli prima fatta riverenzia, il re gli rispose che essi e tutti li suoi erano vassalli del loro signore, quanto maggiormente debbe esser la terra. Poi gli fu detto da’ nostri che per far questo volevan consecrar un luogo e mettervi una croce; dissero che erano molto contenti, e che appresso la volevano adorare come facevamo noi. Veduta questa loro prontezza, consecrarono un luogo appresso la lor piazza, dove posero la croce: e verso il tardi portarono il morto, dove lo sepelirono. Dapoi portarono in terra dalle navi molte cose per barattare, e misonle in una casa, la qual è fatta per questo effetto e affittasi per il re, e restarono in quella quattro delli nostri per far questi baratti.

Queste genti vivono con giustizia, hanno pesi, misure, e amano sopra ogni altra cosa la pace e la quiete. Hanno bilancie di legno, che hanno un cordone nel mezzo col qual si tengono, e da una banda è il piombo, e sono assai simili alle nostre. Hanno appresso alcune misure grandi senza fondo, le quali mettono secondo che è quello che vogliono misurare. Le case loro sono di legno, e serrate di tavole e di canne, sopra grossi pali alzati da terra: sopra le quali volendo andare, è necessario di montar con alcuni scalini, dove si trovano camere come sono le nostre; di sotto le loro case tengono porci, capre e galline. Intesero li nostri da quelle genti che si truovano in questi paesi alcuni uccelli grandi e simili alle nostre cornacchie, molto belli a vederli. Questi tali uccelli vanno sopra l’acqua del mare, e dalle balene, le quali in quel luogo sono grandissime, aprendo la bocca sono inghiottiti vivi: i quali subito vanno alla volta del cuore della balena e lo rodono, e per questa cagione le balene muoiono, e dapoi buttate in terra dalle onde del mare, queste tal genti, aprendo le interiori, trovano questi uccelli vivi, che vivon del cuor di quelle. Questi tali uccelli hanno nel becco come sariano alcuni denti, e le penne sono alquanto lunghe, e la pelle della carne è nera, ma la carne è molto buona a mangiare: e chiamongli laghan.

Il venerdì li nostri monstrarono una camera piena di diverse mercanzie, delle quali restarono quelle genti molto maravigliate, e cominciarono a barattare: e per metalli, ferri e altre cose grosse queste genti davano alli nostri oro, e per cose minute davano risi, porci, capre e altre vettovaglie. Dettero dieci pesi d’oro per quattordici libbre di ferro: un peso val un ducato e mezzo. Il capitano ordinò che non si pigliasse troppo oro. E perché il re avea promesso di volersi far cristiano la domenica prossima, il capitano fece apparecchiare nella piazza come un tabernacolo, ornato di tapezzarie e di rami di palma, per voler in quello battezzarlo, e gli mandò a dire che non avesse paura se scaricassero l’artegliaria, perché quella era la nostra usanza di fare in una così gran festa.

La domenica da mattina, alli quattro di aprile, smontarono in terra cinquanta uomini, con li quali erano duoi tutti armati con la bandiera reale, e furono scaricate tutte le artigliarie, per il romor delle quali tutto il popolo fuggiva di qua e di là. Il capitano col re si abbracciarono insieme, al qual disse che la bandiera regal non si portava altramente che con li cinquanta uomini con li schioppi, e duoi armati d’arme bianche, e che così avea ordinato per il grande amor che gli portava. Dapoi ambidui se ne andarono con grande allegrezza ov’era preparato il tabernacolo, dove furono poste due sedie, una coperta di velluto rosso e l’altra di pavonazzo; gli altri principali sedettero sopra cussini, e il resto sopra stuore. Il capitano per via d’interprete disse al re che ringraziava Iddio che l’avea inspirato a farsi cristiano, e che per l’avenire egli era per vincer più facilmente li suoi inimici di quello che per il passato avea fatto. Il re gli rispose che molto volentieri si faceva cristiano, ancor che alcuni delli suoi uomini principali gli avessero fatto intender che non lo volevano obbedire, dicendo che erano ancor essi così buoni uomini come era egli. Per le quai parole subito il capitano fece convocar tutti li principali del re, e disse loro che se non obedissero al re come a suo vero re, che li faria morire e confiscaria tutti li lor beni: tutti risposero che obediriano. Poi, voltatosi il capitano verso il re, disse che, se ritornasse in Spagna, condurria seco un’altra volta tante genti e con tal potere che lo faria il maggior re di queste parti, perciò che egli era stato il primo a volersi far cristiano. Per le quai parole il re alzando le mani verso il cielo lo ringraziò, pregandolo che fosse contento che alcun de’ nostri restasse in quel luogo, accioché egli insieme con gli altri fussero meglio instrutti nella fede cristiana. Il capitano gli disse che per contentarlo ne lasciaria duoi, ma che voleva menar seco duoi figliuoli delli principali uomini, acciò che imparassero la lingua nostra: e quando ritornariano, saperian dir agli altri le cose di Spagna. E oltra di questo che, volendosi far cristiano, gli era necessario abbruciar tutti gl’idoli e in luogo di quelli mettervi la croce, e quella ogni giorno adorare con le mani giunte, e ogni mattina farsi il segno della croce in fronte, mostrando lor come dovean fare, e che di continuo, o almeno la mattina e la sera, era necessario che venissero ov’era la croce e inginocchioni l’adorassero. Il re con tutti li suoi risposero che fariano il tutto volontieri. Dapoi il capitano condusse il re sopra il tabernacolo, dove fu battezzato, e volse che fusse chiamato Carlo, come l’imperador suo signore; il principe Ferdinando, come il fratello di sua Maestà; il re di Messana Giovanni; il Moro Cristoforo. A tutti gli altri posero li lor nomi, e avanti che fusse cominciata la messa, furono battezzati 500 uomini. Dapoi detta la messa, il capitano invitò il re a desinare seco con tutti li suoi principali, ma essi non volsero, ma gli accompagnarono fino alle navi, le quali scaricarono tutta l’artigliaria; e abbracciatisi insieme presero commiato.

Dopo desinare il prete e alcuni altri andarono in terra per battezzar la regina con quaranta sue donzelle, dalle quali fu condotta al tabernacolo, e le venne tanta contrizione nel cuore, che di allegrezza piangendo dimandava il battesimo: la qual fu nominata Giovanna, come ha nome la madre dell’imperadore; e sua figliuola, moglie del principe, Caterina; la regina di Messana Isabella; e l’altre ciascuna il suo nome: e battezzarono circa 800 anime, fra uomini e donne e fanciulli. La regina era molto giovane e bella, coperta d’un drappo bianco: avea la bocca rossa, con un cappello in testa, in cima del quale era una corona fatta come è quella del papa; il cappello e la corona erano di foglie di palma. Non va mai fuori in alcun luogo, se non ha in capo questa corona. La qual dimandò che li nostri le dessero una croce, la qual voleva metter nel luogo ov’erano li suoi idoli in memoria di Iesù Cristo, in nome del quale era stata battezzata, e avuta la croce si tornò a casa. Verso il tardi il re e la regina vennero verso la riva, e il capitano fece scaricar tutta l’artigliaria, e dapoi tirarono molti fuochi artificiati con rocchette, della qual cosa ebber grandissimo piacere. E il detto re e il capitano si chiamorono insieme fratelli, il quale, avanti si facesse cristiano, avea nome raia Humabuon; e non passò otto giorni che tutta l’isola fu battezzata. E perché una certa villa di un’altra isola non volea obedire al re, li nostri l’andarono a bruciare, e misero una croce grande in detto luogo, perché queste genti erano gentili, cioè idolatre; ma se fussero stati mori, cioè macomettani, vi averian posto per segno una colonna di pietra, acciò che ella durasse più lungamente, perché li Mori sono più duri e difficili a convertirsi che non sono li gentili.

Capitolo 13

Con che pompa la regina n’andasse alla messa. Il capitano fa giurar il re e i principi della città e il fratello del re obbedienzia all’imperatore. Il fratello del principe, essendo gravemente ammalato, doppo recevuto il batesmo miraculosamente guarisce. Di Zubut, Zula, Cilapulapu e Bulaia isole.

Un giorno che ‘l capitano smontò in terra ad udir messa, disse molte cose al re pertinenti alla fede nostra; e in tal giorno la regina venne ad udir la messa, accompagnata con una gran pompa. Andavano avanti a quella tre damigelle con tre uomini, con li loro cappelli in mano; poi veniva ella, vestita di nero e bianco, con un velo grande di seta profilato d’intorno d’oro in capo, che le copriva il cappello per fino alle spalle, e molte altre donne la seguitavano, le quali erano nude e discalze, eccetto che intorno al capo e alle parti vergognose portavano un velo sottile; li capelli erano sparsi. La regina, fatto che ebbe reverenzia all’altare, si mise a sedere sopra un cussino lavorato tutto di seta. Avanti che la messa si cominciasse, il capitano la volse bagnar con acqua muschiata, con molte altre delle sue damigelle, le quali ebber gran piacere dell’odor di quella. Poi detto capitano disse alla regina ch’ella dovesse portar reverenzia alla croce in luogo de’ suoi idoli, perché quella era stata fatta per memoria della passion del nostro Signor Iesù Cristo, figliuol di Dio: la qual lo ringraziò molto, e disse che così faria.

Un giorno il capitan generale, avanti si dicesse la messa, fece venir il re e li principali della città, e il fratel del re padre del principe, e gli fece giurare obedienzia all’imperador suo signore. E quando l’ebbero giurata, il capitano ficcò la sua spada avanti l’altare, dicendo al re che, quando si fa un tal giuramento, si doverria più presto morire che volerlo rompere. Dipoi il capitano donò al re una catedra di velluto rosso, e gli dimostrò come sempre se la dovea far portar avanti quando andava in alcuno luogo, e che questo voleva che facesse per amor suo; il re rispose che così era per fare. Poi detto re donò al capitan generale duoi gioielli legati con oro per appiccarsi agli orecchi, e duoi per metter alle braccia, e duoi attorno le gambe: ed erano carichi di pietre preziose. Questi sono li più belli ornamenti che sappino usar li re di questi paesi, li quali vanno sempre discalzi, con una tela che li cuopre dalla cintura fino alle ginocchia.

Alcuni giorni dopo il capitano domandò al re e agli altri perché non avevano abbruciati li lor idoli, come aveano promesso quando si fecero cristiani, e perché sacrificavano loro tante carni. Risposero che non facevan questo perché volessero cosa alcuna per loro, ma per cagione d’un ammalato, accioché gl’idoli lo facessero diventar sano: il qual ammalato era già 4 giorni che aveva perso la favella, ed era fratello del principe, uomo molto valente e intelligente quanto alcun altro che fosse nell’isola. Il capitano disse loro che abbruciassero detti idoli e credessero in Iesù Cristo, che, se questo ammalato si volesse battezzar, subito guariria: il che se non fusse vero, era contento che gli fusse tagliata la testa. Il re disse che così faria, perché veramente egli credeva in Iesù Cristo; e subito con la croce si misero a far una processione intorno la piazza meglio che seppero, e se ne vennero alla casa ov’era questo ammalato, il qual era disteso, né poteva parlare né muoversi, e lo battezzarono insieme con la moglie e dieci damigelle. Poi il capitano gli fece domandar come si sentiva; subito costui cominciò a parlare, e disse che per la grazia del nostro Signore Iddio si sentiva meglio: e questo è stato un miracolo manifesto nelli tempi nostri. Quando il capitano l’udì parlare, ringraziò molto Iddio, e allora gli fece portar da mangiare una vivanda fatta di mandorle, la qual era stata fatta per lui; poi gli mandò un materasso, un paio di lenzuoli, una coltra di panno giallo, un cussino, e ogni giorno, fin che si fece gagliardo, gli mandò della detta vivanda, acqua rosata, olio rosato e alcune confezioni fatte di zucchero. E non passò cinque giorni che cominciò a camminare, e subito in presenzia del re e di tutto il popolo fece abbruciare uno idolo, il qual una femmina vecchia avea nascosto nella sua camera, e fece disfar molti altari che avea fatti alli detti idoli sopra la riva del mare, sopra li quali si mangiavan le carni consecrate, e disse che se Iddio gli desse lunga vita, che abbruceria quanti idoli potesse trovare, ancor che fussero nella casa del re. Questi idoli sono di legno voto, e non hanno la parte di dietro, ma solamente le braccia nude, e li piedi che si rivoltano in su con la gamba nuda, il viso grande, con quattro denti in bocca come sono quelli di un porco cignale, e sono tutti dipinti.

Questa isola è chiamata Zubut, nella qual sono molte ville, le quali danno vettovaglie al re per tributo; e appresso di quest’isola n’è un’altra detta Mathan: il porto e la città si chiamano similmente Mathan. Gli uomini principali di detta isola sono chiamati Zula e Cilapulapu; la villa che li nostri abbruciarono era in questa isola, chiamata Bulaia.

Capitolo 14

Il modo che hanno queste genti con molte cerimonie a benedir il porco, e della natura di essi popoli, e delle cerimonie che usano quando muore qualcuno.

Queste genti usano gran cerimonie quando voglion benedire il porco. Primamente suonano certi lor cembali grandi, dipoi portano tre gran piatti, in duoi delli quali sono certe vivande e torte fatte di risi e di mel cotto, e le inviluppano in alcune foglie, e pesce arrostito; nell’altro è un panno di lino, di quella sorte che vengono di Cambaia, e due bende di palma: e il drappo di Cambaia si distende sopra la terra. Poi vengono due femine molto vecchie, e ciascuna ha una tromba di canna in mano, e poi che sono montate sopra il drappo, fanno riverenzia al sole e si vestono del detto drappo, e una di queste vecchie si mette una benda al fronte con due corna, e tien l’altra benda in mano, e con quella ballando e sonando chiamano il sole; l’altra poi prende una di dette bende e comincia a danzare e sonare con la tromba, e saltando invoca il sole che voglia prender la benda da lei: e tutte due, sonando la tromba per lungo spazio, danzano e ballano intorno a un porco, il qual è in quel luogo legato. Quella che abbiamo detto che ha le corna parla sempre tacitamente al sole, e l’altra le risponde. Dipoi a quella che ha le corna è appresentata una tazza di vino, e ballando dice certe parole, e l’altra le risponde; e faccendo sembianza quattro o cinque volte di voler bevere, spandono il vino sopra il corpo del porco, poi immediate tornano a ballare. A questa che ha le corna è ancora appresentata una lancia, e quattro o cinque volte fa segno di volerla lanciare nel corpo del porco, ma subito ritorna a danzare, e poi immediate lo ferisce passandolo d’una parte all’altra; e poi che ha morto il porco, si mette una facella accesa in bocca e l’ammorza, la qual facella sta sempre accesa in tutte queste cerimonie. L’altra bagna il capo delle trombe nel sangue del porco, e con un dito insanguinato va in prima a segnar il fronte a suo marito, e poi agli altri: ma non vennero a segnar alcun de’ nostri. Poi le dette due vecchie si spogliano, e vanno a mangiar le cose sopradette, che sono state portate nelli piatti, e non invitano seco se non femmine, e pelano il porco col fuoco. E la carne del porco non si consagra se non per le vecchie, né mai la mangiariano se non fusse stato morto in questo modo.

Questi popoli vanno nudi, portano solamente un poco di tela sopra le parti vergognose. Grandi e piccoli hanno la pelle del membro bucata da una parte all’altra appresso il capo, e in quel buco hanno messo come un anelletto d’oro grosso come una penna d’oca. Prendono tante mogli quante vogliono, ma ne hanno sempre una principale. Se alcun delli nostri dismonta in terra, o di notte o di giorno, l’invitano a mangiare e a bevere. Le lor vivande sono sempre quasi mezze cotte e molto salate, e bevono spesso con le cannelle delli vasi, e dura il suo mangiare cinque o sei ore.

Quando alcun uomo principale muore, usano di far questa cerimonia. Primamente tutte le donne principali della terra vanno alla casa del morto, il qual è posto in una cassa in mezzo di quella. Queste donne attaccano corde all’intorno, a modo che si fa attorno d’un letto over padiglione, sopra le quali appiccano molti rami d’arbori; nel mezzo di ciascun ramo è posto un drappo fatto di cottone, e torna fatto a guisa di padiglione. Sotto questo seggono le donne principali, tutte coperte di drappi bianchi fatti di cottone, e ciascuna ha una fanciulla che con un ventolo fatto di palma gli fa vento; l’altre seggono con molta tristizia intorno la camera.

Poi ve n’è un’altra che a poco a poco va tagliando con un coltello li capelli del morto, e un’altra, la qual è la moglie principal del morto, giace sopra di lui, appressando la sua bocca a quella del morto, e similmente le mani con le mani e li piedi con li suoi piedi: e quando quella gli taglia li capelli, questa piagne, e quando ella cessa di tagliargli, questa canta. Intorno la camera sono molti vasi di porcellana con fuoco, e sopra quello metton mirra, storace e belzuì, che fanno grandissimo odore in tutta la camera: e tengono il morto cinque o sei giorni in casa con questa cerimonia. Poi l’ungono di canfora, e lo serrano nella cassa con chiodi di legno, e pongono in un luogo coperto e serrato di legno.

Ogni fiata che muore alcun delli sopradetti e che fanno queste cerimonie, dissero alli nostri che alla mezzanotte suol venire un uccello molto grande e nero come un corvo, il qual si getta sopra la cassa ove giace il morto e comincia a gridare, e subito li cani urlano, e non cessa di far questo, cioè di gridare, e li cani di urlare, per quattro o cinque ore. Essendo stati dimandati la cagione di tal cosa, mai la seppeno dire.

Capitolo 15

Come li nostri combatterono con quelli dell’isola di Mathan, e furon superati, e morto il capitano Magaglianes.

Un venerdì, alli XXVI dì d’aprile, Zula, principal dell’isola di Mathan, mandò uno suo figliuolo a presentar due capre al capitano, e a fargli intendere che, per cagion dell’altro principal detto Cilapulapu, non poteva obedir al re di Spagna, e che la notte seguente li volesse mandare una barca piena delli nostri uomini, con l’aiuto delli quali combatteria con il detto. Il capitan generale deliberò d’andar lui in persona con tre barche, e il resto degli uomini lo pregarono che non vi volesse andar lui in persona, ma mandar l’aiuto dimandato: ma egli, come buon capitano, non volse abbandonar li suoi compagni, e alla mezzanotte si partirono sessanta uomini armati con corazzine e celate in compagnia del re fatto cristiano, e principe, e molti altri delli suoi principali, da venti o trenta barche, e a tre ore avanti giorno arivarono a Mathan, ma non ismontarono. Il capitano non volse combattere allora, ma mandò il Moro a parlare a quello Cilapulapu, e dirgli che, volendo obbedir al re di Spagna e riconoscere il re cristiano per suo signore e dargli tributo, esso gli saria amico; se veramente non volesse farlo, che l’aspettasse, che gli saria ben di bisogno aver le lancie lunghe. Costui gli rispose che esso non avea lancie, se non alcune canne abbruciate e legni acuti abbruciati, ma che non venissero a quell’ora ad assaltargli, ma aspettassero che ‘l giorno si facesse chiaro, perché potria mettere insieme maggior numero delli suoi: e questo diceva con fizione, accioché li nostri a punto andassero ad assaltarlo in quell’ora, perché egli avea fatto far molte fosse profonde nella sua casa, e venendo li nostri con la oscurità della notte, sariano caduti in quelle. Li nostri volsero aspettar il giorno, il qual fatto chiaro, subito saltarono in acqua infino alla coscia più di quarantanove, e così andarono per acqua per duoi tratti di balestra avanti che potessero dismontar sull’asciutto, perché le barche non poterono arrivare più avanti, per molte pietre ch’erano sotto l’acqua. Gli altri restarono per guardia delle barche.

Quando arrivarono in terra, queste genti avean fatto tre squadroni di più di mille e cinquanta uomini per uno, i quali subito che intesero che li nostri venivano, due di queste squadre si misero una da una banda e l’altra dall’altra delli nostri, e la terza venne per fronte. Il nostro capitano, vedendo questo, partì li suoi in due parti, e in questo modo cominciarono a combattere. Li schioppetieri e balestrieri tirarono per spazio quasi di mezza ora molto da lontano in vano, perché non passavan se non le loro targhe e scudi fatti di legno, attaccati alle braccia. Il capitano gridava che non tirassero più, ma costoro non volsero cessar di tirare. E in questo mezzo gl’inimici fra loro con voce orrende facevan grandissimo rumore, dicendo che se tenessero forti, e quando viddero che li nostri aveano scaricati li schioppi, tanto più forte gridavano, e non stavan fermi, ma saltavan di qua e di là, coperti con le loro targhe. E tirorno verso li nostri tante freccie e lancie di canne e legni acuti abbruciati, pietre e terra secca verso il capitano, che appena si poteva difendere e guardarsi da loro: e per questa causa, volendo spaventarli maggiormente, mandò alcuni delli nostri a metter fuoco nelle lor case. Le quali come viddero abbruciare, tanto più s’incrudelirono, e subito ammazzarono duoi delli nostri, e da vinti in trenta fecero saltare nel fuoco, e vennero con tanta furia e con tanto impeto e numero di genti adosso alli nostri, che li fecero voltare: e in questa zuffa fu passata la gamba destra al capitan generale con una saetta venenata, per la qual cosa lui comandò che li nostri si ritirassero pianamente, e gl’inimici li seguitavano. Restarono col capitano da sei in otto delli nostri, della qual cosa accortisi gl’inimici, vedendolo quasi abbandonato, non facevan altro che tirargli alle gambe, le quali gli vedevano esser disarmate: e gli furon tirate tante lanciate, dardi e pietre, che non poteva resistere e l’arteglieria che era nelle barche non poteva aiutar li nostri, perché era troppo lontana. Finalmente li nostri vennero fino alla riva, sempre ritirandosi e combattendo, e poi entrarono nell’acqua fino alle ginocchia; e gli inimici, sempre seguitandoli, ripigliavano le lancie de’ nostri e le tornavano a lanciare di nuovo. Poi si voltarono tutti verso dove era il capitano, al qual due volte per forza di lanciate batterono di testa la celata: ma lui, come valente cavalier, si restringeva sempre co’ suoi che gli erano restati in compagnia. E sopra di questo combatterono più d’un’ora, che mai per vergogna si volse ritirare; ma alla fine un Indiano gli tirò d’una lancia di canna nel volto, la qual lo passò da un canto all’altro, che lo fece cader morto. La qual cosa veduta per li suoi, meglio che poterono se n’andarono alla volta dove erano le barche, ma sempre seguitati dagl’inimici, che non facevano altro che tirar dardi e lancie, di sorte che ammazzarono un Indiano ch’era lor guida, e ne feriron molti. Il re cristiano stette sempre fermo e non si mosse mai, perché il capitan generale, avanti che smontasse in terra, gli commise che non si partisse mai dalla barca, ma che stesse a vedere come li nostri combatteriano. Il qual, come intese che il capitan generale era stato morto, lo cominciò a piangere molto duramente, perché lo amava forte; e il simil fecero tutti li nostri, perché certamente costui era così eccellente e valoroso capitan come alcun altro che si sia trovato alla sua età. Furono morti da sette in otto de’ nostri e molti feriti, e tre Indiani fatti cristiani, venendo in aiuto de’ nostri, furono morti d’artiglieria che tirava dalle barche. Delli nimici ne morirono quindici, e infiniti feriti.

Dopo desinare il re cristiano, con consentimento de’ nostri, mandò a dimandar a quelli di Mathan se volevano vendere il corpo del capitano insieme con gli altri morti, che li saria donato quanto volessero. Risposero di no, perché non sapevano ricchezza alcuna, che si potesse trovar al mondo, per la qual loro li restituissero, e che li volevano tener per lor memoria, e di tutti quelli che verranno dopo loro.

Capitolo 16

Come Enrico, schiavo del capitano Magaglianes, ordina col re di Zubut un tradimento, per il qual furono ammazzati a tavola 24 uomini dell’armata: per il che le navi di subito si partirono, lasciato adrieto Giovan Serrano, governator dell’armata. Degli animali e frutti di detta isola.

Così tosto come si seppe la morte del capitano, li quattro de’ nostri che erano nella città del re cristiano per far baratti delle mercanzie, come abbiamo detto di sopra, fecero portar tutte le lor robbe alle navi, dove congregati li nostri, di commun consenso furono eletti duo governatori, cioè Odoardo Barbosa portoghese, parente del capitan generale, e Giovan Serrano. L’interprete nostro, detto Enrico, era stato un poco ferito, e per questo non smontava così ordinatamente in terra per far le cose necessarie come era solito. Per la qual cosa Odoardo Barbosa lo fece chiamare e gli disse che, ancor che ‘l capitano suo padron fosse morto, per questo egli, che era schiavo, non era restato libero, ma che, come fosse arrivato in Spagna, lo voleva consegnar per schiavo a donna Beatrice, moglie del capitan generale; e con parole aspre lo minacciò che, se non andava in terra, lo faria frustare. Questo schiavo si levò del letto, e mostrò di non far conto delle parole detteli dal detto Odoardo, e se ne andò in terra; e trovatosi secretamente col re di Zubut cristiano, gli disse che gli Spagnuoli si volevano partire fra pochi giorni da quel luogo, e che se voleva far secondo che esso lo consigliaria, che guadagnaria le navi con tutta la mercanzia che era in quelle: e così ordinarono un tradimento.

Il primo giorno di maggio, il re cristiano mandò a dir alli governatori che li gioielli che egli avea promesso di mandare all’imperadore erano in ordine, e che gli pregava volessero venir quella mattina a desinar seco. La qual cosa udita dalli governatori, non pensando ad altro, vi andarono insieme con XXIIII uomini e con uno astrologo nominato Martin di Siviglia. Antonio Pigafetta non vi poté andare, perché aveva la fronte enfiata per una botta ricevuta d’una freccia venenata. Giovan Carnai con un proposto, come furono smontati in terra, volsero ritornar in nave, perché viddero il prete che andava insieme con quell’Indiano che guarì per miracolo, il qual era molto sospeso, e dubitarono di qualche cosa. Ed ecco, stando in questo sospetto, subito udirono grandissimi gridi e pianti, per il che levarono le ancore, e cominciarono a scaricar le artigliarie con gran furia verso la casa dove sentivano detti gridi, e si alontanarono da terra. Dapoi viddero venire Giovan Serrano in camicia ferito, il qual gridava verso li nostri che non dovessero tirar più, perché lo ammazzariano. Li nostri gli dimandarono se tutti erano stati morti con l’interprete; costui rispose che erano stati morti, ma che all’interprete non avevano fatto male alcuno, e cominciò a pregarli che lo volessino riscattare con alcuna mercanzia. Ma Giovan Carnai, il qual era suo compare, insieme con gli altri non volsero restar per questo suo patron, ma subito levarono via li battelli; e Giovan Serrano piangendo e lamentandosi diceva che, subito che li nostri averanno fatto vela, gl’Indiani lo ammazzeriano, che pregava Iddio che, nel giorno del giudicio, domandasse l’anima sua a Giovan Carnai suo compare: ma queste parole non valsero, perché immediate fecero vela, e non si è mai saputo novella se sia vivo o morto.

In questa isola di Zubut si trovano cani, gatti, sorzi, miglio, panico, orzo, gengevo, fichi, naranzi, limoni, canne dolci di zucchero, ages, mele, coche, carni di diversi animali, vino che si fa di palma, e oro. Ed è una grande isola con un buon porto, il quale ha due entrate, una verso greco levante, l’altra verso ponente garbin; ed è lontana dall’equinoziale verso il nostro polo dieci gradi e undici minuti, e di lunghezza donde partimmo circa gradi 164. E alcuni giorni avanti che ‘l capitano fusse morto, si ebbe nuova dov’erano le isole Molucche. Queste genti suonano la viola con corde di rame.

Capitolo 17

Di alcune isole, cioè Bohol, Paviloghon, Chippit e Lozon; e del re e regina, popoli, animali e frutti di Chippit. Il modo di cocer i risi.

Lontano da questa isola di Zubut, al capo di un’altra isola nominata Bohol, in mezzo di questo arcipelago, li nostri, fatto consiglio insieme, vedendosi esser rimasti molto pochi, abbruciarono la nave detta Concezione, e degli armeggi di quella fornirono l’altre due navi; e poi si misero a navigar verso garbino, e nell’ora del mezzodì costeggiarono un’isola detta Paviloghon, nella qual viddero uomini neri come sono li Saracini. Dapoi arrivarono ad un’altra isola grande, dove smontati, e andati a trovare il re, il quale, per mostrar di voler pace con li nostri, si trasse sangue dalla man sinistra, e con quello si bagnò il corpo, il volto e la cima della lingua, il che è segno appresso costoro di grande amicizia: il simil atto fecero li nostri.

Poi Antonio Pigafetta solo se n’andò col re per veder l’isola in alcune lor barche, e come entrarono in un fiume, molti pescatori presentarono al re assai pesci, il qual, levatosi d’intorno un drappo, con gli altri suoi principali cantando cominciarono a vogare, e passavan davanti molte abitazioni ch’erano sopra la riva del fiume. E alle due ore di notte arrivarono alla casa sua, la qual è lontana dalla bocca del fiume circa due leghe, e quando furono per entrar in casa, gli vennero all’incontro molte torcie, fatte di canne e di palme, le quali stettero accese fin a l’ora del cenare. Ma avanti il re, con duoi de’ suoi principali e due sue femmine molto belle, bevettero un gran vaso il qual era pieno di vino di palma, senza mangiare alcuna cosa; e volendo che Antonio Pigafetta facesse il simile, lui si escusò dicendo aver cenato, e non volse bevere se non una volta, nella qual fece tutte quelle cerimonie che avea imparato dal re di Messana. Dapoi venuta la cena, furono portati assai vasi di porcellana pieni di risi e pesci, e cenando mai costoro bevettero vino, ma con una scodella di porcellana bevevan brodo di pesce molto salato, e il riso mangiavano in luogo di pane. Il modo come lo cossero è questo: hanno una gran padella fatta di terra, nella qual mettono una foglia grande che copre tutto il fondo, e poi mettono dentro l’acqua col riso, e lo lasciano tanto bollire che diventa duro come pane; poi lo cavano fuori e ne fanno alcuni pezzi, e questo è il modo come tutti questi popoli cuocono il riso. Dopo cena il re fece portar una stuora fatta di canne, e un’altra di palme, e un cussin fatto di foglie, accioché Antonio Pigafetta dormisse sopra di quelli, e il re e le due sue femmine andarono a dormir in un altro luogo separato.

Fatto giorno, fin che preparavano il desinare, Antonio Pigafetta dette una volta per l’isola, dove in molte case vidde assai cose fatte d’oro, ma poche vettovaglie. Poi desinarono, e mangiarono solamente risi e pesce. Il qual desinare finito, Antonio disse al re con cenni che vederia volentieri la regina, il qual rispose ch’era contento. E così andarono insieme alla sommità d’un’alta montagna, ov’era la stanzia della regina, nell’entrar della quale Antonio le fece riverenzia; ed ella fece il simile verso di lui, e lo fece sedere appresso di sé, la quale lavorava una stuora di palma sottilissimamente, sopra la qual dormono. All’intorno della casa erano poste sopra scanzie molti vasi di porcellana e quattro cimbali di metallo, un grande e gli altri piccoli, con li quali suonano. Vide ancora molte schiave, uomini e femmine che la servivano. Stato un pezzo, prese commiato e se ne ritornò alla casa del re, dove subito gli fu portata una collazione di canne dolzi di zuccaro. Quello ch’è in maggior abondanza in quell’isola, per quanto poté intendere, è l’oro, del quale il re con cenni mostrava ad Antonio Pigafetta che ve n’era gran quantità in alcune valli: ma non avendo ferro per cavarlo, quello restava sotto la terra. Questa parte dell’isola è una cosa medesima con Buthuan, Calaghan, ed è posta sopra Bohol, e confina con Messana.

Come venne l’ora di mezzodì, Antonio volse ritornar alla nave, per il che montarono in barca, venendo a seconda del fiume, vestito di verdissime ripe, e viddero alla man dritta sopra una mota tre uomini appiccati ad un arbore. Antonio domandò al re chi erano, il qual gli rispose che erano malfattori e ladri. Tutti questi popoli vanno nudi, come abbiamo detto degli altri, e questo re si chiama raia Calavar. Il porto è molto buono. Qui si trovan risi, gengevo, porci, capre, galline e altre cose. È di sopra dell’equinoziale verso il nostro polo gradi otto, e di lunghezza dal nostro partire è 170 gradi, ed è lontano da Zubut circa 50 leghe, e si chiama Chippit. Due giornate di là verso maestro si truova un’isola grande detta Lozon.

Capitolo 18

Dell’isole Caghaian e Pulaoan, e de’ costumi de’ suo popoli. Dell’isola detta Burnei, e d’un presente fatto per quel re.

Partendosi di lì, e drizzandosi fra ponente e garbin, è un’isola non molto grande e quasi inabitata. Le genti di quest’isola sono mori, e sono stati banditi da un’isola detta Burnei. Vanno nudi come gli altri; hanno cerbottane. con carcassi attaccati allato, pieni di freccie venenate con una certa erba, le quali tirano con dette cerbottane Hanno pugnali con il manico d’oro e con pietre preziose, lancie, targhe, corazze fatte di cuoio di buffolo. In quest’isola si truovano poche vettovaglie; ha gli arbori grandissimi. È di sopra l’equinoziale sette gradi e mezzo, e da Chippit quaranta leghe, e si chiama Caghaian.

Lontan da questa isola circa 25 leghe tra ponente e maestro, trovarono una isola grande nella quale era riso, gengevo, porci, capre, galline, fichi lunghi mezzo braccio e grossi come un braccio, molto buoni, altri lunghi un palmo e minori, ma migliori che li sopradetti, coches, batates, canne dolci di zucchero, alcune radici da mangiare che somigliano le rape, li risi cotti sotto il fuoco in alcune canne over legno, i quali diventan più duri che quelli che si cuocono nella padella di terra sopradetta. Questa terra potevan chiamar terra di promissione, perché, se non l’avessero trovata, averiano patito grandissima fame. Andati a trovar il re, quello fece pace e amicizia con li nostri, ferendosi un poco con un suo coltello nel petto, e col sangue si toccò la lingua e il fronte per segno di più vera pace, e così fecero li nostri. Questa isola è verso il nostro polo gradi 9 e un terzo sopra la linea dell’equinoziale, e 179 gradi e un terzo di lunghezza dal nostro partire, e si chiama Pulaoan.

Li popoli di Pulaoan vanno nudi come fanno gli altri, e quasi tutti lavorano la terra. Questi tirano con cerbottane e alcune freccie di legno, lunghe più d’un palmo, con alcuni rampini e spine per punta, venenate con certa loro erba. Hanno ancora canne apuntate e con uncini venenate, e nel capo, in luogo di penne, pongono un certo legno molle. Fanno grande stima di anelli, catenelle d’ottone, sonagli, paternostri, fili di rame, per legar li lor ami da pescare. Hanno alcuni galli molto grandi e domestici, li quali non mangiano per cagion di certa lor superstizione; alcune volte li fanno combattere un con l’altro, e ciascun mette il suo, e quello del qual è il gallo vittorioso guadagna il prezio. Fanno vino di riso distillato, maggiore al gusto e miglior di quel che si fa di palma.

Lontan da questa isola dieci leghe verso garbino, viddero una isola, e costeggiandola pareva alcuna volta che montasse. Entrati dentro al porto, sopravenne un tempo molto tempestoso e oscuro, ma vedute le fiamme di quelli 3 santi sopra le gabbie, subito cessò. Dal principio di questa isola fino al porto sono 5 leghe. Il giorno seguente, che fu alli 9 di luglio, il re di questa isola, detta Burnei, mandò loro un legno chiamato da questi della isola prao, il qual è fatto come una fusta molto bella, lavorata nella prua e poppe con oro, e avea sopra la prua una bandiera bianca e azurra, e in cima di quella un pennacchio di penne di pavone; alcuni che erano sopra sonavano flauti e tamburi. Con questo prao vennero duoi altri legni chiamati almadie, che son fatte come due barche da pescare, e otto uomini principali entrarono nelle navi delli nostri, i quali fecero sedere sopra un tapeto nella poppe, dove presentarono alli nostri un vaso fatto di legno, tutto dipinto, pien di bettre e areca, che è un frutto che tengono in bocca a masticar, con fiori di gielsomini e d’aranci: e il vaso era coperto d’un drappo di seta gialla. Gli donarono anche due gabbie piene di galline, un paio di capre, 3 vasi pieni di vin fatto di riso a lambicco, e altri fasci di canne dolzi di zucchero, e altretanto donarono all’altra nave; e avendo abbracciati li nostri, presero licenza. Il vin di riso è chiaro come acqua, ma tanto grande nel gusto che molti, bevendone, si imbriacarono: e lo chiamano in la loro lingua arach.

Capitolo 19

D’un altro presente fatto alli nostri per il detto re, e quello che i nostri presentorono al re, alla regina e suoi principali, e con qual cerimonie. Della magnifica e pomposa residenzia del re, e del suo vivere. Descrizione della città di Burnei.

Sei giorni dopo il re mandò un’altra volta tre prai con gran pompa, sonando flauti, tamburi e cembali d’ottone; e circundando la nave nostra facevan riverenza, con alcune berrette di tela che cuoprono solamente la metà della testa. Li nostri gli salutarono scaricando bombarde senza pietre. Dapoi appresentarono alli nostri diverse vivande fatte di risi solamente, alcune poste in foglie fatte in pezzi alquanto lunghe, altre grandi come è fatto un pan di zucchero, altre come sono tortelli; e appresso dettero uova e mele, e dissero come il re era contento che prendessero acqua e legne, e che contrattassero con li suoi a loro buon piacere. Udendo questo, otto de’ nostri montarono sopra un prao e portarono un presente al re, che fu una vesta di velluto verde alla turchesca, una catedra coperta di velluto pavonazzo, cinque braccia di panno rosso, una berretta rossa, un vaso di vetro col suo coperchio, cinque quinterni di carta, un calamaro dorato; alla regina tre braccia di panno giallo, un paio di scarpe inargentate, un vasetto pieno di aghi; al governatore tre braccia di panno rosso, una berretta e una tazza d’argento; al principal che era venuto col prao donarono una vesta di panno rosso e verde alla turchesca, e un quinterno di carta; agli altri sette un pezzo di tela, e una berretta, e un quinterno di carta: e così partirono per andar a trovar il re.

Come furono approssimati alla città, stettero circa due ore nel prao. In questo mezzo vennero duoi elefanti coperti di seta e 12 uomini, ciascun con un vaso di porcellana in mano, il qual era coperto di seta, per portar li presenti. Dapoi montarono li nostri sopra gli elefanti, e li 12 gli andavano avanti, con li presenti posti nelli vasi: e così andarono fin alla casa del governatore, nella qual fu dato lor una cena di molte vivande. La notte dormirono sopra mattarassi fatti di cotone.

Il giorno seguente stettero in casa fino ad ora di mezzodì, poi, venuti gli elefanti, montarono sopra quelli e andarono al palazzo del re, andandoli sempre avanti li 12 uomini con li presenti, come avean fatto il giorno precedente fino alla casa del governatore. Tutta la strada ove passavano era ripiena di uomini armati con spade, lancie e targhe, perché così avea comandato il re. Giunti al palazzo, entrarono nella corte di quello sopra gli elefanti, dove smontati andarono per alcuni gradi, accompagnati dal governatore e altri principali, in una sala grande, piena d’uomini che parevan di conto, ove sedettero sopra un tapeto, con li presenti posti nelli vasi appresso di loro. In capo di questa sala ne è un’altra, ma più alta e un poco minore, ornata di panni di seta, ove si apersero due finestre le quali erano serrate con alcune cortine di panno di seta, dalle quali viene il lume nella detta sala, nella qual si vedevan trecento uomini, che stavan in piedi con uno stocco in mano appoggiato sopra la coscia: e questi stanno in quel luogo per guardia del re. In capo della detta sala minore è una gran fenestra, dalla quale si levò una cortina fatta di broccato d’oro, e per quella si vidde il re, che sedeva a tavola con un suo figliuolo e masticava bettre, e dietro di lui non erano altro che donne. Allora il principal disse alli nostri che non potevano parlar al re, ma che, se volevan alcuna cosa, la dicessero a lui, perché esso la diria poi ad un de’ più principali, e quello poi ad un fratello del governatore, il qual è in quella sala minore, e poi il detto la diria per una cerbottana, la qual metteria per la sfenditura del muro, ad un che è dentro dove è il re. Poi il detto principale insegnò alli nostri che dovessero far tre riverenze al re, con le mani alzate e congiunte insieme sopra la testa, alzando similmente li piedi, ora uno ora l’altro, e poi baciarsi le mani. Fatte che ebbero quelle riverenze regali, li nostri dissero che erano uomini del re di Spagna, che volevan pace con lui, e che non domandavano altra cosa se non di poter contrattar con loro. Il re fece lor rispondere che poi che ‘l re di Spagna voleva esser suo amico, che egli era contentissimo di esser similmente suo, e che si fornissero di acqua e legne e che facesser le loro mercanzie. Poi li nostri gli dettero li presenti, faccendo a ciascuna cosa un poco di riverenza con la testa, e il re fece dar a ciascuno delli nostri un pezzo di broccatello fatto d’oro e di seta, e misongli questi panni sopra la spalla sinistra e poi gli levaron via.

Fu portata poi una collazion di garofani e cannella con zucchero, la qual finita di mangiare, le cortine subito furono tirate e le finestre serrate. Tutti gli uomini che erano in quelle sale aveano un drappo di seta, chi d’un colore e chi d’un altro, intorno alle parti vergognose, e alcuni aveano pugnali col manico d’oro ornato di perle e pietre preziose, con molti anelli nelle mani. Li nostri, discesi dal palazzo e montati di nuovo sopra gli elefanti, ritornarono alla casa del governatore: e otto uomini gli andavano avanti, con li presenti ch’el re aveva loro fatto. E giunti a casa, dettero a ciascun de’ nostri il lor presente, mettendoglielo sopra la spalla sinistra, e li nostri donarono alli prefati per lor fatica un paio di coltelli per uno. Dapoi vennero nove uomini alla casa del governatore, carichi con un piatto ciascun di loro da parte del re, e in ciascun piatto erano 10 o 12 scodelle di porcellana piene di carne di vitello, capponi, galline, pavoni e altri uccelli, e di pesce; e venuta l’ora della cena, sedendo sopra una bellissima stuora di palma, mangiarono da 30 in 32 sorti di vivande fatte di diverse carni, e pesce acconcio con aceto, e altre cose. Bevettero ad ogni una di dette vivande, con un vasetto fatto di porcellana che non era maggiore della grandezza d’un ovo, vin distillato a lambicco. Vi furono portate ancora vivande concie con tanto zucchero, che le mangiavano con cucchiari d’oro fatti come sono li nostri. Nel luogo ove dormirono due notti, erano due torcie grandi di cera sempre accese, sopra duo candellieri d’argento un poco rilevati, e due lampade grandi piene di olio similmente accese, e uomini che le governavano. Li nostri vennero sopra gli elefanti fino alla riva del mare, ove erano duo prai, li quali li condussero fino alle navi.

Questa città è tutta fondata in acqua salsa, salvo la casa del re e di alcuni principali, e sonvi da 20 in 25 mila case: le case sono tutte di legno, edificate sopra pali grossi rilevati da terra. Quando il mar cresce, le femmine vanno con alcune barche piccole vendendo per la città le cose necessarie al vivere, fino alla casa del re, la qual è fatta di muri di alcuni quadroni grossi, con li suoi barbacani a modo di una fortezza. Questo re è moro e si chiama raia Siripada: è molto grasso, e di età di anni quaranta, e non tiene alcuno al suo governo in casa se non donne e figliuole de’ suoi principali, e non si parte mai del palazzo se non quando va a caccia over alla guerra, né alcun mai gli può parlare se non con una cerbottana, per maggior riputazione. Tiene a’ suoi servizii dieci scrivani, i quali scrivono tutte le sue cose sopra alcune scorze d’arbori, le quali sono molto sottili: e li detti si chiamano chiritoles.

Capitolo 20

Della città di Lao. Descrizione delle barche dette giunchi, e della porcellana. Della moneta di quei Mori, detta picis, e certi pesi. Come quel re ha due perle grosse come ovi di galline.

Lunedì da mattina, alli 29 di luglio, viddero venir li nostri contra di loro più di cento prai, divisi in tre squadre, con altretante barche piccole, che chiamano tunguli. Quando viddero questo, pensarono di qualche gran tradimento e alzarono le vele più presto che fu possibile: e tanta fu la fretta che lasciarono un’ancora. E molto più dubitarono di esser messi in mezzo d’alcune barche che chiaman giunchi, le quali il giorno avanti erano venute lì, per la qual cosa subito si drizzarono contra li detti giunchi, e ne presero quattro, dove furon morte assai persone, e quattro se ne fuggirono in terra. In un di questi giunchi che presero era il figliuolo del re di Lozon, il qual era capitan generale di questo re di Burnei, ed eran venuti con questi giunchi da una certa città grande detta Lao, la qual è al capo di questa isola di Burnei, verso la Giava maggiore, e l’avevano ruinata e messa a sacco. Giovan Carnai, nostro pilotto, lasciò andar il detto capitano col suo giunco, contra il voler de’ nostri, per certa quantità d’oro, come dopo si seppe. Se non avesse lasciato il detto capitano, il re averia dato alli nostri ogni cosa che avessero dimandato, per esser capitano molto stimato in tutte quelle parti, e massimamente dalli Gentili, che sono nimicissimi a questo re moro. Delli quali Gentili vi si truova una città grande, e molto maggiore di quella de’ Mori, parimente fondata in acqua salsa. E per queste nimicizie questi duo popoli combattono alcune volte insieme, e li re sono obligati di ritrovarsi in ogni zuffa. Il re de’ Gentili è così potente com’è il re moro, ma non tanto superbo, ed è di natura più umano, e facilmente si convertiria alla fede di Cristo.

Quando il re moro intese come erano stati trattati li suoi giunchi, ci mandò a dire per un de’ nostri che era in terra che li prao non venivano per farne dispiacere, ma andavano contra li Gentili: e per farne chiari di questo, ne fece mostrar le teste d’alcuni morti, e dissero che erano de’ Gentili. Li nostri mandarono a dire al re che gli piacesse di lasciar venir via duoi uomini loro, che erano restati nella città per cagione di mercanzie, e tra gli altri il figliuol di Giovan Carnai; ma egli non volse, e per questa cagione Giovan Carnai lasciò andar il capitan preso, che abbiamo detto di sopra, per riaver suo figliuolo.

Queste barche dette giunchi sono fatte in questo modo: duo palmi sopra acqua sono fatte d’asse d’un legno simile al larice, poi d’intorno serrate similmente di legno; di sopra vi mettono assai canne all’intorno, e uno di questi giunchi porta tante cose quante una grossa barca; da una parte e dall’altra hanno canne grossissime per contrapeso. L’arboro della barca è di una canna grossa, e la vela fatta di scorzi d’alberi messi insieme, di forma tonda.

La porcellana è una sorte di terra bianchissima, la quale sta cinquanta anni sotto terra avanti ch’ella si possa metter in opera, altramente non saria sì fine. Il padre la sotterra per il figliuolo. Se si mette veneno in alcun vaso di porcellana che sia fino, subito si rompe. La moneta che fanno li Mori in queste parti è di metallo bucato nel mezzo per infilzarlo, e ha solamente da una parte quattro segni, che son quattro lettere del gran re della China, il qual è in terra ferma. E la moneta si chiama picis, e per un catil, che vuol dir due libbre, d’argento vivo, danno sei scodelle di porcellana, e per un catil di metallo danno un vaso di porcellana, e per tre coltelli un vaso di porcellana, e per un quinterno di carta cento picis, e per cento e sessanta catil di metallo danno un bahar di cera (un bahar è dugento e tre catil), e per ottanta catil di metallo un bahar di sale, e per quaranta catil di metallo un bahar di anime, che è una specie di gomma per acconciar li navili, perché in queste parti non si truova pece. In queste parti si apprezza metallo, argento vivo, vetro, cinaprio, drappi di lana e di tela, e qualunche altra mercanzia, ma sopra tutto il ferro.

Questi Mori vanno nudi come vanno gli altri, e da quelli intesero li nostri come in alcune sue medicine, le quali poi beono, adoperano l’argento vivo: e gli ammalati lo prendono per purgarsi, e li sani per mantenersi in sanità. Questo re di Burnei ha due perle grosse come duo ovi di gallina, e così ritonde che, poste sopra una tavola piana, non possono star ferme.

Capitolo 21

Di alcuni costumi di questi Mori. Della canfora, e molti frutti e animali che nascono in detta isola, e come nasce detta canfora. Dell’isola detta Bibalon, e un’altra detta Cimbubon. Di un arbore le cui foglie, quando cascano, camminano come se fussero vive.

Questi Mori adorano Macometto e osservano la sua legge. Non mangiano carne di porco. Quando voglion farsi netti e lavarsi le parti di dietro, adoperano la man sinistra, benché alcuna volta adoperino ancora la destra: ma dipoi con quella non si toccheriano né li denti né la bocca per cosa alcuna; e volendo orinare si mettono in forma di sedere. Non ammazzeriano una gallina né una capra, se prima non parlano al sole: tagliano alla gallina la punta dell’ala e gliela mettono sotto i piedi, poi la dividono per mezzo. Non mangiano mai alcuna carne d’animale se non è morto allora. Sono circuncisi come giudei.

In questa isola nasce canfora, ch’è una specie di gomma, che distilla da un arbore il qual si chiama capar. Vi nasce ancora cannella, gengevo, mirabolani, naranci, limoni, zucchero, melloni, cocomeri, zucche, ravani, cipolle, porci, capre, galline, cervi, elefanti, cavalli e altre cose. Questa isola di Burnei è tanto grande che, a volerla circondar con un prao, si staria tre mesi. È sopra la linea dell’equinoziale verso il nostro polo gradi cinque e un quarto, e di lunghezza dal nostro partire gradi 176 e duoi terzi.

Partendosi da questa isola, ritornarono indietro per voler acconciare una nave che faceva acqua; e l’altra nave, per cagione del pilotto, stette in pericolo di rompersi sopra alcune secche d’una isola detta Bibalon: ma con lo aiuto d’Iddio fu riscattata. Seguendo poi il loro cammino, viddero un prao, il qual presero: ed era carico di coche, che portavano a Burnei. Gli uomini se ne fuggirono notando in una isola vicina.

Ad un capo della isola di Burnei, oltra della sopradetta, si truova una isola detta Ciumbubon, il qual è sopra l’equinoziale gradi otto e minuti sette, dove si trovò un porto atto per acconciar la nave: e per questa cagione entrarono dentro, e non avendo le cose necessarie per acconciarla, fu necessario dimorar in quel luogo quaranta giorni. Ed ebbero grandissime fatiche ciascun di loro, ma la maggiore fu riputata l’andar nelli boschi a far legne, non avendo alcuno in piede scarpe, che per la lunghezza del tempo l’avevan tutte consumate. In questi boschi trovarono porci cinghiali, delli quali ne ammazzarono uno e lo portarono alla nave.

In questo tempo che stettero qui, passarono con un battello in un’altra isola, dove erano animali come cocodrilli grandi, e avevan la testa lunga due palmi e li denti grandi, e vivono così in terra come in mare. Presero anche ostriche di diverse sorti, ma tra le altre ne trovarono due: la carne che era in una pesò 25 libbre, e l’altra 44. Fu preso un pesce che aveva la testa come un porco e due corna; tutto il resto del corpo era di un osso solo, con un dorso di sopra fatto come una sella, la qual era picciola. Ancora in quel luogo trovarono un arbore che aveva le foglie le quali, come cadevano in terra, camminavano come se fussero state vive: queste foglie sono molti simili a quelle del moro; hanno da una parte e dall’altra come duoi piedi, corti e appuntati, e schizzandoli non vi si vede sangue. Come si tocca una di dette foglie, subito si muove e fugge. Antonio Pigafetta ne tenne una in una scodella per otto giorni, e quando la toccava andava atorno atorno la scodella: e pensava ch’ella non vivesse d’altro che di aere.

Capitolo 22

Di alcune isole, cioè Caghaian, Zolo, Taghima, Monoripa. Di duoi villaggi, Cavit e Subanin. Dell’arbore della cannella, e della città detta Lentava.

Quando furono partiti da questo porto, verso il capo dell’isola di Pulaoan incontrarono un giunco, il qual veniva dall’isola di Burnei, ed eravi dentro il governatore di Pulaoan: gli fecero segno che calasse la vela, e non lo volendo fare, lo presero per forza. Il governatore promise loro che, se volevano liberarlo, donarebbe in termine di sette giorni quattrocento misure di risi, venti porci e venti capre e 150 galline: la qual cosa fece, e li presentò coche, fichi, canne di zucchero, vasi pieni di vin di palma e altre cose. E quando li nostri viddero questa liberalità, gli restituirono alcuni pugnali e archi di legno; appresso gli donarono un fazzuol da mettersi in capo, una vesta di panno giallo e cinque braccia di tela. Ad un suo figliuolo donarono una cappa di panno azurro, e al fratello del governatore una vesta di panno verde e altre cose: e si partirono amici.

E tornarono al diritto dell’isola di Caghaian, che è il porto di Chippit, e lì presero il cammino alla quarta di levante verso sirocco, per trovar l’isole Molucche. E passarono non troppo lontano d’alcune montagne, appresso le quali trovarono il mar pieno d’erbe grandissime, le quali nascevano nel fondo e venivan fino alla superficie dell’acqua. Dapoi scoprirono due isole verso levante, dette Zolo e Taghima, appresso le quali intesero che si trovavano perle. Queste due isole sono al presente del re di Burnei, li quali acquistò in questo modo, come gli fu racconto. Detto re prese per moglie la figliuola del re Zolo, la quale un giorno gli disse come suo padre aveva due perle grossissime. Il che udito dal re di Burnei, deliberò di volerle avere, e una notte messe insieme cento di quelli loro navili che chiamano prao, venne a Zolo e prese il re, con duoi suoi figliuoli, e gli condusse prigioni in Burnei: dove, volendosi liberare con li figliuoli, fu forza che gli donasse le perle, e appresso ancora la signoria dell’isole sopradette.

Poi passarono verso levante, alla quarta di greco, fra alcuni villaggi detti Cavit e Subanin, e una isola abitata detta Monoripa, lontana dalle montagne leghe dieci. Le genti di quelle hanno le lor case in barche, e non abitano altramente. In queste ville di Cavit e Subanin nasce la miglior cannella che si possa trovare, e sono nell’isola di Bathuan e Calaghan. Volsero dimorar in quel luogo duoi giorni per caricar le navi, ma, avendo buon vento per passar una punta e certe isole, lasciarono di caricare e fecero vela. Ebbero ventisette libbre di cannella per cambio di duoi coltelli. L’arbore della cannella è alto, e ha da tre in quattro rami, lunghi un cubito e grossi come un dito, e ha la foglia come quella del lauro: e la scorza di detto arbore è la cannella, e si coglie due volte l’anno. E chiamasi la cannella in lingua loro caumana, perché cau vuol dir legno, e mana dolce.

Pigliando il lor cammino verso greco, andarono ad una gran città detta Mangdando, la qual è posta sopra l’isola di Buthuan e Calaghan, per aver qualche nuova delle Molucche. E presero per forza un prao, e ammazzarono sette uomini, e undici restarono prigioni delli principali di Mangdando, tra li quali era un fratello del re, dal quale intesero verso dove erano le Molucche: e per questo lasciarono la via verso greco e si voltarono verso quella di sirocco. E appresso un capo di questa isola di Buthuan e Calaghan, gli fu referito per cosa vera che alla ripa d’un fiume abitavano uomini pelosi, e alti di statura, e valenti nel combattere con archi e spade di legno larghe un palmo: e come ammazzavano gli uomini, gli mangiavano subito il cuor crudo, con succo di naranci e limoni. Questi uomini pelosi si chiamano Benaian. Quando presero la via verso sirocco, erano sei gradi e sette minuti sopra l’equinoziale verso l’artico, e trenta leghe lontan da Cavit.

Capitolo 23

Di molte altre isole, cioè Ciboco, Birambota, Sarangani, Candigar, Ceana, Canido, Cabiao, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza e Sanghir, qual isola di Sanghir ha quattro re, e dell’isola detta Lentava.

Andando verso sirocco, trovarono quattro isole: Ciboco, Birambota, Sarangani, Candingar. Alli 28 di ottobre, costeggiando l’isola di Birambota, gli assaltò una fortuna oscurissima, con vento e mare grandissimo: e fatte orazioni, gli apparvero le fiamme sopra le gabbie delle navi, e subito cessò la oscurità, per il che fecero voto di far libera una schiava per onor di santa Elena, san Nicolò e santa Chiara. Passata la fortuna, proseguirono il lor cammino ed entrarono in un porto posto nel mezzo dell’isola Sarangani, ove intesero trovarsi oro e perle. Gli abitatori sono gentili, e vanno nudi come fanno gli altri. Questo porto è sopra l’equinoziale cinque gradi e nove minuti, e lontano da Cavit cinquanta leghe.

In questo porto stettero un giorno, e presero per forza duo pilotti, che insegnassero loro il cammino verso le Molucche, li quali poi furono contenti di menarli alle dette isole. E partiti di lì a l’ora di mezzodì, passarono fra otto isole, parte delle quali erano abitate e parte deserte, le quali chiamano Ceana, Canido, Cabiaio, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza. E proseguirno tanto il cammino, che arrivarono ad una isola detta Sanghir, la qual è posta nella fin di queste isole, molto bella a vedere. E perciò che avevano vento contrario, non poteron passare oltra una punta della detta isola, e però andarono volteggiando di qua e di là d’intorno a quella. E un di quelli pilotti che avevano preso nel porto di Sarangani, e col fratello del re di Mangdando con un suo figliuolo, si fuggirono la notte notando a questa isola; ed essendo il figliuol piccolo, e non si potendo tener fermo sopra le spalle del padre, affogò. Li nostri, perché non poteron passare la detta punta, passarono di sotto dell’isola, dove trovarono molt’altre isole. Questa isola di Sanghir per esser grande ha quattro re, e li popoli son gentili; ed è posta tre gradi e mezzo sopra l’equinoziale verso il polo artico, e venticinque leghe lontana da Sarangani.

Faccendo questo cammino, passarono appresso cinque isole, delle quali una si chiama Lentava, lontana dieci leghe da Sanghir, e ha un monte molto alto, ma non largo; ha un re. Tutte queste sono abitate da Gentili. E alli sei di novembre discoprirono quattro isole alte verso levante, lontane dalle sopradette isole quattordici leghe. Il pilotto che era restato disse che queste quattro isole erano le Molucche: la qual cosa intesa dalli nostri, ringraziarono Iddio, e per l’allegrezza che avevano scaricarono tutta l’arteglieria. E non è da maravigliarsi se erano tanto allegri, perché erano passati ventisette mesi manco duoi giorni che l’andavano cercando. In tutte queste isole, fino alle Molucche, il minor fondo che trovassero era di cento e due braccia, che è tutto il contrario di quello che dicevano li Portoghesi, che non vi si poteva navigare per la gran bassezza e secche, e per la oscurità che le nebbie faceano nel cielo: le quai cose erano tutte finte da loro acciò che gli altri non vi andassero.

Capitolo 24

Come giunsero a Tidore, una dell’isole Molucche, e della grata accoglienza che fece il re di Tidore alla armata. Del presente che fecero i nostri al re, al suo figliuolo e suoi principali.

Alli otto di novembre 1521, tre ore avanti che ‘l sol levasse, entrarono nel porto di una isola chiamata Tidore, e al levar del sole, appressandosi a terra venti braccia, discaricarono tutte le bombarde. Fatto il giorno, il re venne in un prao alla nave e dette una volta all’intorno; subito li nostri in battelli l’andarono a rincontrare per onorarlo. Il re fece montar li nostri nel suo prao e sedere appresso di sé, ed egli sedea sotto una cortina di seta, che gli stava di sopra e d’intorno. Davanti di lui stava in piedi un de’ suoi figliuoli con una bacchetta regale in mano, e duoi altri uomini di conto tenevano duoi vasi dorati per dargli l’acqua alle mani, e duoi altri erano con due cassette dorate piene di bettre. Il re, voltato alli nostri, disse che fussero li ben venuti, e che già molto tempo aveva veduto in sogno come alcune navi di lontan paese venivano alle Molucche, e che per meglio certificarsi di questo aveva riguardata la luna, nella quale aveva veduto come le dette navi venivano, e che noi eravamo quelli. Dette queste parole, li nostri invitarono il re a venir a vedere le nostre navi, il qual molto volentieri vi venne, dove da tutti gli furono baciate le mani. Poi fu condotto sopra la poppa, dove sopra una sedia coperta di velluto rosso fu fatto sedere, e messongli in dosso una vesta di velluto giallo; e per fargli maggior onore, li nostri sedettero da basso appresso di lui.

Poi il re cominciò a dire che egli e tutto il suo popolo volevano esser veri amici e fedelissimi al re di Spagna, e che egli accettava li nostri come se fussero suoi figliuoli, e che dovessero smontar in terra come fariano in loro case proprie, e che per lo avenire quella isola non si chiameria più Tidore ma Castiglia, per il grande amore che portava al re loro, il qual reputava suo signore. Li nostri, udite queste parole, ebbero grandissima allegrezza, e gli donarono un presente, che fu la detta vesta e la sedia di sopra, e una pezza di tela sottilissima, quattro braccia di panno di scarlatto, un saion di broccatello, un pezzo di damasco giallo, alcuni drappi venuti d’India, lavorati di seta e d’oro, una pezza di tela bianchissima di quelle che vengon di Cambaia, sei filze di paternostri cristallini, dodici cortelli, tre specchi grandi, sei paia di forbici, sei pettini, alcuni bicchieri dorati e altre cose; al figliuol del re un panno d’India lavorato d’oro e di seta, uno specchio grande, una berretta, duoi coltelli; a nove altri uomini principali un panno di seta, una berretta e duoi coltelli per ciascuno; e a molti altri una berretta e un coltello. E li nostri andavano tanto donando, che ‘l re comandò lor che dovessero cessar di donar più. E voltandosi alli nostri disse, per ricompensa di tanta umanità e gentilezza, non sapeva che maggior cosa potesse mandar a donar al re di Spagna, se non gli mandava la sua propria persona. Poi pregò li nostri che con le navi venissero più vicini alla città, e ordinò che se alcun di notte se approssimasse alle lor navi, che lo dovessero ammazzare con gli schioppi.

Questo re è moro e ha più di cinquantacinque anni, è di una bella statura e di presenza regale, e dicono ch’egli è grandissimo astrologo. Quando venne a trovar li nostri, aveva per suo vestimento una camicia di tela sottilissima, e all’intorno di quella e delle maniche erano lavori molto ricchi, tutti fatti di oro e agucchia, e dalla cintura fino in terra era coperto con un drappo bianco; era scalzo, aveva sopra il capo un velo di seta, a modo d’una mitria, tutto lavorato di fiori. Ha nome raia sultan Mauzor.

Capitolo 25

L’isole ove nascono i garofani: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian e Bacchian; e la causa che mosse Hernando Magaglianes a cercar l’isole delle Molucche; e del presente fatto per li nostri al figliuolo del re di Tarenate.

Alli 10 di novembre questo re domandò alli nostri quanto tempo era che si erano partiti di Spagna, e che volea aver cognizion delli nostri costumi; pregò che gli mostrassero la moneta che usavano, e le misure e pesi, e se avevano alcun ritratto del re di Spagna, e gli dessero ancora la bandiera regale, perché per lo advenire quella isola e un’altra detta Tarenate, delle quali voleva far signore un suo nepote detto Colavoghapia, amendue sariano sotto il reame di Castiglia, e che sempre gli sarà fedele e per onor di sua Maestà combatteria fino alla morte, e quando non potesse resistere, se ne anderia in Spagna con tutti li suoi in una di quelle sue barche. Queste parole udite dalli nostri furono di grandissimo piacere, per la qual cosa fecero di nuovo una bandiera regale con l’arme di Castiglia. Poi il re pregò li nostri che gli lasciassero qualcuno de’ loro, acciò che avesse più spesso in memoria il re di Spagna, promettendogli che sariano ben trattati, né gli mancaria cosa alcuna, né gli saria bisogno di far mercanzia. Questo re di Tidore volse che li nostri andassero ad una isola prossima, detta Bacchian, per fornir di caricar le navi più presto di garofani, perciò che quelli che avea detto re non erano tanti che fussero bastanti per due navi; ma quelli della detta isola non volsero contrattare in quel giorno, perché era il giorno della loro festa, la quale sempre viene in venerdì.

L’isole ove nascono li garofani sono cinque: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian, Bacchian. Tarenate è la principale, e quando un re vecchio vivea, era quasi signor di tutte. Tidore, dove allora erano li nostri, ha il suo re. Mutir e Macchian non hanno re, ma si governano a popolo. Quando il re di Tidore e quelli di Tarenate hanno guerra insieme, queste due sopradette gli servono di gente di guerra. L’ultima, che è Bacchian, ha re. Tutta questa provincia over regione, ove nascono garofani, si chiama le Molucche.

In questo luogo intesero come un Francesco Serrano portoghese, essendo passato a queste isole per la via di levante, per la qual navigano li Portoghesi, per esser valente e di buon intelletto, s’era fatto capitano del re di Tarenate, e con le forze di quello avea constretto il re di Tidore a dar una sua figliuola per moglie al detto re di Tarenate, e appresso tutti li figliuoli de’ principali di Tidore per ostaggi. Dipoi fatta la pace tra questi duoi re per mezzo del detto matrimonio, par che un giorno Francesco Serrano andasse in Tidore per comperar garofani, e il re lo fece avvelenare con foglie di bettre, le quali usano a masticare; e volendolo far sepelire a modo della lor legge, li servitori, ch’erano cristiani, non lo permisero, ma volsero essi far questo ufficio. E non era se non sette mesi che questa cosa era accaduta, quando li nostri giunsero in queste parti. Di questo Francesco, il qual avea preso moglie nell’isola della Giava maggiore, erano restati un figliuolo e una figliuola, e 200 bahar di garofani. E perché era grande amico e parente del capitano general Hernando Magaglianes, fu causa che ‘l detto capitano si movesse a pigliar questa impresa di venire a cercar queste isole, perché, essendo detto Francesco capitano di questo re delle Molucche, avea spesse fiate scritto al detto che si trovava in quelle parti, invitandolo a dovervi andare. Ed essendo il prefato Hernando Magaglianes molto mal satisfatto dal re di Portogallo don Emanuel, percioché pretendeva, per le fatiche fatte nelle navigazioni nelle parti d’India in levante, dover aver maggior premii da sua Maestà di quelli che gli erano dati, vedendo non esser remunerato, come uomo che avea animo generoso, si partì di Portogallo e venne in Castiglia all’imperadore, dove, conosciuto d’ottimo ed elevato intelletto, e che sapeva render buon conto d’ogni luogo dove era stato, ottenne da sua Maestà ciò che egli seppe domandare, che fu che gli armasse navilii per venir per la via di ponente a trovar queste isole Molucche. Non passarono molti giorni dipoi la morte di Francesco Serrano che ‘l re di Tarenate, chiamato raia Abuleis, il qual avea maritato una sua figliuola al re di Bacchian, avendo avuto guerra con quello, e saccheggiatolo del tutto, fu avvelenato da sua figliuola, moglie del detto re di Bacchian: costei era andata a trovar il padre sotto pretesto di voler far pace. Di questo re restarono nove figliuole principali.

Alli 11 di novembre un delli figliuoli del re di Tarenate, nominato Checcile Derois, accompagnato da due di quelle loro barche dette prao, venne a trovar le nostre navi, sonando cembali, ed era vestito di velluto rosso: ma non volse allora entrar nella nave. Costui avea in suo poter la moglie e figliuoli di Francesco Serrano. Quando li nostri il viddero e intesero chi era, mandarono a dir al re di Tidore se essi lo doveano ricevere o no, percioché erano nel suo porto; il re rispose che facessero come meglio pareva loro. In questo mezzo il figliuol del re di Tarenate, avendo qualche sospetto, si discostò alquanto dalla nave, per la qual cosa li nostri l’andarono a trovare con li battelli, e gli presentarono un drappo lavorato d’oro e di seta, fatto in India, con alcuni coltelli, specchi, forbici: esso prese queste cose con un poco di disdegno. Costui avea in sua compagnia un giudeo fatto cristiano, nominato Emanuel, il qual era servidor d’un Pietro Alfonso di Olorosa portoghese, il qual Pietro, dopo la morte di Francesco Serrano, era venuto d’una isola detta Bandan a Tarenate. Il servidor, perché sapeva parlar portoghese, entrò nella nave e disse che, ancor che ‘l re di Tarenate fusse nimico del re di Tidore, nondimeno era sempre pronto a far ogni servizio che potesse al re di Spagna. Li nostri, fattogli carezze assai, scrissero una lettera al suo padrone Pietro Alfonso, e gli dissero che dovesse venir a vedergli senza alcuna dubitazione.

Capitolo 26

De’ costumi del re di Tidore. D’un’isola detta Gilolo, e del re e popoli suoi. Come li nostri barattavano le mercanzie a garofani. Dell’isola detta Mutir.

Questo re di Tidore tien tante femmine quante gli piace, ma sempre n’ha una per principale, alla qual tutte l’altre obbediscono; e ha una casa grande fuor della città, con li suoi giardini, dove abitano 200 delle sue femmine e damigelle con la principale, e altretante femmine vi stanno per servirle. Quando il re mangia, mangia o solo o con la principale in un luogo eminente, come saria un tribunale, donde può veder tutte le dette femmine, che gli stanno all’intorno in piedi, e comanda a quella che più gli piace che vada quella notte a dormir seco. Compita la cena, se esso comanda loro che mangino insieme, esse lo fanno, se non, ciascuna va a cenar nella sua camera. Nissun senza licenzia del re le può vedere, e se alcuno è trovato di giorno o di notte appresso la casa del re, è subito morto. Ciascuna famiglia è tenuta dare al re una o due delle sue figliuole. Questo re ha 26 figliuoli, otto maschi e l’altre femmine.

All’incontro di questa isola di Tidore è un’altra grande isola nominata Gilolo, abitata da Mori e Gentili. Fra li Mori sono duoi re, come ne fu referito da questo re, delli quali uno avea 600 figliuoli tra maschi e femmine, e l’altro 650. Li Gentili non tengono tante femmine, né vivono con tante superstizioni, come fanno li Mori, ma adorano la prima cosa che scontrano la mattina come escono di casa per tutto quel giorno. Il re delli Gentili si chiama raia Papua: è molto ricco d’oro, e abita nella detta isola di Gilolo, nella qual nascono canne grosse come la gamba, piene d’acqua molto buona da bevere, e vi se ne truovano molte.

Alli 12 di novembre il re di Tidore fece metter ad ordine una casa nella città, dove li nostri potessero portar le loro mercanzie: i quali la impierono tutta, e subito cominciarono a contrattare in questo modo. Per dieci braccia di panno rosso assai buono aveano in cambio un bahar di garofani, e sono quattro cantari e sei libbre (un cantaro è cento libbre); per quindici braccia di panno non tanto buono un bahar; per quindici manarette di ferro un bahar, per trentacinque bicchieri di vetro un bahar; per 17 cathil d’argento vivo un bahar. Tutto ‘l giorno venivano alla nave molte barche piene di capre, galline, fichi, coche e altre cose da mangiare, e tanta quantità ch’era cosa maravigliosa. Fornirono le navi li nostri d’una buona acqua, la qual nasce calda, ma stando fuori della fontana un’ora diventa freddissima: e nasce il fonte dalla montagna ove sono gli arbori de’ garofani.

Alli 13 del detto mese il re mandò un suo figliuolo, detto Mosahat, all’isola di Mutir per aver garofani, accioché più presto potessero caricar la nave. Questi fecero dir al re come gli avean dati a certi mercatanti indiani, e inteso questo, il re volse che li nostri gli dessero duoi uomini, i quali voleva mandar a trovare questi Indiani insieme con sei delli suoi, per far loro intendere come erano uomini del re di Spagna venuti lì. E così li nostri fecero, e gl’Indiani, inteso questo, si maravigliarono grandemente che li nostri avessero fatto sì gran viaggio per quella parte donde erano venuti. Dopo questo, alcuni del re di Tidore, essendo venuti in nave e veduti alcuni porci vivi, che li nostri tenevano per munizione, gli pregarono che gli dovessino ammazzare, che gli dariano in cambio di quelli quante capre e galline volessero; e per aventura, venendo li detti sotto la coperta della nave, ne viddero uno che non era stato morto, e subito si coprirono il viso per non vederlo né sentir il suo odore.

Verso il tardi del detto giorno venne un prao di Pietro Alfonso portoghese, e avanti che egli entrasse nella nave de’ nostri, il re di Tidore lo mandò a chiamare, e con allegro volto gli narrò tutte le nuove de’ fatti nostri, e volse con lui venir alla nave, dove fu dalli nostri abbracciato e carezzato. Detto Pietro disse alli nostri molte cose de’ Portoghesi, e tra l’altre come venivano sino a queste isole a caricar garofani. Dipoi dimorato alquanto si partì, promettendo di voler tornar in Spagna sopra la nave de’ nostri.

Capitolo 27

Dell’isola detta Bacchian, del presente fatto al re di Gilolo, e della grandezza di detta isola. De’ garofani e come nascono. Delle noci moscate e sua descrizione. Della qualità degli uomini e donne di quel paese, e delle lor case.

Alli 15 di novembre il re gli disse come voleva andar a Bacchian a prender garofani lasciati in quel luogo per Portoghesi, e dimandò alli nostri duoi presenti per donar a duoi governatori dell’isola di Mutir per nome del re di Spagna. Ed essendo il detto re sopra la nave e passando dove erano li schioppi, balestre e archi di verzino, che sono il doppio maggiori degli altri, volse tirar duoi colpi di balestra, e gli piacque più che di tirar con gli schioppi. Il sabbato seguente il re di Gilolo moro venne alla nave con molti prao, e dalli nostri gli fu donato un saion di damasco verde, due braccia di panno rosso, specchi, forbici, coltelli, pettini e duoi bicchieri di vetro dorati: il quale, accettati li presenti, con allegro volto disse alli nostri che poi ch’erano amici del re di Tidore, ch’erano similmente suoi, e che gli amava come suoi proprii figliuoli, e che, se mai alcun de’ nostri andasse nelle sue terre, gli faria grandissimo onore. Questo re è molto vecchio e istimato da tutti molto potente, e si chiama raia Lussu. Questa isola di Gilolo è tanto grande che, a volerla circondare con un prao, si staria ben quattro mesi. La domenica mattina questo medesimo venne alla nave, e volse veder tutte l’armi de’ nostri, e come combattevano, e come scaricavano le bombarde, e di quelle prese grandissimo piacere. Il che veduto, si partì, e ci fu detto che ‘l prefato re nella sua gioventù era stato valente combattitore.

Il medesimo giorno Antonio Pigafetta andò in terra per veder come nascevan li garofani, gli arbori de’ quali sono alti e grossi come è un uomo al traverso, e poi si vanno assottigliando; li lor rami si spandono alquanto larghi nel mezzo, ma nella fine sono appuntati. Le foglie sono come quelle del lauro, la scorza è del color dell’oliva. Li garofani nascono nella sommità de’ rami, dieci e venti insieme. Quando li garofani nascono sono di color bianchi, maturi rossi, e secchi negri. Colgonsi due volte l’anno, cioè di dicembre e di giugno, perciò che in questi duoi tempi l’aere è più temperato; ma è più temperato nel dicembre, al tempo di Natale. Quando l’aere è più caldo e manco piove, si coglie 300 e 400 bahares in ciascuna di queste isole; e nascono solamente sopra montagne, e se alcun di questi tali arbori è trasportato in altro luogo, non vive punto. La foglia, lo scorzo e il legno, quando è verde, è così forte come è il garofano; se non sono colti quando sono maturi, diventano tanto grandi e tanto duri che altra cosa di loro non è buona se non la scorza. Non nascono garofani in altro luogo al mondo, per quel che si sappia, se non in 5 montagne delle 5 isole di sopra nominate. Se ne truovan ben alcuni nell’isola di Gilolo, e in un’isola piccola oltra Tidore, e ancora in Mutir, ma non sono buoni come questi delle sopra nominate. Li nostri vedevan quasi ogni giorno come si levava una nebbia, la qual circondava queste montagne di garofani, che è cagion di farli diventar più perfetti. Ciascuno degli uomini di queste isole ha li suoi arbori di garofani, e ciascun cognosce li suoi, e non gli fanno diligenzia alcuna di cultura.

In dette isole si truovano ancora alcuni arbori delle noci moscate, li quali sono come l’arbor della noce nostra, e della medesima foglia. Quando la noce moscata si coglie, è grande come un cotogno, con una pelle disopra del medesimo colore. La sua prima scorza è grossa come è la scorza verde della nostra noce, sotto la quale è una tela sottile, la qual cuopre il macis, molto rosso, inviluppato intorno allo scorzo della noce: e dentro di quella è la noce moscata.

Le case di queste genti sono fatte come l’altre, ma non tanto elevate da terra, e sono serrate d’intorno di canne. Le femmine sono brutte, e vanno nude come fanno l’altre, e portano d’intorno alle parti vergognose un drappo fatto di scorzi d’arbore, il qual fanno in questo modo: prendono la scorza e la lasciano star in acqua tanto che ella diventa molle, poi la battono con un legno e la fanno venir tanto lunga e larga come vogliono, e diventa sottile come un velo di seta, con alcuni filetti dentro, che par che sia stato tessuto. Il loro pane fanno di legno di un arbore, in questo modo: pigliano una quantità di questo legno molle e cavanne fuori certe come spine lunge, poi lo pestano e a questo modo ne fanno pane, il qual per la maggior parte usano quando navigano, e si chiama sagu. Gli uomini sono grandemente gelosi delle lor femmine, e non volevan che li nostri andassero con le brache scoperte, fatte nel modo che si usano nelle nostre parti d’Italia.

Capitolo 28

Come il re di Tarenate venne alle navi per far contrattar i garofani, e ne fece venir gran quantità; e come il re di Tidore esortò li nostri a ritornar a questo viaggio per vendicar la morte di suo padre, qual fu morto nell’isola detta Buru, e dopo fattoli molte offerte giurò di sempre esser amico del re di Spagna.

Un giorno vennero dall’isola di Tarenate molte barche cariche di garofani, ma non volsero contrattar con li nostri per modo alcuno, percioché dubitavano, e volevano aspettare il loro re. Un lunedì venne il loro re con un prao, sonando cembali, e volse passar per il mezzo delle nostre navi, le quali per onorarlo scaricarono molti colpi d’arteglieria. E fece contrattar li detti garofani, e disse alli nostri che fra quattro giorni ne faria venir una gran quantità: e alli XXVI di novembre ne mandò cento e novantaun cathil di detti garofani, i quali chiamano con diversi nomi, cioè gomode, bugalavan, chiauche.

Un giorno il re di Tidore disse alli nostri che il costume delli re di quella isola non era di partirsi così facilmente di casa sua e andar di qua e di là, come avea fatto esso, che per amor del re di Spagna era andato in molti luoghi per satisfar alli nostri, accioché potessero caricare le lor navi e ritornar in Spagna; e che gli pregava che volessero, più presto fusse possibile, ritornar di nuovo a questo viaggio e venirsene a vendicar la morte di suo padre, il qual fu morto in un’isola detta Buru. Poi disse che egli era usanza, quando le navi si partivano del suo porto, che si faceva loro un convito, della qual cosa esso non voleva mancare. Gli nostri, udite queste parole, ringraziarono grandemente il re, dicendogli che di questo suo buon volere e officio fatto per loro ne raccontarieno il tutto alla maestà dell’imperadore, il qual ne terria grata memoria, e che, con l’aiuto di Dio, tornariano più presto che potessero e fariano le sue vendette. E circa il convito che voleva far loro, lo ringraziavano similmente, dicendo che non potevano star più in quel luogo, e che non volevano che li facesse convito alcuno: e questo gli dissero avendo memoria dello sventurato convito che fu fatto loro nell’isola di Zubut, dove persero il capitano loro con molti compagni. Il re, dopo molte persuasioni ditte a quegli al contrario, e tra l’altre che ‘l tempo non era buono per partirsi allora, e che per le molte bassezze di terra non era l’ordine dell’acque per navigare, e finalmente vedendo gli animi delli nostri alquanto alterati, e che dubitavano, si fece portar il libro del suo Alcorano, e primamente basciandolo e mettendolo tre o quattro volte sopra la sua testa, dicendo alcune parole, giurò per l’Alcorano, il qual aveva nelle mani, di voler esser sempre amico del re di Spagna: e diceva queste parole piangendo. Per la qual cosa li nostri, indotti da queste sue persuasioni, restarono ancora in quel luogo 15 giorni, dove intesero come molti degli uomini principali del detto re l’aveano confortato che ammazzasse tutti li nostri perché faria cosa gratissima alli Portoghesi, e che ‘l re gli avea risposto che non lo faria mai per cosa alcuna.

Capitolo 29

Come tre figliuoli del re di Tarenate con tre loro mogli vennero alle navi, e il seguente giorno vi vennero molti col re e sua moglie, e parimente il re di Bacchian con suo fratello, qual pigliava per moglie una figliuola del re di Tidore. Del presente fattoli per esso re di Bacchian; del desinare a lui mandato per il re di Tidore, e il tutto con che pompa.

Alli 27 di novembre venne un governator di Macchian, al qual li nostri fecero alcuni presenti, il qual disse che mandaria loro gran quantità di garofani: e questo governator si chiamava Humar, ed era uomo d’anni venticinque.

Alli 5 e 6 di decembre comperarono li nostri assai garofani: per quattro braccia di panno detto fregetto un bahar di garofani, per dodici catenelle di ottone, che valevano dodici soldi, cento libbre di garofani; e non avendo altro da contracambiare, cominciarono li nostri a dar le cappe di panno e le camicie. Alli 7 del detto mese vennero tre figliuoli del re di Tarenate con Pietro Alfonso portoghese e con tre loro mogliere, alli quali li nostri fecero alcuni doni; e quando si partirono, per far loro onore scaricarono alcune bombarde. Tutte queste genti, sì uomini come femmine, vanno sempre scalzi.

Alli 9 di decembre vennero molti alle nostre navi insieme col re e sua moglie, e similmente Pietro Alfonso e sua moglie; e ancor che detto Pietro invitasse li nostri a voler andare nel suo prao, mai vi volsero andare, né similmente permisero che alcuno entrasse nelle lor navi: e questo facevano perché aveano pur inteso che questo Pietro era grande amico del capitano che tiene il re di Portogallo nella città di Malacha, e dubitavan che non fosse venuto con qualche inganno per pigliargli e fargli prigioni.

Alli 15 di decembre venne il re di Bacchian, e menò seco un suo fratello, il qual pigliava per moglie una figliuola del re di Tidore. Quelli che erano in sua compagnia potevano esser circa 120, e portavan molte bandiere, fatte di penne di pappagalli bianche, gialle e rosse; sonavano molti corni. Eranvi ancora duoi prao con molte donzelle, per far presenti alla nuova sposa, e quando passarono appresso delle nostre navi, furono salutati con le arteglierie. Il re di Tidore venne a incontrarlo, e perché è usanza fra questi re che mai uno smonta in terra dell’altro, però il re di Bacchian, come lo vidde venire e ch’egli entrò nel suo prao, si levò del suo tapeto sopra il qual sedeva e si mise da una banda di quello. Il re di Tidore non volse anche esso seder sopra il tapeto, ma si mise dall’altra banda, e così nissun sedeva sopra il tapeto. Il re di Bacchian donò al re cinque patole, per il matrimonio che si faceva di suo fratello nella figliuola di quello: patole sono drappi d’oro e di seta, che si fanno nel paese di China e sono molto apprezzati fra questi popoli, e tutti li Mori, quando si vogliono onorare, si vestono di questi drappi.

Il seguente giorno il re di Tidore mandò il desinare al re di Bacchian per cinquanta bellissime giovani vestite di drappo di seta, cioè dalla cintura fino alle ginocchia, e andavano a due a due con un uomo in mezzo di quelle: ciascuna portava un gran piatto pieno d’alcuni piatti piccoli di diverse vivande, e gli uomini portavano il vino in gran vasi, ma dieci di quelli che aveano maggior età portavano alcune mazze. E così vennero al prao e presentarono tutte queste cose al re di Bacchian, il qual sedeva sopra un tapeto e avea disopra una cortina rossa e gialla. Poi il re di Tidore mandò a noi alcune capre, coche, vino e altre cose da mangiare; e noi mettemmo amendue le navi a ordine, e le bandiere al vento, sopra le quali era la croce di San Iacopo di Galizia, con un motto che diceva: “Questa è la figura della nostra buona ventura”.

Capitolo 30

D’un presente fatto al re di Tidore. Di certi uccelli chiamati manucodiata. Di uno unguento col qual toccato la mano a uno lo fa morire in tre o quattro giorni. Costume di quelli Indiani nel fabricar le case. E del gengevo.

Il giorno seguente li nostri donarono al re di Tidore alcuni presenti, cioè alcuni pezzi di artiglieria piccoli, come sono archibusi, e quattro barili di polvere, e alcuni bicchieri di vetro, e presero otto botte d’acqua per ciascuna nave. Il re di Bacchian, in segno di far cosa grata alli nostri, volse in compagnia loro smontar in terra, con molti delli suoi Indiani: e sempre avanti del detto re andavan 4 uomini con gli stocchi nudi, che tenevan in mano levati. E venuti ov’era il re di Tidore e tutto il resto del popolo, disse che ogniun poteva intendere che esso voleva esser sempre amico e servitore del re di Spagna, e guardaria a suo nome tutti li garofani lasciati da’ Portoghesi, fino a tanto che ritornassero li nostri un’altra volta, né più n’era per dar ad alcun altro, se non con licenzia de’ nostri. E fece un presente di dieci bahar di garofani, che fussero portati al re di Spagna; ma, essendo le navi cariche, non li poteron levar tutti. Gli mandò ancora duoi uccelli morti bellissimi: questi sono della grandezza d’una tortola, la testa piccola col becco lungo, e lunghe le gambe un palmo e sottili; non hanno alie, ma in luogo di quelle penne lunghe di diversi colori; la coda com’è quella della tortola. Tutte l’altre penne sono d’un colore, come tane over rovano, eccetto quelle che sono delle alie; ma non vola se non quando è vento. Hanno oppenione questi Mori che questo uccello venga dal paradiso terrestre, e chiamanlo manucodiata, cioè uccello di Dio. Il re di Bacchian è d’età di circa settant’anni.

Un giorno il re di Tidore mandò a dir alli nostri che stavan nella casa della mercanzia che di notte non si partissero di casa, perché sono alcuni de’ suoi i quali vanno di notte, e non par che faccino male alcuno, ma, come truovano alcun forestiero, gli toccano le mani con un unguento, e subito questi che sono stati tocchi con tal unguento si ammalano, e in tre o quattro giorni muoiono.

Intesero anche d’una nuova superstizione che usano questi popoli, che, come fanno una casa di nuovo, avanti che vi vadino ad abitar dentro, vi fanno gran fuochi all’intorno, e conviti di tutti i lor amici; poi appiccano sotto il tetto della casa un poco di qualunque cosa che si truova nell’isola, accioché mai tale cose non possino mancare agli abitanti in quella. In questa isola si truova gengevo, e mangiasi verde come se fusse pane, per non esser così forte verde come secco. Il gengevo non è arbore, ma è una pianta piccola, e cresce fuor della terra con certi rami lunghi un palmo, come sariano quelli della canna, con foglie simili, ma più strette e più corte, le quali non sono buone a cosa alcuna, ma sola la radice è buona, che è il gengevo. Questi popoli ne sogliono seccare mettendolo in calcina, accioché duri più lungamente.

Perché la mattina seguente li nostri volevan partir dalle Molucche, il re di Tidore, di Gilolo e di Bacchian volevan venir ad accompagnare le nostre navi fino alla punta d’una isola detta Mare; ma si scoperse ch’una delle due nostre navi faceva acqua grandemente, per il che restarono ancora tre giorni. Ma, vedendo che non se le poteva trovar rimedio alcuno, se non con gran tempo e spesa, li nostri, fatto consiglio insieme, deliberarono lasciarla, con ordine che, dapoi che fusse racconcia, se ne venisse in Spagna meglio che potesse.

Alli 21 di decembre il re di Tidore venne alla nave, la qual si partiva, e dettele duoi pilotti pagati per condurla fuor dell’isola, dicendo alli nostri che allora era buon tempo per partire. Dette ancora alcune lettere che mandava alla maestà dell’imperadore, e presero licenzia dal re scaricando tutte l’artiglierie. Il re si doleva forte per il partire de’ nostri, e non poté contenersi che, montato sopra un batello, non volesse venir ancor un poco drieto alli nostri, e di nuovo lagrimando abbracciarli; e così si partirono. Il governatore del re venne con li nostri fino all’isola detta Mare, dove subito li nostri smontati e andati a far legne, ne caricorno la nave, e presero la via verso garbino: e nella nave erano da quarantasei in tutto, con 13 Indiani appresso. In questa isola di Tidore abita una persona che è nella sua fede di quella reputazione che è un vescovo nella nostra, e quello che allora vi si trovava avea quaranta femmine e infiniti figliuoli e figliuole.

Capitolo 31

Le cose che si trovano nell’isole delle Molucche. Di alcune moschette minori delle formiche che fanno il mele. Dell’isola Zamal, da’ nostri nominata de’ Ladri. Dell’isole Chacovan, Lagoma, Seco, Gioghi, Caphi, Lumatola, Tenetum, Sulacho, Buru, Ambon, Budia, Calarvi, Benaia e Ambala, e della qualità di quei popoli.

In tutte l’isole delle Molucche si truovano garofani, gengevo, sagu, che è il pane che abbiamo detto che si fa di legno, risi, capre, pecore, galline, fichi, mandorle, pomi granati dolci e garbi, naranci, limoni, batates, mele (il qual fanno alcune moschette minori che le formiche, e lo vanno a fare negli arbori), canne di zucchero, olio di coche, melloni, zucche, un frutto che rinfresca grandemente, detto camulicai, e un altro simile alle persiche, e altre cose da mangiare; pappagalli bianchi, li quali chiamono cachi, e altri rossi, detti nori: e un de’ rossi val un bahar di garofani, e parlano più perfettamente che non fanno gli altri. Ancora non erano passati cinquanta anni che in queste isole vennero ad abitar Mori: per avanti erano abitate da Gentili, delli quali ancora molti ne abitano nelle montagne, e li detti Gentili facevan poco conto de’ garofani.

L’isola di Tidore è sopra l’equinoziale verso il nostro polo circa minuti 27, e di longitudine di donde partimmo 171 grado; dall’arcipelago dove è l’isola Zamal, nominata da’ nostri de’ Ladri, nove gradi e mezzo; e corre alla quarta di ostro garbin e greco tramontana. Terenate è sotto la linea dell’equinoziale verso l’antartico 40 minuti; Mutir è sotto la linea appunto; Macchian è verso l’antartico 15 minuti, e Bacchian un grado. E sono queste isole come quattro montagne acute, eccetto Macchian, che non è acuta; e la maggiore di tutte è Bacchian.

Navigando a lor cammino, li nostri passarono queste isole: Chacovan, Lagoma, Sico, Gioghi, Caphi. Nell’isola di Caphi gli fu affermato dal pilotto che vi abitavano uomini civili, di statura molto piccoli, quasi come nani, ed erano stati soggiogati dal re di Tidore, al quale ubidivano. Passarono poi per l’altre isole, andando tra ponente a garbino, e scoprirono verso ostro alcune isole molto pericolose per molte secche e basse; e smontarono in una detta Sulacho, la qual è sotto la linea dell’equinoziale verso antartico due gradi, e 50 leghe lontana dalle Molucche. Gli uomini di questa isola sono gentili, e mangiano carne umana; vanno nudi, così gli uomini come le femmine, eccetto che portano una scorza larga due dita intorno le parti vergognose. In molte altre isole alle dette vicine mangiano carne umana. Poi, costeggiando due isole chiamate Lamatola, Tenetum, 10 leghe da Sulacho, nella medesima via trovarono un’isola detta Buru, la qual è molto grande, ove si trovano risi, porci, capre, galline, coche, canne di zucchero, sagu, fichi, mandorle, mele, che poi che l’hanno colto lo inviluppano in alcune foglie secche al fumo, e ne fanno un involto lungo, il qual chiamano canali. Si truova ancora un frutto detto chiarch, il qual è molto buono e ha alcune cose a modo di groppi di dentro e di fuora. Vanno nudi come gli altri; sono gentili e non hanno re. E questa isola di Buru è tre gradi e mezzo sotto la linea dell’equinoziale verso l’antartico, e lontana dalle Molucche 75 leghe. Verso levante di detta isola n’è un’altra lontana circa dieci leghe, la qual è molto grande e confina con l’isola di Gilolo, abitata da Mori e Gentili, e si chiama Ambon. Li Mori abitano vicini al mare, li Gentili fra terra; mangiano carne umana. Nascono in quella tutte le cose che abbiamo detto di sopra. Tra Buru e Ambon si trovano tre isole circundate tutte da secche, chiamate Budia, Celaruri e Benaia, e di là da queste quattro leghe è un’altra isola detta Ambalao.

Capitolo 32

Di Bandan, Zorobua, Zolot, Nocevamor, Galian e Mallua isole, e de’ costumi di quelli abitatori. Dell’isola Aruchetto, dove dicono gli uomini e le femmine non esser maggior d’un cubito e aver l’orecchie grandissime. E quivi del pepe longo e pepe tondo, e come nascono.

Lontan dall’isola di Buru circa 35 leghe alla quarta d’ostro verso garbin, si truova Bandan, che ha 12 isole intorno di sé, ove nasce la noce moscata: e la maggiore si chiama Zorobua. In questa non si truova se non il pan che fanno di sagu e d’un certo grano detto maiz, risi, coche, fichi; e sono tutte una appresso l’altra. Gli abitatori di queste sono mori e non hanno re. Bandan è verso l’antartico sotto l’equinoziale gradi sei, e per longitudine 160 e mezzo: e perché ell’era fuori del cammino il qual facevan li nostri, per questo non vi volsero andare.

Partendosi da Buru alla quarta di garbin verso ponente, arrivarono a tre isole vicine una all’altra: Zolot, Nocevamor e Galian, e passando fra due discesero in un’isola che aveva montagne altissime, detta Mallua. Gli abitatori sono uomini salvatichi e bestiali, e mangiano carne umana; vanno nudi, eccetto che portano quella scorza che abbiamo detto, e quando vanno a combattere si metteno alcune pelli grosse di bufolo davanti e di dietro. Adornano loro figliuoli con alcune corniuole legate insieme con denti di porco, e con code di capre appiccate davanti e di dietro. Portano li capelli trapassati per alcune canne da una banda all’altra, la barba inviluppata in foglie e messa poi in una canna similmente, che fa rider chi gli vede. Li loro archi e freccie sono fatte di canne, e hanno certi sacchi fatti di foglie d’arbore, nelli quali portano il bevere e mangiar loro. Quando le lor femmine viddero li nostri smontare, gli vennero all’incontro con gli archi e freccie: come li nostri mostrarono di voler dar loro alcuni presenti, subito fecero amicizia. Li nostri stettero quindici giorni in questa isola, per acconciar le bande della nave che faceva acqua: vi trovarono capre, galline, coche, pepe lungo e tondo. Il pepe lungo nasce d’una pianta over arbore simile alla edera, cioè che è flessibile e si appoggia agli alberi; e il frutto è appiccato al legno, la foglia è come quella del moro, e si chiama luli. Il pepe tondo è quasi di simil pianta come del sopradetto, ma nasce in una spiga come è quella che si vede del formento d’India, e si sgrana, e chiamanlo lada. Tutti li campi sono pieni di simil pepe. Presero un uomo il qual gli sapesse condurre ad alcune isole, per aver alcune vettovaglie. Questa isola di Mallua è verso l’antartico sotto l’equinoziale otto gradi e mezzo, e ha 169 gradi e quaranta minuti di longitudine.

Il pilotto vecchio delle Molucche disse alli nostri che non troppo lontano era un’isola detta Aruchetto, dove gli uomini e le femmine non son maggiori d’un cubito, e hanno l’orecchie tanto grandi che sopra una si distendono e con l’altra si cuoprono; sono la maggior parte tosi e nudi, e corrono forte. Le loro abitazioni sono caverne sotto terra; mangiano pesci, e un certo frutto bianco che cresce nella scorza d’un arbore, il qual frutto è simile ad un coriandolo confetto, il qual chiamono ambulon. Li nostri non andarono a vedergli, perché il vento e correntia del mare gli era contraria, e reputarono quello che fu loro detto di detti popoli esser favole.

Capitolo 33

Dell’Isole Timor e Lozon, della città di Maghepaher, degli abitatori suoi, e le cose che in quelle si truovano. Di alcuni animali tanto grandi che levano ogni grande animale in aere.

Alli 25 di gennaio 1522 si partirono da Mallua, e alli 26 arrivarono ad una grande isola, lontana da quella 5 leghe tra ostro e garbin, nominata Timor. E Antonio Pigafetta andò a parlar al principal della terra detto Ambao per aver vettovaglie, il quale gli rispose ch’era contento di dargli bufali, porci e capre: ma non poteron restar d’accordo, perché domandava troppo per un bufalo, e li nostri avean poche cose da cambiare e dubitavan della fame. Però, essendo venuti molti di quelli popoli nella nave, ne ritennero un principale e un suo figliuolo, il quale era d’un luogo detto Balibo: e per paura che li nostri non gli ammazzassero, gli donarono un bufalo, cinque capre e duoi porci, e gli nostri li lasciarono andare, dando loro certe tele e drappi di seta d’India e di cotone, mannarette, coltelli, specchi e forbici, sì che si contentarono e restarono quieti. Queste genti vanno nude, e portano appiccate agli orecchi, alle braccia e al collo certe catenelle fatte d’oro. Le femmine con gran diligenzia attendono a servir gli uomini.

In questa isola si truova il legno del sandalo bianco, gengevo, bufali, porci, capre, galline, risi, fichi, canne di zucchero, aranci, limoni, mandorle, fagiuoli e altre cose da mangiare, pappagalli di diversi colori. Quattro fratelli sono re di questa isola, e le abitazioni sono in diverse parti, una delle quali è detta Cabanazza. Si truova in una montagna assai oro, a peso del quale fanno li lor baratti. Quelli che abitano nella Giava e nelle Molucche e in Lozon e in tutte queste altre parti, vengono qui a comperar il sandalo.

Questi popoli sono gentili, e dicono che quando vanno a tagliar il legno del sandalo appar loro il demonio in diverse forme, e dice loro, se hanno bisogno d’alcuna cosa, che la dimandino: e per tali apparizioni molti di loro stanno ammalati lungamente. Il sandalo si taglia ad un certo tempo della luna, altramente non saria buono. Fanno baratto di sandalo con panno rosso, tela, aceto, ferro, chiodi. Questa isola è tutta abitata, e molto lunga da levante in ponente, e larga la metà da tramontana verso ostro, ed è verso l’antartico sotto la linea dell’equinoziale 10 gradi, e 174 di longitudine. In tutte queste isole che abbiamo disopra narrato, le quali si posson chiamar come un arcipelago, regna la malattia di san Iob più che in alcun altro luogo del mondo: li popoli la chiamano il mal di Portogallo, e a noi altri in Italia il mal francese.

Lontan di lì tra ponente e maestro si truova un’isola detta Eude, dove nasce molta cannella; il popolo è gentile, e non hanno re. E nel cammino si truovano molte isole una drieto all’altra fino alla Giava maggiore e il capo di Malaccha. La maggior città di Giava si chiama Maghepaher, e il re di quella è il maggiore di tutta l’isola. Giava minore è grande come l’isola di Madera, ed è appresso Giava maggiore mezza lega. Intesero da alcuni Mori che vennero sopra la nave che nella Giava maggiore, quando muore un uomo principale, l’abbruciano, e quella delle sue femmine che è stata moglie principale si adorna tutta e si corona con fiori, e sedendo sopra una sedia si fa portare da tre o quattro uomini, e ridendo e confortando li suoi parenti dice loro che non pianghino, perché ella se ne va a cena col suo marito e a dormir con esso quella notte: e poi, portata dove è il fuoco che abbrucia il marito, si volta di nuovo verso li suoi parenti e li conforta un’altra volta, ed ella medesima si butta nel fuoco, dove si abbrucia. La qual cosa quando lei non facesse, non saria tenuta donna da bene, né vera moglie di suo marito.

Intesero ancora che di sopra la Giava maggiore verso tramontana è un golfo grande detto della China, nel qual si trovano arbori grandissimi, dove abitano uccelli di tanta grandezza che levano in aere ogni grande animale: e questi arbori si chiamano busathaer, e li frutti loro sono maggiori che cocomeri o vogliamo dire angurie. Li popoli truovano detti frutti nel mare, e le navi e altri navilii non si possono approssimare agli arbori senza gran pericolo: e anche queste cose si stimarono che fussero favole.

Capitolo 34

Di alcune terre e città nominate Cingoporta, Pahan, Calantan, Patani, Braalin, Beneu, Longon, Odia. Del regno di Iamgoma e Campaa, dove nasce il riobarbaro. D’un porto detto Canthan; delle città di Nauchin e Connulaha. Del gran re di China e della sua natura, e costumi de’ popoli conchii e lichii. Del re di Mien e della città del Cataio.

Il capo di Malaccha è un grado e mezzo sopra la linea dell’equinoziale verso l’artico. Alla banda di levante di questo capo corre la costa molto lunga, e si truovano molte terre e città: il nome d’alcune sono Cingaporla, che è il capo, Pahan, Calantan, Patani, Braalin, Beneu, Longon, Odia, dove è la città ove abita il re di Sian, il qual si chiama Siri Zacabedera. Le città sono edificate come le nostre, suggette al re di Sian. Dopo il reame di Sian si truova quello di Iamgoma e di Campaa, dove nasce il riobarbaro, del quale sono diverse oppenioni: chi dice che è radice e chi arbore putrefatto, e se non fusse putrefatto non averia così grande odore, e chiamanlo calama.

Appresso di questo si truova la gran China, il re della quale è il maggior di tutti li re del mondo, e si chiama Santoa raia. E tutte queste cose che di sotto si diranno, intesero da un Moro ch’era nell’isola di Timor, le quali non abbiamo voluto lasciar di scrivere tai quali elle sono, cioè che il detto re ha sotto il suo imperio 70 re coronati, e ha un porto di mare detto Canthan e due città principali, cioè Nauchin e Connulaha, dove esso suol abitare, e sempre tien quattro de’ suoi principali appresso il suo palazzo, cioè un verso levante, l’altro verso ponente, e l’altro a mezzodì e l’altro a tramontana, e ciascun dà audienzia a quelli che vengono da quelle parti. Tutti li signori dell’India maggiore e di quella di sopra danno obedienzia a questo re, e per segno che siano veri vasalli, ciascun tien nella piazza che è in mezzo le loro città un animal detto lince, che è più bello che un leone: e il sigillo del re di China è la lince, e tutti quelli che vogliono andar a China portano questo sigillo di cera over sopra un dente di elefante, altramente non lo lascieriano entrar nel porto. Quando alcun re è inobediente al re lo fanno scorticare, e insalata la pelle e secca al sole, la empiono di paglia o d’altra cosa, e la fanno star col collo basso, posta nella piazza sopra qualche luogo eminente, acciò che ciascuno la vegga. Il re non si lascia mai vedere da persona alcuna, e quando li suoi cortigiani lo voglion vedere, esso discende dal palazzo in un padiglion che è ricchissimo, accompagnato da sei damigelle sue principali, le quali sono vestite come esso, e di quello entra in un serpente detto nagha, che è la più maravigliosa e ricca fabrica del mondo ed è posto nella corte maggiore del palazzo, e il re entra dentro con le prefate donne per non esser conosciuto tra quelle: li suoi guardano per un vetro che è posto nel petto del detto serpente e veggono il re e le donne, ma non possono discernere qual sia il re. Detto re si marita con le sorelle, acciò che ‘l sangue reale non si mescoli col sangue d’altrui. Il suo palazzo è circundato da sette muri larghi grandemente un dall’altro, e in ciascun di questi tali circuiti stanno diecimila uomini, che fanno la guardia al palazzo fin a tanto che suona un certo segno; poi vengono altri diecimila in ciascun circuito, e così si mutano di dì e di notte. In questo palazzo sono settantanove sale ove stanno infinite donne che servono al re, e hanno sempre torcie accese per mostrar maggior grandezza. Chi volesse veder tutto questo palazzo consumeria tutto un giorno. Tra l’altre vi sono quattro sale principali, dove alcune volte il re dà audienzia alli suoi principali, una delle quali è tutta disotto e disopra coperta di metallo, un’altra tutta d’argento e un’altra tutta d’oro, e l’ultima coperta tutti li muri di perle e gioie preziosissime. Quando li suoi vasalli gli portano oro o altra cosa preziosa, la mettano in questa sala, e dicono: “Questo sia ad onor e gloria del nostro Santoa raia”.

Queste genti di China, come disse il detto Moro, sono bianche e vanno vestite come noi, e mangiano sopra tavole come noi, e hanno la croce, ma non sanno perché la tengono. In China nasce il muschio d’una bestia che è simil ad un gatto, il qual mangia d’un legno dolce grosso un dito, ed è chiamato comaru. Dietro alla costa di China sono molti popoli, come di Chenchii, dove si truovano perle e qualche legno di cannella, e li popoli detti Lichii, dove è il re di Mien, il quale ha sotto di sé vintiduoi re, ed egli è suggetto al re di China. Vi si truova anche la gran città detta Cataio orientale, e molti altri popoli in detta terra ferma, e tra gli altri alcuni di costumi sì bestiali che, come veggono il lor padre e madre vecchi e mal gagliardi, gli ammazzano accioché non travaglino più in questa vita; e tutti questi popoli sono gentili.

Capitolo 35

Del mare chiamato Lantchidol, e del ritorno delle navi in Siviglia.

Alli 11 di febraio 1522 partirono dall’isola di Timor, ingolfandosi forte nel mar grande, il qual si chiama Lantchidol; e presero il suo cammino tra ponente e garbin, lasciando a man dritta la tramontana, per paura che, andando verso la terra ferma, non fossero veduti da Portoghesi. E passarono di fuori dell’isola di Sumatra, chiamata come abbiamo detto dagli antichi Taprobana, lasciando pur a man dritta sopra la terra ferma Pegu, Bengala, Calicut, Cananor e Goa, Cambaia, colfo d’Ormus e tutta la costa dell’India maggiore. E per passar più sicuramente il capo di Buona Speranza, che è sopra l’Africa, andarono verso il polo antartico, circa 42 gradi, e dimorarono sopra detto capo da sette settimane, volteggiando sempre con le vele suso, perché li tiravano in prua venti da ponente e da maestro che non gli lasciavano passare, ed ebbero ancora non poca fortuna. Il capo di Buona Speranza è verso il polo antartico, di sotto dall’equinoziale gradi 34 e mezo, e 1600 leghe dal capo di Malacha, ed è il maggiore e più pericoloso capo che si vegga sul mare di tutto il mondo.

Alcuni de’ nostri, sì per mancamento di vettovaglie come per esser ammalati, volevano andare ad un porto de’ Portoghesi sopra l’Africa detto Monzambique; gli altri dicevano che più presto volevano morire che non andar al dritto in Spagna: pur finalmente, con l’aiuto del Signore Iddio, passarono detto capo non troppo lontano. Poi cominciarono a navigare alla volta di maestro duoi mesi continui senza mai toccar porto alcuno, e in questo tempo ne morirono circa 21 per diverse cagioni, li quali buttavano in mare: e pareva che li cristiani andassero al fondo col viso volto in suso e gl’Indiani col viso in giuso; e se Iddio non gli avesse dato buon tempo, tutti morivano di fame. Finalmente astretti da necessità, trovandosi mezzi morti, andarono ad un’isola di Capo Verde detta San lacopo, del re di Portogallo, dove subito sopra un battello mandarono in terra a dimandar vettovaglie, faccendo con ogni amorevolezza sapere a’ Portoghesi li loro infortunii e travagli, e delle nuove delli loro che si trovavano nell’Indie: e con tante buone parole e carezze che seppero fare, ebbero alcune misure di risi, e volendo tornare pur per risi, furono ritenuti tredici uomini, li quali si erano assicurati d’ismontare in terra. Gli altri restati in mare, dubitando di non esser ancora loro presi con qualche arte, si partirono faccendo vela. E alli 7 di setembre, con l’aiuto d’Iddio, entrarono nel porto di San Lucar, vicino a Siviglia, solamente 18 uomini, la maggior parte ammalati; il resto di 59 che partirono dalle Molucche, parte morirono di diverse malattie, e alcuni ancora furono decapitati nell’isola di Timor per lor delitti. E giunti in questo porto di S8 Lucar, per il conto tenuto di giorno in giorno, aveano navigato da 14460 leghe, circundando il mondo dal levante in ponente. Alli 8 di settembre vennero in Siviglia e scaricarono tutta l’artigliaria per allegrezza, e tutti in camicia e scalzi, con un torchio in mano, andarono a ringraziare alla chiesa maggiore il Signor Iddio, che gli avesse condotti salvi fino a quel punto.

Dopo alcuni giorni Antonio Pigafetta si partì e andò alla città di Vagliadolit, dove si trovava la maestà dell’imperadore, al quale non poté appresentare oro o argento o pietre preziose che fossero degne della grandezza di tanto principe, ma gli dette un libro scritto di sua mano, ove erano notate tutte le cose accadute di giorno in giorno in questo viaggio. Di lì poi partitosi andò a Lisbona al serenissimo re di Portogallo, al qual disse tutte le nuove delli suoi uomini, che avevan trovati sì nell’isole delle Molucche come in altre parti. Dapoi di Spagna se ne venne in Francia, dove appresentò alcuni doni delle cose portate di questo viaggio alla serenissima madama la regente, madre del potentissimo e cristianissimo re di Francia. Finalmente venuto in Italia, presentò similmente questo suo libro al reverendissimo gran maestro di Rhodi messer Filippo Villiers Lisleadam.

 

The Starving of Germany in 1919

I first read about the starvation of Germans at the end of WWI in a book written by British historian Clive Ponting, he reported that close to 900.000 Germans died of starvation in 1918 and 1919.
The “starvation policy” had begun in 1914. Winston Churchill, then First Lord of the Admiralty and one of the framers of the scheme, admitted that it was aimed at “starving the whole population — men, women, and children, old and young, wounded and sound — into submission.”
Such British policy was in contravention of international law on two major points.

First, in regard to the character of the blockade, it violated the Declaration of Paris of 1856, which Britain itself had signed, and which, among other things, permitted “close” but not “distant” blockades. A belligerent was allowed to station ships near the three-mile limit to stop traffic with an enemy’s ports; it was not allowed simply to declare areas of the high seas comprising the approaches to the enemy’s coast to be off-limits.
The second point is related to contraband. Briefly, following the lead of the Hague Conference of 1907, the Declaration of London of 1909 considered food to be “conditional contraband,” that is, subject to interception and capture only when intended for the use of the enemy’s military forces.
In December 1918, the National Health Office in Berlin calculated that 763,000 persons had already died as a result of the blockade by that time. In some respects, the armistice saw the intensification of the suffering, since the German Baltic coast was now effectively blockaded and German fishing rights in the Baltic annulled.

The reason for the food blockade to be kept in place after the end of the hostilities was aimed at forcing Germany to sign the Versailles Treaty without any change on the strict conditions they were imposing. Today no one remembers it because it was kept secret and there were no leaks to the western press while 900,000 German men, women and children died because of the British naval blockade. Even today only a few non-Germans know the truth and American and British historians, seems to have brushed off this most appalling crime as a footnote in history.

Even the founder of the Boy Scouts, Robert Baden-Powell, naively expressed his satisfaction that the German race is being ruined; though the birth rate.

Although the war had ended in November 1918, Germany was still under Allied blockade, which was ruthlessly enforced. The first state of Germany to benefit from a lifting of the blockade would be communist-controlled Bavaria.
One must search diligently for historical references to the continued, devastating blockade. Diether Raff confirms the peace-time blockade in his “A History of Germany – From the Medieval Empire to the Present”:

“The Allied peace terms turned out to be extremely severe, far exceeding the worst fears of the German government… The peace treaties of Brest-Litovsk and Bucharest were declared invalid and the food blockade around Germany was to continue… Thus Germany’s capitulation was accomplished and an end set to four years of enormous bloodshed.

“It was the blockade that finally drove the Central Powers to accept defeat,” says Richard Hoveth in his study of the struggle on the high seas during World War I: “At first mild in its application, the blockade’s noose gradually tightened until, with the American entry, all restraint was cast aside. Increasingly deprived of the means to wage war, or even to feed her population, the violent response was insurrection; apathy and demoralization the mute consequence of dashed hopes and thin potato soup.”
Basil Liddell Hart is quoted by Hoveth to the effect that, revolution and internal unrest notwithstanding, the blockade was “clearly the decisive agency in the struggle.”
After confiscating the German merchant navy, the Allies proceeded to confiscate German private property all over the world, contrary to all precedent from previous wars when private property had been held in escrow until the ratification of peace treaties, when it would revert to its legitimate owners.
The Allied powers reserved the right to keep or dispose of assets belonging to German citizens, including companies they control [Article 167 B]. This wholesale expropriation would take place without any compensation to the owners [Articles 121 and 279 B].

But Germany remained responsible for the liabilities and loans on the assets that were taken from them. Profits, however, remained in the hands of the Allies. Thus, private German property and assets were confiscated in China (Articles 129 and 132), Thailand (Articles 135-137), Egypt (Article 148), Liberia (Articles 135-140) and in many other countries.
Germany was also precluded from investing capital in any neighboring country and had to forfeit all rights “to whatever title it may possess in these countries.
The Allies were given free access to the German marketplace without the slightest tariff while products made in Germany faced high foreign tariff barriers. Articles 264 to 267 established that Germany “undertakes to give the Allies and their associates the status of most favored nations for five years.
Germany was already experiencing near famine conditions but it was at this moment that the Allies decided to confiscate a substantial part of what was left of Germany’s livestock. The American representative at Versailles, Thomas Lamont, recorded the event with some indignation:

“The Germans were made to deliver cattle, horses, sheep, goats, etc.,… A strong protest came from Germany when dairy cows were taken to France and Belgium, thus depriving German children of milk.”

Herbert Hoover, a mining engineer and future president of the United States – in 1900 defended Tianjin from the assaults of the Boxer – was sent on a mission to help the starving population but he could do very little because of the fury of the French and the British.  Shipments had been delivered to Allies and to neutrals, but British officials had refused to break their blockade to let cargoes go into Germany. Moreover, Germany had failed to act on an agreement to turn over merchant ships before receiving food [eventually forced on the Weimar government and showed no desire to pay for shipments in gold – a possibility that French financiers were thought to be opposing so that their nation might get what gold there was as indemnity.

There is evidence that Wilson actually thought the European powers would accept his 14 Points” and feed starving Germans now that the war was over but, of course, that was not the case as discovered by Wilson’s humanitarian point man, Hoover. England’s Prime Minister, Lloyd George, meanwhile, thought that the starvation was being ameliorated. He favored – although quietly – feeding his ex-enemy.

In early March 1919, General Herbert Plumer, commander of the British Army of Occupation, informed Prime Minister Lloyd George that his men were begging to be sent home; they could no longer stand the sight of “hordes of skinny and bloated children pawing over the offal from the British camps”.

Finally, the Americans and British overpowered French objections and at the end of March, the first food shipments began arriving in Hamburg. But it was only in July, after the formal German signature to the Treaty of Versailles, that the Germans were permitted to import raw materials and export manufactured goods.

On May 7 of that year, Count von Brockdorf-Rantzau had indignantly referred to this fact in addressing the Versailles assembly:”The hundreds of thousands of noncombatants,” the German chief delegate had stated, “who have perished since November 11, 1918, as a result of the blockade, were killed with cold deliberation, after our enemies had been assured of their complete victory.”
The food blockade ended on July 12, 1919.

Besides the direct effects of the British blockade, there are the possible indirect and much more sinister effects to consider. A German child who was ten years old in 1918, and who survived, was twenty-two in 1930. Vincent raises the question of whether the miseries and suffering from hunger in the early, formative years help account to some degree for the enthusiasm of German youth for Nazism later on.

Incredibly, the last cheque covering reparations for WW1 was issued by Angela Merkel in 2010.

 

Lo scambio fra Ramusio e Fracastoro circa le piene del Nilo

Giovanni Battista Ramusio (Treviso, 20 luglio 1485 – Padova, 10 luglio 1557) è stato un diplomatico, geografo e umanista italiano della Repubblica di Venezia. Fu l’autore del primo trattato geografico dell’età moderna.
Figlio del trevigiano Paolo Ramusio, magistrato della Repubblica Veneta, fu discepolo del filosofo e umanista Pietro Pomponazzi, fece parte dell’Accademia Aldina collaborando con il suo fondatore, il famoso umanista e stampatore Aldo Manuzio, per il quale curò le edizioni aldine di Quintiliano 1514 e della Terza deca di Tito Livio 1519. Scambiò fitte corrispondenze con eminenti personalità del suo tempo, quali il letterato Pietro Bembo e il medico Girolamo Fracastoro.

 

Girolamo Fracastoro, Medico e filosofo (Verona 1476 o 1478 – Incaffi, Verona, 1553). Studiò a Padova con Giovanni Aquila, Gabriele Zerbo, Pietro Trampolino e con Girolamo e Marcantonio della Torre; certamente entrò in contatto con Pomponazzi e da costui fu influenzato nella sua formazione filosofica.

 

 

DISCORSO DI MESSER GIO. BATTISTA RAMUSIO SOPRA IL CRESCER DEL FIUME NILO, ALLO ECCELLENTISSIMO MESSER IERONIMO FRACASTORO.

[1]

Come furono varie e diverse opinioni sopra i fonti del Nilo; quando cominciano le pioggie in quelle parti di Etiopia e quando finiscano; la causa dell’escrescenza del Nilo; come nasce nel regno di Goiame da due grandissimi laghi; e non esser fiume alcuno che scorra per tanto paese sotto il sole quanto il Nilo.

Furono, eccellentissimo Signor mio, fra gli antichi scrittori diverse e varie oppenioni sopra li fonti del Nilo, e d’onde avenisse che ogni anno nella state, ad un tempo determinato del solstizio, quando gli altri fiumi sogliono esser secchi o con poca acqua, questo solo allora comincia a crescere, e per quaranta giorni tanto si gonfi che egli inondi e allaghi tutto il paese dell’Egitto, e dapoi in altri quaranta giorni discrescendo ritorni nel suo alveo consueto. E la intelligenza di tal cosa fu reputata tanto degna e ammirabile, che si vede tutti i grandi uomini nei lor libri averne voluto far particolare inquisizione. E Omero, padre de’ poeti, lo dimanda acqua che vien da Giove, e si legge che Eudoro e Aristone, filosofi peripatetici, ne composero sopra tal materia libri interi. La qual, ancora che sia stata per lo adietro disputata da molti eccellenti ingegni, nondimeno fin a’ tempi nostri non si sa che ella sia stata determinata né chiarita: e la causa di tal ignoranza si comprende esser proceduta solamente per non essere state penetrate quelle parti da alcuno uomo d’intelletto che le abbia volute considerare e descrivere. E conciosiacosaché, essendovi andato del MDXX don Francesco Alvarez con uno ambasciadore del re di Portogallo, e notato meglio che egli ha saputo il viaggio suo fino alla corte del Prete Ianni, ne abbiamo al presente tanta notizia che, se per un altro uomo diligente vi fussero aggiunti li gradi delle altezze delli luoghi principali, e massimamente da un capo all’altro del Nilo, che costui non vidde, si potria quasi appresso congietturare la causa del crescer del detto fiume; imperoché, smontato che egli fu sopra la banda sinistra del mar Rosso al porto detto Ercocco, ch’è in gradi 16 sopra la linea, e di lì andato al monastero della Visione, XXIIII miglia lontano, gli fu detto che alli 17 di giugno cominciava in quelle parti dell’Etiopia il tempo delle pioggie, che essi chiamano verno, e durava fino alla mettà di settembre, e così dice che andando alla detta corte, che era andar verso la linea, ebbe per tutto quasi il mese di luglio pioggie grandissime e acque infinite; per la lezione della quale scrittura confesso a Vostra Eccellenza che mi allegrai grandemente, tenendo per fermo che questa fusse la vera causa, sì come veramente ella è, di tal escrescenza, né che più oltra si dovesse cercare; nondimeno, avendovi voluto pensar sopra e considerar alquanto minutamente le particularità che scrive questo don Francesco, vi trovo delle difficultà non poche, che non mi lasciano così a punto del tutto satisfare. E accioché Vostra Eccellenza intenda quelle cose che mi fanno dubitare, mi sforzerò col piccolo e debile ingegno meglio che saperò di esprimerle. E per tanto dico che, per lo scriver del viaggio di questo uomo e per il titolo che si legge nelle lettere del Prete Ianni, il fiume del Nilo nasce nel regno di Goiame da due grandissimi laghi che assomigliano a mari, i quali non bisogna dubitare che non siano oltra la linea dell’equinoziale verso l’Antartico, sì per li termini che di detto regno vengono descritti dal prefato don Francesco, come per la oppenione di Tolomeo, che gli mette in gradi sei australi, e quivi il detto fiume, passando sotto la linea, e dopo le due cataratte maggiori e minori, che sono cadute che fa il fiume di alcuni luoghi alti, si sparge per campagne, dove perde l’alveo, e di nuovo poi ritornato in sé, fatti alcuni rivolgimenti, passa il tropico di Cancro e se ne viene diritto alla città del Cairo, sboccando nel mar nostro Mediterraneo. E non è fiume alcuno di quelli de’ quai abbiamo notizia in questo nostro abitabile che corra così lungamente e per tanto paese sotto il corso del sole come fa questo.

[2]

Dubitazion sopra il crescer del Nilo, e che fra li tropici non si vede mai neve.

Ora dei fonti del Nilo non accade dirne altro, avendosene al presente tanta notizia. Ma ritornando alla escrescenza del fiume che si causa dalle pioggie, dico che ‘l corpo del sole, sì come Vostra Eccellenza sa molto meglio di me, è sempre quel medesimo, col suo splendore puro e semplice, né si può mai in quello imaginarsi alterazione alcuna di caldo o di freddo, vada pur dalli solstizii alli equinozii o dalli equinozii alli solstizii, così verso il nostro polo come verso l’opposito, che sempre da quello non può venir altro che lume semplice; ma il caldo, il freddo, le nebbie, le pioggie, i tuoni che si fanno qui da noi, sono accidenti che fa il ripercuoter di questo lume sopra diverse parti della terra, come saria a dire in luoghi piani, diserti, aridi, bagnati, sopra monti over valli, paludi over mari, dove secondo la varia ripercussione di questo lume si causano varii e diversi effetti, li quali sono maggiori e minori secondo la longhezza over brevità del tempo che ‘l sol dimora sopra le dette parti, e anco secondo che li raggi di quello battono diretti e perpendiculari, obliqui over lontani.

E per tanto, volendo discorrere sopra questo crescimento del Nilo secondo la scrittura di questo don Francesco, faremo questo presupposito, e diremo che alli fonti di quello sia A verso l’Antartico, e dove è Ariete sopra l’equinoziale sia B, la metà di Tauro sia C, il tropico di Cancro sia D, e ritornando alla metà di Leone sia E, e di nuovo sopra l’equinoziale, dove è Libra, sia F. Vorrei saper da Vostra Eccellenza d’onde avviene che ‘l sole, partendosi dall’equinoziale, dove è B, cioè Ariete, e andando a C, dove è la metà del Tauro, e di lì poi a D, dove è il tropico di Cancro, sempre però passando sopra il fiume del Nilo, non causa escrescenza alcuna; ma come ei si rivolta da D ad E, cioè da Cancro a Leone, immediate per quaranta giorni egli fa così gran pioggie ed escrescenza, e da E ad F, cioè da Leone all’equinoziale, dove è Libra, va poi diminuendo e cessando. Questa varietà che si vede causar così grande sopra una linea medesima, che è il Nilo, in questo viaggio del sole, cioè che venendo verso il solstizio estivo egli non faccia alterazione alcuna, ma partitosi da quello causi così gran pioggie, mi genera una gran dubietà e ambiguità nell’animo, né mi posso imaginare da che possa procedere, perché li medesimi luoghi piani, aridi, secchi, umidi, monti e valli che il sol truova venendo verso il tropico di Cancro, li medesimi egli ritruova ritornando, e le medesime e l’istesse ripercussioni di raggi sono fatte nel ritorno che furono nel venire. E se la Eccellenza Vostra mi rispondesse che il sole nel ritorno ritruova le parti della terra scaldate, e per l’alterazion di quelle egli è più potente ad elevar vapori e nebbie e quelle risolver in pioggia, le rispondo: per che cagion fa egli questo effetto per li quaranta primi giorni che si parte dal tropico di Cancro, cioè dalla metà di giugno, secondo il scriver di don Francesco, e passati quelli va sempre mancando di forze, fin che giunge in Libra sopra l’equinoziale, e nondimeno ei non si diparte mai col suo corso di passar sopra il Nilo? E se la Eccellenza Vostra volesse addurre che le nevi che sono sopra li monti di Etiopia o della Libia, per li raggi perpendiculari del sole nel suo andar al tropico e ritorno, si dileguano e fanno questa escrescenza, le dico che fra li tropici non si vede mai neve, per quello che vien affermato, ma in luogo di quelle le sommità degli altissimi monti sono sempre circondate da folte e grosse nebbie, le quali non si dipartono, né perché il sole vi passi perpendiculare, né perché egli sia lontano, ma vi stanno sempre risolvendosi in pioggia. E che questo sia il vero li monti dell’isola di San Tomé, che è sotto l’equinoziale, e Serra Liona, che è sopra l’Africa gradi otto verso di noi, di continuo lo dimostrano. Poi questa escrescenza del fiume si comincia a far su la Etiopia e molte miglia di sopra la città di Siene, che è sotto il tropico; né li monti di Libia, che son fuori di quello, vi possono con le lor nevi, se è vero che ne abbino, far effetto alcuno.

[3]

Ch’il sol, venendo al solstizio, non è causa di queste pioggie onde cresca il Nilo.

Quello che fin ora abbiamo detto è stato per il sentimento che abbiamo cavato dalla scrittura del detto don Francesco. Ma lasciando quella si può discorrere ancora ad un altro modo e dire che, cominciando a crescer il Nilo nella città del Cairo alli 17 di giugno ordinariamente, come molti uomini che lo hanno veduto per molti anni lo affermano, e allo ‘ncontro dicendosi che nella Etiopia alla metà del detto mese comincia il lor verno con pioggie grandissime, che fan crescer il Nilo, questa cosa è molto difficile da comprendere, conciosiaché l’acqua di dette pioggie non è possibile ch’ella possa giunger in così pochi giorni per sì lungo spazio di cammino fino al Cairo, per un fiume che lentamente con tante rivolture va correndo. E per tanto è necessario di concludere che, come il sole giunge alla metà del Tauro, comincino allora le pioggie, e che elle continuino fin che egli viene ascendendo al principio di Cancro sopra il solstizio, che sono quaranta giorni, e che, come il sole poi dà la volta e comincia a discendere, elle cessino allora del tutto. E a questo modo l’acqua delle prime pioggie, caduta nel principio di maggio, comincierà giunger alla metà di giugno al Cairo, e andarà crescendo per il medesimo spazio di tempo che il sol pose fin al solstizio; allora cessando di piovere, il fiume a poco a poco cominciarà ancora egli a descrescer per il medesimo tempo di quaranta giorni, fin che sarà fornita di venir giuso tutta l’acqua piovuta. E per questa varietà è forza che torniamo di nuovo sopra la medesima difficultà che abbiamo toccata di sopra, cioè per che causa il sole debba far piovere venendo al solstizio, e da quello partendosi debba cessare, massime correndo sempre sopra la medesima linea del Nilo in questo suo ritorno, come egli fece nella sua venuta. E accioché la Eccellenza Vostra senta quello che di questa materia pensarono gli antichi, non sarà fuor di proposito lo udirne parlare alquanto da Diodoro Siculo, il quale con somma diligenza raccolse insieme tutte le loro oppenioni, e nel mezzo del primo libro della sua istoria dice in questo modo.

[4]

Varie opinioni delli antichi sopra il crescere del Nilo, da Diodoro Siculo con somma diligenzia raccolte. Che dalli re del Cairo fu fatto il niloscopio, cioè regola del Nilo, per veder ciò che a tutte l’ore faceva il Nilo, del qual niloscopio facevano dell’abondanza di quell’anno.

Del crescer veramente del fiume Nilo, sì come a quelli che lo vedono è cosa maravigliosa, così è fuor di ogni credenza a quelli che ne odono parlare, conciosiacosaché tutti gli altri fiumi circa il solstizio estivo diminuischino e di giorno in giorno si vadino facendo minori, questo solo allora cominci a farsi grande, e continui tanto ogni giorno a gonfiarsi che alle fini inondi e cuopra quasi tutto il paese dell’Egitto; nel medesimo modo dipoi al contrario mutandosi, in equal tempo di giorno in giorno a poco a poco vada discrescendo, fin che egli ritorni nel suo pristino stato. Ed essendo tutto questo paese piano di campagna, e le città, ville e cappanne edificate sopra monti di terra fatti a mano, rapresenta a chi lo riguarda le isole dell’arcipelago dette Cicladi. La più parte delle fiere terrestri muoiono affogate dal fiume, se non quelle che alli luoghi alti fuggendo si salvano; le pecore e altri bestiami, nel tempo di queste inondazioni, rinchiusi nelle ville e cappanne si pascono del cibo che per innanzi tutto quel tempo gli vien preparato. Allora li popoli, liberi dalle fatiche, attendono a darsi buon tempo, faccendo conviti e senza pensiero godendo di quelle cose che più gli piacciono. E per il travaglio che suol apportar seco una tanta inondazione, fu fabricato dalli re nella città di Menfi, cioè Cairo, uno edificio nel qual si poteva vedere a tutte l’ore ciò che faceva il Nilo, e fu chiamato per questo niloscopio, cioè regola e livello del Nilo. Quivi coloro che a questo erano deputati pigliavano la misura del crescimento che faceva il fiume ogni giorno, e poi con lettere lo facevano sapere alle città, dichiarando quante braccia over dita era cresciuto, e quando egli cominciava a discrescere: d’onde avveniva che, intendendosi da ogniuno questa mutazione, così del crescere come del discrescere, sicuri da ogni paura se ne godevano, conciosiacosaché conoscevano subito l’abondanza de frumenti e d’altre biade che aveva da esser quell’anno, per una antica osservazione che hanno gli Egizi con somma diligenza scritta appresso di loro.

E ancora che il render la causa di questa inondazione sia cosa molto difficile e dubia, non però per questo noi debiamo restare di non volerne dire alcuna cosa sommariamente, sì per non far troppo lunghe digressioni, come per non lassar che di una materia tanto appresso ogniuno dubbiosa non ne facciamo anco noi alcuna menzione. E per tanto, universalmente sopra li scrittori parlando, dico che del crescer del Nilo e delli suoi fonti, e delle bocche per le quali scorre nel mare, e di molte altre cose nelle quali egli, che è il maggior del mondo, sia differente da tutti gli altri fiumi, alcuni scrittori non hanno avuto ardimento di volerne dire cosa alcuna, ancora che sopra ciascun altro piccol torrente sogliano far molto longhe dicerie. Altri, essendosi mossi a volerne render la causa, molto lontani dalla verità sono andati vagando. Ellanico, Cadmo ed Ecateo e tutti gli altri simili scrittori antichi, non sapendo che dirne altro, in cose fabulose si hanno lassato trasportare. Erodoto, che come ogni altro scrittore è diligente e curioso, e di molta pratica d’istorie, sforzandosi di renderne la causa, si trova che egli medesimo contradisse alle sue ragioni. Xenofonte e Tucidide, li quali quanto alla verità tengono il primo luogo fra tutti gl’istorici, del tutto si sono astenuti di parlar de’ luoghi dell’Egitto. Eforo e Teopompo si vede che, quanto maggior fatica e studio in questo hanno posto, meno di tutti gli altri hanno potuto conseguire la verità. E tutti hanno errato non per negligenza, ma per non aver avuta cognizione e perizia di tal paesi e regioni, conciosiacosaché dagli antichi tempi fino al re Tolomeo detto Filadelfo, non solamente Greco alcuno era passato in Etiopia, ma neanco fino alli monti di Egitto, talmente erano tutti questi luoghi senza alcun commerzio e del tutto pericolosi. Ma dapoi che ‘l detto re con eserciti di uomini greci entrò nella Etiopia, questa regione fu allora diligentemente conosciuta. E queste furono le cause della ignoranza di tutti li scrittori stati per lo adietro, onde intravenne che niuno fin al tempo di quelli disse aver veduti li fonti del Nilo e il luogo dove è il suo principio, over udito da alcuno che affermi esservi stato. E però, essendo ridotta la cosa in oppenione e congietture probabili, li sacerdoti di Egitto dicono che il detto fiume ha il principio dall’Oceano che circonda tutta la terra abitabile, nel che solamente non dicono cosa alcuna veritevole, ma mi par più presto che vogliano chiarir un dubbio con un altro maggior dubbio, conciosiacosaché per confermazione e prova delle ragioni loro adducono quello che ha di bisogno di esser maggiormente provato e chiarito.

Ma delli popoli trogloditi, quelli che si chiamano Molgii, i quali dalli luoghi di sopra si sono partiti per il caldo, dicono esservi molte congietture per le quali l’uomo può comprender che per molti fonti che in un luogo si vanno ragunando derivi il flusso del Nilo, e per questo esser il più generativo di quanti fiumi che si abbia cognizione. A quelli veramente che abitano l’isola Meroe si può più presto credere, conciosiacosaché siano del tutto alieni da trovare invenzioni che paiano verisimili; nondimeno, essendo costoro vicini a questi luoghi delli quai si disputa, in tanto si allontanano di dir cosa alcuna certa delle sopradette che chiamano questo fiume Astapo, che nella nostra lingua vuol dir “acqua delle tenebre”, e così al Nilo han posto un proprio nome cavato dalla loro innata ignoranza e inscizia delli luoghi incogniti. Ma a noi verissima pare esser quella ragione che si allontana dalle fizioni. E non voglio restar di dire che Erodoto, scrivendo li confini della Libia, che è dalla parte orientale del fiume, e quelli che sono dalla parte occidentale, attribuisce la certa cognizione del detto fiume alli popoli detti Nasamoni, e dice che, avendo principio da una certa palude, corre per la region di Etiopia, che è inesplicabile e infinita. Non però per questo né a questi popoli di Libia che dicono così, ancor che parlino secondo la verità, né allo istorico debbiamo attendere, quando le lor parole sono senza dimostrazione o ragione alcuna.

Dapoi adunque che abbiamo e delli fonti e del corso del Nilo parlato, ci sforzeremo di render le cause del crescimento di quello. Talete, che fu annumerato fra li sette savii della Grecia, dice che, soffiando li venti di ponente che son chiamati etesie, il corso del Nilo è ribattuto all’insù dal mare, e per questo gonfiandosi le acque del fiume, ne segue la inondazione sopra tutto il paese dello Egitto, che è piano e basso. E ancora che questa ragion paia contener in sé qualche dimostrazione, nondimeno facilmente si può convincer per falsa, conciosiacosaché, se questo fusse vero, tutti i fiumi che avessero le lor bocche opposite al soffiar delle dette etesie si gonfieriano col medesimo crescimento: il che vedendosi non accader in alcuna parte del mondo, è bisogno d’investigar un’altra causa, che sia più vera, di questa inondazione.

Anassagora fisico disse che le nevi che si liquefanno nella Etiopia son causa di questo crescimento, la qual cosa par che Euripide poeta suo discepolo sentisse, quando dice:

La bell’acqua lasciando

del fiume Nil, che dalla terra scorre

d’uomini neri, e allor gonfia l’onde

che d’Etiopia si struggon le nevi.

La qual ragione anco facilmente si può ribattere, conciosiacosaché a tutti sia manifesto e chiaro che per la grandezza del caldo è impossibile che nell’Etiopia vi caschino nevi, e universalmente in questi luoghi né ghiaccio né freddo né segno alcun di verno appare, e massimamente nel tempo che cresce il Nilo. E se alcuno pur volesse ch’egli crescesse per causa delle nevi, senza alcun dubio renderia un vento freddo e aere nuvoloso e denso, la qual cosa circa il Nilo solo di tutti i fiumi non si vede, cioè né condensazion di nuvole, né l’aure fredde, né aere denso.

Erodoto veramente afferma il Nilo naturalmente esser della grandezza come si vede nel tempo del suo crescimento, ma che nel tempo del verno il sol, girando sopra l’Africa, tira a sé molta umidità dal Nilo, e per questa causa che in quella stagion di tempo contra la sua natura il fiume si sminuisce e diventa piccolo; ma venendo la state il sole, partendosi da quella regione e venendo verso settentrione, secca e abbassa tutti li fiumi della Grecia e ciascun’altra regione che sia nel sito simile a quella: e però non è cosa maravigliosa questa che accade circa il Nilo, perché si abbassa non nelli caldi grandi ma nel verno, per la causa detta di sopra. A questo si può rispondere che è cosa conveniente che, sì come il sole tira a sé l’umor del Nilo nel tempo del verno, così tirasse ancora da tutti gli altri fiumi che son nella Libia qualche umidità e abbassasse le acque di quelli; ma, perciò che in parte alcuna della Libia non si vede far simil cosa, si comprende che l’istorico poco consideratamente circa questo ha parlato, conciosiacosaché li fiumi che sono nella Grecia crescono nel verno non perché il sole si sia allontanato, ma per la moltitudine delle pioggie che si fanno.

Democrito Abderita dice che li luoghi verso mezzogiorno non hanno nevi, sì come diceva Euripide e Anassagora, ma sì ben li luoghi verso settentrione, come è manifesto a tutti, perché la moltitudine delle nevi raccolte insieme nelle parti boreali nel solstizio iberno rimane agghiacciata, e nella state dal caldo dileguata, il ghiaccio fa gran colliquazione, e per questo si generano molte e crasse nuvole nelli luoghi più alti, perché la esalazione in alto abbondantemente si leva; le quai nuvole poi dalli venti etesie sono spinte fino che si abbattono nelli monti altissimi del mondo, i quali dicono esser nell’Etiopia, e ivi si risolvono in pioggie, dalle quali se ne cresce il fiume, massimamente nel tempo dell’etesie. Questa ragione facilmente si può confutare se diligentemente consideraremo il tempo del crescer del fiume, percioché il Nilo comincia a crescer nel solstizio estivo, quando l’etesie ancora non soffiano, e finisce di discrescer nell’equinozio autunnale, molto innanzi del quale li detti venti sono cessati. E però, quando la certezza della esperienza distrugge la probabilità delle ragioni, si debbe ben laudare lo ingegno dell’uomo, ma non già si debbe dar fede a quelle cose che da lui son dette. Lascio di dire che si vede che l’etesie non più da tramontana che da ponente soffiano, conciosiacosaché non solamente li venti di buora o da greco levante, ma anco quelli che soffiano da ponente maestro, sono chiamati con questo nome di etesie. Dapoi dir che li monti che sono in Etiopia siano li maggiori del mondo, non solamente è senza prova alcuna, ma neanco per effetto alcuno creder si può.

[5]

Altre opinioni di Eforo, di filosofi di Menfi, di Enopide e di Agatarchide, del crescer del Nilo. E quivi come Meandro fiume per esaggerazione ha fatto una gran regione, e il simile Acheloo e il Cefiso.

Eforo, adducendo una molto nova causa, si sforza di farla probabile, ma si vede però che egli non ne conseguisce la verità, perché dice che l’Egitto è tutta terra esaggerata dal fiume e rara e come di natura di pietra di pomice, ha in sé caverne e rotture grandi, e però raguna in sé gran copia di umori, li quali nel tempo del verno in sé contiene, ma nella state manda fuori da ogni banda come sudori, e con questi si empie il fiume. Ma questo istorico non solamente mi par che non abbia veduto la natura delli luoghi di Egitto, ma neanco che l’abbia voluta intendere da quelli che diligentemente l’hanno veduta, perché primamente, se da esso Egitto il Nilo ricevesse questa abondanza che lo fa crescere, nelle parti di sopra per modo alcuno egli non cresceria, correndo per luoghi sassosi e sodi, ma si vede che per spazio di più di 600 miglia egli corre per la Etiopia, e nondimanco è gonfio e pieno per tutto quello spazio avanti che tocchi l’Egitto. Poi, se ‘l flusso del Nilo è più basso delle rarità e concavità della terra esaggerata, accaderia che le fissure e caverne fussero nelle superficie, nelle quali saria impossibile che così gran copia di acqua si contenesse; ma se il luogo del fiume è più alto delle fissure della terra, è impossibile che dalle caverne più basse il flusso degli umori scorra nella superficie più alta. E universalmente chi è colui che giudicasse esser possibile che li sudori contenuti nelle rarità della terra facessero così grande accrescimento del fiume, che da quello quasi tutto l’Egitto si sommergesse? Lasso di dire che è cosa falsa che nella terra esaggerata e nelle rarità di quella si possino servare acque, essendo le prove al contrario manifeste, perché il fiume Meandro nell’Asia ha fatto una gran regione per esaggerazione, nella quale nessuna cosa simile al crescimento del Nilo accader si vede; e similmente in Acarnania il fiume detto Acheloo, e in Boezia il Cefiso, che vien dalli Focensi, non piccola parte di regione ha atterrato, e nientedimeno in tutte due questi si può conoscer manifestamente la falsità che ha detto questo istorico, benché da Eforo non si debbe cercar così per sottile la certezza delle cose, vedendolo, come in molte è stato, così negligente della verità.

Li filosofi veramente di Menfi si hanno sforzato di render la causa di questo crescimento, che più presto non si possa confutare che perché sia verisimile, alla qual la più parte consente. Dividono adunque la terra in tre parti, e dicono che una è questa nostra abitabile; l’altra, che è opposita a questa, simile nelle nostre stagioni dell’anno; la terza, che è posta in mezzo fra queste due, la quale per il caldo è inabitabile. Se il Nilo adunque, dicono, inondasse nel tempo del verno, non saria dubio che dalla nostra zona riceveria quel crescimento, perché in quelli tempi massimamente appresso di noi si generino le pioggie; ma perché al contrario nella state cresce, è cosa verisimile che nelli luoghi oppositi si faccia verno, e si generino acque le quali, abondando da quelli luoghi, in questa nostra abitabile scorrano: e però dicono che nessuno ha potuto pervenire alli fonti del Nilo, come quello che dall’opposita zona per la parte inabitabile passa qui da noi, e di questo esserne testimonio la eccessiva dolcezza dell’acqua del Nilo, il quale scorrendo sotto la zona abbruciata si cuoce, e per questo l’acqua di quello è molto più dolce che quella di tutti gli altri fiumi, perché è cosa naturale che il calore e ‘l fuoco ogni umor addolcisca. Ma questa ragione dà una occasion di contradire, perché pare al tutto esser impossibile che un fiume della opposita terra in questa nostra ascenda, massimamente se si concede che la terra sia rotonda e sferica, perché, ancor che alcuno con ragion voglia audacemente sforzare e far violenza a quello che si vede in effetto, la natura però delle cose a nessun modo il consente. Onde costoro, avendo introdutto una opinione che non si può riprendere, constituendo in mezzo una regione inabitabile, pensano a questo modo di poter fuggire la manifesta confutazione. Ma è cosa giusta che quelli li quali affermano alcuna cosa, o veramente adduchino la evidenza della cosa per testimonio, o veramente faccino dimostrazioni e prove da principii concesse, a che modo il Nilo solo da quella terra opposita a questa nostra passa: non è cosa verisimile che anco in quella vi siano degli altri fiumi, sì come è appresso di noi. Dipoi la causa della dolcezza dell’acqua è del tutto sciocca, percioché, se ‘l fiume cotto dal gran caldo si fosse indolcito, non saria generativo né produrria tante varie forme di pesci e animali come egli fa, perché ogni acqua che dalla natura del fuoco è alterata è alienissima dal generare e produrre animali, e però, essendo la natura del Nilo al tutto contraria a questa cottura nuovamente introdutta, è da pensare che queste cause del crescimento già dette siano false.

Enopide Chio dice che nel tempo della state le acque nella terra sono fredde, e nel verno al contrario calde, la qual cosa si vede manifestamente nelli pozzi profondi, li quali nel tempo del maggior freddo hanno l’acqua molto manco fredda, ma nelli gran caldi quella che si cava è freddissima. E però dice esser cosa ragionevole che il Nilo nel verno sia piccolo e contratto, perché il caldo che è sotto la terra consuma molta parte della sustanza umida, non accadendo pioggie altramente nell’Egitto; ma nella state, perché non si consuma più sotto terra l’acqua nelle profonde parti, il natural flusso del fiume senza impedimento alcuno si empie e cresce. Ma contra questa ragione ancora si può dire che molti fiumi sono nella Libia li quali similmente hanno poste le bocche e similmente scorrono, e nientedimeno non inondano e crescono come fa il Nilo, ma al contrario, nel verno crescendo e nella state calando, dimostrano la falsità di colui che con probabilità si sforza di superar la verità. Appresso la quale si è bene accostato Agatarchide Gnidio, il qual dice ch’ogni anno nelli monti di Etiopia si fanno continue pioggie dal solstizio estivo fino all’equinozio autunnale, e però naturalmente il Nilo nel verno sta basso, nella sua natural quantità di acqua che viene dalli suoi fonti, ma nella state dalle pioggie che abbondano cresce. E se ben nessuno fin oggidì ha possuto assegnar la causa della generazion di queste acque, dice però che non si deve reprobare questa sua openione, perché la natura suol produrre molte cose a modo contrario, delle quali trovarne le cause certe agli uomini non è possibile, e che quello che accade in alcuni luoghi dell’Asia può esser testimonio di questo ch’egli ha detto. Conciosiacosaché, nelli luoghi della Scizia che si congiungono al monte Caucaso, ogni anno quando è passato il verno, sogliono cader grandissime nevi continuamente per molti giorni, e nelle parti dell’India che guardano verso il vento di buora, a certi tempi determinati suol discendere tempesta di grandezza e moltitudine incredibile, e circa il fiume Idaspe continue pioggie: e nella Etiopia dopo alquanti giorni il medesimo accade, e così questa mutazione, rivolgendosi per circolo, sempre diversi luoghi continuamente infesta e perturba. E però dice egli che non è cosa fuori di ragione se diciamo che nella Etiopia, che è sopra dell’Egitto, le continue pioggie che cadono ne’ monti nel tempo della state fanno crescer il fiume, conciosiacosaché li barbari che abitano in questi luoghi faccino testimonio di questo effetto. E ancora che questo che ho detto abbia contraria natura a quello che accade appresso di noi, non debbiamo però non volerlo credere, perché il vento da ostro, che appresso di noi è pioggioso, si dice che nella Etiopia è sereno, e li venti di buora, che nella Europa sono sì sforzevoli, nella detta regione sono rimessi e al tutto senza forza e deboli.

E del crescimento del Nilo, ancora che potremmo più variamente rispondere e contradire alle openioni di costoro, saremo contenti delle cose dette, accioché non eccediamo la brevità la quale da principio ci abbiamo proposta.

Questo è quanto nelli libri di Diodoro si legge, dove essendovi molte parti, oltra la inquisizione di questo crescimento, degne del sublime ingegno di Vostra Eccellenza, la quale ne ha illustrato, per dir liberamente, tutti li moti dei cieli, con molte altre belle parti di filosofia, contra la oppenione degli antichi, è ben conveniente che anche dagli occhi ella ne debbia levar via la offuscazione di tante erronee imaginazioni che li detti fecero sopra questo globo della terra, la qual si sa ora chiaramente che è tutta abitata, né vi è parte alcuna o calda o fredda, se non sono solitudini e mari, che non sia piena di uomini e animali, che vi stanno ciascuno come in region temperata, dico temperata alla complessione data loro dalla natura. E ancor che sappia quante siano le occupazioni sue di continuo, nondimeno non voglio restar di pregarla ch’ella sia contenta di volere scrivere alquanto lungamente delle cause ch’ella pensa che possano far questa tale escrescenza, perché veramente sono tutte cose tanto maravigliose e stupende che maggiori non mi saprei imaginare, né dove li suoi alti concetti e divini pensieri si potessero meglio esercitare che in queste: non avendo quelli altro piacere e diletto se non di camminare per strade non tocche da piedi di altri, ma che sieno lontane dalle ordinarie e consuete. E così come si legge che a Ercole era cosa fatale il levar via molti mostri che guastavano il mondo, così penso che sia fatale a lei il levar via le tenebre di molte false oppenioni che fin ora hanno tenute offuscate e come guaste le menti di quelli del secol nostro, li quali non è dubbio che, invitati dalli suoi scritti, si sforzeranno di volere ancor essi di nuovo ritrovar qualche parte da lei non tocca, che poi il tutto alla fine redonderà in beneficio delli studiosi.

RISPOSTA DELLO ECCELLENTISSIMO MESSER IERONIMO FRACASTORO DEL CRESCIMENTO DEL NILO A MESSER GIO. BATTISTA RAMUSIO.

[1]

Tre sopra gli altri sono quelli effetti di natura le cui cagioni son molto occulte.

Degli effetti che manifesti nella natura veggiamo, messer Gio. Battista, avvegna che molti siano quelli che hanno le loro cagioni occultissime appresso gli uomini, nondimeno tra tutti tre sono stati precipui e riputati sopra gli altri occulti, e pieni di certa maggior admirazione appresso i nostri maggiori, li quali per la loro difficultà hanno di continuo e in ogni etate affaticato gl’ingegni. L’uno è stato il flusso e reflusso del mare, così terminato di sei in sei ore; l’altro è l’attrazione che di alcune cose veggiamo, sì come dell’adamante, della calamita, dell’ambro e molti altri simili; il terzo il crescimento del Nilo, così ordinato ogni anno in quel tempo nel quale tutti gli altri fiumi sogliono decrescere. Alli quali dubbi li posteriori hanno aggiunto il quarto, cioè il bossolo de’ naviganti, del quale il perpendicolo sempre in ogni sito che sia collocato per sé si volge verso il polo. Problemi nel vero tutti occultissimi e sopra modo incogniti a noi, il che mostra la diversità delle oppenioni di coloro che ne hanno parlato. Molti de’ quali veramente son degni di escusazione in alcuni di questi dubbi, percioché a loro non poterono esser note le cagioni, conciosiaché quelle dipendessero dalla notizia delle regioni e siti e condizioni particulari delle terre e mari e rispetti di quelli al sole, la qual notizia alle loro etati non pervenne: di che noi molto siamo obligati alla nostra, la quale tanto ha navigato e cercato del mondo, che gli uomini dell’altre etati in questa parte si ponno riputar come fanciulli a rispetto del secol nostro. Per il che, sì come gli antichi non poterono aver principio e via alla cognizione di qualcuno di questi effetti, così l’età nostra ne ha possuto aver lume e adito a penetrar molto più dentro, sì come è stata la cognizione del crescimento del Nilo, di che voi, avendone avuto molta e molto degna considerazione per le cose ritrovate di nuovo, ne avete scritto a me e fattomi partecipe degli studii e pensieri vostri, li quali di continuo sono intenti e dirizzati a gentilissime e alte contemplazioni. Ma perché voi circa cotal materia ricercate anco il giudicio mio, e con la proposta di alcune non facili dubitazioni modestamente m’invitate a far quasi commentario sopra il discorso vostro, non potendo io né dovendo negare cosa che io veda piacer a voi, molto volentieri ragionerò vosco di così bella e così anco a me grata materia, per quanto le relazioni che se ne hanno e qualche altro principio mi potranno esser via a farne giudicio, se forse in così difficil cosa mi sarà concesso rettamente giudicare e potere scioglier le vostre dubitazioni.

[2]

Tra li tropici, in ogni luogo ove il sole è perpendiculare, piove sempre qualche poco del giorno.

Supporremo adunque, come per le relazioni si ha, di che più volte avete a me scritto, che tra li tropici, in ogni loco ove il sole si fa perpendiculare o propinquo, sempre piove qualche parte del giorno, e vedesi elevare una folta nebbia che, adunata nella sommità de’ monti, finalmente si converte in pioggia. Anco supporremo che, quando il sole comincia ad entrar nel solstizio estivo, nelli luoghi ove soprasta, e anche propinqui di qua e di là dal solstizio per sei o sette gradi, come sono gli Etiopi vicini all’Egitto e l’Egitto superiore, non solo fannosi le pioggie predette, ma fannosi come diluvii di pioggie che durano per giorni circa quaranta, il qual tempo gli Etiopi dimandano verno, e dura per tutto Cancro e parte di Leone.

[3]

Il sol quando comincia entrar nel solstizio, e anco nelli luoghi propinqui sei o sette gradi, si fanno pioggie grandissime. Il verno appresso gli Etiopi è nel tempo che la estate è appresso di noi.

Appresso supporremo che il crescimento del Nilo comincia parimente anche esso a questo medesimo tempo, cioè quando comincia detto verno appresso gli Etiopi ed è la state appresso noi, il qual crescimento dura circa quaranta giorni, per tutto Cancro e parte di Leone; da indi comincia a calare e decrescer più e più, tanto che in Libra se ne ritorna nel suo alveo dentro le solite rive. Del corso del quale, onde cominci e per quai parti descenda e per quanto spazio, altro non ne dirò se non quanto nel vostro discorso scrivete, supponendo ancora che nella Etiopia ed Egitto a quella vicino siano catene di molti grandissimi monti.

[4]

Che ‘l Niger cresce insieme col Nilo, e due esser le cause per le quali principalmente crescono i fiumi, e molte per le quali possono crescere, ma vengono di raro.

Le quai cose supposte, descendendo alle cagioni che fanno il crescimento del Nilo in quel tempo che gli altri scemano, eccetto quello che si chiama Niger, il qual si dice insieme col Nilo crescere, dico che generalmente li fiumi crescono per due cause principali. L’una è quando interviene impedimento alcuno alle bocche de’ fiumi, per il quale non potendo essi deponer l’acque loro nel mare, necessario è sgonfiarsi e crescere. L’altra è quando oltra l’ordinario nuova acqua e molta precipita nei fiumi, tale che meno è quella che depongono nel mare che quella che ricevono, il che anco fassi o per grande e subito dileguamento di nevi o per moltitudine di pioggie, lassando alcune altre cagioni che ponno certo accadere, ma perché rarissime volte avvengono, non si ponno addurre nel proposito nostro, non ne faremo menzione. Sì come a certe constituzioni o di stelle o di stagioni accade sotto la terra generarsi acqua assai nelli luoghi ove sono le origini de’ fonti, e sì come a certi tempi avviene che le scaturigini dell’acque che sono sotto terra o per terremoti o per altro accidente mutino il loro corso, e sbocchino sopra terra o in qualche fiume o lago, sì come si legge del lago Albano, il quale senza manifesta causa tanto crebbe nel tempo che poi da’ Romani fu preso Vegento. Hassi ancora veduto nascer novi fiumi, che dalla terra usciti ed entrati negli altri fiumi gli hanno grandemente aumentati. Taceremo similmente quelle cause che più presto sono fabulose che possibili, che alcuni adducono de’ crescimenti de’ fiumi, delle quali alcune ne son recitate da Diodoro Siculo e da Seneca. Per il che le cause che ragionevolmente si ponno admettere nel proposito nostro saranno generalmente le predette, cioè le due prime, o impedimento delle bocche o nove acque ricevute, e questo o per dileguamento di nevi o per pioggie grandi: delle quali è da vedere quale possa far il crescimento che nel Nilo si vede.

[5]

Opinione di Talete e di Eudemene sopra il crescer del Nilo, e confutazione di quelle, e quando cominciano a soffiar le etesie.

Sono stati alcuni, come di Talete ed Eudemene si scrive, che hanno stimato il crescimento che si vede nel Nilo sia per impedimento che si fa nelle bocche ove il Nilo entra in mare, il quale impedimento dicono causarsi da que’ venti che si chiamano etesie, non dalle etesie che spirano da ponente, ma da quelle che dall’acquilone, che parimente son chiamate etesie, le quali dicono soffiare a quel tempo che cresce il Nilo, e propriamente per giorni XL come anco cresce il Nilo. Questi venti adunque, soffiando allo opposito del fiume, spingono l’acqua del mare alle bocche del fiume e impediscono l’entrata sua. Ma nel vero questa opinione non si può difendere, prima perché, se è vero quello che scrivono gli auttori dello spirare delle etesie, falso è che comincino col crescimento del Nilo, anzi cominciano quando quasi è la fine del crescer del Nilo, conciosiaché li prodromi, che sono etesie leggieri, non cominciano se non alle fini di Cancro per giorni otto inanzi le etesie, onde son detti precursori, poi rinforzati e soffiando più forte si chiamano etesie, quando già il Nilo è alle fini del crescere, di che Plinio così ne scrive: “Nell’ardentissimo fervore della state nasce la stella della Canicola, entrando il sole nella prima parte di Leone, il qual dì è il quintodecimo innanzi le calende d’agosto: nel nascer di questa per giorni circa otto prevengono gli aquiloni che chiamano prodromi, ma dopo duo giorni di quel nascere gl’istessi aquiloni soffiano più fermamente giorni XL, i quali dimandano etesie”. Il simile scrive Seneca e Columella e altri, onde si può vedere le etesie cominciar quando già il crescimento del Nilo è alle fini, e questa non poter esser la cagione di tal crescimento, per impedimento che si faccia alle bocche.

Oltra di ciò, se tale impedimento fosse la cagione del crescere del Nilo, si vedrebbe apertamente dagli Egizii, e l’onde del mare vedrebbonsi manifestamente essere spinte contro il fiume, e non accaderia tanto dubitare della causa di questo effetto come si fa; vedrebbesi anco cominciare il crescimento da lì in giù, e andar a poco a poco crescendo allo insù, di che il contrario più presto si vede; e ultimamente l’acque del Nilo sariano chiare, e non torbide e lutose, il che essendo, dà segno che quella torbidezza proceda da acque che, per molto terreno correndo, portano quel lozzo grasso e torbido. Non potendo adunque esser cotal crescimento per impedimento fatto alle bocche, né per le etesie né per altro che possiamo imaginare, necessario è che sia per l’altra cagione, cioè per nove acque che precipitano nel Nilo: il che essendo o per dileguamento di nevi, o per pioggie grandi, o per lo uno e lo altro, resta vedere per quale di queste cause possa procedere.

[6]

Che la opinione di Anaxagora è falsa, che le cose che sono possibili solamente non si debbono admetter per vere, e che le pioggie son potissima causa del crescer del Nilo.

E sono alcuni, così degli antichi come anco de’ moderni, ch’hanno detto tal crescimento farsi per dileguazion repentina delle nevi che sono nelli monti d’Etiopia e quelli d’Egitto superiore: e tal opinione si attribuisce ad Anaxagora. Ma neanco questa openione si pò mantenere e ricever per vera, prima perché molto dubbio è se dentro dalla tropici si possano far nevi o no, di che io mi riservo nel fine di questo trattato farne un poco di discorso; poi, concesso ancora che si possano far nevi in que’ luoghi, non però pare che questo si possa addurre per causa del crescimento del Nilo, conciosiaché, se ei fusse, molto innanzi il crescimento del Nilo sariano anco dileguate, però che veggiamo appresso di noi dileguarsi le nevi quando il sole entra nel Tauro, ed è distante da noi per gradi 50: quanto più deveria dileguar quelle che fussero dentro delli tropici, innanzi che entrasse nel Cancro, alle quali saria vicino non per gradi 50 ma per XIII e per XII. E se alcuno dicesse ciò avvenire per la grande altezza delli monti, pigliando esempio dallo Atlante, nel quale, come scrive Plinio, sono nevi etiam la state, e non è lontano dal solstizio estivo se non gradi cinque, dico che costui non adduce cosa che consti per relazione d’alcuno, ma che forse esser può; ma giusto non è le cose che solamente son possibili riceverle come vere, ma si debbono admettere come possibili, e cercare se altre cause ci sono che siano più certe: e se ce ne sono, queste si devono tenere, ma se non ce ne sono, in quel caso è lecito admetter quelle che sono possibili. Per il che, lassando ora in sospeso la cagione delle nevi, cercheremo se le pioggie possono essere in causa perché il Nilo a quel tempo cresca. E veramente, se così è come da principio abbiamo supposto, che quando il sole comincia a entrar nel Cancro, e per tutto Cancro e parte di Leone, si vedono nella Etiopia diluvii grandissimi di pioggie, il che non solo accertano quelli che vi sono stati a’ tempi nostri, ma anco gli antichi scrittori lo confermano, come Diodoro e Plinio e Aristotele nelle sue “Meteore”, senza dubbio è da stimare (o ci siano o non ci siano nevi) che tali pioggie siano la cagione del crescimento del Nilo: e questo penso io sia da metter per certo e constante, ove non accade dubitare.

Ma quel di che si può dubitare è questo, donde e da qual causa si facciano quelli diluvii di pioggie nella Etiopia, e come si possano fare in quel tempo che il sole è nel solstizio e tanto abbrucia ogni cosa: di che io trovo oppinioni molto diverse, e alcuni dicono il sole poterlo fare a quel tempo, anzi solo a quel tempo, alcuni lo negano e adducono altra cagione, della qual cosa è da cercare molto diligentemente. Alessandro Afrodiseo, commentando Aristotele nelle “Meteore”, nel primo libro ove tratta delle pioggie, dubitando circa quello che dice Aristotele, in Arabia ed Etiopia la state farsi pioggie grandissime, dice che la consistenza delle nuvole e li vapori non si fanno ivi, ma son portati dalli venti che si chiamano etesie, come esso Aristotele dichiara nel trattato del crescimento del Nilo. Per il che pare che la openion d’Aristotele e poi di Alessandro sia che la generazion delli vapori che fanno quelle tante pioggie in Etiopia non si faccia del sole in quelle parti, ma siano portate dalle etesie, le quali in Etiopia facciano quello che li scirocchi a noi, e sì come a noi li scirocchi portano gran quantità di nuvoli e vapori, perciò che passano sopra il mare, così le etesie parimente fanno agli Etiopi e all’Egitto superiore passando per molto mare.

[7]

Che la opinione di Aristotile e di Alessandro difficilmente si può difendere, e che alla generazione delle pioggie ci bisogna molte cause, e quali.

Ma veramente, se è lecito dubitare alle openioni di tanti filosofi, molto posso dubitare in questa cosa detta da Alessandro e attribuita ad Aristotele, conciosiaché, se è vero quel che di sopra abbiamo detto per testimonio di molti, che le etesie si facciano alla fine di Cancro, quando già il crescimento del Nilo è propinquo alla fine, io non so come questo che scrive Alessandro possa aver luogo. Al che si aggiunge che, se questa fosse la cagione di quelle pioggie per vapori portati da’ venti, gli abitanti e quelli che vi sono stati e tutti che da quelli potessero esser informati niente dubitariano della causa che fa crescere il Nilo, sì come quando a noi piove per gli scirocchi niente dubitiamo onde siano quelle pioggie. Essendo adunque e appresso gli antichi e appresso gl’istessi abitanti sempre stato dubbio e tanto difficile a conoscer come si facciano quelle pioggie, parmi che mal si possa attribuir la cagione a venti che portino li vapori, tanto più che, se è vero quello che da principio abbiamo sopposto per le relazioni, che ove il sole si fa perpendiculare sempre piova a qualche parte del giorno, che esser non può perché le etesie ci portano li vapori, ma perché il sole si elevi, ragionevole è che anche egli sia la cagione che tante pioggie si facciano quando sta come perpendiculare per molti giorni sopra certi prati. Ma nel vero alla perfetta risoluzione di questa materia molto importeria il sapere certamente a che tempo cominciano a spirare le etesie. E se a Plinio si può prestar piena fede, percioché egli distintissimamente mette il principio loro, Aristotele altro non dice se non che soffiano dopo le conversioni estivali del sole, ma quanto dopo non dichiara, e io per l’esperienza o per relazione altro non posso dirne.

Ci restarà adunque da investigare se il sole può esser causa di far l’attrazione delli vapori che sono materia di tante pioggie, e perché solo a quel tempo lo faccia, che è per tutto Cancro e parte di Leone, nella qual cosa sono non pochi e non facili dubbi: e primo, come in quelle parti tanto secche e bruciate sia tanta materia che sumministri vapori sufficienti a far diluvii di pioggie che durino tanto; poi, dato che si facciano li vapori, come esser può che ‘l sole tanto perpendiculare e diritto non li risolva e proibisca far consistenza di nubi, conciosiaché appresso noi in trenta e quaranta gradi e più vedemo, quando il sole è al solstizio, li vapori che si levano esser anco disciolti, e rade volte la state farsi pioggie, e se pur si fanno, le nubi sono portate d’altronde e la pioggia è molto breve. Oltre a ciò quel che dà più maraviglia è ch’essendo il medesimo rispetto del sole alla terra, il medesimo viaggio per tutto Gemini che per tutto Cancro, perché non si fanno le dette pioggie così in Gemini come in Cancro: di certo gran meraviglia è che stando il sole sopra li medesimi luoghi, mentre che da Gemini va al Cancro e dal Cancro cammina al Leone, che non faccia la medesima attrazione de vapori, le medesime nubi e pioggie in Gemini come in Cancro. Maggior maraviglia è poi che, in tanto tempo che sta come fermo in un luogo, non consumi tutta la materia donde si devono far vapori, conciosiaché appresso noi, che siamo tanti distanti, vediamo la terra tanto essiccarsi, che nulle o pochissime pioggie si fanno. Per questi dubbi io penso Alessandro e gli altri esser mossi a non poter credere che quelle tante pioggie che si fanno la state nella Etiopia non abbiano la lor materia portata d’altronde; nondimeno, perché communemente si tiene il contrario, e che il sole la elevi dalli luoghi proprii di quella regione, io mi affaticherò a mostrare come ciò esser possa, e che non possa esser ad altro tempo che quando il sole corre tutto Cancro e parte di Leone.

Ma prima diremo ch’alla generazione delle pioggie ci bisognano molte cause per ordine, le quali concorrendo si fanno le pioggie, ma mancando o tutte o alcuna non si fanno. Prima ci bisogna la materia onde li vapori si possano fare, la quale è l’umido o de’ mari e stagni e fiumi, o le parti della terra umide; poi ci bisogna lo agente che elevi da quello umore vapori assai, il che si fa introducendo in quell’umore tanto di caldo che sia sufficiente ad elevarlo, per il che il sole massimamente lo suol fare. Poi bisogna che li vapori elevati si unischino in certo luogo nell’aere e congreghino insieme, e faccino quel corpo stesso per l’aere che chiamano nube, la qual unione e consistenza parte fassi per la natura delle cose simili che concorrono in uno l’una con l’altra per la simpatia, parte fassi per l’antiparistasi del loco, la quale communamente è dove finisce la reflession de’ raggi del sole, ove è fredezza assai, e massime se ci sono monti, i quali infreddano molto, e perché la reflession de’ raggi non perviene alle sommità loro, e perché hanno della terra assai, che parte è fredda e non è scaldata come li luoghi piani, dalla qual antiparistasi si fa la consistenza e unione de predetti vapori. Oltre ciò ci bisogna che ‘l vapore da novo si riduca alla natura dell’acqua, il che si fa perdendo la calidità che prima era introdutta e ricevendo nova freddezza, la qual si fa o dal luogo detto ove finisce la reflession de’ raggi, e massime partendosi il sole, che pur con la presenza mantiene la calidità nel vapore, o dalle parti di essa nube che sono fredde. Ultimamente, uniti li vapori e ridotti alla natura propria e fatti acqua, che per sé è grave, descendono e fassi pioggia.

[8]

Come se ingeneri la pioggia, e come si facciano le pioggie quando poche, quando mediocri e quando grandissime; e quando il sol più s’avicina al tropico, il sol si fa continuamente più lungo.

Quando adunque questo ordine di cause concorre convenientemente, se la materia è poca fassi poca pioggia, se è mediocre fassi pioggia mediocre, ma se è molta, e l’attrazion molta, e li luoghi degli antiparistasi molto atti, allora si fan pioggie grandissime e diluvii, se accade che le cause possino durare. Ma se alcuna di queste cagioni per fortuna manca, manca anco la generazion della pioggia, il che o in certi luoghi o a certi tempi accade. Alcuna volta manca la materia per sé, come in molte parti della Libia, che sono arsiccie e sabulose; alcuna volta è consonta dal sole, come la state appresso noi; per il qual mancamento non fa attrazione ed elevazion de vapori. Alcune volte il difetto non è per la materia, ma è dallo agente, che è debole, come quando il sole è lontano e fa li raggi che fuggono e non si reflettono, e non è potente ad elevar il vapore, che è congelato dalla freddezza del luogo, come il verno appresso noi, e più alli più settentrionali, ove non piove se li nuvoli non son portati d’altronde. Alcune volte il vapore si eleva, ma non si unisce né si fa consistenza, il che fa o il calore eccessivo che li disolve o venti che li dispergono. Alcune volte sono elevati li vapori e consistono e sono uniti e sono in region debita, ma non si fan pioggia perché l’antiparistasi non è proporzionata a far pioggia, ma fa o neve o tempesta o vento.

È adunque da vedere se nella Etiopia e nell’Egitto superiore siano queste condizioni e ordini di cause, che senza necessità di esser portata la materia dalle etesie, si possono far pioggie e piccole e mediocri e grandi e lunghe, per le disposizioni della regione e del sole. E a me pare di sì, supponendo, come è detto, che nella Etiopia ed Egitto superiore siano catene di grandissimi monti, siano anco fiumi larghissimi, come il Nilo e altri, e appresso sia gran tratto di mari, il sino Arabico e l’Oceano. Dico adunque che prima, a far quelle pioggie che di giorno in giorno si fanno, ove il sole si trova perpendiculare e diritto, non è dubbio che non ci sia materia sufficiente per li vapori che s’hanno ad elevare, e ancora lo agente che li possa elevare, cioè il sole. Puossi ancor fare unione di quelli e consistenza dal luogo ove finisce la reflession de’ raggi, massime ove sono monti assai, i quali sì per natura loro, che è fredda essendo terra, sì perché massimamente alle sommità loro non arriva la reflession de’ raggi, resistono al sole, che non dissolva la consistenza de’ vapori, e con l’antiparistasi parte gli uniscono, parte di novo li raffreddano e convertono alla natura di acqua e fan pioggia, il che di giorno in giorno si fa. La qual pioggia non è già quella che faccia il crescimento del Nilo, percioché quella, descendendo al piano, prima che arrivi al fiume si absorbe dalla terra, che è assai secca per sé e scaldata dal sole. Secundo dico che non solamente questa pioggia quotidiana mediocre o poca possi fare, ma etiam quella grande e lunga che li Etiopi dimandano verno, ed è diluvio d’acqua, ma tale non possi già fare ad ogni tempo e ogni luogo ove si trova il sole, ma solamente quando egli si trova nel solstizio per tutto Cancro e parte di Leone. Il che come si possa fare, così dichiararemo, supponendo che li paralleli che fa di dì in dì il sole, così partendosi dall’equinoziale per andar al tropico come partendosi dal tropico per ritornare all’equinoziale, sono continuamente più e più larghi e distanti l’un dall’altro quanto son più vicini all’equinoziale, e sono continuamente tanto più e più stretti e men distanti l’un dall’altro quanto son più vicini al tropico, supponendo ancora ch’il giorno si fa continuamente più longo quanto il sole più s’avicina al tropico.

[9]

Quando e in che modo far si possino pioggie grandissime.

Cominciando adunque dal tempo che il sole si trova nell’equinoziale, e anche per tutto Ariete, dico che ovunque si fa perpendiculare può far pioggia, come è detto, di giorno in giorno, ma tal pioggia non è diluvio, né tale che possa far augumento nel Nilo, percioché il sole, di giorno in giorno facendo li paralleli larghi e assai distanti l’un dall’altro, poco dimora in un luogo e non può fare quella tanta attrazione di vapori che si ricerca al diluvio, ma solo a pioggia leve e poca, che poi si absorbe dalla terra. Alla qual cosa concorre etiam la brevità del giorno, talmente che non dimora molto di luogo in luogo, sì per li paralleli larghi, sì perché il giorno è breve. Similmente si farà anche per tutto Tauro, per la istessa cagione delli paralleli larghi e del giorno breve, avvenga che nel Tauro qualche poco siano stretti li paralleli, il giorno più longhetto che nell’equinoziale; ma nondimeno l’uno e l’altro non è ancora sufficiente a far pioggie che augumenti il Nilo, ma quando avviene che il sole stia più e più giorni e più ore del giorno sopra una medesima parte, dico che solamente a quel tempo si pon far pioggie grandissime e lunghe. La causa è che solamente allora si fa attrazione grandissima e lunga di vapori, percioché la calidità che gli attrae si fa molto più profonda nella terra e mare, e non solamente più profonda ma etiam più larga e a più spazio che non fa quando poco dimora sopra una parte, ove fa attrazione superficiale e ristretta. Pervenendo adunque il sole al solstizio per tutto Cancro e parte di Leone, ove il giorno è più lungo e li paralelli più stretti che in Ariete e Tauro, e la dimora sopra li medesimi luoghi quasi continua, avviene che l’attrazione de’ vapori si fa grandissima e larga e profonda, e conseguentemente pioggie grandissime e lunghe.

Ma qui nascono li predetti dubbi, e prima come possa esser tanta e così abondante materia per tanto tempo in quella regione così arida per sé, ma più in quel tempo che da così lunga calidità è abbruciata, avendo il sole così diretto e propinquo, conciosiaché a noi in quaranta e 50 gradi la state così si secca la terra che materia non c’è per pioggia. Al qual dubio dico che nella Etiopia, nelli luoghi onde si elevano li vapori, in alcune parti la materia è indeficiente, e non solamente indeficiente, ma l’un giorno prepara all’altro più e più materia, crescendo la calidità di dì in dì, come sono li mari, massime il sino Arabico, sopra il quale passando il sole per molti giorni quasi per un medesimo paralello, di dì in dì moltiplica più e più vapori, perciò che ‘l giorno d’oggi dispone per dimane, e dimane per l’altro, e quello per l’altro, talmente che più materia si ha di giorno in giorno.

[10]

Che due umiditati si debbono considerar nella terra, le quali il sole attrae quando il sol scorre Gemini e si prepara abondantissima materia de vapori. La causa perché nella Etiopia accresce ogni dì più materia di pioggie per certo tempo, il che appresso di noi far non si può la state nei luoghi piani.

Quanto veramente appartiene alla terra, dico che in essa son da esser considerate due umiditati, una superficiale, l’altra profonda: quanto alla superficiale, basta poca dimora del sole sopra un medesimo luogo ad elevar li vapori, e di questa fansi le pioggie che ogni giorno si sogliono fare ovunque sia il sole perpendiculare; ma quanto alla profonda, che è quella che in gran parte è fatta dalle acque absorpte dalla terra per le pioggie quotidiane, ci bisogna molto più longa dimora del sole, tale che anche per causa della terra non manca materia per li vapori quando la profonda si estrae, massimamente nelli luoghi montuosi, ove sono e selve e ombre assai e fonti, che il sole non può tanto come nelli piani. Ma generalmente dico che, quando il sole comincia a scorrer Gemini, materia abondantissima si fa, e l’un giorno dispone per l’altro, tal che il seguente sempre s’avanza dal precedente di materia e vapori, percioché, faccendosi ogni giorno le pioggie quotidiane che abbiamo detto farsi ove il sole è perpendiculare, ed essendo in Gemini il sole perpendiculare sopra un medesimo luogo, ivi si fanno le dette pioggie, le quali, absorte dalla terra, per un circulo descendono e ascendono attratte dal sole. Ma di giorno in giorno più è quel che si attrae che quel che discese il giorno inanzi, per elevarsi etiam la umidità profonda e aggiugnerseli quella che da mari e fiumi e monti si leva, e così un giorno dispone per l’altro: per queste cagioni dunque non manca materia per molti giorni, anzi accresce per certo tempo ogni dì più. Il che appresso noi la state non si può fare nelli luoghi piani, peroché, consumata la umidità superficiale, causa non c’è che la rinovi di dì in dì, né che ne abbia fatta di profonda, onde quelli pochi vapori che si levano insieme si dissolvono. Pur ne’ luoghi montuosi si fan delle pioggie, perché non son così essiccati dal sole, e contra operano che li vapori non si dissolvono: e così sia satisfatto al primo dubbio.

[11]

La causa perché il sole, essendo così diretto, non dissolve nella Etiopia li vapori che si elevano e non proibisce la consistenza loro; e per che cagioni non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in Cancro, essendo quelli istessi paralelli in l’uno che in lo altro. Quando noi sentiamo il verno, e come se introduce a noi la state. Che dopo il solstizio e per tutto Cancro e parte del Lione si fa crescimento del Nilo.

All’altro veramente cercava per che causa il sole, essendo così diretto, non dissolve nella Etiopia li vapori che si levano e non proibisce la consistenza loro. Dico che ciò fa il luogo ove finisce la reflession de raggi, massimamente ove sono monti molti e grandi, percioché ivi è freddezza assai, per il che li vapori non si risolvono, anzi occorrendo alla antiparistasi si uniscono e raffreddano e riducono alla natura propria di acqua, e così piovono. Ma a quello che tanto travaglio dà e a voi e a molti altri, perché sia che in Gemini essendo gl’istessi paralelli che in Cancro, lo istesso rispetto alla terra e viaggio del sole, non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in Cancro, e non comincia il crescer del Nilo se non circa il solstizio, io dico che tutte le grandi azioni hanno le lor preparazioni e lor tempi ne’ quai si fanno, e ad introdurre certa forma e grado di qualità, bisogna rimover le disposizioni contrarie e introdurre quelle che fanno per la qualità che si ricerca. Di qui nasce che sarà uno agente e che per due ore farà azione in certa materia, e sarà sempre quel medesimo con li medesimi rispetti, e nondimeno nella prima ora non produrrà la qualità destinata, ma solamente nella seconda, non per altro se non che tutta la prima ora consumò in rimover le disposizioni contrarie e introdurre le appropriate.

Per questa cagione, per molto che ‘l sole sia nella medesima distanza da noi del Sagittario che è per tutto Capricorno, nondimeno noi mai non sentimo verno né freddo notabile se non per Capricorno e doppo il solstizio iemale. La cagione è che per tutto Sagittario, anzi per tutta la quarta, de Libra fino a Capricorno, consuma tutto quel tempo a rimover la calidità indutta nella terra per la state passata, la qual si rimove per l’absenza del sole dalle parti della terra fredda; poi, quella rimossa, procedendo pur la freddezza, si viene a tal grado che è molto notabile, e allora sentimo il verno, il che fassi doppo il solstizio. Né obsta alla intensione della freddezza che ‘l sole cominci a vicinarsi a noi, percioché tanto poco è quello che può far di calidità che la freddezza di lungi non vinca. Per consimile cagione non sentimo parimente la state in Gemini, ma solo dopo il solstizio in Cancro, per molto che sia lo istesso rispetto del sole alla terra in Gemini che in Cancro, perciò che in Gemini, anzi per tutta la quarta di Ariete a Cancro, il sole consuma tutto quello tempo in rimover la freddezza indotta per lo verno passato, la qual rimossa e introdotta certa calidità, induce finalmente tal grado che a noi è molto sensibile, che chiamiamo state, che si fa doppo il solstizio. E per molto che il sole dopo il solstizio cominci a lontanarsi da noi, nondimeno tanto debole azione è questa che la calidità di lungo vince e si augmenta, fin tanto che la lontananza del sole tanto può quanto il caldo, e fassi caldo mediocre. Poi, superando la lontananza, comincia alquanto il freddo, il qual cresce fino a Capricorno, ma non sì che ancora ci paia verno.

Dunque nel proposito nostro dovemo parimente dire che per la istessa cagione in Gemini non si fanno le pioggie nella Etiopia che si possano dire diluvii e che possano far crescer il Nilo, ma solamente doppo il solstizio, per tutto Cancro e parte di Leone, perciò che tutto il tempo che ‘l sole scorre Gemini si consuma parte in rimover le disposizioni contrarie all’attrazione grande de’ vapori, parte in far la preparazione conveniente al poter far attrazione grande e larga. Si dee dunque considerare che nella Etiopia e nell’Egitto superiore, quando il sole è nella maggior lontananza che esser possa, cioè nel tropico iemale, nelle parti onde s’hanno ad elevar li vapori, mari, monti, fiumi e piani, è indutta certa frigidità che, quantunque non sia tanta quanta è appresso noi, è però tanta che bisogna che sia rimossa se si deve far vapore che possa elevarsi, massime quella che è ne’ mari e fiumi e monti. Oltra ciò si deve anche considerare che, se si deve fare levazione de vapori grande e larga, ci bisogna calidità anche grande e larga, e che possa penetrare alle parti più profonde e a più spazio. E quando accade che tale calidità sia mandata dal sole, allora fassi che un giorno prepara all’altro e fa tal disposizione, che poi si può fare attrazione di vapori grandissima.

[12]

Come la disposizione delle attrazioni si fa in Gemini e l’effetto in Cancro. Il Nilo e il fiume Niger come crescono; quando cominci lo augmento de’ fiumi, e quando lo stato, e quando la declinazione.

Venendo dunque al particolare, quando il sol perviene a Gemini, ove li paralleli sono molto stretti e il giorno è alquanto più lungo, e che ‘l sole dimora molto sopra un medesimo luogo, dico che allora comincia il tempo che un giorno prepara all’altro e dispone la materia che si possa far attrazione grandissima. Ma di tale attrazione la disposizione si fa in Gemini, lo effetto si fa in Cancro, percioché in Gemini da principio si rimove la freddezza indutta dal verno passato (dico verno la massima lontananza del sole, non quel verno che è accidentale per le pioggie, che gli Etiopi chiamano verno), la qual freddezza essendo parte superficiale, parte profonda, quanto alla superficiale basta la dimora di un giorno che faccia il sole, e questa rimossa si fa elevazione che basta alle pioggie quotidiane, ma piccole; ma quanto alla profonda ci bisognano più e più giorni, e così l’un giorno prepara e dispone all’altro, onde anche fassi che le pioggie quotidiane vanno augumentando e fansi maggiori, ma non sì che ogni giorno non siano però absorte dalla terra, e ciò fassi per tutto Gemini. Ma come si viene al Cancro, ove già per lunga dimoranza la calidità profondamente è indutta e fatta preparazione, che già infinite parti nel mare, nella terra e ne’ monti sono vapori in potenzia prossima, allora per ispazio grande, così in latitudine come in profondità, fassi incredibile attrazion de vapori, etiam la notte, li quali, congregati circa li monti, dall’antiparistasi loro si riducono in pioggie quasi continue e grandissime, le quali, discendendo al piano già imbibito dalle pioggie quotidiane, non si absorbono dalla terra ma, precipitando alli fiumi, gli accrescono tanto che poi allagano la regione: e così fa il Nilo, così fa il fiume Niger. Questo crescimento adunque non si fa in Gemini per la cagion detta, che in quello si fa solamente la disposizione; ma fassi per tutto Cancro e parte di Leone, fin a tanto che il sole comincia a far li paralleli larghi, il giorno men lungo, ove la dimoranza non è tanta e la calidità si sminuisce, e già le parti fredde dell’acque e della terra cominciano a ridursi alla natura propria.

L’augmento adunque de’ fiumi comincia quando più è l’acqua che entra che non è quella che si depone al mare, il quale augumento va crescendo fino a certo grado, che è il sommo, il che è da credere che sia circa li XX gradi di Cancro. Poi quel sommo grado va a poco a poco calando, per modo che più sia l’acqua che entra che quella che si depone; poi viensi ad uno stato nel qual tanto è quella che entra quanto quella che esce, il fiume né cala né cresce, ma sta in una linea: e ciò si dee credere che sia circa la ottava di Leone. Poi comincia a farsi il decrescimento, e meno esser quel che intra che quel che esce: il fiume si ritira dalla linea predetta verso le rive, ma a poco a poco, perciò che a poco a poco fassi quello eccesso di quel che esce sopra quello che entra, e così a poco a poco calando nella Libra è tutto ridutto il Nilo nel suo alveo.

Queste sono le ragioni che a me sono occorse circa al crescimento del Nilo, e circa li dubbi che ci accascano, e circa l’oppenioni che si ponno avere, delle quali la più ragionevole a me pare quella che dice le pioggie che si fanno nella Etiopia e nell’Egitto superiore esser cagione di tal crescimento, le quali pioggie non sono fatte perciò che le etesie li portano le nuvole, ma sono fatte per immense attrazioni de vapori che fa il sole nel Cancro e parte di Leone al modo detto. Dal che seguiria che questo crescimento cominciasse nella Etiopia e nell’Egitto superiore a quella vicino, nella qual cosa può nascer un dubbio, se ad un medesimo tempo si vede il cominciar di tal crescimento in Etiopia e al Cairo: e pare che sì, perciò che tutti scrivono che dove è il Cairo comincia a crescer il Nilo nel solstizio, nel qual tempo etiam per le relazioni si ha che cominciano li diluvii di pioggie nella Etiopia. La qual cosa se diciamo, pare molto dubbia, percioché dalla Etiopia al Caiero sono miglia circa 600, le qual, prima che l’acqua cominci a gonfiar nella Etiopia possa scorrer, pare che molti giorni ci bisognino. Al che si può dire che otto o dieci giorni prima o dopo non importa, perché puntualmente non si sa quando comincia il crescimento in Etiopia e quando al Caiero, over diciamo che il crescimento del Nilo a duo modi si può conoscere. L’uno è per l’acqua che entra, che non potendosi deporre tanto quanto entra fa crescer il fiume, e a questo modo alquanto prima si vede il crescimento nella Etiopia che al Caiero. All’altro modo si può conoscere il crescimento per la condensazion delle parti che fa l’una dopo l’altra di mano in mano, il che quasi subito e in brevissimo tempo si fa in tutto il fiume, come vediamo anche nell’altre acque, buttato un sasso o altro che spinga le parti, farsi le circulazioni l’una dopo l’altra quasi in un momento: e a questo modo può esser che, come la prima acqua sgonfia il Nilo nella Etiopia, quantunque la istessa non si veda al Caiero, nondimeno si vede la condensazione delle parti fatta l’una dopo l’altra subito etiam al Caiero. Il che è primo segno del crescer suo, che poi si fa manifesto quando l’acqua istessa che prima cominciò a gonfiare discende al Caiero: il qual tempo in quanti giorno si faccia difficile è da sapere.

[13]

Che nella Etiopia si fanno anco tempeste; come si generino le pioggie, nevi, tempeste; come si faccia la pioggia e tempesta insieme; come si generi la neve; che cosa sia ghiaccio, e le cose che si possono far ghiaccio; come si faccia la neve e come la tempesta, e la causa che una istessa nube pioverà e nevicherà, e il simile della tempesta.

Ora resta da esequire anche quello che abbiamo promesso, se nella Etiopia si facciano nevi, il che non sapendo noi per esperienza o nostra o d’altri, ne diremo quanto parerà probabile per le ragioni. E pare che lì ci siano nevi, perciò che ivi non solo si fanno pioggie, ma si fanno anche tempeste: essendo adunque la pioggia fatta da men freddezza che la neve, e la tempesta di più freddezza, pare che ove si fanno gli estremi si debbia anche far il mezo. Il che si può confermare per l’esempio del monte Atlante, che è vicino al tropico per gradi cinque, nel quale, come Plinio scrive, sono nevi etiam la state, per il che pare che e nelli monti libici, che sono nel medesimo parallelo, e nelli etiopici, che son vicini a questi per dieci o poco più gradi, si possano far nevi. All’incontro pare che non ci possono esser nevi, perché la maggior distanzia che possa aver il sole dall’Etiopia non è più di gradi quaranta: ma noi veggiamo che, a noi essendo il sole vicino per quaranta e cinquanta gradi, non solo non patisce farsi nevi, ma le fatte dissolve e liquefa. Oltra ciò non è da credere che nella Etiopia a tutti li tempi sia men caldo che quello che è appresso noi la state, che siamo distanti 45 e cinquanta gradi. Essendo adunque così, che appresso noi la state non si ponno far nevi, è da credere che meno si possano fare appresso gli Etiopi.

Per migliore intelligenzia adunque di questa materia, bisogna vedere le cause che concorrono a far pioggie solamente e a far neve solamente e a far tempesta solamente, e poi se ponno farsi insieme, dico pioggie e neve, e pioggia e tempesta, e neve e tempesta: per la qual cosa dico che in alcune cose convengono tutte queste tre, pioggia, neve e tempesta, in alcuna differiscono. Convengono veramente nella materia, cioè che tutte si fanno di vapore, che prima fatto caldo dal sole si eleva a certo luogo, poi raffreddato da agente freddo si fa grave e di natura d’acqua; ma è differenza nel modo della freddezza, percioché a far pioggia basta men freddezza, quella tanta che è assai a levar la calidità indutta dal sole, che nondimeno né congela né agghiaccia, ma fa solo predominio di acqua, ma a far neve ci bisogna più freddezza, e più a far grandine. Convengono ancora la pioggia e la tempesta insieme, che l’una e l’altra si fa di vapori prima uniti, tanto che ponno far goccia e già son fatti acqua, ma differiscono poi che la pioggia discende in natura e forma di acqua, ma la tempesta, innanzi che descenda l’acqua di che si fa, si agghiaccia, e non discende di natura d’acqua over di forma, ma di goccia agghiacciata. E differiscono poi queste due dalla neve, e che li vapori di che si fa la neve non si uniscono di modo che possa far goccia e acqua, ma innanzi che si uniscano nella nube si congelano così divisi e sparsi come si trovano, tal che sempre tra l’uno e l’altro c’è aere interposto, per il che quando discendono fanno quel corpo raro e spongoso che chiamano fiocco, che non è altro che corpo raro misto di vapori congelati e di aere; ma la tempesta non ha mistura di aere, percioché è fatta di goccia d’acqua agghiacciata prima che discenda.

Ma degna cosa è da vedere come e per qual cagione queste diversità si facciano nelle nubi, e perché li vapori ora si uniscano e facciano goccie d’acqua, ora no; e perché, fatti goccie d’acqua, ora discendano in forma d’acqua, ora no, ma s’agghiacciano prima; e perché il verno non s’agghiacciano sì che facciano tempesta, ma neve, di state s’agghiacciano e solo faccian tempesta; e perché la pioggia stia con tutti, cioè con la tempesta la state e con la neve il verno, e donde sia che ‘l verno s’agghiaccino i fiumi e le gocciole che cadono da’ tetti, la neve caduta non s’agghiacci mai, se non si liquefa prima. Cominciando adunque da questo ultimo, dico che ghiaccio non è altro che acqua congelata, e per tanto quelli corpi che non son redutti in acqua o natura di acqua non si fanno ghiaccio, ma ben ponno semplicemente congelarsi. Perché adunque la neve non è acqua, ma vapore congelato con intermistione di aere, per questo non si può far ghiaccio, rimanendo in quella natura; ma liquefatta e ridutta in acqua e corpo fluido, espresso l’aere, si fa poi ghiaccio; per il che li fiumi e le gocciole che cadono si sogliono agghiacciare, ma non la neve caduta. E se alcun dubitasse perché adunque la pioggia il verno non si agghiaccia discendendo e non si fa tempesta, se ‘l verno s’agghiaccino li fiumi e le gocciole che cadono da’ tetti o d’altro luogo, dico che quel freddo che il verno s’agghiaccia è freddo secco boreale, ma quando piove comunemente lo aere se intepidisce e le nubi son portate dalli scirocchi, onde né li fiumi né la pioggia si agghiacciano, né tempesta puossi far il verno, ma solo o pioggia o neve. Perciò che l’aere nel verno, quando le nubi si fanno, o si trova per freddo o denso, come quando non regnano li scirocchi, o si trova intepidito, come quando essi scirocchi regnano: se è freddo e denso, li vapori della nube non si ponno unire sì che facciano goccia e pioggia, ma si congelano sparsi nelle nubi e così si fanno neve e fiocco, nel quale è misto sempre aere; ma se lo aere è intepidito, si pon veramente unire e far goccie e pioggia, ma non mai tempesta, percioché a far tempesta bisogna prima esser fatto acqua, la qual prima che descenda si agghiacci da frigidità grandissima, le qual due cose non si ponno far insieme il verno, nel quale, se c’è la frigidità, quella non lassa far l’acqua, per il che solamente la state e nelli tempi medii, quando qualche giorno è simile all’estate, si può far tempesta. E se dimandaste donde puossi aver la state quella tanta freddezza nella nube che agghiacci le goccie dell’acqua, dico che ciò fassi all’antiparistasi del caldo, il qual concentra e unisce le parti fredde nella nube, li quali prima si fanno acqua e goccie, poi subito se agghiacciano: ma di queste antiparistasi è da sapere che, circa le parti della nube, sono duo antiparistasi, l’una dell’aere estrinseco caldo, l’altra dentro della nube, che si fa dalle parti contrarie che sono nella nube, alcune ignee e calidissime, alcune acquee e altre terree, tutte frigidissime. Essendo adunque la natura de’ contrarii scacciar gli altri contrarii e la natura de’ simili unirsi a loro simili, di qui si fanno nelle nubi azioni grandi e maravigliose, tra le quali, che per ora basta, si fa etiam la tempesta, quando accade le parti fredde forte unirsi, massime le acquose e le terree, ove nasce freddezza non minor di quella che il verno agghiacci i fiumi. Alcune volte fassi insieme pioggia e tempesta, e alcune pioggia e neve, e questo accade o per la diversità de’ vapori che son nella nube, o per diversità di luoghi, onde vedemo spesso piover nelli luoghi piani e nevicar alli monti, o farsi tempesta in un luogo e piover in un altro vicino, per esser più e men freddo in un luogo che in l’altro. Alcuna volta nell’istessa nube pioverà e nevicherà, perché alcuni vapori sono men freddi e non sono atti a coagularsi, alcuni sì; il simile si fa con la tempesta, quando insieme piove, per la diversità delle parti e vapori nel caldo e freddo. Ma se per questa diversità di caldo e freddo in diversi o luoghi o vapori si possano far insieme nevi e tempesta è molto dubbio, ma verisimilmente si può tenere prima che in una istessa nube non possan farsi insieme tempesta e neve, quantunque sieno diversi vapori, perciò che, se si dee far tempesta, bisogna, come è detto, che prima si facciano goccie e acqua che poi s’agghiacci, il che se si dee fare, bisogna ci sia la union de’ vapori in goccia, e questo non può esser ove si fa neve, per il che non può esser che in una istessa nube si facciano neve e tempesta. Dico anco che in diversi luoghi, ma vicini, come in piano e monte, non può farsi in uno neve in l’altro tempesta, perché se nel piano si fa neve bisogna che sia verno, come è detto: adunque nel monte non può essere state a quel tempo. Similmente, se nel piano si farà tempesta e sarà state, nel monte non potrà farsi neve ed esser verno, eccetto se non fosse tanto alto che l’altezza supplisse alla stagione: e in questo caso non repugneria esserci neve.

[14]

Se appresso gli Etiopi si fa neve o verno, e come appresso di loro il giorno non è più di ore 12 e mezza.

Dichiarate queste cose quanto basta al proposito nostro, vediamo se nella Etiopia si ponno far nevi e tempeste, perché della pioggia non è dubbio, sì per la esperienza che si vede, sì perché è detto che la pioggia sta con tutti i tempi, e con neve e con tempesta. Della tempesta anco non deve esser dubbio, però che ivi sono li tempi proporzionati alla state e alli tempi medii appresso noi. Se adunque appresso noi la state e gli altri tempi medii sono atti a far tempesta, manifesto è che anche appresso gli Etiopi si deve fare, massime quando il sole è nel Cancro, ove è, quanto per il sole, state grandissima, e fassi attrazione tanta de vapori: per il che non è meraviglia, sì come si referisce, in quel tempo insieme con le pioggie sono e tuoni e fulgori e tempeste, onde sentono più freddo che ad altro tempo, non altramente quando anco appresso noi tempesta si sente freddo notabile, per molto che sia di state.

Che adunque e pioggia grande e tempeste siano appresso gli Etiopi non si dee dubitare, ma ben si può dubitare delle nevi, perciò che la ragione addutta non vale, che ove si fa tempesta si debbia etiam far neve, conciosiaché molto diversa è la causa che fa la tempesta e che fa la neve. La tempesta vuole l’antiparistasi del caldo estrinseco, la neve vuole l’antiparistasi del freddo, onde non si fa se non il verno. Né segue ove si fanno gli estremi si debbia anco fare il mezzo, se non quando da uno estremo non si può andar all’altro se non per il mezzo. Ma quando gli estremi hanno cause proprie senza che passino per il mezzo, ponno farsi essi estremi senza che il mezzo si faccia in quel luogo, per il che bisogna vedere se altra ragione c’è che possa persuadere se son nevi nella Etiopia. E dico che, se ci sono luoghi ove sia verno tale quale appresso noi, ove l’aere sia freddo ad alcuna stagione come nel nostro verno, ivi poter esser nevi e poter farsi come appresso noi. Il che veramente in luoghi piani esser ad alcun modo non può, per la propinquità del sole in ogni tempo, conciosiaché mai non può esser più distante di gradi trentaotto vel circa, nella qual distanza non può esser verno e consequentemente neve. Ma se nelli monti possa esser tale constituzione che sia verno ad alcun tempo è dubbio assai, e a me pare che non repugni che in alcuni, per l’altezza loro, massime quelli che sono sotto il circolo estivo e li propinqui, si facciano nevi quando il sole è nel Capricorno, percioché, all’altezza di quelli non arrivando la reflession di raggi, per la natura del luogo, può esser freddo equale al verno. E se alcuno dicesse ciò non apparere appresso noi nelli nostri monti, che in equal distanza, anzi in maggiore si facciano nevi e sia freddo equale al verno, quando il sole è nel Cancro, dico che questo può avvenire per la lunghezza del giorno, che è di quindici e sedici ore, il che molto fa a mantenere il caldo e contraoperare alla freddezza e natura del luogo; ma appresso gli Etiopi il giorno non è mai più lungo di ore dodici e mezza vel circa, per il che non è senza probabilità che appresso gli Etiopi si possano far nevi quando il sole è nel Capricorno. Ma se si possano fare nel tempo che si fanno le pioggie grandi e tempeste, quando il sole è nel Cancro, è da dire che non, perciò che, come è detto di sopra, in una istessa nube non si può far tempesta e neve, se forse la sommità di qualche monte non fusse alta, che alle spalle del monte si facessero le tempeste, al sommo le nevi, il che anco non è da credere, perché le nubi non si fanno in tanta altezza.

Concludendo adunque è da dire che quanto persuade la ragione è da credere che ad ogni modo si facciano nevi in Etiopia ne’ monti, ma quelle niente fanno all’accrescimento del Nilo, perché molto prima son liquefatte che il sole pervenga al Cancro. Quanto mo’ al testimonio dello Atlante, ove la state si vede della neve, questo è niente, percioché esser può che tal neve sia nella faccia che guarda il settentrione, in qualche parte ombrosa ove il sole non percuote, per esser sempre australe a quella faccia: il che vediamo anche noi nelli nostri monti, ove la state sempre si trova neve in qualche parte, il che sanno li signori, i quali se ne servono per rinfrescar li lor vini. E tanto sia detto del crescimento del Nilo e della Etiopia.

John Amery, un eccentrico patriota & traditore

Fermarono John Amery (1912-1945) e la sua compagna alla periferia di Como, era la notte del 25 aprile 1945 e in quel gruppo di partigiani c’era anche Gianni Rodari. John vestiva l’uniforme nera della Muti ed era accompagnato da un’affascinante brunetta francese con i pantaloni, lei si chiamava Michelle Thomas Avevano seguito in ritardo la colonna guidata da Benito Mussolini e quel ritardo fu loro fatale. I partigiani comunisti delle brigate Garibaldi volevano fucilarli sul posto, ma si lasciarono convincere da un inglese a trasferirli nel carcere di San Vittore a Milano. Fu lì che John incontrò Alan Whicker, un giovane giornalista e cineoperatore inquadrato nell’esercito britannico. Whicker era destinato a una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, e nei giorni successivi girò le celebri immagini che mostrano i corpi di Mussolini e degli altri fucilati a Dongo che pendono dal distributore di benzina di piazzale Loreto.
Amery accolse con sollievo quel giornalista e, forse per giustificarsi, gli disse che lui non aveva mai combattuto i propri concittadini britannici, ma il bolscevismo. Whicker ammise molti anni dopo che era vero. Nei giorni successive i britannici trasferirono i due in un campo di prigionia vicino a Terni. E fu a Terni che il sergente di Scotland Yard Leonard Burt interrogò John Amery.

Secondo il rapporto di Burt, Amery non cercò mai di nascondere nulla sulle sue passate attività, ma le ammise con grande candore. Per questo pensava che lo si potesse impiccare subito senza neppure perdere tempo con un processo.
Amery raccontò a Burt che aveva combattuto in Spagna contro i bolscevichi, inquadrato fra i volontari fascisti ma questa era solo una sua fantasia che riappare di tanto in tanto in articoli che lo riguardano. A Burt, John Amery disse queste parole, che poi ripeté anche al suo processo: “In Italia parlai in italiano agli italiani seguendo la rete repubblicana e senza nessuna censura. Feci dei discorsi a Genova, Torino, Biella, Cremona e Milano. Almeno in Italia, con Mussolini che intendeva stabilire un nuovo governo a Milano, sembrò che stessimo compiendo progressi. Mussolini lo incontrai a Milano il 23 aprile 1945. Era chiaro che la situazione militare era degenerata e a quel punto la sola opzione che ci restava era di salire sulle montagne dove un grande deposito di cibo, munizioni, apparecchi radio ecc. era stato preparato. Dovevamo spostarci nella zona di Como, seguendo la tortuosa via che costeggia la Svizzera fino allo Stelvio e che scende davanti a Bergamo e Lecco e nuovamente Como. Si diceva che era una linea puramente difensiva, per mostrare al mondo che esisteva un numero sufficiente di idealisti pronti a sacrificarsi per ottenere la formazione di un grande fronte anti-comunista, uomini che non si sarebbero mai arresi senza condizioni e tanto meno ai comunisti locali. Mussolini mi offrì un posto di comando nelle Brigate Nere. Gli dissi che non potevo accettare, perché accettando mi sarei trovato nella necessità di sparare sui miei concittadini e questo io non lo volevo fare, ma gli dissi che lo avrei seguito, vestendomi in modo che la mia posizione sarebbe stata chiara. Egli pensava che il fronte sul Po avrebbe tenuto ancora per tre o quattro settimane e non mostrava fretta di abbandonare Milano, sebbene la mia opinione e quella di Colombo della Muti era che la difesa di Milano non fosse possibile. Mussolini, comunque, decise di andare a Como per dare un’occhiata e vedere che stava accadendo. Proprio per questo lasciò Milano nella notte del 25 aprile ma giunto all’autostrada di Como fui circondato da partigiani e fatto prigioniero”.

Ci pare che la storia di John Amery sia poco conosciuta in Italia e poco si sappia di cosa fece e dove visse, ma sappiamo che incontrò varie volte Benito Mussolini e che i due si parlarono per ore.
In Gran Bretagna la sua memoria è stata rispolverata con il libro di Rebecca West The meaning of Treason del 1949 in cui parla anche di lui e, in tempi a noi più vicini, grazie a una commedia scritta da Ronald Harwood e intitolata ‘An English Tragedy’ e che fu rappresentata con un certo successo nel 2008.
John Amery da giovane fu uno scapestrato che ispirò a Evelyn Waugh il carattere di Sebastian Flyte, in Brideshead Revisited.

In Gran Bretagna il padre di John Amery fu un uomo molto potente. Si chiamava Leopold S. Amery (1873 – 1955) e fu uno statista di grande peso, mentre il fratello più giovane di John, Julian Amery (1919 – 1996) seguì le orme del padre, divenendo ministro per l’aviazione dal 1962 al 1964. La vita di Samuel Amery parve, fino a un certo punto, specchiarsi in quella di Winston S. Churchill. Parlava quindici lingue, compreso l’italiano e dissero di lui che per soffiare il posto a Churchill nel 1940 difettava di due sole cose: una spanna di statura e la capacità di togliare mezz’ora dai propri discorsi. Samuel Amery e Winston Churchill s’erano conosciuti ad Harrow in circostanze singolari. Il passatempo del bulletto Churchill in quegli anni giovanili era di spingere nel fiume gli studenti più piccoli di lui ma un giorno, inavvertitamente, spinse Amery che era sì piccolo di statura, ma era anche un ginnasta perfetto, soprannominato dai compagni ‘Ercole tascabile’. A grandi bracciate Samuel uscì dall’acqua, acciuffò il futuro primo ministro inglese che aveva invano tentato la fuga scagliandolo a sua volta dentro al canale. Come Churchill, anche Samuel Amery, iniziò la sua carriera come giornalista; fu successivamente primo Lord del Mare e segretario di Stato per le colonie. Incontrò Adolf Hitler, ma non ne fu affatto impressionato, intuendone la sua natura luciferina. Oltretutto Amery aveva un segreto da proteggere, che non aveva mai rivelato a nessuno e che uscì solo dopo la sua morte: sua madre era ebrea. Non ne accennerà neppure nelle sue memorie, anche perché l’antisemitismo nella società britannica di quegli anni era fortissimo e gli avrebbe impedito di far carriera. Tutto sommato anche questo è un punto d’incontro con Churchill, che per parte di madre aveva un’antenata pellerossa ereditata dalla madre americana, alla quale accennavano furtivamente in famiglia, chiamandola ‘toro seduto’. Forse per togliersi Samuel Amery dai piedi Churchill lo convinse a diventare segretario della corona per l’India, un Paese che doveva essere la chiave per la vittoria britannica nella seconda guerra mondiale. L’ingrato compito assegnato ad Amery era di tenerla sotto al tallone di ferro britannico, impedendo una sua rivolta a favore dell’Asse, che effettivamente Mussolini cercò di favorire in tutti i modi, aiutando il leader nazionalista indiano Subhas Chandra Bose. Gli italiani diedero il proprio supporto logistico a Bose, per permettergli d’arrivare sano e salvo sino a Berlino usando falsi documenti che lo qualificavano come un nostro diplomatico. Ma con Hitler, che condivideva gli stessi pregiudizi razziali di Churchill sugli indiani, non cavò un ragno dal buco. Churchill temeva Bose al punto di aver autorizzato il SOE (Special Operations Executive) di assassinarlo, cosa che riuscirono a fare, mettendo una bomba sul suo aereo, che precipitò sopra a Taiwan. L’altro compito di Amery era di spremere tutte le possibili risorse da quel povero Paese, sia minerarie che alimentari. Una cosa che, sia pur di malavoglia, egli fece, ma ben conoscendo le conseguenze in termini di perdite di vite umane e di odio che le sue azioni avrebbero generato. Queste decisioni politiche provocarono la morte per fame di un numero di indiani che varia dai 3 ai 5 milioni. Un genocidio in stile Khmer Rouge, per il quale sia lui che Winston Churchill andrebbero postumamente processati, sia pure solo a livello storico. I dettagli di questa vicenda li si possono leggere in un eccellente libro recentemente pubblicato negli Stati Uniti: Madhusree Mukerjee Churchill’s secret war. The British Empire and the ravaging of India during world war II Basic Books, New York 2010.

John Amery fin da bambino fu un grosso problema per i genitori. La sua balia si lamentò che già a due anni era intrattabile. A cinque anni venne definito anormale dal suo insegnante. A dieci anni disegnava figure oscene sui muri di casa, per imbarazzare le domestiche. Fu uno studente ribelle, psicotico e paranoico. Il suo insegnante lo definì un imbecille. Era cocciuto e chiuso in se stesso, si lavava poco, rubava ai compagni, usava costantemente un linguaggio osceno e accusò i propri insegnanti di averlo violentato, per poi buttarla sul ridere davanti ai giudici. Portava al night club il suo orsetto e ordinava champagne anche per lui. Nel 1929 decise di tentare l’esame per l’ammissione a Oxford e, sorprendentemente, ottenne dei voti altissimi ma poi ci ripensò e non ci volle andare. Attirava le donne con i suoi tratti da attore e i suoi soldi, ma queste poi fuggivano non appena si rendevano conto che non aveva scrupoli di alcun genere. Apparentemente non aveva alcun codice morale e come disse un suo conoscente: “Non possiede neppure il senso morale di un gangster.” Cercò di far fortuna in campo cinematografico, ma rimediò un fallimento dopo l’altro. All’età di 21 anni, in Grecia, sposò una prostituta, Una Wing, dalla quale poi si separò per sposarne una seconda, che poi morì a Parigi, ubriaca e soffocata dal suo vomito e infine una terza, quella Michelle Thomas della quale accennavamo qui sopra e che sarà al suo fianco in Italia sino alla fine. Era bisessuale e da ragazzo si prostituiva con degli uomini e poi fece di tutto per contrariare il suo celebre padre, basti dire che a vent’anni aveva già 73 denunce pendenti sul proprio capo.

Nel 1936 lasciò definitivamente la Gran Bretagna per sfuggire a un fallimento e si trasferì in Francia, dove divenne amico del leader fascista francese Jacques Doriot. Girarono insieme per la Germania e per l’Italia, che John aveva già visitato da ragazzo. Allo scoppio della II guerra mondiale scrisse una lettera su un giornale francese per protestare contro i bombardamenti britannici e questa lettera fu notata dai nazisti, che sapevano bene chi fossero i suoi genitori. Lo accolsero in Germania nel 1942 e John suggerì di formare una brigata di combattenti britannici da inquadrare nelle SS e, allo stesso tempo, iniziò a far propaganda nazista a radio Berlino. I suoi tentativi di arruolare i propri concittadini, detenuti nei campi di concentramento non portarono a nulla, ma continuò con le sue trasmissioni radiofoniche. Fu solo verso la fine del 1944 che decise di scendere in Italia, dove cominciò nuovamente a parlare alla radio e dove tenne dei discorsi ai fascisti italiani. I Nazisti avevano capito che costava loro casse di champagne e caviale e in termini pratici non era utilizzabile. Non destò molta impression neppure in Italia fra I fascisti, anche perché lo pensavano una spia nazista.

Dopo l’arresto in Italia fu riportato a Londra dal sergente Burt e il processo si svolse il 28 novembre 1945. Il giudice Humphreys, dopo aver letto i sei gravissimi capi di accusa, primo fra tutti quello di alto tradimento, gli chiese se si reputava colpevole o innocente. Fra la sorpresa generale Amery scelse il suicidio, dicendosi colpevole. Humphreys, volendo essere sicuro che aveva capito bene, gli chiese se si rendeva conto delle conseguenze della sua ammissione, che lo avrebbero portavano dritto all’impiccagione. John Amery con grande freddezza rispose che lo sapeva. Il giudice si pose un fazzoletto nero sul capo e lo condannò a morte, concludendo con queste parole: “Ora sei qui di fronte a noi e ammetti d’essere un traditore del tuo re e della tua patria. Così facendo hai rinunziato al tuo diritto di vivere.”

Il processo durò otto minuti e per trovare un altro caso d’un cittadino britannico accusato di tradimento dal proprio governo e che ammette la propria colpevolezza, bisogna risalire al 1654, con un tale chiamato Somerset Fox.
I suoi genitori riuscirono a far uscire dalla prigione italiana anche la sua compagna e a farla arrivare in aereo nella capitale britannica, accogliendola come una figlia. Poi tutta la famiglia Amery incontrò John in carcere. Suo padre, che non lo vedeva da cinque anni, lo trovò completamente cambiato. Non era più un play boy, ma un uomo maturato dalla sofferenza e dalla guerra. Restarono tutti impressionati dalla sua maturità, dal suo buon umore e dalla sua pacatezza molto ‘British’. Suo padre tornò poi a trovarlo varie volte in carcere e i due si riconciliarono. Parlarono di Chandra Bose e di Mussolini e John gli passò un messaggio che gli aveva affidato il Duce. Mussolini gli aveva detto che se Samuel Amery fosse stato ministro degli esteri forse si sarebbe trovata la via per una pace negoziata. Nel dire addio al figlio, abbracciandolo, Samuel Amery gli disse che ammirava il coraggio che stava dimostrando nell’andare incontro alla morte. Lui risposta che John gli diede lo scosse profondamente, gli disse semplicemente: “Ma papà, io sono tuo figlio!”

Jan Smuts, primo ministro del Sud Africa, inviò un messaggio al primo ministro britannico Clement Attlee il 14 dicembre 1945, chiedendo clemenza e scrivendo: “Abbiamo avuto casi simili in Sud Africa, nei quali non è mai stata inflitta la pena capitale, dato che tali azioni sono più di carattere ideologico che criminale. Sono commosso, stimo Leo Amery e sua moglie. Entrambi meritano il rispetto della Nazione.” Alte parole che non sortirono l’effetto sperato. Fu impiccato la mattina del 19 dicembre 1945 nella prigione di Wandsworth dal boia Albert Pierrepoint. Suo fratello Julian, in alta uniforme e con le decorazioni appuntate sul petto, attese fuori dal carcere. I suoi genitori, a casa, leggevano la Bibbia. Quando John Amery vide entrare il boia, gli disse con humour tipicamente anglosassone: “Ah, signor Pierrepoint, ho sempre desiderato conoscerla, ma certamente non in tali circostanze!”.
Si strinsero la mano e Pierrepoint poi dichiarò che John Amery era stato: “L’uomo più coraggioso che mi sia mai capitato d’impiccare. Ci siamo parlati a lungo ed ebbi la sensazione che ci conoscessimo da una vita.” Questo racconto, che il boia fece a un giornalista, fu colpito da censura e il governo britannico ne proibì la pubblicazione.

Si dice che la madre di John non riuscì più a sorridere da quel giorno e che le fu proibito di portare fiori sulla sua tomba, posta dentro al carcere. Il vecchio Samuel Amery compose un commovente epitaffio per suo figlio. Eccolo:

At end of wayward days he found a cause
“T’was not his Country’s” – Only time can tell
If the defiance of our ancient laws
Was treason o foreknowledge. He sleeps well.

Al termine di giorni tortuosi trovò una causa.
“Non era quella la sua Patria” – Solo il tempo potrà dire,
se il disprezzo delle nostre leggi antiche,
fu tradimento o chiaroveggenza. Dorme bene.

Solo nel 1966 permisero a suo fratello di riavere le sue spoglie mortali togliendole dal cimitero del carcere e poi di cremarle. Le ceneri di John Amery, seguendo la sua volontà, furono sparse in Francia.

 

L’Itinerario di Ludovico de Varthema

VARTHEMA, Lodovico de. – Viaggiatore italiano del sec. XVI. Sembra probabile (in via congetturale) che nascesse a Bologna, intorno al 1465-1470. Ed è anche da credere che avesse per qualche tempo seguito il mestiere delle armi. Sappiamo che nel 1500 si partì da Venezia e, sbarcato in Egitto ad Alessandria, si recò al Cairo, poi, ripreso il mare, a Beirut e a Tripoli di Siria, e di qui ad Aleppo e a Damasco, dove si trattenne fino all’aprile del 1502 per apprendere l’arabo. Stretta qui amicizia con un cristiano rinnegato che guidava una numerosa carovana di pellegrini mussulmani, si condusse insieme con questi alla Mecca, compiendo per primo fra gli occidentali quel viaggio e per primo lasciandoci della regione e delle cerimonie religiose cui fu presente, una viva e fedele descrizione. Invece di tornare poi in Siria, si unì ad altri pellegrini diretti in Persia, ma ad Aden, accusato di essere spia dei Portoghesi, fu gettato in prigione e poi condotto a Rada (Rauddha), a N. di San’ā, dove riuscì a entrar nelle grazie della sultana, e così a farsi rimettere in libertà. Poté anzi a suo agio scorrere in lungo e in largo lo Yemen, che nessun Europeo aveva visitato prima di lui; quindi passò in Persia, si spinse fino a Herāt, e da Hormuz volse in India, in compagnia di un mercante persiano conosciuto a Shirāz. Costeggiato il Malabar, approdò a Ceylon, e da Ceylon risalì il Coromandel fino a Palicat, traversò quindi il Golfo del Bengala per toccar terra a Tenasserim nel Siam, e poi, con altre navigazioni, a Chittagong (Banghella) e a Pegù. Continuò quindi il suo itinerario per Malacca, Sumatra, le Molucche, Borneo e Giava, donde tornò a Malacca e a Calicut. A Calicut il Varthema s’incontrò con due mercanti di Milano, che avevano accettato di aiutare, fabbricando pezzi d’artiglieria, i preparativi degl’Indiani contro i Portoghesi, e si condusse in modo da meritare la fiducia di questi, al cui fianco combatté nello scontro navale di Cananor (16 marzo 1506). Ne ebbe in compenso dal viceré F. d’Almeida la carica di sorvegliante dei mercanti, ma tornò presto alle armi, portandosi così valorosamente, che venne dal viceré stesso creato cavaliere sul campo di battaglia. Ottenuto alla fine di rimpatriare, lasciò l’India il 6 dicembre 1507 con una squadra di navi portoghesi comandata da Tristan d’Acunha. Compiuta la circumnavigazione dell’Africa, approdò a Lisbona nel giugno del 1508 e si ebbe a Cintra dal re Manoel la conferma del titolo concessogli dal D’Almeida. Da questo momento si perdono le tracce del Varthema; si sa solo che nel novembre dello stesso anno era a Venezia a riferire in Consiglio dei suoi viaggi. È sicuro però che passò gli ultimi anni della sua vita a Roma dove morì certo innanzi il giugno del 1517.

L’itinerario che di lui ci rimane (ultima ed. italiana, a cura di P. Giudici, Milano 1928) e al quale è affidata la sua fama raccoglie ed espone i risultati di una lunga esperienza di viaggi, relativi a regioni che in parte venivano per la prima volta rivelate agli Europei. Come ad altri viaggiatori di quell’epoca, non sono mancati al V. critiche e rimproveri, specialmente per quanto si attiene alle notizie che egli ci dà sulle Isole della Sonda, nelle quali egli avrebbe preceduto di qualche poco l’arrivo dei Portoghesi (v’è anche un accenno esplicito alle stelle visibili nel continente australe, e uno un po’ vago dell’esistenza di un continente abitato, a mezzogiorno di Giava, sulla cui identificazione tuttavia non possono cader dubbî). Ma in realtà lacune e contraddizioni, che non meravigliano in chi, a tanta distanza di tempo, deve render conto di peregrinazioni così lunghe e movimentate, non possono toglier fede a un racconto nella sua semplicità schietto e dimesso, quanto pochi di quello e del secolo seguente. Uomo d’arme e spirito pratico senza pastoie dottrinali né borie cavalleresche, il V. appartiene a quella numerosa schiera d’Italiani che hanno saputo porre il proprio acume di osservatori, il proprio buon senso e soprattutto la propria eccezionale intuizione a servizio di una curiosità istintivamente volta a nobilitare e potenziare la dignità umana. La sua semplicità e naturalezza non sono segno di povertà spirituale, ma di un’immediatezza e di una concretezza che attestano, al contrario, una natura complessa, da cui l’esperienza distilla un raro approfondimento dell’uomo e del mondo in cui opera. L’Itinerario costituisce un prezioso riflesso dell’Oriente arabo e indiano, non veduto soltanto, ma vissuto e penetrato dal didentro, e perciò colorito da un brio che trapassa qua e là in una temperata e diffusa ironia. Pubblicato per la prima volta nel 1511, ebbe un enorme successo: quaranta edizioni a stampa nel sec. XVI, senza contare i numerosi estratti, e una decina nel successivo. Oltre che in latino (1511), fu tradotto in tedesco (1515), in spagnolo (1520), in fiammingo (1544): in francese (1556) e in inglese (1577) e utilizzato così dai geografi come dai cartografi per almeno due secoli.

(Giuseppe CARACI per l’Enciclopedia Treccani)

 
DISCORSO SOPRA LO ITINERARIO DI LODOVICO BARTHEMA.

Questo Itinerario di Lodovico Barthema bolognese, nel qual tanto particularmente si narrano le cose dell’India e isole delle speciarie, che da niun degli antichi si trovan scritte così minutamente, è stato molti anni letto con infiniti errori e incorrezioni; e ancor nell’avvenir così si leggeria, se ‘l nostro Signor Iddio non ne avesse fatto venir alle mani un libro de un Cristoforo di Arco, clerico di Sibillia, il quale, avendo avuto un esemplar latino di detto viaggio, tratto dal proprio originale dirizzato al reverendissimo cardinal Carvaial di Santa Croce, lo tradusse in lingua spagnuola con gran diligenzia. Dal qual abbiamo avuta commodità di corregger ora la presente opera in molti luochi, la qual fu dal proprio auttor scritta nella lingua nostra vulgare e indirizzata alla illustrissima madonna Agnesina, una delle singulari ed eccellenti donne che a quelli tempi in Italia fusse, che fu figliuola dell’illustrissimo signor Federico duca de Urbino, e sorella dell’excellentissimo signor Guidobaldo, e moglie dell’illustrissimo signor Fabricio Colonna, e madre dell’excellentissimo signor Ascanio Colonna e della signora Vettoria marchesa dal Guasto. E il prefato Lodovico divise questo Itinerario in sei libri, nel primo delli quali narra dell’andar suo in Egitto, Soria e Arabia Deserta; nel secondo tratta dell’Arabia Felice; nel terzo della Persia; nel quarto e quinto scorre tutta l’India e l’isole Molucche, dove nascon le spezie; nell’ultimo si contien il ritorno suo in Portogallo, passando appresso le marine dell’Etiopia, Capo di Buona Speranza, con alcune isole del mar Oceano occidentali.

[Dedica]
Alla illustriss. ed eccellentiss. Signora la Signora contessa di Albi e duchessa di Tagliacozzo, Madama Agnesina Feltria Colonna, Lodovico di Barthema bolognese.
Molti uomini sono già stati, li quali si sono dati alla investigazione delle cose terrene, e per diversi studii e mezzi e fidelissime relazioni si sono sforzati pervenire al lor desiderio. Altri poi di più perspicace ingegno, non li bastando la terra, cominciorono con sollecite osservazioni e vigilie (come Caldei e Fenici) a discorrere le altissime regioni del cielo: di che meritamente ciascun di loro cognosco aver conseguita dignissima laude appresso degli altri, e di se medesimi pienissima sodisfazione. Donde io, avendo grandissimo desiderio di simili effetti, lasciando stare i cieli, come peso convenevole alle spalle di Atlante e di Ercole, mi disposi a voler investigare qualche particella di questo nostro terreno globo; né avendo animo (cognoscendomi di tenuissimo ingegno) per studio over conghietture pervenir a tal desiderato fine, deliberai con la propia persona e con gli occhi medesimi cercar di cognoscer li siti delli luochi, le qualità delle persone, le diversità degli animali, la varietà degli arbori fruttiferi e odoriferi dell’Egitto, della Soria e dell’Arabia Deserta e Felice, della Persia, dell’India, dell’Etiopia, massime ricordandomi esser più da stimare un testimonio di vista che dieci d’udita.

Avendo adunque col divino aiuto in parte sodisfatto all’animo mio, e ricercate varie provincie e strane nazioni, mi pareva niente aver fatto se delle cose da me viste e provate, meco tenendole ascose, non ne facessi partecipi gli altri uomini studiosi. Onde mi sono ingegnato, secondo le piccole forze, di scriver questo mio viaggio più diligentemente che ho potuto, giudicando far cosa grata alli lettori, che, dove io con grandissimi pericoli e intolerabili fatiche mi sono dilettato vedendo nuovi abiti e costumi, loro senza disconcio o pericolo leggendo ne piglino quel medesimo frutto e piacere.

Ripensando poi a chi meglio potessi indrizzare queste mie fatiche, mi occorse Vostra illustriss. ed eccellentiss. Signoria, quasi unica osservatrice delle cose notabili e amatrice di ogni virtù. Né mi par vano il mio giudicio, per l’infusa sapienzia dal splendor e lume dello illustrissimo ed eccellentissimo Signor duca d’Urbino suo genitore, quasi a noi un sole d’arme e di scienzia. Non parlo dello eccellentiss. S. suo fratello, che in studii greci e latini (giovene anche) fa di sé tal esperienzia, che oggidì è quasi un Demostene e Cicerone nominato. Onde, essendo in V. illustrissima S. derivata ogni virtù da così ampii e chiari fiumi, non può altro che dilettarsi delle opere grandi e maravigliose e averne gran sete. Quantunque, a quel che in essa si conosce, più volentieri dove con l’ale della mente vola con li corporei piedi anderia, ricordandosi esser questa una delle laudi data al sapientissimo e facondo Ulisse, di aver veduti li costumi di molti uomini e di molti paesi. Ma perché V. illustriss. S. nelle cose del suo illustriss. Signor e consorte, è occupata, qual come nuova Artemisia ama e osserva, allevandogli due gentil piante che sono come un Apolline e Diana, e circa l’inclita famiglia, qual con mirabil regola addorna di costumi, dirò esser assai se l’animo suo si pascerà, tra altre opere ottime, di questa, benché inculta, ma forse fruttuosa lezione. Né farà come molte altre, che porgono l’orecchie a canzonette e vane parole, le ore sprezzando, contrarie all’angelica mente di V. illustrissima Signoria, che non lassa passare punto di tempo senza qualche buon frutto. La benignità della quale facilmente potrà supplire dove mancherà la inordinata continuazione di essa, pigliando solamente la verità delle cose. E se queste mie fatiche le saranno grate e le approbarà, assai gran laude e sodisfazione mi parrà aver ricevuta del mio lungo peregrinare, anzi più presto paventoso esilio, dove infinite volte ho tolerata fame e sete, freddo e caldo, guerra, prigione e infiniti altri pericolosi incommodi, animandomi più forte a questo altro viaggio, quale in breve spero di fare: che, avendo cercate parti delle terre e isole orientali, meridionali e occidentali, son disposto, piacendo al Signor Dio, cercar ancora le settentrionali. E così, poi che ad altro studio non mi vedo esser idoneo, spenderò nel resto di questo laudabile esercizio il rimanente de’ miei fuggitivi giorni.

[Arabia Felice]
I
1
Di Alexandria.

Il desiderio il quale molti altri ha spronato a vedere la diversità delle monarchie mondane, similmente alla medesima impresa mi incitò. E perché tutti gli altri paesi dalli nostri antichi assai sono stati dilucidati, per questo nel mio animo desiderai vedere paesi dalli nostri meno frequentati. Onde, partendomi da Venezia con l’aiuto del nostro Signor Iddio, navigai tanto per le nostre giornate ch’arrivai in Alessandria, città d’Egitto, le qualità della qual essendo notissime si pretermetteno; ma desideroso di cose nuove, entrato nel fiume Nilo me ne gionsi al Cairo.

2
Del Cairo.

Pervenuto nel Cairo, stupefatto prima della fama della sua grandezza, fui resoluto non esser tanto quanto si predica, ma la grandezza sua è come il circuito di Roma; vero è ch’è più abitato assai che non è Roma, e fa molte più genti. L’errore di molti è questo, che di fuori del Cairo sono certe ville, le quali credono alcuni che siano del circuito di esso Cairo: la qual cosa non può essere, perché sono lontane dua o tre miglia e sono proprii villaggi. Non sarò prolisso a narrare della lor fede e costumi, perché si sa publicamente esser da Mori e Mammalucchi abitato, de’ quali è signore il gran soldano, il quale è servito da’ Mammalucchi, signori de’ Mori.

3
Di Barutti, Tripoli e Alepo.

Circa le ricchezze e la bellezza del detto Cairo, e della superbia de’ Mammalucchi, perché sono cose a tutti e’ nostri manifeste, metterò fine; ma de qui partendomi, a seconda del Nilo me ne ritornai in Alessandria, donde faccendo vela per mare arrivai in Barutti, città e porto della Soria: e possono esser da 500 miglia. Nel qual Barutti stetti molti giorni, ed è terra molto abitata da’ Mori, e d’ogni cosa molto abbondante. Il mare batte nelle mura: non è circondata tutta intorno di mura, ma solamente dalla banda verso ponente, cioè verso il mare. Ivi non viddi cosa alcuna degna di memoria, salvo una anticaglia, dove dicono che era posta la figliuola del re quando il dragone la dovea divorare, e dove san Giorgio, ammazzato detto dragone, la restituì al padre: la quale è tutta in ruina.

E partitomi de lì, andai alla volta di Tripoli di Soria, che sono due giornate verso levante; il qual Tripoli è sottoposto al gran soldano, e tutti sono maumettani, e la detta città è abbondante d’ogni cosa. E de lì poi pervenni in Alepo, che sono otto giornate dentro in terra ferma, il qual Alepo è una bellissima città ed è sottoposta al gran soldano del Cairo, ed è scala della Turchia e della Soria, e sono tutti maumettani. È terra di grandissimo traffico di mercanzia, e massime di Persiani e Azzamini che arrivano fin lì; e ivi si piglia il cammino per andare in Turchia e in Soria, cioè di quelli che vengono di Azzamia.

4
Di Aman e di Menin.

Dapoi me ne andai alla volta di Damasco, che sono giornate dieci piccole. Alla metà del cammino v’è una città chiamata Aman, nella quale nasce grandissima quantità di bombagio e frutti assai buoni. E appresso a Damasco sedeci miglia trovai un’altra terra chiamata Menin, la qual è posta in cima d’un monte ed è abitata da cristiani alla greca, e sono sottoposti al signor di Damasco: nella qual terra sono due bellissime chiese, le quali dicono aver fatte far santa Elena madre di Constantino. Ivi nascono bonissimi frutti, e massime buone uve lunge e senza ciolo, e sonovi bellissimi giardini e fontane.

Partitomi de lì, arrivai alla nobilissima città di Damasco.

5
Di Damasco.

Veramente non potria dire la bellezza e bontà di questa nobilissima città, nella qual dimorai alcuni mesi per imparar la lingua moresca. È abitata tutta da Mori e Mammalucchi, e anco da molti cristiani grechi. E qui mi occorre recitar il governo del signore, il qual è sottoposto al gran soldano del Cairo. Nella detta città è uno bellissimo e forte castello, il qual dicono aver fondato un Mammalucco fiorentino a spesa sua, essendo signor di quella: e fin oggidì in ogni  cantone  di detto castello è scolpita l’arma di Fiorenza in marmo. E ha le fosse intorno grandissime, con quattro fortissimi torrioni e con ponti levatori e buona artegliaria, e di continuo vi stanno 50 Mammalucchi provisionati col castellano, li quali stanno ad instanzia del gran soldano. E quel Fiorentino era mammalucco del gran soldan, e nel tempo suo fu (com’è fama) attossicato il soldano e, non trovandosi chi lo liberasse di detto tossico, Dio volse che ‘l detto Fiorentino lo liberò: e per questo li dette la detta città di Damasco, e così fec’il castello. Poi morse in Damasco, e il popolo l’ha in tanta venerazione quanto si fusse stat’un santo, con grandi luminarie. E d’allora in qua sempr’il castello sta a posta del soldano, e quando si fa un soldan nuovo, uno delli suoi signori, li quali si chiaman ammiragli, dice: “Signore, io son stato gran tempo tuo schiavo; donami Damasco e io ti darò 100 o 200 mila seraffi d’oro”. Il soldan li fa la grazia. Ma è da sapere che, s’in termine poi di duoi anni il detto signor non li manda detti migliaria di seraffi, egli cerca di farlo morire, per forza d’arme o in qualche altro modo, e faccendoli il detto presente rimane in signoria.

Il detto signore ha sempre dieci over dodeci signori e baroni della città con lui, e quando il gran soldano vuol dugento o trecentomila seraffi da lui, over dalli signori overo mercanti di detta città (perché loro non usano iustizia, ma solo robbamenti e assassinamenti come chi più può, perché i Mori stanno sotto alli Mammalucchi come l’agnello sotto il lupo), manda due lettere al castellano del detto castello, delle quali l’una in semplice tenore contiene ch’ei debbia congregare nel castello quelli signori over mercanti che a lui piace, e poi congregati si legge la seconda lettera, il tenor della quale subito si esequisse, o in bene o in male: e in questo modo il detto gran soldano cerca di trovar danari. E qualche fiata il signor di Damasco si fa tanto forte che ei non vorrà andare in castello, e ancora molti baroni e mercadanti, sentendosi invidiati, montano a cavallo e tirano alla volta della Turchia, per fuggir questa tirannia.

E di questo non vi diremo altro, se non che la guardia del detto castello è questa, che in ciascuno delli quattro torrioni gli uomini che stanno a guardare la notte non gridano niente, ma ciascuno ha un tamburo fatto a modo di una mezza botta, e li dà una gran botta con un bastone, e uno con l’altro si rispondono con detti tamburi: e tardando a rispondere il termine d’un paternostro, sono posti in prigione per uno anno.

6
Del detto Damasco.

Poi che detto abbiamo delli costumi del signor di Damasco, al presente mi occorre referire alcune cose della città, la quale è molto populata e molto ricca. Non si potria stimar la ricchezza e la gentilezza de’ lavori che ivi si fanno; qui avete grandissima abbondanza di grano e di carne, ed è la più abbondante terra de frutti che mai si vedesse, e massime d’uva d’ogni tempo fresca. Dirò delli frutti buoni che vi sono e de’ tristi: melegranate e melecotogne buone, mandorle e olive grosse buonissime, rose bianche e rosse le più belle che mai si vedessero, belli pomi e peri e persichi, ma tristissimi al gusto: e la cagione di questo è che Damasco è molto abbondante di acque. Va una fiumara per mezzo della città, e una gran parte delle case ha fontane bellissime di mosaico; e le stanzie di fuori sono brutte, ma dentro sono bellissime, con molti lavori di marmo e di porfido. E vi sono molte moschee: fra l’altre ve n’è una principale, ch’è della grandezza di San Pietro di Roma, ma è scoperta in mezzo e intorno è coperta in volto, e lì tengon il corpo di san Zacaria profeta, com’è fama, e fannoli grandissimo onore; e nella detta moschea sono quattro porte principali di metallo, e dentro vi sono molte fontane. Vedesi ancora dov’era la canonica che fu già de’ cristiani, nella quale sono molti lavori antichi di mosaico. Ancora si vede dove dicono Cristo aver detto a san Paolo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”, qual luoco è fuori d’una porta di detta città circa un miglio, e ivi si sepelliscono tutti li cristiani che morono in detta città. È ancora nelle mura di detta città quella finestra, dove (come dicono) san Paolo stav’in prigione: li Mori più volte l’hanno murata, e la mattina si trova rotta e smurata, come l’angelo la ruppe quando tirò san Paolo fuor di detta finestra. Ancor viddi quella casa dove Cain (come si dice) ammazzò Abel suo fratello, la qual è fuori dell’altra banda della città un miglio, in una costa pendente sopr’un vallone.

Or torniamo alla libertà che i detti Mammalucchi hanno in detta città di Damasco.

7
De’ Mammalucchi in Damasco e della sua libertà.

Li Mammalucchi sono cristiani renegati e comprati dal detto signore, li quali mai non perdono tempo, ma sempre o in arme o in lettere si esercitano, finché siano ammaestrati. E ogni Mammalucco, grande o piccolo che sia, ha di soldo sei seraffi al mese, e le spese per lui e per il cavallo e un famiglio, e tanto più hanno quanto più fanno alcune esperienze nella guerra. Li detti Mammalucchi, quando vanno per la città, sono sempre accompagnati da duoi o tre al manco, perché gli saria gran vergogna s’andassero soli. Scontrandosi per caso in due o tre donne, hanno questa libertà, e se non l’hanno se la pigliano: vanno ad aspettar queste donne in certi luochi, come seriano ostarie grandi, e come esse donne passano davanti alla porta, ciascuno Mammalucco piglia la sua per la mano e tirala dentro e fa quello che li piace. E se la donna fa resistenza di darsi a conoscere (perché tutte portano il viso coperto, in modo che loro conoscono noi e noi non conosciamo loro), il Mammalucco le dice che la vorria conoscere. Ed essa gli risponde: “Fratello, non ti basta che di me fai quello che vuoi, senza volermi conoscere?” e tanto lo prega che la lascia. E alcuna volta credono pigliare la figliuola del signore e pigliano le loro proprie mogli: e questo è intravenuto al tempo mio.

Queste donne vanno molto ben vestite di seta, e di sopra portano certi panni bianchi di bombagio, sottili e lustri come seta, e portano tutte li borzacchini bianchi e scarpe rosse overo pavonazze, e molte gioie intorno alla testa e all’orecchie e alle mani. Le qual donne si maritano a beneplacito loro, cioè, quando non vogliono più stare col marito, se ne vanno al cadì della fede loro e lì si fanno separar dal marito, e lui piglia altra moglie. E benché alcuni dicano che li Mori tengono cinque o sei mogli, io per me non ho mai veduto se non che ne tengono due over tre al più.

Questi Mori la maggior parte mangiano nelle strade, cioè dove si vendono le robe, e fansi cocere il mangiare, e vi mangiano molta carne di cavallo, camelli e buffali e castrati e capretti assai. E quivi è abbondanzia di buoni caci freschi, e quando volete comprar il latte, vanno ogni dì per la terra quaranta e cinquanta capre, le quali hanno l’orecchie lunghe più d’un palmo: il padrone di esse ve le mena suso nella camera vostra, se ben la casa avesse tre solari, e lì in presenzia vostra ve ne mugne quanto volete in un bel vaso stagnato, e avete molti capi di latte. Qui ancora si vende gran quantità di tartuffale, e alcuna volta ne viene venticinque o trenta camelli carghi, e de lì in tre o quattro giorni sono vendute: e vengono dalle montagne dell’Armenia e di Turchia. Li detti Mori vanno vestiti con certe veste lunghe e larghe di seta over di panno, senza cingerle; la più parte portano calzoni di bombagio e scarpe bianche. Li quali, quando scontrano un Mammalucco, benché fusse Moro e principal mercante, bisogna che ‘l faccia onore e largo al Mammalucco, e non lo faccendo lo bastonano. Vi sono molti fontichi de cristiani, che tengono panni e seta e rasi, velluti e rami e di tutte mercanzie che bisogna; ma sono mal trattati.

8
Come da Damasco si va alla Mecca, dove si descrivono li costumi di Arabi che stanno alla campagna.

Avendo dechiarate forse più diffusamente le cose di Damasco che non si dovea, l’opportunità mi sollecita di raccontar il mio viaggio. Nel 1503, adì 8 d’aprile, mettendosi in ordine la carovana per andar alla Mecca, ed essendo io volontaroso di veder varie cose e non sapendo in che modo, pigliai grande amicizia col capitano de’ detti Mammalucchi della carovana, il qual era cristiano renegato, per modo ch’egli mi vestì da Mammalucco e dettemi un buon cavallo, e messemi in compagnia d’altri Mammalucchi: e questo fu per forza di danari e de altre cose ch’io gli donai. E così ci mettemmo in cammino, e andammo tre giornate ad un luoco che si chiama il Mezeribe; e ivi ci fermammo tre giorni, per fornir li mercanti e comprar camelli e quanto a loro era necessario.

In questo Mezeribe è signore uno che si chiama Zambei, ed è signor della campagna, cioè degli Arabi: il qual Zambei ha tre fratelli e quattro figliuoli maschi, e ha quarantamila cavalli, e per la corte sua ha diecimila cavalle femine, e qui tiene quarantamila camelli, che dura due giornat’il pascolar suo. E detto signor Zambei, quando vuole, tiene in guerra il soldano del Cairo e il signor di Damasco e di Ierusalem. E quando è il tempo delle raccolte, alcuna volta credono ch’ei sia lontano cento miglia, ed egli si trova la mattina a far una correria alle are della detta città, e trova il grano e l’orzo bello insaccato e portaselo via. Alcuna volta corre un dì e una notte con le dette cavalle che mai si fermano, e quando son giunti gli danno a bere latte di camella, perché gli è molto refrescativo. Veramente mi pare non che corrano, ma che volino come falconi, perché io mi sono trovato con loro. Ed è da sapere che vanno la maggior parte a cavallo senza sella, e tutt’in camicia, salvo alcuni uomini principali; e l’armatura sua è una lancia di canna d’India lunga 10 over 12 braccia, con un poco di ferro in cima e con una banderola di seda; e quando vanno a far qualche correria, vanno stretti come stornelli. E li detti Arabi sono uomini molto piccoli e di color leonato scuro, e hanno la voce feminile e li capelli lunghi, stesi e neri. Sono veramente questi Arabi una grandissima quantità, e combattono continuamente fra loro. Questi abitano alla montagna e vengono, quando è il tempo che la carovana passa per andar alla Mecca, ad aspettarla alli passi per robarla; e menano con seco le mogli, i figliuoli e tutte le lor massarizie, e le case ancora sopra li cammelli, le qual case sono come una trabacca da uomo d’arme, e sono di lana nera e trista.

Alli XI d’aprile si partì ditta carovana da Mezaribe, che furon trentacinquemila camelli, e vi poteva esser circa 40 mila persone; e noi eravamo sessanta Mammalucchi in guardia di detta carovana, il terzo de’ quali andava innanzi con la bandiera, l’altro terzo in mezzo e l’altro da drieto. Il viaggio nostro facemmo in questo modo. Da Damasco alla Mecca sono 40 giorni e 40 notte di cammino. Noi partimmo la mattina da Mezaribe, e camminammo per fino a ventidue ore: in quel punto si fanno certi segnali dal capitano di mano in mano, che, dove si trovano, là si fermano tutti di compagnia, e nel scaricare e mangiar loro e li cammelli stanno per fino a ventiquattro ore; e poi fanno segnali, e subito cargano detti cammelli. Ed è da sapere che alli cammelli non gli danno da mangiare se non cinque pani di farina d’orzo crudi, e grossi quanto un pomo granato l’uno. E poi montano a cavallo, e camminano tutta la notte e tutto il dì seguente fino alle ventidue ore, e poi alle ventiquattro ore fanno il simile come prima. E ogni 8 giorni trovano acqua, cioè cavando la terra over sabbione, e ancora si trovano certi pozzi e cisterne; e in capo delli otto giorni si fermano un giorno over duoi per far reposar li detti cammelli, quali portano peso ciascuno quanto duoi muli: e alli poveri animali non danno da bere se non ogni tre giorni una volta.

9
Del valor e forza che hanno i Mammalucchi.

Essendo noi fermati alle dette acque, sempre avemmo da combattere con grandissima quantità d’Arabi, né mai ammazzarono alcun di noi salvo che un uomo e una donna, perché tanta è la viltà degli animi loro che noi sessanta Mammalucchi eravamo sofficienti a defenderci da 40 o 50 mila Arabi: perché della gente pagana non è la migliore con l’arme in mano che i Mammalucchi. Certa cosa è ch’io viddi di belle esperienzie de’ Mammalucchi in questo viaggio: infra gli altri viddi un Mammalucco pigliar il suo schiavo e mettergli una melangola sopra la testa, e farlo stare 12 o 15 passi lontano da lui, e alla seconda volta levargli la detta melangola a tirar con l’arco. Ancora viddi un altro Mammalucco levarsi la sella e mettersela sopra la testa, e poi tornarla nel suo luoco primo senza cascare e sempre correndo. Li fornimenti delle loro selle sono a usanza nostra.

10
Della città di Sodoma e Gomorra.

Camminato ch’avemmo dodici giornate, trovammo la valle di Sodoma e Gomorra: veramente la Scrittura Santa non mente, perché si vede come furono rovinate per miracolo di Dio. E io dico come sono tre città ch’erano in cima tre monti, dove si vede ancora che in quel terreno par che sia sangue a modo di cera rossa, mescolata con la terra per tre o quattro braccia di profondità. Certamente io credo, per quello che ho veduto, ch’erano genti viziose, perché intorno è tutto paese deserto e la terra non produce cosa alcuna, né anche acqua; e queste genti vivevano di manna, e non riconoscendo il beneficio loro furono puniti da Dio: e per miracolo si veggono ancora al presente li segnali di tutte le dette città rovinate.

Passammo poi quella valle ch’era ben venti miglia, dove ci morirono trentatre persone per la sete, e molti furono sepolti nel sabbione, quali non erano ancora ben finiti di morire. Dipoi trovammo un monticello, appresso il quale era una fossa di acqua, di che fummo assai contenti. Noi ci fermammo sopra il detto monte; l’altro giorno dipoi, la mattina a buon’ora, vennero ventiquattromila Arabi, i quali dissero che pagassimo la sua acqua. Rispondemmo che non la volevamo pagare, perché quella acqua era data da Dio; ed essi cominciorono a combattere con noi, dicendo che avevamo tolto la sua acqua. Ci facemmo forti nel detto monte, e facemmo le mura de’ nostri camelli: e li mercadanti stavano in mezzo de’ detti camelli e noi continuamente stavamo a scaramuzzare, di modo che ci tennero assediati duoi giorni e due notti, e venimmo a tanto che noi e loro non avevamo più acqua da bere. Loro ci avevano circondato il monte intorno intorno di gente, con dire che ci volevano rompere la carovana; e per non aver più a combattere, fece consiglio il nostro capitano con li mercanti mori, e li donammo mille e ducento ducati d’oro. Essi pigliarono i danari, e dissero poi che diecimila ducati non pagariano la sua acqua: e noi conoscevamo che volevano altro che danari. Il nostro capitano, che era prudente, fece far un bando per la carovana, che tutti quegli uomini ch’erano buoni a pigliar arme non andassero a cavallo sopra li cammelli, ma che tutti pigliassero l’arme loro. La mattina seguente mettemmo tutta la carovana innanzi, e noi Mammalucchi rimanemmo drieto: e in tutti eravamo trecento persone. E cominciammo a buon’ora a combattere: furono ammazzati de’ nostri un uomo e una donna con gli archi, e non ci fecero altro male, e noi ammazzammo di loro milleseicento persone. Né è da maravigliare che noi ne ammazzammo tanti: la causa fu che loro erano tutti nudi e a cavallo senza sella, di modo ch’ebbero carestia di ritornare alla via loro.

11
Di una montagna abitata da giudei, e della città di Medina Thalnabi.

In termine d’otto giorni con gran piacere trovammo una montagna, la qual mostra di circuito 10 over 12 miglia. In questa abitano quattro o cinquemila giudei, li quali vanno nudi e sono piccoli di grandezza di cinque palmi l’uno over sei, e hanno la voce feminile, e sono più negri che d’altro colore, e non vivono d’altro che di carne di castrati. Sono circuncisi e confessano esser giudei, e se possono aver un Moro nelle mani, lo scorticano vivo. A’ piedi di detta montagna trovammo un ridutto di acqua, la quale è acqua che piove alli tempi: noi cargammo di detta acqua sedicimila cammelli, di che li giudei furono malcontenti; e andavano per quel monte come caprioli, e per niente volevano descendere al piano, perché sono nimici mortali de’ Mori. A’ piedi di detta acqua stanno sei over otto piè di albori di spine bianche molto belli, ne’ quali trovammo due tortore, il che ci parve come un miracolo, perché avevamo camminato quindici giorni e notti che mai non trovammo animal né uccello alcuno.

Il dì dapoi camminammo, e in due giornate arrivammo ad una città chiamata Medina Thalnabi, cioè città del profeta, appresso alla qual 4 miglia trovammo un pozzo, dove si fermò la carovana per un giorno: e a questo pozzo ogniuno si lavò e mutossi di panni netti per entrare nella città, la quale fa cerca trecento fuochi, e ha le mura intorno fatte di terra; le case dentro sono di muro e di pietre. Il paese intorno alla città ha avuto la maladizione da Dio perché la terra è sterile, salvo che fuora della terra duoi tratti di pietra vi sono forse cinquanta o sessanta piedi di datteri in un giardino, appresso del quale è un certo condutto d’acqua, che discende di un monte piccolo al basso ben ventiquattro piedi, della qual acqua se ne governa la carovana quando arriva lì.

Ora mi saria da riprendere alcuni che dicono che ‘l corpo di Maumetto sta in aere nella Mecca: dico che non è la verità, che ho visto la sua sepoltura in questa città di Medina Thalnabi, nella quale noi stemmo tre giorni. Nel primo che entrammo nella città, la volemmo veder tutta; poi, volendo entrar nella porta della moschea, ci dissero che bisognava che ciascun di noi fusse accompagnato da una persona, o piccola o grande, de loro medemi Mori, la qual ci pigliava per la mano e ci menava dove fu sepolto Maumetto.

12
Della moschea dove fu sepulto Maumetto e suoi compagni.

La moschea dove è sepulto Maumetto è fatta in questo modo: la è quadra, e lunga 100 passa e larga 80; ha due porte per intrarvi, una dalla parte davanti, l’altra da drieto; ha una nave dentro via che corre da tre bande, tutta coperta in volto, posta sopra 40 colonne di pietra cotta imbiancate, dove sono attaccate forse tremila lampade. A l’intrar della moschea da una banda vi è una torre di 5 passa per quadro, tutta in volto, ed è coperta intorno d’un panno de seda ricco, il piede della qual è fatto di metallo; e intorno vi è una ferrata di bronzo, dove stanno le persone a veder detta torre. Intrando poi in la moschea, a man manca vi è una porticella la qual vi mena alla detta torre, dove gionto vi è un’altra porta piccola: e da un lato di quella vi stanno cerca 20 libri e da l’altro circa altri 25, tutti ligati riccamente, li quali sono di Macometto e de’ suoi compagni, e in quelli si contiene la vita di esso Maumetto e i comandamenti della sua setta. Dentro la detta porta è una sepoltura, cioè fossa sotto terra, dove fu messo Maumetto; vi sono anche duoi suoi generi, cioè Haly e Othman, qual Haly fu figliuolo de un suo fratello e tolse per moglie Fatma, figliuola di Maumetto. Vi sono appresso duoi suoi soceri, cioè Bubecher e Homer: questo Bubecher fu quello che noi diciamo che venne a Roma per farsi cardinale, ma non li successe. E questi quattro furono capitani di Maumetto, e ciascun di questi ha li suoi libri ivi posti delle cose che fecero, e delli comandamenti e regole che dettero alli Mori del vivere. E per questo rispetto quella canaglia si tagliano a pezzi tra loro, perché chi vuol far a comandamento di uno e chi d’un altro: e così non si sanno risolvere e si ammazzan come bestie sopra queste eresie, le quali tutte son false.

13
Del ragionamento che ebbe il capitano della carovana con il sacerdote di detta moschea.

Per dechiarazione della setta di Maumetto, è da sapere che sopra la detta torre sta una cupola, nella quale si può andare intorno disopra, cioè di fuora: intendete che malizia usorono a tutta la carovana. La prima sera che venimmo al sepolcro di Maumetto, il nostro capitano fece chiamare il superiore sacerdote di detta moschea, e dissegli che li mostrasse il corpo del Nabi (questo Nabi vuol dire il profeta Maumetto), che gli daria tremila seraffi d’oro; e ch’egli non avea né padre né madre né fratelli né sorelle né mogli né figliuoli, né manco era venuto per comprar speziarie né gioie, ma ch’era venuto per salvar l’anima sua e per veder il corpo del profeta. E il sacerdote li rispose con grandissimo impeto e furia e superbia, dicendo: “Come quest’occhi tuoi, i quali hanno commesso tanto male al mondo, voglion veder colui per il quale Dio ha creato il cielo e la terra?” Allora il nostro capitano disse: “Signore, tu dici il vero, ma fammi una grazia, lasciami veder il corpo del profeta, e subito che l’arò visto, per amor suo mi voglio cavar gli occhi”. E il sacerdote li rispose: “O signore, io ti voglio dire la verità. È vero che ‘l nostro profeta volse morir qui per dar buono esempio a noi, perché ben poteva morir alla Mecca se ‘l voleva, ma volse usare la povertà per ammaestramento nostro; e subito ch’ei fu morto, fu portato in cielo dagli angeli, e dice ch’el sta al paro di Dio”. Il nostro capitano gli disse: “E Iesù Cristo figliuolo di Maria dove sta?” Rispose il sacerdote: “Alli piedi di Maumetto”. Il capitano gli disse: “Basta, basta, non voglio saper più”. Poi se ne venne fuori e disse a noi altri: “Guardate dove io voleva gittare tremila seraffi”.

La sera dapoi, circa a 3 ore di notte, vennero infra la carovana dieci o dodici di quei vecchi della setta, perché la carovana era alloggiata appresso alla porta a due tratti di pietra, e questi cominciorono a cridare uno di qua e l’altro di là: “Dio fu, Dio sarà, e Maumetto messaggier di Dio resusciterà. O profeta, o Dio perdonami”. Il nostro capitano, sentendo questo rumore, e noi, subitamente corremmo con l’arme in mano, credendo che fussero gli Arabi che volessero robar la carovana. E dicendo a quelli: “Che cosa è questa? Che cridate?”, perché facevano sto rumore, come saria intra di noi cristiani quando un santo fa alcun miracolo, que’ vecchi risposero: “Non vedete voi lo splendore che esce fuora della sepoltura del profeta?” Disse il capitano: “Non veggo niente”, e dimandò a tutti gli altri se avevano veduto cosa alcuna: fugli risposto di no. Rispose un di que’ vecchi: “Sete voi schiavi, cioè Mammalucchi?” Disse il capitano: “Sì che siam schiavi”. Rispose il vecchio: “O signori, voi non potete vedere queste cose celesti, e perché voi non siate ancora ben confirmati nella fede nostra”. Rispose il capitano: “O stolti, io voleva dare tremila ducati. Per Dio, mai più non ve li do, cani figliuoli de cani”. Sappiate che questi splendori erano certi fuochi artificiati, che loro aveano fatto maliziosamente in cima di detta torre, per dar ad intendere a noi altri che fussero splendori e che uscissero della sepoltura di Maumetto: per la qual cosa il nostro capitano comandò che per niun modo alcun di noi non entrasse nella detta moschea, e vi affermo e dico per certo che non v’è né arca di ferro né di azzale, né calamita, né montagna nissuna appresso a quattro miglia.

Noi stemmo lì tre giorni per riposar li cammelli. Il popolo della detta città si governa della vettovaglia che viene dall’Arabia Felice e dal Cairo e dalla Etiopia per mare, perché de lì al mar Rosso sono quattro giornate di cammino.

14
Del viaggio per andar da Medina alla Mecca, e del mar della rena.

Già noi delle cose e vanità di Maumetto sazii, ci disponemmo di passar più oltra, e col nostro pilotto, il qual reggeva il nostro cammino con il bossolo e carta da navigar, secondo che sogliono far gli esperti pratichi con li suoi bussoli e carte nel corso del mar. E cominciammo a camminare per ostro, cioè mezzogiorno, e trovammo un pozzo bellissimo nel quale era gran quantità di acqua, il qual pozzo dicono li Mori che lo fece santo Marco evangelista per miracol di Dio, per necessità di acqua ch’è in que’ paesi: il qual pozzo rimase secco alla partita nostra.

Non vorrei mandar in oblivione il trovar del mar dell’arena, qual lassammo davanti che trovammo la montagna de’ giudei, pel qual camminammo cinque giorni e cinque notti. Or intenderete in che modo sta questo. Questa è una campagna grandissima piana, la quale è piena d’arena bianca minuta come farina, dove, se per mala ventura venisse il vento da mezzogiorno, come viene da tramontana, tutti sariamo morti; e con tutto che noi avevamo il vento a nostro modo, l’uno con l’altro non se vedevamo di lungi 10 passi. E gli uomini che vanno a cavallo sopra li cammelli sono serrati in certe casse di legno, e per certi busetti piccoli ricevon l’aere, e ivi dormono e mangiano; e li pilotti vanno innanzi con bussolo, sì come andassero per terribil mare. E qui morirono gran gente per la sete, e gran parte ne morì perché, quando cavammo l’acqua, beverono tanto che creporono. E qui si fa la mumia. E quando tira il vento di tramontana, questa arena si coaduna ad un lato d’un gran monte, il qual è un brazzo del monte Sinai: al qual come arrivammo, trovammo una colonna fatta con gentil arte e a forza di mano, la qual chiamano porta; a man manca sopra il detto monte è una grotta molto lunga, nella quale è una porta di ferro. Dicono alcuni che Maumetto se retirava ivi a far orazione, e a questa porta si sente un grandissimo rumore come di acqua che caschi. Indi passammo la detta montagna con grandissimo pericolo, a tale che non pensavamo mai di arrivare in questo luoco.

Poi che ci partimmo dal pozzo detto di sopra, camminammo per dieci giornate, e due volte combattemmo con cinquantamila Arabi, tanto che giungemmo alla Mecca. E lì era grandissima guerra fra l’un fratello e l’altro, perché sono quattro che combattevano di continuo per esser signori della Mecca.

15
Della Mecca, e perché li Mori vanno alla Mecca.

Oramai diremo della nobilissima città detta Mecca, che cosa è e come sta e chi la governa. La città è bellissima e molto bene abitata, e fa cerca seimila fuochi; le case sono bonissime come le nostre, e vi sono case che vagliono 3 e 4 mila ducati l’una: la qual città non ha mura intorno. Appresso a un quarto di miglio alla città trovammo una montagna, nella quale era una strada tagliata per forza di mano, che dura fino al smontar nel piano: le mura di detta città sono le montagne che l’ha d’intorno da ogni canto, e vi son se non 4 entrate. Il governatore di questa città è soldano, cioè uno delli 4 fratelli, ed è della stirpe di Maumetto e sottoposto al gran soldano del Cairo, e li suoi tre fratelli combattono di continuo con lui.

Alli 18 di maggio entrammo nella detta città della Mecca dalla parte verso tramontana, e poi descendemmo giuso nel piano. Dalla parte verso mezzogiorno sono due montagne che quasi si toccano, dov’è il passo ben stretto per andare al porto della Mecca; dall’altra banda dove leva il sole è un’altra bocca di montagna a modo di una vallata, per la qual si va al monte dove fanno il sacrificio alli due patriarchi Abraham e Isaac. Il qual monte è lontano da detta città cerca 8 o 10 miglia, ed è alto duoi e tre tiri di pietra di mano, ed è d’un certo sasso non di marmo, ma d’un altro colore; e in cima è una moschea a usanza loro, la qual ha tre porte. A’ piedi del detto monte sono due bellissime conserve d’acqua: una è della carovana del Cairo e l’altra della carovana di Damasco; la qual acqua si raccoglie parte per la pioggia, e parte viene di molto lontano.

Or torniamo alla città; quando sarà tempo diremo del sacrificio che fanno a’ piedi del detto monte. Allora che noi entrammo in detta città, trovammo la carovana del Cairo, la qual era venuta 8 giorni prima di noi, perché non vengono per la via che venimmo noi: e in detta carovana erano sessantaquattromila cammelli e cento Mammalucchi. E la prima cosa che avete da saper di questa città è quello che ognun dice, che l’ha avuta la maladizione da Dio, perch’el paese non produce né erbe né arbori né frutti né cosa alcuna, e hanno grandissima carestia d’acqua, in modo che, se uno volesse bere a sua volontà, non li basteria quattro quattrini d’acqua al giorno. Io dirò in che modo vivono: una gran parte del viver suo gli viene dal Cairo, cioè dal mar Rosso, e vi è un porto chiamato il Ziden, che è lontano dalla detta città 40 miglia; gli viene ancora una grandissima quantità di vettovaglia dell’Arabia Felice, e anco gran parte ne gli viene dall’Etiopia. Noi trovammo grandissima quantità di pellegrini, de’ quali alcuni venivan dall’Etiopia, chi dall’India maggiore, chi dalla minore e chi dalla Persia e dalla Soria: veramente non viddi mai in una terra tanto popolo, per 20 giorni ch’io stetti lì. Delle qual genti parte ne erano venute per mercanzie, parte per guadagnar l’indulgenzie e compir i suoi voti, nel che voi intenderete quel che fanno.

16
Delle mercanzie che vengono alla città della Mecca

Primo diremo della mercanzia, che vien da più parti: dall’India maggiore, la qual è posta di qua e di là dal fiume Ganges, vengono assai gioie e perle e d’ogni sorte di speziarie; e ancora vengono dall’India minore, da una città chiamata Banghalla, grandissima quantità di panni di bambagio e di seta; e anche dall’Etiopia certa sorte di speziarie; per modo che in questa città si fanno grandissimi traffichi di mercanzia, cioè di gioie, spezie d’ogni sorte in quantità, bombagio in gran copia, sete e cose odorifere in grandissima abbondanzia.

17
Della perdonanza della Mecca.

Or torniamo alla perdonanza de’ detti pellegrini. In mezzo della città è un bellissimo tempio a comparazion del Coliseo di Roma, non di quelle pietre grandi, ma di pietre cotte: ed è tondo a quel modo, e ha novanta over cento porte intorno, ed è in volto. All’entrar del detto tempio si descende per dieci over dodici scalini per tutte le parti, e di qua e di là di detta entrata stanno uomini che vendono gioie e non altra cosa; e quando l’uomo è disceso detti scalini, trova il detto tempio intorno coperto e ogni cosa messo a oro, cioè le mura. E sotto alle dette volte stanno quattro o cinquemila persone, le quali vendono tutte cose odorifere, e la maggior parte sono polvere per conservar li corpi umani quando si sotterrano, perché de lì vanno per tutte le terre de’ pagani: veramente non si potria dir la suavità e gli odori che si sentono in quel tempio, che par essere in una speziaria piena di muschio e benzuì e d’altri odori suavissimi.

Alli 23 di maggio cominciò il perdono in detto tempio, il qual è in questo modo: che nel mezzo del detto tempio vi è un discoperto, in mezzo di quello una torre la cui grandezza è di 5 over 6 passi per ogni verso, la qual torre tiene un panno di seta intorno di altezza di 4 brazza, ed evvi una porta tutta d’argento di altezza d’un uomo, per la qual s’entra in detta torre. E da ciascuna parte dentro della porta stanno alcuni vasi, quali dicono esser pieni di balsamo, che si mostrano solamente il giorno della Pentecoste: e dicono gli abitanti quel balsamo esser parte del tesoro del soldano della Mecca. Ad ogni quadro di detta torre sono certe reti di ferro rotonde, con li busi molto minuti per entrarvi dentro il lume. Alli 23 di maggio tutto il popolo comincia, la mattina innanzi giorno, andar sette volte intorno alla detta torre, sempre toccando e baciando ogni  cantone  . Lontano dalla detta torre cerca 10 o 12 passi è un’altra torre, a modo di una cappella delle nostre, con 3 o 4 porte. In mezzo di questa torre è un bellissimo pozzo, il quale è cupo 70 braccia e tiene acqua salmastra: al detto pozzo stanno 6 overo 8 uomini deputati a trar acqua per il popolo, el qual, quando è andato sette volte intorno alla prima torre, vanno a questo pozzo e s’accostano all’orlo di quello con la schena, dicendo queste parole: “E tutto questo sia per onor di Dio, el piatoso Dio mi perdoni i miei peccati”. Le qual compite, quelli che tirano l’acqua gettano a ciascuna persona 3 secchi d’acqua dalla cima del capo per fino alli piedi, e tutti si bagnano, se ben la vesta fusse di seta: e pensono quelli matti in questo modo di restar limpidi e netti, e che li loro peccati rimanghino tutti in quel pozzo con quel lavare; e dicono che la prima torre dove vanno intorno sette volte è la prima casa che edificasse Abraham, e così bagnati tutti se ne vanno per la valle al detto monte, e lì stanno duoi giorni e una notte. E quando sono tutti a’ piedi del detto monte, ivi fanno questo sacrificio.

18
Del modo de’ sacrificii della Mecca.

Perché la novità delle cose suole il più delle volte dilettare ogni animo generoso e alle cose grandi incitarlo, però, per sodisfare a molti del medesimo animo, soggiugnerò brievemente il modo che si osserva ne’ loro sacrificii, il quale è questo, che ogni uomo ammazza al manco duoi o 3, e chi 4 e chi 6 castrati, per modo ch’io credo ben che ‘l primo giorno si ammazzarono più di 30 mila castrati, scannandoli verso dove leva il sole. E ciascun li dava per amor di Dio a’ poveri, perché v’erano forse 30 e 40 mila poveri, li quali facevano una fossa in terra, poi li mettevano dentro sterco di cammello e così facevano un poco di fuoco, e rostivan alquanto quella carne e poi la mangiavano. E veramente credo che quelli tanti poveri uomini venivano più tosto per la fame che per il perdono o indulgenzia; e che sia il vero, noi avevamo gran quantità di cocomeri, che venivano dall’Arabia Felice, e li mangiavamo levandoli via prima la scorza, la qual gittavamo fuori del nostro padiglione, come si suol fare: e li detti poveri stavano a 40 e 50 dinanzi al detto padiglione, e facevano gran questione tra loro per raccogliere le dette scorze da terra, ancor che fussino piene di sabbione. Per questo pareva a noi che venissero più tosto per mangiare che per lavarsi de’ loro peccati.

Il secondo giorno un cadì della fede, qual è al modo d’un predicador nostro, montò in cima del detto monte e fece un sermone a tutto il popolo, il qual sermone durò cerca un’ora. E la somma del suo parlare era questo, che pregava il popolo che buttando molte lacrime piangesse e’ suoi peccati, e ferendosi nel petto facesse penitenzia. E alzando molto la voce diceva: “O Abraham, benvoluto da Dio e amato da Dio”; poi diceva: “O Isaac, eletto da Dio, amico di Dio, prega Dio per il popolo del Nabi”. E così si sentivano di grandissimi pianti. E finito ch’ebbe il sermone, venne nova che venivan gli Arabi, per il che tutti quelli delle carovane, come fuori di sé, corsero in la Mecca con grandissima furia, perché appresso a 6 miglia già erano giunti più di ventimila Arabi, i quali volevano robare le carovane: e noi arrivammo a salvamento alla Mecca. Ma quando fummo alla metà del cammino, cioè fra la Mecca e il monte dove si fa il sacrificio, trovammo un certo muro o parete vecchio, piccolo, alto quattro braccia, a’ piedi del quale v’era grandissima quantità di pietre piccoline, le qual sono tirate da tutto il popolo per questo rispetto che intenderete.

Dicono che, quando Dio comandò ad Abraham che andasse a far il sacrificio del suo figliuolo, andò prima egli e disse al figliuolo che, obediendo alli comandamenti de Dio, lo dovesse seguire. Il figliuolo gli rispose: “Io son molto contento di far il comandamento di Dio”. E quando il fanciullo Isaac arrivò al sopradetto muro piccolo, dicono che ‘l diavolo gli apparve in forma d’un suo amico e gli disse: “Dove vai tu, amico mio Isaac?” Ed egli rispose: “Vo al padre mio, che m’aspetta al tal luoco”. E gli disse il diavolo: “Non andar, figliuolo mio, che tuo padre ti vuol sacrificare a Dio e ti vuol far morire”. E Isaac gli rispose: “Lascial fare: se così è la volontà di Dio, così si faccia”. Il diavolo allora disparve, e poco più avanti gli apparve in forma d’un altro suo caro amico, e gli disse le sopra dette parole. Dicono che Isaac gli rispose con furia, e pigliò una pietra e tirolla nel viso del diavolo: e per questo rispetto, quando arriva il popolo al detto luoco, ognuno tira una pietra al detto muro e poi se ne vanno alla città.

Noi trovammo per le strade di detta città ben quindeci o ventimila colombi, i quali dicono che sono della schiatta di quella colomba che parlava a Maumet in forma di Spirito Santo, i quali colombi volano per tutta la terra a suo piacere, cioè nelle botteghe dove si vende il grano, miglio, riso e altri legumi: e li padroni di detta roba non hanno libertà d’ammazzarli né di pigliarli, e se alcuno battesse di quelli colombi, si temeria che la terra rovinasse; e sappiate che li danno grandissima spesa in mezzo del tempio.

19
Delli unicorni che si trovano appresso il tempio della Mecca, animali rarissimi.

Dall’altra banda del detto tempio è una corte murata, nella qual vedemmo duoi unicorni: e li si mostrano per cosa maravigliosa, come nel vero è cosa da prenderne admirazione. E sono fatti in questo modo: il maggiore è fatto come un poledro di trenta mesi, e ha un corno nella fronte di lunghezza cerca tre braccia; l’altro unicorno era minore, come saria un poledro d’un anno, e ha un corno lungo circa quattro palmi. Il color del detto animale è come un cavallo sasinato scuro, e ha la testa come un cervo e il collo non molto lungo, con alcune crine rare e corte che pendono da una banda, e ha le gambe sottili e lunghe come il capriolo, e il suo piede è un poco fesso davanti e l’unghia è caprina, e ha molti peli di drieto delle gambe, li qual son tanti che fa parer questo animal molto feroce: ma la sua ferocità è coperta da una mansuetudine che in sé dimostra. Questi duoi animali furono presentati al soldano della Mecca come cosa de molto prezio e rara e che si trova in pochi luochi, e furono mandati da uno re di Etiopia, il qual li fece questo presente per far amicizia con lui.

20
Come l’auttore fu cognosciuto in la Mecca, e come venne con la carovana dell’India.

Mi occorre qui mostrare quel che possa l’umano ingegno ne’ casi occorrenti, quanto la necessità lo constringe: e ben fu a me necessario di mostrarlo per fuggir dalla carovana della Mecca. Essendo io a comprare alcune cose per il mio capitano, fui conosciuto da un Moro, il qual mi guardò nel viso e dissemi: “Donde sei tu?” Io li risposi: “Son moro”. Egli disse ch’io non diceva il vero. Io gli dissi: “Per la testa di Maumet, io vi giuro che son moro”. E risposemi: “Vieni a casa mia”, e io andai con lui. Quando fui in casa sua, egli mi parlò in lingua italiana e dissemi donde era, e ch’ei mi conosceva ch’io non era moro, ancor che glielo dicesse, e mi disse ch’egli era stato in Genova e in Venezia, e cognosceva molto la maniera di quelle genti, e davami li segni molto veri delle dette terre. Quando io intesi questo, io gli dissi ch’era romano e che mi era fatto mammalucco al Cairo: il che intendendo, egli fu molto contento e fecemi grandissimo onore. E perché la intenzione mia era di passar più avanti, gli cominciai a dire se questa era la città della Mecca, qual era tanto nominata per il mondo, e gli domandai dov’erano le gioie e le spezie, e dove erano tante sorti di mercanzie quante si dice che qui arrivano, sol perché lui mi avesse a dire per che causa non venivano come erano usate, e per non domandargli che ne fusse cagione il re di Portogallo, perché egli è signore del mar Oceano e del sino Persico e dell’Arabico. Ei mi cominciò a dire di passo in passo la cagione perché non venivano le dette robbe come erano usate di venire, non si accorgendo della mia malizia, e quando mi disse che n’era cagione il re di Portogallo, io mostrai di averne grandissimo dolore e diceva molto male del detto re, solo perché egli non pensasse ch’io fussi contento che li cristiani facessero tal viaggio. Quando costui vidde ch’io mi dimostrava nimico de’ cristiani, fece maggior onore assai che non faceva per avanti, e dissemi ogni cosa di punto in punto. E quando fui molto ben informato, gli dissi: “O amico mio, ti priego che tu mi dia il modo o via ch’io possa fuggire da questa carovana, perché la intenzion mia seria di andare a trovar quelli re che sono nimici de’ cristiani, perché ti aviso che, quando loro sapessero l’ingegno ch’io ho, mi mandariano a trovare fino alla Mecca”. E lui, stupefatto di queste parole, mi disse: “Per la fede del nostro profeta, che sapete voi fare?” Io li risposi ch’io era il miglior maestro di far bombarde grosse che fusse al mondo. Udendo egli questo, disse: “Maumetto sempre sia laudato, che ha mandato tal uomo al servigio de’ Mori di Dio”. Per modo ch’ei mi ascose nella casa sua con la sua donna, e mi pregò ch’io ottenesse dal nostro capitano della carovana che lo lasciasse trar fuora della Mecca quindeci cammelli carichi di spezie: e questo fece egli per non pagar trenta seraffi al soldano per la gabella. Io li risposi che s’ei mi salvava in casa sua, ch’io li faria levare cento cammelli, se tanti ne avesse, perché li Mammalucchi hanno la libertà: e quando ei sentì questo, fu molto contento. Dapoi mi ammaestrò del modo ch’io aveva a tenere, e de indrizzarmi ad uno re che sta nella parte dell’India maggiore, che si chiama re di Decan, del qual diremo quando sarà il tempo. Un giorno avanti che la carovana si partisse, mi fece ascondere in casa sua in loco secreto.

La mattina sequente andavano per la città grandissima quantità d’instrumenti sonando all’usanza loro, e i trombetti andavano faccendo il bando per tutta la città che tutti li Mammalucchi, sotto pena della vita, dovessero montar a cavallo e pigliar il suo viaggio verso la Soria. Donde gran perturbazione astringeva il cor mio, quando sentia mandar tal bando, e di continuo mi raccomandava alla moglie del detto mercante, piangendo e raccomandandomi a Dio, che mi campasse da tanta furia. Un martedì mattina si partì la detta carovana, e il mercante mi lasciò nella sua casa con la sua donna, ed egli se n’andò con la carovana; e disse alla donna ch’el venerdì sequente mi dovesse far accompagnare con la carovana dell’India che andava al Ziden, cioè al porto della Mecca, che vi sono miglia quaranta. La compagnia che mi fece la detta donna non si potria dire, e massime una sua nipote molto bella di quindeci anni, le quali mi promettevano, volendo io restare, di farmi ricco: e io, per il pericolo presente, posposi ogni sua promessa. Il venerdì sequente mi parti’ con la carovana al mezzogiorno, con non piccolo dispiacere e lamentazioni delle prefate donne, e a mezzanotte arrivammo ad una certa villetta di Arabi, e lì stemmo sino a mezzogiorno del dì sequente. Il sabbato si partimmo, e camminammo fino alla mezzanotte, e intrammo nella città del Ziden.

21
Del Ziden, porto della Mecca, e del mar Rosso.

Questa città non ha mura intorno né fossa, ma ha bellissime case all’usanza della Italia. Diremo di lei brevemente. Detta città è di grandissimo traffico, perché qui arriva una gran parte di tutte le nazioni del mondo, eccetto cristiani e giudei, che non vi ponno venir sotto pena della vita. Quand’io fui giunto nella detta città, subito me ne andai nella moschea, cioè al tempio, dove erano ben 25 mila poveri, che stavano aspettando qualche patron di nave che li levasse al suo paese. E io fra quelli mi mescolai, ascondendomi in uno  cantone  del detto tempio, e lì mi fermai per 14 giorni: tutto il dì stava gittato in terra coperto con li miei vestimenti, e di continuo mi lamentava, come s’io avessi avuto grandissima passion di stomaco o di corpo. Li mercadanti udendomi dicevan: “Chi è quello che si lamenta?” Dicevano li poveri che mi stavano a canto: “Egli è un povero Moro che si muore”. La sera al scuro usciva fuori della moschea e andava a comprar da mangiare: se io aveva appetito, lassolo giudicare a voi, perché non mangiava se non una volta al giorno, e ben male.

Questa città si governa per il signore del Cairo, e vi è signore uno fratello del soldano della Mecca, li quali sono sottoposti al gran soldano del Cairo. Qui non accade a dir molto, perché sono Mori. La terra non produce cosa alcuna, e ha grandissima carestia d’acqua dolce; il mare batte nelle mura delle case. Quivi si trovano tutte le cose necessarie per il viver umano, ma vengono condotte dal Cairo, dall’Arabia Felice e d’altri luoghi. Quivi è continuamente grandissima quantità di gente ammalata, per causa del mal aere che è in detta città, la qual puol aver da 500 case.

In capo di quattordici giorni mi accordai con un padrone d’una nave che andava alla volta della Persia, perché nel detto porto erano circa cento navi tra grandi e piccole. De lì a tre giorni facemmo vela e cominciammo a navigare per il mar Rosso.

22
Per che causa il mar Rosso non sia navigabile.

Si può comprendere (perché egli è così in effetto) che ‘l detto mar non è rosso, anzi quell’acqua è come quella dell’altro mare. Noi navigammo il giorno fina al tramontar del sole, perché non si può navigare in questo mare di notte, e ogni giorno si posano a questo modo, fino a tanto che giungono ad una isola chiamata Chamaran, e dalla detta isola in là si va sicuramente. La ragione che non si può navigare al tempo di notte è questa, perché vi sono molte isole e molti scogli e secche, ed è bisogno che sempre vada un uomo in cima dell’albero della nave per veder il cammino, il che la notte non si può fare: e però non si naviga se non di giorno.

II
1
Della città di Gezan e della fertilità sua.

Poi che discorso abbiamo li luochi, le città e costumi de’ popoli dell’Arabia Deserta, quanto fu a noi concesso di vedere, parmi esser conveniente che con brevità e più felicemente entriamo nell’Arabia Felice. In termine di sei giorni arrivammo ad una città chiamata Gezan, la quale ha un bellissimo porto, e lì trovammo quarantacinque navilii di più paesi. Questa città è posta alli lidi del mare, ed è sottoposta ad uno signor moro, ed è terra molto fruttifera e buona ad usanza de’ cristiani. Quivi sono buonissime uve e persichi, fichi, cocomeri, cetri, limoni e aranci, zucche grande, melenzane, agli, cepolle, in modo che è un paradiso. Gli abitatori di questa città vanno la maggior parte nudi, e vivono pure alla moresca. Quivi è abbondanzia di carne, grano, orzo e miglio bianco, il qual chiamano dora, e di quello si fa molto buon pane. Qui stemmo tre giorni, per fin che pigliammo la vettovaglia.

2
Di alcune genti chiamate Baduini.

Partendoci dalla detta città di Gezan, andammo cinque giorni sempre in vista di terra, la qual restava a man manca. E vedendo alcuna terra a canto alla marina, smontammo in terra 14 persone di noi, per dimandare alcuna cosa da mangiare con li nostri danari. La risposta che ci fecero fu che cominciorono a tirar pietre con le frombole contra di noi, e questi erano certe generazioni che si chiamano Baduini, i quali erano più di cento persone, e noi eravamo solo 14. E combattemmo con loro poco manco d’un’ora, per modo che ne rimasero di loro ventiquattro morti; gli altri si misero tutti in fuga, perché erano nudi e non aveano altre arme che queste frombole, e noi pigliammo tutto quel che potemmo, cioè galline, vitelli, buoi e altre cose da mangiare. De lì a due ore cominciò a multiplicare la turba di detta terra ferma, tanto che erano più di seicento, e a noi fu forza di ritirarsi al navilio nostro.

3
Della isola chiamata Chamaran e della bocca del mar Rosso.

In quel giorno medesimo pigliammo il nostro cammino verso una isola chiamata Chamaran, la qual mostra di circuito dieci o dodici miglia, dov’è una terra che mostra circa dugento fuochi ed è abitata da Mori. Nella detta isola si trova acqua dolce e carne, e fassi il più bel sale che mai viddi; ha un porto verso la terra ferma circa otto miglia. Questa isola è sottoposta al soldano dell’Arabia Felice. E lì stemmo duoi giorni, poi pigliammo il nostro cammino verso la bocca del mar Rosso, e vi sono due giornate, dove si può navigare sicuramente notte e giorno, perché dall’isola infino al Zidem non si può navigar di notte per le gran secche e scogli. E quando noi arrivammo alla detta bocca, parea veramente che noi fussimo in una casa serrata, perché quella bocca è larga cerca due o tre miglia. A man dritta di detta bocca è terra alta cerca 20 passi, ed è disabitata e sterile, per quanto si può veder di lontano; e a man manca di detta bocca è una montagna altissima, ed è sasso. Al mezzo di detta bocca v’è una certa isoletta disabitata che si chiama Bebel Mendel, e chi vuol andare a Zeila piglia il cammino a man diritta, e chi vuole andar in Aden lo piglia a man manca: e così facemmo noi per andar in Aden, e sempre andammo in vista di terra, e dal detto Bebel Mendel arrivammo alla città di Aden in poco manco di due giorni e mezzo.

4
Del sito della città di Aden e d’alcuni costumi verso li mercanti; e come l’auttor fu messo in prigione e menato al soldano di Rhada, città dell’Arabia Felice; e dell’esercito che ‘l prefato soldan fece, e armature loro, per andar contro un altro soldano.

Aden è una città la più forte che mai abbia visto in terra piana, e ha le mura da due bande, e dall’altre bande sono le montagne grandissime, sopra le quali sono cinque castelli; e la terra è nel piano di questi monti, e fa circa cinque o seimila fuochi. A due ore di notte qui si fa il mercato, per rispetto dell’estremo caldo che fa il giorno nella città. Appresso la quale ad un tirar di pietra è una montagna, sopra la quale è uno castello; e a piè di questa montagna, che vi batte il mare, surgono li navilii. Questa città è la principal e bellissima e la meglio fabbricata de tutte le città dell’Arabia Felice. Qui fanno capo tutti li navilii che vengono dall’India maggiore e dalla minore, e dalla Etiopia e dalla Persia, per li gran traffichi che vi sono. Tutti li navilii che hanno ad andare alla Mecca vengono a pigliar porto qui, e così presto che arriva una nave in porto, vengono gli officiali del soldano della dogana di detta città, e vogliono saper donde vengono e che portano, e quanto tempo è che si partirono dalle lor terre, e quante persone vanno per ciascuna nave. E poi che hanno inteso ogni cosa, per l’ordine del regno, levano alle dette navi gli arbori e le vele, li timoni e l’ancore, e ogni cosa portano dentro della città: e questo fanno accioché dette persone non si possino partire senza pagar la gabella al soldano.

Il secondo giorno ch’io arrivai alla detta città, fui preso e messo in ferri, e questo fu per cagione d’un ghiotto mio compagno, il qual mi disse: “Can cristiano, figliuolo di cane”. Certi Mori intesero questo parlare, e per questo rispetto fussimo menati in palazzo dal vice soldano, e subito fecero consiglio se subito ne doveano far morire, perché il soldano non era nella città. Dicevano che noi eravamo spie de’ cristiani, e perché il soldano di questa terra non fece mai morire alcuno, costoro ebbero rispetto, donde ne tennero ben sessantacinque giorni con diciotto libbre di ferro alli piedi. Il terzo giorno che noi fummo presi, corsero al palazzo ben quaranta o sessanta persone de Mori, li quali erano di due o di tre navilii quali avevano presi li Portoghesi; e questi tali erano scampati per nodare, e dicevano che noi eravamo di quelli di Portogallo e venuti lì per spie. Per questo corsero al palazzo con grandissima furia, con l’arme in mano per ammazzarne: e Dio ne fece grazia che quello che ne aveva in guardia serrò la porta dalla banda di dentro. A questo rumore sì levò la terra in arme, e chi voleva che morissemo e chi no: alla fine il vice soldano ottenne che noi campassimo.

In termine di 65 giorni il soldano mandò per noi, e fummo portati tutti duoi sopra un camello, pure co’ detti ferri ai piedi, e stemmo giorni otto pel cammino. Poi fummo presentati al soldano in una città la qual si chiama Rhada, e quando noi giugnemmo alla detta città, il soldano faceva la mostra con trentamila uomini, perché voleva andar a combattere con un altro soldano d’una città chiamata Sana, lontana da Rhada tre giornate; ed è questa città parte in costa de un monte e parte descende in piano, ed è bellissima e antica, populata e ricca. Appresentati che fummo innanzi al soldano, egli mi dimandò di che parte io era e quel che andava faccendo. Li risposi ch’io era romano e che era fatto mammalucco al Cairo, e ch’io era stato a Medina, dove el Nabi, cioè il gran profeta, è sepulto, e poi alla Mecca; e poi era venuto a veder sua signoria, perché per tutta la Soria e in la Mecca si diceva ch’egli era un santo, e se gli era santo (com’io credeva), che ben dovea sapere ch’io non era spia de’ cristiani, e ch’io era buon Moro e suo schiavo. Disse allora il soldano: “Di’: “La ilache ill’allach Muchemmedun resul’allach””, cioè: “non è Dio se non Iddio; Macometto è messaggiere de Dio”, che sono le parole che chi le dice se intende esser fatto moro. E io non le potei mai dire, o che fusse la volontà di Dio, o veramente per la gran paura ch’io aveva. Veduto il soldano ch’io non poteva dire dette parole, subito comandò ch’io fussi posto in prigione nel palazzo suo, con grandissima custodia di uomini di 18 castelli, quali venivan quattro per castello, e stavano quattro giorni, poi si mutavano quattro altri di detti castelli; e così seguitando mi guardorono tre mesi, che non viddi aere, con un pane di miglio la mattina e uno la sera: e sei di que’ pani non mi ariano bastati un giorno, e alcuna volta, se io avessi avuto acqua a bastanza, saria stato assai contento.

Il soldano se n’andò in campo de lì a duoi giorni alla detta città di Sana con lo esercito sopradetto, nel quale v’erano quattromila cavalieri figliuoli de cristiani, negri come Mori, ed erano di quelli del Prete Ianni, li quali sono comprati da piccolini di otto o nove anni, e fannoli esercitare nell’arme: e questi erano la guardia sua, e valevano più questi che non faceva tutto il resto delli ottantamila. Gli altri erano tutti nudi, con un mezzo lenzuolo in cambio d’un mantello adosso. E quando entrano nella battaglia, usano certe rotelle, le quali sono due pelli di vacca overo di bue incollate insieme, e in mezzo di dette rotelle sono quattro bacchette che le tengono diritte: le dette rotelle sono dipinte, in modo che chi le vede giudica esser le più belle e le migliori che far si possino; la grandezza loro è come un fondo di botta, e lo manico è una tavoletta con due chiodi. Ancora portano un dardo in mano e una spada curta e larga, con una vesta indosso di tela rossa overo d’altro colore, piena di bambagio, che li defende dal caldo e da’ nimici: questo usano quando vanno a combattere. Portano tutti generalmente una frombola per tirar pietre involta intorno alla testa, e sotto la detta frombola portano un legnetto lungo un palmo, col qual si nettano i denti; e generalmente, da quaranta o cinquanta anni in giù, portano due corna fatte dei loro proprii capelli, che paiono capretti. Il detto soldano ancora mena nel suo esercito cinquemila camelli, carichi di padiglioni tutti di bambagio, che avevan similmente le corde di bambagio.

5
Della regina moglie del soldano, che fieramente s’innamorò dell’auttore; e come il prefato finse di esser pazzo, e de molte cose che gl’intervenne.

Nel detto palazzo vi era una delle tre mogli del soldano, la qual chiamavan regina, e stava con dodici over tredeci damigelle bellissime, il color delle quali era più tosto negro che altramente. Detta regina ne fece un buon servigio, che ne allargò la prigione e dette licenzia che potessemo andar fuori con le guardie e ferri alli piedi. Essendo io e il mio compagno e un Moro tutti tre prigioni così in libertà, facemmo deliberazione che uno di noi si facesse matto, per poter sovenir meglio l’uno all’altro: all’ultimo toccò a me di esser pazzo. Avendo adunque pigliato tal impresa, era necessario ch’io facessi quelle cose che si richieggono a’ pazzi. Veramente, li primi tre giorni ch’io finsi il pazzo, mai non mi trovai tanto stracco né tanto affaticato come allora, perché di continuo avea cinquanta o sessanta mammoli drieto, che mi traevano de’ sassi e mi lapidavano, e io lapidava loro, li qual mi gridavan drieto: “Pazzo, pazzo”, e io di continuo aveva la camicia piena di sassi, e faceva come fanno i pazzi.

La regina di continuo stava alla finestra con le sue damigelle, e dalla mattina alla sera stava per vedermi e parlar meco; ed essendo da più uomini sbeffeggiato, acciò che più vera paresse la mia pazzia, cavatami la camicia andava così nudo avanti alla regina, la quale avea grandissimo piacere quando mi vedeva e non voleva ch’io mi partissi da lei, e davami di buoni e perfetti cibi da mangiare, in modo ch’io trionfava. Ancora mi diceva, come vedeva che li fanciulli mi correvan drieto: “Dagli a quelle bestie, che se tu gli ammazzi sarà suo danno”. Andava per la corte del soldano uno castrato, che la coda sua pesava quaranta libbre; io il prese e dimandavagli s’egli era moro o cristiano over giudeo, e replicandoli queste parole e altre, gli diceva poi: “Fatte moro e di’: “la illache ill’allach Muchemmedun resul’allach””. Ed egli stando come animale paziente, che non sapeva parlare, pigliai un bastone e gli ruppi tutte quattro le gambe, e la regina stava a ridere; e dapoi mi dettono tre giorni a mangiare di quella carne, della quale non so se mai mangiassi la migliore. De lì a tre giorni gli ammazzai un asino il quale portava l’acqua al palazzo, in quel medesimo modo ch’io feci del castrato, perché non se voleva far moro; il simile ancora faccendo con un giudeo, lo assettai in modo che per morto il lasciai.

Ma un giorno, volendo fare come soleva, trovai uno di quelli che mi guardavano ch’era molto più pazzo di me, e dicevami: “Can cristiano, figliuolo di can”. Io li tirai di molti sassi, ed ei si cominciò a voltare verso di me con tutti li mammoli, e dettemi d’un sasso nel petto, che mi fece un mal servigio. E per non poterlo seguitare per li ferri ch’aveva alli piedi, pigliai la via della prigione; ma prima ch’io vi giugnessi, ei mi dette un’altra sassata ne fianchi, la qual molto più mi dolse che la prima. E s’io avessi voluto, ben poteva schifarle tutte dua, ma per voler dar colore alla mia pazzia le volsi ricevere. E così entrai nella prigione subito, e con grandissime pietre mi murai dentro, dove gli stetti duoi giorni e due notte senza mangiare e senza bere, in modo che la regina e gli altri dubitavano ch’io non morissi, e fecero romper la porta. E quelli cani mi portavano certi pezzi di marmo, dicendo: “Mangia, che questo è zuccaro”; e alcuni altri mi davano certi granelli d’uva pieni di terra, e dicevano ch’era sale: e io mangiava il marmo e l’uva e ogni cosa insieme.

Quel giorno medesimo alcuni mercanti fecero venir duoi uomini, i quali erano tenuti fra loro come sariano fra noi duoi eremiti e stavano in certe montagne, alli quali fui mostrato, e li mercanti dimandavano se loro pareva ch’io fussi santo o matto. Uno di loro diceva: “A me pare che ‘l sia santo”, e l’altro diceva che gli pareva ch’io fussi pazzo. E stando così in questa disputa più d’un’ora, io per levarmegli davanti alzai la camicia e pisciai adosso a tutti duoi. Allora cominciorono a fuggire cridando: “Egli è matto, egli è matto e non è santo”. La regina stava alla sua finestra con le sue damigelle, e vedendo questo tutte cominciorono a ridere, dicendo: “Per il gran Dio, per la testa di Maumet, costui è il miglior uomo del mondo”. La mattina sequente me ne venni nella corte e trovai colui che mi dette le due sassate a dormire, e piglialo per le corna che gli avea fatto di suoi capelli, e gli messi li ginocchi sopra la bocca dello stomaco, e dettigli tanti pugni sul mostaccio che tutto pioveva sangue, in modo che lo lasciai per morto. La regina pur stava alla finestra, dicendo: “Ammazza, ammazza quella bestia”, qual subito si partitte, né mai più lo viddi.

Trovando il governatore di questa città per molti indicii che li miei compagni con perfidia volevano fuggire, e che aveano fatto un buso nella prigione e s’aveano cavati li ferri, e io non, e perché sapeva la regina pigliarsi gran piacere di me, non mi volse far dispiacere se prima non parlava con lei: la quale, inteso ch’ebbe ogni cosa, mi giudicò infra sé esser savio e mandò per me, e fecemi mettere in una stanzia a basso pur nel palazzo, la qual stanzia non avea porta da uscir fuori da basso, e tuttavia con li ferri ai piedi.

6
Delli ragionamenti che egli ebbe con la regina, e con quanto ingegno e astuzia si fece far libero e poi lassar andar in la città di Aden.

La notte sequente la regina mi venne a trovare con cinque o sei damigelle e cominciò a disaminarmi, e io pian piano li cominciai a dar ad intendere ch’io non era pazzo. Ed ella, prudente, conoscette chiaramente che io era savio, e così cominciò a carezzarmi con mandarmi un buon letto alla loro usanza e molto ben da mangiare. Il dì seguente mi fece far un bagno pur all’usanza loro con molti profumi, continuando queste carezze per dodici giorni; cominciò poi a descendere a visitarmi ogni sera a tre o quattro ore di notte, e sempre mi portava di buone cose da mangiare, ed entrando dove io era mi chiamava: “Lodovico, vien qua, hai tu fame?” E io le rispondeva: “Sì, per la fame ch’ha da venire”, e mi levava in piedi e andava a lei in camicia. E lei diceva: “Non così, levati la camicia”. Io le respondeva: “O signora, io non son pazzo adesso”, ed essa replicava: “Per Dio, so ben che tu non fusti mai pazzo, anzi sei il più avisato uomo che mai vedessi”. E io per contentarla mi levava la camicia e ponevomela davanti per onestà, e così mi teniva due ore davanti a lei standomi a contemplare, come s’io fussi stato una ninfa, e faceva una lamentazione inverso Dio in questo modo: “O Dio, tu hai creato costui bianco come il sole, il mio marito tu l’hai creato negro, il mio figliuolo ancora negro e io negra. Dio volesse che questo uomo fusse mio marito, Dio volesse ch’io facesse un figliuolo com’è questo”. E dicendo tal parole piangeva continuamente e sospirava, maneggiando di continuo tutta la mia persona, e promettendomi che, subito che fusse venuto il soldano, mi faria cavar li ferri.

L’altra notte seguente la detta regina venne con due damigelle, e portommi molto ben da mangiare, e disse: “Vien qua, Lodovico, vuoi tu ch’io venga a star con te un pezzo?” Io le rispose che non, che ben bastava ch’io era in ferri, senza che mi facesse tagliare la testa. Ella disse allora: “Non aver paura, io ti fo la sigurtà sopra la mia testa. Se tu non vuoi che venga io, verrà Gazella over Tegia over Carcerana”. Questo diceva ella solo perché in scambio d’una di queste voleva venir essa e star con meco; e io non volsi mai consentire, perché io considerava molto bene quel che di questo ne poteva seguire. E vedendola tanto fuora di sentimento, e che la dimostrava publicamente la passion che l’avea di me, pensava che, poi ch’ella avesse avuto il suo contento, m’arebbe dato oro, argento, cavalli e schiavi e ciò che avessi voluto, e poi m’averia dato dieci schiavi negri, li quali sariano stati in mia guardia, che mai non arei potuto fuggir del paese, perché tutta l’Arabia Felice era avisata di me, cioè alli passi; e s’io fussi fuggito una volta, non mi mancava la morte o veramente li ferri in vita mia. E per questo rispetto mai non volsi consentire a lei, e ancora perché non voleva perder l’anima e il corpo; tutta la notte io piangeva, raccomandandomi a Dio.

De lì a tre giorni venne il soldano, e la regina subito mi mandò a dire che, s’io voleva star con lei, essa mi faria ricco. Io le risposi che una volta mi facesse levar li ferri, e satisfacesse alla promessa ch’ella avea fatta a Dio e a Maumetto; dipoi faria ciò che piacesse a sua signoria. Subito ella mi fece andar avanti il soldano, qual mi dimandò dove io voleva andare, poi ch’avesse cavato li ferri. Io li risposi: “O signore, io non ho né padre né madre né moglie né figliuoli né fratelli né sorelle: non ho se non Dio e il profeta e tu, signore. Piaccia a te di darmi da mangiare, che io voglio esser tuo schiavo in vita mia”; e di continuo lagrimava. E la regina sempre era presente, e disse al soldano: “Tu darai ancora conto a Dio di questo pover’uomo, il qual senza cagione tanto tempo hai tenuto in ferri. Guardati dalla ira di Dio”. Disse il soldano: “Orsù, va’ dove tu vuoi, io ti dono la libertà”, e subito mi fece cavar li ferri. E io mi inginocchiai e gli baciai li piedi, e alla regina baciai la mano, la qual mi prese pur ancora per la mano, dicendo: “Vien meco, poveretto, perché so che mori di fame”. E come fui nella sua camera, mi baciò strettamente più di cento volte, e poi mi dette molto ben da mangiare; e io non aveva alcuna volontà di mangiare: la cagion era ch’io viddi la regina parlar al soldano in secreto, e pensava ch’ella m’avesse dimandato al soldano per suo schiavo. Per questo io gli dissi: “Mai non mangierò, se non mi promettete di darmi la libertà”. Ed ella rispose: “Taci, matto, tu non sai quello che ti ha ordinato Dio, cioè, se tu sarai uomo da bene, sarai signore”. Già io sapeva la signoria ch’ella mi voleva dare, ma io gli risposi che mi lassasse un poco ingrassare e ritornar il sangue, che, per le paure grandi ch’io aveva avuto, altro pensieri che di amore aveva nel petto. Ella rispose: “Per Dio, tu hai ragione, ma io ti farò dare ogni giorno ova fresche, galline, piccioni, pepe, cannella, garofani e noci moscate”. Allora mi rallegrai alquanto delle buone parole e promesse ch’ella mi ordinò, e per ristorarmi meglio stetti ben quindeci o venti giorni nel palazzo suo.

Un giorno ella mi chiamò e dissemi s’io voleva andar a caccia con lei; io le risposi de sì e andai seco. Alla tornata poi finsi di cascar ammalato per stracchezza, e stetti in questa fizione otto giorni, ed ella di continuo mi mandava a visitare per suoi secreti messi. E io un giorno le feci dire che avevo fatto voto a Dio e a Maumeto di andar a visitare un santo uomo che era in la città di Aden, il qual dicevan che facea miracoli per la santa vita che ‘l teneva, e io lo confirmava esser vero per far il fatto mio; ed ella mi mandò a dire ch’era molto contenta, e fecemi dar un camello e 25 serafi d’oro, del che io ne fui molto allegro. E il giorno sequente montai sopra il camello e me ne andai in Aden in spazio di otto giorni, dove subito trovai quel santo uomo, il quale era adorato per rispetto che di continuo viveva in povertà e castità, e faceva vita di eremita. E veramente assai ve ne sono in quel paese, che fanno pur questa santa vita, ma sono ingannati per non aver la fede e il battesimo. Fatto ch’io ebbi la mia orazione, il secondo giorno finsi d’esser liberato per la virtù di quel santo, e feci scriver alla regina come io era, per virtù di Dio e di quel santo uomo, risanato; e poi che Dio mi avea fatto tanta grazia, io voleva andar a veder tutto il suo reame: e questo io facea perché in questo luogo era l’armata, la qual non si potea partire fino ad un mese. E io secretamente parlai ad un capitano d’una nave, e dissigli ch’io voleva andare in India, e se lui mi voleva levare li faria un bel presente. Ei mi rispose che, prima che gli andasse in India, voleva toccare in la Persia, e io di questo mi contentai e così restammo.

7
Di Lagi, città dell’Arabia Felice, e di Aiaz e del mercato in Aiaz, e di Dante castello.

Il giorno seguente montai a cavallo e, cavalcato cerca quindeci miglia, trovai una città chiamata Lagi, la qual era in terra piana senza alcun monte appresso e molto ben populata. Qui nasce grandissima quantità di dattali, e ancora v’è carne assai e grano a usanza nostra; qui non è uva, e hanno gran carestia di legne. Questa città non è civile, e gli abitatori d’essa sono Arabi, li quali non sono molto ricchi.

De lì mi parti’ e andai ad un’altra città distante dalla predetta una giornata, e chiamasi Aiaz, la quale è posta fra duoi colli di una montagna, in mezzo li quali vi è una bellissima valle con una bella fontana; nella qual valle si fa il mercato, dove vengono gli uomini e donne dell’uno e l’altro monte, e pochi sono quelli giorni del mercato che non vi si faccia questione. La causa è questa, che quelli che abitano il monte verso tramontana vogliono che coloro che abitano il monte verso mezzogiorno credano insieme con loro in Maumeto con tutti li suoi compagni, e loro non vogliono credere se non in Maumeto e Aly, e dicono che gli altri suoi compagni sono falsi, e per questo s’ammazzano come cani. Torniamo al mercato, al qual vengono molte sorti di spezie minute e molti odori, e gran quantità di panni di bombagio e di seta, e frutti eccellentissimi, come sono persichi, pomi granati e pomi cotogni, fichi, noci e uva buona. È da sapere che in ciascuno di questi monti è una fortissima rocca.

Viste queste cose, di qui mi parti’ e andai ad un’altra città distante da questa due giornate, chiamata Dante, la qual è fortissima e situata in cima d’una grandissima montagna, ed è abitata pur da Arabi, i quali sono poveri per esser il paese molto sterile.

8
Di Almacharana, città dell’Arabia Felice, e della sua abbondanzia.

Per seguir i nostri già nell’animo conceputi desiderii cerca la novità delle cose, di là ci partimmo pigliando il viaggio ad un’altra città, due giornate lontana, la qual si chiama Almachara ed è in cima d’una montagna che dura di salita sette miglia, alla qual non possono andare se non due persone per volta, per esser la strada molto stretta. E la città è piana, in cima del monte, ed è bellissima e buona, e qui si raccoglie da mangiare a sofficienzia per gli abitatori della città: e per questo mi pare la più forte città del mondo. Ivi non è bisogno di acqua né di cosa altra alcuna da vivere, e sopra tutto v’è una cisterna che daria acqua a centomila persone. Il soldano tien tutto il suo tesoro in questa città, qual è tanto che non lo portarian cento camelli, perché qui è la sua origine e di qui discese; e vi tiene continuamente una delle sue mogli. E veramente questo è un frutifero luoco, e vi vengono tutte le cose che si possino desiderare, e tiene il più bello aere che terra del mondo. Quivi le genti sono più bianche che d’altro colore.

9
Di Reame, città dell’Arabia Felice, e dell’aere e costumi del suo popolo.

Poi ch’ebbi discorso la prefata città, da essa partendomi andai ad un’altra terra, lontana da quella una giornata, la qual si chiama Reame ed è abitata la maggior parte da gente negra, e sono grandissimi mercatanti, ed è paese fertilissimo fuor che di legne. Questa città fa cerca duoimila fuochi. Da un lato di questa città è un monte, sopra il quale è un fortissimo castello. E quivi è una sorte de castrati, de’ quali ho veduto che la coda sola pesa quarantaquattro libbre, e non hanno corna, e per la loro grassezza non possono camminare. Vi è ancora certa uva bianca che dentro non ha granelli, della quale mai non gustai la migliore, e trovai tutte le sorti de frutti, come dissi disopra. Evvi così perfettissimo e singularissimo aere in questo paese, che parlai con molte persone le quali passavano cento e venticinque anni, e ancora erano molto prosperose. L’abito di costoro è che gli uomini da conto portano una camicia, gli altri di bassa condizione portano mezzo un lenzuolo ad armacollo all’apostolica; pur la maggior parte vanno nudi. Per tutta questa Arabia Felice gli uomini portano le corna fatte delli loro capelli medesimi, e le donne portano le calze a braga ad usanza de’ marinari.

10
Di Sana, città dell’Arabia Felice, e della fortezza e crudeltà del figliuolo del re.

Dapoi mi parti’ e andai ad una città chiamata Sana, la quale è lontana tre giornate dalla detta città di Reame, ed è posta in cima d’una grandissima montagna, ed è fortissima: alla quale stette il soldano con ottantamila uomini otto mesi per prenderla, né mai la poté pigliare se non a patti. Le mura di questa città sono di altezza dieci braccia e di larghezza braccia 20, di modo che otto cavalli vi vanno al paro sopra. In detto paese nascono molti frutti come nel paese nostro, e vi sono molte fontane. In questa Sana sta un soldano il quale ha dodeci figliuoli, de’ quali ve n’è uno che si chiama Maumet, il quale come rabbioso morde la gente e ammazzala, e poi mangia tanta della lor carne che si sazia; ed è di statura di quattro braccia e ben proporzionato, ed è di colore olivastro. In questa città si trova qualche sorte di spezie minute, le quali nascono lì d’intorno. E la detta città può fare cerca quattromila fuochi, e le case sono bellissime all’usanza nostra, ed è tanto grande che in quella vi sono molte vigne e prati e giardini a nostra usanza.

11
Di Taesa e di Zibit e Damar, città grandissime dell’Arabia Felice.

Poi ch’ebbi veduta Sana, mi posi in cammino e andai ad un’altra città chiamata Taesa, la qual è distante da Sana tre giornate ed è posta pur in montagna. Questa città è bellissima e abbondante d’ogni gentilezza, e sopra tutto di grandissima quantità d’acqua rosa, la qual qui si stilla. È fama che questa città sia antichissima, e vi è un tempio come Santa Maria Rotonda di Roma e molti altri palazzi antichissimi. Qui sono grandissimi mercanti. Vestono queste genti come le sopradette; il lor colore è olivastro.

Partendomi di lì andai ad un’altra città chiamata Zibit, distante da questa tre giornate, la qual è molto grande e bonissima, ed è appresso al mar Rosso mezza giornata e per tal rispetto è terra di grandissimo traffico, ed è dotata di grandissima quantità di zuccaro; ha frutti buonissimi. Ed è situata infra due montagne e non ha mura intorno; e quivi si fanno grandissimi mercati di spezie e odori d’ogni sorte, le quali si portano de lì ad altri paesi. L’abito e il colore degli abitanti in questa città è come li sopradetti.

Partitomi dal detto luoco, andai ad un’altra città una giornata lontana, la qual si chiama Damar, abitata pur da Mori, li quali sono grandissimi mercatanti. È la detta città molto fertile; il viver e costumi suoi sono come li sopradetti.

12
Del soldano di tutte le sopradette città, e perché si chiama per nome Sechamir.

Tutte queste città sopradette sono sottoposte al soldan delli Amanni, cioè al soldano dell’Arabia Felice, chiamato Sechamir, perché sech viene a dir “santo”, amir “signor”. La ragione perché lo chiamano santo è questa, ch’egli non fece mai morir persona alcuna, salvo se non fosse in guerra. Sappiate che nel tempo mio teneva quindeci o ventimila uomini in ferri, e a tutti dava duoi quattrini per uomo al giorno per le spese loro, e così li lassava morir in prigione quando meritavano la morte. E similmente teneva in la sua corte e a’ suoi servizii sedecimila schiavi fra uomini e femine, alli quali tutti dava il viver: e sono tutti negri.

13
Delli gatti maimoni e d’alcuni animali come lioni, agli uomini inimicissimi.

Di qui partendomi e andando verso la sopradetta città di Aden, avendo camminato poi per cinque giorni, alla metà del cammino trovai una terribile montagna, nella qual vedemmo più di diecimila fra simie e gatti maimoni, che andavan qua e là senza paura; fra li quali vi erano alcuni lioni molto terribili, i quali offendono molto gli uomini, quando possono: e per causa loro non si può passare per quella strada, se non sono almeno cento persone alla volta. Noi passammo con grandissimo pericolo e con non poca caccia di detti animali; pur ne amazzammo assai d’essi con gli archi e con le frombole e con li cani, per modo che noi passammo a salvamento. Arrivato ch’io fui in Aden, subito mi misi in la moschea fingendo d’esser ammalato, e ivi stavo tutto ‘l giorno; la notte poi andavo a trovar il padrone della nave, per modo ch’ei mi mise nella nave secretamente.

14
Come andorono per fortuna nel porto di Zeila, città della Etiopia.

Avendo noi deliberato di veder altri paesi, com’era il nostro disegno, ci ponemmo in mare; ma la instabil fortuna, ch’esercitar suole il mutabile arbitrio suo nell’acque similmente instabili, ne disviò alquanto dal proposito nostro, perché de lì a sei giorni pigliammo il cammino verso la Persia, e navigato ch’avemmo sette giorni, venne una fortuna grandissima che ci fece correr fino in Etiopia, insieme con tutte le navi di conserva, che eran cariche di rubbia per tinger panni, perché ogni anno se ne carica fin 25 navi in Aden, la qual rubbia nasce nell’Arabia Felice. Con grandissima fatica intrammo in un porto d’una città chiamata Zeila, e lì stemmo cinque giorni, per vederla e per aspettar il tempo a nostro proposito.

15
Di Zeila, città d’Etiopia, e dell’abbondanzia e animali di essa città.

La città di Zeila è di grandissimo traffico, massime d’oro e di denti d’elefanti; quivi anco si vende grandissima quantità di schiavi, i quali sono di quelli del Prete Ianni, che li Morì pigliano in guerra, e di qui si portano nella Persia, nell’Arabia Felice e alla Mecca e al Cairo e in India. In questa città si vive molto bene e fassi gran iustizia. Qui nasce molto grano e molta carne, olio in molta quantità, fatto non di olive ma di zerzilino, e di mele e cera in assai gran copia. Quivi si trova una sorte di castrati i quali hanno la coda che pesa venticinque o ventisei libbre, e hanno il collo e la testa tutta negra, il resto poi tutto bianco; vi sono ancora certi altri castrati tutti bianchi, che hanno la coda lunga un braccio e ritorta a modo di vite, e hanno la collarina come un toro, che quasi tocca terra. E in questo luoco trovai certa sorte di vacche che avevano le corna come un cervo, e sono salvatiche, le quali furono donate al soldano della detta città. Viddi poi altre vacche le quali avevano solo un corno nella fronte, di lunghezza d’un palmo e mezzo, e il detto corno guarda più verso la schiena della vacca che non guarda innanzi: il color di queste è rosso, e quelle di sopra sono negre. In questa città è un buon vivere, e qui stanno molti mercadanti. La terra ha triste mura e tristo porto, nondimeno è posta in terra piana e ferma. Il re di Zeila è moro e ha molta gente da piedi e a cavallo, e sono genti bellicose. L’abito suo è in camicia; il color loro sono olivastri. Questi tali vanno mal armati, e tutti sono maumettani.

16
Di Barbara, isola di Etiopia, e della sua gente.

Venuto che fu il tempo buono, facemmo vela e arrivammo ad una isola chiamata Barbara, il signore della quale con tutti gli abitanti suoi sono Mori. Questa isola è piccola, ma buona e molto ben abitata, e fa molte carni d’ogni sorte. Le persone sono la maggior parte negre, e le ricchezze loro sono quasi più di carne che d’altre cose. Qui stemmo un giorno, e poi facemmo vela e andammo alla volta della Persia.

Persia
1
Di Diuoban del Rumi, e di Goa e Giulfar, e di Meschet, porto della Persia.

Navigando noi cerca dodici giorni, arrivammo ad una città chiamata Diuoban del Rumi, cioè porto santo delli Turchi, la qual città è poco distante da terra ferma: quando il mar cresce è isola, e quando cala si passa a piedi. Questa città è sottoposta al soldano di Cambaia, e sta per capitano in esso Diuoban uno che si chiama Menacheaz. Qui stemmo duoi giorni. È città di grandissimo traffico, e in essa stanno di continuo quattrocento mercadanti turchi. E questa città è murata intorno, e dentro vi sono molte artegliarie; hanno certi navilii chiamati talac, che sono poco minori di fuste.

De lì si partimmo e arrivammo ad una città chiamata Goa, distante dalla predetta tre giornate, la qual Goa è terra di gran tratto e di gran mercanzie, ed è grassa e ricca; sono pur gli abitanti tutti maumettani. Partimmi e andai ad un’altra terra chiamata Giulfar, la qual è ottima e abbondante, e lì è buon porto di mare. Dal qual porto alzando le vele, con li proprii venti arrivammo ad un altro porto, chiamato Meschet.

2
De Ormus, città e isola di Persia, e come in quella si pescano perle grandissime.

Seguitando noi il nostro viaggio, partimmo da Meschet e andammo alla nobile città di Ormus, la quale è bellissima ed è isola e principale, cioè per terra di mare e per mercanzie, ed è distante da terra ferma dieci o dodici miglia. Nella detta isola non si trova né acqua né vettovaglia a sufficienza, ma tutto gli viene da terra ferma. Appresso di quest’isola tre giornate si pescano le più grosse perle che si ritrovano al mondo, e pescansi in questo modo: sono certi pescatori, con alcune barche piccole, li quali gittano un sasso grande con una corda grossa, una da poppa e un’altra da prova, acciò la detta barca stia ferma, e un’altra corda gettano al fondo pur con un sasso in mezzo della barca; e uno delli pescatori si pone un paro di bisazze al collo e ligasi una pietra grossa alli piedi, e va quindeci passa sotto acqua e sta sotto quanto può, per trovar le ostreghe dove stanno le perle, le quali ritrovate pone nelle bisazze, e poi lassa il sasso qual teneva ne’ piedi e vien suso per una delle dette corde. Si trovano alcuna volta trecento navilii di più paesi venuti per questo effetto. Il soldano di questa città è maumettano.

3
Del soldano di Ormus, e della crudeltà del figliuolo contra il soldano suo padre, sua madre e fratelli, quali ammazzò e poi fu morto egli.

In quel tempo ch’io andai in questo paese, intravenne questo che intenderete. Il soldano di Ormus aveva undeci figliuoli maschi: il minor di tutti era tenuto semplice, cioè mezzo pazzo; il maggior di questi era un diavolo scatenato. E il detto soldano avea allevati duoi schiavi figliuoli de cristiani, cioè di quelli del Prete Ianni, li quali aveva comprati da piccolini, e amavali proprio come figliuoli suoi, ed erano valentissimi a cavallo e signori di castella. Il figliuolo maggiore del soldano una notte cavò gli occhi al padre e alla madre e a tutti i fratelli, salvo al mezzo pazzo; dipoi li portò tutti in camera del padre e della madre, e pose fuoco in mezzo, e abbruciò la camera e i corpi con ciò che v’era. La mattina per tempo si seppe il caso e la terra si levò a rumore, ed egli si fortificò nel palazzo e fecesi soldano. Il minor fratello, il qual era tenuto pazzo, non si mostrò però tanto pazzo quanto era tenuto, imperoché sentendo il caso se ne fuggitte ad una moschea de Mori, dicendo: “O Dio, il mio fratello è un diavolo, ha ammazzato il mio padre, la madre e tutti i miei fratelli, e poi che gli ha ammazzati, gli ha tutti abbruciati”.

In termine di quindici giorni si pacificò la città, e questo che avea commessa tanta scelerità mandò per uno di quelli duoi schiavi sopradetti e dissegli: “Io son soldano”. Rispose il schiavo, qual si chiamava Maumet: “Sì, per Dio, che tu sei soldano”. Allora il soldano lo prese per la mano e fecelli gran festa, e dissegli: “Va’ e ammazza il tuo compagno, ch’io ti darò molti castelli”. Rispose Maumet: “O signore, io ho mangiato il pane col mio compagno trenta anni e praticato con lui: a me non basta l’animo di far tal scelerità”. Disse allora il soldano: “Orsù, lassa stare”. De lì a quattro giorni il detto soldano mandò per l’altro schiavo, il quale si chiamava Caim, e dissegli quelle medesime parole che avea detto al suo compagno, cioè che andasse ad ammazzar Maumet. Disse Caim alla prima: “Sì, al nome sia di Dio, signore”. E allora si armò secretamente e andò subito a trovar Maumet suo compagno. Come Maumet lo vidde, lo mirò fisso nel viso e dissegli: “O traditore, tu non lo puoi negar, ch’io ti conosco nel viso: aspetta, ch’io voglio prima ammazzar te che tu ammazzi me”. Caim, che si vidde esser scoperto e conosciuto, trasse fuori il pugnale e gittollo a’ piedi di Maumet, e inginocchiatosegli avanti diceva: “O signor mio, perdonami, ancor ch’io meriti la morte: se ti pare, piglia questa arma e ammazzami, perché io veniva per ammazzarti”. Rispose Maumet: “Ben si può dire che sei traditore, essendo stato meco e praticato e mangiato il pane trenta anni, e volermi poi alla fine tanto vilmente ammazzare. Poverino, non vedi che costui è un diavolo? Levati suso, ch’io ti perdono. Questo me ha stimulato (accioché tu intendi) ben tre giorni, acciò ch’io t’ammazzassi, e io non lo volsi mai consentire. Orsù, lascia fare a Dio, va’ pure e fa’ come ti dirò: vattene al soldano e digli che tu m’hai morto”. Rispose Caim: “Io son contento”, e incontinente andò al soldano. Come il soldano lo vidde, disse: “Ben ammazzasti l’amico”. Rispose Caim: “Sì, per Dio, signore”. Disse il soldano: “Vien qua”, ed egli s’accostò al soldano, il qual lo prese nel petto e ammazzollo a colpi di pugnalate.

De lì a tre giorni Maumetto si armò secretamente e andò alla camera del soldano, il quale come lo vidde si turbò e disse: “O can figliuolo di can, ancora vivi”. Rispose Maumet: “Al dispetto tuo son vivo, e voglio ammazzar te, che sei peggio che un cane o diavolo”. E a questo modo con l’arme in mano l’un l’altro combatterono insieme; all’ultimo Maumet ammazzò il soldano e poi si fortificò nel palazzo. E perché era molto benvoluto dalla città, il popolo corse tutto al palazzo, dicendo: “Viva viva Maumet soldano”; e stette soldano circa venti giorni. Passati venti giorni, mandò per tutti li signori e mercadanti della città e disse loro in questo modo, che quello ch’egli avea fatto era stato per forza, e ben sapeva egli che di ragione non era sua la signoria; e pregò tutto il popolo che volessero esser contenti che ‘l facesse re quel figliuolo ch’era tenuto pazzo: e così fu fatto re. Vero è che costui governava ogni cosa; tutta la città diceva: “Veramente costui deve esser amico di Dio”, per la qual cosa fu fatto governatore della città e del soldano, per esser il soldano della condizione sopradetta.

È da sapere che sono communemente quattrocento mercatanti forestieri, li quali fanno mercanzie di sete, perle, gioie e spezie. Il commun vivere di questa città è più in mangiar riso che pane, perché in quel luoco non nasce grano.

4
Della città di Eri nel paese del Corasam, qual si pensa che sia la Partia, e della sua ricchezza e copia di molte cose, e massimamente del reubarbaro.

Inteso il miserando caso, e visti i costumi della città e isola di Ormus, de lì partendomi passai nella Persia, e camminando per dodeci giornate trovai una città chiamata Eri, e il paese si chiama Corasam, come saria a dire la Romagna. In questa città di Eri abita il re di Corasam, dov’è gran fertilità e abbondanzia di robe e massime di seta, di modo che si troverà a comprar in un dì tre o quattromila camelli carichi di seta. La terra è abbondantissima di vettovaglia, e anco vi si trova grandissimo mercato di reubarbaro: io l’ho veduto comprare a sei libbre al ducato a usanza nostra, cioè onze dodeci per libbra. Questa città fa cerca sei o settemila fuochi; gli abitanti d’essa sono tutti maumettani. De qui mi parti’ e camminai venti giornate per terra ferma, trovando pur ville e castelli molto bene abitati.

5
Di Eufra fiumara, qual credesi esser l’Eufrate, e della città di Siras; e come si conosce il muschio; e come l’auttor si accompagnò con un Moro.

E così, seguendo el mio cammino, arrivai ad una grande fiumara, la quale da quelle genti è chiamata Eufra; ma per quanto posso considerare credo che sia Eufrate, e per la grandezza e larghezza della sua bocca. Camminando poi più oltra a man manca tre giornate, pur drieto alla fiumara, trovai una città chiamata Siras: e ha questa città il signore da per sé, il qual è persiano e maumettano. In questa città si trova gran quantità di gioie, cioè turchine e balassi infiniti: vero è che qui non nascono, ma vengono da una città chiamata Balasam. E in detta città si trova grandissima copia di azzurro oltramarino e tuzia e muschio assai. È da sapere che ‘l muschio nelle parti nostre raro si trova che non sia contrafatto; la ragion è ch’io ho veduto far la esperienza in questo modo, pigliare una mattina a digiuno una vescica di muschio e romperla, e tre o quattro uomini alla fila odorarlo, e subito fargli uscire il sangue dal naso: e questo procede perché è vero muschio e non falsificato. Dimandai quanto durava la bontà di quello: mi risposero alcuni mercadanti che, se non era falsificato, durava 10 anni. A questo considerai io che quello che viene alle nostre parti è falsificato per mano di questi Persiani, li quali sono li più astuti uomini d’ingegno e di falsificar una cosa che generazione che si trovi al mondo. E il simile dico di essi che sono li miglior compagni e li più liberali di tutti gli uomini del mondo: e questo perché l’ho provato con uno mercatante persiano, qual trovai in questa città di Siras (nondimeno egli era della città di Eri sopra detta, in Corasam), il qual mercatante li duoi anni avanti mi conobbe alla Mecca, e dissemi: “Lodovico, che vai faccendo qui? Non sei quello che era già passato alla Mecca?” Io dissi di sì, e il desiderio grande che avea di veder il mondo. Ei mi rispose: “Laudato sia Dio, che averò pur un compagno che verrà meco, che ho il medesimo volere”. Noi stemmo 15 giorni in detta città di Siras, e questo mercatante, qual si chiamava Cazazionor, disse: “Non ti partirai da me, che cercheremo una buona parte del mondo”. E così insieme ci mettemmo in cammino per andar alla volta di Sammarcante.

6
Di Sammarcante (come si dice), città grandissima come è il Cairo, nella provincia detta dagli antichi Battriana.

Sammarcante (dicono li mercatanti) è una città grossa com’è il Cairo, e il re della detta è maumettano, e fa sessantamila uomini da cavallo, e sono tutte genti bianche e bellicose. Noi non andammo più avanti, e la cagione fu perché ‘l Sofi andava per questo paese mettendo a fuoco e fiamma ogni cosa, e massime quelli che credono in Bubecher e Othman e Homar, che sono compagni di Maumet, tutti li mandava a fil di spada; ma quelli che credono in Maumeto e Haly li lassava andare e gli assecurava. Allora il compagno mi disse: “Vien qui, Lodovico, accioché tu sia certo ch’io ti voglio bene, e che tu conoschi con effetto che son per farti buona compagnia, io ti voglio dare una mia nipote per moglie, la qual si chiama Sanis, cioè Sole”: e veramente avea il nome conveniente a lei, perché era bellissima. E dissemi: “Sappi che io non vo per il mondo perché abbia bisogno di roba, anzi vo per mio piacere e per vedere e saper più cose”; e con questo ci mettemmo a cammino alla volta di Eri. Giunti che fummo alla casa di costui, subito mi mostrò la detta sua nipote, della quale finsi di esser molto contento, ancora che l’animo mio fusse ad altre cose intento. In termine di Otto giorni tornammo alla città di Ormus, e lì montammo in nave, e venimmo alla volta d’India e arrivammo ad un porto che si chiama Cheul.

India
I
1
Di Cambaia, città d’India abbondantissima d’ogni cosa.

Perché la promission nostra nel principio, se ben mi ricordo, è stata passare ogni cosa con brevità, acciò non sia tedioso il parlar mio, però continuaremo brevemente le cose che parseno a me degne di cognizione e dilettevoli, massimamente dell’India. Appresso il detto porto è una grandissima fiumara chiamata Indo, qual scorre presso ad una città nominata Cambaia. Questa città è posta verso il mezzogiorno dal detto Indo ed è 3 miglia in terra ferma, e alla città non si può andare con navilii grandi né mezzani, salvo quando l’acque sono vive e grosse: allora v’è una fiumara che va alla città, crescendo l’acque ben 3 o 4 miglia. E sappiate che le acque crescono al contrario delle nostre, perché a noi crescono l’acque quando la luna è piena, e ivi crescono quando la luna è scema. Questa città di Cambaia è murata a usanza nostra, e veramente è ottima città, abbondante di grano e di frutti buonissimi. In questo paese si trova 8 o 10 sorti di spezie minute, cioè turbitti, galanga, spico nardo, assa fetida e lacca, con altre spezie che non mi ricordo il nome. Si fa ancor quivi grandissima quantità di bombagio, per modo che se carica ogni anno 40 e 50 navi di panni di bombagio e di seta, li quali panni sono portati in diversi paesi. Trovasi ancora in questo regno di Cambaia, appresso a sei giornate, la montagna dove si cavano le corniole e la montagna delli calcedonii, e appresso Cambaia nove giornate si trova un’altra montagna, dove si trovano li diamanti

2
Della condizion del soldano di Cambaia, città nobilissima.

Ora diremo delle condizioni del soldano di questa città di Cambaia, il qual si chiama il soldano Machamut. Sono cerca quaranta anni ch’egli prese questo regno ad uno re di Guzerati, i quali sono certa generazione che non mangiano cosa che abbia sangue, né ammazzano cosa alcuna vivente. E questi tali non sono né mori né gentili: credo che se avessero il battesmo tutti sariano salvi, alle opere che fanno, perché ad altri non fanno quello che non vorriano che fusse fatto a loro. L’abito di questi è che alcuni vanno in camicia e alcuni nudi, salvo che portano un panno cerca le parti vergognose, senza alcuna cosa in piede né in gambe; in testa portano una tovaglia rossa, e sono di colore leonati. E per questa bontà loro il prefato soldano li tolse il reame.

Ora intenderete del viver di questo soldano Machamut. Egli primamente è maumettano, insieme con tutto il popol suo, e tiene di continuo ventimila uomini da cavallo; e la mattina quando si leva, vengono al palazzo suo 50 elefanti, sopra ciascun de’ quali viene un uomo a cavallo, e li detti elefanti fanno reverenzia al soldano e non hanno altro da fare. E similmente, quando è levato da letto e quando mangia, suonano 50 over 60 sorti d’instrumenti, cioè trombette, tamburi di più sorte, e ciufoli, e piffari, con molte altre sorti ch’io taccio per brevità; e ancor li detti elefanti, quando il soldano mangia, fanno reverenzia: quando sarà tempo vi dirò l’ingegno e sentimento che hanno detti animali. Il detto soldano ha li mostacchi sotto ‘l naso tanti lunghi che se gli annoda sopra la testa, come faria una donna le sue treccie, e ha la barba bianca per fino alla centura, e per quello che ne fu detto, ogni giorno mangia tossico. Non crediate però che se n’empia il corpo, ma ne mangia una certa quantità, per modo che, quando vuol far morire un gran maestro, lo fa venire innanzi a sé spogliato nudo, e poi mangia certi frutti che si chiamano chofole, li quali sono come una noce moscata, e mangia ancora certe foglie d’erbe le quali sono come foglie di melangole, che alcuni chiamano tambor, e appresso mangia certa calcina di scorze di ostreghe insieme con le presenti cose; e quando ha ben masticato e ha la bocca piena, sbuffa adosso a quella persona che vuol far morire, per modo che in spazio di mezza ora casca morta in terra. Questo soldano tiene ancor tre o quattromila donne, e ogni notte che dorme con una la mattina si trova morta. E ogni volta che lui si leva la camicia, mai più è toccata da persona alcuna, e così li vestimenti suoi, e ogni giorno vuol vestimenti nuovi. Il mio compagno dimandò per che cosa questo soldano mangiava così tossico; risposero certi mercanti più vecchi che ‘l padre l’avea fatto nutrire da piccolino di tossico.

Lasciamo il soldano e torniamo al viaggio nostro, cioè agli uomini di detta città, li quali la maggior parte vanno in camicia, e sono molto bellicosi e grandissimi mercanti. Non si potria dir la bontà del paese: qui vengono e vanno cerca 300 navi di più paesi. Questa città e un’altra che li è vicina (qual dirò quando sarà il tempo) fornisce tutta la Persia, la Tarteria, la Turchia, la Soria, la Barberia, cioè l’Africa, e l’Arabia Felice, l’Etiopia, l’India e l’altra moltitudine di isole abitate di panni di seta e di bombagio, sì che questo soldano vive con grandissima ricchezza, e combatte con un re il qual si chiama re di Ioghe, il quale confina a questa città quindeci giornate.

3
Del vivere e costumi del re di Ioghe.

Questo re di Ioghe è uomo di gran signoria e fa cerca 30 mila persone, ed è gentile, e tutto il popolo suo, e dalli re gentili col suo popolo è tenuto santo, per la lor vita, qual intenderete. Il re ha per costume di andar ogni tre o 4 anni una volta in peregrinaggio, cioè a spese d’altri, con tre o 4 mila delli suoi, e con la moglie e figliuoli; e mena quattro o cinque corsieri e gatti di zibetto e gatti maimoni, pappagalli, liompardi, falconi, e così va per tutta l’India. L’abito suo è una pelle di capra, cioè una davanti e una di drieto, col pelo di fuora, ed è di color lionato scuro, perché qui comincia esser la gente più oscura che bianca. Tutti portano grandissima quantità di gioie e perle e altre pietre preziose all’orecchie, e vanno pur vestiti all’apostolica e parte portano camicie. E il re e alcuni più nobili vanno con la faccia, le braccia e il corpo tutto infarinato di sandolo macinato con molti odori preziosissimi. Alcuni di questi si pigliano per devozione di non seder mai in cosa alta, e alcuni altri hanno per devozione di non seder in terra, alcuni di non star mai distesi in terra, altri di non parlar mai: e questi tali sempre vanno con tre o 4 compagni che li servono. Tutti generalmente portano uno cornetto al collo, e quando vanno in una città tutti di compagnia suonano li detti cornetti: questo fanno quando vogliono che gli sia data la elemosina.

E quando il re non cammina, ma si sta nell’alloggiamento, loro vanno almeno trecento o quattrocento alla volta per provedere delle cose necessarie, e stanno tre giorni in una città ad usanza di Cingani. Alcuni di costoro portano un bastone con un cerchio di ferro da piede, alcuni altri portano certi taglieri di ferro, li quali tagliano a torno a torno come rasori, e tirano questi con una frombola, quando vogliono offendere alcuna persona. E così, quando questi arrivano in alcuna città d’India, ogni uomo li fa ogni piacere, perché, se ben ammazzassero il primo gentiluomo della terra, non portano pena alcuna perché dicono che sono santi. Il paese di costoro non è troppo fertile, anzi hanno carestia di vivere, e sono più le montagne che piano. Le loro abitazioni sono molto triste e non hanno terre murate. Per mano di questi tali vengono nelle parti nostre molte gioie, perché costoro vanno per la lor libertà in fino dove nascono, e de lì le portano in altri paesi senza alcuna spesa. Sì che, per avere il paese forte e sterile, tengono in guerra quasi al continuo il soldano Machamut.

4
Della città di Cevul e de’ costumi, abito e armi del suo popolo.

Partendomi dalla detta città di Cambaia, camminai tanto ch’io giunsi ad un’altra città nominata Cevul, distante dalla sopradetta dodeci giornate: e infra l’una e l’altra di queste città, il paese si chiama Guzarati. E il re di questa Cevul è gentile, e le genti sono di color leonato oscuro; l’abito suo è che alcuni portano una camicia e alcuni vanno nudi, con un panno intorno alle parti inoneste, senza niente in piedi né in capo, salvo alcuni mercadanti mori. La gente è bellicosa: le arme sono spade, rotelle, archi e arme inastate di canne e di legno, e hanno artiglieria. Questa terra è molto ben murata ed è lontana dalla marina due miglia, e ha una bellissima fiumara, per la quale vanno e vengono grandissima quantità di navilii forestieri, perché il paese è abbondantissimo d’ogni cosa, eccetto di uva, noci e castagne. Quivi si raccoglie grandissima quantità di grano, di orzo e di legumi d’ogni sorte, e quivi si fa grandissima copia di panni di bambagio. La fede loro non vi dico, perché credono come il re di Calicut, del quale quando sarà tempo vi dechiarirò. In questa città sono assaissimi mercadanti mori. Qui comincia l’aere ad esser più tosto caldo che freddo. Qui si usa grandissima giustizia; questo re non ha molta gente da combattere. Hanno questi abitanti cavalli, buoi, vacche in assai copia.

5
Di Dabuli, città d’India.

Visto Cevul e’ suoi costumi, di là partendomi andai ad un’altra città lontana de lì due giornate, la quale è chiamata Dabuli, la qual città è posta sopra una ripa d’una grandissima fiumara. Questa città è murata a usanza nostra ed è assai buona; il paese è come della sopradetta. Quivi sono mercadanti mori in grandissima copia. Il re di questa terra Dabuli è gentile, e fa cerca trentamilia uomini combattenti, pure ad usanza di Cevul prefata; e questo re è grandissimo osservatore della giustizia. La terra, il vivere, l’abito e i costumi sono come nell’antedetta città di Cevul.

6
Di Goga, isola d’India, e del suo re.

Partitomi dalla detta città di Dabuli, andai ad un’isola distante da terra ferma cerca un miglio, e chiamasi Goga, la qual rende al re Decan ogni anno diecimila ducati d’oro, li quali loro chiamano pardai: e sono questi pardai più stretti che non sono li sarafi del Cairo, ma più grossi, e hanno per stampa duoi diavoli, cioè da una banda, e dall’altra banda hanno certe lettere. In questa isola è una fortezza murata a usanza nostra appresso al mare, nella quale sta alcune volte un capitano chiamato Sabain, il quale tiene 400 Mammalucchi ed egli ancora è Mammalucco. E quando il detto capitano può aver alcun uomo bianco, li fa grandissimo partito e gli dà almeno 15 overo 20 pardai al mese, e innanzi che lo metta nella lista de’ suoi uomini da bene, si fa portar duoi zupponi di corame molto grosso, uno per lui e l’altro per quello che vuole il soldo, e ciascuno si mette il suo indosso e fanno alle braccia: e se lo trova forte, lo fa scriver nella lista degli uomini da bene, se non, lo pone ad alcuno esercizio vile e mecanico, e non di combattere. Costui con questi 300 Mammalucchi fa grandissima guerra al re di Narsinga, del qual diremo al tempo suo.

De lì partitomi, camminato per sette giornate in terra ferma, arrivai alla città che si chiama Decan.

7
Di Decan, città bellissima, e di molte e varie sue ricchezze e gioie.

Nella detta città di Decan signoreggia un re maumettano: il capitano sopradetto sta al soldo di questo re, insieme con li detti Mammalucchi. Questa città è bellissima e molto forte e abbondante di ogni cosa. Il re di quella, fra li Mammalucchi e altri del regno suo, fa ben venticinquemila persone fra a cavallo e a piede. In questa città è un bel palazzo, e ordinato di tal modo che, avanti che s’arrivi alla camera del re, vi sono 24 camere. Questa città è murata a usanza de’ cristiani e le case sono bellissime. Il re di detta città vive con gran superbia e pompa: una gran parte de’ suoi servitori portano nelle punte delle scarpe rubini e diamanti e altre gioie; pensate quante ne portano nelle dita delle mani e nell’orecchie. Nel regno suo è una montagna donde si cavano li diamanti, quattro miglia lontana da detta città: ed è murata intorno intorno e vi si fa grandissima guardia. Questo reame è abbondantissimo d’ogni cosa, come le sopradette città. Sono tutti maumettani. L’abito suo sono vesti di seta overo camicie bellissime, e in piede portano scarpe over borzacchin, con calzoni ad usanza de’ marinari; le donne portano tutto coperto il viso ad usanza di Damasco.

8
Della diligenzia del detto re cerca la milizia.

Il sopradetto re di Decan sta sempre in guerra col re di Narsinga, e tutto il suo paese è maumettano. La maggior parte de’ suoi soldati sono forestieri e uomini bianchi, e li nativi del regno sono di color leonato. Questo re è potentissimo e molto ricco e molto liberale, e tiene ancora molti navilii per mare, ed è grandissimo nimico de’ cristiani.

Di qui partendoci, andammo ad un’altra città chiamata Bathecala.

9
Di Bathecala, città d’India, e della fertilità sua in molte cose, massime in riso e zuccaro; e di Amiadiva.

Bathecala è una città d’India nobilissima e distante da Decan cinque giornate; il re di detta città è gentile ed è sottoposto al re di Narsinga. Questa città è murata e bellissima, e distante dal mare cerca un miglio; non ha porto di mare, salvo che si va per una fiumara piccola, la qual passa appresso le mura della città. Quivi stanno molti mercatanti mori, per esser terra di grandissimo tratto. Qui è gran quantità di riso e gran copia di zuccaro, massime di zuccaro candido ad usanza nostra; quivi ancora si comincia a trovar noci e fichi, ad usanza di Calicut. Queste generazioni sono idolatre pur al modo di Calicut, salvo li Mori, che vivono alla maumettana. Qui non si usano cavalli né muli né asini, ma vi sono vacche, buffali e capre. In questo paese non nasce grano né orzo né legumi, ma altri frutti bonissimi ad usanza d’India.

Di qui partitomi, andai ad un’isola chiamata Amiadiva, nella quale abitano certe sorti di genti che sono mori e gentili. Questa isola è distante da terra ferma mezzo miglio e ha circa venti miglia di circuito, e in essa non è troppo buono aere, né è molto fertile. Infra l’isola e terra ferma è un bonissimo porto, e in detta isola si trova bonissima acqua.

10
Di Centacola, di Onor e Mangolor, terre bonissime d’India.

Camminando per una giornata dalla detta isola, trovai una terra chiamata Centacola, la quale ha un signor molto ricco. Qui si trovano molte carni in gran quantità, riso assai e frutti buoni ad usanza d’India. In questa città sono molti mercatanti mori; il signor d’essa è gentile. Le genti sono di color leonato; vanno nudi e scalzi, senza niente in testa. Questo signore è suddito al re di Bathecala.

De lì andammo in due giornate ad un’altra terra detta Onor, il re della quale è gentile ed è suddito al re di Narsinga. Questo re è buon compagno, e tien sette overo otto navilii, che vanno di continuo in corso a danno di chi manco può, ed è grandissimo amico del re di Portogallo. L’abito di queste genti è che vanno tutte nude, salvo che portano un panno intorno alle parti inoneste. Qui si trova riso assai ad usanza d’India, e vi si trovano alcune sorti d’animali, cioè porci salvatichi, cervi, lupi, lioni e gran quantità di uccelli differenti dalli nostri, molti pavoni e pappagalli; sonovi ancora molte vacche, le quali sono rosse, e hanno gran copia di castrati. Rose, fiori e frutti qui si trovano tutto l’anno: l’aere di questo luoco è in tutta perfezione, e vivono quelle genti più di noi.

Appresso la detta terra di Onor è un’altra terra chiamata Mangolor, nella quale si cargano cinquanta overo sessanta navi di riso. Gli abitatori di essa sono gentili e mori; il viver, i costumi e l’abito è come di sopra dicemmo. De qui partitici, andammo ad un’altra città chiamata Canonor.

11
Di Canonor, città grandissima in India.

Canonor è una bella e grande città, nella quale il re di Portogallo tien un fortissimo castello. Il re di questa città è assai amico del re di Portogallo, ancora che egli sia gentile. Questo Canonor è il porto dove si scaricano li cavalli che vengono dalla Persia, ed è da sapere che ogni cavallo paga venticinque ducati per gabella, e poi vanno in terra ferma alla volta di Narsinga. In questa città stanno molti mercatanti mori. E quivi non nasce grano né uva né frutto alcuno ad usanza nostra, salvo cetrioli e zucche; qui non si mangia pane, cioè per li nativi della terra, ma mangiano riso, pesce, carne e noci del paese. Quando sarà tempo, diremo della lor fede e costumi, perché vivono ad usanza di Calicut. Qui cominciano a trovarsi le speziarie, cioè pepe, zenzero, cardamomo e mirabolani e alcuna poca di cassia. Questa terra non è murata intorno; le case son triste. E qui ancora si trovano molti frutti differenti dalli nostri, e sono assai migliori, e al suo luoco dirò della loro similitudine.

Il paese è forte da combattere, perché tutto è pieno di cave fatte per forza. Il re di questa terra fa cinquantamila Naeri, cioè gentiluomini, li quali per combattere usano spade, rotelle, lance, archi e artigliaria. E’ più vanno nudi e scalzi, con un panno intorno, senza niente in testa, salvo che quando vanno alla battaglia portano un cappelletto intorno alla testa, di color rosso, ligato con una fascia che li dà due volte intorno, e portano tutti la legatura ad un modo. Qui non si adoperano cavalli né muli né camelli né asini; adoperasi qualche elefante, ma non per combattere. E in altro luoco si dirà de una fortezza che ‘l re di Canonor fece contra i Portogallesi. Questa terra è di gran tratto, e ogni anno sogliono venire dugento navilii di diversi paesi.

Passati alquanti giorni, pigliammo il cammino verso il reame di Narsinga, e camminammo quindeci giornate per terra ferma alla volta di levante, e arrivammo ad una città chiamata Bisinagar.

12
Di Bisinagar, città fertilissima del reame di Narsinga in India.

La detta città di Bisinagar è del re di Narsinga, ed è grandissima e con forti muraglie, situata in una costa di monte e di circuito di sette miglia intorno, e ha tre cerchi di mura. È terra di gran mercanzia e molto fertile, dotata di tutte le gentilezze possibili ad essere. Ha il più bel sito e il più bello aere che mai si vedesse, con certi luochi da cacciagioni molto belli, e similmente da uccellare, di modo che pare un altro paradiso. Il re di detta città è gentile con tutto il suo reame, cioè idolatri, ed è potentissimo e tiene continuamente quarantamila uomini da cavallo. Ed è da sapere che uno cavallo vale almanco trecento, quattrocento e cinquecento pardai, e alcuni sono comprati ottocento pardai, perché li cavalli non nascono lì, e manco vi si trovano cavalle femine, perché quelli re che tengono li porti del mare non le lassano menare. Tiene ancora il prefato re quattrocento elefanti, quali gli adopera quando vuol far guerra, e molti camelli, dromedarii, che corrono molto velocemente in ogni bisogno del re.

13
Della natura degli elefanti.

E a questo proposito mi par luoco molto opportuno di narrar qualche cosa della natura degli elefanti, per la promessa ch’io ho fatta di sopra: e così io dico che ‘l detto animal è di tanto ingegno, discrezion e memoria, che vi manca poco ad esser animal razionale, e ha la maggior forza che animal che sia sopra la terra. Gl’Indiani, quando voglion andar alla guerra, mettono al detto animal una bardella, al modo che portano li muli del reame di Napoli, stretta di sotto con due catene di ferro: sopra la detta bardella porta per ogni banda una cassa grande di legno molto forte, e per ogni cassa vanno tre uomini. E infra le casse e il collo dell’elefante mettono un tavolone grosso mezzo palmo, e infra le casse e sopra il tavolone va un uomo a cavallo, il qual parla allo elefante, perché gli ha più sentimento e maggior memoria che animale che sia nel mondo, e intende tutto ciò che se li dice: e questo si cognosce vedendo il piacer che ‘l si prende di esser laudato. Sì che sono in tutto sette persone che vanno sopra detto elefante, e vanno armati con camicie di maglia e con archi e lance, spade e rotelle, e similmente armano l’elefante di maglia, massime la testa e la tromba, e alla tromba legano una spada lunga due braccia, grossa e larga quanto è la mano d’un uomo. E così combattono, e quello che li va sopra il collo li comanda: “Va’ innanzi”, o: “Torna indrieto”, “Da’ a questo”, “Da’ a quello”, “Non li dar più”, e questo intende come se fusse una persona umana. Ma se pur alcuna volta si mettano in rotta, non gli possono ritenere, e di questo n’è causa il fuoco, perché queste generazioni di genti sono grandissimi maestri di far fuochi artificiati, e questi animali temono molto il fuoco e per questo rispetto, come lo vedono, si mettono molto in fuga. Ma in ogni modo gli è il più discreto e più intelligente animal che sia nel mondo, e anco il più possente.

Io ho visto tre elefanti mettere una nave di mare in terra, in questo modo ch’io vi dirò. Essendo io in Canonor, alcuni mercatanti mori varorono una nave in terra in questo modo, ad usanza de’ cristiani. Varano la nave con la prova innanzi, e qui mettono il costato della nave innanzi, e sotto la detta nave mettono tre legni grandi: e dalla banda del mare viddi tre elefanti inginocchiarsi in terra e con la testa spinger la nave in secco. E perché molti dicono che l’elefante non ha giunture nelle gambe, e che per questo non possono inginocchiarsi, dico per certo che le hanno come cadaun altro animal, ma nella ultima parte della gamba. Vi dico più che la elefanta femina è molto più feroce e assai più superba che non il maschio, e alcune delle femine sono lunatiche.

Li detti elefanti sono grossi per tre buffali, e hanno il pelo buffalino e gli occhi porcini e la tromba lunga fino in terra: e con quella si mette il mangiare in bocca e similmente il bere, perché la bocca sua l’ha sotto la gola, e quasi come un porco overo sturione. E questa tromba è busa dentro, e con quella li ho più volte visto pigliare un quattrino di terra, e anco tirare una rama d’un arbore, la qual noi, che eravamo ventiquattro uomini, con una corda non la potevamo tirare a terra, e l’elefante la tirò a tre tirate. Li duoi denti che si veggono sono nella mascella di sopra; l’orecchie sono duoi palmi per ogni verso e in alcuni più, in alcuni manco. Le gambe sue sono quasi grandi di sotto come di sopra; li piedi sono rotondi, come un grandissimo tagliero da tagliar carne, e intorno al piede tiene cinque onghie e ciascuna è grande come una scorza di ostrega. La coda è lunga come quella d’un buffalo, cioè cerca tre palmi, e ha pochi peli e rari. La femina è più piccola che ‘l maschio. L’altezza dell’elefante è diversa, perché n’ho visto assai 13 e 14 palmi alti, e ne ho cavalcati alcuni di detta altezza, e dicono che se ne trovano di quindeci palmi e più d’altezza. Lo andar suo è molto lento, e chi non l’ha accostumato non li può stare a cavallo, perché fa voltare lo stomaco come se andasse per mare; gli elefanti piccoli vanno portanti come una mula ed è una gentilezza a cavalcarli. E quando si vuol cavalcar, esso elefante abbassa una gamba di drieto e per quella gamba si monta suso: pur bisogna che vi aiutiate o facciate aiutar al montare. Ed è da sapere che ‘l detto elefante non porta né briglia né cavezza, né cosa alcuna legata nella testa. Quando vuol congiungersi con la femina e generare, va in luoco secreto, cioè nell’acqua in certi paludi, mostrando la quasi vergogna di esser veduto: e si congiungono come fanno gli uomini e le donne, ancora che molti dicono che si congiungano al contrario uno con l’altro. E in alcuni paesi ho visto che ‘l più bel presente che si possi far ad un re è la verga d’un elefante, la quale il re mangia come cosa preziosa e di gran conto, perché in alcuni paesi un elefante vale cinquecento ducati e in altri val mille e duemila ducati. Sì per conclusione dico che ho visto alcuno elefante che ha più ingegno e più discrezione e sentimento che non han molte sorte di genti che ho ritrovato.

14
Del re di Narsinga, e delli costumi delli popoli a lui soggetti, e della moneta che ‘l fa battere.

Questo re di Narsinga è il più gran re che mai abbia sentito nominare, sì di tesoro come per molti regni a lui soggetti. Questa città è in bellezza e sito molto simile a Milano, ma quello è in piano e questa nella costa de un monte: quivi è il seggio del re e li reami suoi stanno intorno, come saria il reame di Napoli e come la città di Venezia, di modo ch’egli ha il mare da due bande. Dicono li suoi Bramini, cioè sacerdoti, ch’egli ha ogni giorno dodecimila pardai di entrata; ha sempre molta gente a ordine, perché combatte di continuo con diversi re mori e gentili. La fede sua è idolatra, e adorano il diavolo come fanno quelli di Calicut: quando sarà tempo, diremo in che modo l’adorano; loro vivono come gentili. L’abito suo è questo: gli uomini da conto portano una camicia curta, e in su la testa una tocca alla moresca di molti colori, e in piede non portano cosa alcuna; il popolo minuto vanno tutti nudi, salvo che intorno le parti inoneste portano un panno. Il re porta una berretta di brocato d’oro lunga duo palmi, e quando va in guerra porta una vesta imbottita di bombagio, e sopra questa porta un’altra vesta piena di piastre d’oro, e intorno è piena di gioie di più sorte. Il suo cavallo vale più che alcuna città delle nostre, per rispetto degli adornamenti ch’ei porta di gioie e altre pietre preziose. Quando cavalca a piacere over alla caccia, vanno sempre con lui tre over quattro re e molti signori, e 5 over 6 mila cavalli, per il che si può considerare costui esser potentissimo signore. La sua moneta sono pardai d’oro, come ho detto, di valuta circa di un ducato d’oro, e batte ancora moneta d’argento, chiamata fanon, qual val mezzo marcello d’argento in circa; ha moneta di rame detta cas, e sedeci di queste valeno per un fanon, che venirà un cas ad esser circa un quattrino d’Italia.

In questo reame si può andare securamente per tutto, ma bisogna guardarsi d’alcuni lioni che sono pel cammino. Del viver suo non vi dico al presente, perché lo dechiarirò quando saremo in Calicut, per esser un medesimo vivere. Questo re è grandissimo amico de’ cristiani, massime del re di Portogallo, perché d’altri cristiani non ha molta cognizione. Le terre sue fanno grandissimo onore a’ Portoghesi, quando vi arrivano.

Visto che avemmo per alcuni giorni questa città tanto nobile, tornammo alla volta di Canonor, e poi che vi fummo arrivati, de lì a tre giorni pigliammo il cammino per terra e andammo ad una altra città chiamata Tromapatan.

15
Di Tromapatan, città d’India, e di Pandarane e Capogatto.

Tromapatan è distante da Canonor dodici miglia, ed è signor di questa uno gentile. La terra non è molto ricca, ed è appresso al mare un miglio e ha una fiumara non molto grande: qui sono molti navilii di mercatanti mori. Le genti della terra vivono miseramente, e la maggior ricchezza che sia qui sono noci di India, e di queste mangiano con un poco di riso. Hanno abbondanzia assai di legname per far navi. In questa terra sono cerca quindecimila Mori, e sono sottoposti al soldano overo al signore gentile. Non vi dico il suo vivere al presente, perché in Calicut vi sarà descritto, per esser tutta una medesima fede. In questa città non sono troppo buone case, perché una casa val mezzo ducato, come vi dirò più avanti.

Qui stemmo duoi giorni, e poi partimmo e andammo ad una terra chiamata Pandarane, distante da questa una giornata, la qual è sottoposta al re di Calicut, ed è terra assai trista e non ha porto. A riscontro di detta città tre leghe in circa v’è una isoletta disabitata. Il viver e costumi di questa città sono ad usanza di Calicut, ed è città non piana, ma terra alta. Di qui ci partimmo e andammo ad un altro luoco chiamato Capogatto, il quale pur è sottoposto al re di Calicut. Questa terra ha un bellissimo palazzo fatto all’antica, e ha una fiumara piccola verso mezzodì, ed è appresso a Calicut quattro leghe. Qui non è cosa da dire, perché vanno pure alli costumi e stili di Calicut.

Di qui ci partimmo e andammo alla nobilissima città di Calicut. Io non vi ho scritto del vivere, costumi, fede, iustizia, abito e paese di Cevul e Dabul, di Bathicala, né del re di Onor, né di Mangalor, né di Canonor, e manco del re di Cocchin, del re di Caicolom, né di quello di Colan, e manco ho detto del re di Narsinga. Ora vi voglio dire qui in Calicut, perch’egli è il più degno re di tutti questi sopra detti, e chiamasi Samoryn, che vien a dire in lingua gentile “Dio in terra”.

II
1
Essendo noi arrivati a Calicut, che è il principal capo dell’India, cioè il luoco nel qual è posto la maggior dignità dell’India, n’ha parso por fine al primo libro e dar principio al sequente, sì per porgere ad ogni benigno lettore cose di maggior dignità e consolazione, come acciò che egli con la sua umanità ne dia favor e aiuto nel cammino di questo nostro viaggio, e il suo piacere accreschi le forze del nostro ingegno: pur sottomettendo ogni cosa che si dirà di ciò al giudicio di quegli uomini i quali forse hanno veduto più paesi di me.

2
Di Calicut, città grandissima d’India.

Calicut è in terra ferma e il mar batte nelle mura delle case. Qui non è porto, ma appresso un miglio dalla terra verso mezzogiorno v’è una fiumara, la quale è stretta al sboccare in mare e non ha più che cinque o sei palmi d’acqua: e questo per causa che la si divide in molti rami, quali si destendono per quelle pianure e adacquano molti campi e orti; volta poi la detta fiumara verso la città di Calicut e passa per mezzo di quello. Questa città non ha mura intorno, ma dura l’abitazione stretta cerca un miglio e poi sono le case larghe, cioè separate l’una dall’altra: e questo per paura del fuoco overo per non saper edificarle; e durano cerca sei miglia e sono molto triste, e le mura sono alte quanto un uomo a cavallo, e sono la maggior parte coperte di foglie e senza solaro. La causa è questa, che cavando la terra quattro o cinque palmi si trova l’acqua, la qual non lassa far li fondamenti che possino sostener muri grossi, e per questa cagione non si ponno far grandi le abitazioni. Pur una casa d’un mercatante vale 15 o 20 ducati; le case del popol minuto vagliono mezzo ducato l’una, un ducato e duoi ducati al più.

3
Del re di Calicut e della religione.

Il re di Calicut è gentile e adora il diavolo nel modo che intenderete. Loro confessano che un Dio ha creato il cielo e la terra e tutto il mondo, ed è la prima causa in tutte le cose; e dicono che s’ei volesse giudicare voi e me e il terzo e ‘l quarto, che non averia piacer alcuno d’esser signore, ma ch’egli ha mandato questo spirito suo, cioè il diavolo, in questo mondo a far giustizia, e a chi fa bene ei li fa bene, e a chi fa male ei li fa male: essi lo chiamano il Deumo e Dio lo chiamano Tamerani. E questo Deumo il re di Calicut lo tiene nella sua cappella in questo modo: la sua cappella è larga duoi passi per ogni quadro e alta 4 passi, con una porta di legno tutta intagliata di diavoli di rilievo; in mezzo di questa cappella v’è un diavolo fatto di metallo, qual siede in una sedia pur di metallo. Il detto diavolo tiene una corona fatta a modo del regno papale con tre corone, e tiene ancora quattro corna e quattro denti, con una grandissima bocca aperta, con naso brutto e occhi terribilissimi e che guardan crudelmente, e le mani sono incurvate a modo d’uno uncino, li piedi a modo d’un gallo: per modo che a vederlo è una cosa molto spaventosa. Intorno alla detta cappella le sue pitture sono tutte diavoli, e per ogni quadro di essa v’è uno satanas posto a sedere in una sedia, la qual è posta in una fiamma di fuoco, nel quale sta gran quantità di anime lunghe mezzo dito e uno dito della mano: il detto satanas con la man dritta tiene una anima in bocca mangiandola, e con l’altra mano ne piglia una altra dalla banda di sotto.

Ogni mattina li Bramini, cioè sacerdoti, vanno a lavare il detto idolo tutto quanto con acqua odorifera, e poi lo profumano e, come l’hanno profumato, l’adorano. E alcuna volta fra la settimana li fanno sacrificio in questo modo: hanno una certa tavoletta fatta e ornata in modo di uno altare, alta da terra tre palmi, larga quattro e lunga cinque, la qual tavola è molto bene ornata di rose, fiori e altre gentilezze odorifere, sopra la quale mettono sangue di gallo e carboni accesi in un vaso d’argento, con molti profumi di sopra; hanno poi un turibulo col quale incensano intorno al detto altare, e una campanella d’argento la qual sonano molto spesso. Tengono in mano un cortello d’argento, col quale hanno ammazzato il gallo, e quello intingono nel sangue, e lo mettono alcuna volta sopra il fuoco, e alcuna volta lo pigliano, e fanno alcuni atti come colui che vuol giocare di schirmia: e finalmente abbruciano tutto quel sangue, stando continuamente candele di cera accese. Il sacerdote che vuol fare il sacrificio mette alle braccia, alle mani e a’ piedi alcuni manigli d’argento, li quali fanno grandissimo romore, come sonagli, e porta al collo uno pentacolo (quello che si sia non so). E quando ha fornito di fare il sacrificio, piglia tutte due le mani piene di grano e si parte dall’altar e va all’indrieto, sempre guardando all’altare, infino che arrivi appresso a uno certo arbore: e quando è giunto all’arbore, ei getta quel grano per sopra la testa, alto tanto quanto può sopra dell’arbore, poi ritorna e lieva ogni cosa dell’altare.

4
Come è il mangiare del re di Calicut e le cerimonie che usano.

Il re di Calicut quando vuol mangiare usa questi costumi, che ‘l cibo che deve mangiare il re lo pigliano quattro Bramini delli principali e lo portano al diavolo, ma prima l’adorano in questo modo: alzano le mani gionte sopra la testa sua, e poi tirano le mani a sé con la man serrata e levano in su il dito grosso della mano, e poi li presentano quel mangiare qual si ha a dare al re e così stanno tanto quanto può mangiare una persona. E poi li detti Bramini portano quel cibo al re, e questo fanno solamente per far onore a quell’idolo, acciò che paia ch’el re non voglia mangiare se prima non è stato presentato al Deumo. Questo mangiare si pone in un bacino di legno, nel quale sta una grandissima foglia di arbore, e sopra questa foglia v’è posto il detto mangiare, che è riso e altre cose. Il re mangia in terra senza alcuna altra cosa e, quando mangia, li Bramini stanno in piedi tre o quattro passi lontani dal re con gran reverenzia, e stanno abbassati con le mani innanzi alla bocca e piegati in la schiena; e mentre che il re parla, nessun debbe parlare, e stanno con gran reverenzia ad ascoltare le sue parole. Fornito ch’ha il re di mangiare, li detti Bramini pigliano quel cibo che avanza al re e lo portano in un cortile e lo posano in terra, ed essi Bramini battono tre volte le mani insieme: e a questo sbattere viene una grandissima quantità di cornacchie negre a questo cibo e se lo mangiano. Queste cornacchie sono usate a questo, e sono libere e vanno dove vogliono e non gli è fatto male alcuno.

5
Delli Bramini, cioè sacerdoti di Calicut.

È cosa conveniente ancora e dilettevole intender chi sono questi Bramini: è da sapere che sono li principali della fede, come appresso de noi sono li sacerdoti. E quando il re piglia moglie, cerca il più degno e più onorato che sia di detti Bramini e fallo dormire la prima notte con la moglie sua, accioché la svergini: non crediate che ‘l Bramino vada volentieri a far tal opera, anzi bisogna che ‘l re paghi 400 over 500 ducati. E questo usa il re solo in Calicut, e non altra persona.

Ora diremo di quante sorti di genti sono in Calicut.

6
Delli gentili di Calicut e di quante sorti siano.

La prima sorte de gentili che sono in Calicut si chiaman Bramini, che sono come sacerdoti e di maggior estimazione che cadaun altro. La seconda Naeri, li quali sono come appresso di noi li gentiluomini: e questi sono obligati a portar la spada e la rotella, o archi o lance, quando vanno per la strada, e non portando l’arme non sariano più gentiluomini. La terza sorte de gentili si chiamano Tiva, che sono artigiani. La quarta si chiamano Mechor, e questi sono pescatori. La quinta si chiamano Poliar, li quali raccolgono il pepe, il vino e le noci. La sesta si chiamano Hitava: questi seminano e raccolgono il riso. Queste due ultime sorti di genti, cioè Poliar e Hitava, non si ponno accostar alli Naeri né alli Bramini a cinquanta passi, salvo se non fussero chiamati dalli detti. E sempre vanno per luochi occulti e per paduli, e quando vanno per li detti luochi sempre vanno gridando ad alta voce: e questo fanno per non scontrarsi con li Naeri overo con li Bramini, perché, non gridando, e andando alcuni de’ Naeri a veder li suoi frutti e scontrandosi con le dette generazioni, i prefati Naeri li possono ammazzare senza pena alcuna, e per questo rispetto sempre gridano. Sì che avete inteso le sei sorti de gentili.

7
Dell’abito del re e della regina e degli altri di Calicut, e del loro mangiare.

L’abito del re e della regina e di tutti gli altri nativi del paese è che vanno nudi e scalzi, e portano un panno di bombagio overo di seta intorno alle parti inoneste, senza altro in testa, salvo alcuni mercatanti mori, li quali portano una camisola curta fino alla centura: ma tutti li gentili vanno senza camicia, e similmente le donne vanno nude e scalze come gli uomini, e portano le treccie lunghe. Il mangiar del re e delli gentiluomini, non mangiano carne senza licenzia delli Bramini; ma l’altre sorti di genti mangiano d’ogni carne, eccetto carne di vacca, e quelli che si chiamano Hitava e Poliar mangiano sorici e pesce secco al sole.

8
De quelli che succedeno dopo la morte del re e delle cerimonie che si fanno.

Morto il re e avendo figliuoli maschi, overo nepoti da canto del fratello, non rimangono re li figliuoli né il fratello né li nepoti, ma resta erede, cioè re, il figliuolo di una sua sorella; e non vi essendo figliuoli di detta sorella, resta re il più congiunto al re: e questo perché li Bramini hanno la virginità della regina. E similmente, quando cavalca il re fuori della terra, li detti Bramini (se ben fusse di venti anni il Bramino) restano in casa a guardia della regina, e il re ha di somma grazia che detti Bramini usino con la regina quante volte li piace: per questo rispetto dicono che la sorella e lui è certo che sono nati tutti d’un corpo medemo, ed è più sicuro delli figliuoli di quella che delli figliuoli suoi, e per questa causa la eredità per li ordini del regno viene alli figliuoli della sorella.

Similmente, dapoi la morte del re, tutti quelli del regno si radono la barba e la testa, salvo pure alcune parti della testa e similmente della barba, secondo la volontà delle persone; e ancora li pescatori non possono pigliar pesce per otto giorni. E quando muore un parente stretto del re, similmente si osservano questi modi, e il re si piglia per devozione di non dormire per un anno con donna, overamente di non mangiar betole, le quali sono come foglie di aranzi, le quali usano loro di continuo a mangiare: e queste sono tanto a loro come a noi le confezioni, e le mangiano più per lussuriare che per alcuna altra cosa. E quando mangiano le dette foglie, mangiano con esse un certo frutto che si chiama coffolo, e l’arbore del detto coffolo si chiama areca, ed è fatto a modo d’un piede di dattalo e fa li frutti a quel modo; e similmente mangiano con le dette foglie certa calcina di scorze d’ostreghe, le quali loro chiamano cionama.

9
Come li gentili alcuna volta scambiano le loro mogli.

Li gentiluomini e mercatanti gentili hanno fra loro tal consuetudine, che, se alcuna volta sono duoi mercanti che siano molto amici e che si amino, e ciascun di loro abbia moglie, l’un mercante dice all’altro in questo modo: “Or non siamo stati noi lungo tempo amici?” L’altro risponde: “Veramente sì, che io son stato tanto tempo tuo amico, e con tanto amor che più non potria esser”. Dice il primo: “Di’ tu la verità, che sei veramente mio amico?” Risponde l’altro: “Sì, per certo”. Dice il primo: “Per Dio?” L’altro risponde: “Per Dio”. Dice il primo: “Cambiamo adunque la tua donna, che io ti darò la mia”. Risponde l’altro: “Di’ tu da senno?” Dice il primo: “Sì, per Dio”. Risponde quell’altro e dice: “Vieni a casa mia”. E poi ch’è arrivato a casa chiama la sua donna e le dice: “Donna, vien qua: va’ con questo, che egli è tuo marito”. Risponde la donna: “Perché? Di’ tu il vero, per Dio?” Risponde il marito: “Dico il vero”. Dice la donna: “Piacemi, io vado”. E così se ne va col suo compagno alla casa sua. Lo amico suo dice poi alla sua moglie che vada con quell’altro, e a questo modo cambiano le mogli, e li figliuoli rimangono a ciascuno li suoi. Fra le altre sorti di gentili una donna tiene cinque, sei e sette mariti, otto ancora, e un dorme con lei una notte, l’altro l’altra notte; e quando la donna fa figliuoli, ella dice qual è figliuol di questo e qual di quello, e così loro stanno al detto della donna.

10
Del vivere e della giustizia de’ gentili.

I detti gentili mangiano in terra in un bacino di metallo e per cucchiaro usano una foglia d’arbore, e mangiano di continuo riso e pesce e spezie e frutti. Le due sorti di villani mangiano con la mano nella pignatta, e quando pigliano il riso della pignatta, fanno di quel riso una pallotta e poi se la mettono in bocca.

Cerca la giustizia che si usa fra costoro, è che, se uno amazza un altro a tradimento, il re fa pigliare un palo lungo quattro passi, ben apuntato, e appresso la cima due palmi fa mettere duoi bastoni in croce nel detto palo, e poi fa mettere il detto legno in mezzo della schiena del malfattore, e passali il corpo, e vien a giacere sopra quella croce e in tal modo si muore: e questo martirio lo chiamano uncalver. E se alcuno dà delle ferite over bastonate a un altro, il re lo fa pagar danari e così lo assolve. E quando alcuno deve avere danari da un altro mercatante, apparendo alcuna scrittura delli scrittori del re, il quale ne tiene ben cento, tengono questo stile. Poniamo caso che uno mi abbia a dare venticinque ducati, e molte volte mi prometta di darli e non li dia: non volendo io più aspettare né farli termine alcuno, vado al principe delli Bramini, che son ben cento, qual, dapoi che si averà molto ben informato ch’è la verità che colui mi è debitore, mi dà una frasca verde in mano, e io vado pian piano drieto al debitore e con la detta frasca vedo di farli un cerchio in terra circondandolo; e se lo posso giugnere nel circolo, li dico tre volte queste parole: “Io ti comando, per la testa del maggior delli Bramini e del re, che non ti parti di qui se non mi paghi e mi contenti di quanto debbo avere”. Ed egli mi contenta, over morirà prima da fame in quel luoco, ancor che niuno lo guardi; e s’egli si partisse del detto circolo e non mi pagasse, il re lo faria morire.

11
Dello adorare delli gentili e del suo mangiare.

La mattina a buon’ora questi gentili si vanno a lavare ad uno tanco, il qual tanco è come una fossa d’acqua morta, e come sono lavati non possono toccare persona alcuna fin che non hanno fatto l’orazione all’idolo, e questo è in casa sua. E fannola in questo modo: stanno col corpo stesi in terra, e stanno molto secreti, e fanno certe arti diaboliche con gli occhi stravolti e con la bocca, movendola con certi atti spaventosi e brutti, e dura questo per un quarto d’ora. E poi vien l’ora del mangiare, e non possono mangiare se ‘l cucinato non è fatto per mano d’un gentiluomo, perché le donne non cucinano se non per loro. E per questo usano li gentiluomini di aver cura del mangiare, e le donne non attendono ad altro, né hanno altro pensiero, che di lavarsi e profumarsi per piacere agli uomini. E ogni volta ch’el marito vuol usar con la donna, ella subito si lava e profuma molto delicatamente; nondimeno vanno sempre odorifere e tutte piene di gioie, cioè alle mani, all’orecchie, alli piedi e alle braccia, che è cosa bella a vedere.

12
Del combattere di quelli di Calicut, e di diversi altri loro costumi, e di quante città e paesi vi si trovano mercanti in detta città.

Per ordinario ogni giorno si scrima con spade, rotelle e lance, e per questo hanno molti boni maestri scrimitori. E quando vanno in guerra, il re di Calicut tiene continuamente centomila persone a piedi, perché qui non si usano cavalli, ma vi sono alcuni elefanti deputati per la persona del re, alcuni altri per suoi gentiluomini. E tutte le genti portano una binda di seta legata in testa, di colore vermiglio, e portano spade, rotelle, lance e archi. Il stendardo over bandiera del re è non so che cosa rotonda fatta di foglie di arbore, tessute una con l’altra a modo di un fondo di botte: e lo portano in cima di una canna, e con quello vanno faccendo ombra alla testa del re. E quando sono in battaglia, e uno esercito è lontano dall’altro duoi tiri di balestra, il re dice alli Bramini: “Andate nel campo de’ nimici, e dite al re che venga con cento delli suoi Naeri, e io anderò con cento delli miei”. E così vengono l’uno e l’altro alla metà del cammino e cominciano a combattere in questo modo: se ben combattessero tre giorni, mai si dariano di ponta, ma sempre danno duoi mandritti alla testa e uno alle gambe. Quando sono morti quattro o sei d’una delle parti, li Bramini entrano nel mezzo e fanno ritornare l’una e l’altra parte al campo suo. E subito vanno agli eserciti d’ambe le parti e dicono: “Ne volete più?” Risponde il re: “No”, e così fa la parte adversa. E a questo modo combattono a cento per cento, e questo è il loro combattere.

Il re alcuna volta cavalca gli elefanti e alcuna volta lo portano li Naeri, e quando lo portano sempre vanno correndo, e sempre vanno avanti del detto re molti instrumenti sonando. E alli detti Naeri li dà per ciascuno di soldo quattro carlini al mese, e a tempo di guerra li dà mezzo ducato, e di questo soldo vivono. Queste genti hanno li denti negri, per rispetto di quelle foglie di betole che vi dissi che mangiano. Morti che sono li Naeri, gli fanno abbruciare in un luogo cavato con grandissima solennità, e alcuni salvano quella cenere; ma del popol minuto dapoi la morte, alcuni li sepelliscono dentro della porta della sua casa, e altri davanti alla casa sua, alcuni altri nelli loro più belli giardini. Le monete della detta città sono battute qui com’io vi dissi in Narsinga.

Nel tempo ch’io mi ritrovai in Calicut, vi stavano grandissima quantità di mercatanti di diversi reami e nazioni. Essendo pur desideroso di saper donde erano tante diverse persone, fummi detto che quivi erano infiniti mercatanti mori e di Malacca, di Banghalla e di Tarnassari, di Pego, di Giormandel, di Zeilam, e gran quantità dell’isola di Sumatra, di Colon e di Caicolon, assaissimi di Bathacala, di Dabuli, di Cevul, di Cambaia, di Guzerati, di Ormus e della Mecca; ve n’erano ancora della Persia e dell’Arabia Felice, parte della Soria e della Turchia, e alquanti dell’Etiopia e di Narsinga: di tutti questi reami v’erano mercatanti al tempo mio in Calicut. La gente natural di questa terra non navigano molto per il mondo, ma li Mori sono quelli che trattano le mercanzie, perché in Calicut sono ben quindecimila Mori, li quali sono per la maggior parte nativi della terra e fanno mercanzia.

13
Delle navi di Calicut e a che tempo navicano, e della diversità delle stagion dell’anno, e quante sorti di navilii hanno.

Parmi assai conveniente e a proposito il dichiararvi come navigano queste genti per la costa di Calicut, e in che tempo, e come facciano li suoi navilii. Costoro adunque fanno primamente li suoi navilii di quattrocento overo cinquecento botte l’uno, i quali non hanno coperta. E quando fanno li detti navilii, infra una tavola e l’altra non mettono stoppa in modo alcuno, ma congiungono tanto bene quelle tavole che tengono l’acqua benissimo; e poi mettono la pegola di fuori e vi mettono grandissima quantità di chiodi di ferro. Non crediate però che loro abbiano carestia di stoppa, anzi ve n’è portata in abbondanza d’altri paesi, ma non la costumano per navilii. Hanno costoro ancora buon legname come noi e in maggior abbondanza. Le vele di queste sue navi sono di bombagio, e portano al piede di dette vele un’altra antenna, e quella spingono fuori quando sono alla vela per pigliar più vento, sì che loro portano due antenne e noi ne portiamo una sola. Le sue ancore sono di marmo, cioè un pezzo di marmo lungo otto palmi e duoi per ogni verso, e il detto marmo porta due corde grosse attaccate, e queste sono le sue ancore.

Il tempo della navigazione è questo: dalla Persia in fino al capo di Cumeri, ch’è lontano da Calicut otto giornate per mare alla volta di mezzogiorno, si può navigar per mesi otto dell’anno, cioè da settembre infino per tutto aprile; e poi, dal primo dì di maggio per fino a mezzo agosto, bisogna guardarsi da questa costa, perché fa grandissima fortuna e gran controversia di mare. Ed è da sapere che in questo paese le stagion de’ tempi sono contrarie alle nostre, perché quando qui da noi per causa della gran forza del sole tutte le piante si seccano, allora in detto paese le sono verdi e fresche per la grande acqua che vi piove, perché maggio, giugno, luglio e agosto, notte e giorno sempre piove: non che piova continuamente, ma ogni notte e ogni giorno piove, e poco sole si vede in questo tempo. Gli altri sei mesi mai non piove. Alla fine d’aprile si partono dalla costa di Calicut e passano il capo di Cumeri, ed entrano in un’altra navigazione, la quale è secura per questi quattro mesi, e vanno con navilii piccoli per spezie minute.

Il nome delli suoi navilii: alcuni si chiamano zambuchi, e questi sono piani di sotto; alcuni altri che sono fatti al modo nostro, cioè di sotto, e si chiamano ciampane; alcuni altri navilii piccoli si chiamano parao, e sono legni di 10 passa l’uno. Tutti sono d’un pezzo e vanno con remi da canna, e l’arboro è ancor di canna. V’è un’altra sorte di barchette piccole chiamate almadie, e sono pur tutte d’un pezzo. Ancora v’è un altra sorte di navilii, i quali vanno a vela e remi e sono fatti tutti d’un pezzo, di lunghezza di dodici e tredici passa l’uno, hanno la bocca stretta (non vi possono andar 2 uomini a paro, ma convien andar uno innanzi all’altro) e sono aguzzi da tutte due le bande: i quali navilii si chiamano caturi, e vanno a vela e remi più che galea o fusta o brigantino. Questi tali che adoperano simil navilii sono corsari di mare, e questi caturi si fanno ad una isola qui appresso, detta Porcai.

14
Del palazzo del re di Calicut e del tesoro grande che ‘l tiene.

Il palazzo del re è circa un miglio di circuito. Le mura sono molto basse, come dissi di sopra, con tramezzi alle camere bellissimi di legname, intagliati di diavoli di rilievi. Il piano della casa è tutto imbrattato con sterco di vacche per onorificenzia, e ogni parte di questo palazzo val più di ducati 20. Già vi dissi la cagione che non si possono fondare le muraglie, per rispetto dell’acqua che cavando si trova subito. Non si potria stimare le gioie e perle che porta il re, benché nel tempo mio stava malcontento per rispetto ch’era in guerra col re di Portogallo, e ancora perch’egli avea il mal franzoso, e avealo nella gola. Nondimeno portava tante gioie nell’orecchie e nelle mani, nelle braccia, ne’ piedi e nelle gambe, che era cosa mirabile a vedere. Il tesoro suo sono due magazzeni di verghe d’oro e moneta stampata d’oro, le quali dicevano molti Bramini, che sono quelli che hanno la cura del governo e sanno tutti li secreti del re, che non lo portariano cento muli carichi; e dicono che questo tesoro è stato lasciato da 10 o 12 re passati, e hannolo lasciato per li bisogni e fortezza della republica e del suo regno. Dicesi ancora questo re di Calicut aver una cassetta, lunga tre palmi e alta un palmo e mezzo, piena di gioie di più sorti che valeano prezii inestimabili.

15
Del pepe, giengevo, mirabolani, che nascono in Calicut.

Nel territorio di Calicut si trovano molti arbori di pepe, e dentro della città ne sono ancora, ma non in molta quantità. Il piede di questi arbori è a modo d’una vite sottile, cioè piantata una pianta appresso qualche altro arbore, perché da se stesso non potria star dritto, sì come la vite. Questo arbore è molto simile e fa come l’edera, che si abbraccia e va tanto in alto quanto è il legno o arbore dove si possi abbrancare. La detta pianta fa gran quantità di rami, li quali sono di duoi o di tre palmi lunghi; le foglie di questi rami sono come quelle di aranci, ma sono più asciutte, e dal riverso sono piene di vene minute. E per ciascuno di questi rami sono cinque, sei e sette raspi lunghi un poco più d’un dito di uomo, e sono come è l’uva passa piccola, ma più assettati, e sono verdi com’è l’agresta. E del mese d’ottobre lo raccolgono così verde, e raccogliesi ancora del mese di novembre, e poi lo mettono al sole sopra certe stuore e lo lasciano al sole per tre o quattro giorni, e diventa così negro come si vedde quivi da noi, senza farli altra cosa. E dovete sapere che costoro non potano mai e manco zappano questo arboro che produce il pepe.

In questo luoco ancora nasce il zenzero, il quale è una radice, e di queste tal radici alcune se ne trovano di quattro e di otto e dodeci onze l’una: quando la cavano, il piede di detta radice è cerca tre o quattro palmi lungo, ed è fatta in modo d’alcune cannuzze. E quando raccolgono detto zenzero, in quel medesimo luogo pigliano uno occhio della detta radice, che è a modo di un occhio di canna, e piantanlo in quel buco dove hanno cavata quella radice e con quella medesima terra lo cuoprano: in capo dell’anno tornano a raccoglierlo e piantanlo pure al modo predetto. Questa radice nasce in terra rossa e in monte e in piano, come nascono li mirabolani, delli quali qui se ne trova di tutte le sorti: il piede suo è a modo d’un pero mezzano e cargano a modo del pepe.

16
Di molti frutti che nascono in Calicut e fra gli altri della ciccara, che in la India occidental chiamano pigne, e del melapolanda, che è quello che in Alessandria chiamano muse.

Una sorte di frutti trovai in Calicut che si chiama ciccara: il piede suo è a modo de una pianta grande spinosa, e il frutto è lungo duoi palmi over duoi e mezzo e grosso come la coscia dell’uomo. Questo frutto nasce nel tronco che è in mezzo della pianta, cioè sotto alle frasche e spine, e parte se ne fa a mezzo il piede. Il color del detto frutto è verde, ed è fatto come la pigna, ma il lavoro è più minuto; e quando comincia a maturare, la scorza vien negra e gialla e non dura troppo dapoi raccolta, che vien fracida. Questo frutto si raccoglie del mese di decembre e rende un odore suavissimo, e quando si mangia par che si mangino buoni melloni moscatelli pieni di succo, e ancora che assomigli ad un persico cotogno ben maturo: e tanta è la dilettazione e suavità nel gusto che par che si mangi d’un favo di mele, e si sente ancora il sapore d’uno arancio molto dolce. Per dentro del detto frutto vi sono alcune spoglie over telette come il pomo granato, e a mio giudicio questo è il miglior frutto che io mangiassi mai e il più eccellente.

È quivi un altro frutto che si chiama amba; il piede suo si chiama manga. Questo arboro è come un pero, e cargasi di frutti come il pero. È fatta questa amba al modo di una noce delle nostre: quando è il mese di agosto è a quella forma, e quando è matura è gialla e lustra. Questa ha un osso dentro come una mandola secca, ed è questo frutto molto migliore che ‘l pruno damasceno; e di questo, quando egli è verde, se ne fa conserva come facciamo noi delle olive, ma sono assai più perfetti.

Qui si trova un altro frutto a modo d’un mellone, e ha le fette pur a quel modo: e quando si taglia, si trovano dentro tre over quattro grani che paiono uva overo visciole, così agri. L’arboro di questo è di altezza d’un arboro di pomo cotogno, e fa la foglia in quel modo. Ed è questo frutto chiamato corcopal, il quale è ottimo da mangiare e perfetto per medicina. Trovai ancora quivi un altro frutto, il quale è proprio come il nespolo, ma è bianco come un pomo: non mi ricordo come si chiami il nome. Un’altra sorte ancora di frutti vi viddi, il qual era come una zucca di colore e lungo duoi palmi, e la più saporosa da mangiar, perché ha tre dita di polpa, ed è assai migliore che la zucca o il cedro per confettare, ed è una cosa molto singulare: e questo si chiama comolanga e nasce in terra a modo di melloni.

Nasce in questo paese ancora un altro frutto molto singulare, il quale si chiama melapolanda. Questa pianta è alta quanto un uomo o poco più, e fa quattro over cinque foglie, le quali sono rami e foglie: ciascuna di queste copre un uomo dall’acqua e dal sole. Nel mezzo di questo getta un certo ramo che fa li fiori a modo d’un piede di fave, e poi fa alcuni frutti che sono lunghi mezzo palmo e un palmo, e sono grossi com’è un’asta d’una zannetta. E quando si vuol raccogliere il detto frutto, non aspettano ch’el sia maturo, perché si matura in casa: e uno ramo di questi frutti ne farà dugento vel cerca, e tutti si toccano l’uno con l’altro. Di questi frutti se ne trova di tre sorti, e la prima sorte si chiamano ciancapalon: questi sono una cosa molto cordiale a mangiare; il color suo è un poco giallo e la scorza è molto sottile. La seconda sorte si chiama cadelapolon, e sono molto migliori degli altri; la terza sorte sono tristi. Queste due sorti sopradette sono buone a similitudine delli nostri fichi, ma sono più perfetti. La pianta di questi frutti produce una volta e poi si secca. La detta pianta tiene sempre intorno al piede cinquanta o sessanta figliuoli, e li padroni pigliano di mano in mano di detti figliuoli e trapiantano, e in capo dell’anno produce il suo frutto. E quando tagliano li detti rami che siano troppo verdi, mettono un poco di calcina sopra li detti frutti per farli maturar presto. E di tali frutti se ne trovano d’ogni tempo dell’anno in grandissima abbondanzia, e se ne dà venti al quattrino. Similmente qui si trovano tutti li giorni dell’anno rose e fiori singularissimi, cioè bianche, rosse e gialle.

17
Del più fruttifero arboro che sia al mondo, qual è quello che fa le noci d’India, che si chiamano cocos.

Un altro arboro vi voglio descrivere, il migliore che sia in tutto il mondo, il quale si chiama tenga ed è fatto a modo di un piede di dattalo. E di questo arboro se ne cavano molte utilità, cioè corde per navigare in mare, panni sottili, quali poi che sono tinti paiono di seta, noci per mangiare, vino, acqua, olio e zuccaro. E delle foglie che cascano, cioè quando casca alcun ramo, se ne coprono le case, e queste tengono l’acqua per mezzo l’anno. Se io non vi dechiarassi in che modo fa tante cose, voi non lo credereste e manco potreste intenderlo. E detto arbore fa le predette noci come saria un ramo di dattali, e ciascun arbore fa cento o dugento di queste noci, sopra le quali vi è una scorza, della quale se ne cava una certa cosa come bombagio o vero lino: e questo si dà acconciare alli maestri, e del fiore di questo lino ne fanno panni sottili come di seta, e di quel grosso lo filano e fanno corde piccole, e di piccole ne fanno grosse, e queste si adoperano per mare. Dell’altra scorza della detta noce se ne fa carbone perfetto. Dapoi la seconda scorza v’è la noce per mangiare: la grossezza del detto frutto è come il dito piccolo della mano, ed è miglior che la mandola. In mezzo della detta noce, come comincia a nascere, così si comincia a creare l’acqua dentro; e quando la noce ha la sua perfezione, allora è piena d’acqua, per modo che vi è tal noce che averà duoi bicchieri d’acqua, la quale è perfettissima e suavissima da bere, e quanto alcuna cosa che l’uomo si possi immaginare. Della detta noce se ne fa oglio perfettissimo. E così avete da questa sette utilità.

Quando l’arbore è grande, alcuni rami non lasciano che produchin noci, ma gli tagliano alla mità, dandoli una certa sfenditura con un coltello, e poi li mettono sotto una zucca o vaso, dove distilla un certo liquore: e raccogliono fra il dì e la notte mezo boccale, il qual beono, e alcuni lo pongono al fuoco e ne fanno di una, di due e tre cotte, in modo che pare una acquavita, la quale solo ad odorarla, non che a beverla, fa alterar il cervello dell’uomo. E di queste sorti è quel vino che si bee in questi paesi. Di un altro ramo di detto arbore cavano similmente questo sugo e lo fanno venire in zuccaro col fuoco, ma non è molto buono. Il detto arbore sempre ha frutti o verdi o secchi, e produce frutti in cinque anni; e di questi arbori se ne trovan infiniti in 200 miglia di paese e tutti hanno patroni. Per la eccellenzia e bontà di questo arbore, quando li re fanno guerra l’un con l’altro, e che sia così crudele che si ammazzino li figliuoli l’uno all’altro, pur alla fine fanno la pace; ma tagliando l’un re all’altro di questi arbori, non gli saria mai in eterno data la pace. E detto arbore vive 30 o 40 anni e molto più, e nasce in luogo arenoso, e piantasi quella noce, la quale come comincia a germugliare overo a nascere, è necessario che gli uomini ogni sera la vadino a scoprire, acciò che la rugiada della notte li dia sopra, e la mattina a buon’ora poi la tornino a coprire, perché il sole non la trovi così scoperta: e a questo modo la cresce e si fa grande arbore. Nel detto paese di Calicut si trova gran quantità di zerzelino, del quale ne fanno oglio perfettissimo.

18
Del modo che servano nel seminar del riso.

Gli uomini di Calicut, quando vogliono seminar il riso, servano questa usanza: la prima cosa arano la terra con li buoi a modo nostro, e allora che seminano il riso, nel campo, di continuo tengono tutti gli instrumenti della città sonando e faccendo allegrezza, e similmente tengono dieci o ver dodici uomini vestiti da diavoli, e questi con li sonatori fanno gran festa, acciò che ‘l diavolo produca assai frutto di quel riso.

19
Delli medici che visitano gli infermi in Calicut.

Essendo alcuno mercatante (cioè gentile) ammalato, e stia in estremo, vanno alcuni uomini a questo deputati, con gli instrumenti sopradetti e vestiti come diavoli, a visitarlo: e questi si chiamano medici, e vanno a due o tre ore di notte. E li detti portano il fuoco in bocca, e in ciascuna delle mani e de’ piedi portano due stampelle di legno che sono alte un passo: e così vanno cridando e sonando gli instrumenti, che veramente, se la persona non avesse male, vedendo queste bestie così brutte cascaria in terra stramortita. E questi sono li medici che vanno a vedere e visitare l’infermo. E pur quando si sentono lo stomaco ripieno infino alla bocca, pestano tre radici di zenzero e fanno una tazza di sugo e lo bevono, e in tre giorni non hanno più male alcuno. Sì che vivono proprio come le bestie.

20
Delli banchieri e cambiatori.

Li cambiatori e li banchieri di Calicut hanno alcuni pesi, cioè bilance, le quali sono tanto piccole che la scatola dove stanno e li pesi insieme non pesano mezza oncia, e sono tanto giusti che tirano un capello di capo. E quando vogliono toccare alcun pezzo d’oro, essi tengono li caratti d’oro come noi e hanno il parangone come noi e toccano pure alla usanza nostra. Quando il parangone è pieno d’oro, tengono una palla di certa composizione la quale è a modo di cera, e con questa palla, quando vogliono vedere se l’oro è buono o tristo, improntano il parangone, e levano via l’oro di detto parangone, e poi guardano in essa palla la bontà dell’oro e dicono: questo è buono e questo è tristo. E quando poi quella palla è piena d’oro, vanno a fonderla e cavano tutto quell’oro che hanno toccato nel parangone. Li detti cambiatori sono sottilissimi nell’arte sua.

Li mercatanti hanno questa usanza quando vogliono vendere o comprare le loro mercanzie, cioè in grosso, che sempre si vendono per mano del sensale. E quando il compratore e il venditore vogliano accordarsi, stanno tutti in un circulo, e il sensale piglia una tovaglia e con una mano la tiene publicamente, e con l’altra mano piglia la mano del venditore, cioè le due dita accanto il dito grosso, e poi copre con la detta tovaglia la man sua e quella del venditore; e toccandosi queste dita l’uno e l’altro, numerano da uno ducato infino a centomila secretamente, senza parlare: “Io voglio tanto e tanto”, e in toccare solo le giunture delle dita s’intendono del prezzo, e dicono no o sì, e il sensale risponde no o sì. E quando il sensale ha inteso la volontà del venditore, va al compratore col detto panno e piglia la mano in quel modo che è detto di sopra, e li dice con quel toccare: “Lui ne vuol tanto”; il compratore con il toccar le dita del sensale li dice: “Io voglio darli tanto”: e così in questo modo fanno il prezzo. Se la mercanzia di che si tratta fra loro fusse spezie, parlano a bahar, il qual bahar pesa libbre 640 alla sottile di Venezia; e una farazola pesa libbre 32 sottile di Venezia, e 20 farazole fanno un bahar.

21
Come li Poliar e Hitava nutriscono li loro figliuoli.

Le donne di queste due sorti di genti, cioè Poliari e Hitava, lattano i loro figliuoli cerca tre mesi, e poi li danno a mangiare latte di vacca overo di capra. Poi che li hanno empiuto il corpo per forza, senza lavarli il viso né la persona, lo gettano nell’arena, nella quale sta dalla mattina alla sera tutto involto dentro. E perché sono più negri che d’altro colore, non si conosce se gli è un buffalotto over orsetto, sì che pare una cosa contrafatta, e pare che ‘l diavolo li nutrisca. La sera poi la madre li dà il suo cibo. Questi, nutriti e allevati in questo modo, sono li più destri volteggiatori e corritori che siano al mondo.

22
Degli animali e uccelli che si trovano in Calicut.

Non mi par di trapassare il dechiararvi le molte sorti d’animali e di uccelli che si ritrovano in Calicut, e massime come sono lioni, porci salvatichi, caprioli, lupi, vacche, buffali, capre ed elefanti (quali però non nascono qui, ma vengono da altri luochi), gran quantità di pavoni salvatichi, pappagalli in grandissima copia, verdi e alcuni pezzati di rosso: e di questi pappagalli ve ne sono tanti che gli è necessario guardare il riso, che detti uccelli non lo mangino; e l’uno di questi pappagalli val duoi quattrini, e cantano benissimo. Viddi ancor qui un’altra sorte di uccelli, li quali si chiamano saru, e cantano meglio che non fanno li pappagalli, ma sono più piccoli. Qui sono molte altre sorti di uccelli differenti dalli nostri, e nel vero, per un ora la mattina e una la sera, non è tal piacere al mondo quanto è a sentire il canto di questi uccelli, talmente che pare stare in paradiso; e anche per esservi tanta moltitudine di arbori che sono sempre verdi, il che procede per esservi l’aere temperato, di modo che qui non si conosce gran freddo né troppo caldo.

In questo paese nasce gran quantità di gatti maimoni, e vagliono quattro casse l’uno, le qual casse vagliono un quattrin l’una; e danno grandissimo danno a quelli poveri uomini, li quali fanno il vino di quel arbore detto di sopra, che è a modo di dattalo, di qual si cava quel liquor a modo di vino, perché montano in cima di quella noce e bevono quel liquor, e poi riversano la pignatta, spargendo quel che non possono bere.

23
Delli serpenti che si trovano in Calicut.

Trovasi in questo paese di Calicut una sorte di serpenti, li quali sono così grandi e così grossi come un gran porco, e hanno la testa molto maggiore e più brutta che non ha il porco, e hanno quattro piedi, e sono lunghi quattro braccia, e nascono in certi paludi. Dicono questi del paese che non hanno tossico, ma che sono maligni animali e fanno dispiacere alle persone per forza di denti. Qui si trovano tre altre sorti di serpenti, li quali toccando un poco la persona, cioè faccendo sangue, subito casca morto in terra: il che è intravenuto più volte al tempo mio a molte persone, che furono tocche da questi animali. Delli quali se ne trovano di tre ragioni: la prima sono come aspidi sordi, l’altra son scorzoni, la terza sono maggiori tre volte che il scorzone. E di queste tre sorti ve n’è grandissima quantità, e la causa è questa, perché quando il re di Calicut sa dove sia la stanzia ferma di alcuni di questi brutti animali, per certa vana superstizion, li fa fare una casetta piccola con un solaretto di sopra, per rispetto che l’acqua crescente non gli annieghi. E se alcuna persona ammazzasse uno di questi animali, subito il re lo faria morire come se gli avesse morto un uomo; similmente, se alcuno ammazzasse una vacca, ancora lo faria morire. Dicono costoro che questi serpi sono spiriti di Dio, e che, se non fussero suoi spiriti, non gli averia data tal virtù che, mordendo un poco la persona, subito cascasse morta. E per questo rispetto v’è tanta copia di questi animali, che vanno per tutta la città e conoscono li gentili, li quali non si guardano da essi, e quelli non li fanno mal alcuno. Pur al tempo mio uno di questi serpi entrò una notte in una casa e mordette nove persone, e la mattina tutti furono ritrovati morti e infiati. Quando i detti gentili vanno in qualche viaggio, scontrando alcuni di questi animali, tengono aver buono augurio e che le cose li debbano succeder bene.

24
De’ lumi del re di Calicut, e delle cerimonie che fanno alli morti.

Nella casa del re di Calicut sono molte stanzie e camere, dove ardono infiniti lumi, ma nella sala principal dove sta il re, subito che viene la sera, hanno dieci over dodici vasi fatti a modo d’una fontana, li quali sono di metallo gettato e alti quanto una persona. Ciascuno di questi vasi ha tre luoghi per tener l’olio, alti da terra duoi palmi: e prima un vaso nel quale sta l’olio con stoppini di bambagio accesi intorno intorno, e sopra questo v’è un altro vaso più stretto pur con li detti lumi, e in cima del vaso secondo ve n’è un altro più piccolo pur con olio e lumi accesi. Il piè di questo vaso è fatto in triangolo e in ciascuna delle faccie, da piede, stanno tre diavoli di rilievo, e sono molto spaventosi a vederli: questi sono li scudieri che tengono li lumi innanzi al re.

Usa ancora questo re un altro costume, che quando muore uno che sia suo parente, finito che è l’anno del corruccio, manda ad invitare tutti li principali Bramini che sono nel suo regno, e alcuni ancora ne invita di altri paesi, e venuti che sono, fanno per tre giorni grandissimi conviti. Il mangiar loro è risi fatti in più modi, carne di porco salvatico e di cervo assai, perché sono gran cacciatori. In capo di tre giorni il detto re dà a ciascuno delli Bramini principali tre, quattro e cinque pardai, e poi ogniuno torna a casa sua, e tutti quelli del regno del re si radono la barba per allegrezza.

25
Come alli 25 di decembre viene gran numero di gente appresso a Calicut a pigliare il perdono.

Appresso a Calicut v’è un tempio in mezzo d’un tanco, cioè in mezzo d’una fossa d’acqua morta, il qual tempio è fatto all’antica con due mani di colonne, come è San Giovanni Fonte di Roma, nel qual tempio è uno altare di pietra dove si fa il sacrificio, e infra ciascuna delle colonne del circuito da basso sono alcune navicelle di pietra, le quali sono lunghe duo passi e sono piene d’un certo olio che si chiama enna. Intorno alla ripa del detto tanco v’è grandissima quantità di arbori tutti d’una sorte, né si potriano contar i lumi che a detti arbori sono accesi; sono similmente intorno al detto tempio lumi di olio in grandissima copia. E quando viene il dì di 25 del mese di decembre, tutto il popolo intorno a quindeci giornate, cioè li Naeri e Bramini e altri, vengono a far questo sacrificio per aver questa indulgenzia, e prima che facciano il sacrificio tutti si lavano nel tanco. E poi li Bramini principali del re montano a cavallo delle barchette di pietra sopradette, dove è l’olio, e tutto questo popolo viene alli detti Bramini, li quali a ciascuno ungono la testa di quell’olio; e poi fanno il sacrificio sul detto altare. In capo d’una banda di questo altare sta un grandissimo satanasso con una spaventevol faccia, il qual tutti buttati in terra vanno ad adorare, e poi ciascuno ritorna a casa sua. E in questo tempo la terra è libera e franca per tre giorni: li banditi e malfattori possono venir al perdon molto sicuramente, cioè che non si può far vendetta l’un con l’altro. In verità io non viddi mai in una volta tanta gente congiunta insieme, salvo quando io fui alla Mecca.

Parmi assai a sufficienza avervi dichiarato li costumi e il vivere, la religione e i sacrificii di Calicut; onde, partendomi di qui, descriverrovvi il resto del viaggio mio passo passo, insieme con tutte le occorrenzie in esso accadutemi.

III
1
Della città di Caicolon e Colon e di Chail.

Vedendo il mio compagno, chiamato Cazazionor, non poter vender la sua mercanzia per esser disfatto Calicut dal re di Portogallo, perché non v’erano e manco vi venivano li mercatanti che soleano venire (e la cagion che non venivano fu perché ‘l re consentitte alli Mori che ammazzassero quarantasei Portoghesi, li quali io viddi morti: e per questa causa il re di Portogallo vi fa di continuo guerra, e ne ha ammazzato e ammazza ogni giorno gran quantità, di sorte che è disfatta grandemente la città, e molti che vi abitavan si sono partiti e andati a star altrove), e però ancor noi ci partimmo, pigliando il nostro cammino per una fiumara, la qual è la più bella che mai vedessi, e arrivammo ad una città chiamata Caicolon, distante da Calicut cinquanta leghe. Il re di questa città è gentile e non è molto ricco; il vivere, l’abito e i costumi suoi sono ad usanza di Calicut. Qui arrivano molti mercatanti, per rispetto che in questo paese nasce pepe d’assai perfezione. In questa città trovammo alcuni cristiani di quelli di san Tommaso, che sono mercatanti e credono in Cristo come noi, e dicono che ogni tre anni viene uno sacerdote a battezzarli fino di Babilonia. Questi cristiani digiunano e fanno la quaresima e la Pasqua come noi, e hanno tutte quelle solennità e feste de’ santi che avemo noi, ma dicono la messa come i Greci, e nominano e accettano quattro nomi di santi sopra tutti gli altri: san Giovanni, san Iacopo, san Mattia e san Tommaso. È la detta città alla medesima maniera di Calicut, quanto all’aere temperato, sito della region e costumi delle genti.

In termine di tre giorni noi partimmo di qui, e andammo ad un’altra città chiamata Colon, distante dalla sopradetta venti miglia. Il re di questa città è gentile e molto possente, e tiene ventimila uomini a cavallo e molti arcieri, e di continuo sta in guerra con altri re. Questa terra ha un bel porto appresso alla marina; in essa non nasce grano, ma vi nascono ben tutti li frutti al modo di Calicut e pepe in assai copia. Il colore di questa gente, l’abito, il vivere e costumi pur come in Calicut. In quel tempo il re di questa città era fatto amico del re di Portogallo, e vedendo che ‘l stava con altri re in guerra, non ci parve tempo di dimorar qui, onde pigliammo il cammin nostro per mare e andammo ad una città chiamata Chail, pur del re. All’incontro di Colon, vedemmo uomini pescar le perle in mare, come già vi dichiarai che facevano in Ormus.

2
Di Cholmendel, città dell’India.

Passando più avanti, arrivammo ad una città chiamata Cholmendel, la qual è terra di marina ed è distante da Colon sette giornate per mare, e più e manco secondo il vento. Questa città è grandissima e non è murata intorno, ed è sottoposta al re di Narsinga; è posta a riscontro dell’isola di Zeilan, passato il capo di Cumeri. In questa terra si raccoglie gran quantità di riso, ed è scala di grandissimi paesi, e quivi sono molti mercatanti mori, i quali vanno e vengono per mercanzie. Qui non nascono spezie di sorte alcuna, ma frutti assai ad usanza di Calicut. Ritrovai in questa terra alcuni cristiani, che mi dissero che ‘l corpo di san Tommaso era dodeci miglia lontano di lì ed era in guardia di loro cristiani, quali non potevano più vivere in quel paese dapoi la venuta del re di Portogallo, perché il detto re ha morti molti Mori di quel paese, il qual tutto trema per paura di Portoghesi: e però li detti poveri cristiani non ponno più viver qui, ma sono scacciati e ammazzati secretamente, acciò non pervenga ad orecchie del re di Narsinga, il qual è grandissimo amico de’ cristiani e massime di Portoghesi. Ancora mi dissero d’uno grandissimo miracolo che i loro maggiori gli avean detto, come già cinquanta anni li Mori ebbero quistione con li cristiani e di una parte e l’altra ne furono feriti, ma un cristiano fra gli altri fu molto ferito in un braccio, ed egli andò alla sepultura di san Tommaso, e con quel braccio ferito toccò la sepoltura del detto santo e subito fu liberato. E che da quel tempo in qua il re di Narsinga sempre ha voluto bene alli cristiani.

Il mio compagno spacciò quivi alcune delle sue mercanzie, e perché si stava in guerra col re di Tarnassari, non stemmo se non alcuni pochi giorni qui, e poi pigliammo un navilio con alcuni altri mercatanti, la qual sorte di navilii si chiamano chiampane, che sono piane di sotto e dimandano poca acqua e portano roba assai. E passammo un golfo di dodeci over quindeci leghe, dove avemmo grandissimo pericolo, perché vi sono basse e scogli assai; pur arrivammo ad una isola chiamata Zeilan, la qual volta intorno cerca mille miglia, per relazion degli abitatori di essa.

3
Di Zeilan, dove nascono le gioie.

In questa isola di Zeilan sono quattro re, tutti gentili. Non vi scrivo le cose della detta isola tutte perché, essendo questi re in grandissima guerra tra loro, non potemmo star lì molto, e manco vedere o intendere le cose di quella. Pur, dimorativi alcuni pochi giorni, vedemmo quello che intenderete, e prima grandissima quantità di elefanti, quali nascono lì. E intendemmo che si truovan rubini duoi miglia appresso alla marina, dov’è una montagna grandissima e molto lunga, al piè della quale si truovano detti rubini. E quando uno mercante vuol trovar di queste gioie, bisogna parlar prima al re e comprar un braccio di detta terra per ogni verso, il qual braccio si chiama un molan, e compralo per cinque ducati. E quando poi cava detta terra, vi sta un uomo di continuo ad instanzia del re, e ritrovandosi alcune gioie che passino dieci caratti, il re le vuol per sé e tutto il resto glielo lascia franco. Quivi ancora appresso al detto monte, dov’è una grandissima fiumara, nasce molta quantità di granate, zafiri, iacinti e topacii. Nascono in questa isola li miglior frutti che mai abbia visto, e massime certi carciofoli migliori che li nostri, aranzi dolci, li migliori che siano al mondo, e altri frutti assai ad usanza di Calicut, ma molto più perfetti.

4
Dell’arboro della cannella, e del monte dove Adam stette a far penitenzia, e delli re di Zeilan e delli costumi e usanze loro.

L’arboro della cannella è proprio come il lauro, massime la foglia, e fa alcuni grani come il lauro, ma sono più piccoli e più bianchi. La detta cannella, over cinnamomo, è scorza di detto arboro, in questo modo: ogni tre anni tagliano li rami del detto arboro, poi levano la scorza di que’ rami, ma il piede non lo tagliano per niente. Di questi arbori ve ne sono in grandissima quantità, e quando raccolgono la cannella, non ha allora quella perfezione che ha di lì ad un mese.

Un Moro mercante ci disse che in cima di quella grandissima montagna è una caverna, alla quale una volta l’anno andavano tutti gli uomini di quel paese a far orazione, per rispetto che dicono che ‘l nostro primo padre Adam stette ivi dentro a piagnere e far penitenzia dapoi che ‘l peccò, e che Iddio li perdonò: e che ancora si veggono le pedate de’ suoi piedi, e che sono cerca duoi palmi lunghe.

In questo paese non nasce riso, ma li viene di terra ferma; li re di questa isola sono tributarii del re di Narsinga, per rispetto del riso che li viene di terra ferma. Quivi è buonissimo aere, e le genti sono di color lionato scuro, e non vi è troppo caldo né troppo freddo. L’abito suo è all’apostolica, portano certi panni di bombagio overo di seta e vanno pur scalzi. È posta questa isola lontana dalla linea equinoziale per sette in otto gradi, e gli abitanti suoi non sono molto bellicosi. Qui non si usa artiglierie, ma hanno alcune lance e spade, le qual lance sono di canna, e con quelle combattono fra loro: ma non se ne ammazzano troppo di essi, perché sono vili. Qui sono rose e fiori di ogni sorte tutto il tempo dell’anno, e le genti scampano più longamente di noi.

Essendo una sera nella nostra nave, venne uno uomo da parte del re al mio compagno e disse che li portasse li suoi coralli e zaffarano, che dell’uno e l’altro ne avea gran quantità. Udendo queste parole, uno mercatante di detta isola, il quale era moro, gli disse secretamente: “Non andate dal re, perché vi pagherà al modo suo le robbe vostre”. E questo disse con malizia, a fine che ‘l mio compagno si partisse, perch’egli avea la detta mercanzia. Pur fu risposto al messo del re che ‘l giorno seguente andaria a sua signoria, e la mattina prese un navilio e per forza di remi passammo in terra ferma.

5
Di Paleachate, terra dell’India.

Arrivammo ad una terra la qual si chiama Paleachate in tempo di tre giorni, la qual è sottoposta al re di Narsinga. Questa terra è di grandissimo traffico di mercanzie, e massime di gioie, perché qui vengono da Zeilan e da Pegu; vi stanno ancora molti gran mercatanti mori d’ogni sorte di speziarie. Noi alloggiammo in casa d’un dei detti mercatanti, e li dicemmo donde venivamo, e che noi avevamo molti coralli da vendere e zaffarano e molto velluto figurato e molti coltelli: il detto mercatante, intendendo noi avere tal mercanzie, ne prese gran piacere. Questa terra è abbondantissima d’ogni cosa a usanza d’India, ma non vi nasce grano; di riso che raccogliono ne hanno grande abbondanzia. La legge, il viver, l’abito e i costumi sono ad usanza di Calicut, e sono genti bellicose, ancora che non abbiano artigliaria alcuna. E perché questa terra era in gran guerra col re di Tarnassari, a noi non parve di dimorar molto tempo, ma stati che fummo certi pochi giorni, pigliammo poi il nostro cammino verso la città di Tarnassari, ch’è distante cento miglia di lì, alla qual arrivammo in quattordici giorni.

6
Di Tarnassari, città d’India.

La città di Tarnassari è posta presso al mare, ed è terra piana e ben murata, e ha un buon porto, cioè una fiumara, dalla banda verso tramontana. Il re di questa città è gentile ed è potentissimo signore, e di continuo combatte col re di Narsinga e col re di Banghalla. E ha costui cento elefanti armati, i quali sono maggiori che mai vedessi, e tiene di continuo centomila uomini, parte a piedi e parte a cavallo, per combattere. L’armatura sua sono spade piccole e alcune sorti di rotelle, delle quali alcune son fatte di scorze di testuggini e alcune ad usanza di Calicut; hanno gran quantità di archi e lance di canna, e alcune ancora di legno, e quando vanno in guerra portano addosso una vesta piena di bombagio, molto forte imbottita. Le case di questa città sono ben murate; il sito suo è bonissimo ad usanza de’ cristiani, e vi nasce ancora di buon grano e bombagio. Quivi ancora si fa seta in grandissima quantità; verzino vi si truova assai e frutti in gran copia, e alcuni a modo di pomi e peri nostri, e aranci, limoni, cedri e zucche abbondantemente. Qui si veggono giardini bellissimi, con molte gentilezze dentro.

7
Degli animali domestichi e salvatichi di Tarnassari.

In questo paese di Tarnassari sono buoi, vacche, pecore e capre in gran quantità, porci salvatichi, cervi, caprioli, lupi, gatti che fanno il zibetto, lioni, pavoni in gran moltitudine, falconi, astori, pappagalli bianchi e di un’altra sorte, che sono di sette colori bellissimi. Qui sono lepori, starne non al modo nostro. V’è ancora qui un’altra sorte di uccelli pur di rapina, assai più grandi che non è una aquila, del becco de’ quali, cioè della parte di sopra, se ne fanno manichi di spada e di coltelli: il qual becco è giallo e rosso, cosa molto bella da vedere; il color del detto uccello è negro e rosso, e ha alcuna penna bianca. Qui nascono le maggior galline e galli che mai abbia visto, in modo che una di quelle è maggior che tre delle nostre.

In questa terra in pochi giorni avessemo gran piacere di alcune cose che vedemmo, e massime che ogni giorno, nella strada dove stanno li mercatanti mori, si fanno combattere alcuni galli, e li patroni di quelli galli giuocano cento ducati a chi meglio combatterà. E vedemmo combattere a duoi cinque ore di continuo, in modo che alla fine tutti duoi rimason morti. Qui ancora si truova una sorte di capre molto maggior delle nostre, e sono assai più belle, le quali fanno sempre quattro capretti ad un parto. Si vendono qui dieci e dodeci castrati grandi buoni per uno ducato; vi si truova ancora un altra sorte di castrati, li quali hanno le corna a modo di un daino: questi sono maggiori delli nostri e combattono terribilmente. Qui sono buffali molto più deformi delli nostri, ed evvi gran quantità di pesci buoni ad usanza nostra; viddi pur qui un osso di pesce il qual passava più di dieci cantara

Quanto al vivere di questa città, li gentili mangiano d’ogni carne, eccetto bovina, e mangiano in terra senza tovaglia in alcuni vasi di legno bellissimi; il ber loro è acqua, inzuccarata chi può. Il dormir loro è alto da terra, in buoni letti di bombagio e coperte di seta o di bombagio. L’abito di costoro è questo: vanno all’apostolica, con un panno imbottito di bombagio overo di seta; alcuni mercatanti portano bellissime camicie di seta overo di bombagio. Generalmente non portano niente in capo, eccetto li Bramini, li quali portano una berretta di seta o vero ciambellotto, la quale è lunga duoi palmi. Nella detta berretta portano una cosa fatta a modo d’una ghianda, la quale è lavorata tutta intorno d’oro; portano ancora due stringhe di seta larghe più di duoi dita, le quali gli pendono sopra il collo, e portano l’orecchie piene di gioie, e in dita non ve ne portano alcuna. Il colore di detta generazione è mezzo bianco, perché qui è l’aere un poco più freddo che non è in Calicut, e la stagione è ad usanza nostra, e similmente le raccolte.

8
Come il re fa svirginare la sua moglie, e così tutti gli altri gentili della città.

Il re di detta città non fa sverginar la sua moglie alli Bramini come fa il re di Calicut, anzi la fa svirginare ad uomini bianchi, o siano cristiani o mori, pur che non siano gentili. I quali gentili ancor loro, innanzi che menino la sposa a casa sua, trovano un uomo bianco, sia di che lingua si voglia, e lo menano a casa loro pur a questo effetto, per far svirginare la moglie. E questo intravenne a noi quando arrivammo alla detta città. Per buona ventura scontrammo tre o 4 mercatanti, li quali cominciorono a parlare col mio compagno in questo modo: “Amico, sete voi forestiero?” Egli rispose: “Sì”. Dissero li mercatanti: “Quanti giorni sono che sete in questa terra?” Gli rispondemmo: “Sono quattro giorni che noi siamo venuti”. E così uno di quelli mercatanti disse: “Venite a casa mia, che noi siamo grandi amici di forestieri”; e noi udendo questo andammo con lui. Giunti che fummo a casa sua, egli ci dette da far collazione e poi ci disse: “Amici miei, da qui a venti giorni voglio menar la donna mia, e uno di voi dormirà con lei la prima notte e me la svirginerà”. Intendendo noi tal cosa, rimanemmo tutti vergognosi; disse allora il nostro turcimanno: “Non abbiate vergogna, che questa è l’usanza della terra”. Udendo questo, il mio compagno disse: “Non ci faccino altro male, che di questo noi ci contentaremo”. Pur pensavamo d’esser dileggiati. Il mercatante ci cognobbe che stavamo così sospesi, e disse: “O amici, non abbiate maninconia, che in questa terra si usa così”. Cognoscendo al fine noi che così era costume di questa terra, sì come ci affermava uno il quale era in nostra compagnia, e ne diceva che non avessimo paura, il mio compagno disse al mercatante che era contento di durar questa fatica. Qual gli disse: “Io voglio che stiate in casa mia e che voi e li compagni e robbe vostre alloggiate qui meco, infino a tanto che menerò la donna”. Finalmente, dopo il recusar nostro, per le tante carezze che ci faceva costui fummo astretti, 5 che eravamo, insieme con tutte le cose nostre, alloggiare in casa sua. Di lì a quindici giorni, questo mercatante menò la sposa e il compagno mio la prima notte dormitte con essa, la qual era una fanciulla bellissima di 15 anni, e servitte il mercatante di quanto gli avea richiesto. Ma dapoi la prima notte era pericolo della vita, e alla donna e a lui, se vi fusse tornato più: ben è vero che le donne nel suo intrinseco ariano voluto che la prima notte fusse durata un mese. Li mercatanti, poi che tal servigio ebbero ricevuto da noi, volentieri ci averian tenuto quattro e cinque mesi a spese loro, sì perché la robba val pochi danari, sì ancora perché sono liberalissimi e molto piacevoli uomini; pur spesso eravamo richiesti a simil servigi.

9
Come si servano li corpi morti in questa città.

Li Bramini tutti e li re dopo la morte sua si bruciano, e in quel tempo fanno un solenne sacrificio al diavolo, e poi servano quella cenere in certi vasi di terra sottili e invetriati, li quali vasi hanno la bocca stretta come una scodella piccola: e questo vaso con la cenere del corpo bruciato sotterrano poi nelle loro case. E quando fanno il detto sacrificio, lo fanno sotto alcuni arbori al modo di Calicut, e bruciando il corpo morto, accendono un fuoco delle più odoriferi cose che trovar si possono, com’è legno d’aloe, belzuì, sandalo, verzino, storace, ambra, incenso e alcuna bella grampa di coralli, le qual cose mettono sopra il corpo: il quale mentre che si brucia, tutti li sonatori della città quivi suonano con diversi instrumenti, e similmente vi sono quindeci o venti uomini vestiti a modo di diavoli, che fanno festa grandissima. E qui presente sta sempre la sua moglie, e non altra femina alcuna, faccendo grandissimi pianti e battendosi il petto. E questo si fa ad una o vero due ore di notte.

10
Come si brucia la donna viva dopo la morte del suo marito; e della prova che fa un giovene per dar ad intender che ama la sua innamorata.

In questa città di Tarnassari, poi che sono passati li quindeci giorni dapoi la morte del marito, la moglie sua fa un convito a tutti li suoi parenti e a tutti quelli del marito, e poi va con tutto il parentado dove fu bruciato il marito, pur a quella ora di notte. La detta donna si mette addosso tutte le sue gioie e altri lavori d’oro, tanto quanto val la robba sua. Dipoi li parenti suoi fanno far un pozzo alto quanto è alta la persona, e intorno al pozzo mettono quattro o cinque canne, intorno alle quali mettono un panno di seta, e nel detto pozzo fanno un fuoco delle sopradette cose che furono fatte al marito. E poi la detta donna, fornito ch’è il convito, mangia assai bietole, e ne mangia tante che la fanno uscire del sentimento. E vi sono di continuo li sonatori della città, che suonano con tutti gl’instrumenti, e sonvi ancora li sopradetti uomini vestiti da diavoli, li quali portano il fuoco in bocca, come già vi dissi in Calicut. E similmente fanno il sacrificio al Deumo, e poi la detta donna va molte volte in su e in giù ballando con le altre donne per quel luogo, e molte fiate si va a raccomandare alli detti uomini vestiti da diavoli, e gli dice che prieghino il Deumo che la voglia accettare per sua: e qui alla presenzia v’è gran quantità di donne, le quali sono sue parenti. Non crediate però che costei stia di mala voglia, anzi pare a lei che allora allora sia portata in cielo, e a qual modo volontarosamente se ne va correndo con furia, e dà delle mani nel panno predetto, e gettasi in mezzo di quel fuoco. E subito li parenti più congiunti le danno addosso con bastoni e con alcune palle di pegola, e questo fanno solo a fine che più presto muoia. E non faccendo questo, la detta donna saria tenuta fra loro come a noi una publica meretrice, e li parenti suoi la fariano morire. E in questo luogo, quando si fa tal cosa, sempre vi sta il re presente, imperoché chi fa tal morte sono li più gentili della terra, e non la fanno così tutti in generale.

Un altro costume poco manco orrendo del predetto ho veduto in questa città di Tarnassari. Sarà un giovane che parlerà con una donna di amore, e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse: e stando in questo ragionamento, piglierà una pezza ben bagnata nell’olio, e appicciali dentro il fuoco e se la pone sopra il braccio a carne nuda, e mentre che quella brucia, egli sta a parlare quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione, non si curando che s’abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.

11
Della giustizia che si osserva in Tarnassari e di molti altri costumi.

Chi ammazza altri in questo paese, lui è moro alla usanza di Calicut. Del dar poi e dell’avere, bisogna che appara per scrittura overo per testimonio, e lo scriver loro è in carta come la nostra, e non in foglio d’arboro come in Calicut: poi vanno al governatore della città, il qual fa ragion sommaria. Ma pur, quando muore alcun mercatante forestiero che non abbia moglie o figliuoli, non può lasciar la robba sua a chi li piace, perché ‘l re vuol esser lui erede. E in questa terra, cioè li nativi di lì, cominciando dal re, dapoi la morte sua il figliuolo riman erede. E quando muore alcun mercatante moro, si fa grandissima spesa in cose odorifere per conservare quel corpo, qual mettono in una cassa di legno e poi la sotterrano, ponendo la testa verso la Mecca, che viene ad esser verso ponente. E avendo il morto figliuoli, rimangono eredi.

12
Delli navilii che usano in Tarnassari.

Hanno queste genti in uso loro grandissimi navilii di più sorti, delli quali una parte sono fatti piani di sotto, perché quelli di tal sorte vanno in alcuni luoghi dove è poca acqua; un’altra sorte sono fatti con la pruova dinanzi e di drieto, e portano duoi timoni e duoi arbori, e sono senza coperta. V’è ancora un’altra sorte di navi grandi, le quali si chiamano giunchi, e queste sono di mille botte l’una, sopra le quali portano alcuni navilii piccoli, per poter andar ad una città chiamata Malacca, e vi vanno con que’ navilii piccoli per le spezie minute, come intenderete quando sarà tempo.

13
Della città Banghalla, e quanto è distante da Tarnassari, e delle mercanzie che in quella si trovano.

Torniamo al mio compagno, ch’egli e io avevamo desiderio di veder più avanti. Dapoi alquanti giorni che fummo stati in questa città, stracchi già di simil servizio che disopra avete inteso, e vendute alcune parti delle nostre mercanzie, pigliammo il cammino verso la città di Banghalla, la quale è distante da Tarnassari settecento miglia, alla quale noi arrivammo in undeci giornate per mare. Questa città è una delle migliori che ancora abbia visto e ha un grandissimo reame. Il soldano di questo luogo è moro e fa dugentomila uomini da combattere a piedi e a cavallo, e sono tutti maumettani, e combatte di continuo col re di Narsinga. Questo reame è il più abbondante di grano, di carni d’ogni sorte, di gran quantità di zuccari, similmente di zenzero e di molta copia di bombagio, più che terra del mondo, e qui sono i più ricchi mercatanti che mai abbia trovato. Si carica in questa terra ogni anno cinquanta navilii di panni di bombagio e di seta, li quali panni sono questi, cioè bairami, namone, lizari, ciantari, doazar e sinabaffi: questi tali panni vanno per tutta la Turchia, per la Soria e per la Persia, per l’Arabia Felice e per tutta l’India. Sono ancora quivi grandissimi mercatanti di gioie, le quali vengono d’altri paesi.

14
Di alcuni mercatanti cristiani in Banghalla.

Trovammo ancora qui alcuni mercatanti cristiani, che dicevano esser d’una città chiamata Sarnau, li quali avevano portato a vender panni di seta, legno d’aloe, verzino e muschio, li quali dicevano che nel paese suo erano molti signori pur cristiani, ma sono sottoposti al gran cane del Cataio. L’abito di questi cristiani era veste di ciambellotto, fatte con falde, e le maniche erano imbottite di bombagio, e in testa portavano una berretta lunga un palmo e mezzo, fatta di panno rosso. E questi tali sono bianchi come noi e confessano esser cristiani, e credono nella Trinità e similmente nelli dodeci apostoli, negli evangelisti, e ancora hanno il battesimo con acqua; ma loro scrivono al contrario di noi, cioè al modo di Armenia. E dicevano guardare la natività e passione di Cristo, e facevano la nostra quaresima e molte altre vigilie infra l’anno. Questi cristiani non portano scarpe, ma portano alcuni calzoni di seta fatti ad usanza di marinari, li quali calzoni sono tutti pieni di gioie, e nelle mani portano molte gioie. Costoro mangiano in tavola ad usanza nostra, e mangiano d’ogni sorte di carne. Dicevano ancora questi che alli confini de’ Rumi, cioè del gran Turco, vi sono grandissimi re cristiani

Dopo il molto ragionare con questi, alla fine il mio compagno mostrò loro la mercanzia sua, fra la quale v’erano certe belle grampe e grandi di coralli. Visto ch’ebbero quelle grampe, ne dissero che se volevamo andare ad una città, dove loro ne menariano, che li bastava l’animo farne avere diecimila ducati per quelle, overo tanti rubini che in Turchia valeriano centomila ducati. Rispose il mio compagno ch’era molto contento, pur che si partissero presto de lì. Dissero li cristiani: “Di qui a duoi giorni si parte una nave, la quale va alla volta di Pegu, e noi abbiamo ad andare con essa. Se voi volete venire, vi condurremo volentieri”. Udendo noi questo, ci mettemmo in ordine e montammo in nave con li detti cristiani e con alcuni altri mercatanti persiani. E perché avemmo notizia in questa città che quelli cristiani erano fidelissimi, prendemmo grandissima amicizia con loro; ma innanzi la partita nostra di Banghalla, vendemmo tutto il resto della mercanzia salvo li coralli e il zaffarano e due pezze di rosato di Fiorenza.

Lasciamo questa città, la qual credo che sia la migliore del mondo, cioè per vivere. Nella qual città la sorte delli panni che avete inteso di sopra non li filano le donne, ma li filano e tesseno gli uomini. Noi si partimmo di qui con li detti cristiani e andammo alla volta della detta città, che si chiama Pegu, distante da Banghalla cerca mille miglia; infra il qual viaggio passammo un colfo verso mezzogiorno, e così arrivammo alla città di Pegu.

15
Di Pegu, città d’India.

La città di Pegu è in terra ferma e appresso il mare. A man manca di questa, cioè verso levante, è una bellissima fiumara, per la quale vanno e vengono molti navilii. Il re di detta città è gentile. La fede, i costumi, il vivere e l’abito sono ad usanza di Tarnassari, ma del colore sono alquanto più bianchi, e qui ancora l’aere è alquanto più freddo; le stagioni loro sono al modo nostro. Questa città è murata e ha buone case e palazzi fatti di pietra con calcina. Il re è potentissimo d’uomini da piede e da cavallo, e tiene con lui più di mille cristiani del paese che disopra è stata fatta menzione; dà a ciascuno per soldo 6 pardai d’oro al mese e le spese. In questo paese è grande abbondanzia di grano, di carne d’ogni sorte, di frutti a usanza di Calicut. Non hanno costoro troppi elefanti, ma di tutti gli altri animali sono abbondanti; hanno ancora di tutte le sorti di uccelli che si truovano in Calicut, ma qui sono li più belli e li miglior pappagalli che mai abbia visto. Si truovano qui in gran quantità legnami lunghi, e li più grossi credo che sia possibile a trovare; similmente non so se al mondo si trovino le più grosse canne di quelle che qui si trovano, delle quali ne viddi alcuna che veramente era grossa quanto uno barile. Sono in questo paese grandissima copia di gatti di zibetto, delli quali se ne danno 3 o 4 al ducato. Le mercanzie di costoro sono solamente gioie, cioè rubini, li quali vengono da un’altra città verso levante chiamata Capellan, distante da questa 30 giornate: non però ch’io l’abbia vista, ma per relazion di mercatanti. Sappiate che in detta città vale più un diamante e perle grosse che non vagliono qui da noi, e similmente un smeraldo.

Quando arrivammo a questa terra, il re era 15 giornate lontano di lì a combattere con un altro, il qual si chiama re di Ava. Vedendo noi questo, deliberammo andar a trovar il re dove era, per darli quelli coralli, e così partimmo di qui con un navilio tutto d’un pezzo e lungo più di quindeci overo sedeci passi; li remi di questo navilio erano tutti di canna. Il modo veramente come siano fatti è questo: dove il remo piglia l’acqua è sfesso, e vi mettono una tavola cucita di corde, per modo ch’el detto navilio andava più forte che non va un brigantino; l’arboro suo era una canna grossa come un barile dove si mettono le alice. Noi arrivammo in tre giornate ad uno villaggio, dove trovammo certi mercatanti li quali non avevano potuto entrare nella detta città di Ava, per rispetto della guerra. Intendendo noi questo, insieme con loro tornammo a Pegu. De lì a cinque giorni tornò il re alla detta città, il quale aveva avuto vettoria del suo nimico. Il secondo giorno dapoi ritornato il re, li nostri compagni cristiani ne menorono a parlare con lui.

16
L’abito del re di Pegu, e della liberalità sua che gli usò in comprar alcuni coralli.

Non crediate che ‘l re di Pegu stia in tanta riputazione come sta il re di Calicut, anzi è tanto umano e domestico che un fanciullo li potria parlare. Porta più pietre preziose e massimamente rubini adosso che non vale una città grandissima, conciosiacosaché ve ne siano in tutte le dita de’ piedi, e nelle gambe porta alcuni manigli d’oro grossi, tutti pieni di bellissimi rubini e perle. Similmente le braccia e le dita delle mani tutte sono piene, le orecchie pendono mezzo palmo per il contrapeso di tanti gioie che vi sono attaccate, per modo che, vedendo la persona del re al lume di notte, luce che pare un sole.

Li detti cristiani parlorono con lui e li dissero della mercanzia nostra; il re li rispose che tornassimo a lui passato il dì seguente, perché avea da far sacrificio al diavolo per la vettoria conseguita. Passato il detto tempo, subito che ebbe mangiato, il re mandò per li detti cristiani e per il compagno mio, che li portasse la sua mercanzia. Questo re, veduta tanta bellezza di coralli, rimase stupefatto e fu molto contento, perché veramente, infra gli altri coralli, ve n’erano due branche che mai non andorono in India le simili. Dimandò il re che gente eravamo; risposero li cristiani: “Signore, questi sono Persiani”. Disse il re al turcimanno: “Dimandagli se vogliono vendere questa roba”. Il mio compagno rispose che la roba era al comando di sua signoria. Allora il re cominciò a dire che era stato duoi anni in guerra col re di Ava e che per questo rispetto non si trovava danari, ma che, se volevamo barattar in tanti rubini, che ‘l ne contentaria molto bene. Li facemmo dire per quei cristiani che non volevamo altra cosa da lui salvo l’amicizia sua, e che pigliasse la roba e facesse quanto li piaceva. Li cristiani gli riferirono quanto li aveva imposto il compagno, con dire al re che pigliasse li coralli senza danari e senza gioie. Intendendo egli questa liberalità, rispose: “Io so ben che li Persiani sono liberalissimi, ma non viddi mai un tanto liberale quanto è costui”. E giurò per Dio e per il diavolo che ‘l voleva vedere chi saria più liberale, o egli o il Persiano, e comandò subito ad un suo schiavo che portasse una certa cassetta, la qual era lunga e larga duoi palmi, lavorata d’oro intorno intorno, ed era piena di rubini dentro e fuori. E aperta che l’ebbe, vi stavano sei tramezzate stanzie, tutte piene di diversi rubini grandi e piccoli, finissimi, e posela innanzi a noi, dicendo che pigliassemo quelli che volevamo. Rispose il mio compagno: “O signor benigno, tu mi usi tanta gentilezza che, per la fede ch’io porto a Macometto, io ti fo un presente di tutta questa roba; e sappi, signore, ch’io non vo per il mondo per acquistar roba, ma solo per veder varie genti e varii costumi”. Rispose il re: “Io non ti posso vincere di liberalità, ma piglia questo ch’io ti do”. E così pigliò un buon pugno di rubini per ciascuna di quelle stanzie della cassetta e gliene donò: questi rubini potevano esser cerca dugento; e dandogliene gli disse: “Piglia questi, per la liberalità che mi hai usato”. E similmente donò alli detti cristiani duoi rubini per ciascuno, li quali furono stimati mille ducati; e quelli del mio compagno furono stimati cerca centomila ducati, onde a questo si può considerare costui essere il più liberale re che sia nel mondo. E ha ogni anno cerca un milion d’oro di rendita, e questo perché nel suo paese si trova molta lacca, molto sandolo, assai verzino, bombagio e seta in gran quantità: e tutte le sue entrate dona a’ soldati. Le genti in questo paese sono molto lussuriose.

Passati alquanti giorni, li detti cristiani pigliorono licenzia per loro e per noi. Il re comandò che ci fusse data una stanzia fornita di ciò che bisognava, insino a tanto che noi volevamo star lì: e così fu fatto. Noi stemmo in detta stanzia cinque giorni. In questo tempo venne nuova ch’el re Ava veniva con grande esercito per far guerra con lui, il quale, intendendo questo, volse andar a trovarlo alla metà del cammino con molta gente a cavallo e a piedi. Il dì dipoi vedemmo abbruciare due donne vive volontariamente, in quel modo ch’io vi dichiarai in Tarnassari.

17
Della città Malacha e di Gaza fiumara, che alcuni pensano sia Ganges, e della inumanità di quegli uomini.

L’altro giorno montammo su una nave e andammo ad una città chiamata Malacha, qual è posta alla volta di sirocco levante: e vi arrivammo in otto giorni. Appresso alla detta città trovammo una grandissima fiumara, della quale mai non vedemmo la maggiore, e chiamasi Gaza, e mostra esser larga più di quindeci miglia. E a riscontro alla detta fiumara è una grandissima isola chiamata Sumatra: dicono gli abitatori di questa isola ch’ella volta intorno quattromila e cinquecento miglia; quando sarà tempo vi dirò della sua condizione.

Arrivati che fummo a Malacha, subito fummo appresentati al soldano, il qual è moro, e similmente tutto il suo regno. La detta città è in terra ferma e paga tributo al re delle Cine, il qual fece edificar questa terra già cerca settanta anni, per esser ivi buon porto, il qual è il principale che sia nel mare Oceano: e veramente credo che qui arrivano più navilii che in terra del mondo, e massime perché qui vengono tutte le sorti di spezie e altre mercanzie assaissime. Questo paese non è molto fertile: pur vi nasce grano, carne, poche legne, uccelli al modo di Calicut. Qui si trova gran quantità di sandolo e di stagno; vi sono ancora elefanti assai, cavalli, pecore, vacche e buffali, leopardi e pavoni in molta copia, frutti pochi ad usanza di Zeilam. Non bisogna far traffico qui di cosa alcuna, salvo che di speziarie e panni di seta. Queste genti sono di colore olivastro e portano i capelli longhi; l’abito suo è al modo del Cairo. Hanno costoro il viso largo, l’occhio tondo, il naso ammaccato. Qui non si può andar per la terra come è notte, perché si ammazzano a modo di cani, e tutti li mercatanti che arrivano qui vanno a dormire nelli loro navilii. Gli abitatori di questa città sono di nazione e origine di quelli della Giava. Il re tiene un governatore per far ragione a’ forestieri, ma quelli della terra si fan ragione a posta loro, e sono la peggior generazione e dei più pessimi costumi che sia credo al mondo; e sono tanto superbi e crudeli che, se alcuna volta il re gli vuol punire, essi dicono che disabiteranno la terra, perché sono uomini di mare e facilmente passariano sopra qualche isola. L’aere quivi è assai temperato.

Li cristiani ch’erano in nostra compagnia ci fecero intendere che qui non era troppo da stare, per esser così mala gente: per tanto pigliammo un giunco e andammo alla volta di Sumatra, ad una città chiamata Pedir, la qual è distante da terra ferma ottanta leghe in cerca.

18
Di Sumatra isola, la qual anticamente si chiamava Taprobana, e di Pedir, porto e città in Sumatra.

In questa terra dicono che v’è il miglior porto di tutta l’isola, qual già vi dissi che volge intorno 4 mila e cinquecento miglia. Al parer mio (come ancor molti dicono) credo che sia la isola Taprobana, nella quale sono tre re di corona, li quali sono gentili: e la fede loro, il viver, l’abito e i costumi sono propriamente come in Tarnassari, e così si bruciano le donne vive. Gli abitanti in questa isola sono di colore quasi bianchi, e hanno il viso largo, gli occhi tondi e verdi, i capelli lunghi, il naso largo ammaccato, e piccoli di statura. Qui si fa grandissima giustizia al modo di Calicut. Le sue monete sono oro, argento e stagno, tutte stampate: e la moneta d’oro ha da una faccia un diavolo e dall’altra v’è a modo d’un carro tirato da elefanti, e similmente le monete d’argento e di stagno. Di quelle d’argento ne vanno dieci al ducato e di quelle di stagno ne vanno venticinque. Qui nasce grandissima quantità di elefanti, li quali sono li maggiori che mai vedessi. Queste genti non sono bellicose, ma attendono alle sue mercanzie, e sono molto amici de’ forestieri.

19
D’un’altra sorte di pepe e di seta e di belzuì, li quali nascono nella detta città di Pedir.

In questo paese di Pedir nasce grandissima quantità di pepe, qual è lungo, che chiamano molaga. La sorte del detto pepe è più grosso di questo che vien qui da noi, ed è più bianco assai, e di dentro è vano, ed è tanto mordente come questo nostro e pesa molto poco: e vendesi qui a misura, come da noi si vende la biava. Ed è da sapere che in questo porto se ne carga ogni anno 18 over venti navi, le quali tutte vanno alla volta del Cataio, dove si vende molto bene, perché dicono che là cominciano a far grandissimi freddi. L’arboro che produce questo pepe lungo ha le viti più grosse, e la foglia più larga e più pastosa, che non ha quello che nasce in Calicut. Si fa in questa terra assaissima seta, e fassene ancor fuori per li vermi ne’ boschi sopra gli arbori, senza esser nutriti dalle persone: vero è che questa seta non è molto buona. Trovasi ancora qui gran quantità di belzuì, il quale è gomma d’arbori: dicono alcuni (perché io non l’ho visto) che nasce molto distante dalla marina, in terra ferma.

20
Di tre sorti di legno d’aloe.

Perché la verità delle cose è quella che più diletta e invita l’uomo sì a leggere come ancora ad intendere, però mi ha parso soggiunger questo, di che io per esperienza ne ho certezza: per tanto sappiate che né belzuì né legno d’aloe che sia eccellente non vien troppo nelle parti de’ cristiani, conciosiacosaché sono tre sorti di legno d’aloe. La prima sorte, che è la più perfetta, si chiama calampat, il quale non nasce in questa isola, ma viene da una chiamata Sarnau, la quale (sì come dicevano li cristiani nostri compagni) è appresso la città loro: e ivi nasce questa prima sorte. La seconda sorte si chiama loban, il qual viene da una fiumara; il nome della terza si chiama bochor. Ci dissero ancora li detti cristiani la cagione perché non viene da noi il detto calampat, la qual è questa, che nel gran Cataio e nel reame delle Cine e Macini e Sarnau e Giava vi è molto più abbondanzia d’oro che appresso noi, e similmente vi sono più gran signori che non sono nelle bande nostre di qua, quali si dilettano molto più che noi di queste due sorti di profumi, di modo che, doppo la morte loro, spendono grandissima quantità d’oro in essi profumi: e per questa tal causa non vengono nelle nostre parti queste sorti così perfette. E vale in Sarnau dieci ducati la libbra, perché se ne trova poco di questo.

21
Della esperienza di detti legni aloe e belzuì.

Li prefati cristiani ci fecero vedere la esperienza di ambedue le sorti di profumi: l’uno di essi avea un poco dell’una e l’altra sorte. Il calampat era cerca due once, e fecelo tenere in mano al mio compagno tanto quanto si diria quattro volte il Miserere, tenendolo stretto in mano; dipoi li fece aprir la mano: veramente non senti’ mai simil odore quanto era quello, il qual passava tutti i nostri profumi. Poi prese tanto belzuì quanto saria una noce, e poi di quello che nasce in Sarnau circa mezza libbra, e fecelo mettere in due camere in vasi con fuoco dentro: in verità vi dico che quel poco fece più odore e maggior suavità e dolcezza che non fariano due libbre d’altra sorte. Non si potria dir la bontà di quelle due sorti di odori e de profumi. Sì che avete inteso la ragione perché le dette cose non vengono alle parti nostre. Nasce ancora qui grandissima quantità di lacca per far color rosso, e l’arboro di questa è fatto come li nostri arbori che producono le noci.

22
Delli lavori che si fanno in Sumatra, e delli costumi degli abitatori, e della sorte de’ navilii loro.

In questa terra viddi li più belli lavori che mai abbia visto, cioè alcune casse lavorate d’oro, le quali davano per duoi ducati l’una, che in verità da noi saria stimata cento ducati. Quivi ancora viddi in una strada cerca cinquecento cambiatori di monete, e questo perché vengono grandissima quantità di mercatanti in questa città, dove si fanno assaissimi traffichi. Il dormir di queste genti sono buoni letti di bombagio, le coperte di seta e lenzuoli di bombagio. Hanno in questa isola abbondanzia grandissima di legnami, e qui fanno gran navi, le quali chiamano giunchi, e portano tre arbori, e hanno la prova davanti e di drieto, con duoi timoni davanti e duoi di drieto. E quando navigano per alcuno arcipelago, perché qui è gran pelago a modo d’un canale, andando a vela alcuna volta li viene il vento davanti: subito amainano la vela e prestamente, senza voltare, fanno vela all’altro arboro e tornano adrieto. E sappiate che sono li più presti uomini che mai abbia veduto, e ancora sono grandissimi notatori e maestri eccellentissimi di far fuochi artificiati.

23
Come cuoprono le case in Sumatra; e di duoi navilii che comprorono per andar all’isole delle spezierie, e de varii ragionamenti che ebbero insieme.

Le abitazioni del detto luogo sono case murate di pietra, e non sono molto alte, e gran parte d’esse sono coperte di scorze di tartaruche di mare, cioè bisce scodellaie, perché qui se ne ritruova gran quantità: e nel tempo mio viddi pesarne una che pesava cento e tre libbre. Ancora viddi duoi denti di elefanti, li quali pesavano trecento e venticinque libbre; e viddi pur in questa isola serpenti maggiori assai che non sono quelli di Calicut.

Torniamo alli nostri compagni cristiani, li quali erano desiderosi di tornare alla sua patria, perché ne dimandorono che intenzione era la nostra, se noi volevamo restar qui o andar più avanti overo ritornar indrieto. Li rispose il mio compagno: “Dapoi ch’io son condotto dove nascono le speziarie, vorrei vederne alcune sorti avanti ch’io ritornasse indrieto”. Loro li dissero: “Qui non nascono altre spezie, salvo quelle che avete veduto”. Ed egli dimandò: “Dove nascono le noci moscate e li garofani?” Li risposero che le noci moscate e macis nascono ad una isola distante de qui per trecento miglia. Li dimandammo allora se si poteva andare a quella isola sicuramente, cioè securi da ladri o corsari; li cristiani risposero che securi da ladri potevamo andare, ma dalla fortuna da mare no, e dissero che con queste navi grandi non si poteva andare alla detta isola. “Che rimedio adunque vi saria, – disse il mio compagno, – per andare a questa isola?” Ci risposero che bisognava comprare una ciampana, cioè un navilio piccolo, delli quali se ne trovano qui assai. Il mio compagno li pregò che ne facessero venir dua, che li compraria. Subito li cristiani ne trovorono duoi forniti di genti che li avevano a guidare, con tutte le cose necessarie e opportune a far tal viaggio, e fecero mercato di detti navilii con gli uomini e cose bisognose in quattrocento pardai, li quali allora furono pagati dal compagno mio. Il quale poi cominciò a dire alli cristiani: “O amici miei carissimi, benché io non sia di vostra generazione, nondimeno tutti siamo figliuoli di Adam ed Eva: volete voi abbandonar me e questo altro mio compagno, il quale è nasciuto nella vostra fede?” “Come nella nostra fede? – dissero li cristiani: – Questo vostro compagno non è persiano?” Rispose egli: “Adesso sì ch’è persiano, perché fu comprato alla città di Ierusalem”. Sentendo li cristiani nominare Ierusalem, subito levorono le mani al cielo e poi baciorono tre volte la terra, e dimandorono di che tempo era quando fui venduto in Ierusalem. Li risposi che io avea cerca quindici anni. “Adunque, – dissero costoro, – egli si debbe ricordare del suo paese”. “Sì ben, – disse il mio compagno, – ch’ei si ricorda, anzi non ho avuto altro piacere, già sono molti mesi, se non d’intendere delle cose di quel suo paese, ed egli m’ha insegnato come si chiama dalli cristiani tutti li membri della persona, e il nome delle cose da mangiare”. Udendo questo, li cristiani dissero: “La volontà nostra era di ritornare alla patria, la qual è tremila miglia lontana di qui; ma per amor vostro e di questo vostro compagno volemo venire dove voi anderete, e volendo restare il vostro compagno con noi, lo farem ricco, e se vorrà servare la legge persiana, sarà in sua libertà”. Rispose il mio compagno: “Io son molto contento della compagnia vostra, ma non v’è ordine che costui resti con voi, perché io gli ho dato una mia nipote per moglie, per l’amor ch’io li porto: si che, se volete venir in nostra compagnia, voglio prima che pigliate questo presente ch’io vi do, altrimenti non restaria mai contento”. Li buoni cristiani risposero ch’ei facesse quello che a lui piaceva, che di tutto si contentavano, e così lui li donò mezza curia, cioè mezza oncia di rubini, delli quali ve ne erano dieci di valore di cinquecento pardai. De lì a due giorni furono apparecchiate le dette chiampane, e ponemmovi dentro di molte robe da mangiare, massime delli migliori frutti che mai abbia gustato, e così pigliammo il nostro cammino per levante verso l’isola chiamata Bandan.

24
Dell’isola di Bandan, dove nascono le noci moscate e macis.

Infra il detto cammino trovammo cerca venti isole, parte abitate e parte no, e in spazio di quindici giorni arrivammo alla detta isola, la qual è molto brutta e trista; è di circuito cerca cento miglia ed è terra molto bassa e piana. Qui non v’è né re né governatore, ma vi sono alcuni villani quasi come bestie, senza alcun ingegno. Le case di questa isola sono di legname, molto triste e basse. L’abito di costoro è che vanno in camicia, scalzi, senza alcuna cosa in testa; portano li capelli lunghi, il viso loro è largo e tondo, il suo colore è bianco e sono piccoli di statura. La sua fede è gentile, ma sono di quella sorte che sono li più tristi di Calicut, chiamati Poliar e Hitava; sono molto debili d’ingegno e di forza, non hanno alcuna virtù, ma vivono come bestie. Qui non nasce altre cose che noci moscate: il piede della noce moscata è fatto a modo di uno arboro persico e fa la foglia in quel modo, ma sono più strette, e avanti che la noce abbia la sua perfezione, li macis stanno intorno come una rosa aperta, e quando la noce è matura il macis l’abbraccia. E così la colgono del mese di settembre, perché in questa isola va la stagione come a noi; e ciascun uomo raccoglie più che può, perché tutte sono comuni, e a detti arbori non si dura fatica alcuna, ma lasciano fare alla natura. Queste noci si vendono a misura, la qual pesa ventisei libbre, per prezzo di mezzo carlino: la moneta corre qui ad usanza di Calicut. Qui non bisogna far ragione, perché la gente è tanto grossa che, volendo, non saperiano far male.

E in termine di duoi giorni disse il mio compagno alli cristiani: “Li garofani dove nascono?” Risposero che nascevano lontano da qui sei giornate, in una isola chiamata Maluch, e che le genti di quella sono più bestiali e più vili e dappoche che non sono queste di Bandan. Alla fine deliberammo di andar a quell’isola, fussero le genti come si volessero, e così facemmo vela e in dodici giorni arrivammo alla detta isola.

25
Dell’isola di Maluch, dove nascono li garofani.

Smontammo in questa isola di Maluch, la qual è molto più piccola di Bandan, ma la gente è peggiore, e vivono pur a quel modo, e sono più bianchi, e l’aere è un poco più freddo. Qui nascono li garofani e in molte altre isole circonvicine, ma sono piccole e disabitate. L’arboro delli garofani è proprio come l’arboro del busso, cioè così folto, e la sua foglia è quasi come quella della cannella, ma un poco più tonda, ed è di quel colore come già vi dissi in Zeilan, la qual è quasi come la foglia del lauro. Quando sono maturi, li detti uomini sbattono li garofani con le canne, e mettono sotto al detto arbore alcune stuore per raccoglierli. La terra dove sono questi arbori è come arena, cioè di quel medesimo colore, non però che sia arena. Il paese è volto verso mezzodì, e di qui non si vede la stella tramontana.

Veduto che avemmo questa isola e questa gente, dimandammo alli cristiani se altro v’era da vedere. Ci risposero: “Vediamo un poco in che modo vendono questi garofani”. Trovammo che si vendevano il doppio più che le noci moscate, pure a misura, perché quelle persone non intendono pesi.

26
Della isola Bornei.

Volontarosi eravamo di mutar paese, pur tuttavia per imparar cose nove. Allora dissero li cristiani: “O caro compagno, dapoi che Dio ci ha condotti fin qui a salvamento, se vi piace andiamo a vedere la più grande isola del mondo e la più ricca, e vedrete cosa che mai non avete vista. Ma bisogna che andiamo prima ad un’altra isola che si chiama Bornei, dov’è mestieri pigliar una nave grande, perché il mare è più grosso”. Rispose egli: “Io son molto contento di far quel che volete”. E così pigliammo il cammino verso la detta isola, alla qual sempre si va al mezzogiorno. Andando in questo cammino, continuamente li detti cristiani, notte e giorno, non aveano altro piacere se non di parlar con meco delle cose de’ cristiani e della fede nostra. Quando io li dissi del volto santo che sta in Santo Pietro, e delle teste di santo Pietro e di santo Paulo e di molti altri santi, mi dissero secretamente che s’io voleva andar con essi, ch’io saria grandissimo signore, per aver visto queste cose. Io dubitava che, poi che me avessero condotto là, non arei potuto mai più tornar alla patria mia, e per questo restai di andarvi.

Arrivati che fummo all’isola di Bornei, la qual è distante da Maluch cerca dugento miglia, trovammo ch’è alquanto maggiore che la sopradetta e molto più bassa. Le genti di questa sono gentili e sono uomini da bene; il color suo è più bianco che d’altra sorte, l’abito loro è una camicia di bombagio e alcuni vanno vestiti di ciambellotto; alcuni portano berrette rosse. In questa isola si fa grandissima iustizia. E ogni anno si carica assaissima quantità di canfora, la qual dicono che nasce ivi e che è gomma di arbori: se così è io non l’ho vista, però non l’affermo. Quivi il mio compagno noleggiò una navetta per cento ducati.

27
In che modo li marinari si governano, navigando verso l’isola Giava.

Fornita che fu la noleggiata nave di vettovaglia, pigliammo il nostro cammino verso la bella isola chiamata Giava, alla quale arrivammo in cinque giorni, navigando pure verso mezzogiorno. Il padrone di detta nave portava la bussola con la calamita ad usanza nostra, e aveva una carta, la qual era tutta rigata per lungo e per traverso. Dimandò il mio compagno alli cristiani: “Poi che noi abbiamo perso la tramontana, come si governa costui? Evvi altra stella tramontana che questa, con la qual noi navighiamo?” Li cristiani ricercorono il padron della nave questa medesima cosa, ed egli ci mostrò quattro o cinque stelle bellissime, infra le quali ve n’era una qual disse ch’era all’incontro della nostra tramontana, e ch’egli navigando seguiva quella, perché la calamita era acconcia e tirava alla tramontana nostra. Ci disse ancora che dall’altra banda di detta isola verso mezzogiorno vi sono alcune genti, le quali navigano con le dette quattro o cinque stelle che sono per mezza la nostra tramontana; e più ci disse che di là dalla detta isola si naviga tanto che trovano che il giorno non dura più che quattro ore, e che ivi era maggior freddo che in luogo del mondo. Udendo questo, noi restammo molto contenti e satisfatti.

28
Della isola Giava, della fede, del vivere e costumi suoi e delle cose che ivi nascono.

Seguendo adunque il camin nostro, in cinque giorni arrivammo a questa isola Giava, nella quale sono molti reami, li re delli quali sono gentili. La fede loro è questa: alcuni adorano gl’idoli come fanno in Calicut, e alcuni sono che adorano il sole, altri la luna; molti adorano il bue, gran parte la prima cosa che scontrano la mattina, e altri adorano il diavolo al modo che già vi dissi. Questa isola produce grandissima quantità di seta, parte al modo nostro e parte nei boschi, sopra gli arbori salvatichi. Qui si truovano li migliori e più fini smeraldi del mondo, e oro e rame in gran quantità, grano assaissimo al modo nostro e frutti bonissimi ad usanza di Calicut. Si truovano in questo paese carni di tutte le sorti ad usanza nostra. Credo che questi abitanti siano i più fedeli uomini del mondo; sono bianchi e di altezza come noi, ma hanno il viso assai più largo di noi, gli occhi grandi e verdi, il naso molto ammaccato e li capelli lunghi. Qui sono uccelli in grandissima moltitudine e tutti differenti dalli nostri, eccetto li pavoni, tortore e cornacchie negre, le quali tre sorti sono come le nostre. Fra queste genti si fa grandissima giustizia. E vanno vestiti all’apostolica, di panni di seta, ciambellotto e di bombagio. E non usano troppe armature, perché non combattono, salvo quelli che vanno per mare, i quali portano alcuni archi e la maggior parte freccie di canna. Accostumano ancora alcune cerbottane, con le quali tirano freccie attossicate: e le tirano con la bocca, e ogni poco che faccino di sangue, muore la persona. Qui non si usa artiglieria di sorte alcuna, e manco le sanno fare. Questi mangiano pane di grano; alcuni altri ancora mangiano carne di castrati o di cervo o vero di porco salvatico, e altri mangiano pesci e frutti.

29
Come in questa isola li vecchi si vendono da’ figliuoli overo da’ parenti, e poi se li mangiano.

Vi sono uomini in questa isola che mangiano carne umana. Hanno questo costume, che essendo il padre vecchio, di modo che non possi far più esercizio alcuno, li figliuoli over li parenti lo mettono in piazza a vendere, e quelli che lo comprano l’ammazzano e poi se lo mangiano cotto. E se alcun giovane venisse in grande infirmità, che paresse alli suoi che ‘l fusse per morire di quella, il padre overo fratello dell’infermo l’amazzano, e non aspettano che ‘l muora: e poi che l’hanno morto, lo vendono ad altre persone per mangiare. Stupefatti noi di simil cose, ci fu detto da alcuni mercatanti del paese: “O poveri Persiani, perché tanto bella carne lasciate mangiar alli vermi”? Inteso questo, subito il mio compagno disse: “Presto, presto, andiamo alla nostra nave, che costoro più non mi giungeranno in terra”.

30
Dove nel mese di giugno nel mezzogiorno in l’isola della Giava il sole faceva ombra; e come si partirono.

Dissero li cristiani al mio compagno: “O amico mio, portate questa novella di tanta crudeltà alla patria vostra, e portateli ancora questa altra che vi mostraremo”. E dissero: “Guardate qui, adesso che è mezzogiorno, voltate il viso dove tramonta il sole”. E alzando noi gli occhi, vedemmo il sole che ne faceva ombra a man sinistra più d’un palmo, e a questo comprendemmo che eravamo molto distanti dalla patria nostra, per il che restammo molto maravigliati. E secondo che diceva il mio compagno, credo che questo fu il mese di giugno, perché io aveva perduto li nostri mesi e alcuna volta il nome del giorno. È da sapere che qui è poca differenzia dal nostro freddo al loro.

Avendo noi visto li costumi di questa isola, ne parve non esser molto da dimorare in essa, perché ne bisognava star tutta la notte a far la guardia, per paura di alcun tristo che non ci venisse a pigliare per mangiarne. Onde, chiamati li cristiani, li dicemmo che al più presto potessero ritornassimo verso la patria nostra. Ma pur, avanti che si partissimo, il mio compagno comprò duoi smeraldi per mille pardai, e comprò duoi fanciulli per dugento pardai, li quali non aveano natura né testicoli, perché in questa isola vi sono mercatanti di tal sorte, che non fanno altra mercanzia se non di comprar fanciulli piccoli, alli quali fanno tagliare in puerizia ogni cosa, e rimangono come donne.

31
Come l’auttore si partì dalla Giava e venne per mare a Malacha, dove prese combiato dalli suoi compagni cristiani, e dapoi, avendo toccato in diversi luoghi, giunse finalmente in Calicut.

Essendo noi in tutto dimorati quattordici giorni in detta isola di Giava, perché, parte per paura della crudeltà nel mangiar gli uomini, parte ancora per li gran freddi, non ardivamo andar più avanti, e ancor perché a questi nostri compagni non era luogo alcun avanti più cognito, deliberammo tornar indrieto. Onde noleggiammo una nave grossa, cioè un giunco, e pigliammo il nostro cammino dalla banda di fuori dell’isole verso levante, perché da quella banda non è arcipelago, e navigasi più sicuramente. Navigammo quindici giornate e arrivammo alla città di Malacha, e qui stemmo tre giorni, dove rimasero li nostri compagni cristiani, li pianti e lamenti de’ quali non si potrian con brieve parlar raccontare, di sorte che, s’io non avessi avuto moglie e figliuoli, sarei andato con loro. E similmente dicevano loro, se avessero saputo di tornar a salvamento, che sariano venuti con noi. E credo ancor che ‘l mio compagno li confortassi che non venissero, acciò non avessero causa di dar notizia a’ cristiani di tanti signori che sono nel paese loro, che pur son cristiani e hanno infinite ricchezze. Sì che loro restorno, dicendo che volevano tornare in Sarnau, e noi andammo con la nostra nave alla volta di Coromandel.

Diceva il padrone della nave che intorno alla isola di Giava e intorno all’isola Sumatra erano più di ottomila isole. Qui in Melacha il mio compagno comprò cinquemila pardai di spezie minute e panni di seta e cose odorifere. Navigammo quindici giornate e arrivammo alla detta città di Coromandel, e qui fu scaricato il giunco noleggiato in Giava. Stemmo dapoi cerca venti giorni in questa terra, e al fine pigliammo una ciampana e andammo alla volta di Colon, dove trovai dodici cristiani portoghesi. Per la qual cosa io ebbi grandissima volontà di fuggire, ma restai, perché erano pochi e temeva delli Mori, conciosiacosaché vi erano alcuni mercatanti con noi, che sapevano ch’io era stato alla Mecca e dove è il corpo di Macometto, e avea paura che loro non dubitassero ch’io scoprissi le loro ipocrisie: per questo restai di fuggire. Di lì a 12 giorni pigliammo il nostro cammino verso Calicut, cioè per la fiumara, e arrivammo lì in spazio di dieci giorni.

32
Come l’auttor trovò in Calicut duoi Milanesi che facevan artegliarie al re, e come gli persuase che fuggissero, e come egli finse di esser santo.

Dapoi il lungo discorso di tanti e così varii paesi come di sopra abbiamo narrato, ad ogni benigno lettor è facil cosa cognoscere quanto già mi cominciava a pesare l’esser passato tanto avanti, in così largo cammino e navigazione, sì per li diversi e inequali temperamenti dell’aere, come per le molte differenzie e varietà di costumi, e sopratutto di quelli così crudeli e inumani uomini, veramente non dissimili dalle bestie. E per tanto, essendo con il mio compagno fastidito, deliberammo ritornarcene verso li nostri natii paesi. E conciosiacosaché nel ritorno m’intravenissero molte cose degne di memoria, non sarà fuor di proposito se quelle brievemente dirò: e penso, anzi tengo per certo, che non sarà infructuosa la narrazione di molti miei travagli, sì in raffrenar l’insaziabil appetito di molte persone, che senza pensarvi molto sopra si lasciano trasportar dal desiderio di veder diverse parti del mondo, come che, trovandosi sopraggiunti in un punto da qualche inopinato caso o pericolo, dove è bisogno che l’ingegno lavori, si saperranno con prudenzia governare e riuscirne a salvamento.

Essendo adunque arrivati in Calicut di ritorno, secondo che poco avanti avevamo scritto, trovammo duoi cristiani, li quali erano milanesi: uno si chiamava Giovanmaria, l’altro Pietroantonio, ed erano venuti di Portogallo con la nave de’ Portoghesi, per comprar gioie ad instanzia del re, e quando furno giunti in Cocchin, se ne fuggirno in Calicut. Vedendo questi duoi cristiani, veramente mai non ebbi la maggior allegrezza. Essi e io andavamo nudi ad usanza del paese. Io li dimandai s’erano cristiani; rispose Giovanmaria: “Sì, semo ben noi”, e poi Pietroantonio dimandò a me s’io era cristiano. Gli risposi di sì, laudato sia Dio: allora mi prese per la mano e menommi in casa sua, dove giunti cominciammo ad abbracciarci l’un l’altro e baciarci e piagnere. Veramente io non poteva parlar cristiano, e mi parea aver la lingua grossa e impedita, perché io era stato quattro anni che non avea parlato con cristiani. Quella notte stetti con loro, né mai alcun di noi poté mangiare e manco dormire, solamente per la tanta grande allegrezza che avevamo: pensate che noi aressemo voluto che quella notte avesse durato un anno, per ragionare insieme di diverse cose. Fra le quali io gli dimandai se essi erano amici del re di Calicut; mi risposero che erano delli primi uomini ch’egli avesse e ogni giorno parlavano con lui. Gli dimandai ancora che intenzione era la loro; mi dissero che volentieri sariano tornati alla patria, ma non sapevano per qual via. Io risposi loro: “Tornate per la via che sete venuti”. Essi dissero che non era possibile, perché erano fuggitivi dalli Portoghesi, e che ‘l re di Calicut gli avea fatti far gran quantità di artiglierie contra sua volontà, e per questo rispetto non voleano tornare per quella via, e dissero che presto si aspettava l’armata del re di Portogallo. Io li risposi che, se Dio mi facea tanta grazia ch’io potessi fuggir in Canonor, quando fusse venuta l’armata, ch’io farei tanto che ‘l capitano del re li perdonaria; e dissigli che ad essi non era possibile fuggire per altra via, perché si sapea per molti reami che essi facevano artiglierie, e molti re aveano volontà di averli nelle mani per la virtù loro: e però non era possibile fuggire per altro modo. E mi dissero che ne aveano fatto cerca quattrocento in cinquecento bocche fra grandi e piccole, in modo che conclusero che aveano grandissima paura de’ Portoghesi: e invero era ragion d’averla, perché, non ostante che essi facevano le artiglierie, le insegnavano ancor fare alli gentili; e più mi dissero che aveano insegnato a tirar le spingarde a venticinque criati del re. E nel tempo ch’io stetti qui, essi dettero il disegno e la forma ad uno gentile per far una bombarda, la qual pesò cento e cinquanta cantara, ed era di metallo. Vi era ancora un giudeo che avea fatto una galea molto bella, e avea fatto quattro bombarde di ferro: il detto giudeo, andando a lavarsi ad una fossa di acqua, si affogò.

Torniamo alli detti Milanesi. Dio sa quello li dissi, esortandoli che non volessero far tal cosa contra li cristiani: Pietroantonio di continuo piangeva, e Giovanmaria diceva che tanto gli era a morire in Calicut quanto in Roma, e che Dio avea ordinato quello dovea essere. La mattina seguente tornai a trovare il mio compagno, il qual fece gran lamentazione, perché dubitava ch’io fussi stato morto. Io gli dissi ch’era stato a dormire in una moschea de’ Mori, a ringraziar Dio e Maumetto del beneficio ricevuto, ch’eravamo tornati a salvamento: e di questo lui ne fu molto sodisfatto. E per poter io saper li fatti della terra, gli dissi ch’io voleva star a dormire nella moschea e ch’io non voleva robba, ma che sempre voleva esser povero. E per voler io fuggire da loro, pensai di non li poter ingannare salvo che con la ipocrisia, perché i Mori son la più grossa gente del mondo: per modo ch’ei fu contento. E questo faceva io per poter spesso parlar alli cristiani, perché essi sapevano ogni cosa di giorno in giorno della corte del re. Io cominciai ad usare la ipocrisia: finsi di esser Moro santo, né mai volsi mangiar carne, salvo che in casa di Giovanmaria, che ogni notte mangiavamo duoi para di galline, e mai più non volsi praticare con mercatanti, e manco uomo alcuno mi vidde mai ridere. E tutto il giorno stavo nella moschea, salvo quando el mio compagno mandava per me ch’io andassi a mangiare, e gridavami perché io non voleva mangiar carne: io li rispondeva che ‘l troppo mangiare conduce l’uomo a molti peccati. E a questo modo cominciai ad esser Moro santo, e beato era quello che mi poteva baciar la mano, e alcuno le ginocchia.

33
Come finse di esser medico e guaritte un Moro.

Accadendo che uno mercatante moro si ammalò di gravissima infirmità e, non potendo per alcun modo usar il beneficio del corpo, mandò dal mio compagno, il qual era molto suo amico, per intendere s’egli overo alcun altro di casa sua gli sapesse dar qualche rimedio, gli rispose che l’anderia a visitare e mi meneria seco. E così egli e io insieme andammo a casa dell’ammalato, e dimandandoli del suo male, disse: “Io mi sento molto male al stomaco e al corpo”. Io gli dimandai se aveva avuto qualche freddo, per il qual fusse causato questo male; rispose che non poteva esser freddo, perché non seppe mai che cosa si fusse. Allora il mio compagno si voltò a me e dissemi: “O Lodovico, sapresti tu qualche rimedio per questo mio amico?” Io risposi che mio padre era medico alla patria mia, e che quello ch’io sapeva lo sapea per pratica, ch’egli mi avea insegnato. Disse il mio compagno: “Orsù, vediamo se con qualche rimedio si può liberare questo mercatante, che è tanto mio amico”. Allora gli presi la mano e, toccandoli il polso, trovai ch’avea grandissima febbre, e lo dimandai se li doleva la testa; rispose: “Sì, che la mi duol forte”. Poi li dimandai se andava del corpo; mi disse ch’erano tre giorni che non era ito. Io subito pensai: “Questo uomo ha carico lo stomaco per troppo mangiare, e per aiutarlo ha bisogno d’alcun serviziale”; e dicendolo al mio compagno, ei mi rispose: “Fate quello vi piace, pur che ‘l sia sano”. Allora io detti ordine al serviziale in questo modo: pigliai zuccaro, ova e sale, e per la decozione pigliai certe erbe, le quali fecero più mal che bene; le dette erbe erano come foglie di noci. E con queste tal cose in un dì e una notte li feci cinque serviziali, e niuno giovava, per rispetto delle erbe che erano contrarie, a tale che volentieri arei voluto non essermi impacciato di far tal esercizio.

Alla fine, vedendo che ei non poteva andar del corpo per difetto dell’erbe triste, pigliai un buon fascio di porcellane e feci cerca mezzo boccale di sugo, e vi misi altrotanto olio e molto sale e zuccaro: poi colai ogni cosa molto bene. E qui feci un altro errore, che mi scordai di scaldarlo, ma ve lo messi così freddo. Fatto che fu il serviziale, gli attaccai una corda alli piedi e lo tirammo suso, alto tanto ch’egli toccava terra con le mani e con la testa, e lo tenemmo così alto per spazio di mezzo quarto d’ora. Diceva il mio compagno: “O Lodovico, costumasi così alla patria vostra?” Io risposi: “Quando l’infermo sta in estremo”. Diss’egli che era buona ragione, che stando così spiccaria meglio la materia. Il povero ammalato gridava e diceva: “Non più, non più, ch’io son morto”. E così, stando noi a confortarlo, o che fusse Dio o la natura, cominciò a far del corpo suo come una fontana. E subito lo calammo giuso, ed egli andò del corpo veramente mezzo barile di robba, e rimase tutto contento. Il dì seguente non avea né febbre né doglia di testa né di stomaco, e dipoi andò molte volte del corpo. L’altra mattina disse che li dolevano un poco i fianchi; io feci pigliar butiro di vacca, o vero di buffalo, e fecilo ugnere e infasciare con stoppa di canapo. Poi li dissi che, s’ei voleva risanarsi, bisognava ch’ei mangiasse due volte al giorno, e innanzi mangiare volevo che camminasse un miglio a piedi. Egli mi rispose: “Se non volete ch’io mangi più di due volte il dì, presto presto io sarò morto”, perché loro mangiano otto e dieci volte al giorno. Pareva a lui questo ordine molto aspro, pur finalmente egli si risanò benissimo, e questo dette gran credito alla mia ipocrisia: dicevano poi ch’io era amico di Dio. Questo mercatante mi volse dare dieci ducati, e io non volsi cosa alcuna, anzi detti tre ducati ch’io aveva alli poveri: e questo feci publicamente, perché essi conoscessero ch’io non voleva robba né danari.

Doppo questo, beato quello che mi poteva menare a casa sua a mangiare, beato era chi mi baciava le mani e li piedi. E quando alcuno mi baciava le mani, io stava saldo in continenzia, per darli ad intendere ch’ei faceva cosa la qual io meritava per esser santo. Ma sopra tutto il mio compagno era quello che mi dava credito, perché ancora egli mi credeva e diceva ch’io non mangiava carne, e che ‘l mi aveva veduto alla Mecca e al corpo di Maumetto, e ch’io era andato sempre in sua compagnia e conosceva li costumi miei, e che veramente io era santo e, conoscendomi di buona e santa vita, ei mi avea dato una sua nipote per moglie: sì che per questo ogni uomo mi voleva bene. E io ogni notte andava secretamente a parlare alli Milanesi, li quali mi dissero una volta ch’erano venute dodici navi di Portoghesi in Canonor. Allora dissi: “Questo è il tempo ch’io scampo di mano de’ cani”, e pensammo insieme otto giorni in che modo io potea fuggire. Essi mi consigliorono ch’io fuggissi per terra, e a me non bastava l’animo, per paura di non esser morto dalli Mori, per esser io bianco e loro negri.

34
Della nuova di XII navi de Portoghesi, quali vennero in Calicut.

Un giorno, stando a mangiare col mio compagno, vennero duoi mercatanti persiani di Canonor, quali subito li chiamò a mangiare con lui. Risposero loro: “Noi non abbiamo voglia di mangiare, e portiamo una mala novella”. Li dimandò: “Che parole son queste che voi dite?” Dissero costoro: “Sono venute dodici navi di Portoghesi, le quali abbiamo vedute con gli occhi nostri”. Dimandò il mio compagno: “Che genti sono?” Risposero li Persiani: “Sono cristiani, e tutti sono armati d’arme bianche, e hanno cominciato a fare un fortissimo castello in Canonor”. Voltossi a me il mio compagno e dimandommi: “O Lodovico, che genti sono questi Portoghesi?” Io gli risposi: “Non mi parlar di tal generazione, che tutti sono ladri e corsari di mare: io li vorrei veder tutti convertiti alla fede nostra maumettana”. Udendo egli questo rimase di mala voglia, e io molto contento nel cuor mio.

35
Del modo come li Mori chiamano il popolo alla moschea per far orazione; e come l’auttore venne in Canonor.

Il giorno seguente, intesa la nuova, tutti li Mori andorono alla moschea a far orazione. Ma prima alcuni a questo deputati salirono su la torre della loro moschea, come fra essi è usanza di andarvi tre o quattro volte il giorno, e con alta voce cominciorono in scambio di campane a chiamar gli altri alla medesima orazione, tenendo di continuo un dito nell’orecchia e dicendo: “Dio è grande, Dio è grande, venite alla moschea, venite alla moschea a laudar Dio, venite a laudar Dio. Dio è grande, Dio è grande. Dio fu, Dio sarà, Maumet messaggiero di Dio resusciterà”. E menorono ancora me con loro, dicendomi che io volessi pregar Dio per li Mori, e così publicamente mi posi a far la orazione, la qual è così fra loro comune com’è a noi il Pater nostro e l’Ave Maria. Stanno li Mori tutti alla fila, ma sono molte file, e hanno un sacerdote come da noi un prete, li quali, dipoi che sono molto ben lavati, cominciano a far la orazione secondo l’usanza loro: e così feci ancora io, in presenzia di tutto il popolo, e poi tornai a casa col mio compagno.

Il giorno seguente finsi d’esser molto ammalato, e stetti circa otto giorni che mai non volsi mangiar con lui, ma ogni notte andava a mangiar con li Milanesi. Egli molto si maravigliava e dimandavami perché non volevo mangiare; io gli rispondeva ch’io mi sentiva molto male e che mi pareva aver la testa molto grossa e carica, e dicevali che mi pareva che procedesse da quell’aere, che non fusse buono per me. Costui, per l’amor singulare che mi portava, aria fatto ogni cosa per compiacermi, onde, intendendo che l’aere di Calicut mi facea male, dissemi: “Andatevene a stare in Canonor per fino a tanto che torniamo nella Persia, e io vi indrizzarò ad uno amico mio, il qual vi darà tutto quello che vi bisogna”. Io li risposi che volentieri anderia in Canonor, ma che dubitavo di quelli cristiani. Disse lui: “Non dubitate né abbiate paura alcuna di loro, perché voi starete di continuo nella città”. Alla fine, avendo io veduto tutta l’armata che si faceva in Calicut, e tutta l’artiglieria e l’esercito che si preparava contra cristiani, mi misi in viaggio per darli aviso e per salvarmi dalle man de’ cani.

36
Con quanto pericolo l’auttor si partì di Calicut, e come giunse in Canonor.

Un giorno avanti ch’io mi partissi, ordinai tutto quello che avea da fare con li duoi Milanesi, e poi il mio compagno mi mise in compagnia di quelli duoi Persiani che portorono la nuova di Portoghesi, e pigliammo una barchetta piccola. Ora intenderete in quanto pericolo mi posi, perché qui stavano ventiquattro mercatanti persiani, soriani e turchi, li quali tutti mi conoscevano e mi portavano grandissimo amore, e sapevano che cosa era lo ingegno del cristiano. Dubitavomi, se li domandava licenzia, che loro pensariano che io volessi fuggire alli Portoghesi, e se mi partivo senza parlarli, e per avventura io fussi scoperto, che loro mi ariano detto: “Perché non parlavi a noi?” E stavo in questo pensiero. Pur deliberai di partirmi senza parlar ad alcuno, salvo al mio compagno.

Lo giovedì da mattina, adì 3 di decembre, mi parti’ con li duoi Persiani per mare; e quando fummo un tiro di balestra in mare, vennero quattro Naeri alla riva del mare, i quali chiamorono il padron del navilio, e subito tornammo in terra. Li Naeri dissero al padrone: “Perché levate questo uomo senza licenzia del re?” Li Persiani risposero: “Costui è uomo santo, e andiamo a Canonor”. “Sapemo ben, – dissero li Naeri, – che è Moro santo, ma ei sa la lingua de’ Portoghesi e dirà tutto quello che facciamo qui”, perché si faceva grandissima armata. E comandorono al padron del navilio che per niente non mi levasse, e così fece. Restammo nella spiaggia del mare, e li Naeri tornorono alla casa del re. Disse uno delli Persiani: “Andiamo a casa nostra”, cioè in Calicut. Io risposi: “Non andate, perché perderete queste cinque sinabafi (che sono pezze di tela che portavano), però che non avete pagato il dretto al re”. Disse l’altro Persiano: “O signore, che faremo?” Io risposi: “Andiamo per questa spiaggia, per fino a tanto che noi trovaremo un parao”, cioè una barchetta piccola. E così furono contenti, e pigliammo il cammino per 12 miglia, sempre per terra, caricati delle dette robbe: pensate che cuore era il mio a vedermi in tanto pericolo. All’ultimo trovammo un parao, il qual ci portò fino a Canonor.

Il sabbato a sera giugnemmo a Canonor e subito portammo una lettera, la qual m’avea fatta il mio compagno, ad un mercatante suo amico, il tenor della quale diceva che mi facesse tanto quanto alla sua persona, per fino a tanto ch’egli venisse qui, e dicevali come io era santo, e il parentado che era fra lui e me. Il mercatante, subito ch’ebbe letta la lettera, se la pose sopra il capo e disse ch’io staria sicuro sopra la sua testa; e subito fece far molto ben da cena, con molte galline e piccioni. Quando li Persiani viddero venir galline, dissero: “Oimè, che fate voi? Costui non mangia carne”, e subito vennero altre robbe. Fornito che avemmo da mangiare, li detti Persiani dissero a me: “Andiamo un poco alla marina a piacere”, e così andammo dove stavano le navi di Portoghesi. Pensate, o lettori, quanta fu l’allegrezza ch’io ebbi nel cuore: andando un poco più avanti, viddi alla porta d’una certa casa bassa tre botteghe vote, per le quali pensai che lì dovea esser la fattoria de’ cristiani. Allora, alquanto rallegrato, ebbi volontà di fuggire dentro alla detta porta, ma considerai che, facendo tal cosa nella loro presenzia, la terra tutta si metteria a rumore; e io, non potendo sicuramente fuggire, notai il luoco dove si faceva il castello de’ cristiani e deliberai di aspettar il giorno seguente.

37
Come l’auttore si fuggì di Canonor alla fortezza de’ Portoghesi, e come li duoi Milanesi furono morti in Calicut.

La domenica mattina mi levai a buon’ora e dissi ch’io voleva andar un poco a sollazzo. Risposero li compagni: “Andate dove vi piace”, e così pigliai il cammino secondo la fantasia mia, e andai dove si faceva il castello de’ cristiani. E quando fui un pezzo lontano dalli compagni, passeggiando sopra la spiaggia del mare, mi scontrai in duoi cristiani portoghesi e dissi loro: “Signori, dove è la fortezza de’ Portoghesi?” E dissero quelli duo cristiani: “Sei tu per ventura cristiano?” Io risposi: “Sì signor, laudato sia Dio”, e lor dissero: “Donde venite voi?” Risposi io: “Vengo di Calicut”. Allora disse l’un all’altro de’ duoi compagni: “Andate voi alla fattoria, ch’io voglio menar quest’uomo a don Lorenzo”, cioè al figliuol del vice re. E così mi menò al detto castello, il qual è distante dalla terra mezzo miglio, e quando arrivammo al detto castello, il signor don Lorenzo stava mangiando. Subito m’inginocchiai alli piedi di sua signoria e dissigli: “Signore, mi raccomando a V.S. che mi salvi, perché son cristiano”. Stando in questo modo, sentimmo la terra levarsi a rumore perché io era fuggito, e subito furono chiamati li bombardieri che caricassero tutte le artegliarie, dubitando che quelli della terra non venissero al castello a combattere. Allora, vedendo il capitano che quelli della terra non facevano altro movimento, mi prese per la mano e menommi in una sala, pur interrogandomi delle cose di Calicut, e mi tenne tre giorni a parlar con lui; e io, desideroso della vittoria de’ cristiani, gli diedi tutto l’aviso dell’armata che si faceva in Calicut. Forniti questi parlamenti, mi mandò con una galea dal vice re suo padre in Cochin, della qual era capitano un cavaliere chiamato Ioan Serrano.

Il vice re, giunto ch’io fui, ebbe grandissimo piacere e fecemi grande onore, perché li detti aviso di quanto si faceva in Calicut, e ancora li dissi che se sua signoria voleva perdonare a Giovanmaria e Pietroantonio, li quali facevano artegliaria in Calicut, e darmi sicurtà per loro, ch’io li faria tornare, e non fariano contra cristiani quel danno che fanno, benché contra la volontà loro, e che loro aveano paura di tornare senza salvocondotto. Il vice re n’ebbe grandissimo piacere e fu molto contento, e fecemi il salvocondotto; e il capitano della galea con la qual io venni promise per il vice re, e in termine di tre giorni mi rimandò con la detta galea a Canonor, e dettemi una lettera la qual andava al figliuolo, che mi desse tanti danari quanti mi bisognava per pagar le spie da mandar in Calicut.

Arrivati che fummo in Canonor, trovai un gentile il qual mi dette la moglie e li figliuoli in pegno, ed esso lo mandai con mie lettere in Calicut a Giovanmaria e Pietroantonio, per le quali io gli avisava come il vice re avea lor perdonato e che venissero sicuramente. Sappiate che li mandai cinque volte la spia innanzi e indrieto, e sempre scrivea che si guardassero e non si fidassero delle femmine né del loro schiavo, perché ciascun di essi avea una femmina, e Giovanmaria avea un figliuolo e uno schiavo: loro sempre rispondevano che volentieri verriano. Finalmente nell’ultima lettera mi dissero così: “Ludovico mio, noi avemo dato tutte le robe nostre a questa spia; venite voi la tal notte con una galea, over bregantino, dove stanno li pescatori e dove non v’è mai guardia, perché piacendo a Dio verremo noi duoi e tutta la brigata”. Sappiate ch’io scriveva che venissero loro soli e che lassassero le femmine, il figliuolo, la roba e il schiavo, ma che portassero solo le gioie e li danari, imperoché avevano un diamante che pesava 32 caratti, il qual dicevano che valeva quindecimila ducati, e una perla che pesava 24 caratti, e duemila rubini li quali pesavano un caratto e un caratto e mezzo l’uno, e aveano 64 anelli con gioie legate e 1400 pardai. E volendo, oltre le sopradette cose, salvare anche sette spingarde e tre gatti maimoni e duoi gatti da zibetto e la rota da conciar gioie, per questa miseria loro furon causa della lor morte, perché ‘l schiavo suo, qual era di Calicut, avedendosi che volevano fuggire, se n’andò subito al re e dissegli ogni cosa. Il re non gli credeva; nientedimeno mandò 5 Naeri a casa a star in sua compagnia. Vedendo il schiavo che ‘l re non li voleva far morire, se n’andò al cadì della fede de’ Mori e dissegli quelle medesime parole che avea detto al re, e più gli disse che tutto quello che si faceva in Calicut loro avisavano li cristiani.

Il cadì moro fece un consiglio con tutti li mercatanti mori, fra li quali adunarono cento ducati, li quali portarono al re di Giogha, il qual si trovava allora in Calicut con tremila Gioghi. Al quale ditti Mori dissero: “Signore, tu sai, gli altri anni, quando tu vieni qui, noi ti facciamo molto bene e più onore che non facciamo adesso. La causa è questa: che sono qui duo cristiani nimici della fede nostra e vostra, li quali avisano li Portoghesi di tutto quello che si fa in questa terra. Per questo ti pregamo che tu gli ammazzi: e piglia questi cento ducati”. Subito il re di Giogha mandò ducento uomini ad ammazzar li detti duoi Milanesi: e quando andarono alla sua casa, cominciarono a dieci a dieci a sonar cornetti e domandar elemosina. E quando li Milanesi viddero multiplicare tanta gente, dissero: “Questi vogliono altro che lemosina”, e cominciorono a combattere, per modo che essi duoi ne ammazzarono sei di coloro e ne ferirono più di quaranta. All’ultimo questi Gioghi li tirarono una sorte di lor armi, che è un circolo di ferro grosso due dita, che ha il taglio di fora via come un rasoro, e dettero a Giovanmaria nella testa e a Pietroantonio nella coscia, per modo che tutti duoi cascarono in terra, e poi li corsero addosso, e li tagliorno le canne della gola con le mani e beverono il lor sangue.

La femmina di Giovanmaria se ne fuggì col figliuolo in Canonor, e io comprai il figliuolo per 8 ducati d’oro, il qual feci battezzare il dì di san Lorenzo, e posigli nome Lorenzo, perché lo battezzai quel dì proprio. E in termine d’un anno, in quel dì medesimo, moritte di malfranzoso: e sappiate che di questa infirmità io ne ho visto ammalati, di là da Calicut, più di tremila migliaia, e chiamasi pua, e dicono che sono circa XVII anni ch’ella cominciò, ed è assai più cattiva in quelli paesi che nelli nostri.

38
Dell’armata di Calicut che venne contra quella de’ Portoghesi e della crudel battaglia che fecero insieme.

A’ XII dì di marzo MDVI venne questa nova delli cristiani morti; in questo giorno medesimo si partì la grandissima armata di Pannani, di Calicut, di Capogat e da Pandarane e da Tromapatan. Tutta questa armata erano ducento e nove vele, delle quali ottantaquattro erano navi grosse e lo resto navilii da remi, cioè parao: nella quale erano infiniti Mori armati, e portavano certe veste rosse di tele imbottite di bombagio, con certe berrette grandi in testa imbottite, e similmente alle braccia braccialetti e guanti tutti imbottiti, e archi assaissimi e lanze, spade, rotelle e artegliaria grossa e minuta ad usanza nostra.

Quando noi vedemmo questa armata, che fu adì XVI del mese sopradetto, veramente, a veder tanti navilii insieme, parea che si vedesse un grandissimo bosco, per li arbori grandi delle navi. Noi cristiani veramente sempre speravamo che Dio ci avesse da aiutare a confondere la fede pagana. E il valentissimo cavaliere capitano dell’armata, figliuolo di don Francesco de Almeida, vice re dell’India, era qui con undeci navi, fra le quali erano due galee e uno bergantino; e come vidde tanta moltitudine de navi, avendo avanti gli occhi le valorose imprese de’ suoi antecessori, non volendo punto degenerare da quelli, chiamati a sé tutti li cavalieri e uomini di dette navi, gli cominciò ad esortar e pregar che volessero, per l’amor di Dio e della fede cristiana, esponersi volentieri a patir la morte, dicendo in questo modo: “O signori, o fratelli, oggi è quel giorno che tutti ci dobbiamo ricordar della passione di Cristo, e quanta pena portò per redimer noi peccatori. Oggi è quel giorno che ne saranno scancellati tutti li nostri peccati e che Dio ne riceverà nella sua santa gloria. Per questo vi prego che vogliate andar vigorosamente contra questi cani, perché spero che Dio ne darà vittoria e non vorrà che la fede sua manchi”. Immediate un santo padre spirituale, che stava sopra la poppe della nave del detto capitano, alzò con grandissima devozione un crucifisso con le sue mani, che tutte le genti lo potevano vedere, e fece un bel sermone, esortandone a far quel ch’eravamo obligati per la fede cristiana. Poi fece l’assoluzione di pena e di colpa, e disse: “Orsù, figliuoli mei, andiamo a combattere tutti volentieri, che Dio sarà con noi”. E seppe tanto ben dire, e con parole tanto pietose ed efficaci, che tutti piangevamo e pregavamo Dio che ci facesse morire in quella battaglia.

In questo mezzo veniva la grandissima armata de’ Mori alla volta nostra per passare, e il nostro capitano si partì con due navi e andossene alla volta loro, e passò fra due navi, le quali erano le maggiori che fossero nell’armata de’ Mori: e quando passò per mezzo le dette navi, ci salutarono l’una e l’altra parte con grandissimi tiri d’artegliaria. E questo fece il nostro capitano per conoscer la forza di queste due navi e che modo teneano, perché queste aveano grandissime bandiere ed erano capitane di tutta l’armata. Per quel giorno non fu fatta altra cosa. La mattina seguente a buon’ora li Mori cominciarono tutti a far vela e venir verso la città di Canonor, e mandorono a dire al nostro capitano che gli lassasse passare e andar al viaggio loro, che essi non voleano combattere con cristiani. Il capitano gli mandò a dire che li Mori di Calicut non lassarono tornare li cristiani che stavano in Calicut sopra la sua fede, ma a tradimento ne ammazzarono quarantaotto, e li robarono più di quattromila ducati infra robba e danari. E poi li disse: “Passate, se potete passare. Ma prima cognoscerete la forza e cuore ch’è nelli cristiani”. Li Mori risposero: “Già che la cosa è così, Maumetto nostro ci defenderà da voi cristiani”. E così tutti cominciorono a far vela e con grandissima furia a voler passare, sempre navigando appresso terra otto o dieci miglia. E il nostro capitano gli volse lasciar venire a riscontro la città di Canonor, perché ‘l re di Canonor stava a vedere, per mostrarli quanto era l’animo de’ cristiani.

In questo mezzo il capitan comandò che tutti mangiassero, e poi che ebbero mangiato, il vento cominciò un poco a rinfrescare. Il capitano disse: “Orsù, fratelli, adesso è il tempo che tutti siamo buoni cavalieri”, e cominciò andar alla volta di queste due grandissime navi. Non vi potrei dire la sorte degl’infiniti instrumenti che sonavano ad usanza loro, che pareva che ‘l mondo venisse a fine. Il capitano valentemente s’incatenò con una delle navi de’ Mori, cioè con la più grossa, e li Mori tre volte gittorono via la nostra catena: alla quarta volta rimasero attaccati, e subito li cristiani saltorono nella detta nave, dov’erano seicento Mori. Qui a spada per spada si venne alle mani, e fu fatta crudelissima battaglia con grandissima effusione di sangue, per modo che di questa nave non scampò alcuno, ma tutti rimasero morti. Poi il nostro capitano andò a trovar l’altra nave grande de’ Mori, la quale stava già incatenata con un’altra delle nostre navi, e qui ancora si combatté terribilmente, e vi morirono cinquecento Mori. Quando queste due navi grosse furon prese, tutto il resto dell’armata de’ Mori si mise alla disperata e circondò le nostre undici vele, per modo che era tal nave delle nostre ch’avea intorno quindici e venti di quelle de’ Mori a combattere. Qui fu un bel veder menar le mani ad uno valentissimo capitano chiamato Giovan Serrano, il qual fece con una galea tanta crudeltà de’ Mori che non si potria dire: e fu volta ch’egli avea intorno alla sua galea cinquanta navilii da remi e da vela, tutti con artigliaria, e per grazia di Dio si prevalse e non furono morti de’ cristiani se non pochi, cioè VIII o X, ma feriti infiniti. E durò tutto quel giorno il combattere, fino all’oscura notte.

Il bregantin dove io era si allungò un poco dalle navi, e subito fu messo in mezzo da quattro navilii de’ Mori, e si combattette molto aspramente: e fu ora che stavano sopra il bregantino quindici Mori, per modo che li cristiani s’erano retirati tutti alla poppa. E quando il valente capitano chiamato Simon Martin vidde esser tanti Mori sopra il bregantino, saltò infra que’ cani e disse: “O Iesù Cristo, dacci vittoria, aiuta la tua fede”, e con la spada in mano tagliò la testa a sei o ver sette; tutti gli altri Mori si gittorno nel mare e fuggirono chi qua chi là. Quando i Mori viddero che ‘l bregantino avea avuto vittoria, mandorono quattro altri navilii a soccorrer li suoi. Il capitano del bregantino, vedendo venire li detti navilii, subitamente prese un barile dove era stata la polvere e vi messe nella bocca un pezzo di vela, che parea che fosse una pietra di bombarda, poi mise un pugno di polvere sopra il barile e, stando col fuoco in mano, mostrava di voler scaricare una bombarda. Li Mori, vedendo questo, credettero che ‘l detto barile fosse una bombarda e subito voltorono indrieto: e il detto capitano si ritirò dove stavano li cristiani, col suo bregantino vittorioso. Il nostro capitano poi si mise fra tutti quei cani, de’ quali furono prese sette navi cariche parte di spezie e parte d’altre mercanzie, e nove o ver dieci ne furono gittate a fondo per forza d’artegliaria, infra le quali ve n’era una carica d’elefanti. Quando li Mori viddero tutto il mare pieno di sangue e tanti di loro morti, e ch’erano prese le due navi capitane dell’armata e altri navilii, subito si misero in rotta a fuggire chi qua chi là, notando verso terra, e chi in porto e chi a traverso la spiaggia. Alla fine, vedendo il nostro capitano tutti li navilii nostri salvi, disse: “Lodato sia Iesù Cristo, seguitiamo la vittoria contra questi cani”, e così tutti insieme si misero a seguitarli. Veramente, chi gli avesse allora veduti fuggire, gli parebbe che avessero drieto un’armata di cento navi. E questo combattere cominciò da l’ora del mangiare e durò per fino alla sera, e poi tutta la notte furono seguitati, sì che tutta questa armata fu sbarrattata con la morte di pochi di nostri, ma infiniti ne furon feriti.

L’altro giorno li nostri navilii che restarono qui seguitorono un’altra nave grossa, che viddero andar alla volta del mare; all’ultimo furon sì valenti che la investiron, in modo che tutti li Mori si gittorono a notare, e noi continuamente li seguitammo col schiffo, e con le balestre e lanze ammazzando e ferendo di loro in fino in terra. Ma alquanti si salvarono per forza di notare, e questi erano da ducento persone, le quali notarono più di 5 miglia, quando sotto e quando sopra l’acque: e alcuna volta credevamo che fussero morti, e quelli sorgevano lontano un tiro di balestra da noi, e giunti ch’eravamo appresso di loro per amazzarli, credendo che fussero stracchi, di nuovo si metteano sotto l’acqua, per modo che parea che fosse un miracolo grandissimo che costoro tanto durassero a notare. Pur al fine la maggior parte morirono e la nave se ne andò al fondo per li colpi delle artegliarie.

La mattina seguente il nostro capitano mandò le galee e il bregantino con alcuni altri navilii a canto la costa, a vedere li corpi che se potevano contare: trovorono, fra quelli ch’erano in spiaggia morti e per il mare e quelli delle navi prese, 3600 corpi morti; molti più ancora ne furono morti quando si misero in fuga, li quali si gittarono in mare. Il re di Canonor, veduta tutta questa battaglia, disse: “Questi cristiani sono molto animosi e valenti uomini”, e cominciò a volerne molto bene e averne cari. E veramente, per dir la verità, io mi sono trovato in qualche guerra alli miei giorni e ho veduto combattere terribilmente, ma non viddi mai li più animosi di questi Portoghesi. Il giorno seguente tornammo al nostro vice re, il qual era a Cochin, dove si vidde la grande allegrezza del re di Cocchin, il quale era vero amico del re di Portogallo, vedendoci tornar vittoriosi.

39
Come l’auttore fu rimandato per il vice re in Canonor e creato fattore.

Lasciamo l’armata del re di Calicut e torniamo al fatto mio. Passati tre mesi, il vice re per sua grazia mi dette un certo officio, quale era la fattoria delli mercatanti: e in questo officio stetti circa un anno e mezzo. De lì ad alcuni mesi il detto signore mi mandò sopra una nave a Canonor, perché molti mercatanti di Calicut andavano in Canonor e pigliavano il salvocondutto da’ cristiani, con darli ad intendere che erano da Canonor e che volevano passar con mercanzie delle navi di Canonor, il che non era il vero: però il vice re mi mandò per conoscer questi mercatanti e intender queste fraudi. Avenne in questo tempo che ‘l re di Canonor moritte, e l’altro che fu fatto fu molto nimico nostro, perché ‘l re di Calicut lo fece per forza di danari e prestogli ventitre bocche di fuoco.

40
Della guerra che cominciò in Canonor, dove era la fortezza de’ Portoghesi, e come alla fin fecero pace.

Nel MDVII, cominciò la grandissima guerra alli XXVII d’aprile e durò per fino a’ XXVII di agosto. Ora intenderete che cosa è la nostra fede cristiana e che uomini sono li Portoghesi. Andando un giorno li cristiani per pigliar acqua, li Mori gli assaltarono, per molto odio che ci portavano; li nostri si ritirarono nella fortezza, la qual già stava in buoni termini, e per quel giorno non fecion male alcuno. Il nostro capitano, qual si chiamava Lorenzo de Britte, mandò a far intendere questa novità al vice re, ch’era in Cochin: e subito vi venne il signor don Lorenzo, con una caravella fornita di tutto quel ch’era bisogno, e dopo quattro giorni il detto don Lorenzo si tornò in Cochin e noi restammo a combattere con questi cani, e non eravamo più che dugento uomini. Il mangiar nostro era sol riso, zuccaro e noci, e non avevamo acqua per bere dentro nel castello, ma ci era forza due volte la settimana andar a pigliar acqua ad un certo pozzo, il qual era lontano dal castello un tiro di balestra: e ogni volta che andavamo per acqua sempre ci bisognava pigliarla per forza d’arme, e sempre si scaramuzzava con loro. La manco gente che venisse erano ventiquattromila, e alcuna volta furono trenta, quaranta e cinquantamila persone, li quali aveano archi, lanze, spade e rotelle, con più di cento e quaranta bocche d’artegliaria infra grosse e minute, e aveano le medesime armature indosso, come vi ho detto nell’armata di Calicut. Il combattere loro era in questo modo: venivano due o tremila alla volta, e portavano tante sorti di suoni di diversi instrumenti e tanti fuochi artificiati, e poi con tanta furia correvano, che veramente averiano fatto paura a diecimila persone. Ma li valentissimi cristiani andavano a trovarli di là dal pozzo, e mai non s’accostarono alla fortezza a duo tiri di pietra, e ne bisognava ben guardarci davanti e da drieto, perché alcuna volta venivano di questi Mori per mare con LX parao per pigliarci in mezzo. Nondimeno ogni giorno di battaglia ne ammazzavamo dieci e quindeci e venti di loro, e non più, perché, come vedevano alcuno delli suoi morto, subito si mettevano in fuga; pur una volta fra l’altre una bombarda, chiamata la serpe, in un tiro ne ammazzò XVII, ed essi mai per la grazia di Dio non ammazzorono alcuno di noi: dicevano che noi tenevamo il diavolo che ci defendeva.

Questa guerra durò dalli 27 di aprile fin alli 27 d’agosto, perché allora venne l’armata di Portogallo, della quale era capitano il valentissimo cavaliere il signor Tristan da Cugna. Come egli giunse per mezzo Canonor, noi facemmo segno che stavamo in guerra, e subito il prudente fece armar tutti li battelli delle navi ed entrarvi dentro trecento cavalieri armati d’arme bianche, in modo che, se non fosse stato il nostro capitano che ci ritenne, subito smontati in terra noi volevamo andar a bruciar la città di Canonor. Pensate, o benigni lettori, che allegrezza fu la nostra quando vedemmo tal soccorso, perché in vero eravamo tanto stracchi che non potevamo più durare, e appresso la maggior parte feriti. Quando li Mori viddero la nostra armata così in ordine, subito mandorono un imbasciatore, il qual si chiamava Mamal Maricar, ch’era il più ricco della terra: e venne a dimandarne pace, per la qual cosa fu mandato al vice re, ch’era in Cochin, ad intendere quel che si aveva da fare. Il vice re ordinò che si facesse la pace, e questo fece egli solamente per poter caricare le navi e mandarle in Portogallo.

Passati quattro giorni, vennero duo mercanti di Canonor, li quali erano amici miei prima che fosse fatto guerra, e parlarono meco in questo modo che intenderete: “O fattore, mostrane un uomo il qual è più grande d’ogniun di voi un braccio, il quale ogni giorno ha ammazzato X, XV e XX di noi, e li Naeri erano alcuna volta quattrocento e cinquecento a tirare a lui, né mai una fiata lo poterono toccare”. Io gli risposi: “Quell’uomo non è qui, ma è andato a Cochin”. Poi pensai che quello era altro che cristiano e dissigli: “Amico mio, vien qua, quel cavaliere che hai visto non è portoghese, ma è il Dio de’ Portoghesi e di tutto il mondo”. Egli rispose: “Per Dio, che tu di’ la verità, perché tutti li Naeri dicevano che quello non era portoghese, ma che gli era lo Dio loro, e che era meglio lo Dio de’ cristiani ch’il suo, e loro non lo conoscevano: sì che a tutti parve che fosse miracolo di Dio”. Guardate che genti sono costoro e che ingegno è il loro, ch’alcuna volta stavano dieci e dodici uomini a veder sonare la nostra campana e la guardavano com’una cosa miracolosa, e poi che la campana non sonava più, dicevano in questo modo: “Questi toccano quella campana ed essa parla; come non la toccano, essa non parla più. Questo Dio di Portogallo è molto buono”. E ancora stavano alcuni di questi Mori alla nostra messa, e quando era mostrato il corpo di Cristo, io gli diceva: “Quello è il Dio di Portogallo e di gentili e di tutto il mondo”; e loro dicevano: “Voi dite la verità, ma noi non lo conosciamo”, onde si può comprendere che lor pecchino semplicemente. Si trovano però alcuni di questi che sono grandissimi incantatori: noi gli abbiamo visti constringer serpenti, li quali quando toccano alcuno subito casca morto in terra. Dicovi ancora che sono li maggiori e li più destri atteggiatori che credo siano in tutto il mondo.

41
Degli assalti che fecero li Portoghesi contra Pannani.

Finalmente approssimandosi il tempo di ritornare alla patria, imperoché il capitano dell’armata cominciava a caricare le navi per ritornarsene alla volta di Portogallo, e per esser io stato sette anni fuori di casa mia, e per l’amore e benivolenza verso la patria, e ancora per portarle notizia di gran parte del mondo, fui constretto a dimandar licenzia al signor vice re, il qual per sua grazia me la dette, e disse che prima voleva ch’io andassi con lui dove intenderete. E così lui e tutta la compagnia ci mettemmo in ordine d’arme bianche, per modo che poca gente rimase in Cochin, e a’ ventiquattro di novembre dell’anno sopradetto facemmo l’assalto dentro dal porto di Pannani: in questo giorno noi sorgemmo davanti la città di Pannani. La mattina seguente, due ore avanti giorno, il vice re si fece venir tutti li battelli delle navi con tutta la gente dell’armata, e dissegli come quella terra era quella che faceva guerra a noi più che terra alcuna dell’India, e per questo pregava tutti che volessero andare di buona voglia per espugnar questo luoco, il qual veramente è il più forte che sia in quella costa. Dapoi ch’ebbe parlato il vice re, il padre spirituale fece un sermone, che ogni uomo piangeva e molti dicevano per amor di Dio voler morir in quel luoco.

Un poco avanti giorno cominciammo la mortalissima guerra contra questi cani, li quali erano ottomila, e noi eravamo cerca seicento: che le due galee poco si adoperarono, perché non si potevano così accostar alla terra come li battelli. Il primo cavalier che saltasse in terra fu il valente signor don Lorenzo, figliuolo del vice re; il secondo battello fu quello del vice re, nel qual io mi ritrovai. E nel primo assalto fu fatta una crudel battaglia, perché qui la bocca della fiumara era molto stretta, e nella riva della terra stava gran quantità di bombarde, delle quali noi ne pigliammo quaranta bocche. In questo assalto furono presi sessantaquattro Mori, li quali aveano giurato o di voler morir in quel loco o vero esser vittoriosi, perché ciascun di loro era padron di nave e aveano molte mercanzie, che vedevan esser perse se noi eravamo vittoriosi. E così nel primo assalto scaricorono molte bombarde sopra di noi, ma Dio ci aiutò, che qui non morirono alcuni de’ nostri, ma di loro ne morirono cerca cento e sessanta. Il signor don Lorenzo ne ammazzò sei in mia presenza, ed egli ebbe due ferite, e molti altri ne furono feriti. Per un poco di spazio fu aspra la battaglia, ma poi che le nostre galee furono in terra, quelli cani cominciorono a tirarsi indrieto. E perché l’acqua cominciava a calare, noi non volemmo seguitargli più avanti, e quelli cani cominciorono a crescere: e per questo appicciammo il foco nelle lor navi, delle quali se ne abbruciorono tredeci, e la maggior parte nuove e grandi. Dapoi il vice re fece tirar tutta la gente nella punta, dove si stava sicuramente, e qui fece alquanti cavalieri, fra li quali per sua grazia fece ancor me, e il valentissimo capitano il signor Tristan da Cugna fu mio patrigno. Fatto questo, il vice re cominciò a far imbarcar genti, pur continuamente faccendo brusciar molte case del detto luoco, per modo che con la grazia di Dio, senza morte d’alcuno di noi, pigliammo il cammino verso Canonor, e subito il capitano nostro fece fornir le navi di vettovaglia, per ritornarsene verso la patria tanto da noi desiderata.

Etiopia
1
Nessuna cosa è più necessaria a quelli che, per utilità commune e per fare immortal il suo nome, scrivono istorie o ver narrano li siti delle regioni e paesi del mondo, che di tener avanti gli occhi e aver sempre fisse nella memoria le cose che nelli libri superiori hanno (per non esservi l’occasione) pretermesso di dire, acciò che, dimenticandosi di alcuna di esse, non diano causa a’ curiosi lettori di accusarli di negligenzia e di oblivione. E perché nel principio di questo libro, dove si trattò dell’Etiopia, non mi par che fosse a bastanza detto di quella, però nel fine di questa mia faticosa peregrinazione, essendo il luogo opportuno, si narrerà di molti luoghi e isole che nel ritorno mio si viddono, non pretermettendo li pericoli e le fortune ch’io passai.

2
Di varie isole nel mar Oceano meridional della Etiopia.

Alli 6 di decembre pigliammo il nostro cammino verso l’Etiopia, e passammo il colfo, che sono circa tremila miglia di passaggio, e arrivammo all’isola di Monzambich, la qual è del re di Portogallo. E innanzi che arrivassimo alla detta isola, vedemmo molte terre le quali sono sottoposte al serenissimo re di Portogallo, nelle qual città il re tiene buone fortezze, e massime in Melinde, ch’è reame, e Mombaza, la qual il vice re la messe a fuoco e fiamma; in Chiloa vi tiene una fortezza e una se ne faceva in Monzambich; in Ceffalla v’è un’altra fortezza. Io non vi scrivo quel che fece il valente capitano il signor Tristan da Cugna, ch’al venire che fece in India prese Goa e Pate città, e Brava isola fortissima, e Zacotara bonissima, nella quale tien il prefato re buone fortezze: la guerra che fu fatta non vi scrivo, perché non mi vi ritrovai. Taccio ancora molte belle isole che trovammo pel cammino, fra le quali v’è l’isola del Cumere, con sei altre isole d’intorno, dove nasce molto zenzero e molto zuccaro, e molti frutti singulari, e carne d’ogni sorte in abbondanza. Ancora vi dico d’un’altra bella isola chiamata Penda, la qual è amica del re di Portogallo ed è fertilissima d’ogni cosa.

3
Di Monzambich isola, e degli abitatori nella terra ferma sopra la Etiopia.

Torniamo a Monzambich, dove il re di Portogallo (come ancora in Ceffalla isola) cava grandissima quantità d’oro e d’avolio, il qual vien portato da terra ferma. Noi stemmo in questa isola cerca 15 giorni, e la trovammo esser piccola. Gli abitatori della quale sono negri e poveri, e hanno qui poco da mangiare, ma il tutto li vien da terra ferma, la qual è molto prossima; nondimeno qui è bonissimo porto.

Alcuna volta noi andavamo a piacere per la terra ferma, per vedere il paese, dove trovammo alcune generazioni di genti tutte negre e tutte nude, salvo che gli uomini portano il membro nascoso in una scorza di legno, e le donne portano una foglia davanti e una di drieto. E questi tali hanno li capelli ricci e corti, le labbra della bocca grosse due dita, il viso grande, li denti grandi e bianchi come la neve. Sono costoro molto timidi, massime quando veggono gli uomini armati: vedendo noi queste bestie esser pochi e vili, ci mettemmo insieme circa cinque o sei compagni, molto ben armati con schioppi, e pigliammo una guida nella detta isola che ci menò per il paese, e andammo una buona giornata in terra ferma. Per questo cammino trovammo molti elefanti in frotta, e colui che ci guidava, per rispetto di questi elefanti, ci fece portar certi legni secchi accesi di fuoco, li quali sempre faceano fiamma: e quando gli elefanti vedevano il fuoco fuggivano, salvo una volta che trovammo tre elefante femine le quali aveano li figliuoli drieto, che ci dettero la caccia per fino ad un monte, dove ci salvammo. E camminammo per il detto monte ben dieci miglia, poi discendemmo giuso dall’altra banda e trovammo alquante caverne, dove si riducevano li detti Negri, li quali parlano in un modo che a gran fatica ve lo saperò dar ad intendere: pur sforzarommi di dirvelo meglio che potrò con esempio. Quando li mulattieri vanno drieto alli muli in Sicilia e vogliono cacciarli innanzi, posta la lingua sotto il palato fanno un certo verso stranio e un certo strepito, col qual fanno camminar li muli: così è il parlare di queste genti e con atti assai in tanto se intendono.

La nostra guida ne dimandò se volevamo comperar qualche vacche e buoi, che ne faria aver buon mercato; noi respondemmo che non avevamo danari, dubitando che non s’intendesse con quelle bestie e farne robare. Disse costui: “Non vi bisogna danari in questa cosa, che loro hanno più oro e argento che voi, perché qui appresso lo vanno a trovar dove nasce”. Dimandammo noi la guida: “Che vorriano adunque essi?” Disse: “Loro amano alcuna forficetta piccola e un poco di panno per ligarselo intorno; hanno molto caro ancora qualche sonaglio piccolo per li suoi figliuoli e qualche rasoio”. Rispondemmo: “Noi gli daremo parte di queste cose, pur che ci vogliano condurre le vacche alla montagna”. La guida disse: “Io farò che ve le condurranno per fino in cima della montagna, e non più oltra, però ch’elli non passano mai più avanti. Ditemi pur ciò che gli volete dare”. Un nostro compagno bombardiero disse: “Io li darò un buon rasoio e un sonaglio piccolo”; e io, per aver carne, mi cavai la camicia e dissi che li daria quella. Allora la guida, vedendo quello che volevamo dare, disse: “Chi condurrà poi tanto bestiame alla marina?” Rispondemmogli tanto ci dessero quanto ne condurremmo, e la guida pigliò le cose sopradette e dettele a cinque o sei di quegli uomini, e dimandolli trenta vacche per esse. Costoro, che son come animali, fecero segnale che volevano dar quindeci vacche; noi dicemmo che le pigliasse, ch’erano assai, pur che non ci gabbassero. Subito li Negri ci condussero fino in cima della montagna quindeci vacche; ma, quando fummo un pezzo dilungati da loro, quelli che eran restati nelle caverne cominciarono a far rumore, e noi, dubitando che non fossen per venirne drieto, lassammo le vacche e tutti ci mettemmo in arme. Li duoi Negri che conducevano le vacche ci mostravano che non avessimo paura con certi suo’ segni, e la nostra guida disse che doveano far questione, perché ciascuno aria voluto quel sonaglio. Noi ripigliammo le vacche e andammo per fin in cima del monte, e li due Negri poi tornorono al suo cammino. Al dismontar nostro per venire alla marina, passammo per un boschetto di cubebe cerca cinque miglia, e scontrammo parte di quegli elefanti che trovammo all’andare, li quali ci misero tanta paura che fu forza lasciar parte delle vacche, le quali fuggirono alla volta delli Negri; e noi tornammo alla nostra isola.

E quando fu fornita la nostra armata di quanto gli era bisogno, pigliammo il cammino verso il capo di Buona Speranza, e passammo infra l’isola di S. Lorenzo, la qual è distante da terra ferma LXXX leghe: e presto credo che ne sarà signore il re di Portogallo, perché ne hanno già pigliate due terre e messe a fuoco e fiamma. Per quello ch’io ho visto dell’India e dell’Etiopia, a me par che ‘l re di Portogallo (piacendo a Dio e avendo vittoria come ha avuto per il passato) sarà il più ricco re che sia al mondo. E veramente egli merita ogni bene, perché nell’India, e massime in Cochin, ogni giorno di festa si battezzano X e XII gentili e mori alla fede cristiana, la qual ogni giorno per causa di detto re si va aumentando: e per questo è credibile che Dio gli abbia dato vittoria, e per l’avenire continuamente lo prospererà.

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Del capo di Buona Speranza.

Torniamo al nostro cammino. Passammo il capo di Buona Speranza, e cerca dugento miglia lontani dal detto capo si levò una gran fortuna di vento, e questo perché v’è a man manca l’isola di San Lorenzo e molt’altre isole, dalle quali suol nascer grandissima furia di venti: e questa fortuna durò per sei giorni, pure con la grazia di Dio la scampammo. Passato che avemmo poi dugento leghe, ancora avemmo grandissima fortuna per altri sei giorni, dove si perdette tutta l’armata un dall’altro, e chi andò in qua e chi in là. Cessata la fortuna, pigliammo il nostro cammino e per fino in Portogallo non ci vedemmo più.

Io andava nella nave di Bartolomeo Marchioni, Fiorentino abitante in Lisbona, la qual nave si addimandava San Vicenzo e portava settemila cantara di spezie d’ogni sorte. E passammo appresso d’un’altra isola chiamata Santa Elena, dove vedemmo duoi pesci che ciascun di loro era grande come una gran casa, li quali, ogni volta che veniano sopra l’acqua con la bocca aperta, parea che discoprisseno il viso e che alzassino le sopraciglie della fronte, a modo di uomo armato quando alza la visiera, e quella poi abbassavano quando volevan camminare sotto acqua, la qual fronte era larga quasi tre passa. Dall’empito de’ quali ne l’andare sotto acqua fummo tutti spaventati, in modo che scaricammo tutta l’artiglieria per farli dipartire di quel luogo. Poi trovammo un’altra isola chiamata l’Ascensione, nella quale trovammo certi uccelli grossi come anitre, li quali si posano sopra la nave, ed erano tanto semplici e puri che si lasciavano pigliare con le mani; ma quando erano presi, parevano molto bravi e feroci, e prima che fussero presi guardavano noi come una cosa miracolosa: e questo era per non aver mai più visto uomini, perché in questa isola non v’è altro che pesce e acqua e questi uccelli.

Passata la detta isola, navigando alquanti giorni, cominciammo a vedere la stella tramontana. E nondimeno molti dicono che, non vedendosi la tramontana, non si può navigare se non col polo antartico: lassateli dire, noi navigammo sempre con la tramontana, e ben che non si veda la detta stella, nientedimeno la calamita fa sempre l’officio suo e tira al polo artico. Dapoi alcuni giorni arrivammo in un bel paese, cioè all’isole degli Astori, le quali sono del serenissimo re di Portogallo; e prima vedemmo l’isola del Pico e quella di San Giorgio, l’isola dei Fiori, quella del Corvo, la Graziosa, l’isola del Faial, e poi arrivammo all’isola Terziera, nella qual stemmo duoi giorni: queste isole sono molto abbondanti.

Poi partimmo de qui e andammo alla volta di Portogallo, e in sette giorni arrivammo alla nobile città di Lisbona, la quale è una delle nobili e buone ch’io abbia visto. Lo piacere e l’alleggrezza ch’io ebbi, giunto ch’io fui in terra ferma, lo lasso pensar a voi, o miei lettori benigni. E perché il re non era in Lisbona, subitamente mi posi in cammino e andai a trovarlo in un suo luoco, chiamato Almada, a riscontro della quale è Lisbona. Dove arrivato, fui a basciar la mano a sua Maestà, la qual mi fece molto carezze e tennemi alquanti giorni alla sua corte, per saper le cose dell’India. Passati alquanti giorni, mostrai a sua Maestà la carta di cavalleria, la qual me avea fatta il vice re in India, pregandola (se le piaceva) de volermela confirmare e signar di sua mano, mettendovi il suo sigillo. Visto ch’ebbe detta carta, disse che era contento, e così mi fece fare un privilegio in carta membrana, signato di sua mano col suo sigillo e registrato. E pigliata che ebbi licenzia da sua Maestà, me ne venni alla volta della città di Roma.

 

Hong Kong, due decenni dopo il passaggio alla Cina

L’ex colonia britannica di Hong Kong si sta preparando a festeggiare i primi vent’anni dal suo ritorno alla madrepatria cinese. A sottolineare l’importanza dell’evento, alla cerimonia del 1^ luglio, parteciperà anche il presidente cinese Xi Jinping.

La polizia è in allerta massima e vigilerà per evitare situazioni imbarazzanti nei confronti del presidente cinese e del primo capo donna dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, che giurerà fedeltà alla mini costituzione di Hong Kong. Questa fu scritta seguendo il principio enunciato da Deng Xiaping “un Paese, due sistemi” che tutto sommato sembra reggere bene.

Il secondo governatore cinese di Hong Kong, Donald Tsang – che nel 1997 era ministro delle finanze – seguirà le cerimonie da una televisione del carcere nel quale si trova confinato. Il 20 febbraio 2017 è stato condannato a 20 mesi per corruzione. Le sue, dunque, non saranno solo lacrime di nostalgia.

 

Pare ieri ma sono già passati due decenni da quella lunghissima notte fra il 30 giugno e il 1^ luglio del 1997 che chiuse una storia iniziata nel gennaio del 1841. Quando il primo ministro britannico Lord Palmerston seppe che il capitano Charles Elliot, dopo aver sconfitto una piccola flotta cinese, l’aveva dichiarata parte dell’impero, s’infuriò e la descrisse con disgusto come una “terra sterile con a malapena qualche casa sopra”. Ma negli anni successivi ebbe uno sviluppo prodigioso e questo arcipelago di 276 isole e scogli, per la gran parte senza acqua potabile e con una superfice totale di 1.176 chilometri quadri, è oggi uno dei centri mondiali della finanza e del commercio.

 

Ricorderò sempre quella notte memorabile, con la cerimonia ufficiale dell’ammainabandiera, alla presenza del presidente cinese Jiang Zemin e del principe Carlo, con Tony Blair che era stato eletto primo ministro il 2 maggio precedente, assieme al governatore Chris Patten, molto emozionato, che stringeva al petto la bandiera britannica. La bandiera di Hong Kong cambiò quella notte e ne fu adottata una rossa con sopra il fiore di Bahunia (Bahuhinia blakeana) una pianta ubiqua a Hong Kong, accidentalmente scoperta nel 1880 da un monaco francese. Tutte le piante esistenti discendono da quella, essendo un ibrido sterile e asessuato, un po’ come Hong Kong.

Quella notte, fra il 30 giugno e il 1^ luglio, sotto una pioggia battente, centinaia di migliaia di spettatori diedero l’addio al panfilo reale Britannia, sul quale erano salite le autorità britanniche, cantando le vecchie canzoni dell’Impero, come Rule Britannia e Jerusalem, mentre il veliero si muoveva, ondulando lentamente, nella baia per uscire dalle acque territoriali cinesi. In quel momento dal confine cinese entravano le prime camionette con i soldati, per una occupazione più simbolica che effettiva del territorio, dopo la promessa di Deng Xiao Ping di rispettare per cinquant’anni la sua autonomia.

 

Avevo incontrato Tiziano Terzani al circolo dei corrispondenti esteri e avevamo scambiato delle battute. Mi disse che sarebbe partito prima del passaggio alla Cina, perché diceva che non voleva rivivere lo shock della caduta di Saigon del 1975, anche se quella fu ben altra cosa!

Ricordo che la Rai mandò Carmen Lasorella, che fu alloggiata con la sua troupe, fra cui un interprete d’inglese, presso al lussuoso Peninsula Hotel.

Hong Kong, nei giorni immediatamente precedenti, era stata invasa da troupe televisive e da giornalisti provenienti di tutto il mondo e, dato che ai locali non garbava molto di finire in televisione, finirono per intervistarsi fra di loro. Fu in quell’occasione che s’inventò il termine di “giornalismo paracadutistico” che sta a indicare l’invio di reporters che non conoscono granché dei fatti antecedenti a quella notte fatale, però si trovavano costretti a dover raccontare qualcosa e a interpretare ciò che vedevano o credevano di vedere. Un caso celebre fu la leggenda che il governatore Patten, lasciando sulla sua Rolls-Royce per un’ultima volta la propria residenza coloniale, avrebbe fatto tre giri attorno alla fontana del suo giardino, in segno di buon augurio. Questa storia fu inventata da qualcuno a corto di argomenti e si diffuse in tutto il mondo, accettata come cosa certa e quando effettivamente Patten lasciò la propria abitazione, non facendo alcun giro attorno alla fontana, tutte le televisioni del mondo che mandavano quelle immagini parlarono comunque di quei suoi tre, fantomatici, giri.

 

Gli ultimi anni che precedettero il passaggio di Hong Kong alla Cina furono pieni di tensione e di colpi di scena. Prima le figuracce della signora Thatcher e la guerra nelle Falklands, che le impedì di giocare duro con la Cina e poi, soprattutto, a causa di Chris Patten, l’ultimo governatore.

Patten fu un uomo politico britannico trombato alle elezioni nel proprio collegio e premiato con quel posto esotico. Prima di lui i governatori erano stati tutti parte del corpo diplomatico, spesso sinologi di valore e maestri di diplomazia, certamente ben a conoscenza delle sottigliezze cinesi. Ebbene, Chris Patten, giunto nel 1992, dopo la tragedia di Piazza Tienanmen del 1989, volle affrontare la Cina a testa bassa, quando già i trattati erano stati firmati e approvati dai rispettivi governi, e questo portò molta irritazione. Si formò un muro fra la Cina e il Regno Unito che durò sino all’ultima notte generando illusioni nel popolo di Hong Kong e diffidenza nei mandarini di Pechino. Chris Patten ha mantenuto una certa immagine di “homo democraticus” a Hong Kong, anche se ha deluso le frange più estremiste, che fanno capo al movimento di “Occupy Central” e della “rivoluzione degli ombrelli” dicendo che chi lotta per l’indipendenza di Hong Kong è un illuso e che non è ciò per cui lui s’era battuto.

Dopo la sua esperienza a Hong Kong ha pubblicato vari libri di memorie, libri inutili e confusi e fu poi ministro degli esteri presso la Comunità Europea, lavorando nella squadra di Romano Prodi.

Nei dieci anni precedenti il passaggio alla Cina s’ebbe una vera e propria fuga di cervelli verso il Canada, gli USA e l’Australia, ma da allora in molti son ritornati, dato che la Cina ha rispettato i patti e da allora non solo il mondo intero è cambiato ma anche la Cina non è più quella di vent’anni fa.

Pubblicato su La nostra storia, 29 GIUGNO 2017  | di Dino Messina

 

Viaggi di Marco Polo edizione completa presa dal testo di Giambattista Ramusio

Marco Polo fu un viaggiatore veneziano (Venezia o Curzola 1254 – Venezia 1324), figlio di Niccolò. Ancor giovinetto accompagnò il padre e lo zio Matteo nella grande ambasceria presso il gran khan̄ Qūbīlāy, intrapresa per incarico di Gregorio IX. Partito (1271) da Laiazzo (od. Ayas sul Golfo di Alessandretta), compì così un lungo viaggio attraverso l’Asia anteriore e quindi l’Asia centrale in regioni ancora ignote agli Europei (alte valli del Pamir, deserto di Lop e del Gobi, ecc.), giungendo attraverso le vastissime steppe mongoliche, dopo tre anni e mezzo dalla partenza, ai confini del “Catai” (Cina) e infine a Pechino. Ottenuta la fiducia del sovrano, ebbe nei diciassette anni di soggiorno in quel paese importanti missioni che lo portarono fino all’Yünnan, al Tibet, all’Annam e alla Cocincina e che gli permisero di approfondire la conoscenza delle condizioni di vita, delle lingue e dei costumi di gran parte dell’Asia orientale, ma soprattutto del “Mangi” (Cina centrale). Presentatasi l’occasione di una spedizione navale in Persia che accompagnava una principessa cinese sposa di Argun khān, sovrano di quel paese, si imbarcò anch’egli col padre e lo zio e giunse dopo quasi due anni di viaggio a Hurmūz. Quivi soggiornò per nove mesi presso la corte persiana e ripartì poi per Trebisonda, Costantinopoli, Negroponte, giungendo infine nuovamente a Venezia, dopo venticinque anni di assenza (1295). Durante un successivo periodo di prigionia a Genova (fu forse catturato nella battaglia navale di Curzola, 1298), narrò la relazione dei suoi viaggi a un compagno di nome Rustichello, che la trascrisse in franco-italiano. Tale relazione, comunemente nota col titolo di Milione (v.), ricchissima di notizie e osservazioni raccolte con acuto spirito critico da Marco durante il suo lungo viaggio, ebbe presto rinomanza e diffusione in tutta Europa.

(Fonte: Enciclopedia Treccani)

DI MESSER GIOVAMBATTISTA RAMUSIO PREFAZIONE SOPRA IL PRINCIPIO DEL LIBRO DEL MAGNIFICO MESSER MARCO POLO

All’eccellente messer Ieronimo Fracastoro.

In quanta stima fusse la geografia appresso gli antichi, eccellente messer Ieronimo, si può questo facilmente comprendere, che essendovi bisogno di gran dottrina e contemplazione per venir alla cognizione di quella, ne volsero scrivere alcuni di più illustri scrittori, tra’ quali il primo fu Omero, che non seppe con altra forma di parole esprimer un uomo perfetto e pieno di sapienzia che dicendo ch’egli era andato in diverse parti del mondo e aveva veduto molte città e costumi de’ popoli: tanto la cognizione di questa scienzia gli pareva atta a far un uomo savio e prudente. Ne scrissero dopo lui molti altri auttori greci, e fra gli altri Aristotele ad Alessandro, e Polibio maestro di Scipione, e Strabone molto copiosamente, il libro del quale, e di Tolomeo alessandrino, son pervenuti alla età nostra; appresso de’ Latini, Agrippa genero d’Augusto, Iuba re di Mauritania e molti altri, le fatiche de’ quali sono smarrite col tempo, né si sa altro di loro se non quanto si legge nei libri di Plinio, che ancor egli copiosamente ne scrisse. Di tutti i sopranominati, Tolomeo, per esser posteriore, n’ebbe maggior cognizione, percioché verso di tramontana trapassa il mar Caspio e sa che gli è come un lago serrato d’intorno: la qual cosa al tempo di Strabone e di Plinio, quando i Romani eran signori del mondo, non si sapeva. Pur ancora con questa cognizione, oltra il detto mare per gradi quindici di latitudine mette terra incognita, e il medesimo fa verso il previous hit polo next hit antartico, oltra l’equinoziale. Delle qual parti, quella verso mezogiorno i capitani portoghesi a’ tempi nostri prima di tutti hanno scoperta; quella verso tramontana e greco levante il magnifico messer Marco previous hit Polo next hit, onorato gentiluomo veneziano, già quasi trecento anni, come più copiosamente si leggerà nel suo libro.

E veramente è cosa maravigliosa a considerare la grandezza del viaggio che fecero prima il padre e zio d’esso messer Marco fino alla corte del gran Cane imperatore de’ Tartari, di continuo camminando verso greco levante, e dapoi tutti tre nel ritorno, nei mari orientali e dell’Indie. E oltra di questo, come il predetto gentiluomo sapesse così ordinatamente descrivere ciò che vidde, essendo pochi uomini di quella sua età intelligenti di cotal dottrina, ed egli allevato tanto tempo appresso quella rozza nazione de’ Tartari, senza alcuna accommodata maniera di scrivere. Il libro del quale, per causa de infinite scorrezioni ed errori, è stato molte decine d’anni riputato favola, e che i nomi delle città e provincie fussero tutte fizioni e imaginazioni senza fondamento alcuno, e per dir meglio sogni. Ma da cento anni in qua si è cominciato, da quelli che han praticato nella Persia, pur a riconoscere la provincia del Cataio; poi la navigazione de’ Portoghesi, oltra l’Aurea Chersoneso, verso greco han discoperto prima molte città e provincie dell’India e molte isole, con i medesimi nomi che ‘l detto autor gli chiama; poi, avendo passata la regione della China, sono venuti in cognizione (come narra il signor Giovan di Barros, gentiluomo portoghese, nella sua Geografia, avuta da’ popoli della China) che la città di Cantone, una delle principali del regno della China, è in gradi trenta e due terzi di latitudine, e corre la costa greco garbino; oltra ciò, che passando 275 leghe la detta costa gira verso maestro, e che le provincie che sono appresso il mare sono tre, cioè Mangi, Zanton e Quinsai, qual è anche la principal città dove dimora il re, ed è in quarantasei gradi di latitudine; e passando ancor più oltre, la costa corre fino a gradi cinquanta.

Or, veduto che tante particolarità al tempo nostro di quella parte del mondo si scuoprono della qual ha scritto il predetto messer Marco, cosa ragionevole ho giudicato di far venir in luce il suo libro, col mezo di diversi esemplari scritti già più di dugento anni, a mio giudicio perfettamente corretto e di gran lunga molto più fidele di quello che fin ora si è letto, acciò ch’il mondo non perdesse quel frutto che da tanta diligenzia e industria intorno così onorata scienzia si può raccogliere, per la cognizione che si piglia della parte verso greco levante, posta dagli antichi scrittori per terra incognita. E benché in questo libro siano scritte molte cose che pareno fabulose e incredibili, non si deve però prestargli minor fede nell’altre ch’egli narra, che sono vere, né imputargli per così grande errore, percioché riferisce quello che gli veniva detto. E chi leggerà Strabone, Plinio, Erodoto e altri simili scrittori antichi, vi troverà di molto più maravigliose e fuor d’ogni credenza. Ma che diremo degli scrittori de’ nostri tempi, che narrano dell’Indie occidentali, trovate per il signor don Cristoforo Colombo? non dipingono monti d’oro e d’argento incredibili? arbori, frutti e animali di forma maravigliosa? E pur dell’oro e argento non si ingannano, e l’età nostra l’ha con suo grave danno sentito, per le tante guerre state tra’ principi cristiani. Degli animali, frutti e piante, ogni ora ne vengono copiosamente portate in Italia, e si conosce ch’hanno scritto la verità. E sopra l’altre, la grandezza della città di Quinsai, nella provincia di Mangi, non si vede esser simile alla gran città di Temistitan della Nuova Spagna, trovata per il signor Hernando Cortese, dove erano i palazzi e giardini del re Mutezuma, così grandi e famosi? E molte volte ho fra me stesso pensato, sopra il viaggio fatto per terra da questi nostri gentiluomini veneziani, e quello fatto per mare per il predetto signor don Cristoforo, qual di questi due sia più maraviglioso: e se l’affezione della patria non m’inganna, mi pare che per ragion probabile si possa affermare che questo fatto per terra debba esser anteposto a quello di mare, dovendosi considerare una tanta grandezza di animo con la quale così difficile impresa fu operata e condotta a fine, per una così disperata lunghezza e asprezza di cammino, nel qual, per mancamento del vivere, non di giorni ma di mesi, era loro necessario di portar seco vettovaglia per loro e per gli animali che conducevano; là dove il Colombo, andando per mare, portava commodamente seco ciò che gli faceva bisogno molto abondantemente, e in trenta o quaranta giorni col vento pervenne là dove disegnava; e questi stettero un anno intero a passar tanti deserti e tanti fiumi. E che sia più difficile l’andar al Cataio ch’al Mondo Nuovo, e più pericoloso e lungo, si comprende per questo, ch’essendovi stati due volte questi gentiluomini, alcuni di questa nostra parte di Europa non ha dipoi avuto ardire di andarvi; dove che, l’anno sequente che si scopersero queste Indie occidentali, immediate vi ritornarono molte navi, e ogni giorno al presente ne vanno infinite ordinariamente; e sono fatte quelle parti così note, e con tanto commerzio, che maggior non è quello ch’è ora fra l’Italia, Spagna e Inghilterra.

Or, venendo alla prima parte del primo libro (che ivi dentro è chiamata da messer Marco il proemio del presente libro), confesso ingenuamente che mai non averei inteso quel viaggio primo, che fecero alla corte di quel signor de’ Tartari occidentali messer Mafio e messer Nicolò, il padre di messer Marco, e poi a quella del gran Cane, se la bona fortuna non mi avesse li mesi passati fatto capitar alle mani una parte d’un libro arabo, ultimamente tradotta in latino per un uomo di questa età ben intendente di molte lingue, composto già dugento e più anni d’un gran principe di Soria detto Abilfada Ismael, correndo gli anni de legira 715, ch’è il millesimo de’ Turchi, qual ora, del 1553, corre 950: del quale non credo dover esser a noia a’ lettori se alcune cose brevemente narrerò, le quali degne di notizia ho riputate.

Questo principe si trovò quasi d’intorno a’ tempi medesimi de’ prefati tre gentiluomini de Ca’ previous hit Polo next hit e, per quello che da’ suoi scritti si può anco vedere, sapeva molto ben le cose di filosofia e d’astrologia, e volse ancora egli far, al modo delle tavole di Tolomeo, una particolar descrizione di tutte le parti del mondo che al suo tempo si conoscevano. E a questo effetto ridusse, come in un compendio, tutto quello che già aveano scritto molti auttori arabi de’ gradi delle longitudini e latitudini di dette parti; nel qual compendio non seguita l’ordine di Tolomeo, ancor che lo citi, perché l’avea tradotto in arabo, ma tiene un altro modo: conciosiacosaché, tirando alcune linee per lungo e per traverso, dividendole in parti eguali come areole, immediate ne fa appresentar agli occhi prima il nome della città, poi di ciascuno che scriva di quella, e appresso la varietà de’ gradi, sì di longitudine come di latitudine, clima, provincia, e in ultimo una brevissima e molto succinta descrizione di quella. Ordine veramente bellissimo e risoluto, che è proprio e peculiare degli scrittori arabi, perché il medesimo fece Avicenna nel secondo libro, dove tratta dell’erbe, che mette prima il nome di quelle, poi la descrizione e in ultimo le virtù e malattie alle quali sono appropriate.

Or questo libro di geografia non è tradotto tutto, ma vi manca la maggior parte delle commentazioni sopra ciascuna provincia: che se fosse tutto latino, averemmo una geografia particolar delle parti di Asia e Africa delle quali s’avea notizia a’ suoi tempi, e saperemo i nomi delle provincie, città, monti, fiumi e mari, come al presente si chiamano, co’ gradi delle longitudini e latitudini, secondo che vengono scritte da questi auttori arabi, cioè Attual, Canon, Bensidio, Resum, Cusiro, e poi Tolomeo; che, scontrandoli col detto, si averia più certa cognizione di molti nomi antichi, citati nell’istorie d’Alessandro e Strabone, ch’ora si vanno conietturando, che sarebbe una delle belle e rare cose che si potessero veder a questi tempi. Qual auttore nelle longitudini non comincia dall’isole Fortunate, come fa Tolomeo, ma dalli primi liti delle marine d’Africa, e dice essere differente dieci gradi di quello che fa Tolomeo. E però sempre il lettor advertisca, nelle longitudini che qui a basso si cittaranno del detto, volendole confrontar con quelle di Tolomeo, di batterne giù dieci gradi. Ma a far questo così gran beneficio al mondo sarebbe necessaria la liberalità di qualche gran principe, che lo volesse far venir in luce fornito: che non gli apportaria forse minor gloria, e più stabile e fissa negli animi degli uomini e di tutta la posterità, di quella che può nascere da’ grandi imperii e trionfi acquistati coll’armi.

Ma, ritornando al principio del libro che da messer Marco è chiamato per proemio, dice messer Marco che, partiti suo zio e padre di Constantinopoli, navigarono per il mar Maggiore ad un porto detto Soldadia, e non vi mette il nome della provincia: e ancor che in alcuni libri sia scritto d’Armenia, in quelli nondimeno che mi sono capitati nelle mani, antichissimi e scritti già centocinquanta anni, non vi è altro che Soldadia. E di qui presero il cammino per terra alla corte d’un gran signor de’ Tartari occidentali detto Barca. Or nel suo libro il sopradetto Ismael, descrivendo le provincie che circondano il mar Maggiore dalla parte di tramontana, e la Taurica Chersoneso, dov’è la città di Caffa, dice la provincia di Chirmia ha tre città, una detta Sogdat, l’altra Zodat, e Caffa, e che Sogdat corre maestro ponente rispetto a Caffa, ch’è posta verso levante; qual Sogdat è in gradi 56 di longitudine e 50 di latitudine. Seguita poi che Comager è una provincia nel dominio de’ Tartari di Barca, fra la Porta di Ferro e la città d’Asach, cioè rispetto alla detta Porta è verso ponente, ma rispetto ad Asach è verso levante. Continua ancora dicendo che vi è un’altra provincia, detta Elochzi, fra li Tartari di Barca e li Tartari meridionali d’Alaù, dove è la città di Iachz, i popoli della quale passano per la Porta di Ferro. Parlando poi della palude Meotide, la qual si chiama mar el Azach, dice che dalla parte di levante è la città di Eltaman con la provincia, la qual è il fine del reame Barca. Da tutte queste cose scritte per questo sultan Ismael si vien in cognizione che sopra la Taurica Chersoneso, dov’è Gazaria e Caffa, vi è la città di Sogdat, la qual al presente col porto si chiama Soldadia. Appresso, che del regno di Barca era la provincia di Comager, ch’è la Cumania, provincia grandissima nella qual vi è la città di Azach, cioè Assara: il che conferma il libro di Ayton Armeno, che dietro messer Marco previous hit Polo next hit si leggerà. Dipoi, che vi erano li Tartari di Barca occidentali e quelli di Alaù meridionali, che passavan per la Porta di Ferro, la qual è quella che al presente si chiama Derbent, che (come dicono) fu fabricata d’Alessandro Magno appresso il mar Ircano, tal che il fin del regno di Barca era verso la parte di levante che circonda la palude Meotide, cioè di Zabacche. Di sorte che ‘l cammino di questi duoi gentiluomini è questo: che, partiti di Constantinopoli, navigano per il mar Maggiore alla Taurica Chersoneso, ch’è l’isola attaccata con la terra ferma, lunga 24 miglia e 15 larga, dov’è il porto di Soldadia, appresso Caffa; e dapoi per terra vanno a trovar quel signor de’ Tartari detto Barca nella Cumania, dov’è la città d’Assara; e fatto il fatto d’arme fra detto Barca e Alaù, della qual sconfitta ne fa anco menzion il sopradetto Ayton Armeno, non possendo ritornar indietro per la detta causa, convengono andar per la Cumania tanto verso levante che circondassero il regno di Barca e venissero ad Ouchacha, ch’è città ne’ confini della Cumania verso la Porta di Ferro, e ne fa menzion detto messer Marco in questo primo libro due volte: e questa via fanno i popoli cercassi volendo venir nella Persia. Passata questa Porta di Ferro, passano anco il fiume Tigris, che Aython Armeno chiama Phison, quando parla di Sodochi figliuol di Occotacan che conquistò la Persia minore, e che ‘l suo successore si chiama Barach. Or questi duoi fratelli, passato il Tigris e un deserto, arrivano alla città di Bochara, della qual era signor il sopradetto Barach. Questa città di Bochara, secondo Ismael sultan, è in gradi 86 e mezo di longitudine e 39 e mezo di latitudine, ed è la patria dove nacque Avicenna, che fra gli medici, per la sua eccellente dottrina, vien chiamato il principe infino alli tempi nostri: e questo è quanto appartien alla intelligenzia della prima parte di questo proemio.

Da Bochara poi vengono condotti alla volta di greco e tramontana alla corte del gran Can, dal qual son poi mandati ambasciadori al papa; e ritornando in qua pervengono al porto della Ghiazza, nell’Armenia minore, che anticamente si chiamava Issicus Sinus, che risponde per mezo l’isola di Cipro. E indi per mar vennero nella città d’Acre, che si teneva allora per i cristiani, e latinamente è chiamata Acca e Ptolemais, dove si trovava legato della sede apostolica messer Tebaldo de’ Visconti da Piacenza, qual (come narra il Platina nelle vite de’ pontifici) in luogo di Clemente IIII fu fatto papa, e chiamossi Gregorio X, ove dice ch’al tempo di costui alcuni prencipi tartari, mossi da l’auttorità sua, si fecero cristiani. Questi due fratelli, come nel detto proemio si racconta, partiti d’Acre andarono a Venezia, dove tolto seco messer Marco, l’autor di questo libro, di nuovo ritornarono in Acre; e quivi presa la benedizione del papa nuovamente creato, qual era stato insino allora legato, e tolti in sua compagnia due frati predicatori per condurli al gran Cane, come furono in Armenia la trovarono perturbata per la guerra mossa da Benhocdare, soltan di Babilonia, del qual ne scrive anco l’auttor armeno.

Della navigazion poi che fecero nel suo ritorno verso l’India con la regina assegnata per moglie del re Argon, e da che porto della provincia del Cataio e di Mangi si partissero, non si può dire cosa alcuna, perché non lo nominano. Ma ben al presente si sa che da’ porti di dette provincie venendo verso levante, e poi voltando verso siroco e mezodì, si vien nell’India, come nelle tavole della Geografia dello illustre signor Giovan de Barros portughese si potrà copiosamente vedere. Quivi giunti, trovarono che ‘l re Argon era morto, e che, per esser suo figliuolo Casan giovane, uno nominato Chiaccato governava il regno: Hayton Armeno il chiama Regaito. Par poi che andassero a trovar detto Casan nelle parti dell’Arbore Secco, ne’ confini della Persia; il qual Casan, come si leggerà nel predetto Hayton Armeno, divenne grandissimo capitano di guerra. E l’Arbore Secco è nella provincia di Timochain, come nel vigesimo capitolo del primo libro da lui viene più copiosamente descritto. Ritornati poi a Chiaccato per aver la sua espedizione, ebbero le quattro tavole d’oro, per virtù delle quali furono accompagnati sicuramente fino in Trabisonda: e questo perché i Tartari dominavano e aveano tutt’i signori tributarii loro fino al mar Maggiore, ancor che fussero cristiani. Che volta veramente pigliassero partendosi dal Chiaccato a far il detto viaggio, non si può se non per conietture pensare che, partiti dal regno del detto re Argon, dove stava questo Chiaccato, che poteva esser uno di quelli regni che sono fra terra sopra il fiume Indo, se ne venissero per mare fino nel sino Persico all’isola di Ormus, e smontati sopra la provincia della Carmania, la quale nel libro si chiama Chermain, tenessero poi per quella banda il camino verso la Persia, conciosiacosaché si vede detto auttore far molto menzione dell’isola d’Ormus, delle città e terre di Chermain, fino nella Persia; la quale egli non poteva aver veduta nel viaggio che fece dal porto della Ghiazza alla corte del gran Cane, ma ben in questo suo ritorno. E della Persia vennero verso il mar Maggior a Trabesonda, e poi a Constantinopoli, Negroponte, e ultimamente a Venezia.

Dove giunti che furono, intravenne loro quel medesimo ch’avenne ad Ulisse che, dapoi venti anni tornato da Troia in Itaca sua patria, non fu riconosciuto da alcuno:così questi tre gentiluomini, dapoi tanti anni ch’eran stati lontani dalla patria, non furno riconosciuti da alcuno de’ loro parenti, i quali fermamente riputavano che fussero già molti anni morti, perché così anche la fama era venuta. Si trovavan questi gentiluomini, per la lunghezza e sconci del viaggio, e per le molte fatiche e travagli dell’animo, tutti tramutati nella effigie, che rappresentavano un non so che del tartaro nel volto e nel parlare, avendosi quasi dementicata la lingua veneziana. Li vestimenti loro erano tristi e fatti di panni grossi, al modo de’ Tartari. Andarono alla casa loro, la qual era in questa città nella contrada di S. Giovan Crisostomo, come ancora oggidì si può vedere, ch’a quel tempo era un bellissimo e molto alto palaggio, e ora è detta la corte del Millioni, per la caggione che qui sotto si narrerà: e trovarono che in quella erano entrati alcuni suoi parenti, alli quali ebbero grandissima fatica di dar ad intendere che fussero quelli che erano, perché, vedendoli così trasfigurati nella faccia e mal in ordine d’abiti, non poteano mai credere che fussero quei da Ca’ previous hit Polo next hit, ch’aveano tenuti tanti e tanti anni per morti.

Or questi tre gentiluomini (per quello ch’io essendo giovanetto n’ho udito molte fiate dire dal clarissimo messer Gasparo Malipiero, gentiluomo molto vecchio e senatore di singular bontà e integrità ch’avea la sua casa nel canale di S. Marina, e sul cantone ch’è alla bocca del rio di San Giovan Crisostomo, per mezo a punto della ditta corte del Millioni, che riferiva d’averlo inteso ancor lui da suo padre e avo, e d’alcuni altri vecchi uomini suoi vicini) s’imaginarono di far un tratto col qual, in un istesso tempo, ricuperassero e la conoscenza de’ suoi e l’onor di tutta la città, che fu in questo modo: che, invitati molti suoi parenti ad un convito, il qual volsero che fosse preparato onoratissimo e con molta magnificenza nella detta sua casa, e venuto l’ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino, in veste lunghe fino in terra, come solevano standosi in casa usare in que’ tempi; e data l’acqua alle mani, e fatti seder gli altri, spogliatesi le dette vesti se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in pezzi e divise fra li servitori. Dapoi, mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino e, posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori; e in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell’abito de’ panni consueti che usavano tutti gli altri. Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti, tutti gli invitati; ma, tolti via li mantili e fatti andar fuori della sala tutt’i servitori, messer Marco, come il più giovane, levato dalla tavola andò in una delle camere, e portò fuori le tre veste di panno grosso consumate con le quali erano venuti a casa; e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioie preciosissime in gran quantità, cioè rubini, safiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, e in maniera ch’alcuno non si averia potuto imaginare che ivi fussero state: perché, al partir dal gran Cane, tutte le ricchezze ch’egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi e altre gioie, sapendo certo che, s’altrimente avessero fatto, per sì lungo, difficile ed estremo cammino non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro. Or questa dimostrazione di così grande e infinito tesoro di gioie e pietre preciose, che furono poste sopra la tavola, riempié di nuovo gli astanti di così fatta maraviglia che restarono come stupidi e fuori di se stessi, e conobbero veramente ch’erano quegli onorati e valorosi gentiluomini da Ca’ previous hit Polo next hit, di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia.

Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sì de’ nobili come de’ populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle maggiori carezze e dimostrazioni d’amorevolezza e riverenzia che si potessero imaginare: e messer Maffio, ch’era il più vecchio, onorarono d’un magistrato che nella città in que’ tempi era di molta auttorità. E tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a visitare e trattenere messer Marco, ch’era umanissimo e graziosissimo, e gli dimandavano delle cose del Cataio e del Cane; il quale rispondeva con tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in uno certo modo obligati. E perché nel continuo raccontare ch’egli faceva più e più volte della grandezza del gran Cane, dicendo l’entrate di quello esser da 10 in 15 millioni d’oro, e così di molt’altre ricchezze di quelli paesi, riferiva tutte a millioni, lo cognominarono messer Marco Millioni, che così ancora ne’ libri publici di questa Republica, dove si fa menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a S. Giovan Crisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata del Millioni.

Non molti mesi dapoi che furono giunti a Venezia, sendo venuta nuova come Lampa Doria, capitano dell’armata de’ Genovesi, era venuto con settanta galee fino all’isola di Curzola, e d’ordine del principe dell’illustrissima Signoria fatte che furono armate 90 galee con ogni prestezza nella città, fu fatto per il suo valore governatore d’una messer Marco previous hit Polo next hit; il quale insieme con l’altre, essendo capitan generale il clarissimo messer Andrea Dandolo procuratore di S. Marco, cognominato il Calvo, molto forte e valoroso gentiluomo, andò a trovar l’armata genovese; con la qual combattendo il giorno di nostra Donna di settembre, ed essendo rotta (come è commune la sorte del combattere) la nostra armata, fu preso, perciò che, avendosi voluto mettere avanti con la sua galea nella prima banda ad investir l’armata nimica, e valorosamente e con grande animo combattendo per la patria e per la salute de’ suoi, non seguitato dagli altri, rimase ferito e prigione col Dandolo. E incontinente posto in ferri, fu mandato a Genova, dove, inteso delle sue rare qualità e del maraviglioso viaggio ch’egli avea fatto, concorse tutta la città per vederlo e per parlargli, non avendolo in luogo di prigione, ma come carissimo amico e molto onorato gentiluomo. E gli facevano tanto onore e carezze, che non era mai ora del giorno che dai più nobili gentiluomini di quella città non fusse visitato, e presentato d’ogni cosa nel vivere necessaria.

Or trovandosi in questo stato messer Marco, e vedendo il gran desiderio ch’ognun avea d’intendere le cose del paese del Cataio e del gran Cane, essendo astretto ogni giorno di tornar a riferire con molta fatica, fu consigliato che le dovesse mettere in scrittura: per il qual effetto, tenuto modo che fusse scritto qui a Venezia a suo padre, che dovesse mandargli le sue scritture e memoriali che avea portati seco, e quelli avuti, col mezzo d’un gentiluomo genovese molto suo amico, che si dilettava grandemente di saper le cose del mondo e ogni giorno andava a star seco in prigione per molte ore, scrisse per gratificarlo il presente libro in lingua latina, sì come accostumano li Genovesi in maggior parte fino oggi di scrivere le loro facende, non possendo con la penna esprimere la loro pronuncia naturale. Quindi avenne che ‘l detto libro fu dato fuori la prima volta da messer Marco in latino, del quale fatte che furono poi molte copie, e tradotto nella lingua nostra volgare, tutta Italia in pochi mesi ne fu ripiena, tanto desiderata e aspettata da tutti era questa istoria.

La prigionia di messer Marco perturbò grandemente gli animi di messer Maffio e messer Nicolò suo padre, perciò che, avendo eglino fin nel tempo del lor viaggio deliberato di maritarlo tantosto che fussero giunti in Venezia, vedendosi ora in questo infelice stato, con tanto tesoro e senza eredi alcuni, e dubitando che la prigionia del predetto dovesse durar molti anni e, quello che poteva avvenir peggio ancora, che non vi lasciasse la vita (perché da molti era loro affermato che gran numero de prigioni veneziani erano stati in Genova le decine d’anni avanti che avessero potuto uscire), e vedendo di non poterlo ricuperar di prigione con alcuna condizione di denari, come più volte avevano per molte vie tentato, consigliatisi insieme, deliberarono che messer Nicolò, ancor che fusse molto vecchio, ma però di complessione gagliarda, di novo dovesse pigliar moglie: e così, maritatosi, in termine d’anni quattro ebbe tre figliuoli, nominati l’un Stefano, l’altro Maffio e l’altro Giovanni. Non passarono molti anni dapoi che ‘l detto messer Marco, per mezzo della molta grazia che egli aveva acquistata appresso i primi gentiluomini e tutta la città di Genova, fu liberato e tratto di prigione; di dove ritornato a casa, ritrovò che suo padre aveva in quel spazio di tempo avuto tre figliuoli: né per questo si perturbò punto, anzi, come savio e prudente, consentì ancor egli di pigliar moglie, il che fatto, non ebbe alcun figliuolo maschio, ma due femine, una chiamata Moretta e l’altra Fantina. Essendo poi morto suo padre, come a buono e pietoso figliuolo convenia, fece fargli una molto onorata sepoltura per la condizione di quei tempi, che fu un cassone grande di pietra viva, qual fino al giorno presente si vede sotto il portico ch’è avanti la chiesa di S. Lorenzo di questa città, nell’entrare da parte destra, con una inscrizione tale che denota quella esser la sepoltura di messer Nicolò previous hit Polo next hit, della contrata di S. Giovan Crisostomo. L’arma della sua famiglia è una sbarra in pendente con tre uccelli dentro, li colori della quale, per alcuni libri d’istorie antiche, dove si vedono colorite tutte l’armi de’ gentiluomini di questa nobil città, sono il campo azurro, la sbarra d’argento e li tre uccelli negri, che sono quella sorte d’uccelli che qui volgarmente si chiamano pole, dette da’ Latini “gracculi”.

Quanto tempo veramente durasse la descendenzia di questa nobile e valorosa famiglia, ritrovo che messer Andrea previous hit Polo next hit da S. Felice ebbe tre figliuoli, il primo de’ quali fu messer Marco, il secondo Maffio, il terzo Nicolò: questi due ultimi furono quelli che andarono a Constantinopoli prima, e poi al Cataio, come s’è veduto. Ed essendo venuto a morte messer Marco il primo, la moglie di messer Nicolò, ch’era rimasa gravida a casa, come ella partorì, per rinovar la memoria del morto pose nome Marco al figliuolo che nacque, ch’è l’autore di questo libro. De’ fratelli del quale, che nacquero dapoi il secondo matrimonio di suo padre, cioè Stefano, Giovanni e Maffio, non trovo che altri avessero figliuoli se non Maffio, ch’ebbe cinque figliuoli maschi e una femina, nominata Maria, la qual, mancati che furono gli fratelli senza figliuoli, ereditò del 1417 tutta la facoltà di suo padre e fratelli, essendo onoratamente maritata in messer Azzo Trivisano, della contrata di S. Stai di questa città; onde poi venne descendendo la felice e onorata stirpe del clarissimo messer Domenico Trivisano, procurator di S. Marco e valoroso capitano generale di mare di questa Republica, la cui virtù e singolar bontà è rappresentata e accresciuta nella persona del serenissimo principe il signor Marcantonio Trivisano suo figliuolo. Questo è il corso di questa nobile famiglia da Ca’ previous hit Polo next hit, qual durò infino all’anno di nostra salute 1417; nel qual tempo, morto Marco previous hit Polo next hit, ultimo delli cinque figliuoli di Maffio che abbiamo detto di sopra, senza alcun figliuolo, come porta la condizione e rivolgimento delle cose umane, in tutto mancò.

E avendo trovato due proemii avanti questo libro, che furono già composti in lingua latina, l’uno per quel gentiluomo di Genova molto amico del predetto messer Marco, e che l’aiutò a scrivere e comporre latinamente il viaggio mentre era in prigione, e l’altro per un frate Francesco Pipino bolognese, dell’ordine de’ predicatori, che, non essendoli pervenuto alle mani alcuna copia dell’esemplar latino, né leggendosi allora questo viaggio altro che tradotto in volgare, lo ritornò di volgare in latino del 1320, non ho voluto lasciare di non rimettergli tutti due, per maggior satisfazione e contentezza de’ lettori, acciò che uniti servino più abbondantemente in vece di prefazione del detto libro. Il quale, insieme con questi altri eccellenti scrittori della parte verso levante e greco tramontana fino sotto il nostro previous hit polo next hit, che abbiamo con non poca fatica così interi e fedeli in questo secondo volume fin ora raccolti, anderà sotto l’onorato nome di Vostra Eccellenza, in quella maniera che già gli abbiamo dedicato il primo delle cose dell’Africa e del paese del Prete Ianni, con li molti viaggi dalla città di Lisbona e dal mar Rosso a Calicut e insino alle Molucche, dove nascono le specierie; e come poi le sarà parimente dedicato anco il terzo, dove si conterano le navigazioni al Mondo Nuovo agli antichi incognito, fatte dal Colombo con molti acquisti, accresciuti poi dal Cortese, dal Pizzarro e da altri capitani, e della cognizione della Nuova Francia, nelle dette Indie posta dalla parte di verso maestro tramontana. Il che ho determinato di fare acciò che dalla grandezza e splendore del nome suo glorioso riceva questo volume, insieme con gli altri due, quella autorità e riputazione che non gli può dare la bassezza del mio debol ingegno. Vostra Eccellenza adunque lo riceverà con quella sincerità ch’io anche gliel’offero, e difendendolo quanto sarà in lei, insieme con l’altro fin ora dato in luce, dalle calunnie de’ maldicenti, farà che, sì come io con molta fiducia e sicurtà l’ho dato in protezione al nome suo onorato, così anche egli sia già fatto sicuro col favor di Vostra Eccellenza, senza sospetto alcuno insieme col primo liberamente alle mani degli uomini pervenga.

Di Venezia, a’ sette di luglio MDLIII.

ESPOSIZIONE DI MESSER GIO. BATTISTA RAMUSIO SOPRA QUESTE PAROLE DI MESSER MARCO previous hit POLO next hit: “NEL TEMPO DI BALDUINO, IMPERATORE DI CONSTANTINOPOLI, DOVE ALLORA SOLEVA STARE UN PODESTA1 DI VENEZIA PER NOME DI MESSER LO DOSE, CORRENDO GLI ANNI DEL NOSTRO SIGNORE 1250”.

Cominciando messer Marco previous hit Polo next hit il suo viaggio dalle sopra dette parole, m’è sparso nel principio di questo libro cosa sommamente necessaria e da non essere in modo alcuno pretermessa, ancor che molti istorici n’abbino fatto diversamente menzione, l’esporre quanto più brevemente si potrà, a più compiuta satisfazione de’ lettori, la cagione perché in Constantinopoli in que’ tempi stesse un podestà per nome del doge di Venezia, massimamente che appartiene la cognizione di così illustre e gloriosa memoria alla grandezza ed eccellenzia di questa veramente divina Republica, dalle cui antiche scritture e memorie, in antichissimi libri e a que’ tempi notate, di questa impresa di Constantinopoli, n’ho io sommariamente tratte quelle particolar cose che qui sotto, sì come io stimo, con molto contento de’ benigni lettori saranno descritte.

E1 adunque da sapere che l’anno di nostra salute 1202 vennero in questa città di Venezia que’ gran principi francesi e fiamenghi, veramente cristianissimi, Baldovino conte di Fiandra e di Henaut, Enrico suo fratello, Luigi conte di Bles e di Chartres, e il conte Ugo di San previous hit Polo next hit, con gran numero di baroni e signori e vescovi e abbati, che aveano gli anni avanti preso il segno della croce. E condussero seco numeroso esercito, il quale fu ordinato, per non dare incommodo alla città, che pigliasse gli alloggiamenti a San Nicolò sopra il lito del mare, ove erano mandate dalla città le vettovaglie di giorno in giorno per il lor bisogno (ed erane lor capitano generale il marchese Bonifacio di Monferrato terzo di questo nome), con proponimento d’andare a soccorrere ai cristiani nella Terra Santa; ove poco avanti per il Saladino soldano di Egitto era stato tolto a Guidone di Lusignano il regno di Ierusalem e di tutta la Soria, il quale essi, dopo quella famosa recuperazione di Gottofreddo Boglione e di tanti baroni, che fu d’intorno l’anno di nostra salute 1099, aveano posseduto ottantaotto anni continui. E montarono l’ottavo giorno d’ottobre, l’istesso anno 1202, al porto di San Nicolò de Lio sull’armata, la quale l’anno avanti, secondo l’ordine e convenzioni fatte con gli ambasciatori che essi avevano mandati a Venezia, era loro stata apparecchiata da messer Rigo Dandolo, allora serenissimo principe di questa Republica; il quale a così santa e cristiana impresa com’era quella della ricuperazione di Terra Santa volse andare in persona, come a buon e religioso principe conveniva, ancor che fosse molto vecchio e cieco; ma prima, con tutto il popolo che in quella impresa l’avea da seguitare, tolse l’insegna della croce nella chiesa di San Marco, avanti l’altare grande, con gran solennità e con bellissime ceremonie, lasciando d’ordine della Republica Reniero suo figliuolo al governo della città. Avendo la Republica in quel tempo perduta la città di Zara in Schiavonia, fu fatta convenzione con li baroni che s’andasse prima a ricuperarla; la quale, dopo lungo assedio dell’esercito e dell’armata, fu presa il mese di novembre e tolta dalle mani di Bela, re d’Ungheria, il quale se n’era per avanti impatronito. Sopragiunse poi il verno con gran freddo, che non li lasciò partire per andare al destinato viaggio di Soria e allo acquisto di Ierusalemme.

E in questo mezo vennero a Zara ambasciadori mandati da Filippo svevo, re della Magna, a’ baroni, dicendo che, se volevano aver pietà d’Alessio, suo cognato e figliuolo d’Isaac Angelo imperatore di Constantinopoli, che s’era poco innanzi fuggito a lui dalle crudelissime mani di suo zio Alessio il tiranno (il quale, avendo cavati gli occhi ad Isaac suo fratello e padre di costui, s’era fatto signore e s’avea con gran tradimento usurpato quello imperio di Constantinopoli), fariano loro gran partiti, sì come aveano ampia facultà dal loro signore e da lui. Ottennero finalmente gli ambasciadori, per i molti preghi fatti a’ baroni e al doge e per la pietà ch’ebbero del giovane, che, tantosto che si potesse navigare, sarebbe per loro rimesso il giovanetto in stato con suo padre: e fu allora molto solennemente promesso per gli ambasciadori e giurato che, se col padre lo rimettevano nell’imperio, egli, oltra che di subito rimetterebbe tutto ‘l stato alla obedienzia della Chiesa romana, dalla quale era partito già molto tempo, darebbe ancora dugentomila marche d’argento alli baroni, con vettovaglia per tutto l’esercito, e diecimila fanti a sue spese per questo santo servigio per uno anno continuo; e di più s’obligava a tener tutto il tempo della vita sua cinquecento cavallieri nella Terra Santa a sue spese.

Conchiuso questo partito, e solennemente dall’una e l’altra parte giurato, gli ambasciadori si partirono, ritornando a Filippo nella Magna, e facendo sapere il tempo al quale era stato a punto determinato dalli baroni e dal doge che ‘l giovanetto dovesse venir a ritrovarli a Zara per partirsi, che fu alquanti giorni dopo Pasqua. Il quale giunto che fu, montati sull’armata e imbarcate le genti, andarono al diritto verso Constantinopoli, dove in pochi giorni giunti, e smontati alla riva di Calcedonia, che è dall’altra parte del stretto all’incontro di Constantinopoli, ov’era allora un bellissimo palazzo dell’imperatore greco, e tratti e’ cavalli fuori degli uscieri (che ora si chiamano palanderie), ordinarono i baroni le lor battaglie in quel modo e forma a punto come doveano dipoi andare all’assalto della città. E fatta sopra il lito una picciola scaramuccia col megaduca del tiranno Alessio, e quello rotto e sconfitto, avendo anco mostrato dalla prora della galea del doge Dandolo il giovanetto Alessio alli Greci della città, che in gran numero erano adunati sopra le mura e sopra tutte le torri di Constantinopoli, per vedere se a lui s’avessero voluto arrendere, si rimbarcorono: e, passato lo stretto, smontarono nella terra di Constantinopoli, ove Alessio il tiranno era venuto sopra la riva, con gran numero di Greci a piedi e a cavallo, per vietarli il smontare. Spaventatosi l’imperatore da così grande ardire di nemici e avilitosi, subito si ritirò, e fu presa da’ Francesi la torre di Pera, nella quale era tirata da Constantinopoli una molto forte catena che chiudeva il porto.

Posto l’assedio per loro dalla parte di terra, e per Veneziani dalla parte di mare con le loro navi e galee, ordinato l’assalto, incominciarono quelli del doge, poste in ordinanza le galee nel golfo di Pera, a drizzare nell’armata mangani e periere e dare la battaglia (perché non era ancor trovata la maravigliosa machina dell’artegliaria, ch’oggidì si costuma nelle guerre): e batterono le mura della città molto gagliardamente, le quali, dopo non lungo combattere e di non molti giorni, furono prese quasi per beneficio divino, per ciò che, essendo stata veduta da’ Greci la bandiera di San Marco sopra una delle torri della città, che da niun mai si seppe come vi fusse stata posta, in tal maniera si smarrirono che incontanente abbandonarono più di vinticinque torri da quella parte e si fuggirono. Le quali subito prese dal doge, e postoli dentro la guardia de’ Veneziani, fu mandata senza indugio la novella alli baroni ch’erano nella parte di terra; i quali, inteso questo, raddopiarono l’assalto, e in molte parti assalirono le mura con le scale: e così in breve spazio di tempo fu presa una parte della città, e messo il fuoco in molte case de’ nemici. Allora Alessio il tiranno, visto non potere resistere alle forze de’ nemici, con nuovo consiglio uscì fuori della città per tre porte, con tutto il suo sforzo, per assaltarli alla campagna. I baroni, vista sì gran moltitudine venirli incontro, avendo raccolto e ordinato il loro esercito, talmente che non potevano esser offesi se non davanti, si messeno in battaglia per aspettare l’affronto animosamente. Pareva che veramente tutta la campagna fusse coperta di battaglie de’ nemici, le quali in ordinanza con saldo passo andavano alla volta de’ baroni: ed era cosa maravigliosa a vedere che li baroni, che non avevono più che sei battaglie, aspettassino l’assalto di così grande esercito; e già tanto s’era fatto innanzi il tiranno con le sue genti, che facilmente da lontano si potevano ferire.

Quando questo udì il doge di Venezia, fece incontinente imbarcare le sue genti e abbandonare quelle torri che egli aveva di già acquistate, dicendo che voleva andare a vivere e morire co’ pellegrini: e così, dismontato in terra con tutte le sue genti, si unì con l’esercito. Stettero continuamente le battaglie de’ pellegrini con tanto ordine e ardire a fronte de’ nemici, che i Greci mai non ebbono animo d’assaltargli. Quando il tiranno vidde questo, perduto d’animo, incominciò incontinente a far ritirare le sue genti e ritornò nella città, ove tolta quella parte di gioie e di tesoro che seco poté portare, abbandonata la moglie e gli amici e di tutti scordatosi, solamente alla propria salute intento, la notte seguente fuggì e lasciò miserabilmente la città e l’imperio, avendo otto anni, tre mesi e dieci dì (come vogliono alcuni) tiranneggiato. E in quella ora a punto della fuga del tiranno, fu tratto di prigione l’imperatore cieco Isaac, e rimesso dal popolo nell’imperio, regalmente vestito, e portato da’ suoi con molto onore e magnificenza nel palazzo di Blacherna. E benché allora l’oscurità della notte a così gran facende apportasse grande impedimento, fu nondimeno, per il desiderio grande ch’egli avea d’abbracciare il figliuolo Alessio, mandatolo a chiamare nell’esercito, ordinando che fusse con gli altri baroni condotto con molto onore nella città. I quali, non consentendo a ciò se prima da esso imperatore Isaac il giorno seguente non fusse con solennità confermato quanto a Zara, per il figliuolo e per gli ambasciatori di Filippo suo genero, a suo nome era stato promesso, mandarono, fatto che fu il giorno chiaro, due Veneziani e due Francesi per nome del doge e delli baroni all’imperator, a farsi confermare le convenzioni fatte col figliuolo: le quali confermate che furono da lui con giuramento e con lettere imperiali, e suggellate con bolla d’oro, sì come egli usava, montarono a cavallo i baroni e accompagnarono il giovanetto nella città davanti il padre, dal quale fu ricevuto con grandissima allegrezza. E alquanti mesi dapoi fu ancora, con molta festa e grande onore, secondo il costume loro, nel primo giorno d’agosto coronato imperatore dal patriarca nella chiesa di Santa Sofia.

Fatta che fu questa bella e pietosa operazione per li baroni e il doge, e rimesso il padre col figliuolo in stato, volendo eglino ormai partirsi per andare a loro destinato viaggio di Soria, percioché la lega loro fatta in Zara non durava se non sino a san Michele del mese di settembre, fecero dire ad Isaac il vecchio e Alessio il giovanetto imperatore che, approssimandosi il tempo della lor partita, volessero pagar loro le convenzioni e quanto erano rimasi d’accordo a Zara, accioché passando il tempo non perdessero così bella occasione di fare la disegnata impresa. Alessio, con molte benigne parole e prieghi usati per coprire le sue astuzie e inganni, tanto seppe fare che, prolungata la lor partita da san Michele infino al mese di marzo, e giurata di nuovo la lega infino a san Michele de l’anno seguente, promesse di pagare fra quel termine interamente tutto quel debito ch’egli avea contratto con loro. Restarono per preghi d’Alessio li baroni, accettando la scusa con ferma speranza che, sì come l’avevano essi benissimo servito nel rimetterlo col padre in stato, egli parimente osservasse loro la fede promessa.

Non passò molto tempo che Alessio, o fusse per il mal consiglio de’ suoi o per altra cagione, si mostrò apertamente molto perfido e disleale al doge e alli baroni, che gli erano stati tanto amorevoli e cortesi dell’aiuto loro, e avevangli fatto così grande e relevato beneficio; e venne a tale che un giorno ardì ancora negare quanto prima avea loro promesso, ben che di ciò chiara fede apparisse per lettere imperiali di suo padre, sugellate con la bolla d’oro, ch’erano appresso al doge di Venezia. Di modo che, dopo l’averlo fatto più e più volte dimandare che le convenzioni fussero loro osservate, li baroni furono astretti per onor loro finalmente, vedendosi in tal maniera beffati, a sfidarlo, con molta vergogna di lui e disonore dell’imperio, e stringerlo al pagamento con molte minaccie, rompendogli guerra: la qual si cominciò di nuovo molto forte e gagliarda, per la poca fede del giovanetto imperatore.

E mentre che Constantinopoli un’altra volta era da Francesi e da Veneziani assediato e dalla parte di terra e dalla parte di mare, Alessio fu tradito da un altro chiamato Alessio il Duca, molto suo familiare e benemerito, che, per aver congiunte le ciglia, volgarmente era in un certo modo e quasi per ischerno chiamato Marculfo: e una notte, su la più bell’ora del dormire, fu posto in una oscura prigione, e pochi giorni dipoi, il sesto mese del suo imperio, occultamente strangolato, non avendo in lui operato il tossico che prima gli avea tre volte fatto dar a bere nella prigione. Morto Alessio, e fattolo imperialmente sepelire come s’egli fusse naturalmente morto, prese Marculfo con l’aiuto de’ suoi seguaci l’imperio e la signoria della città, facendosi tiranno, con molto dolore de’ Greci e passione del vecchio Isaac, il quale, udito il miserabil caso del figliolo, morì incontinente di cordoglio. I baroni e il doge, inteso il grande tradimento e continuando gli assalti, batteano con diverse machine le mura e le torri senza fine, giorno e notte; e radoppiata la guerra, facendosi fra l’una e l’altra parte molto grosse scaramuccie, fu in una di quelle valorosamente acquistato da’ baroni e da’ Veneziani lo stendardo imperiale del tiranno, ma con molto maggior allegrezza un quadro ov’era dipinta l’imagine della nostra Donna, il quale usavano continuamente gl’imperatori greci portare seco nelle loro imprese, avendo in quello riposta ogni lor speranza della salute e conservazione dell’imperio. Questa imagine pervenne nei Veneziani, e sopra tutte l’altre gran ricchezze e gioie che gli toccarono fu tenuta carissima, e oggidì è con grande riverenzia e devozione servata qui nella chiesa di San Marco, ed è quella la quale si porta a processione al tempo della guerra e della peste, e per impetrare la pioggia e il sereno.

Finalmente due galee de’ Veneziani portate dal vento sotto le mura, e posta una scala dalla gabbia de’ loro arbori, un Veneziano e un Francese entrarono ad una torre, e valorosamente posta la bandiera di San Marco, levato il grido nell’armata, e in quell’istesso tempo per Francesi dalla parte di terra con molta forza rotta e presa una porta della città, fu preso Constantinopoli la seconda volta e sconfitto il tiranno Marculfo: il quale incontinente, fuggendo per la porta Oria dalla parte di ponente, abbandonò la città, essendo stato nella sedia imperiale non più che due mesi e giorni. Entrati li baroni e alloggiati nella città, dopo il sacco che fu molto grande e ricco, il quale, in esecuzioni dei patti conchiusi d’accordo ne’ padiglioni avanti il dare l’assalto alla città, fu portato in tre gran chiese e quivi diviso fra li baroni e Veneziani egualmente, furno eletti dodici uomini che dovessero creare l’imperatore, sei veneziani dalla parte del doge e sei dalla parte de’ baroni, che furono quattro vescovi francesi e due baroni lombardi. I quali, ridotti a far questa elezione in una ricca capella, che era nel palazzo ove alloggiava il doge di Venezia, crearono imperatore dopo lungo contrasto di molte ore Baldovino, il conte di Fiandra e di Hennault, nella maniera che s’erano, per l’instrumento fatto avanti il dare l’assalto alla città, convenuti: che fu tale, che colui il quale avesse più voti nelli dodici s’intendesse essere imperatore, e caso che duoi avessero tanto e tanti per ciascuno, si dovesse allora trare la sorte, e a chi ella toccasse fusse imperatore; il quale dovesse signoreggiare una delle quattro parti del predetto imperio di Constantinopoli, e avere per l’abitazione sua i palazzi di Boccalione e di Blacherna nella città, ch’erano anticamente stata abitazione degl’imperatori greci; l’altre tre parti dell’imperio fussero per uguale porzione divise fra i Veniziani e li baroni francesi, ch’altramente si faceano chiamare pellegrini; con patto espresso che, dalla parte di coloro onde non fusse stato creato l’imperatore, li chierici avessero libertà di eleggere il patriarca e ordinare la chiesa di S. Sofia e instituire li canonici, con reggere tutto ‘l stato ecclesiastico: il quale patriarca di Constantinopoli, e di riverenzia e di ricchezza, non era allora tra’ Greci punto inferiore al nostro papa di Roma.

I Veneziani, creato ch’ebbero Baldovino imperatore, ch’era della parte francese, e dato che fo titolo al doge di Venezia di despote (titolo allora di grand’onore), elessero Tommaso Moresini per patriarca di Constantinopoli, e fu diviso incontinente l’imperio in quattro parti, così come prima s’erano convenuti: delle quali avuta che n’ebbe una l’imperatore Baldovino, l’altre tre furono divise fra gli altri baroni e il doge di Venezia per uguale porzione; onde poi il doge di Venezia e suoi successori per molti anni continoi ebbero il titolo di dominatori della quarta e meza parte di tutto l’imperio della Romania. Bonifacio il marchese di Monferrato, che non avea potuto conseguire l’imperio, benché con ogni studio vi avesse atteso, e fatto gran fortuna a Baldovino, si fece suo uomo ligio, e da lui in contracambio e per segno d’amore fu creato re di Salonichi: e fra il tempo della incoronazione dell’imperatore (che fu l’anno 1204, il mese di maggio) sposò l’imperatrice Maria, sorella di Bela re d’Ungaria, che per avanti era stata moglie del morto imperator Isaac vecchio, e andò con le sue genti verso il regno di Salonichi. I Veneziani andarono al possesso e acquisto del loro imperio, che fu molte città della Tracia e molte isole dell’Arcipelago, con buona parte della Morea, facendo un editto, che cadauno Veneziano che armasse navilii a sue spese potesse andare a recuperare, delle dette isole, quelle che volesse, eccetto Candia e Corfù; dove che Rabano dalle Carcere veronese, uomo letterato in que’ tempi, che era venuto per consigliero del principe Dandolo, andò con licenzia del doge a pigliar l’isola di Negroponte, la qual alquanti anni dapoi, conoscendosi non avere forze bastanti a mantenerla, volontariamente cesse al doge di Venezia: dove fu poi mandato continuamente per governo dell’isola un gentiluomo di Venezia per bailo, fino che ella fu sotto l’imperio di questi signori.

Morto il principe Dandolo nell’assedio della città d’Andrinopoli, ch’era delle toccate in sorte nella divisione dell’imperio, ma da’ Greci che vi erano fuggiti e quivi raccolti dopo le lor miserie tenuta per nome di Ioanniza, re di Valachia e Bulgaria, e portato che fu a sepelire con onorate esequie in Constantinopoli nella chiesa di Santa Sofia, i Veneziani che si trovavano in Constantinopoli, avendo veduto, avanti la morte del doge, il grave caso della presa dell’imperatore Baldovino, che occorse come più a basso si leggerà, e vedendosi privi e dell’imperatore e del doge, né avendo allora in Constantinopoli alcuno de’ suoi che fusse loro capo e governo in così aspra e difficil impresa, essendosi tutti insieme ridotti un giorno, solennemente crearono, l’anno che allora correva 1205, loro podestà messer Marin Zeno (il qual si ritrovava in Constantinopoli), con ordine e deliberazione tale, che nell’avenire qualunche podestà o rettore che ‘l doge di Venezia di tempo in tempo mandasse col suo consiglio, over ordinasse podestà in Constantinopoli, si dovesse accettare per podestà e vero rettore e amministratore di quella parte della città e dell’imperio ch’era nella divisione toccata in sorte a’ Veneziani; il qual podestà s’intendesse aver anco il titolo di dominatore della quarta e meza parte dell’imperio di Romania, e portasse la calza di seta cremisina (insegna imperiale), come parimente portava l’imperator francese, e avea fin allora portata il Dandolo. Questo, con li suoi giudici, consiglieri e camarlenghi, e altri infiniti officiali e magistrati ch’appresso di lui onoratissimamente stavano, nel principio del suo reggimento confermò li feudi dell’imperio a quelli che dal doge Dandolo n’erano stati investiti, con ordine che non potessero da loro essere alienati in altri ch’in Veneziani, e fece molt’altre provisioni a publico beneficio della nazione e del stato. E dopo lui, mentre durarono gl’imperatori francesi in Constantinopoli, successero continuamente per diritto ordine altri podestà, mandati dalla Signoria di Venezia al governo di quella parte dell’imperio, ch’era de’ Greci chiamata despotato, sì come n’avea avuto il titolo per avanti il doge Dandolo.

Dopo la morte di Baldovino imperatore, ch’in un conflitto era stato fatto prigione dai soldati di Ioanniza, re di Bulgaria e Valachia, e poi morto, fu per li baroni ch’erano in Constantinopoli eletto per suo successore Enrico suo fratello, che fino a quel giorno, con titolo di bailo dell’imperio, avea con molto valore e giudicio governato l’esercito. Egli, tolta la corona dell’imperio l’anno 1206, il vigesimo giorno d’agosto, in Constantinopoli nella chiesa di S. Sofia, solennemente datagli da Tomaso Moresini patriarca, qual era tornato allora da Roma, ove avea impetrata da papa Innocenzio terzo la confermazione del suo patriarcato, e di più era stato eletto arcivescovo di Thebe, confermò a messer Marin Zeno, con molto onore e amorevolissime parole, in presenzia di Benedetto, cardinale di S. Susanna e legato del papa nella Romania, la quarta e meza parte dell’imperio che gli era toccata in sorte, promettendogli aiuto e favore per acquistare l’altre sue città tenute da’ Greci e per conservarle. Questo imperatore Enrico dipoi prese per moglie Agnese, figliuola del marchese Bonifacio di Monferrato, che era stato creato re di Salonichi, la quale fu anco lei il mese febraro coronata imperatrice, e fece ch’il marchese suo socero divenne suo uomo ligio: il qual, abboccatosi con l’imperator Enrico suo genero presso al fiume che corre sotto la città di Cipsella, e ottenuta la confermazione da lui del regno di Salonichi, nel ritorno suo al regno fu assalito da una grande correria di Valachi e Cumani, e, nel combattere gravemente ferito, nel 1207 morì.

L’imperator Enrico, dopo molta e lunga guerra, fatta ora con Teodoro Lascari, che con l’aiuto de’ Greci tiranneggiava molte città dell’imperio nell’Asia, ora con Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, il qual con grossissimo esercito de Bulgari e di Valachi gli veniva adosso, e tanto vicino che correva spesse volte sino sopra le porte di Constantinopoli, facendo grandissimi danni e menando via uomini e bestie in gran copia in Valachia, avendo dieci anni retto l’imperio, morì senza figliuoli in Salonichi, l’anno 1216 il mese di giugno, e lasciò Violante, sua sorella, erede dell’imperio. Questa, che si trovava in Francia maritata in Pietro di Cortenay, conte d’Auxerre, onorato cavalliero, udita la morte dell’imperatore Enrico suo fratello, venne col marito a Roma; dove da papa Onorio III ambidue coronati imperatori nella chiesa di San Giovanni Laterano, nel 1217 il mese d’aprile, con molto solenne trionfo, incontinente elessero duoi delli suoi baroni e mandarongli a Constantinopoli, accioché solennemente giurassero in nome loro a messer Rogiero Permarino e Marin Storlato e Marin Zeno (che si trovavano in Constantinopoli legati per el doge Ziani, ch’era allora principe di Venezia) che per tutto il tempo dell’imperio loro gli saria osservata buona e real compagnia, e mantenute tutte le convenzioni e patti, ordinazioni e onorificenzie ch’aveano li Veneziani insino a quel giorno avute nella Romania, così con scritti come senza scritti, fatte per il già conte Baldovino di Fiandra imperatore, e dipoi per Enrico suo fratello e successore, con tutti li rettori e podestà di Constantinopoli stati nel despotato sino a quel tempo, per nome della signoria e del doge di Venezia.

Partitosi dipoi da Roma, l’imperatore, con la moglie imperatrice, venne a Brandicio, dove montato sopra le galee de’ Veneziani insieme col cardinale Colonna, datogli legato dal papa, andò all’assedio di Durazzo, ch’essendo sino alla divisione prima dell’imperio toccato in sorte a’ Veneziani e poi perso, desiderava per tante cortesie che le facevano in grazia loro prenderlo e consegnarglielo; ma non gli successe, però che un grand’uomo greco, detto Teodoro Conneno duca di Albania, vassallo di Teodoro Lascari, violentemente se n’era insignorito. Costui, mostrando con astuzia greca di volersi riconciliare con Pietro imperatore, l’alloggiò nella città, facendo finta di dargliela e volerlo di più, per onorificenzia, accompagnare fino a Constantinopoli nell’imperio, dov’egli andava col legato per terra, avendo mandata l’imperatrice per mare sopra le galere de’ Veneziani: e un giorno desinando a tavola l’ammazzò, facendo prigione il cardinale Colonna. Questa nuova così all’improviso e non aspettata, essendo intesa a Constantinopoli, turbò grandemente gli animi di tutti. Ma ritrovandosi allora messer Iacomo Tiepolo, podestà de’ Veneziani, nella città e nell’imperio, con la sua prudenzia e buon consiglio operò sì che in poche ore acquietò tutto il tumulto nato per la morte dell’imperatore. E vedendo che le cose de’ Francesi andavano ogni giorno declinando, e che di Francia non era mandato quel soccorso e aiuto che ragionevolmente si dovea aspettare, giudicò che, per star in pace e assicurare le cose della città, buona cosa era far tregua per alquanti anni col soldano e col Lascari e con gli altri signori vicini, che d’ogni parte facevano guerra con l’imperatore. Il che fatto col consiglio delli suoi giudici e consiglieri, e di Conone di Betuna, baron francese, ch’in luogo dell’imperatore morto essendo creato bailo governava la città nell’interregno, Roberto fra questo mezo, il figliuolo di Pietro imperatore, venuto di Francia a Constantinopoli, morta la madre che (come vogliono alcuni) governò l’imperio certo tempo, fu l’anno 1220 coronato imperatore in luogo di Pietro suo padre, avendogli volontariamente Filippo suo fratello, al quale per essere il primogenito s’apparteneva l’imperio, cessa la corona.

Questo, vedendo li buoni portamenti che facevano, e amorevoli consigli nel governo dell’imperio che raccordavano continuamente li podestà ch’erano mandati dalla signoria di Venezia, continuò a fare grandissime carezze e onori a messer Iacomo Tiepolo, che in quel tempo che egli venne ritrovò esser podestà; e ordinò ch’ogni facenda, di qualunche sorte ella si fosse, si consigliasse e trattasse prima con lui che con i consiglieri dell’imperio; e in ogni deliberazione che si faceva, seguendo il costume degli altri imperatori suoi precessori, voleva sempre il consiglio del podestà di Venezia, e negli scritti suoi nominava, come aveano fatto suo padre e zii, qualunche volta gli occorreva farne menzione, il doge di Venezia suo carissimo amico e collega dell’imperio. E ho letto io la copia del privilegio del prefato Roberto imperatore, che fece a’ Veneziani in Selimbria il ventesimo giorno di febraro, l’anno quarto del suo imperio, che fu del 1224, all’istesso tempo di messer Iacomo Tiepolo, podestà di Constantinopoli; nel qual egli conferma, così ricercato per lettere da messer Pietro Ziani, doge di Venezia, tutte quelle altre parti che li suoi podestà aveano nuovamente acquistate dell’imperio della Romania oltra le prime, e vuole ch’egli e li successori suoi abbino le medesime giurisdizioni e auttorità nelle predette parti di nuovo acquistate dell’imperio, “sì come noi abbiamo nelle cinque”, per dire le sue proprie e formali parole, perciò che già le parti de’ primi baroni che l’acquistarono erano per la morte loro in gran parte pervenute nell’imperatore. E queste carezze e favori non già senza causa il predetto imperatore faceva a’ Veneziani, perciò che, sapendo che le forze sue erano molto indebolite nella Grecia e ch’altrove non poteva avere né più presto né maggior aiuto che da essi, sopra le spalle de’ quali allora gran parte di tutto quell’imperio si riposava, gli avea in molto onore e riverenzia.

Messer Iacomo Tiepolo podestà fece in questo tempo tregua per cinque anni con Teodoro Lascari, il quale per conto di sua moglie, figliuola d’Alessio il fratricida, era stato da’ Greci coronato imperatore poco dapoi la presa di Constantinopoli, e avea continuamente signoreggiata quella parte dell’Asia all’incontro di Constantinopoli che ora si chiama la Natolia. E convenne con lui con solenne giuramento molte cose, che dapoi apportarono grande utile e onore insieme alla nazione veneziana e al despotato della Romania; ma fra l’altre che i Veneziani e mercanti di Venezia sicuramente e senz’alcuno impedimento o danno potessero fare le loro mercanzie e negociare nelle terre del Lascari, essendo sempre liberi così per mare come per terra, e con patto di poter anco fare qualunche sorte di mercanzie loro piacesse nella sudetta terra senza pagare alcuna gravezza o il comerchio, ch’era una sorte di gabella che allora e oggi ancora si costuma pagare in Constantinopoli e in Soria, e in ogn’altro luogo soggetto all’imperio del Turco, da tutti egualmente e da’ Turchi istessi (la quale gabella però del comerchio era pagata da quelli del Lascari, così in Constantinopoli come in qualunche altro luogo de’ Veneziani nella Romania); e s’alcuna nave veneziana o de’ loro sudditi pericolasse nelle terre a lui soggette, la robba fusse resa loro interamente. Appresso, che se alcuno Veneziano o mercante suddito, morendo nel stato suo, avesse fatto testamento, tutto l’aver suo fusse realmente reso agli eredi; e caso che ei fosse morto senza testamento, né avesse avuto appresso di sé alcuno de’ suoi al tempo della sua morte, la robba sua dovesse esser conservata salva appresso il signor della città nella quale egli fusse morto, infin che apparisse colui a chi ragionevolmente aspettasse; con solenne giuramento e particolar promessa che né il Lascari nel suo imperio, né il doge di Venezia nel suo despotato nella Romania, avessero facultà di far battere ad un istesso modo iperperi né manulati (il manulato era una sorte di moneta di molta riputazione appresso i Greci, chiamata da questo nome per conto di Manoel imperator di Constantinopoli, che ne fu l’autore), né alcun’altra sorte di moneta che si assomigliasse l’una a l’altra, ma ciascuno diversamente battesse la sua; né potesse il Lascari a modo alcuno mandare sue navi o altri legni alla città di Constantinopoli né fare soldati sopra il despotato de’ Veneziani durante la tregua, senza licenzia del doge di Venezia. Questo è quello messer Iacomo Tiepolo che per il suo valore ascese poi al principato de questa Republica, e fece raccore e ordinare tutti li statuti di Venezia riducendoli in un volume, ne’ quali si vede ancora dichiarato l’ordine che in quel tempo che signoreggiavano Constantinopoli s’osservava in questa città circa li testamenti de’ Veneziani che qui erano portati da Constantinopoli, fatti per modo di breviario: che non se gli avesse a prestar fede se non erano sottoscritti dal podestà de’ Veneziani o suo sustituto, o almeno da uno de’ conseglieri mandati di qui dalla Signoria.

Teodoro Lascari, dapoi fatta tregua col Tiepolo, desiderando fare anche parentado coll’imperator Roberto per fermar meglio le cose sue, tentò di dargli per moglie Eudocia sua figliuola; ma essendogli vietato per il suo patriarca, che non volse acconsentirvi, come che il far parentado con Latini fusse quasi contro gl’instituti loro, non gli riuscì il pensiero. Onde egli, volendo pur fornire questo suo desiderio, e tentate molte altre strade senza effetto, alla fine pieno di sdegno si morì, lasciando l’imperio a Giovanni Vatazo suo genero, ch’altrimente era chiamato il duca, marito di Irene sua figliuola, per non esser il figliuolo che gli era nato nel secondo matrimonio della moglie armena ancora in età matura e atto al governo, né vivendo allora alcuno di que’ due figliuoli ch’ebbe della prima moglie Anna, figliuola del tiranno Alessio di Constantinopoli. Era Teodoro di età vicino a cinquanta anni quando morì, avendo regnato intorno a diciotto anni, e (per quello ch’io ho letto in una istoria greca di que’ tempi non ancora publicata) di picciola statura, di color bruno, con la barba lunga divisa in due parti nella summità, quasi guercio d’un occhio, molto animoso e pronto nel combattere, ma uomo che dall’ira e dalla lussuria difficilmente si potea astenere; nel resto liberalissimo signore, e tanto magnifico che volea spesse volte quelli a’ quali pur una volta alcuna cosa donava incontinente far ricchi. Nelle guerre specialmente fatte contro Latini e Persiani fu assai sfortunato. Ebbe il suo corpo sepoltura dov’erano l’ossa d’Anna sua prima moglie, nel monasterio del Iacinto nella città di Nicea in Bitinia.

Alla fine, Roberto imperatore di Constantinopoli (per ritornar a lui), come alle volte aviene ai giovani, innamoratosi imprudentemente d’una bellissima giovane greca, di nobil sangue e ricca, ancor che sapesse che dalla madre era stata promessa ad un Borgognone de’ primi capitani del suo esercito, senz’alcun rispetto e con grande insolenzia tolta, la menò a casa. La quale ingiuria non potendo il Borgognone sostenere, pieno d’ira e di furore, non essendo l’imperatore in Constantinopoli, con molti suoi seguaci entrò una notte in palazzo, e rotte le porte, presa la giovane e la madre, a quella tagliò il naso e l’orecchie; e la madre, come quella che era stata cagione della rapina della figliuola, fece affogar in mare. Questo miserabil caso perturbò tanto l’imperatore che, pieno di sdegno e di cordoglio per lo scorno grande fattogli dal capitano, raccomandato ch’ebbe l’imperio a messer Marin Michele (ch’era allora, secondo alcuni, podestà de’ Veneziani), come quello che faceva pensiero di non voler più ritornar a Constantinopoli, si partì disperato e venne in Italia; dove, ito a Roma per dolersi col papa di questa sua miseria e sciagura che gli era avenuta, stato che fu alquanto tempo appresso sua Santità e amorevolmente da lei racconsolato, fu consigliato a ritornare a Constantinopoli: nel qual viaggio, gravemente ammalato, nella Morea morì, lasciando l’imperio a suo fratello Baldovino, per l’età non ancor atto a governar l’imperio. Il quale, essendo poi giunto all’età matura, morto Giovanni conte di Brena, re di Ierusalemme, suo suocero (che avendogli dopo la morte di Roberto suo fratello data la sua figliuola Marta per moglie, e col consiglio de’ primi baroni del governo dell’imperio governato e molto valorosamente dall’impeto del Vatazzo difeso alquanti anni lo stato), fu coronato imperatore di Constantinopoli. Ed è quello del quale messer Marco previous hit Polo next hit nel principio del suo libro scrivendo dice: “Nel tempo di Balduin imperatore di Constantinopoli, dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni di nostro Signore 1250, etc.”.

Di qui avenne che, volendo egli al tempo che compose e scrisse questo libro in Genova, che fu del 1298, notificar particolarmente e descrivere il tempo apunto nel quale suo padre e zio s’erano ritrovati in Constantinopoli, che fu l’anno 1250, nel principato di messer Marin Moresini doge di Venezia, giudicò lui cosa molto degna e lodevole (ancor che in quel tempo gran parte della porzione del stato di Veneziani nella Romania fosse già perduta con la signoria de’ Francesi in Grecia) incominciar con la memoria di questo tempo a descriver il suo viaggio, per dimostrare l’onorificenzia e grandezza in che per avanti era stata la sua patria: perciò che, allora ch’egli dimorava prigione in Genova, erano già nel spacio di que’ quarantaotto anni stati scacciati li Francesi dal Vatazzo, col sopradetto Baldovino imperatore che lui nomina, e per mezo di Michel Paleologo gli Greci ritornati nel lor primo imperio di Constantinopoli. Della quale impresa, come rara e illustre, io ne ho in questo luogo, parendomi fare molto al proposito nostro, così brevemente (toccando però alcune cose necessarie da sapere) voluto far menzione, accioché a quelli lettori che non averanno alcuna cognizione, o almen poca, delle cose di que’ tempi, né saperanno lo stato nel quale allora questi signori si ritrovavano, non paia cosa fabulosa il leggere che già trecento anni questa Republica abbia tenuto per così lungo spazio di tempo podestà in Constantinopoli, sì com’ella fece, e sia con molto beneficio della cristianità stata tanti anni patrona d’una parte di quella così bella e gloriosa città e di quel tanto maraviglioso imperio, che ora, per le molte discordie longamente state fra’ principi cristiani, si truova soggetto agl’infideli.

Ma chi averà piacere d’intendere particolarmente e con più diritto e continuato ordine il filo di tutta questa istoria, ch’io di sopra non ho raccontato né è sino ora stata scritta da alcuno, incominciando specialmente dal principio che Teobaldo conte di Campagna e di Bria, e Luis conte di Bles, con Baldovino e gl’altri baroni, l’anno 1200 presero la cruciata nella Fiandra, e fatto il loro parlamento in una città di Campagna, mandarono l’anno seguente sei onorati baroni loro ambasciatori al doge Dandolo a Venezia, con lettere di credenza e molti partiti, a dimandare navilii e un’armata per passare in Soria con uno esercito di trentotto in quarantamila persone che aveano raccolto, e andare alla recuperazione di Terra Santa, leggerà l’istoria di Paolo mio figliuolo, la quale egli latinamente scrive d’ordine dell’illustrissimo ed eccellentissimo Consiglio di Dieci di questa Republica. Il quale, accioché la memoria di tanto illustre e gloriosa impresa non sia molto più dalla longhezza del tempo fatta oscura di quello che ella è stata fin ora, gli ha con la sua solita liberalità e magnificenza dato carico che ne debba far un copioso volume, raccogliendo tutte quelle cose che si truovano scritte, parte ne’ memoriali e scritture autentiche portate in que’ tempi con molte gioie e tesori dell’acquisto di Constantinopoli in questa città, dagli altri istorici che ne hanno parlato pretermesse, e parte ne’ commentari scritti a penna ritrovati a’ nostri tempi, che mai il Sabellico né alcun altro scrittore ha veduti, d’un grande gentiluomo francese di molta auttorità e maneggio, il quale, ritrovandosi sempre presente col conte Baldovino di Fiandra ed Enrico suo fratello in questa impresa, la volse allora, come colui che la maneggiò e della quale n’era benissimo instrutto, nella lingua francese con molte belle particolarità e con ogni diligenzia descrivere. Questo libro già alquanti anni il clarissimo messer Francesco Contarino, il procuratore di San Marco, essendo ambasciator in Fiandra a Carlo V imperatore l’anno 1541, e avendolo a caso in una libraria d’un monastero trovato, portò seco in questa città, non volendo patire che così bella istoria, tanto diligentemente e con tanto onore della sua patria per un uomo francese descritta, che altrove non si trovava, rimanesse perpetuamente nascosta in un solo libro scritto a penna dentro una libraria della Fiandra.

Or in queste istorie di mio figliuolo si leggeranno le mutazioni e i rivolgimenti di quelle signorie, con la morte, creazioni e prigionie di tanti imperatori e tiranni ch’erano a quel tempo in molte parti della Grecia e dell’Asia, con la turbulenzia del stato loro, e finalmente la perdita di tutto quello imperio che pervenne nei Latini; il dominio de’ Veneziani nella Romania, con suoi privilegii e onoratissime giurisdizioni, e co’ nomi di ciascheduna città, luogo, castello o casale, che così nella Tracia come nella Morea e nel Peloponeso le toccarono in sorte nella divisione dell’imperio fatta da’ partitori; e dell’isole dell’Arcipelago, e de’ signori che l’occuparono, a chi furono tolte; la porzione dell’imperio venuto in sorte a’ baroni francesi, ch’altrimente si chiamavano pellegrini, e quella del medesimo imperatore Balduino ed Enrico fratelli, incoronati imperatori l’un dopo l’altro, con lor nozze e parentadi dopo l’acquisto dell’imperio fatti; la creazione del marchese di Monferrato in re di Salonichi e l’imperio suo, col maritaggio nella sorella del re d’Ungaria; la morte di Balduino, primo imperatore de’ Latini, al quale, dopo preso da Valachi e Bulgari il primo anno del suo imperio in un conflitto, e tenuto molti mesi prigione, fu tagliata la testa e portata a Ioannizza lor re in Ternoviza, il quale, fattala nettare e trattone gl’interiori, adornata in forma di vaso, con molto oro intorno, la facea adoperare per bere in vece d’una tazza. Si leggerà il valor e la morte del principe Dandolo nell’assedio d’Andrinopoli, ove guidava l’esercito dopo la perdita dell’imperatore; il modo con che fu primieramente instituito il podestà che tanti anni tenne questa Republica in Constantinopoli, del qual parla messer Marco previous hit Polo next hit nel principio del suo viaggio, con tutti e’ nomi de’ magistrati veneziani che solevano sedere in quella città e nell’imperio; le gioie, i tesori, le colonne, i marmi che vennero di que’ paesi e della Grecia mentre che signoreggiorno i Veneziani; come furno da Constantinopoli portati que’ quattro bellissimi cavalli di metallo, di mirabil arteficio, che Costantino imperatore, tolti dall’arco di Nerone, ch’egli avea di prima tolti dall’arco d’Augusto, portò da Roma a Constantinopoli, e ch’ora si veggono nel corridore della chiesa di San Marco, sopra la piazza, da tutto ‘l mondo sempre riguardati con somma maraviglia; le molte reliquie d’infiniti uomini santi e beati, di che son piene tutte le chiese e monasteri di questa città, e l’istessa chiesa di San Marco; con le longhe guerre, che parte Bonifacio re de Salonichi fece contro Leon Scrugo, tiranno del Peloponeso, che difendendosi con molte astuzie teneva Coranto e Napoli di Romania, dando di molto travaglio a’ Latini, e parte che ‘l podestà de’ Veneziani insieme con Francesi e l’imperator Enrico, confederati con Teodoro Brana greco (che solo del rimanente de’ Greci teneva lega con Francesi, per aver per moglie Anna, figliuola di Lodovico sesto re di Francia, padre di Filippo il Pietoso, la quale era stata avanti la presa di Constantinopoli nel primo maritaggio moglie d’Alessio, figliuolo di Manoel imperatore), fecero in diversi tempi nella Turchia, prima con Teodoro Lascari, il quale per conto della prima moglie greca pretendeva ragione sull’imperio, e signoreggiava gran parte di quel paese, facendo molti danni a’ Veneziani e a’ Francesi oltra lo stretto, e poi contra Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, nella Tracia; il quale, nemico per ragione ereditaria, insino dal tempo di Pietro e Asane suoi fratelli, del nome greco e latino, avea destrutta Napoli di Tracia, Panedò, Eraclea, Tzurolo, ora Chiorlich, e molt’altre città del loro stato insin a canto Constantinopoli; che finalmente, dopo l’avere molti anni guerreggiato con loro, si morì di mal di punta appresso Salonichi, essendogli paruto una notte in sogno, nel mezo del dormire, vedersi da un soldato passare il costato con una lancia, che fu detto allora esser il significato della qualità della morte che divinamente doveva essergli mandata.

Ma avendo sufficientemente, e forse più che a bastanza, con tanta digressione e così longa diceria dimostrato quello ch’io da prima avevo tolto a narrare del principio del libro di questo scrittore, mettendo qui fine mi volgerò ad esporre alcuni pochi luoghi sparsi ne’ libri de messer Marco previous hit Polo next hit, i quali, per maggior intelligenzia de’ benigni lettori, alcuna dichiarazione richieggono.

DICHIARAZIONE D’ALCUNI LUOGHI NE’ LIBRI DI MESSER MARCO previous hit POLO next hit, CON L’ISTORIA DEL REUBARBARO

La cagione perché messer Marco previous hit Polo next hit, nel primo capitolo del suo primo libro, incominciasse a scrivere il suo viaggio dall’Armenia minore fu questa: che partendosi egli di Acre, ov’era legato Teobaldo de’ Visconti, che fu poi papa Gregorio X, andò per mare al porto della Ghiazzia, ch’è nell’Armenia minore, e fu questo il primo luogo dove smontasse per andare con suo padre e con suo zio al gran Cane. E allora le due Armenie, cioè minore e maggiore, erano sotto un principe cristiano, qual veniva col suo stato fino sopra il mare della Soria ed era tributario de’ Tartari. Però lo descrisse secondo che li fu riferto da persone idiote; né bisogna che qui el lettore ricerchi da questo scrittore quella diligenzia e modo di scrivere che usano Strabone, Tolomeo e altri simili, per ciò che quella età era molto rozza, e non s’era ancora introdotto negli uomini quella politezza di lettere ed eleganza di stile e modo di descrivere la cosmografia che ora s’usa; aggiunto anco che in quelli tempi, per le continue guerre state lungamente de’ Tartari, che occuparono tutto il Levante, sì come fecero i Gotti il Ponente, li termini antichi delle provincie erano tanto confusi, e in maniera cambiati li nomi e mescolata l’una con l’altra provincia, che quantunche egli avesse voluto usare maggiore diligenzia, non ci averebbe per ciò potuto dare miglior cognizione di quella che egli ha fatto. E questa mutazione de’ nomi fu causa che quello che possedeva questo re cristiano d’Armenia, secondo che dice il principe Ismael, si chiamava allora il regno de’ Romei, cioè Greci: e fino sopra il sino Issico, ch’è il golfo della Ghiazzia, giugnevano i suoi confini, de’ quali informandosi messer Marco intese, come nel secondo capitolo scrive, che dalla parte di verso mezodì vi è la Terra Santa; da tramontana i Turcomani, ch’ora si chiaman Caramani; da greco levante Cayssaria e Sevesta; verso ponente il mare Mediterraneo. E come nel terzo capitolo dice, le due città insieme col Cogno erano nella Turcomania, le quali sono poste da Tolomeo nella Cilicia, e le chiama messer Marco Cayssaria e Sevaste, cioè Caesarea e Augusta, e Iconium il Cogno, nella Licaonia.

E dicendo Turcomani, nome moderno posto da’ Tartari, avendo io voluto vedere quello che ne parla Ismael nella sua geografia, m’è parso doverlo qui includere, il quale, descrivendo il lito del mare di Soria e cominciando dalla città di Seleucia, che al suo tempo si chiamava Suidia, dice in questo modo: che ‘l principia a voltar il suo corso verso ponente fino che ‘l passa i confini del regno di musulmani, cioè Turchi (perché al tempo d’Ismael tutta l’Asia minore era de’ cristiani), e tirato un poco di tratto verso tramontana, va alle porte di Scanderona, che son le porte dell’Amano appresso Alessandretta (quivi è il confine fra musulmani e Aramani, cioè della Cilicia), e poi va alle porte della Ghiazza, ove è il porto della regione d’Araman, cioè Cilicia; e voltandosi il lito verso ponente tramontana, scorre fino alla città di Tarso, la qual è in longitudine cinquantotto gradi e in latitudine trentasette e mezo, e tirando pur in ponente passa i confini di Araman fino in Coruch, che si chiama dall’interprete d’Ismael Corycium Antrum; qual passato, vi è la region de’ popoli della Turcomania, che sono discesi da Caraman Turcoman, e in quella regione vi è il monte Caraman che ‘l detto interprete chiama monte Tauro, dove dice Ismael che al suo tempo abitava la moltitudine di Turcomani, il signor de’ quali si chiamava Avad Caraman, e questo monte s’estende dalli confini della città di Tarso fino al regno de Lascari, che vuol dir all’imperio di Constantinopoli. Questo è quel Teodoro Lascari ch’ebbe per moglie Anna, una delle figliuole di quello Alessio che cavò gli occhi al fratello Isaac imperatore e si fece tiranno di Constantinopoli, come è detto di sopra; e per tal ragione, signoreggiando i Veneziani e Francesi la città di Constantinopoli e gran parte dell’imperio della Romania, lui tiranneggiava molte città alla marina e fra terra, in quella parte dell’Asia ch’è verso il mar Maggiore e la Propontide, all’incontro di Constantinopoli, la qual oggidì si chiama la Natolia, overo la Turchia. Da queste parole si vede (come dice messer Marco) che questi tal popoli turcomani abitavano sopra le montagne e luoghi inaccessibili, come è il monte Tauro e il monte Amano.

Darzizi, nel cap. quarto del primo libro, ora è chiamata Bargis; Paipurth, Carpurt.

Del monte altissimo di che nell’istesso capitolo si parla, ove si fermò l’arca di Noè dapoi il diluvio, dicono alcuni scrittori questo essere quello dove sono i monti Gordiei, quali Strabone vuole che siano una parte del monte Tauro.

La provincia della Zorzania, al quinto capitolo, è quella che, appresso Strabone, Plinio e Tolomeo detta Iberia, fu da questo nome chiamata per memoria del valoroso e glorioso martire san Zorzi, che ivi predicò la fede del nostro Signor Iesù Cristo: per il che è anco in grandissima venerazione appresso tutti que’ popoli.

Del mar Abbacù, over Ircano o Caspio, di che si parla in questo istesso capitolo, dirò brevemente quello che ne ho trovato in diversi auttori, sì antichi come moderni, ancor che si comprenda che poco ne sappino, e che messer Marco istesso ne tocchi un poco: e questo è che tutti mettono terra incognita sopra quello alla volta di tramontana, dove dicono essere la regione detta Turquestan da Ismael, e da messer Marco la gran Turchia; di verso mezodì vi sono due città famose per li suoi porti, l’una Derbent, cioè la Porta di Ferro over Porte Caspie, e l’altra Abbacù, che dette il nome al mare; qual al tempo di Augusto Cesare non si sapeva che ‘l fusse serrato di sopra, come al presente si sa ch’è come un lago, ma pensavasi che ‘l fusse un braccio del mare Oceano che dalla parte di tramontana entrasse in quello, come recita Strabone, dicendo che Pompeo, nella guerra contra Mitridate, n’avea scoperto gran parte. Ismael, parlando di quello, dice: “Questo mare è salso, né v’entra in quello l’Oceano, ma è del tutto separato e quasi come rotondo, e s’estende in lunghezza per ottocento miglia e per larghezza seicento, e che la sua rotundità è forma ovale, ancor che altri vogliono che la sia triangulare; e chiamasi con tre nomi, cioè el Cunzar, Giorgian, Terbestan. La sua parte di verso ponente sono gradi 66 di longitudine e 41 di latitudine. Appresso la Porta di Ferro, andando verso mezodì per 153 miglia, vi sono le bocche del fiume Elcur, che si chiama Cyro appresso Tolomeo. Andando verso sirocco si trova la città di Mogan della provincia di Ardiul; ma a l’ultima volta di mezodì, passati 231 miglia, si trova la region del Terbestan, e in quel lito vi sono le provincie d’Elgil e Deilun. Poi, voltatosi verso levante, si viene alla città di Abseron, la qual è in longitudine gradi 79.45, e in latitudine 37.20, e scorre verso levante fino a 80 gradi di longitudine e 40 di latitudine; e andando avanti fino a gradi 50 di latitudine e 79 di longitudine si volta verso tramontana, dove sono le provincie del Turquestan e il monte Sehacuat. E in questo progresso il fiume Elatach, per essere il maggiore di tutti quelli che sono in quelle regioni, scarica in mare le sue acque con molte bocche, e fa grandissimi canneti e paludi; e gli abitanti vicini che ivi navicano referiscono che, come l’acque del detto giungono in mare, l’acque salse e chiare divengono di varii colori, e si navica molti giorni sempre trovando l’acqua dolce”. La qual cosa conferma Plinio dicendo che, essendo Pompeo nella istessa guerra contra Mitridate, li fo affermato che alcune parti del detto mare erano dolci, per la gran moltitudine de’ fiumi che correno in quello. Questo fiume Elatah è quello che Tolomeo chiama Rha, e li volgari Herdil, over Volga.

Del miracolo de’ pesci, che dice nel quinto capitolo messer Marco previous hit Polo next hit che si pigliano per li quaranta giorni della quadragesima nel lago di Geluchalat, dove è il monasterio di San Leonardo, dico che ‘l prefato Abylfada Ismael fa menzione di questo istesso lago e lo chiama Argis, e lo mette nelli confini di tre provincie, cioè Armenia, Assiria e Media, sopra le ripe del quale vi sono queste città: Calat, che si deve credere che li desse il nome, secondo che lo chiama messer Marco, e poi Argis, Van e Vastan. E dice che si pesca per 40 giorni nella primavera una sola sorte di pesce detto tarichio, quale si secca all’aere dal vento e si porta poi per gran mercanzia per tutte le regioni vicine, e dapoi per tutto l’anno più non si vede. In conformità delle quali parole leggesi scritto in alcuni commentari non ancor stampati d’un uomo francese molto dotto, nominato messer Pietro Gyllio d’Alby, che mi fur mostrati alli mesi passati: qual del 1547 si trovò nel campo del gran Turco Solyman ottoman, quando egli andò contra siac Tecmes il Sofì, e vidde questo istesso lago, quale dice credere che sia quello che da Strabone vien detto Martiana Palus; ne’ quali esso messer Pietro scrive che per 40 giorni solamente della primavera pigliano di detto pesce in tanta quantità che seccato ne cargano i carri per mandare nelli paesi circonvicini, per essere bonissimo e molto desiderato da ognuno: passati li detti 40 giorni, più non si vede. Che veramente al tempo di messer Marco previous hit Polo next hit sopra detto lago vi fusse un monastero de’ monachi di San Leonardo è cosa credibile e molto verisimile, perché gli abitatori erano allora tutti armeni, cioè cristiani. Questo lago di Argis, secondo Ismael, è in gradi 67.5 di longitudine, 38.30 di latitudine; secondo altri poi 66.20, 40 e 8 overo 68.5 di longitudine, 40.35 di latitudine.

Dell’andanico, di che parla messer Marco nel capitolo 19 del primo libro, quando dice che nella città di Cobinam, dove si fanno i specchi d’azzale finissimo molto belli e grandi, vi è assai andanico, è da sapere che, avendone io per mezo di messer Michele Mambré, interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, dimandato molte volte a molti Persiani venuti qui in Venezia in diversi tempi con loro mercanzie, m’hanno detto tutti in conformità andanico essere una sorte di ferro over azzale, tanto eccellente e precioso e stato sempre di tanta stima in tutte quelle parti che, quando uno alli tempi antichi poteva avere un specchio overo una spada di andanico, li teneva non più come una spada o come un specchio, ma come molto cara gioia.

Nel capitolo 38 del primo libro di messer Marco previous hit Polo next hit, trattandosi del reubarbaro, che nasce nella provincia di Succuir ed è di lì portato in queste nostre parti e per tutto il mondo, parendomi questa cosa fra tutte l’altre degna di cognizione, per l’uso grande in che tutti gli uomini communemente l’adoperano nelle lor malattie oggidì, né sapendo io che fin ora in alcuno libro si legga tanto di quello quanto già intesi da un uomo persiano di molto bello ingegno e giudicio, mi pare qui essere sommamente necessario ch’io particolarmente descriva quel poco che gli anni passati ebbi ventura d’intendere da costui, il quale era chiamato Chaggi Memet, nativo della provincia di Chilan, appresso al mare Caspio, d’una città detta Tabas; ed era personalmente stato fino in Succuir, essendo dipoi in Venezia quelli mesi venuto con molta quantità di detto reubarbaro. Questo adunche, essendo io andato quel giorno che ne ragionammo a desinare a Murano fuori di Venezia (e per uscire della città, per ciò che ero assai libero da’ servigi della Republica, e per goderlo con nostro maggiore contento), avendo per sorte in mia compagnia l’eccellente architetto messer Michele San Michele di Verona e messer Tomaso Giunti, miei carissimi amici, doppo levato il mantile di tavola nel fine del desinare, per il mezo di messer Michele Mambré, uomo dottissimo nella lingua araba, persiana e turca, e persona di molto gentili costumi, il quale è per il suo valore oggidì interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, incominciò a dire così, e il Mambré interpretava. Primieramente che egli era stato a Succuir e Campion, cittadi della provincia di Tanguth nel principio del stato del gran Cane, il quale disse che si nominava Daimir Can e mandava suoi rettori al governo di dette cittadi (delle quali parla messer Marco nel libro primo al capitolo 38, 39), le quali son le prime verso il paese de’ musulmani che siano idolatre; e vi andò con la caravana che va con mercanzie del paese della Persia e da quelli vicini al mare Caspio per le regioni del Cataio, la qual caravana non lassano costoro che penetri più avanti di Succuir e Campion, né similmente alcun mercante che sia in quella, eccetto che se non andasse ambasciatore al gran Cane.

Questa città di Succuir è grande e populatissima, con bellissime case fatte di pietre cotte all’italiana, e ha molti tempii grandi con loro idoli di pietra viva; posta in una pianura dove corrono infiniti fiumicelli, la quale è abbondantissima di vettovaglie d’ogni sorte, e dove si fanno sete con gli alberi di more negre in grandissima quantità. Non vi nasce vino, ma fanno la lor bevanda con mele a modo di cervosa; de frutti, per esser il paese freddo, non vi nascono altri che peri, pomi, armellini e persichi, melloni e angurie. Dipoi disse che il reubarbaro nasce da per tutto in quella provincia, ma molto miglior che altrove in alcune montagne ivi vicine, alte e sassose, dove sono molte fontane e boschi di diverse sorti d’altissimi alberi; e la terra è di color rosso, e per le molte pioggie e fontane che da per tutto corrono quasi sempre fangosa. Quanto alla radice e foglie, avendone il predetto mercante per sorte portata seco dal paese una picciola pittura, per quello che si vedeva diligentemente e con molto arteficio dipinta, trattosela di seno ce la mostrò e descrisse, dicendo quella esser la vera e natural figura del reubarbaro: della quale ne presi un ritratto per metterlo qui sotto in disegno, insieme con la sua istoria e dichiarazione, secondo la relazione avuta da lui.

Sono adunche dette foglie lunghe ordinariamente, come disse, due spanne, ma più e meno poi secondo la grandezza della pianta, astrette da basso e larghe di sopra. Hanno nella loro circonferenzia un certo pelo piccolino, o lanugine che vogliamo dire; il tronco che viene sopra la terra, al quale sono attaccate le foglie, è verde e alto quattro dita e anco un palmo da terra, e nascono le foglie similmente verdi, ma come s’invecchiscono divengono gialle, sì come erano in pittura, e si distendono per terra. Produce il detto tronco nel mezo un certo ramicello sottile con alcuni fiori attaccati d’ogn’intorno, simili alle viole mammole nella forma, ma di colore di latte e azzurro e alquanto maggiori delle viole mammole sopradette, l’odor de’ quali è molto acuto e fastidioso, e in modo che dispiace assai a coloro che l’odorano. La radice similmente che sta sotto terra è lunga un palmo o due fino in tre, di color nella scorza tanè, sì come ve ne sono di grosse e sottili secondo la proporzione; de’ quali anco se ne ritrovano fino della grossezza come è la coscia d’un uomo e come è il mezo della gamba. Ha questa radice molte altre radicette piccioline intorno che nascono da lei e sono sparse per la terra, le quali prima si levano via, e poi si taglia la radice grossa per fare in pezzi; la quale di dentro è di color giallo e ha molte vene di bellissimo rosso, ed è piena di molto sugo giallo e rosso, e di modo viscoso che, toccandolo, facilmente s’attacca alle dita e fa la mano gialla. Dipoi tagliata la radice e fatta in pezzi, disse che se la volessero appicar allora allora per seccarla, tutto ‘l sugo giallo viscoso uscirebbe fuori e così diventerebbe leggiera, onde credono che perderebbe assai della sua bontà e perfezione: per ciò mettono detti pezzi tutti sopra alcune lunghe tavole, e ogni giorno tre e quattro volte gli vanno voltando e rivoltando, acciò il sugo s’incorpori dentro e resti nella radice congelato. Nel fine poi di quattro o sei giorni gli bucano e gli appicano con cordicelle all’aria e al vento, dove però non v’aggiunghino i raggi del sole: e in questo modo si ha il reubarbaro in due mesi secco, e si fa molto buono e perfetto. Mi disse ancora che loro osservano ordinariamente di cavare il reubarbaro della terra l’invernata, perché in tal tempo (avanti che cominci a mandare fuora le foglie) il sugo e la virtù è tutta unita e raccolta nella sua radice: il qual tempo è avanti la primavera, la quale nel paese di Campion e Succuir viene alla fine di maggio. E di più mi disse che quelle radici del reubarbaro che si cavano la state, e in quei tempi che le foglie sono fuora, non sono mature né hanno quel sugo giallo ch’hanno quelle che son cavate l’invernata, e di più sono fungose, rare, leggieri e asciutte, né manco hanno quel colore rosso, né sono di quella bontà che quelle che sono cavate l’inverno.

Disse ancora che quelli che vanno a cavare dette radici sopra i detti monti dove le nascono, portate che l’hanno alla pianura così verde e con le foglie in quel modo che l’hanno cavate della terra, le mettono sopr’alcuni lor carri, e ne vendono pieno un carro con le foglie per sedici saggi d’argento; perché quivi non hanno moneta battuta, ma fanno l’argento e l’oro in alcune verghette sottili e le tagliano in pezzetti picciolini del peso d’un saggio, ch’è quasi simile al nostro: quale essendo d’argento, vale venti soldi di Venezia in circa, ed essendo d’oro vale uno scudo e mezo d’oro. Il qual reubarbaro, così frescamente comperato, è dipoi dalli compratori acconcio e secco nel modo che di sopra s’è detto. E mi raccontò cosa di gran maraviglia, cioè che, se non vi andassero in quelle parti del continuo i mercanti a dimandarglielo, non lo ricoglierebbero mai, perché d’esso non ne fanno stima. E coloro che vengono dalla China e India ne levano maggior quantità di tutti gli altri, li quali, quando è condotto in Succuir sopra quei carri over some, se non lo tagliassero e governassero prestamente, in termine di quattro o sei giorni diventerebbe marcio e sobbollirebbe. E mi affermò ancora, di quello ch’egli aveva portato seco in questa città, che ne comperò ben sette some di verde, il qual poi fatto secco e acconcio non venne più che una picciola soma. E mi disse ancora che quando gli è verde è tanto amaro che non si può gustare, e che nelle terre del Cataio non l’adoperano per medicina sì come facciamo noi qua, ma lo pestano e compongono con alcune altre misture molto odorifere e ne fanno profumo agl’idoli; e in alcuni altri luoghi ve n’è tanta copia che l’abbrucciano continuamente secco in cambio di legne; altri, come hanno i lor cavalli ammalati, gli ne danno di continuo a mangiare, tanto è poco stimata questa radice in quelle parti del Cataio. Ma ben apprezzano molto più un’altra picciola radice, la quale nasce nelle montagne di Succuir, dove nasce il reubarbaro, e la chiamano mambroni cini, ed è carissima; e’ l’adoperano ordinariamente nelle lor malattie, e massime in quella degli occhi, perché, se trita sopra una pietra con acqua rosa ungano gl’occhi, sentono un mirabile giovamento; né crede che di quella radice ne sia portata in queste parti, né meno disse di saperla descrivere. E di più, vedendo il piacer grande ch’io sopra gl’altri pigliavo di questi ragionamenti, mi disse che in tutto ‘l paese del Cataio s’adopera anco un’altra erba, cioè le foglie, la quale da que’ popoli si chiama chiai catai: e nasce nella terra del Cataio ch’è detta Cacianfu, la quale è commune e apprezzata per tutti que’ paesi. Fanno detta erba, così secca come fresca, bollire assai nell’acqua, e pigliando di quella decozione uno o doi bichieri a digiuno, leva la febre, il dolor di testa, di stomaco, delle coste e delle giunture, pigliandola però tanto calda quanto si possa soffrire; e di più disse esser buona ad infinite altre malattie, delle quali egli per allora non si ricordava, ma fra l’altre alle gotte; e che se alcuno per sorte si sente lo stomaco grave per troppo cibo, presa un poco di questa decozione, in breve tempo arà digerito. E per ciò è tanto cara e apprezzata ch’ognuno che va in viaggio ne vuol portare seco, e costoro volentieri darebbono, per quello ch’egli diceva, sempre un sacco di reubarbaro per un’oncia di chiai catai; e che quelli popoli cataini dicono che, se nelle nostre parti e nel paese della Persia e Franchia la si conoscesse, i mercanti senza dubio non vorrebbono più comperare ravend cini (che così chiamano loro il reubarbaro).

Quivi fatto un poco di pausa, e fattoli dimandare s’egli mi voleva dire altro del reubarbaro, e rispostomi non aver altro, essendo il giorno molto lungo ancora, e per non perdere quel resto della giornata che avanzava senza qualche altro piacere, come avevamo fatto fin allora, gli domandai che viaggio egli nel suo ritorno da Campion e Succuir avea fatto venendo a Constantinopoli, e se me lo avesse saputo raccontare. Risposemi per il Mambré nostro interprete che mi narrarebbe il tutto volentieri, e incomminciò a dire ch’egli non era già ritornato per quella istessa via che avea prima fatta andando con la carovana, per ciò che, al tempo ch’egli si voleva partire, occorse che que’ signori tartari dalle berrette verdi, chiamati Iescilbas, mandarono per sorte un loro ambasciatore con molta compagnia per la via della Tartaria deserta sopra il mar Caspio al gran Turco a Constantinopoli, per far lega e andare contra il Soffì, lor commune nimico: per la qual occasione di compagnia gli parve bene di venire con loro, avendo, oltra la commodità del viaggio, molto vantaggio anche nel vivere, e così venne con loro fino a Caffa; ma che per ciò non restarebbe di raccontare volentieri il viaggio ch’egli averia fatto se fusse ritornato per la strada che l’era andato. Onde disse che ‘l viaggio sarebbe stato questo: cioè che, partendosi dalla città di Campion, sarebbe venuto a Gauta, ch’è lo spacio di sei giornate lontana, perché ogni giorno fanno tante farsenc (e una farsenc persiana è tre delle nostre miglia), e fanno che una giornata sia 8 farsenc, ma per causa de deserti e monti non ne fanno la metà, ancora che le giornate che fecero per li deserti fossero la metà dell’altre ordinarie. Da Gauta si viene a Succuir in 5 giornate, e da Succuir a Camul in quindici, dove incomminciano ad essere musulmani, essendo fin qui stati idolatri; e da Camul a Turfon in tredeci, e da Turfon si passano tre città: la prima Chialis, che vi sono 10 giornate; poi Chuchi, altre 10; poi Acsù, 20 giornate. Da Acsù a Cascar altre 20 giornate di asprissimo deserto, essendo stato il primo viaggio fin lì per luoghi abitati; da Cascar a Samarcand 25; da Samarcand a Bochara, nel Corassam, cinque; da Bochara ad Eri 20; e quindi si viene a Veremi in 15 giornate, e poi a Casibin in #6, e da Casibin a Soltania in #4, e da Soltania alla gran città di Tauris in sei. Questo è quanto sottrassi da questo mercante persiano, e la relazione di tal viaggio mi fu tanto più grata quanto che riconobbi, con mio molto contento, li medesimi nomi di molte città e alcune provincie essere scritti nel primo libro del viaggio de messer Marco previous hit Polo next hit, per causa del quale mi è parso in parte necessario doverla qui raccontare.

Parmi conveniente qui ancora aggiungere un breve sommario fattomi dal sudetto Chaggi Memet, mercante persiano, avanti il suo partire di questa città, d’alcuni pochi particolari della città de Campion e di quelle genti; li quali sì come da lui brevemente e per capi furono referiti, così io qui nel medesimo modo gli racconterò a beneficio e utile de’ benigni lettori.

La città di Campion è abitata da popoli che sono idolatri, soggetta alla signoria de Daimir Can, grande imperatore de’ Tartari; la qual città è posta in una fertilissima pianura tutta coltivata e abbondante d’ogni sorte di vivere. Vanno vestiti quei popoli di tele di bombagio di color negro, l’inverno fodrate di pelle di lupi e di castroni li poveri, e li ricchi di zibellini e martori di gran prezzo; portano le berrette nere, aguzze come un pane di zucchero. Gl’uomini sono più tosto piccioli che grandi; usano di portare barba come noi, e massime certo tempo dell’anno. Le fabriche delle lor case son fatte al modo nostro, di pietre cotte e di pietre vive, con due e tre solari, quali sono soffittati e dipinti di pittura di varii e diversi colori e di figure; vi sono anco infiniti pittori, e vi è una contrada dove non abita altri che pittori. I signori per pompa e magnificenza fanno fare un solare grande, sopra il quale vi fanno dirizzare duoi padiglioni di seta, riccamati d’oro e d’argento e con molte perle e gioie, dove stanno loro e gli amici suoi, e lo fanno portare da 40 in 50 schiavi, e così vanno per la città a sollazzo; i gentiluomini vanno sopra un solaro scoperto semplicemente portato da 4 over 6 uomini, senza altro ornamento.

I tempii loro sono fatti al modo delle nostre chiese, con le colonne per lungo, e ve ne sono de così grandi che vi sarebbono capaci di quattro o cinquemila persone; e vi sono ancora due statue, cioè d’un uomo e d’una donna, lunghe 40 piedi l’una, distese per terra, tutte dorate, e sono tutte d’un pezzo. E vi sono valenti tagliapietre; fanno condurre pietre vive da due e tre mesi di cammino sopra carri di 40 ruote ferrate, alti di ruote, tirati da 500 e 600 fra cavalli e muli. Sonvi altre statue picciole, che hanno sei e sette capi e dieci mani, che tengono ciascuna diverse cose, come saria dire una un serpe, l’altra un uccello e l’altra un fiore.

Sonvi alcuni monasterii dove stanno molti uomini di santissima vita, e hanno le porte delle lor stanzie murate, sì che non possono mai uscire in vita loro: e gli viene ogni giorno portato il vivere. Sonvi poi infiniti, come nostri frati, che vanno per la città.

Hanno per costume, quando muore alcun lor parente, di vestirsi per molti giorni di bianco, cioè di tele di bombagio; ma le veste sue sono fatte però al modo nostro, lunghe fino in terra e con le maniche assai grandi, simili alle nostre a gomedo che portiamo a Venezia.

Hanno la stampa in quel paese, con la quale stampano i suoi libri. E desiderando io chiarirmi se quel loro modo di stampare è simile al nostro di qua, lo condussi un giorno nella stamparia di messer Tomaso Giunti a San Giuliano per fargliela vedere: il quale, vedute le lettere di stagno e li torcoli con che si stampa, disse parergli che avessero insieme grande similitudine.

Hanno la città fortificata con un muro grosso e di dentro pieno di terra, sì che vi possono andare 4 carra al pari; sonvi li suoi torrioni sulle mura e le artigliarie poste tanto spesse, non altrimente che sono quelle del gran Turco. Usano la fossa larga, asciutta, ma però che vi possono far correre l’acqua ad ogni lor piacere.

Hanno alcuna sorte di buoi molto grandi, che hanno il pelo lungo, sottilissimo e bianchissimo.

E1 vietato alli Cataini e idolatri partirsi del suo nativo paese e andare per mercanzie per il mondo.

Oltra il deserto che è sopra il Corassam, fino a Samarcand e fino alle città idolatre, signoreggiano Iescilbas, cioè le berrette verdi, le quali berrette verdi son alcuni Tartari musulmani che portano le loro berrette di feltro verde acute, e così si fanno chiamare a differenzia de’ Soffiani, suoi capitali nemici, che signoreggiano la Persia, pur anche essi musulmani, i quali portano le berrette rosse. Quali berrette verdi e rosse hanno continuamente avuta fra sé guerra crudelissima, per causa di diversità de opinione nella loro religione e discordia de’ confini. Delle cittadi delle berrette verdi che hanno imperio e signoreggiano sono fra l’altre, al presente, l’una Bochara e l’altra Samarcand, che ciascuna ha signoria da sua posta.

Hanno tre scienzie particolari, che chiamano l’una chimia, ch’è quella che noi chiamiamo alchimia; l’altra limia, per fare innamorare; e l’altra simia, per fare vedere quello che non è. Le monete qui non sono battute, ma ogni gentiluomo e mercante fa fare in verghette sottili l’oro o vero argento, e quello fa dividere in saggi e spende quelli: e così fanno tutti gli abitanti di Campion e Succuir. Si riducono ogni giorno sulla piazza di Campion molti cerrettani, che hanno la scienzia di simia, mediante la quale, circondati da infinita moltitudine di persone, fanno vedere cose maravigliose, come è dire di passare un uomo ch’hanno seco da un canto all’altro con una spada, tagliarli un braccio, fare vedere a tutti il sangue, e simil cose.

Nel capitolo 42 e 53 del primo libro, ove dice messer Marco previous hit Polo next hit che sotto la tramontana v’era un gran signore detto Um Can, che vogliono alcuni questo nome dire Preti Ianni nella nostra lingua, e che la sua prencipale sedia era in due regioni, Og e Magog, è da sapere che in tutte quelle carte da navigare che si veggono oggidì, fatte già 200 e 300 anni, v’è posto questo Prete Ianni sotto la tramontana e sopra l’India fra il Gange e l’Indo, e di quello ch’è nell’Etiopia non v’è fatta menzione alcuna. E Abylfada Ismael istesso, descrivendo li confini della regione delle Cine, dice che ha dalla parte di ponente le Indie, da mezogiorno il mare Indico, e da levante il mare Orientale, e da tramontana le provincie de Gogi Magogi, cioè de’ Tartari. Descrivendo poi il predetto i luoghi della terra abitabile che circuendo il mare Oceano tocca, dice così: “Rivoltasi l’Oceano da levante verso le regione delle Cine e va alla volta di tramontana, e passata finalmente la detta regione se ne giunge a Gogi e Magogi, cioè alli confini degli ultimi Tartari, e di quivi ad alcune terre che sono incognite; e correndo sempre per ponente, passa sopra li confini settentrionali della Rossia e va alla volta di maestro”. Di qui è che, avendo udito messer Marco e veduto in carte da navicare il detto Prete Ianni posto sotto la tramontana con le provincie de Gogi e Magogi, descrisse quello di tramontana e tacque di quello dell’Etiopia. E ancor che metta un signore cristiano nell’Etiopia, non dice però il suo nome, anzi dice nel capitolo 38 del terzo libro che ad un suo vescovo, quale lui avea mandato in Ierusalemme, fu fatto un grandissimo oltraggio dal soldano di Adem, che lo fece per dispregio circoncidere: il che manifestamente dimostra che non ebbe mai notizia di quello d’Etiopia, perché sempre tutti gli Abissini sono stati circoncisi.

Resta ch’io dica ancora in generale alquante cose sopra questo libro, ch’io già essendo giovane udi’ più volte dire dal molto dotto e reverendo don Paolo Orlandino di Firenze, eccellente cosmografo e molto mio amico, che era priore del monasterio di Santo Michele di Murano a canto Venezia, dell’ordine de Camaldoli, che mi narrava averle intese da altri frati vecchi pur del suo monasterio. E questo è come quel bel mappamondo antico miniato in carta pecora, e che oggidì ancor in un grande armaro si vede a canto il lor coro in chiesa, la prima volta fu per uno loro converso del monasterio, quale si dilettava della cognizione di cosmografia, diligentemente tratto e copiato da una belissima e molto vecchia carta marina e da un mappamondo, che già furono portati dal Cataio per il magnifico messer Marco previous hit Polo next hit e suo padre; il quale, così come andava per le provincie d’ordine del gran Can, così aggiugneva e notava sopra le sue carte le città e luoghi che egli ritrovava, come vi è sopra descritto. Ma per ignoranzia d’un altro che dopo lui lo dipinse e fornì, aggiugnendovi la descrizione d’uomini e animali di più sorti e altre sciocchezze, vi furono aggiunte tante cose più moderne e alquanto ridiculose, che appresso gli uomini di giudicio quasi per molti anni perse tutta la sua auttorità. Ma poi che non molti anni sono per le persone giudiciose s’è incominciato a leggere e considerare alquanto più diligentemente questo presente libro di messer Marco previous hit Polo next hit che fin ora non si avea fatto, e confrontare quello ch’egli scrive con la pittura di lui, immediate si è venuto a conoscere che ‘l detto mappamondo fu senza alcuno dubbio cavato da quello di messer Marco previous hit Polo next hit, e incominciato secondo quello con molto giuste misure e bellissimo ordine: onde fin al presente giorno è dapoi continuamente stato in tanta venerazione e precio appresso tutta questa città, e coloro massime che si dilettano delle cose di cosmografia, che non è mai giorno che d’alcuno non sia con molto piacere veduto e considerato, e fra gli altri miracoli di questa divina città, nell’andare de’ forestieri a vedere i lavori di vetro a Murano, non sia per bella e rara cosa mostrato. E ancor che quivi si vegghino molte cose essere fatte alquanto confusamente e senza ordine, grado o misura (il che si deve attribuire a colui che ‘l dipinse e fornì), vi si comprendono per ciò di molto belle e degne particularità, non sapute ancora né conosciute meno dagli antichi: come che verso l’antartico, ove Tolomeo e tutti gli altri cosmografi mettono terra incognita senza mare, in questo di San Michele di Murano già tanti anni fatto si vede che ‘l mare circonda l’Africa e che vi si può navicare verso ponente, il che al tempo di messer Marco si sapeva, ancor che a quel capo non vi sia posto nome alcuno, qual fu per Portughesi poi a’ nostri tempi l’anno 1500 chiamato di Buona Speranza.

Vi si vede appresso l’isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo, e quella di Zinzibar, delle quali messer Marco parla ne’ capitoli 35 e 36 del terzo libro, e molte altre particularità nelli nomi dell’isole orientali, che dapoi per Portughesi a’ tempi nostri sono state scoperte. Dalla parte poi di sotto la nostra tramontana, che ciascuno scrittore e cosmografo di questi e de’ passati tempi fin ora vi ha messo e mette mare congelato, e che la terra corra continuatamente fin a 90 gradi verso il previous hit polo next hit, sopra questo mappamondo, all’incontro, si vede che la terra va solamente un poco sopra la Norvega e Svezia, e voltando corre poi greco e levante nel paese della Moscovia e Rossia e va diritto al Cataio. E che ciò sia la verità, le navigazioni che hanno fatte gl’Inglesi con le loro navi volendo andare a scoprire il Cataio al tempo del re Odoardo sesto d’Inghilterra, questi anni passati, ne possono far vera testimonianza: perché nel mezo del loro viaggio, capitate per fortuna ai liti di Moscovia, dove trovarono allora regnare Giovanni Vaschelluich, imperatore della Rossia e granduca di Moscovia, il quale con molto piacere e maraviglia vedutogli fece grandissime carezze, hanno trovato quel mare essere navigabile e non agghiacciato. La qual navigazione (ancor che con l’esito fin ora non sia stata bene intesa), se col spesso frequentarla e col lungo uso e cognizione di que’ mari si continuerà, è per fare grandissima mutazione e rivolgimento nelle cose di questa nostra parte del mondo. E tutte queste particolarità senza dubio alcuno furono cavate dalle carte e mappamondo del Cataio, perché messer Marco non fu mai nel seno Arabico né verso l’isole quivi vicine, e gran parte dell’informazione del terzo libro è da credere che gli fusse data da marinari di quelli mari d’India, li quali grossamente gli dicevano per arbitrio loro quanto era da un’isola all’altra (e mille e duemila miglia a loro non pareva troppo gran cosa); e anche per qual vento vi s’andasse non sapevano così chiaramente come al presente si sa, per le carte sì diligentemente e con tanta misura fatte e con li venti e con li gradi. E vi sono anco de’ nomi di una medesima provincia duplicati, di che il lettore non piglierà ammirazione; e alcuna volta in cambio d’isole dice regni: come nella Zava minore, al capitolo decimo del terzo libro, mette otto regni, li quali a giudicio d’uomini pratichi sono isole, come saria dire che il regno di Samatra (chiamata da lui Samara) è quella grandissima isola di Sumatra, e così di molte altre le quali al presente ci sono incognite, che nell’avenire, col tempo e per la navigazione de’ Portughesi, facilmente si saperanno.

Si conosce ancora come al suo tempo non v’era el bussolo e la calamita a’ nostri tempi ritrovata, cosa tanto maravigliosa e rara, né si sapeva la elevazione del previous hit polo next hit con li gradi come ora si sa, ma grossamente guardandolo dicevano: la stella tramontana può essere tanti cubiti o braccia alta dal mare.

Il fabricare delle navi, nel principio del terzo libro, è simile a quello che usano nell’isole delle Moluche e della China.

Ultimamente nel fine del terzo libro, ove parla della Rossia e del regno delle Tenebre, come quello che in varii mappamondi antichi è posto per fine del nostro abitabile sotto la tramontana non s’inganna punto del sito del detto regno, nelli mesi però ch’egli scrive dell’inverno.

E questo basti per ora per dichiarazione d’alcuni luoghi del libro di messer Marco previous hit Polo next hit.

Di Venezia, a’ sette di luglio MDLIII.

PROEMIO PRIMO SOPRA IL LIBRO DI MESSER MARCO previous hit POLO next hit, GENTILUOMO DI VENEZIA, FATTO PER UN GENOVESE.

Signori, principi, duchi, marchesi, conti, cavallieri e gentiluomini, e ciascuna persona che ha piacere e desidera di conoscer varie generazioni di uomini e diverse regioni e paesi del mondo e saper li costumi e usanze di quelli, leggete questo libro, perché in esso troverete tutte le grandi e maravigliose cose che si contengono nelle Armenie maggiore e minore, Persia, Media, Tartaria e India, e in molte altre provincie dell’Asia, andando verso il vento di greco levante e tramontana; le qual tutte per ordine in questo libro si narrano secondo che ‘l nobil messer Marco previous hit Polo next hit, gentiluomo veneziano, le ha dettate, avendole con gli occhi proprii vedute. E perché ve ne sono alcune le quali non ha vedute, ma udite da persone degne di fede, però nel suo scrivere le cose per lui vedute mette come vedute, e le udite come udite: il che fu fatto acciò che questo nostro libro sia vero e giusto senz’alcuna bugia, e ciascun che ‘l leggerà overo udirà gli dia piena fede, perché il tutto è verissimo. Credo certamente che non sia cristiano né pagano alcuno al mondo che abbia tanto cercato né camminato per quello com’il prefato messer Marco previous hit Polo next hit, perciò che dal principio della sua gioventù sino all’età di quaranta anni ha conversato in dette parti. E ora, ritrovandosi prigione per causa della guerra nella città di Genova, non volendo star ozioso, gli è parso, a consolazion de’ lettori, di voler metter insieme le cose contenute in questo libro, le quali son poche rispetto alle molte e quasi infinite ch’egli averia potuto scrivere, s’egli avesse creduto di poter ritornar in queste nostre parti. Ma pensando esser quasi impossibile di partirsi mai dall’obedienza del gran Can re de’ Tartari, non scrisse sopra i suoi memoriali se non alcune poche cose, le quali ancora gli pareva grande inconveniente che andassero in oblivione, essendo così mirabili, e che mai da alcun altro erano state scritte, acciò che quelli che mai le sono per vedere, al presente col mezo di questo libro le conoschino e intendino qual fu fatto l’anno del MCCXCVIII.

PROEMIO SECONDO SOPRA IL LIBRO DI MESSER MARCO previous hit POLO next hit, FATTO DA FRA FRANCESCO PIPINO BOLOGNESE DELL’ORDINE DE’ FRATI PREDICATORI, QUALE LO TRADUSSE IN LINGUA LATINA E ABBREVIO1, DEL MCCCXX.

Per prieghi di molti reverendi padri miei signori, io tradurrò in lingua latina dalla volgare il libro del nobile, savio e onorato messer Marco previous hit Polo next hit, gentiluomo di Venezia, delle condizioni e usanze delle regioni e paesi dell’Oriente, dilettandosi ora i prefati miei signori più di leggerlo in lingua latina che nella volgare. E acciò che la fatica di questo tradurre non paia vana e inutile, ho considerato che pel leggere di questo libro, che per me sarà fatto latino, i fedel uomini che son fuori d’Italia possino ricever merito da Dio di molte grazie, però ch’essi, vedendo le maravigliose operazioni d’Iddio, si potranno molto maravigliare della sua virtù e sapienza; e considerando che tanti popoli pagani sono pieni di tanta cecità e orbezza e di tante spurcizie, li cristiani ringraziarann’Iddio il qual, illuminando i suoi fedeli di luce di verità, s’ha degnato di voler cavargli da così pericolose tenebre, menandogli nel suo maraviglioso lume di gloria; o che que’ cristiani, avendo compassione e cordoglio dell’ignoranza de’ detti pagani, pregherann’Iddio per l’illuminazione de’ cuori di quelli; o che per questo libro la durezza e ostinazione de’ non devoti cristiani si confonderà, vedendo gl’infedeli popoli più pronti ad adorare gl’idoli falsi che molti cristiani il Dio vero; o forse che alcuni religiosi per amplificare la fede cristiana, vedendo che ‘l nome del nostro Signor dolcissimo è incognito in tanta moltitudine di popoli, si commoveranno ad andare in quei luoghi per illuminar quelle accecate nazioni degl’infedeli: nel qual luogo, secondo che dice l’Evangelio, è molta biada e pochi lavoratori. E acciò che le cose che noi non usiamo né avemo udite, le quali sono scritte in molte parti di questo libro, no paiano incredibili a tutti quelli che le leggeranno, si dinota e fa manifesto che ‘l sopradetto messer Marco, rapportator di queste così maravigliose cose, fu uomo savio, fedele, devoto e adornato d’onesti costumi, avendo buona testimonianza da tutti quelli che lo conoscevano, sì che pel merito di molte sue virtù questo suo rapportamento è degno di fede; e messer Nicolò suo padre, uomo di tanta sapienza, similmente le confermava; e messer Maffio suo barba (del quale questo libro fa menzione), come vecchio devoto e savio, essendo sul ponto della morte, familiarmente parlando affermò al suo confessore sopra la conscienza sua che questo libro in tutte le cose conteneva la verità. Il che avend’io inteso da quelli che gli hanno conosciuti, più sicuramente e più volentieri m’affaticarò a traslatarlo, per consolazione di quelli che lo leggeranno, e a laude del Signor nostro Iesù Cristo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Qual libro fu scritto per il detto messer Marco del MCCXCVIII, trovandosi prigione nella città di Genova, e si parte in tre libri, i quali si distinguono per proprii capitoli.

[Libro primo]

Capitolo 1

Dovete adunque sapere che nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli, dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni del N.S. 1250, messer Nicolò previous hit Polo next hit, padre di messer Marco, e messer Maffio previous hit Polo next hit, fratello del detto messer Nicolò, nobili, onorati e savi di Venezia, trovandosi in Constantinopoli con molte loro grandi mercanzie, ebbero insieme molti ragionamenti, e finalmente deliberorno andar nel mar Maggiore, per vedere se potevan accrescere il loro capitale. E comprate molte bellissime gioie e di gran prezzo, partendosi di Constantinopoli navigorno per il detto mar Maggiore ad un porto detto Soldadia, dal quale poi presero il cammino per terra alla corte d’un gran signor de’ Tartari occidentali detto Barcha, che dimorava nella città di Bolgara e Assara, ed era reputato un de’ più liberali e cortesi signori che mai fosse stato fra’ Tartari. Costui della venuta di questi fratelli ebbe grandissimo piacere e fece loro grande onore; quali avendo mostrate le gioie portate seco, vedendo che gli piacevano, gliele donarono liberamente. La cortesia così grande usata con tant’animo di questi due fratelli fece molto maravigliare detto signore, qual, non volendo essere da loro vinto di liberalità, fece a loro donar il doppio della valuta di quelle, e appresso grandissimi e ricchissimi doni.

Ed essendo stati un anno nel paese del detto signore, volendo ritornar a Venezia, subitamente nacque guerra tra il predetto Barcha e un altro nominato Alaù, signore de’ Tartari orientali. Gli eserciti de’ quali avendo combattuto insieme, Alaù ebbe la vittoria e l’esercito di Barcha n’ebbe grandissima sconfitta; per la qual cagione, non essendo sicure le vie, non poterno ritornar a casa per la strada ch’erano venuti. E avendo dimandato come essi potessero ritornar a Constantinopoli, furno consigliati d’andar tanto alla volta di levante che circondassero il reame di Barcha per vie incognite: e così vennero ad una città detta Ouchacha, qual è nel fin del regno di questo signor de’ Tartari di ponente. E partendosi da quel luogo e andando più oltre, passorno il fiume Tigris, ch’è uno de’ quattro fiumi del paradiso e poi un deserto di 17 giornate, non trovando città, castello overo altra fortezza, se non Tartari che vivono alla campagna in alcune tende, con li loro bestiami. Passato il deserto, giunsero ad una buona città detta Bocara, e la provincia similmente Bocara, nella regione di Persia, la qual signoreggiava un re chiamato Barach: nel qual luogo essi dimororno tre anni, che non poterno ritornar indietro né andar avanti, per la guerra grande ch’era fra li Tartari.

In questo tempo un uomo dotato di molta sapienzia fu mandato per ambasciatore dal sopradetto signor Alaù al gran Can, ch’è il maggior re di tutti i Tartari, qual sta ne’ confini della terra fra greco e levante, detto Cublai Can. Il qual, essendo giunto in Bocara e trovando i sopradetti due fratelli, i quali già pienamente avevano imparato il linguaggio tartaresco, fu allegro smisuratamente, però ch’egli non avea veduto altre volte uomini latini, e desiderava molto di vederli: e avendo con loro per molti giorni parlato e avuto compagnia, vedendo i graziosi e buoni costumi loro, gli confortò che andassino seco insieme al maggior re de’ Tartari, che gli vederia molto volentieri, per non esservi mai stato alcun latino, promettendo loro che riceveriano da lui grandissimo onore e molti beneficii. I quali, vedendo che non poteano ritornar a casa senza grandissimo pericolo, raccomandandosi a Dio, furono contenti d’andarvi, e così cominciarono a camminare col detto ambasciatore alla volta di greco e tramontana, avendo seco molti servitori cristiani ch’avevano menati da Venezia. E un anno intiero stettero ad aggiungere alla corte del prefato maggior re de’ Tartari, e la cagione perché indugiassero e stessero tanto tempo in questo viaggio fu per le nevi e per le acque de’ fiumi ch’erano molto cresciute, sì che, camminando, bisognò che aspettassero fino a tanto che le nevi si disfacessero e che l’acque discrescessero. E trovorno molte cose mirabili e grandi, delle quali al presente non si fa menzione, perché sono scritte per ordine da messer Marco, figliuolo di messer Nicolò, in questo libro seguente.

I quali messer Nicolò e messer Maffio essendo venuti davanti il prefato gran Can, il qual era molto benigno, gli ricevette allegramente e fece grandissimo onore e festa della loro venuta, percioché mai in quelle parti erano stati uomini latini; e cominciolli a dimandare delle parti di ponente e dell’imperatore de’ Romani e degli altri re e principi cristiani, e della grandezza, costumi e possanza loro, e come ne’ suoi reami e signorie osservavano giustizia, e come si portavano nelle cose della guerra; e sopra tutto gli domandò diligentemente del papa de’ cristiani, delle cose della Chiesa e del culto della fede cristiana. E messer Nicolò e messer Maffio, come uomini savi e prudenti, gli esposero la verità, parlandoli sempre bene e ordinatamente d’ogni cosa in lingua tartara, che sapevano benissimo: per il che spesse volte detto gran Can comandava che venissero a lui, ed erano molto grati avanti gli occhi di quello.

Avendo adunque il gran Can inteso tutte le cose de’ latini, come li detti due fratelli gli avevano saviamente esposto, si era molto sodisfatto; e proponendo nell’animo suo di volerli mandar ambasciatori al papa, volse aver prima il consiglio sopra di questo de’ suoi baroni, e dopo, chiamati a sé i detti due fratelli, gli pregò che per amor suo volessero andar al papa de’ Romani, con uno de’ suoi baroni che si domandava Chogatal, a pregarlo che li piacesse di mandargli cento uomini savi e bene instrutti della fede cristiana e di tutte le sette arti, i quali sapessero mostrar a’ suoi savi, con ragioni vere e probabili, che la fede de’ cristiani era la migliore e più vera di tutte l’altre, e che gli dei de’ Tartari e li suoi idoli qual adorano nelle loro case erano demonii, e ch’egli e gli altri d’Oriente erano ingannati nell’adorare de’ suoi dei. E oltre di questo commise alli detti fratelli che nel ritorno li portassero di Ierusalem dell’olio della lampada che arde sopra il sepolcro del nostro Signor messer Iesù Cristo, nel qual aveva grandissima devozione, e teneva quello essere vero Iddio, avendolo in somma venerazione. Messer Nicolò e messer Maffio, udito quanto gli veniva comandato, umilmente inginocchiati dinanzi al gran Can dissero ch’erano pronti e apparecchiati di far tutto ciò che gli piaceva; qual li fece scriver lettere in lingua tartaresca al papa di Roma e gliele diede, e ancora comandò che li fosse data una tavola d’oro, nella qual era scolpito il segno reale, secondo l’usanza della sua grandezza: e qualunche persona che porta detta tavola deve essere menata e condotta di luogo a luogo da tutti i rettori delle terre sottoposte all’imperio, sicura con tutta la compagnia; e per il tempo che vuole dimorar in alcuna città, fortezza o castello o villa, a lei e a tutti i suoi gli vien provisto e fatte le spese e date tutte l’altre cose necessarie.

Ora, essendo essi dispacciati così onoratamente, pigliata licenza dal gran Can, cominciorno a camminare, portando con esso loro le lettere e la tavola d’oro; e avendo cavalcato insieme venti giornate, il barone sopradetto s’ammalò gravemente, per volontà del quale e per consiglio di molti lasciandolo seguitorno il loro viaggio, e per la tavola d’oro ch’aveano erano in ogni parte ricevuti con grandissimo favore, e fattoli le spese e datoli le scorte. E per i gran freddi, nevi e giazze, e per l’acque de’ fiumi che trovorno molto cresciute in molti luoghi, fu necessario di ritardare il lor viaggio, nel quale stettero tre anni avanti che potessero venire ad un porto dell’Armenia minore detto la Giazza; dalla qual dipartendosi per mare vennero in Acre, del mese d’aprile nell’anno 1269. Giunti che furono in Acre, e inteso che Clemente papa quarto nuovamente era morto, si contristorno fortemente. Era in Acre allora legato di quel papa uno nominato messer Tebaldo de’ Vesconti di Piacenza, al qual essi dissero tutto ciò che tenevano d’ordine del gran Can; costui gli consigliò che al tutto aspettassero la elezione del papa, e che poi esequiriano la loro ambasciaria. Li quali fratelli, vedendo che questo era il meglio, dissero che così fariano, e che fra questo mezo volevano andar a Venezia a veder casa sua. E partiti d’Acre con una nave, vennero a Negroponte e di lì a Venezia dove giunti, messer Nicolò trovò che sua moglie era morta, la quale nella sua partita aveva lasciata gravida, e avea partorito un figliuolo al qual avean posto nome Marco, il qual era già di anni 19: questo è quel Marco che ordinò questo libro, il quale manifestarà in esso tutte quelle cose le quali egli vidde.

In questo mezo la elezione del papa si indugiò tanto ch’essi stettero in Venezia due anni continuamente aspettandola; quali essendo passati, messer Nicolò e messer Maffio, temendo che ‘l gran Can non si sdegnasse per la troppo dimoranza loro, overo credesse che non dovessino tornar più da lui, ritornarono in Acre, menando seco Marco sopradetto; e con parola del prefato legato andorno in Ierusalem a visitar il sepolcro di messer Iesù Cristo, dove tolsero dell’oglio della lampada, sì come dal gran Can gli era stato comandato. E pigliando le lettere del detto legato drizzate al gran Can, nelle quali si conteneva come essi avevano fatto l’officio fedelmente, e che ancora non era eletto il papa de’ cristiani, andorno alla volta del porto della Giazza. Nel medesimo tempo che costoro si partirono di Acre, il prefato legato ebbe messi d’Italia dalli cardinali com’egli era stato eletto papa, e si mise nome Gregorio decimo: qual, considerando che al presente che gl’era fatto papa poteva amplamente satisfar alle dimande del gran Can, spacciò immediate sue lettere al re d’Armenia, dandoli nuova della sua elezione e pregandolo che, se gli due ambasciatori che andavano al gran Can non fossero partiti, gli facesse ritornare a lui. Queste lettere gli trovorno ancora in Armenia, li quali con grandissima allegrezza volsero tornar in Acre; e per il detto re gli fu data una galea e uno ambasciatore, che s’allegrasse col sommo pontefice. Alla presenza del quale gionti, furono da quello ricevuti con grande onore, e dapoi espediti con lettere papali; con li quali volse mandar due frati dell’ordine de’ predicatori, ch’erano gran teologi e molto letterati e savii, e allora si trovavano in Acre, de’ quali uno era detto fra Nicolò da Vicenza, l’altro fra Guielmo da Tripoli: e a questi dette lettere e privilegi, e autorità di ordinare preti e vescovi e di far ogni absoluzione, come la sua persona propria; e appresso gli dette presenti di grandissima valuta e molti belli vasi di cristallo per appresentare al gran Can. E con la sua benedizione si partirono e navigorno alla dritta al porto della Giazza, e di lì per terra in Armenia, dove intesero che ‘l soldan di Babilonia, detto Benhochdare, era venuto con grande esercito, e avea scorso e abbruciato gran paese dell’Armenia: della qual cosa impauriti, li due frati, dubitando della vita loro, non volsero andar più avanti, ma, consegnate tutte le lettere e li presenti avuti dal papa alli prefati messer Nicolò e messer Maffio, rimasero col maestro del Tempio, con il quale si tornorno indietro.

Messer Nicolò e messer Maffio e messer Marco, partiti d’Armenia, si misero in viaggio verso il gran Can, non stimando pericolo o travaglio alcuno. E attraversando deserti di lunghezza di molte giornate e molti mali passi, andorno tanto avanti, sempre alla volta di greco e tramontana, che intesero il gran Can essere in una grande e nobil città detta Clemenfu; ad arrivare alla quale stettero anni tre e mezo, però che nell’inverno, per le nevi grandi e per il molto crescere dell’acque e per i grandissimi freddi, poco potevan camminare. Il gran Can, avendo presentita la venuta di costoro, e come erano molto travagliati, per quaranta giornate gli mandò ad incontrare, e fecegli preparare in ogni luogo ciò che gli facea bisogno, di modo che con l’aiuto d’Iddio si condussero alla fine alla sua corte: dove gionti, gli accettò con la presenza di tutti i suoi baroni, con grandissima onorificenzia e carezze. Messer Nicolò, messer Maffio e messer Marco, come viddero il gran Can, s’inginocchiarono distendendosi per terra, ma lui gli comandò che si levassero e stessero in piedi, e che gli narrassero come erano stati in quel viaggio, e tutto ciò ch’avevano fatto con la santità del papa: i quali avendogli detto il tutto, e con grand’ordine ed eloquenza, furono ascoltati con sommo silenzio. Dopo gli diedero le lettere e li presenti di papa Gregorio, quali udite che ebbe il gran Can, laudò molto la fedel solecitudine e diligenza de’ detti ambasciatori, e riverentemente ricevendo l’oglio della lampada del sepolcro del nostro Signor Iesù Cristo, comandò che fosse governato con grandissimo onore e riverenza. Dopo, dimandando il gran Can di Marco chi egli era, e rispondendogli messer Nicolò ch’egli era servo di sua Maestà, ma suo figliuolo, l’ebbe molto a grato, e fecelo scrivere tra gli altri suoi famigliari onorati: per la qual cosa da tutti quelli della corte era tenuto in gran conto ed existimazione; e in poco tempo imparò i costumi de’ Tartari, e quattro linguaggi variati e diversi, ch’egli sapea scrivere e leggere in ciascuno. Dove che ‘l gran Can, volendo provar la sapienza del detto messer Marco, mandollo per una facenda importante del suo reame ad una città detta Carazan, nel cammino alla qual consumò sei mesi: quivi si portò tanto saviamente e prudentemente in tutto ciò che gli era stato commesso, che il gran Can l’ebbe molto accetto. E perché lui si dilettava molto di udir cose nuove, e de’ costumi e delle usanze degli uomini e condizioni delle terre, messer Marco, per ciascuna parte che egli andava, cercava d’esser informato con diligenza, e facendo un memoriale di tutto ciò ch’intendeva e vedeva, per poter compiacere alla voluntà del detto gran Can. E in ventisei anni ch’egli stette suo familiare, fu sì grato a quello che continuamente veniva mandato per tutti i suoi reami e signorie per ambasciatore per fatti del gran Can, e alcune volte per cose particular di esso messer Marco, ma di volontà e ordine del gran Can. Questa adunque è la ragione che ‘l prefato messer Marco imparò e vidde tante cose nuove delle parti d’oriente, le quali diligentemente e ordinatamente si scriveranno qui di sotto.

Messer Nicolò, Maffio e Marco essendo stati molti anni in questa corte, trovandosi molto ricchi di gioie di gran valuta e d’oro, un estremo desiderio di rivedere la sua patria di continuo era lor fisso nell’animo, e ancor che fossero onorati e accarezzati, nondimeno non pensavan mai ad altro che a questo. E vedendo il gran Can esser molto vecchio, dubitavan che se ‘l morisse avanti il loro partire, che per la lunghezza del cammino e infiniti pericoli che li soprastavano mai più potessino tornare a casa, il che, vivendo lui, speravan di poter fare. E per tanto messer Nicolò un giorno, tolta occasione vedendo il gran Can esser molto allegro, inginocchiatosi, per nome di tutti tre gli dimandò licenza di partirsi: alla qual parola si turbò tutto, e gli disse che causa gli moveva a voler mettersi a così lungo e pericoloso cammino, nel qual facilmente potriano morire; e s’era per causa di robba o d’altro, gli voleva dare il doppio di quello che aveano a casa, e accrescerli in quanti onori che loro volessero, e per l’amor grande che li portava li denegò in tutto il partirsi.

In questo tempo accadette che morse una gran regina detta Bolgana, moglie del re Argon, nelle Indie orientali, la quale nel punto della sua morte dimandò di grazia al re, e così fece scriver nel suo testamento, che alcuna donna non sentasse nella sua sedia né fosse moglie di quello se non era della stirpe sua, la qual si trovava al Cataio, dove regnava il gran Can. Per la qual cosa il re Argon elesse tre savii suoi baroni, un de’ quali si domandava Ulatay, l’altro Apusca, il terzo Goza, e li mandò con gran compagnia per ambasciatori al gran Can, dimandandoli una donzella della progenie della regina Bolgana. Il gran Can, ricevutili allegramente e fatta trovare una giovane di anni 17, detta Cogatin, del parentado della detta regina, ch’era molto bella e graziosa, la fece mostrar alli detti ambasciatori: la qual piacque loro sommamente. Ed essendo state preparate tutte le cose necessarie e una gran brigata per accompagnar con onorificenza questa novella sposa al re Argon, gli ambasciatori, dopo tolta grata licenza dal gran Can, si partirono cavalcando per spazio di mesi otto per quella medesima via ch’erano venuti. E nel cammino trovarono che, per guerra nuovamente mossa fra alcuni re de’ Tartari, le strade erano serrate, e non potendo andar avanti, contra ‘l loro volere furono astretti di ritornar di nuovo alla corte del gran Can, al qual raccontorono tutto ciò che era loro intravenuto.

In questo tempo messer Marco, ch’era ritornato dalle parti d’India, dove era stato con alcune navi, disse al gran Can molte nuove di quelli paesi e del viaggio che egli avea fatto, e fra l’altre che molto sicuramente si navigavano que’ mari. Le qual parole essendo venute all’orecchie degli ambasciatori de re Argon, desiderosi di tornarsene a casa, dalla quale erano passati anni tre che si trovavano absenti, andorno a parlar con li detti messer Nicolò, Maffio e Marco, i quali similmente trovorno desiderosissimi di riveder la loro patria: e posto fra loro ordine che detti tre ambasciatori con la regina andassero al gran Can e dicessero che, potendosi andar per mare sicuramente fino al paese del re Argon, manco spesa si faria per mare e il viaggio saria più corto (sì come messer Marco avea detto, che avea navigato in que’ paesi); sua Maestà fosse contenta di farli questa grazia, che andassero per mare, e che questi tre latini, cioè messer Nicolò, Maffio e Marco, che avevano pratica del navigare detti mari, dovessero accompagnarli fino al paese del re Argon. Il gran Can, udendo questa loro dimanda, dimostrava gran dispiacere nel volto, perciò che non voleva che questi tre latini si partissero; nondimeno, non potendo far altrimenti, consentì a quanto li richiesero: e se non era causa così grande e potente che l’astringesse, mai li detti latini si partivano. Per tanto fece venire alla sua presenza messer Nicolò, Maffio e Marco, e gli disse molte graziose parole dell’amor grande che gli portava, e che gli promettessero che, stati che fossero qualche tempo in terra di cristiani e a casa sua, volessero ritornare a lui. E gli fece dar una tavola d’oro, dove era scritto un comandamento, che fossero liberi e sicuri per tutto il suo paese, e che in ogni luogo fossero fatte le spese a loro e alla sua famiglia, e datagli scorta, che sicuramente potessero passare, ordinando che fossero suoi ambasciatori al papa, re di Francia, di Spagna e altri re cristiani. Poi fece preparar quattordici navi, ciascuna delle quali avea quattro arbori, e potevano navigar con nove vele, le quali come fossero fatte si potria dire, ma, per esser materia lunga, si lascia al presente. Fra le dette navi ve ne erano almanco quattro o cinque che avevano da dugentocinquanta in dugentosessanta marinari. Sopra queste navi montorno gli ambasciatori, la regina e messer Nicolò, Maffio e Marco, tolta prima licenza dal gran Can, qual gli fece dare molti rubini e altre gioie finissime e di grandissima valuta, e appresso la spesa che gli bastasse per due anni.

Costoro, avendo navigato circa tre mesi, vennero ad una isola verso mezodì nominata Iava, nella quale sono molte cose mirabili che si diranno nel processo del libro. E partiti dalla detta isola navigorono per il mare d’India mesi deciotto, avanti che potessero arrivare al paese del re Argon, dove andavano; e in questo viaggio viddero diverse e varie cose, che saranno similmente narrate in detto libro. E sappiate che, dal dì che introrno in mare fino al giunger suo, morirono, fra marinari e altri ch’erano in dette navi, da seicento persone; e de’ tre ambasciatori non rimase se non uno, che avea nome Goza, e di tutte le donne e donzelle non morì se non una. Giunti al paese del re Argon, trovorno ch’egli era morto, e ch’uno nominato Chiacato governava il suo reame per nome del figliuolo, che era giovane: al qual parse di mandar a dire come di ordine del re Argon avendo condotta quella regina, quel che gli pareva che si facesse. Costui gli fece rispondere che la dovessero dare a Casan, figliuolo del re Argon, il qual allora si trovava nelle parti dell’Arbore Secco, ne’ confini della Persia, con sessantamila persone, per custodia di certi passi, acciò che non v’intrassero certe genti nemiche a depredare il suo paese: e così loro fecero. Il che fornito, messer Nicolò, Maffio e Marco tornarono a Chiacato, percioché de lì dovea essere il suo camino, e quivi dimorarono nove mesi. Dapoi avendo tolta licenza, Chiacato gli fece dare quattro tavole d’oro, ciascuna delle quali era lunga un cubito e larga cinque dita, ed erano d’oro, di peso di tre o quattro marche l’una: ed era scritto in quelle che, in virtù dell’eterno Iddio, il nome del gran Can fosse onorato e laudato per molti anni, e ciascuno che non obedirà sia fatto morire e confiscati i suoi beni. Dopo si conteneva che quelli tre ambasciatori fossero onorati e serviti per tutte le terre e paesi sì come fosse la propria sua persona, e che gli fosse fatto le spese, dati cavalli e le scorte, come fosse necessario. Il che fu amplamente esequito, perciò che ebbero e spese e cavalli e tutto ciò che gli era di bisogno, e molte volte avevano dugento cavalli, più e manco, secondo che accadeva; né si poteva far altramente, perché questo Chiacato non aveva riputazione, e gli popoli si mettevan a far molti mali e insulti; il che non averian avuto ardire di fare se fossero stati sotto un suo vero e proprio signore.

Faccendo messer Nicolò, Maffio e Marco questo viaggio, intesero come il gran Can era mancato di questa vita, il che gli tolse del tutto la speranza di poter più tornar in quelle parti; e cavalcorno tanto per le sue giornate che vennero in Trabisonda, e di lì a Constantinopoli e poi a Negroponte; e finalmente sani e salvi con molte ricchezze giunsero in Venezia, ringraziando Iddio che gli aveva liberati da tante fatiche e preservati da infiniti pericoli: e questo fu dell’anno 1295.

E le cose di sopra narrate sono state scritte in luogo di proemio, che si suol far a ciascun libro, acciò che chi lo leggerà conosca e sappia che messer Marco previous hit Polo next hit puoté sapere e intendere tutte queste cose in anni ventisei che ‘l dimorò nelle parti d’oriente.

Capitolo 2

Dell’Armenia minore e del porto della Giazza, e delle mercanzie che vi son condotte, e de’ confini di detta provincia.

Per dar principio a narrar delle provincie che messer Marco previous hit Polo next hit ha viste nell’Asia, e delle cose degne di notizia che in quelle ha ritrovate, dico che sono due Armenie, una detta minore e l’altra maggiore. Del reame dell’Armenia minore è signore un re che abita in una città detta Sebastoz, il qual osserva giustizia in tutto il suo paese; e vi sono molte città, fortezze e castelli, e d’ogni cosa è molto abondevole e di solazzo, e molte cacciagioni di bestie e d’uccelli; è ben vero che non vi è troppo buon aere. I gentiluomini di Armenia anticamente solevan essere molto buoni combattitori e valenti con l’arme in mano; ora son divenuti gran bevitori, e spaurosi e vili. Sopra il mare è una città detta la Giazza, terra di gran traffico: al suo porto vengono molti mercanti da Venezia, da Genova e da molt’altre regioni, con molte mercanzie di diverse speciarie, panni di seta e di lana e di altre preziose ricchezze; e anco quelli che vogliono intrare più dentro nelle terre di levante, vanno primieramente al detto porto della Giazza. I confini dell’Armenia minore son questi: verso mezodì è la Terra di Promissione, che vien tenuta dalli saraceni; da tramontana i Turcomani, che si chiamano Caramani; e da greco levante Cayssaria e Sevasta e molte altre città, tutte suddite a’ Tartari; verso ponente vi è il mare, per il qual si naviga alle parti de’ cristiani.

Capitolo 3

Della provincia detta Turcomania, dove sono le città di Cogno, Cayssaria e Sevasta, e delle mercanzie che vi si trovano.

Nella Turcomania sono tre sorti di genti, cioè Turcomani, i quali adorano Macometto e tengono la sua legge: sono genti semplici e di grosso intelletto, abitano nelle montagne e luoghi inaccessibili, dove sanno esser buoni pascoli, perché vivono solamente di animali; e ivi nascono buoni cavalli, detti turcomani, e buoni muli che sono di gran valuta; e l’altre genti sono Armeni e Greci, che stanno nelle città e castelli e vivono di mercanzie e arti: e quivi si lavorano tapedi ottimi e li più belli del mondo, ed eziandio panni di seta cremesina e d’altri colori belli e ricchi. E vi sono fra l’altre città Cogno, Cayssaria e Sevasta, dove il glorioso messer san Biagio patì il martirio. Tutti sono sudditi al gran Can, imperatore de’ Tartari orientali, il quale gli manda rettori.

Poi ch’abbiamo detto di questa provincia, diciamo della grande Armenia.

Capitolo 4

Dell’Armenia maggiore, dove son le città di Arcingan, Argiron, Darzizi; del castel Paipurth, e del monte dell’arca di Noè; de’ confini di detta provincia e del fonte dell’oglio.

L’Armenia maggiore è una gran provincia, che comincia da una città nominata Arcingan, nella quale si lavorano bellissimi bocassini di bambagio, e vi si fanno molte altre arti che a narrarle saria lungo, e hanno li più belli e migliori bagni d’acque calde che scaturiscono che trovar si possano. Sono le genti per la maggior parte Armeni, ma sottoposte a’ Tartari. In questa provincia sono molte città e castelli, e la più nobil città è Arcingan, la quale ha arcivescovo; l’altre sono Argiron e Darziz. E1 molto gran provincia, e in quella nell’estate sta una parte dell’esercito di Tartari di levante, perché vi trovano buoni pascoli per le lor bestie; ma l’inverno non vi stanno per il gran freddo e neve, perché vi nevica oltre modo e le bestie non vi possono vivere: e però li Tartari si partono l’inverno e vanno verso mezodì per il caldo, per causa di pascoli ed erbe per le sue bestie. E in un castello che si chiama Paipurth è una ricchissima minera d’argento, e trovasi questo castello andando da Trebisonda in Tauris. E nel mezo dell’Armenia maggiore è uno grandissimo e altissimo monte, sopra il quale si dice essersi firmata l’arca di Noè: e per questa causa si chiama il monte dell’arca di Noè, ed è così largo e lungo che non si potria circuire in due giorni, e nella sommità di quello vi si truova di continuo tant’alta la neve che niuno vi può ascendere, perché la neve non si liquefa in tutto, ma sempre una casca sopra l’altra e così accresce. Ma nel descendere verso la pianura, per l’umidità della neve la qual liquefatta scorre giù, talmente il monte è grasso e abondante d’erbe che nell’estate tutte le bestie dalla lunga circonstanti si riducono a stanziarvi, né mai vi mancano; e anco per il discorrere della neve si fa gran fango sopra il monte.

Ne’ confini veramente dell’Armenia verso levante sono queste provincie: Mosul, Meridin, delle quali si dirà di sotto, e ve ne sono molte altre che saria lungo a raccontarle. Ma verso la tramontana è Zorzania, ne’ confini della quale è una fonte dalla qual nasce olio in tanta quantità che molti camelli vi si potrebbono cargare, e non è buono da mangiare, ma da ungere gli uomini e gli animali per la rogna e per molte infirmità, e anco per brusciare. Vengono da parti lontane molti a pigliare questo oglio, e le contrate vicine non brusciano di altra sorte.

Avendosi detto dell’Armenia maggiore, ora diciamo di Zorzania

Capitolo 5

Della provincia di Zorzania e de’ suoi confini sopra il mar Maggiore e sopra il mar Ircano, ora detto di Abaccù, dove è quel passo stretto sopra il qual Alessandro fabricò le porte di ferro; e del miracolo della fontana del monasterio di San Lunardo; della città di Tiflis.

In Zorzania è un re che in ogni tempo si chiama David Melich, che in lingua nostra si dice re David; una parte della qual provincia è soggetta al re de’ Tartari, e l’altra parte (per le fortezze che l’ha) al re David. In questa provincia tutti i boschi sono di legni di bosso, e guarda due mari, uno de’ quali si chiama il mar Maggiore, quale è dalla banda di tramontana, l’altro di Abaccù verso l’oriente, che dura nel suo circuito per duomila e ottocento miglia ed è come un lago, perché non si mischia con alcun altro mare. E in quello sono molte isole con belle città e castelli, parte delle quali sono abitate dalle genti che fuggirono dalla faccia del gran Tartaro, quando l’andava cercando pel regno overo per la provincia di Persia qual città e terre si reggevano per commune, per volerle destruggere: e le genti fuggendo si redussero a queste isole e ai monti, dove credevano star più sicuri; ve ne sono anco di deserte di dette isole. Detto mare produce molti pesci, e specialmente storioni, salmoni alle bocche de’ fiumi e altri gran pesci. Mi fu detto che anticamente tutti i re di quella provincia nascevano con certo segno dell’aquila sopra la spalla destra; e sono in quella belle genti e valorose nel mare, e buoni arcieri e franchi combattitori in battaglia; e sono cristiani che osservano la legge de’ Greci, e portano i capelli corti a guisa di chierici di Ponente.

Questa è quella provincia nella qual il re Alessandro non poté mai intrare quando volse andare alle parti di tramontana, perché la via è stretta e difficile, e da una banda batte il mare, dall’altra sono monti alti e boschi che non vi si può passar a cavallo: ed è molto stretta intra il mare e i monti, di lunghezza di quattro miglia, e pochissimi uomini si difenderebbono contra tutto il mondo. E per questo Alessandro appresso a quel passo fece fabricar muri e gran fortezze, acciò che quelli che abitano più oltre non gli potessero venire a far danno: onde il nome di quel passo dipoi si chiamò Porta di Ferro, e per questo vien detto Alessandro aver serrato i Tartari fra due monti. Ma non è vero che siano stati Tartari, perché a quel tempo non erano, anzi fu una gente chiamata Cumani, e di altre generazioni e sorti.

Sono ancora in detta provincia molte città e castelli, le quali abondano di seta e di tutte le cose necessarie; quivi si lavorano panni di seta e di oro, e vi sono astori nobilissimi, che si chiamano avigi. Gli abitatori di questa regione vivono di mercanzie e delle sue fatiche. Per tutta la provincia sono monti e passi forti e stretti, di modo che li Tartari non gli hanno mai potuto dominare del tutto. Qui è un monasterio intitolato di San Lunardo di monachi, dove vien detto esser questo miracolo, che essendo la chiesa sopra un lago salso che circonda da quattro giornate di camino, in quello per tutto l’anno non appareno pesci, salvo dal primo giorno di quaresima fino alla vigilia di Pasqua della resurrezione del Signore, che ve n’è abondanzia grandissima; e fatt’il giorno di Pasqua, più non appariscono. E chiamasi il lago Geluchalat.

In questo mare di Abaccù mettono capo Herdil, Geichon e Cur, Araz e molti altri grandissimi fiumi; è circondato da monti, e novamente i mercatanti genovesi han cominciato a navigare per quello, e di qui si porta la seta detta ghellie. In questa provincia è una bella città detta Tiflis, circa la quale sono molti castelli e borghi, e in quella abitano cristiani, armeni, giorgiani e alcuni saraceni e giudei, ma pochi. Qui si lavorano panni di seta e di molte altre e diverse sorti; gli uomini vivono dell’arte loro, e sono soggetti al gran re de’ Tartari.

Ed è da sapere che noi solamente scriviamo delle principal città delle provincie due o tre, ma ve ne sono di molte altre, che saria lungo scriverle per ordine se non avessero qualche spezial cosa maravigliosa: ma di quelle che abbiam pretermesse, che si ritrovano ne’ luoghi predetti, più pienamente di sotto si dichiarano. Poi che s’ha detto de’ confini dell’Armenia verso tramontana, ora diciamo degli altri che sono verso mezodì e levante.

Capitolo 6

Della provincia di Moxul, e della sorte di abitanti e popoli curdi, e mercanzie che si fanno.

Moxul è una provincia nella qual abitano molte sorti di genti, una delle quali adorano Macometto, e chiamansi Arabi; l’altra osserva la fede cristiana, non però secondo che comanda la Chiesa, perché falla in molte cose, e sono nestorini, iacopiti e armeni; e hanno un patriarca che chiamano iacolit, il qual ordina arcivescovi, vescovi e abbati, mandandoli per tutte le parti dell’India e al Cairo e in Baldach, e per tutte le bande dove abitano cristiani, come fa il papa romano. E tutti i panni d’oro e di seta che si chiamano mossulini si lavorano in Moxul, e quelli gran mercatanti che si chiamano mossulini, che portano di tutte le spezierie in gran quantità, sono di questa provincia. Ne’ monti della qual abitano alcune genti che si chiamano Curdi, che sono in parte cristiani e nestorini e iacopiti, e in parte saraceni, che adorano Macometto: sono uomini cattivi e di mala sorte, e robbano voluntieri a’ mercatanti. Appresso questa provincia ve n’è un’altra che si chiama Mus e Meridin, nella quale nasce infinito bambagio, del qual si fa gran quantità di boccassini e di molti altri lavori. Vi sono artefici e mercatanti, e tutti sono sottoposti al re dei Tartari.

Avendosi detto della provincia di Moxul, ora narraremo della gran città di Baldach.

Capitolo 7

Della gran città di Baldach overo Bagadet, che anticamente si chiamava Babilonia; e come da quella si navica alla Balsara sopra il mare che chiamano d’India, ancor che sia il sino Persico; e del studio che è in quella di diverse scienzie.

Baldach è una città grande, nella quale era il califa, cioè il pontefice di tutti li saraceni, sì come è il papa di tutti i cristiani. E per mezo di quella corre un gran fiume, per il quale li mercadanti vanno e vengono con le lor mercanzie dal mare dell’India: e la sua lunghezza, dalla città di Baldach fino al detto mare, si computa communemente secondo il corso dell’acque 17 giornate. E li mercatanti che vogliono andare alle parti dell’India navigano per detto fiume ad una città detta Chisi, e de lì partendosi entran in mare; e avanti che si pervenga da Baldach a Chisi, si trova una città detta Balsara, intorno la quale nascono per li boschi li miglior dattali che si trovino al mondo. E in Baldach si trovano molti panni d’oro e di seta, e lavoransi quivi damaschi e velluti, con figure di varii e diversi animali; e tutte le perle che dall’India sono portate nella cristianità per la maggior parte si forano in Baldach. In questa città si studia nella legge di Macometto, in negromanzia, fisica, astronomia, geomanzia e fisionomia. Essa è la più nobile e la maggior città che trovar si possa in tutte quelle parti.

Capitolo 8

Come il califa signor di Baldach fu preso e morto, e del miracolo che intravenne del muovere di uno monte.

Dovete sapere che detto califa signor di Baldach si trovava il maggiore tesoro che si sappia avere avuto uomo alcuno, qual perse miseramente in questo modo. Nel tempo che i signori de’ Tartari cominciorono a dominare, erano quattro fratelli, il maggiore de’ quali, nominato Mongù, regnava nella sedia. E avendo a quel tempo, per la gran potenzia loro, sottoposto al suo dominio il Cattayo e altri paesi circonstanti, non contenti di questi, ma desiderando aver molto più, si proposero di soggiogare tutto l’universo mondo; e però lo divisero in quattro parti, cioè che uno andasse alla volta dell’oriente, un altro alla banda del mezodì, per acquistare paesi, e gli altri alle altre due parti. Ad uno di loro, nominato Ulaù, venne per sorte la parte di mezodì. Costui, ragunato un grandissimo esercito, primo di tutti cominciò a conquistar virilmente quelle provincie, e se ne venne alla città di Baldach del 1250 e, sapendo la gran fortezza di quella, per la gran moltitudine del popolo che vi era, pensò con ingegno più tosto che con forze di pigliarla. Avendo egli adunque da centomila cavalli senza i pedoni, acciò che al califa e alle sue genti che eran dentro della città paressino pochi, avanti che s’appressasse alla città pose occultamente da un lato di quella parte delle sue genti, e dall’altro ne’ boschi un’altra parte, e col resto andò correndo fino sopra le porte. Il califa, vedendo quel sforzo essere di poca gente e non ne facendo alcun conto, confidandosi solamente nel segno di Macometto, si pensò del tutto destruggerla, e senza indugio con la sua gente uscì della città. La qual cosa veduta da Ulaù, fingendo di fuggire lo trasse fino oltre gli arbori e chiusure di boschi dove la gente s’era nascosta, e qui serratoli in mezo gli ruppe, e il califa fu preso insieme con la città. Dopo la presa del qual, fu trovata una torre piena d’oro, il che fece molto maravigliare Ulaù. Dove che, fatto venire alla sua presenza il califa, lo riprese grandemente, perciò che, sapendo della gran guerra che gli veniva adosso, non avesse voluto spendere del detto tesoro in soldati che lo difendessero: e però ordinò che ‘l fosse serrato in detta torre senza dargli altro da vivere, e così il misero califa se ne morì fra il detto tesoro.

Io giudico che il nostro Signor messer Iesù Cristo volesse far vendetta de’ suoi fedeli cristiani, dal detto califa tanto odiati, imperoché del 1225, stando in Baldach detto califa, non pensava mai altro ogni giorno se non con che modo e forma potesse far convertire alla sua legge gli cristiani abitanti nel suo paese, o vero, non volendo, di farli morire. E dimandando sopra di ciò il consiglio de’ savii, fu trovato un punto della scrittura nell’Evangelio che dice così: “Se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto è un grano di senapa, porgendo i suoi preghi alla divina Maestà faria muover i monti dal suo luogo”. Del qual punto rallegratosi, non credendo per alcun modo questo essere mai possibile, mandò a chiamare tutti i cristiani, nestorini e iacopiti che abitavano in Baldach, ch’erano in gran quantità, e disse loro: “E1 vero tutto quello che ‘l testo del vostro Evangelio dice?” A cui risposero: “E1 vero”. Disse loro il califa: “Ecco che s’egli è vero qui si proverà la vostra fede. Certamente, se tra voi tutti non è almanco uno il qual sia fedele verso il suo Signore in così poco di fede quanto è un grano di senapa, allora vi riputarò iniqui, reprobi e infidelissimi. Per il che vi assegno dieci giorni, fra li quali o che voi per virtù del vostro Dio farete muovere i monti qui astanti, o vero torrete la legge di Macometto nostro profeta e sarete salvi, o vero non volendo farovvi tutti crudelmente morire”. Quando li cristiani udirono tal parole, sapendo la sua crudel natura, che solo faceva questo per spogliarli delle loro sostanze, dubitarono grandemente della morte; nondimeno, confidandosi nel suo Redentore che gli libereria, si congregorono tutti insieme ed ebbero fra loro diligente consiglio, né trovorno rimedio alcuno se non pregare la Maestà divina che gli porgesse l’aiuto della sua misericordia. Per la qual cosa tutti, così piccoli come grandi, giorno e notte prostrati in terra con grandissime lacrime non attendevano ad altro che a far orazioni al Signore, e così perseverando per otto giorni, ad un vescovo di santa vita fu divinamente rivelato in sogno che andassero a trovar un calzolaio il qual avea solamente un occhio, il cui nome non si sa, che lui comandasse al monte che per la divina virtù dovesse muoversi.

Mandato adunque per il calzolaio, narratoli la divina rivelazione, gli rispose che lui non era degno di quest’impresa, perché i meriti suoi non ricercavan il premio di tanta grazia; nondimeno, facendoli di ciò grande instanzia i poveri cristiani, il calzolaio assentì. E sappiate ch’egli era uomo di buona vita e di onesta conversazione, puro e fedele verso il nostro Signor Iddio: frequentando le messe e i divini officii, attendeva con gran fervore alle limosine e a’ digiuni. Al qual intravenne che, essendo andata a lui una bella giovane per comprarsi un paio di scarpe, e mostrand’il piede per provar quelle, si alzò i panni per modo che gli vidde la gamba, per bellezza della quale si commosse in disonesti pensieri; ma subito ritornato in sé, mandò via la donna e, considerata la parola dell’Evangelio che dice: “Se l’occhio tuo ti scandaleza, cavatelo e gettalo via da te, perché è meglio andar con un occhio in paradiso che con due nell’inferno”, immediate con una delle stecche che adoprava in bottega si cavò l’occhio destro; la qual cosa dimostrò manifestamente la grandezza della sua constante fede.

Venuto il giorno determinato, la mattina a buon’ora, celebrati i divini officii, con grandissima devozione andarono alla pianura dove era il monte, portando avanti la croce del nostro Signore. Il califa similmente, credendo essere cosa vana che i cristiani potessero mandar queste cose ad effetto, volse ancor lui esser presente con gran sforzo di gente per distruggerli e mandarli in perdizione. E quivi il calzolaio, levate le mani al cielo, stando avanti la croce in ginocchioni, umilmente pregò il suo Creatore che pietosamente riguardando in terra, a laude ed eccellenza del nome suo e a fermezza e corroborazione della fede cristiana, volesse porgere aiuto al popolo suo circa il comandamento a loro ingiunto, e dimostrasse la sua virtù e potenza ai detrattori della sua fede. E finita l’orazione con voce alta disse: “In nome del Padre e del Figliuolo e del Spirito Santo, comando a te monte che ti debbi muovere”. Per le qual parole il monte si mosse, con mirabil e spauroso tremor della terra. E il califa e tutti i circonstanti con grandissimo spavento rimasero attoniti e stupefatti, e molti di loro si fecero cristiani, e il califa in occulto confessò esser cristiano, e portò sempre la croce nascosa sotto i panni: la qual dopo morto trovatali adosso, fu causa che non fosse sepolto nell’arca de’ suoi predecessori. E per questa singular grazia concessali da Iddio tutti i cristiani, nestorini e iacopiti da quel tempo in qua celebrano solennemente il giorno che tal miracolo intravenne, digiunando la sua vigilia.

Capitolo 9

Della nobil città di Tauris, che è nella provincia di Hirach, e delli mercatanti e abitanti in quella.

Tauris è una città grande, situata in una provincia nominata Hirach, nella quale sono molte altre città e castelli, ma Tauris è la più nobile e più popolata. Gli abitatori vivono delle mercanzie e arti loro, perché vi si lavora di diverse sorti di panni d’oro e di seta di gran valuta, ed è posta questa città in tal parte che dall’India, da Baldach, da Moxul, da Cremessor e dalle parti de’ cristiani i mercatanti vengono per comprare e vender diverse mercanzie. Quivi si trovano eziandio pietre preziose e perle abbondantemente. Quivi li mercatanti forastieri fanno gran guadagno, ma gli abitatori sono generalmente poveri, e mescolati di diverse generazioni, cioè nestorini, armeni, iacopiti, giorgiani e persi, e le genti che adorano Macometto è il popolo della città, che si chiamano Taurisini e hanno il parlar diverso fra loro. La città è circondata di giardini molto dilettevoli, che producono ottimi frutti. E i saraceni di Tauris sono perfidi e mali uomini, e hanno per la legge di Macometto che tutto quello che tolgono e robbano alle genti che non sono della sua legge sia ben tolto, né gli sia imputato ad alcun peccato, e se i cristiani gli ammazzassero o gli facessero qualche male, sono riputati martiri; e per questa causa, se non fossero proibiti e ritenuti per il suo signore che governa, commetterebbono molti mali. E questa legge osservano tutti i saraceni. E in fine della vita loro va a loro il sacerdote, e dimandali se credono che Macometto sia stato vero nunzio di Dio, e se rispondono che lo credono sono salvi: e per questa facilità di assoluzione, che gli concede il campo largo a commettere ogni sceleraggine, hanno convertito una gran parte de’ Tartari alla sua legge, per la quale non gli è proibito alcun peccato. Da Tauris in Persia sono dodici giornate.

Capitolo 10

Del monasterio del beato Barsamo, che è nelli confini di Tauris.

Ne’ confini di Tauris è un monasterio intitolato il beato Barsamo santo, molto devoto: quivi è uno abbate con molti monachi, i quali portano l’abito a guisa di carmelitani. E questi, per non darsi all’ocio, lavorano continuamente cintole di lana, le quali poi mettono sopra l’altare del beato Barsamo quando si celebrano gli officii. E quando vanno per le provincie cercando (come li frati di San Spirito), donano di quelle alli loro amici e agli uomini nobili, perché sono buone a rimuovere il dolore che alcun avesse nel corpo: e per questo ognuno ne vuole avere per devozione.

Capitolo 11

Del nome di otto regni che sono nella provincia di Persia, e della sorte di cavalli e asini che ivi si truovano.

Nella Persia, qual è una provincia molto grande, vi sono molti regni, i nomi de’ quali sono gli sottoscritti: il primo regno, il quale è in principio, si chiama Casibin; il secondo, qual è verso mezodì, si chiama Curdistan; il terzo Lor, verso tramontana; il quarto Suolistan; il quinto Spaan; il sesto Siras; il settimo Soncara; l’ottavo Timocaim, qual è nel fine della Persia. Tutti questi regni nominati sono verso mezodì, eccetto Timocaim, il quale è appresso l’Arbor Secco verso tramontana. In questi regni sono cavalli bellissimi, molti de’ quali si menano a vendere nell’India, e sono di gran valuta, perché se ne vendono per lire dugento di tornesi, e sono per la maggior parte di questo prezio. Sonvi ancora asini, li più belli e li maggiori che siano al mondo, i quali si vendono molto più che i cavalli, e la ragione è perché mangiano poco e portano gran carghi e fanno molta via in un giorno, la qual cosa né cavalli né muli potriano fare, né sostenire tanta fatica quanta sostengono gli asini sopradetti. Imperoché li mercatanti di quelle parti, andando di una provincia nell’altra, passano per gran deserti e luoghi arenosi dove non si truova erba alcuna, e appresso, per la distanza de’ pozzi e di acque dolci, gli bisogna far lunghe giornate: per tanto adoprano più volentieri quegli asini, perché sono più veloci e corrono meglio e si conducono con manco spesa. Usano ancora i camelli, i quali similmente portano gran pesi e fanno poca spesa; nondimeno non sono così veloci come gli asini. E le genti della sopradetta provincia menano i detti cavalli a Chisi e Ormus e a molte altre città che sono sopra la riviera del mare dell’India, perché vengono comprati quivi e condotti in India, dove sono in grandissimo prezio, nella qual essendo gran caldo non possono durare longamente, essendo nasciuti in paese temperato.

E ne’ sopradetti regni sono genti molto crudeli e omicidiali, imperoché ogni giorno l’un l’altro si feriscono e uccidono, e fariano continovamente gran danni a’ mercanti e a’ viandanti, se non fosse per la paura del signore orientale, il quale severamente gli fa castigare, e ha ordinato che in tutti i passi pericolosi, richiedendo i mercanti, debbano gli abitanti di contrata in contrata dar diligenti e buoni conduttori per tutela e sicurtà loro, e per satisfazione delli conduttori li sia dato per ciascuna soma due o tre grossi, secondo la lunghezza del cammino. Tutti osservano la legge di Macometto. Nelle città di questi regni veramente sono mercanti e artefici in grandissima quantità, e lavorano panni d’oro, di seta e di ciascuna sorte; e quivi nasce il bombagio, ed evvi abondanzia di formento, orzo, miglio e d’ogni sorte biava, vini e di tutti i frutti. Ma potria dir alcuno: i saraceni non bevono vino, per essergli proibito dalla sua legge; si risponde che glosano il testo di quella in questo modo, che se ‘l vino solamente bolle al fuoco, e che si consumi in parte e divenghi dolce, lo possono bere senza rompere il comandamento, perché non lo chiamano dopo più vino, conciosiacosaché, avendo mutato il sapore, muta eziandio il nome del vino.

Capitolo 12

Della città di Iasdi, e de’ lavori di seta che si fanno in quella; e di animali e uccelli che si trovano venendo verso Chiermain.

Iasdi è ne’ confini della Persia, città molto nobile e di gran mercanzia, nella quale si lavorano molti panni di seta, che si chiamano iasdi, quali portano li mercanti in diverse parti. Osservano la legge di Macometto. E quando l’uomo si parte da questa città per andar più oltre, cavalca otto giornate per via piana, nelle quali si truovano solamente tre luoghi dove possino alloggiare, e il cammino è pieno di molti boschi che producono dattali, per li quali si può cavalcare; e vi sono molte cacciagioni d’animali salvatichi, e pernici e quaglie in abondanza, e li mercanti che cavalcano per quelle parti, e altri che si dilettano di cacciagioni di bestie e d’uccelli, vi prendono gran sollazzi. Si truovano ancora asini salvatichi. E nel fine delle dette otto giornate, s’arriva ad un regno che si chiama Chiermain.

Capitolo 13

Del regno di Chiermain, che anticamente si diceva Carmania, e delle pietre turchese, azal e andanico, e de’ lavori d’armi e seta, e de’ falconi; e di una gran discesa che si truova partendosi da quello.

Chiermain è un regno ne’ confini della Persia verso levante, il qual anticamente andava d’erede in erede, ma dopo che ‘l Tartaro lo soggiogò al suo dominio non succedettero gli eredi, anzi il Tartaro vi manda signore secondo il voler suo. In detto regno nascono le pietre che si chiamano turchese, quali si cavano nelle vene de’ monti; si truovano ancora in quelli vene di azzaio e andanico in grandissima quantità. Si lavorano molto eccellentemente in questo regno tutti i fornimenti pertinenti alla guerra, cioè selle, freni, sproni, spade, archi, turcassi, e tutte le sorti d’armi secondo i loro costumi. Le donne e tutte le giovani lavorano similmente con l’ago in drappi di seta e d’oro d’ogni colore uccelli e animali e molte altre varie e diverse imagini, e anco cortine, coltre e cussini per letti di grandi uomini, così bene e con tanto artificio che è cosa maravigliosa a vedere. Ne’ monti di questo regno nascono falconi, li migliori che volino al mondo, e sono minori de’ falconi pellegrini, e rossi nel petto e fra le gambe sotto la coda, e sono tanto veloci che niuno uccello gli può scampare. Partendosi da questo regno si cavalca per otto giornate per pianura, cammino molto sollazzoso e dilettevole per l’abondanza delle pernici e molte cacciagioni, trovando continuamente città e castelli e molte altre abitazioni; e alla fine si truova una gran discesa, per la qual si cavalca due giornate trovando arbori fruttiferi in grandissima quantità. Questi luoghi si abitavano anticamente, ma al presente sono disabitati; quivi nondimeno stanno i pastori per pascer le bestie loro. E da questo regno di Chiermain fin alla discesa predetta, nel tempo dell’inverno vi è così gran freddo, che appena l’uomo si può riparare portando continuamente molte vesti e pelli.

Capitolo 14

Della città di Camandu, che si truova dopo una discesa, e della region di Reobarle, e delli uccelli francolini e buoi bianchi con una gobba; e dell’origine delli Caraunas, che vanno depredando.

Dopo la discesa di questo luogo per le dette due giornate si truova una gran pianura, la qual verso mezodì dura per cinque giornate, nel principio della qual è una città chiamata Camandu, che già fu nobile e grande, ma non è così al presente, perché i Tartari più volte l’hanno destrutta. E la regione si chiama Reobarle, e quella pianura è caldissima e produce frumento, orzo e altre biade. Per le coste de’ monti di detta pianura nascono pomi granati, codogni e molti altri frutti, e pomi d’Adamo, i quali nelle nostre parti fredde non nascono. Ivi sono infinite tortore, per le molte pomelle che vi truovano da mangiare, né li saraceni mai le pigliano, perché le hanno in abominazione. Vi si truovano ancora molti fagiani e francolini, li quali non s’assimigliano alli francolini delle altre contrade, perché sono mescolati di color bianco e negro e hanno li piedi e becco rossi. Vi sono eziandio bestie dissimili dalle altre parti, cioè buoi grandi tutti bianchi che hanno il pelo picciolo e piano, il che avviene per il caldo del luogo, le corna corte e grosse e non acute; hanno sopra le spalle una gobba rotonda alta due palmi, sono bellissimi da vedere, portano gran peso perché sono fortissimi, e quando si dieno cargare si posano a guisa di camelli e poi si levano su. Vi sono ancora castroni di grandezza d’asini, che hanno le code grosse e larghe, di sorte che una pesarà libre trenta e più, e sono grassi e buoni da mangiare.

In questa provincia vi sono molti castelli e città che hanno le mura di terra alte e grosse, e questo per potersi difendere dalli Caraunas, che vanno scorrendo per tutti que’ luoghi depredando il tutto. E acciò che si sappi quello che vuol dire questo nome di Caraunas, dico che fu uno Nugodar, nepote di Zagathai, fratello del gran Can, qual Zagathai signoreggiava la Turchia maggiore. Questo Nugodar, stando nella sua corte, si pensò di voler ancor lui signoreggiare, e però, sentendo che nell’India v’era una provincia chiamata Malabar, sotto ad un re nominato Asidin soldano, la quale non era soggiogata al dominio de’ Tartari, sottrasse circa diecimila uomini, di quelli ch’egli pensava esser peggiori e più crudeli, e con questi partendosi da suo barba Zagathai senza fargli intendere cosa alcuna, passò per Balaxan e per certa provincia chiamata Chesmur, dove perse molte delle sue genti e bestie per le vie strette e cattive; e finalmente entrò nella provincia di Malabar e prese per forza una città detta Dely, e tolse molte altre città circonstanti al detto Asidin, perché li sopravenne alla sprovista. E quivi cominciò a regnare, e li Tartari bianchi cominciorno a mescolarsi con le donne indiane, quali erano negre, e di quelle procreorno figliuoli che furono chiamati Caraunas, cioè meschiati nella lingua loro: e questi son quelli che vanno scorrendo per le contrade di Reobarle e per ciascun’altra come meglio possono. E come vennero in Malabar imparorno l’arti magice e diabolice, con le quali sanno far venir tenebre e oscurar il giorno, di modo che, s’uno non è appresso a l’altro, non si veggono; e ogni volta che vogliono far correrie fanno simil arti, acciò le genti non s’avvegghino di loro. E cavalcano il più delle volte verso le parti di Reobarle, perciò che tutti i mercanti che vengono a negociare in Ormus, fin che s’avisano che venghino i mercanti dalle parti d’India, mandan al tempo del verno i muli e camelli, che si son smagrati per la lunghezza del cammino, alla pianura di Reobarle, dove per l’abondanza dell’erbe debbano ingrassarsi: e questi Caraunas, che attendono a questo, vanno depredando ogni cosa, e prendono gli uomini e vendongli; nondimeno se possono riscatarsi li lascian andare. E messer Marco quasi fu preso una fiata da loro per quell’oscurità, ma egli se ne fuggì ad un castello di Consalmi; de’ sui compagni alcuni furono presi e venduti, altri furono morti.

Capitolo 15

Della città di Ormus, che è posta in isola vicina alla terra sopra il mar dell’India, e della condizione e vento che vi soffia così caldo.

Nel fine della pianura che abbiam detto di sopra, che dura verso mezodì per cinque giornate, si perviene ad una discesa che dura ben venti miglia, ed è via pericolosissima per l’abondanza de’ rubatori che di continuo assaltano e rubbano quelli che vi passano. E quando si giugne al fine di questa discesa, si truova un’altra pianura molto bella, che dura di lunghezza per due giornate e chiamasi pianura di Ormus: ivi sono riviere bellissime e dattali infiniti, e trovansi francolini e papagalli e molti altri uccelli che non s’assomigliano alli nostri. Alla fine si giugne al mare Oceano, dove, sopra un’isola vicina, vi è una città chiamata Ormus, al porto della qual arrivano tutti i mercanti di tutte le parti dell’India con speciarie, pietre preziose, perle, panni d’oro e di seta, denti d’elefanti e molte altre mercanzie, e quivi le vendono a diversi altri mercanti che le conducono poi per il mondo. La città nel vero è molto mercantesca, e ha città e castelli sotto di sé, ed è capo del regno Chermain; e il signore della città si chiama Ruchmedin Achomach, il qual signoreggia per tirannide, ma ubbidisce al re di Chiermain. E se vi muore alcun mercante forestiero, il signor della terra gli toglie tutto il lor avere e riponlo nel suo tesoro. L’estate le genti non abitano nella città, per il gran caldo ch’è causa di mal aere, ma vanno fuori a’ loro giardini, appresso le rive dell’acque e fiumi, dove con certe graticcie fanno solari sopra l’acque, e quelli d’una parte fermano con pali fitti nell’acque e dall’altra parte sopra la riva, e di sopra per difendersi dal sole cuoprono con le foglie, e vi stanno un certo tempo. E dall’ora di meza terza fino mezodì ogni giorno vien un vento dall’arena così estremamente caldo che per il troppo calore vieta all’uomo il respirare, e subito lo soffoca e muore: e da detto vento niuno che si truovi su l’arena può scampare, per la qual cosa, subito che sentono il vento, si mettono nell’acque fin alla barba e vi stanno fin che ‘l cessi.

E in testimonio della calidità di detto vento, disse messer Marco che si trovò in quelle parti quando intravenne un caso in questo modo: che, non avend’il signor d’Ormus pagato il tributo al re di Chiermain, pretendendo averl’al tempo che gl’uomini d’Ormus dimoravano fuori della città nella terra ferma, fece apparecchiare mille e seicento cavalli e cinquemila pedoni, i quali mandò per la contrata di Reobarle per prendergli alla sprovista. E così un giorno, per essere mal guidati, non potendo arrivar al luogo designato per la sopravenente notte, si riposarono in un bosco non molto lontano da Ormus; e la mattina, volendosi partire, il detto vento gl’assaltò e soffocò tutti, di modo che non si trovò alcuno che portasse la nuova al lor signore. Questo sapendo gli uomini d’Ormus, acciò che que’ corpi morti non infettassero l’aere, andorno per sepelirgli, e pigliandogli per le braccie per porgli nelle fosse, erano così cotti pel grandissimo calore che le braccia si lasciavano dal busto, per il che fu di bisogno far le fosse appresso alli corpi e gettargli in quelle.

Capitolo 16

Delle sorti delle navi d’Ormus; e della stagione nella qual nascono i frutti loro, e del viver e costumi degli abitanti.

Le navi d’Ormus sono pessime e pericolose, onde li mercanti e altri spesse volte in quelle pericolano: e la causa è questa, perché non si ficcano con chiodi, per esser il legno col quale si fabricano duro e di materia fragile a modo di vaso di terra, e subito che si ficca il chiodo si ribatte in se medesimo e quasi si rompe; ma le tavole si forano con trivelle di ferro più leggiermente che possono nelle estremità, e dopo vi si mettono alcune chiavi di legno con le quali si serrano, dopo le legano overo cuciono con un filo grosso che si cava di sopra il scorzo delle noci d’India. Le quali sono grandi, e sopra vi sono fili come sete di cavalli, li quali, posti in acqua, com’è putrefatta la sostanza rimangono mondi, e se ne fanno corde con le quali legano le navi, e durano longamente in acqua; alle qual navi non si pone pece per difesa della putrefazione, ma s’ungono con olio fatto di grasso di pesci, e calcasi la stoppa. Ciascuna nave ha un arbor solo e un timone e una coperta, e quando è carica si cuopre con cuori, e sopra i cuori pongono i cavalli che si conducono in India. Non hanno ferri da sorzer, ma con altri lor instrumenti sorzeno, e però con ogni leggier fortuna periscono, per esser molto terribile e tempestoso quel mare.

Quelle genti sono negre e osservano la legge di Macometto. Seminano il frumento, orzo e altre biade nel mese di novembre e le raccolgono il mese di marzo, e così hanno tutti i loro frutti degli altri mesi nel detto mese, eccetto i dattoli, che si raccogliono nel mese di maggio, de’ quali si fa vino con molte altre specie mescolatevi, il qual è molto buono: e se gli uomini che non vi sono assuefatti beono di quello, subito patiscono flusso, ma risanati quel vino molto gli giova e ingrassali. Non usano i nostri cibi, perché se mangiassero pan di frumento e carni subito s’infermarebbono, ma mangiano dattoli e pesci salati, cioè pesci tonni, e cipolle e altre simil cose che si confanno alla sanità loro. In quella terra non si truova erba che duri sopra la terra, salvo che ne’ luoghi acquosi, e questo pel troppo caldo che dissecca ogni cosa. Quando gl’uomini grandi muoiono, le moglie loro gli piangono quattro settimane continue una volta al giorno; ivi si truovano donne ammaestrate nel pianto, le quali si conducono a prezzo, che pianghino ogni giorno sopra gl’altrui morti.

Capitolo 17

Della campagna che si truova partendosi d’Ormus e ritornando verso Chiermain, e del pan amaro per causa dell’acque salse.

Avendosi detto d’Ormus, voglio che lasciamo star il parlare dell’India, la qual sarà descritta in un libro particolare, e che retorniamo di nuovo a Chiermain verso tramontana. E però dico che, partendosi da Ormus e andando verso Chiermain per un’altra strada, si truova una pianura bellissima e abondante d’ogni sorte di vettovaglie: ma il pan di frumento che nasce in quella terra non si può mangiare se non da quelli che vi sono usi per longo tempo, per esser amaro per causa dell’acque, le quali son tutte amare e salse. E da ogni canto si veggono scorrere bagni caldi, molto utili a guarire e sanare molte infermità che vengono agli uomini sopra la persona. Vi sono anco molti dattoli e altri frutti.

Capitolo 18

Come partendosi da Chiermain si va per un deserto di sette giornate alla città di Cobinam, e dell’acque amare che si truovano, e alla fine di un fiume d’acqua dolce.

Partendosi di Chiermain e cavalcando per tre giornate s’arriva a un deserto pel quale si va fino a Cobinam, e dura sette giornate, e ne’ primi tre giorni non si trova salvo che un poco d’acqua: e quella è salsa e verde come l’erba d’un prato, ed è tanto amara che niuno ne può bere, e s’alcuno ne bee pur una gocciola va da basso più di dieci volte, e similmente gli avviene se mangiasse un sol grano di sale che si fa di quell’acqua. E però gli uomini che passano per que’ deserti si portano dietro dell’acqua, ma le bestie ne beono per forza constrette dalla sete, e subito patiscono flusso di corpo. In tutte queste tre giornate non si truova pur un’abitazione, ma tutto è deserto e secco; non vi sono bestie, perché non hanno che mangiare. E nella quarta s’arriva ad un fiume d’acqua dolce, il quale scorre sotto terra, e in alcuni luoghi vi sono certe caverne dirotte e fosse pel scorrere del fiume, per le quali si vede passare, qual poi subito entra sotto terra; nondimeno s’ha abondanza d’acqua, appresso la quale i viandanti, stanchi per l’asprezza del deserto precedente, ricreandosi con le loro bestie si riposano. Nell’ultime tre giornate truovasi come nelle tre precedenti, e nella fine si truova la città di Cobinam.

Capitolo 19

Della città di Cobinam, e delli specchi di acciaio, e dell’andanico, e della tucia e spodio che si fa ivi.

Cobinam è una gran città, la cui gente osserva la legge di Macometto, dove si fanno li specchi d’acciaio finissimo molto belli e grandi. Vi è anco assai andanico, e ivi si fa la tucia, la qual è buona all’egritudine degli occhi, e il spodio, in questo modo: tolgono la terra d’una vena ch’è buona a quest’effetto e la mettono in una fornace ardente, e sopra la fornace sono poste graticcie di ferro molto spesse, e il fumo e l’umor che ne viene ascendendo s’attacca alle graticcie, e raffreddato s’indurisce, e questa è tucia; e il resto di quella terra che rimane nel fuoco, cioè il grosso che resta arso, è il spodio.

Capitolo 20

Come da Cobinam si va per un deserto di otto giornate alla provincia di Timochaim, nelle confine della Persia verso tramontana, e dell’Alboro del Sole, che si chiama l’Alboro Secco, e della forma de’ frutti di quello.

Partendosi da Cobinam si va per un deserto d’otto giornate, nel qual è gran siccità, né vi sono frutti né arbori, e l’acqua è anco amara, onde i viandanti portano seco le cose al vivere necessarie; nondimeno le bestie loro per la gran sete le fanno per forza bere di quell’acqua, imperoché meschiano farina con quell’acqua e bellamente le inducono a bere. E in capo delle otto giornate si trova una provincia nominata Timochaim, la qual è posta verso tramontana ne’ confini della Persia, nella quale sono molte città e castelli. Vi è ancora una gran pianura nella quale v’è l’Alboro del Sole, che si chiama per i cristiani l’Albor Secco, la qualità e condizione del quale è questa: è un arbore grande e grosso, le cui foglie da una parte son verdi, dall’altra bianche, il quale produce ricci simili a quei delle castagne, ma niente è in quelli, e il suo legno è saldo e forte, di color giallo a modo di busso; e non v’è appresso arbor alcuno per spazio di cento miglia se non da una banda, dalla qual vi sono arbori quasi per dieci miglia, e dicono gli abitanti in quelle parti che quivi fu la battaglia tra Alessandro e Dario. Le città e castelli abondano di tutte le belle e buone cose, perché quel paese è d’aere non molto caldo né molto freddo, ma temperato. La gente osserva la legge di Macometto; sono in quelle belle genti, e specialmente donne, le qual a mio giudicio sono le più belle del mondo.

Capitolo 21

Del Vecchio della Montagna, e del palagio fatto far per lui, e come fu preso e morto.

Detto di questa contrata, ora dirassi del Vecchio della Montagna. Mulehet è una contrada nella quale anticamente soleva stare il Vecchio detto della Montagna, perché questo nome di Mulehet è come a dire luogo dove stanno li eretici nella lingua saracena; e da detto luogo gli uomini si chiamano mulehetici, cioè eretici della sua legge, sì come, appresso li cristiani, patarini. La condizion di questo Vecchio era tale, secondo che messer Marco affermò aver inteso da molte persone: ch’egli avea nome Aloadin ed era macomettano, e avea fatto far in una bella valle serrata fra due monti altissimi un bellissimo giardino, con tutti i frutti e arbori che aveva saputo ritrovare, e d’intorno a quelli diversi e varii palagi e casamenti, adornati di lavori d’oro e di pitture e fornimenti tutti di seta. Quivi per alcuni piccioli canaletti che rispondevan in diverse parti di questi palagi si vedeva correr vino, latte e melle e acqua chiarissima, e vi avea posto ad abitar donzelle leggiadre e belle, che sapean cantar e sonar d’ogni instrumento e ballar, e sopra tutto ammaestrate a far tutte le carezze e lusinghe agli uomini che si possin imaginare. Queste donzelle, benissimo vestite d’oro e di seta, si vedevan andar sollazzando di continuo per il giardino e per i palagi, perché quelle femine che l’attendevano stavan serrate e non si vedevano mai fuori all’aere.

Or questo Vecchio avea fabricato questo palagio per questa causa, che, avendo detto Macometto che quelli che facevano la sua volontà anderiano nel paradiso, dove troverian tutte le delicie e piaceri del mondo, e donne bellissime, con fiumi di latte e melle, lui voleva dar ad intendere ch’egli fosse profeta e compagno di Macometto, e potesse far andar nel detto paradiso chi egli voleva. Non poteva alcun entrare in questo giardino, perché alla bocca della valle vi era fatto un castello fortissimo e inespugnabile, e per una strada secreta si poteva andare dentro. Nella sua corte detto Vecchio teneva giovani da 12 fino a 20 anni, che li pareva essere disposti alle armi e audaci e valenti degli abitanti in quelle montagne, e ogni giorno gli predicava di questo giardino di Macometto, e come lui poteva fargli andar dentro. E quando li pareva faceva dar una bevanda a dieci o dodici de’ detti giovani, che gli addormentava, e come mezi morti li faceva portar in diverse camere de’ detti palagi; e quivi, come si risvegliavano, vedevan tutte le sopradette cose, e a ciascuno le donzelle eran intorno cantando, sonando e facendo tutte le carezze e solazzi che si sapevan imaginare, dandoli cibi e vini delicatissimi, di sorte che quelli, imbriacati da tanti piaceri e dalli fiumicelli di latte e vino che vedevano, pensavano certissimamente essere in paradiso e non s’averian mai voluto partire.

Passati quattro o cinque giorni, di nuovo li faceva addormentare e portar fuori, e quelli fatti venir alla sua presenza, gli dimandava dove eran stati, quali dicevano: “Per grazia vostra, nel paradiso”, e in presenza di tutti raccontavano tutte le cose che aveano veduto, con estremo desiderio e admirazione di chi gli ascoltavano. E il Vecchio gli rispondeva: “Questo è il comandamento del nostro profeta, che chi difende il signor suo gli fa andar in paradiso, e se tu sarai obediente a me tu averai questa grazia”, e con tal parole gli avea così inanimati che beato si reputava colui a cui il Vecchio comandava ch’andasse a morire per lui. Di sorte che quanti signori overo altri che fossero inimici del detto Vecchio, con questi seguaci e assassini erano uccisi, perché niuno temeva la morte, pur che facessero il comandamento e volontà del detto Vecchio, e s’esponevano ad ogni manifesto pericolo disprezzando la vita presente: e per questa causa era temuto in tutti quei paesi come un tiranno, e avea constituito due suoi vicarii, uno alle parti di Damasco, l’altro in Curdistana, che osservano il medesimo ordine con li giovani che gli mandava; e per grand’uomo che si fosse, essendo inimico del detto Vecchio, non poteva campare che non fosse ucciso.

Era detto Vecchio sottoposto alla signoria di Ulaù, fratello del gran Can, qual, avendo inteso delle sceleratezze di costui (perché oltre le cose sopradette faceva rubbar tutti quelli che passavan per il suo paese), nel 1262 mandò un suo esercito ad assediarlo nel castello, dove stette anni tre che non li poterno far cosa alcuna; al fine, mancandogli le vettovaglie, fu preso e morto, e spianato il castello e il giardino del paradiso.

Capitolo 22

D’una pianura abondante di sei giornate, e poi d’un deserto d’otto, che si passa per arrivare alla città di Sapurgan; e delle buone pepone che vi sono, le qual fatte in coreggie seccano.

Partendosi da questo castello, si cavalca per una bella pianura e per valli e colline, dove sono erbe e pascoli e molti frutti in grande abondanza (e per questo l’esercito d’Ulaù vi dimorò volentieri): e dura questa contrata per spazio ben di sei giornate. Qui sono città e castelli, e li uomini osservano la legge di Macometto. Dipoi s’entra in un deserto che dura quaranta miglia e cinquanta, dove non è acqua, ma bisogna che gli uomini la portino seco, e le bestie mai non beono fino che non son fuori di quello, il quale è necessario di passar con gran prestezza perché poi trovan acqua. E cavalcato che s’è le dette sei giornate, s’arriva ad una città detta Sapurgan, la qual è abondantissima di tutte le cose necessarie al vivere, e sopra tutto delle miglior pepone del mondo, le quali fanno seccare in questo modo: le tagliano tutte a torno a torno a modo di correggie, sì come si fanno delle zucche, e poste al sole le seccano, e poi le portano a vendere alle terre prossime per gran mercanzia, e ognuno ne compra perché son dolci come mele. Sono in quella cacciagioni di bestie e d’uccelli.

Ora lasciasi questa città e dirassi d’un’altra, che si truova passando la sopradetta, chiamata Balach, la quale è città nobile e grande, ma più nobile e più grande fu già, perciò che li Tartari, facendoli molte volte danno, l’hanno malamente trattata e rovinata: e già furono in quella molti palagi di marmo e corti, e sonvi ancora, ma distrutti e guasti. In questa città dicono gli abitanti che Alessandro tolse per moglie la figliuola del re Dario, i quali osservano la legge di Macometto. E fino a questa città durano li confini della Persia fra greco e levante, e partendosi dalla sopradetta città si cavalca per due giornate tra levante e greco, nelle quali non si truova abitazione alcuna, perché le genti se ne fuggono alli monti e alle fortezze, per paura di molte male genti e de’ ladri che vanno scorrendo per quelle contrade facendoli gran danni. Vi sono molte acque e molte cacciagioni di diversi animali, e vi sono anco de’ leoni. Vettovaglie non si truovano in questi monti per dette due giornate, ma bisogna che quelli che passano se le portino seco per loro e per li suoi cavalli.

Capitolo 23

Del castello detto Thaican, e de’ monti del sale, e de’ costumi degli abitanti.

Poi che s’è cavalcato le dette due giornate, si truova un castello detto Thaican, nel quale è un grandissimo mercato di biade, però ch’egli è posto in un bello e grazioso paese. I suoi monti verso mezodì sono grandi e alti, alcuni de’ quali sono d’un sale bianco e durissimo, e li circonstanti per trenta giornate ne vengono a torre, perché egli è il miglior che sia in tutto ‘l mondo; ma è tanto duro che non se ne può torre se non rompendolo con pali di ferro, e ve n’è in tanta copia che tutto ‘l mondo si potria fornire. Gli altri monti sono abondanti di mandole e pistacchi, de’ quali si ha grandissimo mercato. E partendosi dal detto castello, si va per tre giornate fra greco e levante, sempre trovando contrade bellissime, dove sono molte abitazioni abondanti de frutti, biade e vigne. Gli abitatori osservano la legge di Macometto, e sono micidiali, perfidi e maligni, e attendono molto alle crapole e bere, perché hanno buon vino cotto. In capo non portano cosa alcuna, se non una cordella di dieci palmi, con la quale circondano il capo. Sono ancora buoni cacciatori e prendono assai bestie salvatiche, e non portano altre vesti se non delle pelli di quelle che uccideno, delle quali acconcie se ne fanno fare vesti e scarpe.

Capitolo 24

Della città di Scassem, e de’ porci spinosi che ivi si truovano.

Dopo il cammino di tre giornate si truova una città nominata Scassem, qual è d’un conte, e sono altre sue città e castelli ne’ monti. Per mezo di questa città corre un fiume assai ben grande. Ivi sono porci spinosi, contra i quali come il cacciatore instiga i cani, immediate si reducono insieme e con gran furia tirano le spine agli uomini e ai cani, e gli feriscono con le spine che hanno sopra la pelle. Gli abitanti han lingua per sé, e li pastori che hanno bestie abitano in que’ monti, in alcune caverne che da loro medesimi s’hanno fatte; il che possono far facilmente, perché i monti sono di terra e non sassosi.

E quando si parte dalla città sopradetta, si va per tre giornate che non si truova abitazione alcuna né cosa pel viver de’ viandanti, salvo che acqua, ma per li cavalli si truovano erbe sufficientemente: per il che gli viandanti si portano seco le cose necessarie. In capo veramente di tre giornate si truova una provincia detta Balaxiam.

Capitolo 25

Della provincia di Balaxiam, e delle pietre preziose, detti balassi, che ivi si cavano, le qual sono tutte del re; e de’ cavalli e falconi che si truovano, e dell’aer eccellente e sano che è nelle sommità d’alcuni monti; e de’ vestimenti che portano le donne per parer belle.

Balaxiam è una provincia le cui genti osservano la legge macomettana e hanno parlare da sé; e certamente è gran regno, che per longhezza dura ben 12 giornate. Reggesi per successione d’eredità, cioè tutti i re sono d’una progenie, la qual discese dal re Alessandro e dalla figliuola di Dario, re de’ Persiani: e tutti quei re si chiamano Zulcarnen, che vuol dire Alessandro. Quivi si trovano quelle pietre preziose che si chiamano balassi, molto belli e di gran valuta, e nascono ne’ monti grandi. Ma questo però è in un monte solo, il qual si chiama Sicinan, nel qual il re fa far caverne simili a quelle dove si cava l’argento e l’oro, e a questo modo truovano queste pietre; né alcun altro salvo che ‘l re può farne cavare, sotto pena della vita, se di special grazia per il re non viene concesso. E qualche volta ne dona ad alcuni gentiluomini che passano di là, qual non possono comprarne da altri né portarne fuori del suo regno senza sua licenza: e questo fa egli perché vuole che i suoi balassi per onor suo siano di maggior valuta e tenuti più cari, perché, se ciascuno a suo piacere li potesse cavare o comprare e portar fuori, trovandosene in tanta copia verrebbono a vilissimo prezzo. E però il re dona di quelli ad alcuni re e prencipi per amore, ad alcuni ne dà per tributo, e anco ne cambia per oro: e questi si possono trarre per altre contrade. Si trovano similmente monti nelli quali vi è la vena delle pietre delle qual si fa l’azzurro, il migliore che si truovi nel mondo, e vene che producono argento, rame e piombo in grandissima quantità. E1 provincia certamente fredda.

Ivi ancora nascono buoni cavalli, che sono buoni corridori, e hanno l’unghie de’ piedi così dure che non hanno bisogno di portar ferri: e gli uomini corrono con quelli per le discese de’ monti, dove altre bestie non potriano correre né avrebbono ardire di corrervi. E gli fu detto che non era passato molto tempo che si trovavano in questa provincia cavalli ch’erano discesi dalla razza del cavallo d’Alessandro, detto Bucefalo, i quali nascevano tutti con un segno in fronte, e n’era solamente la razza in poter d’un barba del re; qual, non volendo consentir che ‘l re ne avesse, fu fatto morire da quello, e la moglie per dispetto della morte del marito distrusse la detta razza, e così s’è perduta. Oltre di ciò, ne’ monti di quella provincia nascono falconi sacri, che sono molto buoni e volano bene, e similmente falconi laneri, astori perfetti e sparavieri. Sono gli abitanti cacciatori di bestie e uccellatori; hanno buon frumento, e vi nasce l’orzo senza scorza. Non hanno olio di olivo, ma lo fanno di noci e di susimano, il quale è simile alle semenze di lino, ma quelle del susiman sono bianche, e l’olio è migliore e più saporito di qualunque altro olio, e l’usano i Tartari e altri abitanti in quelle parti.

In questo regno sono passi molto stretti e luoghi molto forti, di modo che non temono d’alcuna persona che possa entrar nelle loro terre per far lor danno. Gli uomini sono buoni arcieri e ottimi cacciatori, e quasi tutti si vestono di cuori di bestie, perché hanno carestia dell’altre veste. In quei monti abondano montoni infiniti, e vanno alle volte in un gregge quattrocento, cinquecento e seicento, e tutti sono salvatichi, e se ne prendono molti né mai mancano. La proprietà di quei monti è tale che sono altissimi, di modo che un uomo ha che fare dalla mattina insino alla sera a poter ascendere in quelle sommità, nelle quali vi sono grandissime pianure e grande abondanza d’erbe, e arbori, e fonti grandi di purissime acque, che discorrono a basso per quei sassi e rotture. In detti fonti si trovano temali e molti altri pesci delicati, e l’aere è così puro in quelle sommità e l’abitarvi così sano, che gli uomini che stanno nella città e nel piano e valli, come si sentono assaltar dalla febre di ciascuna sorte o d’altra infirmità accidentale, immediate ascendono il monte e stanvi due o tre giorni e si ritrovano sani, per causa dell’eccellenza dell’aere: e messer Marco affermò averlo provato, perciò che ritrovandosi in quelle parti stette ammalato circa un anno, e subito che fu consigliato d’andar sopra detto monte si risanò.

Le donne di questo luogo grande e onorevole si fanno dalla cintura in giù veste a modo di braghesse, e mettono in quelle secondo le sue facoltà chi cento, chi ottanta, chi sessanta braccia di bambasina, e le fanno increspate: e questo acciò che paiano più grosse nelle parti dalla cinta in giù, però che i suoi mariti si dilettano di donne che abbino quelle parti grosse, e quelle che l’han maggiori vengono riputate più belle.

Capitolo 26

Della provincia di Bascià, che è verso mezodì, e come gli abitanti portano molti lavori d’oro all’orecchie, e costumi loro.

Partendosi da Balaxiam e cavalcando verso mezodì per dieci giornate, si truova una provincia detta Bascià, gli uomini della qual hanno il parlar da per sé e adorano gl’idoli, e sono genti brune, e molto esperti nell’arte magica, e di continuo attendono a quella. Portano all’orecchie circoli d’oro e d’argento pendenti, con perle e pietre preziose, lavorati con grande artificio. Sono genti perfide e crudeli e astute secondo i costumi loro. La provincia è in luogo molto caldo. Il viver loro sono carne e risi.

Capitolo 27

Della provincia di Chesmur, che è verso sirocco, e degli abitanti, che sanno l’arte magica; e come sono vicini al mare dell’India, e della sorte di eremiti che son ivi, e vita loro di grand’astinenzia.

Chesmur è una provincia ch’è distante da Bascià per sette giornate, la cui gente ha il parlar da sua posta; e sanno l’arte magica sopra tutti gli altri, di sorte che constringono gl’idoli, che sono muti e sordi, a parlare, fann’oscurar il giorno e molte altre cose maravigliose, e sono il capo di tutti quelli ch’adorano gl’idoli, e da loro discesero gl’idoli. Da questa contrata si può andar al mare degl’Indiani. Gli uomini di questa provincia sono bruni e non del tutto negri, e le donne, ancor che siano brune, sono però bellissime. Il viver loro è carne, riso e altre cose simili; nondimeno sono magri. La terra è calda temperatamente, e in quella provincia sono di molte altre città e castelli. Sonvi ancora boschi e luoghi deserti e passi fortissimi, di modo che gli uomini di quella contrada non hanno paura di persona alcuna che li vada ad offendere; il re loro non è tributario d’alcuno. Hanno eremiti secondo la loro consuetudine, i quali stanno ne’ suoi monasterii, e sono molto astinenti nel mangiare e bere e osservano grandissima castità, e guardansi grandemente dalli peccati, per non offender li lor idoli ch’adorano, e vivono longo tempo. Di questa tal sorte di uomini vi sono abbazie e molti monasterii, e da tutt’il popolo gli viene portata gran riverenzia e onore. E gli uomini di quella provincia non uccidono animali né fanno sangue, e se vogliono mangiare carne è necessario che li saraceni, che sono mescolati tra loro, uccidano gli animali. Il corallo che si porta dalla patria nostra in quelle parti si spende per maggior prezzo che in alcun’altra parte.

Se io volessi andar seguendo alla dritta via intrarei nell’India, ma ho deliberato di scriverla nel terzo libro, e per tanto ritornarò alla provincia Balaxiam, per la quale si drizza il camino verso il Cataio tra levante e greco, trattando come s’è cominciato delle provincie e contrate che sono nel viaggio, e dell’altre che vi sono a torno a destra e a sinistra confinanti con quelle.

Capitolo 28

Della provincia di Vochan, dove si va ascendendo per tre giornate fino sopra un grandissimo monte, e de’ montoni che son ivi; e come il fuoco che si fa in quell’altezza non ha la forza che ha nel piano; e degli abitanti, che sono come salvatichi.

Partendosi dalla provincia di Balaxiam e caminando per greco e levante, si truovano sopra la ripa d’un fiume molti castelli e abitazioni, che sono del fratello del re di Balaxiam; e passate tre giornate s’entra in una provincia che si chiama Vochan, la qual tien per longhezza e larghezza tre giornate: e le genti di quella osservano la legge di Macometto, e hanno parlar da per sé, e sono uomini d’approbata vita e valenti nell’arme. Il loro signore è un conte che è soggetto al signore di Balaxiam. Hanno bestie e uccellatori d’ogni maniera.

E partendosi da questa contrata si va per tre giornate tra levante e greco sempre ascendendo per monti, e tanto s’ascende che la sommità di quei monti si dice esser il più alto luogo del mondo. E quando l’uomo è in quel luogo truova fra due monti un gran lago, dal qual per una pianura corre un bellissimo fiume: e in quella sono i migliori e i più grassi pascoli che si possino trovare, dove in termine di dieci giorni le bestie (siano quanto si voglian magre) diventano grasse. Ivi è grandissima moltitudine d’animali salvatichi, e specialmente montoni grandissimi, che hanno le corna alla misura di sei palmi e almanco quattro o tre, delle qual li pastori fanno scodelle e vasi grandi dove mangiano, e con quelli serrano anco i luoghi dove tengono le lor bestie; e gli fu detto che vi sono lupi infiniti che uccidono molti di quei becchi, e che si trova tanta moltitudine di corna e ossa, che di quelli atorno le vie si fanno gran monti per mostrar alli viandanti la strada che passano al tempo della neve. E si cammina per dodici giornate per questa pianura, la qual si chiama Pamer, e in tutto questo cammino non si truova alcuna abitazione, per il che bisogna che i viandanti portino seco le vettovaglie. Ivi non appare sorte alcuna d’uccelli, per l’altezza de’ monti, e gli fu affermato per miracolo che per l’asprezza del freddo il fuoco non è così chiaro come negli altri luoghi, né si può ben con quello cuocere cosa alcuna.

Poi che si ha cavalcato le dette dodici giornate, bisogna cavalcare circa quaranta giornate pur verso levante e greco, continuamente per monti, coste e valli, passando molti fiumi e luoghi deserti, ne’ quali non si truova abitazione né erba alcuna, ma bisogna che li viandanti portino seco da vivere: e questa contrada si chiama Beloro. Nelle sommità di quei monti altissimi vi abitano uomini che sono idolatri e come salvatichi, quali non vivono d’altro che di cacciagioni di bestie, si vestono di cuori e sono genti inique.

Capitolo 29

Della città di Cascar, e delle mercanzie che fanno gli abitanti.

Dopo si perviene a Cascar, che (come si dice) già fu reame, ma ora è sottoposto al dominio del gran Can, le cui genti osservano la legge di Macometto. La provincia è grande, e in quella sono molte città e castella, delle quali Caschar è la più nobile e maggiore; sono tra levante e greco. Gli abitanti di questa provincia hanno parlar da per sé, vivono di mercanzie e arti, e specialmente de’ lavorieri di bambagio. Hanno belli giardini e molte possessioni fruttifere e vigne; vi nasce bambagio in grandissima quantità, lino e canevo. La terra è fertile e abondante di tutte le cose necessarie. Da questa contrata si partono molti mercanti che vanno pel mondo, e nel vero sono genti avare e misere, perché mangiano male e peggio bevono. Oltre li macomettani vi abitan alcuni cristiani nestorini, che hanno la loro legge e chiese. E la sopradetta provincia è di longhezza di cinque giornate.

Capitolo 30

Della città di Samarchan, e del miracolo della colonna nella chiesa di San Giovan Battista.

Samarchan è una città nobile, dove sono bellissimi giardini e una pianura piena di tutti i frutti che l’uomo può desiderare. Gli abitanti parte son cristiani e parte saraceni, e sono sottoposti al dominio d’un nepote del gran Can, del qual non è però amico, anzi è di continuo fra loro inimicizia e guerra. Ed è posta la detta città verso il vento maestro. E in questa città gli fu detto esser accaduto un miracolo, in questo modo: che già anni cento e venticinque uno nominato Zagathai, fratello germano del gran Can, si fece cristiano, con grand’allegrezza de’ cristiani abitanti, quali col favor del signore fecero fabricar una chiesa in nome di s. Giovan Battista: e fu fatta con tal artificio che tutt’il tetto di quella (ch’era ritonda) si fermava sopra una colonna ch’era in mezzo, e di sotto di quella vi metterono una pietra quadra, la quale tolsero col favor del signore d’un edificio de’ saraceni, li quali non ebbero ardimento di contradirgli per paura. Ma, venuto a morte Zagathai, gli successe un suo figliuolo qual non volse esser cristiano, e allora i saraceni impetrorno da lui che li cristiani li restituissero la lor pietra; la qual ancor che i cristiani s’offerissero di pagarla, non volsero, percioché pensavano che, levandola via, la chiesa dovesse rovinare: per la qual cosa li cristiani dolenti ricorsero a raccomandarsi al glorioso S. Giovanni, con grande lacrime e umiltà. E venuto il giorno nel quale doveano restituire la detta pietra, per intercession del santo, la colonna si levò alta dalla base della detta pietra per palmi tre in aere, che facilmente si poteva levar via la pietra de’ saraceni senza che gli fosse posto sostentamento alcuno, e così fin al presente si vede detta colonna senz’alcuna cosa sotto.

Si è detto a bastanza di questo, dirassi della provincia di Carchan.

Capitolo 31

Della città di Carchan, dove gli uomini hanno le gambe grosse e il gosso nella gola.

Di qui partendosi si vien nella provincia di Carchan, la cui longhezza dura cinque giornate. Le genti osservano la legge di Macometto, e vi sono alcuni cristiani nestorini, e sono soggetti al dominio del sopradetto nepote del gran Can. Sono copiosi delle cose necessarie, e massimamente di bambagio. Gli abitanti sono grandi artifici, e hanno per la maggior parte le gambe grosse e un gran gosso nella gola, il che avviene per la proprietà dell’acque che bevono. E in questa provincia altro non v’è degno di memoria.

Capitolo 32

Della città di Cotam, e abondanza d’ogni cosa necessaria al vivere.

Dopo si perviene alla provincia di Cotam, fra greco e levante, la cui longhezza è otto giornate, ed è subdita al gran Can, e quelle genti osservano la legge di Macometto. Sono in essa molte città e castelli, e la più nobil città, e dalla quale il regno ha tolto il nome, è Cotam, la quale è abondantissima di tutte le cose necessarie al vivere umano. Vi nasce bambagio, lino e canevo, biada e vino e altro. Gli abitanti hanno vigne, possessioni e molti giardini; vivono di mercanzie e d’arti, e non sono uomini da guerra.

Si è detto di questa provincia, dirassi d’un’altra detta Peym.

Capitolo 33

Della provincia di Peym, e delle pietre calcedonie e diaspri che si truovano in un fiume; e della consuetudine che hanno di maritarsi di nuovo ogni fiata che vogliono.

Peym è una provincia la cui longhezza è di cinque giornate tra levante e greco, le cui genti sono macomettane e soggette al gran Can. Vi son molte città e castella, ma la più nobile si chiama Peym; per quella discorre un fiume, nel qual si truovano molte pietre di calcedonii e diaspri. Sono in questa provincia tutte le cose necessarie; ivi ancor nasce il bambagio. Gli uomini vivono d’arti e di mercanzie, e hanno questo brutto costume, che se la donna ha marito al qual accada andar ad altro luogo dove abbia a stare per venti giorni, la donna, secondo la loro consuetudine, subito può torre un altro marito, s’ella vuole; e gli omini ovunque vadano similmente si maritano.

E tutte le provincie sopradette, cioè Caschar, Cotam, Peym, fino alla città di Lop, sono comprese nelli termini della gran Turchia. Seguita della provincia Ciarcian.

Capitolo 34

Della provincia di Ciarcian, e delle pietre di diaspri e calcedonii che si trovano ne’ fiumi e sono portati in Aucata; e come gli abitanti fuggono ne’ deserti quando passa l’esercito de’ Tartari.

Ciarcian è una provincia della gran Turchia, tra greco e levante; già fu nobile e abondante, ma da’ Tartari è stata destrutta. Le sue genti osservano la legge di Macometto. Sono in detta provincia molte città e castelli, ma la città maestra del regno è Ciarcian. Vi sono molti fiumi grossi, ne’ quali si trovano molti diaspri e calcedonei che si portano fino ad Ouchah a vendere, e di quelli ne fanno gran mercanzia, per esservene gran copia. Da Peym fino a questa provincia e anco per essa è tutta arena, e sonvi molte acque triste e amare, e in pochi luoghi ve n’è di dolci e buone. E quando avviene che qualche esercito de’ Tartari, così d’amici come di nemici, passa per quelle parti, se sono nemici depredano tutti i suoi beni, e se sono amici uccidono e mangiano tutte le loro bestie: e però, quando sentono che deono passare, subitamente con le mogli, co’ figliuoli e bestie fuggon nell’arena per due giornate, a qualche luogo dove siano buone acque e che possono vivere. E sappiate che, quando raccogliono le lor biade, le ripongono lontano dalle abitazioni in quelle arene, in alcune caverne, per paura degli eserciti, e d’indi riportano le cose necessarie a casa di mese in mese; né altri ch’essi conoscono que’ luoghi, né mai alcuno può sapere dove vadano, perché soffiando il vento subito cuopre le loro pedate con l’arena.

E poi, partendosi da Ciarcian, si va per cinque giornate per l’arena, dove sono cattiv’acque e amare, e in alcuni luoghi sono buone e dolci, ma non vi sono altre cose che siano da dire. E al fine delle cinque giornate si trova una città detta Lop, la quale confina col gran deserto.

Capitolo 35

Della città di Lop e del deserto ch’è vicino; delle cose mirabili che sentono passando per quello.

Lop è una città dalla qual partendosi s’entra in un gran deserto, il qual similmente si chiama Lop, posto fra greco e levante; e la città è del gran Can, le cui genti osservano la legge di Macometto. E quelli che vogliono passar il deserto riposano in questa città per molti giorni, per preparar le cose necessarie per il cammino, e cargati molti asini forti e camelli di vettovaglie e mercanzie, se le consumano avanti che possino passarlo, ammazzano gli asini e camelli e li mangiano; ma menano per il più li camelli, perché portano gran cariche e sono di poco cibo. E le vettovaglie deono essere per un mese, perché tanto stanno a passarlo per il traverso, perché alla lunga saria quasi impossibile a poterlo passare, non potendosi portare vittuaria a sofficienza, per la longhezza del cammino, che dureria quasi un anno. E in queste trenta giornate sempre si va per pianura d’arena e per montagne sterili, e sempre in capo di ciascuna giornata si truova acqua, non già a bastanza per molta gente, ma per cinquanta overo cento uomini con le loro bestie: e in tre overo quattro luoghi si truova acqua salsa e amara, e tutte l’altre acque sono buone e dolci, che sono circa ventotto. In questo deserto non abitano bestie né uccelli, perché non vi truovano da vivere.

Dicono per cosa manifesta che nel detto deserto v’abitano molti spiriti, che fanno a’ viandanti grandi e maravigliose illusioni per fargli perire, perché a tempo di giorno, s’alcuno rimane adietro o per dormire o per altri suoi necessarii bisogni, e che la compagnia passi alcun colle che non lo possino più vedere, subito si sentono chiamar per nome e parlare a similitudine della voce de’ compagni, e credendo che siano alcun di quelli vanno fuor del camino, e non sapendo dove andare periscono. Alcune fiate di notte sentiranno a modo d’impeto di qualche gran cavalcata di gente fuor di strada, e credendo che siano della sua compagnia se ne vanno dove senton il romore, e fatt’il giorno si truovan ingannati e capitano male. Similmente di giorno, s’alcun rimane adietro, gli spiriti appariscono in forma di compagni e lo chiaman per nome e lo fann’andar fuor di strada. E ne son stati di quelli che, passando per questo deserto, hanno veduto un esercito di gente che gli veniva incontro, e dubitando che vogliano rubbarli s’hanno messo a fuggire, e lasciata la strada maestra, non sapendo più in quella ritornare, miseramente sono mancati dalla fame. E veramente sono cose maravigliose e fuor d’ogni credenza quelle che vengono narrate che fanno questi spiriti in detto deserto, che alle fiate per aere fanno sentire suoni di varii e diversi instrumenti di musica e similmente tamburi e strepiti d’arme: e però costumano d’andar molto stretti in compagnia, e avanti che comincino a dormire mettono un segnale verso che parte hanno da camminare, e a tutti li loro animali legano al collo una campanella, qual sentendosi non li lascia uscire di strada; e con grandi travagli e pericoli è di bisogno di passar per detto deserto.

Capitolo 36

Della provincia di Tanguth e della città di Sachion, e de’ costumi quando nasce loro un figliuolo, e del modo come abbruciano li corpi de’ morti.

Quando s’è cavalcato queste trenta giornate pel deserto, si truova una città detta Sachion, la qual è del gran Can, e la provincia si chiama Tanguth. E adorano gl’idoli, e vi sono turchi e alcuni pochi cristiani nestorini e anco saraceni, ma quelli che adorano gli idoli hanno linguaggio da per sé. La città è tra levante e greco. Non sono genti che vivino di mercanzie, ma delle biade e frutti che raccogliono delle lor terre. Oltre di ciò hanno molti monasterii e abbazie, che sono piene d’idoli di diverse maniere, alli quali sacrificano e onorano con grandissima riverenza. E come nasce lor un figliuolo maschio, lo raccomandan ad alcun de’ detti idoli, ad onor del quale nutriscono un montone in casa quell’anno, in capo del quale, quando vien la festa del detto idolo, lo conducono avanti di quello insieme col figliuolo: dove sacrificano il montone, e cotte le carni gliele lasciano per tanto spazio fino che compino le lor orazioni, nelle quali pregano gl’idoli che conservino il lor figliuolo in sanità, e dicono ch’essi idoli fra questo spazio hanno succiato tutta la sostanza overo sapore delle carni. Fatto questo portano quelle carni a casa, e congregati i parenti e amici con grand’allegrezza e riverenza le mangiano, e salvano tutte l’ossa in alcuni belli vasi; e li sacerdoti degl’idoli hanno il capo, li piedi, gl’interiori e la pelle e qualche parte della lor carne.

Similmente questi idolatri nella lor morte osservano questo costume, che quando manca alcun di loro che sia di condizione, che gli vogliono abbruciar il corpo, li parenti mandan a chiamare gli astrologhi e li dicono l’anno, il giorno e l’ora che ‘l morto nacque; quali, poi ch’hanno veduto sotto che constellazione, pianeta e segno egli era nato, dicono in tal giorno die’ esser abbruciato. E s’allora quel pianeta non regna, fanno ritener il corpo tal volta una settimana morto e anco sei mesi avanti che l’abbrucino, aspettando che ‘l pianeta gli sia propizio e non contrario, né mai gl’abbruciarebbono fino che gli astrologhi non dicono: ora è il tempo. Di sorte che, bisognando tenerlo in casa longamente, per schiffar la puzza fanno far una cassa di tavole grosse un palmo, molto ben congionte e dipinte, dove posto il corpo con molte gomme odorifere, canfora e altre speciarie, gli stroppano le congiunture con pece e calcina, coprendola di panni di seta. E in questo tempo che lo tengono in casa, ogni giorno gli fanno preparar la tavola con pane, vino e altre vivande, lasciandogliela per tanto spazio quanto uno potria mangiare commodamente, perché dicono che ‘l spirito, ch’è ivi presente, si sazia dell’odore di quelle vivande.

Alcune fiate detti astrologhi dicon alli parenti che ‘l non è buon che ‘l corpo sia portato per la porta maestra, perché truovano cause delle stelle o altra cosa che gli è in opposito alla detta porta, e lo fanno portar fuori per un’altra parte della casa, e alle volte fanno rompere i muri li quali guardano a drittura verso il pianeta che gli è secondo e prospero, e per quell’apritura fanno portar fuori il corpo: e se fosse fatto altramente, dicono che gli spirti de’ morti offenderebbono quelli di casa e gli farian danno. E s’accade che ad alcuno di casa gl’intravenghi qualche male o disgrazia overo muora, subito gli astrologi dicono che ‘l spirito del morto ha fatto questo per non esser stato portato fuori essendo in esaltazion il pianeta sotto il qual nacque, overo che gli era contrario, overo che non è stato per quella debita parte della casa che si dovea. E dovendosi abbruciar fuori della città, li fanno fare per le strade dov’egli ha da passar alcune casette di legname col suo portico, coperte di seta; e quando vi giugne il corpo lo mettono in quelle, ponendogli avanti pane, vino, carne e altre vivande, e così fanno fin che giungono al luogo determinato, avendo per opinione che ‘l spirito del morto si restauri alquanto e pigli vigore, dovendo esser presente a veder abbruciare il corpo. Usano anco un’altra cerimonia, che pigliano molte carte fatte di scorzi d’arbori, e sopra quelle dipingono uomini, donne, cavalli, camelli, denari e veste, e quelle abbruciano insieme col corpo, perché dicono che nell’altro mondo l’averà servitori, cavalli e tutte le altre cose che son state dipinte sopra le carte. E a tutto quest’officio vi sono presenti tutti li stromenti della città, di continuo sonando.

Avendo detto di questa, dirassi delle altre città che sono verso maestro, appresso al capo del deserto.

Capitolo 37

Della provincia di Chamul, e del costume che hanno di lasciar che le lor mogli e figliuole dormino con li forestieri che passano per il paese.

Chamul è una provincia posta fra la gran provincia di Tanguth soggetta al gran Can, e sono in quella molte città e castella, delle quali la città maestra è detta similmente Chamul; e la provincia è in mezzo di due deserti, cioè del gran deserto che di sopra s’è detto e d’un altro picciol forse di tre giornate. Tutte quelle genti adorano gl’idoli e hanno linguaggio da per sé; vivono di frutti della terra, perché ne hanno grande abondanza, e di quelli vendono a’ viandanti. Gli uomini di questa provincia sono sollazzosi, e non attendono ad altro che a sonare instrumenti, cantare, ballare, e a scrivere e leggere secondo la loro consuetudine, e darsi piacere e diletto. E s’alcun forestiero va ad alloggiar alle loro case molto si rallegrano, e comandano strettamente alle loro mogli, figliuole, sorelle e altre parenti che debbano integramente adempire tutto quello che li piace; e loro, partendosi di casa, se ne vanno alle ville e di lì mandano tutte le cose necessarie al lor oste, nondimeno col pagamento di quelli, né mai ritornano a casa fin che ‘l forestiero vi sta. Giaceno con le lor moglie, figliuole e altre, pigliandosi ogni piacere come se fossero proprie sue mogli: e questi popoli reputano questa cosa essergli di grand’onore e ornamento, e molto grata alli loro idoli, facendo così buon ricetto a’ viandanti bisognosi di ricreazione, e che per questo siano moltiplicati tutti li loro beni, figliuoli e facoltà, e guardati da tutti i pericoli, e che tutte le cose gli succedino con grandissima felicità. Le donne veramente sono molto belle e molto sollazzose, e obedientissime a quanto li mariti comandano.

Ma avvenne al tempo che Manghù gran Can regnava in questa provincia, avendo inteso i costumi e consuetudine così vergognosi, comandò strettamente agli uomini di Chamul che per lo innanzi dovessero lasciare questa così disonesta opinione, non permettendo che alcun di quella provincia alloggiasse forestieri, ma che li provedessero di case communi dove potessero stare. Costoro, dolenti e mesti, per tre anni in circa osservarono i comandamenti del re; ma finalmente, vedendo che le terre loro non rendevano i soliti frutti, e nelle case loro succedevano molte adversità, ordinarono ambasciatori al gran Can, pregandolo che quello che dalli lor antichi padri e avi a loro era stato lasciato con tanta solennità fosse contento che potessero osservare, perciò che, dapoi che mancavano di far questi piaceri ed elemosine verso i forestieri, le loro case andavano di mal in peggio e in rovina. Il gran Can, intesa questa domanda, disse: “Poi che tanto desiderate il vituperio e ignominia vostra, siavi concesso: andate e vivete secondo i vostri costumi, e fate che le donne vostre siano limosinarie verso i viandanti”. E con questa risposta tornarono a casa, con grandissima allegrezza di tutt’il popolo, e così fin al presente osservano la prima consuetudine.

Capitolo 38

Della provincia di Succuir, dove si trova il reubarbaro, che vien condotto per il mondo.

Partendosi dalla provincia predetta si va per dieci giornate fra greco e levante, e in quel cammino vi sono poche abitazioni, né cose degne di raccontarle; e in capo di dieci giornate si truova una provincia chiamata Succuir, nella qual sono molte città e castella, e la principal città è ancor lei nominata Succuir, le cui genti adorano gl’idoli, e sono ancora in quella alcuni cristiani. Sono sottoposti alla signoria del gran Can, e la gran provincia generale nella qual si contiene questa provincia, e altre due provincie subsequenti, si chiama Tanguth. E per tutti li suoi monti si truova reubarbaro perfettissimo in grandissima quantità, e i mercanti che ivi lo cargano lo portano per tutt’il mondo. Vero è che li viandanti che passano di lì non ardiscono andar a quei monti con altre bestie che di quella contrata, perché vi nasce un’erba venenosa, di sorte che se le bestie ne mangiano perdono l’unghie: ma quelle di detta contrata conoscono l’erba e la schifano di mangiare. Gli uomini di Succuir vivono de’ frutti della terra e delle lor bestie, e non usano mercanzie. La provincia è tutta sana, e le genti sono brune.

Capitolo 39

Della città di Campion, capo della provincia di Tanguth, e della sorte de’ lor idoli, e della vita de’ religiosi idolatri, e il lunario che hanno; e de’ costumi degli altri abitanti nel maritarsi.

Campion è una città che è capo della provincia di Tanguth: la città è molto grande e nobile e signoreggia a tutta la provincia. Le sue genti adorano gl’idoli, alcuni osservano la legge di Macometto, e altri sono cristiani, i quali hanno tre belle e grandi chiese in detta città. Quelli che adorano gl’idoli hanno secondo la loro consuetudine molti monasterii e abbazie, e in quelle gran moltitudine d’idoli, de’ quali alcuni sono di legno, alcuni di terra e alcuni di pietra, coperti d’oro e molto maestrevolmente fatti. Di questi ne sono di grandi e piccioli: quelli che sono grandi sono ben passa dieci di longhezza e giaceno distesi, e li piccioli gli stanno adietro, quasi che paiono come discepoli a fargli riverenza. Vi sono idole grande e picciole, che similmente hanno in gran venerazione. I religiosi idolatri vivono, secondo che par a loro, più onestamente degli altri idolatri, perché s’astengono da certe cose, cioè dalla lussuria e altre cose disoneste; quantunque reputino la lussuria non essere gran peccato, perché questa è la loro conscienza, che se la donna ricerca l’uomo d’amore possino usare con quella senza peccato, ma s’essi sono primi a ricercar la donna allora lo reputano a peccato. Item che hanno un lunario di mesi quasi come abbiamo noi, secondo la cui ragione quelli che adorano gl’idoli per cinque o quattro overo tre giorni al mese non fanno sangue, né mangiano uccelli né bestie, come è usanza appresso di noi ne’ giorni di venere, di sabbato e vigilie de’ Santi. E i secolari togliono fino a trenta mogli, e più e manco secondo che le loro facoltà ricercano, e non hanno dote da quelle, ma loro danno alle donne dote di bestie, schiavi e denari. E la prima moglie tiene sempre il luogo della maggiore, e se veggono ch’alcuna di loro non si porti bene con l’altre, overo non li piace, la possono scacciare. Pigliano anco le parenti e congiunte di sangue per mogli, e le matrigne. E molti peccati mortali appresso loro non si reputano peccati, perché vivono quasi a modo di bestie. In questa città messer Marco previous hit Polo next hit dimorò con suo padre e barba per sue facende circa un anno.

Capitolo 40

Della città di Ezina, e degli animali e uccelli che ivi si trovano, e del deserto che è di quaranta giornate verso tramontana.

Partendosi da questa città di Campion e cavalcando per dodici giornate, si truova una città nominata Ezina, in capo del deserto dell’arena verso tramontana: e contiensi sotto la provincia di Tanguth. Le sue genti adorano idoli; hanno camelli e molte bestie di molte sorti. In quella si truovano falconi laneri, e molti sacri molto buoni. Gli uomini vivono di frutti della terra e di bestie, e non usano mercanzie. I viandanti che passano per questa città togliono vettovaglia per quaranta giornate, però che, partendosi da quella verso tramontana, si cavalca per un deserto quaranta giornate, dove non si trova abitazion alcuna, né stanno le genti se non l’estate ne’ monti e in alcune valli. Ivi si truovan acque e boschi di pini, asini salvatichi e molt’altre bestie similmente salvatiche. E quando s’è cavalcato per questo deserto quaranta giornate, si truova una città verso tramontana detta Carachoran. E tutte le provincie sopradette e città, cioè Sachion, Chamul, Chinchitalas, Succuir, Campion ed Ezina, sono pertinenti alla gran provincia di Tanguth.

Capitolo 41

Della città di Carchoran, che è il primo luogo dove li Tartari si ridussero ad abitare.

Carchoran è una città il cui circuito dura tre miglia, e fu il primo luogo appresso al quale ne’ tempi antichi si ridussero i Tartari. E la città ha d’intorno un forte terraglio, perché non hanno copia di pietre; appresso la quale di fuori è un castello molto grande, e in quello è un palagio bellissimo dove abita il rettore di quella.

Capitolo 42

Del principio del regno di Tartari, e di che luogo vennero, e come erano sottoposti ad Umcan, che chiamano un Prete Gianni, che è sotto la tramontana.

Il modo adunque pel quale i Tartari cominciarono primamente a dominare si dichiarerà al presente. Essi abitavano nelle parti di tramontana, cioè in Giorza e Bargu, dove sono molte pianure grandi e senza abitazione alcuna, cioè di città e castella, ma vi sono buoni pascoli e gran fiumi e molte acque. Fra loro non aveano alcun signore, ma davano tributo ad un gran signore che, come intesi, nella lingua loro si chiama Umcan, qual è opinion d’alcuni che vogli dire nella nostra Prete Gianni: a costui i Tartari davano ogni anno la decima di tutte le lor bestie. Procedendo il tempo, questi Tartari crebbero in tanta moltitudine che Umcan, cioè Prete Gianni, temendo di loro si propose separarli per il mondo in diverse parti; onde, qualunque volta gli veniva occasione che qualche signoria si ribellasse, eleggeva tre e quattro per centinaio di questi Tartari e mandavali a quelle parti: e così la loro potenza si diminuiva; e similmente faceva nell’altre sue facende, e deputò alcuni de’ suoi principali ad esequir quest’effetto. Allora, vedendosi i Tartari a tanta servitù così indegnamente soggiogati, non volendo separarsi l’un dall’altro, e conoscendo che non si cercava altro che la sua ruina, si partirono da’ luoghi dove abitavano e andarono tanto per un lungo deserto verso tramontana che per la lontananza parse a loro esser sicuri, e allora denegorno di dare ad Umcan il solito tributo.

Capitolo 43

Come Cingis Can fu il primo imperator di Tartari, e come combatté con Umcan e lo ruppe e prese tutt’il suo paese.

Avvenne che, circa l’anno del nostro Signore 1162, essendo stati i Tartari per certo tempo in quelle parti, elessero in loro re uno che si chiamava Cingis Can, uomo integerrimo, di molta sapienza, eloquente e valoroso nell’armi, qual cominciò a reggere con tanta giustizia e modestia, che non come signore ma come dio era da tutti amato e riverito; di modo che, spargendosi pel mondo la fama del valor e virtù sua, tutti i Tartari che erano in diverse parti del mondo si ridussero all’obedienza sua. Costui, vedendosi signore di tanti valorosi uomini, essendo di gran cuore, volse uscire di que’ deserti e luoghi salvatichi, e avendo ordinato che si preparassero con gli archi e altre armi, perché con gli archi erano valenti e ben ammaestrati, avendosi con quelli esercitati mentre erano pastori, cominciò a soggiogar città e provincie. E tanta era la fama della giustizia e bontà sua, che dove egli andava ciascuno veniva a rendersi, e beato era colui che poteva essere nella grazia sua, di modo ch’egli acquistò circa nove provincie. E questo puoté ragionevolmente avvenire, perché allora in quelle parti le terre e provincie o si reggevano a commune, overo ciascuna avea il suo re e signore, fra li quali non v’essendo unione, da se stessi non potean resistere a tanta moltitudine. E acquistate e prese che avea le provincie e città, metteva in quelle governatori di tal sorte giusti che li popoli non erano offesi né in la persona né in la robba, e tutti li principali menava seco in altre provincie, con gran provisione e doni.

Vedendo Cingis Can che la fortuna così prosperamente li succedea, si propose di tentar maggior cose. Mandò adunque suoi ambasciatori al Prete Gianni simulatamente, conciosiach’egli veramente sapeva che ‘l detto non prestarebbe audienza alle lor parole, e gli fece domandare la figliuola per moglie. Il che udito dal Prete Gianni, tutto adirato disse: “Onde è tanta prosonzione in Cingis Can, che sapendo che è mio servo mi domandi mia figliuola? Partitevi dal mio cospetto immediate, e diteli che se mai più mi farà simil domande lo farò morire miseramente”. La qual cosa avendo udito Cingis Can, si turbò fuor di modo e, congregato un grandissimo esercito, andò con quello a mettersi nel paese del Prete Gianni, in una gran pianura che si chiama Tenduch, e mandò a dire al re che si difendesse: qual similmente con grand’esercito se ne venne nella detta pianura, ed erano lontani un dall’altro circa dieci miglia. E quivi Cingis comandò alli suoi astrologhi e incantatori che dovessero dire qual esercito dovea aver vittoria: costoro, presa una canna verde, la divisero in due parti per longo, le qual posero in terra lontane una dall’altra, e scrissero sopra una il nome di Cingis e sopra l’altra quello d’Umcan, e dissero al re che, come loro leggeranno le loro scongiure, per potenza degl’idoli queste canne veniranno una contra l’altra, e quel re averà la vittoria la cui canna monterà sopra l’altra. Ed essendo concorso tutto l’esercito a vedere questa cosa, mentre che gli astrologhi leggevano i libri de’ suoi incanti, questi due pezzi di canne si mossero, e pareva che uno si levasse contra l’altro: alla fine, dopo alquanto di spazio, quella di Cingis montò sopra di quella d’Umcan. Il che veduto da’ Tartari e da Cingis, con grand’allegrezza andorno ad affrontar l’esercito d’Umcan, e quello ruppero e fracassarono, e fu morto Umcan e tolto il regno, e Cingis prese per moglie la figliuola di quello. Dopo questa battaglia, Cingis andò anni sei continuamente acquistando regni e cittade; alla fine, essendo sotto un castello detto Thaigin, fu ferito con una saetta in un ginocchio e morse, e fu sepolto nel monte Altay.

Capitolo 44

Della successione di sei imperatori di Tartari, e solennità che gli fanno quando li sepeliscono nel monte Altay.

Doppo Cingis Can fu secondo signore Cyn Can; il terzo Bathyn Can; il quarto Esu Can; il quinto Mongù Can; il sesto Cublai Can, il quale fu più grande e più potente di tutti gli altri, perch’egli ereditò quel che ebbero gli altri, e dopo acquistò quasi il resto del mondo, perché lui visse circa anni sessanta nel suo reggimento. E questo nome Can in lingua nostra vuol dir imperatore. E dovete sapere che tutti i gran Can e signori che descendono dalla progenie di Cingis Can si portano a sepelire ad un gran monte nominato Altay, e in qualunque luogo muoiono, se ben fossero cento giornate lontani da quel monte, bisogna che vi sian portati. E quando si portano i corpi di questi gran Cani, tutti quelli che conducono il corpo ammazzano tutti quelli che riscontrano pel cammino, e li dicono: “Andate all’altro mondo a servire al vostro signore”, perché credono che tutti quelli ch’uccidono debbano servire al suo signore nell’altro mondo; il simile fassi de’ cavalli, e uccidono tutti li migliori, acciò che li possa aver nell’altro mondo. Quando il corpo di Mongù fu portato a quel monte, li cavallieri che ‘l portavano, avendo questa scelerata e ostinata persuasione, uccisero più di diecimila uomini che incontrarono.

Capitolo 45

Della vita de’ Tartari, e come non stanno mai fermi, ma vanno sempre camminando; e delle lor case sopra carrette, costumi e vivere; e dell’onestà delle lor mogli, delle quali ne cavano grandissima utilità.

I Tartari non stanno mai fermi, ma conversano al tempo del verno ne’ luoghi piani e caldi, dove trovino erbe a bastanza e pascoli per le lor bestie, e l’estate ne’ luoghi freddi, cioè ne’ monti, dove siano acque e buoni pascoli: e anco per questa causa, perché dove è il luogo freddo non si truovano mosche né tafani e simili animali, che molestano loro e le bestie. E vanno per due o tre mesi ascendendo di continuo e pascolando, perché non averebbono erbe sofficienti, per la moltitudine delle lor bestie, pascendo sempre in un luogo. Hanno le case coperte di bacchette e feltroni e rotonde, così ordinatamente e con tale artificio fatte che le verghe si raccolgono in un fascio, e si ponno piegare e acconciar a modo d’una soma: quali case portano seco sopra carri di quattro ruote ovunque vadano, e sempre quando le drizzano pongono le porte verso mezzodì. Hanno oltre ciò carrette bellissime di due ruote solamente, coperte di feltro, e così bene che se piovesse tutt’il giorno non si potria bagnar cosa che fosse in quelle, qual menano con buoi e camelli. Sopra quelle conducono li loro figliuoli e mogli, e tutte le massarie e vettovaglie che li bisognano. Le donne fanno mercanzie, comprano e vendono e revendono di tutte quelle cose che sono necessarie ai loro mariti e famiglia, perché gli uomini non s’intromettono in cosa alcuna, salvo che in cacciare, uccellare e nelle cose pertinenti all’armi. Hanno falconi li miglior del mondo, e similmente cani. Vivono solamente di carne e latte e di ciò che pigliano alla caccia, e mangiano alcuni animaletti ch’assimigliano a conigli, che appresso noi si chiamano sorzi di faraone, de’ quali si truova gran copia per le pianure nell’estate e in ogni parte, e carne d’ogni sorte, e cavalli e camelli e cani, pur che sian grassi; bevono latte di cavalle, qual acconciano di sorte che par vin bianco e saporito, e lo chiamano nella loro lingua chemurs.

Le donne loro sono le più caste e oneste del mondo, e che più amano e reveriscano i loro mariti, e si guardano sopra ogn’altra cosa di commettere adulterio, qual vien riputato in grandissimo disonore e vituperio. Ed è cosa maravigliosa la lealtà de’ mariti verso le mogli, le quali se sono dieci o venti, fra loro è una pace e un’unione inestimabile, né mai si sente che dican una mala parola; ma tutte sono (com’è detto) intente e sollecite alle mercanzie, cioè al vendere e comprare, e cose pertinenti agli esercizii loro, al viver di casa e cura della famiglia e de’ figliuoli, che sono fra loro communi. E tanto più son degne di admirazione di questa virtù della pudicizia e onestà, quanto che agli omini è concesso di pigliare quante mogli vogliono, le qual sono alli mariti di poca spesa, anzi di gran guadagno e utile, per li traffichi ed esercizii che di continuo fanno. E per questo, quando le pigliano, loro danno le dote alle madri per aver quelle, e la prima ha questo privilegio, d’essere tenuta la più cara e la più legitima, e similmente i figliuoli che di quella nascono; e perché possono pigliare quante mogli a lor piace, perciò hanno più numero di figliuoli di tutte l’altre genti. Se ‘l padre muore, il figliuolo può pigliar per mogli tutte quelle che son state lasciate dal padre, eccettuando la madre e le sorelle, e pigliano anco le cognate, se sono morti i fratelli, e celebrano ogni fiata le nozze con gran solennità.

Capitolo 46

Del Dio de’ Tartari celeste e sublime, e d’un altro detto Natigay, e come l’adorano; e della sorte delli loro vestimenti e armi, e della ferocità loro nel combattere; e come sono pazientissimi in ogni disagio e bisogno, e obedientissimi al loro signore.

La legge e fede de’ Tartari è tale: dicono esservi il Dio alto, sublime e celeste, al qual ogni giorno col turribolo e incenso non domandan altro se non buon intelletto e sanità; ne hanno poi un altro che chiamano Natigay, ch’è a modo di una statua coperta di feltre overo d’altro, e ciascuno ne tien uno in casa sua. Fanno a questo dio la moglie e figliuoli, e pongongli la moglie dalla parte sinistra e i figliuoli avanti di lui, quali pare che li facciano riverenza. Questo dio lo chiamano dio delle cose terrene, il qual custodisce e guarda i loro figliuoli e conserva le bestie e le biade, al quale fanno grande riverenza e onore; e sempre quando mangiano togliono della parte delle carni grasse, e con quelle ungono la bocca del dio, della moglie e de’ figliuoli; dopo gettano del brodo delle carni fuor della porta agli altri spiriti. Fatto questo, dicono che ‘l loro dio con la sua famiglia ha avuto la parte sua, e poscia mangiano e bevono a lor piacere.

I ricchi si vestono di drappi d’oro e di seta e di pelle di zibellini, armellini e vari, e tutti i loro fornimenti sono di gran prezzo e valore. L’arme loro sono archi, spade e mazze ferrate, e alcune lancette, ma con gli archi meglio s’esercitano che con l’altre arme, perché sono ottimi arcieri ed esercitati da picciolini; e indosso portan arme di cuori di buffali e altri animali, molto grossi, cotti, e per questo sono molto duri e forti. Sono uomini fortissimi in battaglia e quasi furibondi e che poco stimano la lor vita, la qual mettono ad ogni pericolo senz’alcun rispetto. Sono crudelissimi e sofferenti d’ogni disagio, e bisognando viveranno un mese solamente con latte di cavalle e d’animali che pigliano. Li lor cavalli si pascono di erbe, né hanno bisogno d’orzo né d’altra biada; e stann’armati a cavallo due giorni e due notte che mai smontano, e similmente vi dormono, e i lor cavalli in tanto vanno pascendo. Non è gente al mondo che più di loro duri affanno e più pazienti in ogni necessità, obedientissimi alli lor signori e di poca spesa: e per queste parti così eccellenti nell’esercizio delle armi, sono atti a soggiogare il mondo, come hanno fatto d’una gran parte.

Capitolo 47

Dell’esercito de’ Tartari, in quante parti è diviso; e del modo col quale cavalcano, e di ciò che portano per loro vivere, e del latte secco; e modo del loro combattere.

Quando alcun signor di Tartari va ad alcuna espedizione, mena seco l’esercito di centomila cavalli, e ordina le sue genti in questa maniera: egli statuisce un capo a ciascuna decina e a ciascun centenaio e a ciascun migliaio e a ogni diecimila, e così ogni dieci capi di decina rispondono alli capi di centinaia, e ogni dieci capi di centenaia rispondono alli capi di migliaia, e ogni dieci capi di migliaia rispondono alli capi di dieci migliaia, e in questo modo ciascun uomo overo capo, senz’altro consiglio overo fastidio, non ha da cercare altri se non dieci. Per il che, quando il signore di questi centomila vuol mandarne alcuna parte a qualche espedizione, comanda al capo di diecimila che li dia mille uomini, e il capo di diecimila comanda al capo di mille, e il capo di mille al capo di cento, e il capo di cento al capo di dieci, e allora tutti i capi delle decine sanno le parti che li toccano, e subito danno quelle a’ suoi capi: cento capi a’ cento di mille, e mille capi ai capi di diecimila, e così subito si discernono; e tutti sono obedientissimi a’ suoi capi. Item ciascun centinaio si chiama un tuc, dieci un toman, per migliaio, centinaio e decina. E quando si muove l’esercito per andar a far qualche impresa, essi mandano avanti gli altri uomini per la loro custodia per due giornate, e mettono genti da dietro e da’ lati, cioè da quattro parti, a questo effetto, acciò che qualche esercito non possi assaltargli all’improviso.

E quando vanno con l’esercito lontani, non portano seco cosa alcuna, di quelle massimamente che sono necessarie pel dormire. Vivono il più delle volte di latte (come s’è detto), e fra cavalli e cavalle sono per ciascun uomo circa diciotto: e quando alcun cavallo è stracco pel cammino si cambia un altro; nondimeno portano seco vasi per cuocer la carne. Portano anco seco le sue picciole casette di feltro alla guerra, dentro alle quali stanno al tempo della pioggia. E alle volte, quando ricerca il bisogno e pressa di qualche impresa che si facci presta, cavalcano ben dieci giornate senza vettovaglie cotte, e vivono del sangue de’ suoi cavalli, però che ciascuno punge la vena del suo e beve il sangue. Hanno ancora latte secco a modo di pasta, e seccasi in questo modo: fanno bollire il latte, e allora la grassezza che nuota di sopra si mette in un altro vaso, e di quella si fa il butiro, perché fin che stesse nel latte non si potria seccare; si mette poi il latte al sole, e così si secca. E quando vanno in esercito portano di questo latte circa dieci libre, e la mattina ciascuno ne piglia mezza libra e la mette in un fiasco picciolo di cuoio, fatto a modo d’un utre, con tant’acqua quanto li piace; e mentre cavalca, il latte nel fiasco si va sbattendo e fassi come sugo, il qual bevono: e questo è il suo desinare. Oltre di ciò, quando i Tartari combattono co’ nemici, mai si meschiano totalmente con loro, anzi continuamente cavalcano a torno qua e là saettando, e alle volte fingono di fuggire, e fuggendo saettano da dietro li nemici che seguitano, sempre uccidendo cavalli e uomini come se combattessero a faccia a faccia: e a questo modo i nemici, credendo aver avuto vittoria, si trovano aver perso, e allora i Tartari, vedendo avergli fatto danno, ritornano di nuovo contra di loro, e quelli virilmente combattendo conquistano e prendono. E hanno li lor cavalli così ammaestrati a voltarsi che ad un signo si voltan in ogni parte che vogliono, e in questo modo hanno vinto molte battaglie.

Tutto quello che v’abbiam narrato è nella vita e costumi de’ rettori dei Tartari. Ma al presente sono molto bastardati, perché quelli che conversano in Ouchacha osservano la vita e costumi di quelli ch’adorano gl’idoli e hanno lasciata la sua legge; quelli che conversano in Oriente osservano i costumi de’ saraceni.

Capitolo 48

Della giustizia che osservano, e della vanità de’ matrimonii che fanno de’ figliuoli morti.

Mantengono la giustizia come vi narraremo al presente. Quando alcuno ha rubbato alcuna picciola cosa, per la qual non meriti la morte, lo battono sette volte con un bastone, o vero dicesette volte, o ventisette o trentasette o quarantasette, fino a cento sempre crescendo, secondo la quantità del furto e qualità del delitto: e molti muoiono per queste battiture. Se uno rubba un cavallo o altre cose per le quali debba morire, con una spada si taglia per mezo; ma se quel che ha rubbato può pagare, e dare nove volte più di quello che ha rubbato, scapola. Item qualunque signore o altr’uomo che ha molti animali li fa bollare del suo segno, cioè cavalli e cavalle, camelli e buoi, vacche e altre bestie grosse, poi li lascia andar a pascere per le pianure e monti in qualunque luogo senza custodia di uomo; e se una bestia si mischia con qualche altra, ciascuno ritorna la sua a colui del quale si truova il segno. I castrati e becchi li fanno custodire dagli uomini, e le loro bestie sono tutte grasse e grandi e belle oltra modo.

Quando ancora sono due uomini, de’ quali uno abbia avuto un figliuol maschio, e quello sia mancato di tre anni o altramente, e l’altro abbia avuto una figliuola, ed ella parimenti sia mancata, fanno insieme le nozze, perché danno la fanciulla morta al fanciullo morto: e allora fanno dipingere in carte uomini in luogo di servi, e cavalli e altri animali, e drappi d’ogni maniera, denari e ciascuna sorte di massarizie, e fanno far gl’instrumenti a corroborazione della dote e matrimonio predetti; le qual cose fanno tutte abbruciare, e del fumo che indi viene dicono che tutte queste cose son portate ai loro figliuoli nell’altro mondo, dove si pigliano per marito e moglie; e li padri e madri de’ morti si hanno per parenti, come se veramente le nozze fossero state celebrate e che vivessero.

Ora abbiamo dichiarato li costumi e consuetudini de’ Tartari; non però che abbiamo detto i grandissimi fatti e imprese del gran Can, signor di tutti i Tartari. Ma vogliamo ritornare al nostro proposito, cioè alla gran pianura nella quale eravamo quando cominciammo de’ fatti di Tartari.

Capitolo 49

Come, partendosi da Carachoran, si trova la pianura di Bargu, e de’ costumi degli abitanti in quella; e come doppo quaranta giornate si trova il mare Oceano; e delli falconi e girifalchi che vi nascono; e come la Tramontana a chi la guarda appar verso mezodì.

Partendosi da Carachoran e dal monte Altay, dove si sepeliscono i corpi degl’imperatori de’ Tartari, come abbiam detto di sopra, si va per una contrata verso tramontana, che si chiama la pianura di Bargu e dura ben circa sessanta giornate; le cui genti si chiamano Mecriti, e sono genti salvatiche, perché vivono di carne di bestie, la maggior delle quali sono a modo di cervi, li qual anco cavalcano. Vivono similmente d’uccelli, perché vi sono molti laghi, stagni e paludi, e detta pianura confina verso tramontana col mare Oceano, e quelli uccelli che si spogliano delle piume vecchie conversano il più dell’estate circa quell’acque, e quando sono del tutto ignudi, che non possono volare, quelli prendono al loro buon piacere; e vivon ancora de pesci. Queste genti osservano le consuetudini e costumi de’ Tartari, e sono sudditi al gran Can. Non hanno né biade né vino, e nell’estate hanno cacciagioni e prendono gran quantità d’uccelli; ma il verno, pel grandissimo freddo, non vi possono stare bestie né uccelli.

E quando s’è cavalcato (come è detto) quaranta giornate, si truova il mare Oceano, presso al quale è un monte nel quale fanno nido astori e falconi pellegrini, e nella pianura. Ivi non sono uomini, né vi abitano bestie né uccelli, salvo ch’una maniera d’uccelli che si chiamano bargelach, e i falconi si pascono di quelli: sono della grandezza delle pernici, e nella coda son simili alle rondini, e ne’ piedi alli papagalli; volano velocemente. E quando il gran Can vuol avere un nido di falconi pellegrini, manda fino a detto luogo per quelli; e nell’isola, che è circondata dal mare, nascono molti girifalchi. Ed è quel luogo tanto verso la tramontana che la stella di tramontana pare alquanto rimaner dipoi verso mezodì. E i girifalchi che nascono nell’isola predetta sono in tanta copia che ‘l gran Can ne puol avere quanti ne vuole a suo piacere. Né crediate che i girifalchi che delle terre de’ cristiani si portano a’ Tartari siano portati al gran Can, ma portansi in Levante solamente, cioè a qualche signore tartaro e altri nobili di Levante che sono a’ confini de’ Cumani e Armeni.

Ora, avendo detto delle provincie che sono verso la tramontana fino al mare Oceano, diremo delle provincie verso il gran Can, e ritorniamo alla provincia detta Campion, la qual di sopra è descritta.

Capitolo 50

Come, partendosi da Campion, si vien al regno di Erginul; e della città di Singui; e de’ buoi, che hanno un pelo sottilissimo; e della forma dell’animal che fa il muschio, e come lo prendono; e de’ costumi degli abitanti, e bellezza delle lor donne.

Partendosi dalla provincia di Campion si va per cinque giornate, nelle quali s’odono più volte la notte parlar molti spiriti, con gran paura de’ viandanti; e in capo di quelle, verso levante, si truova un regno nominato Erginul, qual è sottoposto al gran Can, e contiensi sotto la provincia di Tanguth. In detto regno sono molti altri regni, le cui genti adorano gl’idoli; vi sono alcuni cristiani nestorini e turchi, e molte città e castella, de’ quali la maestra città è Erginul. Dalla qual partendosi poi verso scirocco si può andare alle parti del Cataio, e andando per scirocco verso ‘l Cataio si truova una città nominata Singui, e ancor la provincia si chiama Singui, nelle quali sono molte città e castella: e contengonsi in detta provincia di Tanguth e sotto il dominio del gran Can. Le genti di questa provincia adorano gl’idoli; alcuni osservano la legge di Macometto, e alcuni sono cristiani. Ivi si trovano molti buoi salvatichi, i quali sono della grandezza quasi degl’elefanti e bellissimi da vedere, però che sono bianchi e neri. I loro peli sono in ciascuna parte del corpo bassi, eccetto che sopra le spalle, che sono lunghi tre palmi; qual pelo overo lana è sottilissima e bianca, e più sottile e bianca che non è la seta: e messer Marco ne portò a Venezia come cosa mirabile, e così da tutti che la viddero fu reputata per tale. Di questi buoi molti si sono dimesticati, che furon presi salvatichi. E fanno coprire le vacche dimestiche, e i buoi che nascono di quelle sono maravigliosi animali, e atti a fatiche più che niun altro animale: e gli uomini gli fanno portare gran carichi, e lavorano con quelli la terra il doppio più di quello che lavorano gli altri, e sono molto forti e gagliardi.

In questa contrata si truova il più nobile e fino muschio che sia nel mondo, ed è una bestia picciola come una gazella, cioè della grandezza d’una capra, ma la sua forma è tale: ha i peli a similitudine di cervo, molto grossi, li piedi e la coda a modo d’una gazella; non ha corne come la gazella. Ha quattro denti, cioè due dalla parte di sopra e due dalla parte di sotto, lunghi ben tre dita e sottili, bianchi come avolio, e due ascendono in su e due descendono in giù, ed è bello animale da vedere. Nasce a questa bestia, quando la luna è piena, nell’umbilico sotto il ventre un’apostema di sangue, e i cacciatori nel tondo della luna escono fuori a prender de’ detti animali, e tagliano questa apostema come la pelle e la seccano al sole: e questo è il più fin muschio che si sappi. E la carne del detto animal è molto buona da mangiare, e pigliasene in gran quantità, e messer Marco ne portò a Venezia la testa e i piedi di detto animale secchi.

Gli uomini veramente vivono di mercanzie e d’arti; hanno abondanza di biade. Il transito della provincia è di venticinque giornate, nella quale si truovano fagiani il doppio maggiori de’ nostri, ma sono alquanto minori de’ pavoni, e hanno le penne della coda lunghe otto o dieci palmi. Ne sono anco della grandezza e statura come sono li nostri, e vi sono ancora altri uccelli di molte altre maniere, che hanno bellissime penne di diversi colori. Quelle genti adorano gli idoli, e sono grassi e hanno il naso picciolo; i loro capelli sono neri, e non hanno barba, salvo che quattro peli nel mento. Le donne onorate non hanno similmente pelo alcuno eccetto i capelli, e sono bianche, di belle carne e ben formate in tutti i membri, ma molto lussuriose. Gli uomini molto si dilettano di star con quelle, perché, secondo le lor consuetudini e leggi, possono aver quante mogli vogliono, pur che possino sostentarle. E se alcuna donna povera è bella, li ricchi per la sua bellezza la pigliano per moglie, e danno alla madre e parenti molti doni per averle, perché non apprezzano altro che la bellezza.

Ora si partiremo di qui, e diremo d’una provincia verso levante.

Capitolo 51

Della provincia di Egrigaia e della città di Calacia, e de’ costumi degli abitanti, e zambellotti che vi si lavorano.

Partendosi da Erginul, andando verso levante per otto giornate, si truova una provincia nominata Egrigaia, nella quale sono molte città e castella, pur nella gran provincia di Tanguth. La maestra città si chiama Calacia, le cui genti adorano gl’idoli; vi sono ancora tre chiese de’ cristiani nestorini, e sono sotto il dominio del gran Can. In questa città si lavorano zambellotti di peli di camelli, li più belli e migliori che si truovin al mondo, e similmente di lana bianca in grandissima quantità, i quali i mercatanti, partendosi de lì, portano per molte contrade, e specialmente al Cataio.

Or lasciamo di questa provincia, e diremo d’un’altra verso levante nominata Tenduc, e così entraremo nelle terre del Prete Gianni.

Capitolo 52

Della provincia di Tenduc, dove regnano quelli della stirpe del Prete Gianni, e la maggior parte sono cristiani; e come ordinano li loro preti; e d’una sorte d’uomini detti Argon, che son più belli e savi di quel paese.

Tenduc del Prete Gianni è una provincia verso levante, nella quale sono molte città e castella, e sono sottoposti al dominio del gran Can, perché tutti i Preti Gianni che vi regnano sono sudditi al gran Can, dopo che Cingis, primo imperatore, la sottomesse. La maestra città è chiamata Tenduc, e in questa provincia è re uno della progenie del Prete Gianni, nominato Georgio, ed è prete e cristiano, e la maggior parte degli abitanti sono cristiani. E questo re Georgio mantien la terra per il gran Can, non però tutta quella ch’avea il Prete Gianni, ma certa parte; e li gran Cani danno sempre in matrimonio delle sue figliuole e altre che discendono dalla sua stirpe ai re che siano discesi dalla progenie delli Preti Gianni. In questa provincia si truovano pietre delle quali si fa l’azzurro; ve ne sono molte e buone. Quivi fanno i zambellotti molto buoni di peli di camelli. Gli uomini vivono di frutti della terra e di mercanzie e arti. E il dominio è de’ cristiani, perché ‘l re è cristiano (come s’è detto), quantunque sia soggetto al gran Can; ma vi sono molti che adorano gl’idoli, e osservano la legge macomettana. Vi è anco una sorte di genti che si chiamano Argon, perché sono nati di due generazioni, cioè da quelli di Tenduc, che adorano gl’idoli, e da quelli che osservano la legge di Macometto: e questi sono i più belli uomini che si truovino in quel paese, e più savi e più accorti nella mercanzia.

Capitolo 53

Del luogo dove regnano quelli del Prete Gianni, detto Og e Magog, e de’ costumi degli abitanti e lavori di seta di quelli, e della minera d’argento.

Nella sopradetta provincia era la principal sedia del Prete Gianni di tramontana quando el dominava li Tartari, e a tutte l’altre provincie e regni circonstanti, e fino al presente ritiene nella sua sedia i successori. E questo Georgio sopradetto dopo il Prete Gianni è il quarto di quella progenie, ed è tenuto il maggior signore. E vi sono due regioni dove questi regnano, che nelle nostre parti chiamano Og e Magog, ma quelli che ivi abitano lo chiamano Ung e Mongul, in ciascuno de’ quali è una generazione di gente: in Ung sono Gog, e in Mongul sono Tartari.

E cavalcandosi per questa provincia sette giornate, andando per levante verso ‘l Cataio, si truovano molte città e castella, nelle quali le genti adorano gl’idoli, e alcune osservano la legge di Macometto, e altri sono cristiani nestorini. Vivono di mercanzie e arti, perché si fanno panni d’oro nasiti fin e nach, e panni di seta di diverse sorti e colori come abbiamo noi, e panni di lana di diverse maniere. Quelle genti sono suddite al gran Can, e vi è una città nominata Sindicin, nella quale s’esercitano l’arti di tutte le cose e fornimenti che s’appartengono all’armi e ad un esercito. E ne’ monti di questa provincia è un luogo nominato Idifa, nel quale è un’ottima minera d’argento, dalla qual se ne cava grandissima quantità; e oltre di ciò hanno molte cacciagioni.

Capitolo 54

Della provincia di Cianganor, e della sorte di grue che si trovano, e della quantità di pernici e quaglie che ‘l gran Can fa allevare.

Partendosi dalla sopradetta provincia e città e andando per tre giornate, si truova la città nominata Cianganor, che vuol dire stagno bianco, nella qual è un palagio del gran Can, nel quale vi suol abitare molto volentieri, perché vi sono intorno laghi e riviere dove abitano molti cigni, e in molte pianure grue, fagiani, pernici e uccelli d’altra sorte in gran quantità. Il gran Can piglia grandissimo piacere andando ad uccellare con girifalchi e falconi e prendendo uccelli infiniti. Vi sono cinque sorti di grue: la prima sono tutte nere come corvi, con l’ale grandi; la seconda ha l’ali maggiori dell’altre, bianche e belle, e le penne dell’ali son piene d’occhi rotondi come quelli de’ pavoni, ma gli occhi sono di color d’oro molto risplendenti, il capo rosso e nero molto ben fatto, il collo nero e bianco, e sono bellissime da vedere; la terza sorte sono grue della statura delle nostre d’Italia; la quarta sono grue picciole, ch’hanno le penne rosse e azzurre divisate molto belle; la quinta sorte sono grue grise, col capo rosso e nero, e sono grandi.

Presso a questa città è una valle, nella quale è grandissima abondanza di pernici e quaglie, e pel nutrimento delle quali sempre il gran Can fa seminar l’estate sopra quelle coste miglio e panizzo e altre semenze che tali uccelli appetiscono, comandando che niente si raccolga, acciò abondevolmente si possano nudrire; e vi stanno molti uomini per custodia di questi uccelli, acciò non siano presi, ed eziandio li buttano il miglio al tempo del verno, e sono tanto assuefatti al pasto che se li getta per terra che, subito che l’uomo sibila, ovunque si siano vengono a quello. E ha fatto fare il gran Can molte casette dove stanno la notte, e quando ‘l vien a questa contrada ha di questi uccelli abondantemente, e l’inverno, quando sono ben grasse (perché ivi pel gran freddo non sta a quel tempo), ovunque egli si sia, se ne fa portare carghi i camelli.

Ma si partiremo di qui, e andaremo tre giornate verso tramontana e greco.

Capitolo 55

Del bellissimo palagio del gran Can nella città di Xandù; e della mandria di cavalli e cavalle bianche, del latte de’ quali fanno ogn’anno sacrificio; e delle cose maravigliose che li loro astrologhi fanno far quando vien mal tempo, e anco della sala del gran Can, e delli sacrificii che li detti fanno; e di due sorti di religiosi, cioè poveri, e de’ costumi e vita loro.

Quando si parte da questa città di sopra nominata, andando tre giornate per greco si truova una città nominata Xandù, la qual edificò il gran Can che al presente regna, detto Cublai Can; e quivi fece fare un palagio di maravigliosa bellezza e artificio, fabricato di pietre di marmo e d’altre belle pietre, qual con un capo confina in mezo della città e con l’altro col muro di quella. Dalla qual parte, a riscontro del palagio, un altro muro ferma un capo da una parte del palagio nel muro della città, e l’altro dall’altra parte circuisce, e include ben sedici miglia di pianura, talmente ch’entrare in quel circuito non si può se non partendosi dal palagio. In questo circuito e serraglia sono prati bellissimi e fonti e molti fiumi, e ivi sono animali d’ogni sorte, come cervi, daini, caprioli, quali vi fece portar il gran Can per pascere i suoi falconi e girifalchi, ch’egli tiene in muda in questo luogo, i quali girifalchi sono più di dugento: ed esso medesimo va sempre a vederli in muda, al manco una volta la settimana. E molte volte, cavalcando per questi prati circondati di mura, fa portar un leopardo, overo più, sopra le groppe de’ cavalli, e quando vuole lo lascia andare, e subito prende un cervo o vero capriolo o daini, li quali fa dare ai suoi falconi e girifalchi: e questo fa egli per suo solazzo e piacere.

In mezo di quei prati, ov’è un bellissimo bosco, ha fatto fare una casa regal, sopra belle colonne dorate e invernicate, e a ciascuna è un dragone tutto dorato che rivolge la coda alla colonna, e col capo sostiene il soffittato, e stende le branche, cioè una alla parte destra a sostentamento del soffittato e l’altra medesimamente alla sinistra. Il coperchio similmente è di canne dorate, e vernicate così bene che niun’acqua li potria nuocere, le quali sono grosse più di tre palmi e lunghe da dieci braccia, e tagliate per ciascun groppo si parteno in due pezzi per mezo e si riducono in forma di coppi: e con queste è coperta la detta casa, ma ciascun coppo di canna per defensione de’ venti è ficcato con chiodi. E detta casa a torno a torno è sostentata da più di dugento corde di seta fortissime, perché dal vento (per la leggierezza delle canne) saria rivoltata a terra. Questa casa è fatta con tanta industria e arte che tutta si può levar e metter giù e poi di nuovo reedificarla a suo piacere; e fecela far il gran Can per sua dilettazione, per esservi l’aere molto temperato e buono, e vi abita tre mesi dell’anno, cioè giugno, luglio e agosto, e ogn’anno, alli ventotto della luna del detto mese d’agosto, si suol partire e andare ad altro luogo, per far certi sacrificii in questo modo. Ha una mandria di cavalli bianchi e cavalle come neve, e possono essere da diecimila, del latte delle quali niuno ha ardimento bere s’egli non è descendente della progenie di Cingis Can. Nondimeno Cingis Can concesse l’onore di bere di questo latte ad un’altra progenie, la quale al tempo suo una fiata si portò molto valorosamente seco in battaglia, ed è nominata Boriat. E quando queste bestie vanno pascolando per li prati e per le foreste se gli porta gran riverenza, né ardiria alcun andargli davanti overo impedirli la strada. E avendo gli astrologhi suoi, che sanno l’arte magica e diabolica, detto al gran Can che ogn’anno, al vigesimo ottavo dì della luna d’agosto, debbia far spandere del latte di queste cavalle per l’aria e per terra per dar da bere a tutti i spiriti e idoli che adorano, acciò che conservino gli uomini e le femine, le bestie, gli uccelli, le biade e l’altre cose che nascono sopra la terra, però per questa causa il gran Can in tal giorno si parte dal sopradetto luogo e va a far di sua mano quel sacrificio del latte.

Fanno ancora questi astrologhi, o vogliam dire negromanti, una cosa maravigliosa a questo modo: che come appar che ‘l tempo sia turbato e vogli piovere, vanno sopra il tetto del palagio ove abita il gran Can, e per virtù dell’arte loro lo difendono dalla pioggia e dalla tempesta, talmente che a torno a torno descendono pioggie, tempeste e baleni, e il palagio non vien tocco da cosa alcuna. E costoro che fanno tal cose si chiamano tebeth e chesmir, che sono due sorti d’idolatri quali sono i più dotti nell’arte magica e diabolica di tutte l’altre genti, e danno ad intendere al vulgo che queste operazioni siano fatte per la santità e bontà loro, e per questo vanno sporchi e immondi, non curandosi dell’onor loro né delle persone che li veggono; sostengono il fango nella lor faccia, né mai si lavano né si pettinano, ma sempre vanno lordamente. Hanno costoro un bestiale e orribil costume, che quand’alcuno per il dominio è giudicato a morte, lo tolgono e cuocono e mangianselo; ma se muore di propria morte non lo mangiano. Oltre il nome sopradetto si chiamano anco bachsi, cioè di tal religione overo ordine come si direbbono frati predicatori overo minori, e sono tanto ammaestrati ed esperti in quest’arte magica o diabolica che fanno quasi ciò che vogliono, e fra l’altre se ne dirà una fuor di ogni credenza.

Quando il gran Can nella sua sala siede a tavola, la quale, come si dirà nel libro di sotto, è d’altezza più d’otto braccia, e in mezo della sala, lontano da detta tavola, è apparecchiata una credenziera grande, sopra la quale si tengono i vasi da bere, essi operano con l’arti sue che le caraffe piene di vino overo latte o altre diverse bevande da se stesse empiono le tazze loro senza ch’alcuno con le mani le tocchino, e vanno ben per dieci passa per aere in mano del gran Can; e poi ch’ha bevuto, le dette tazze ritornano al luogo d’onde erano partite: e questo fanno in presenza di coloro i quali il signore vuol che veggano. Questi bachsi similmente, quando sono per venire le feste delli suoi idoli, vanno al gran Can e li dicono: “Signore, sappiate che, se li nostri idoli non sono onorati con gli olocausti, faranno venire mal tempo e pestilenze alle nostre biade, bestie e altre cose: per il che vi supplichiamo che vi piaccia di darne tanti castrati con li capi neri e tante libre d’incenso e legno di aloè, che possiamo fare il debito sacrificio e onore”. Ma queste parole non dicono personalmente al gran Can, ma a certi principi che sono deputati a parlar al signore per gli altri, ed essi dopo lo dicono al gran Can, qual li dona integramente ciò che domandano. E venuto il giorno della festa, fanno i sacrificii de’ detti castrati, e spargono il brodo avanti gl’idoli, e a questo modo gli onorano.

Hanno questi popoli grandi monasterii e abbazie, e così grandi che pareno una picciola città, in alcuna delle quali potriano essere quasi duemila monachi, i quali secondo i costumi loro servono agl’idoli, e si vestono più onestamente degli altri uomini, e portano il capo raso e la barba, e fanno festa agl’idoli con più solenni canti e lumi che sia possibile; e di questi alcuni possono pigliar moglie. Vi è poi un altro ordine di religiosi, nominati sensim, quali sono uomini di grand’astinenza, e fanno la loro vita molto aspra, però che tutt’il tempo della vita sua non mangiano altro che semole, le quali mettono in acqua calda e lasciano stare alquanto, fin che si levi via tutto il bianco della farina: e allora le mangiano così lavate, senz’alcuna sostanza di sapore. Questi adorano il fuoco e dicono gli uomini dell’altre regole che questi che vivono in tant’astinenza sono eretici della sua legge, perché non adorano gl’idoli come loro; ma è gran differenza tra loro, cioè tra l’una regola e l’altra, e questi tali non tolgono moglie per qualsivoglia causa del mondo. Portano il capo raso e la barba, e le lor vesti sono di canapo, nere e biave, e se fossero anco di seta, le portarebbero di tal colore. Dormono sopra stuore grosse, e fanno la più aspra vita di tutti gli uomini del mondo.

Or lasciamo di questi, e diremo de’ grandi e maravigliosi fatti del gran signore e imperator Cublai Can.

[Libro secondo]

Capitolo 1

De’ maravigliosi fatti di Cublai Can, che al presente regna, e della battaglia ch’egli ebbe con Naiam suo barba, e come vinse.

Ora nel libro presente vogliamo cominciar a trattar di tutti i grandi e mirabili fatti del gran Can che al presente regna, detto Cublai Can, che vuol dir in nostra lingua “signor de’ signori”. E ben è vero il suo nome, perché egli è più potente di genti, di terre e di tesoro di qualunque signor che sia mai stato al mondo né che vi sia al presente, e sotto il quale tutti i popoli sono stati con tanta obedienza quanto che abbino mai fatto sotto alcun altro re passato; la qual cosa si dimostrerà chiaramente nel processo del parlar nostro, di modo che ciascuno potrà comprendere che questa è la verità.

Dovete adunque sapere che Cublai Can è della retta e imperial progenie di Cingis Can primo imperator, e di quella dee esser il vero signor de’ Tartari. Questo Cublai Can è il sesto gran Can, che cominciò a regnar nel 1256 essendo d’anni 27, e acquistò la signoria per la sua gran prodezza, bontà e prudenzia, contra la volontà de’ fratelli e di molti altri suoi baroni e parenti che non volevano: ma a lui la succession del regno apparteneva giustamente. Avanti che ‘l fosse signor andava volentier nell’esercito e voleva trovarsi in ogni impresa, perciò che, oltre ch’egli era valente e ardito con l’armi in mano, veniva riputato di consiglio e astuzie militari il più savio e aventurato capitano che mai avessero i Tartari; e dopo ch’ei fu signore non v’andò se non una sol fiata, ma nelle imprese vi mandava i suoi figliuoli e capitani. E la causa perché vi andasse fu questa. Nel 1286 si trovava uno nominato Naiam, giovane d’anni trenta, qual era barba di Cublai e signor di molte terre e provincie, di modo che poteva facilmente metter insieme da quattrocentomila cavalli, e i suoi predecessori erano soggetti al dominio del gran Can. Costui, commosso da leggierezza giovenile, veggendosi signor di tante genti, si pose in animo di non voler esser sottoposto al gran Can, anzi di volergli torre il regno, e mandò suoi nonzii secreti a Caidu, qual era grande e potente signor nelle parti verso la gran Turchia, e nepote del gran Can, ma suo ribello, e portavagli grand’odio, percioché ognora dubitava che ‘l gran Can non lo castigasse. Caidu, uditi i messi di Naiam, fu molto contento e allegro e promisegli di venir in suo aiuto con centomila cavalli, e così ambedue cominciorno a congregar le lor genti, ma non poterno fare così secretamente che non ne venisse la fama all’orecchie di Cublai; qual, intesa questa preparazione, subito fece metter guardie a tutti i passi ch’andavan verso i paesi di Naiam e Caidu, acciò che non sapessero quel che lui volesse fare, e poi immediate ordinò che le genti ch’erano d’intorno alla città di Cambalù per il spazio di dieci giornate si mettessero insieme con grandissima celerità. E furono da trecentosessantamila cavalli e centomila pedoni, che sono li deputati alla persona sua, e la maggior parte falconieri e uomini della sua famiglia, e in venti giorni furono insieme; perché, se egli avesse fatto venir gli eserciti che ‘l tien di continuo per la custodia delle provincie del Cataio, sarebbe stato necessario il tempo di trenta o quaranta giornate, e l’apparecchio s’averia inteso, e Caidu e Naiam si sarian congiunti insieme e ridotti in luoghi forti e al loro proposito; ma lui volse con la celerità (la qual è compagna della vittoria) prevenir alle preparazioni di Naiam e trovarlo solo, che meglio lo poteva vincer che accompagnato.

E perché nel presente luogo è a proposito di parlar d’alcuna cosa delli eserciti del gran Can, è da sapere che in tutte le provincie del Cataio, di Mangi e in tutt’il resto del dominio suo vi si truovano assai genti infideli e disleali, che se potessero si ribellerian al lor signore: e però è necessario, in ogni provincia ove sono città grandi e molti popoli, tenervi eserciti che stanno alla campagna 4 o 5 miglia lontani dalla città, quali non possono avere porte né muri, di sorte che non se gli possa entrar dentro a ogni suo piacere. E questi eserciti il gran Can gli fa mutar ogni due anni, e il simil fa de’ capitani che governano quelli, e con questo freno li popoli stanno quieti e non si possono movere né far novità alcuna. Questi eserciti, oltre il denaro che li dà di continuo il gran Can delle intrate delle provincie, vivono d’un infinito numero di bestie che hanno, e del latte qual mandano alla città a vendere, e si comprano delle cose che gli bisognano, e sono sparsi per 30, 40 e 60 giornate in diversi luoghi; la mità de’ quali eserciti se avesse voluto congregar Cublai, sarebbe stato un numero maraviglioso e da non credere.

Fatto il sopradetto esercito, Cublai Can s’aviò con quello verso il paese di Naiam, cavalcando dì e notte, e in termine di 25 giornate vi aggionse; e fu così cautamente fatto questo viaggio che Naiam né alcun de’ suoi lo presentì, perch’erano state occupate tutte le strade, che niuno poteva passare che non fosse preso. Giunto appresso un colle oltre il quale si vedea la pianura dove Naiam era accampato, Cublai fece riposare le sue genti per due giorni e, chiamati li astrologhi, volse che con le loro arti in presenza di tutto l’esercito vedessero chi dovea aver la vittoria, li quali dissero dover esser di Cublai: questo effetto di divinazione sogliono sempre far li gran Cani per far innanimar li loro eserciti. Con questa adunque ferma speranza, una mattina a buon’ora l’esercito di Cublai, asceso il colle, si dimostrò a quello di Naiam, qual stava molto negligentemente, non tenendo in alcuna parte spie né persona alcuna per guardia, ed era in un padiglione dormendo con una sua moglie; pur risvegliato si mise ad ordinar meglio che poté il suo esercito, dolendosi di non aversi congionto con Caidu. Cublai era sopra un castel grande di legno pieno di balestrieri e arcieri, e nella sommità v’era alzata la real bandiera con l’imagine del sole e della luna; e questo castello era portato da quattro elefanti tutti coperti di cuori cotti fortissimi, e di sopra v’erano panni di seta e d’oro. Cublai ordinò il suo esercito in questo modo: di 30 schiere di cavalli, ch’ognuna avea 10 mila tutti arcieri, ne fece tre parti, e quelle dalla man sinistra e destra fece prolongare molto atorno l’esercito di Naiam; avanti ogni schiera di cavalli erano 500 uomini a piedi con lancie corte e spade, ammaestrati che, ogni fiata che mostravano di voler fuggire, costoro saltavan in groppa e fuggivan con loro, e fermati smontavano e ammazzavano con le lancie i cavalli de’ nemici.

Preparati gli eserciti, si cominciò a udire il suon d’infiniti corni e altri varii instrumenti, e poi molti canti, che così è la consuetudine de’ Tartari avanti che cominciano a combattere, e quando le nacchere e tamburi suonano vengono allora alle mani. Il gran Can fece prima cominciar a sonar le nacchere dalle parti destra e sinistra, e si cominciò una crudele e aspra battaglia, e l’aere fu immediate tutto pieno di saette che piovean da ogni canto, e vedevansi uomini e cavalli in terra cader morti in gran numero; e tanto era orribil il grido degli uomini e strepito dell’armi e cavalli, che rappresentava un estremo spavento a chi l’udiva. Tirate che ebbero le saette, vennero alle mani con le lancie e spade e con le mazze ferrate, e fu tanta la moltitudine degli uomini, e sopra tutto di cavalli, che restorno morti uno sopra l’altro, che una parte non poteva trapassare ov’era l’altra, e la fortuna stette indeterminata per longhissimo spazio di tempo dove l’avesse a dar la vittoria di questo conflitto, qual durò dalla mattina sino a mezogiorno, perché la benevolenza delle genti di Naiam verso il lor signore, ch’era liberalissimo, ne fu causa, conciosiacosaché ostinatamente per amor suo volevano più tosto morire che voltar le spalle. Pur alla fine, vedendosi Naiam circondato dall’esercito nemico, si mise in fuga, ma subito fu preso e condotto alla presenzia di Cublai, qual ordinò ch’ei fosse fatto morire cucito fra due tapeti, che fossino tanto alzati su e giù che ‘l spirito gli uscisse del corpo: e la causa di tal sorte di morte fu accioché il sole e l’aria non vedesse sparger il sangue imperiale. Le genti di Naiam che restorno vive vennero a dar obedienza e giurar fedeltà a Cublai, che furono di quattro nobil provincie, cioè Ciorza, Carli, Barscol e Sitingui.

Naiam, occultamente avendosi fatto battezzar, non volle però mai far l’opera di cristiano, ma in questa battaglia gli parve di voler portar il segno della croce sopra le sue bandiere, e avea nel suo esercito infiniti cristiani, li quali tutti furono morti. E vedendo dopo li giudei e saraceni che le bandiere della croce erano state vinte, si facevano beffe de’ cristiani, dicendoli: “Vedete come le vostre bandiere e quelli che le hanno seguite sono stati trattati”. E per questa derisione furono astretti i cristiani di farlo intender al gran Cane, qual, chiamati a sé li giudei e li saraceni, gli riprese aspramente dicendoli: “Se la croce di Cristo non ha giovato a Naiam, ragionevolmente e giustamente ha fatto, perché lui era perfido e ribello al suo signore, e la croce non ha voluto aiutar simili uomini tristi e malvagi: e però guardatevi di mai più aver ardimento di dire che ‘l Dio de’ cristiani sia ingiusto, perché quello è somma bontà e somma giustizia”.

Capitolo 2

Come, dopo ottenuta tal vittoria, il gran Can ritornò in Cambalù; e dell’onore ch’egli fa alle feste de’ cristiani, giudei, macomettani e idolatri; e la ragione perché dice che non si fa cristiano.

Dopo ottenuta tal vittoria, il gran Can ritornò con gran pompa e trionfo nella città principal, detta Cambalù, e fu del mese di novembre, e quivi stette fin al mese di febraio e marzo, quando è la nostra Pasqua; dove, sapendo che questa era una delle nostre feste principali, fece venir a sé tutti i cristiani e volse che li portassero il libro dove sono li quattro Evangelii, al quale fattogli dar l’incenso molte volte con gran cerimonie, devotamente lo basciò, e il medesimo volse che facessero tutti i suoi baroni e signori ch’erano presenti. E questo modo sempre serva nelle feste principali de’ cristiani, com’è la Pasqua e il Natale; il simil fa nelle principal feste di saraceni, giudei e idolatri. Ed essendo egli domandato della causa, disse: “Sono quattro profeti che son adorati e a’ quali fa riverenza tutt’il mondo: li cristiani dicono il loro Dio essere stato Iesù Cristo, i saraceni Macometto, i giudei Moysè, gl’idolatri Sogomombar Can, qual fu il primo iddio degl’idoli; e io faccio onor e riverenza a tutti quattro, cioè a quello ch’è il maggior in cielo e più vero, e quello prego che m’aiuti”. Ma, per quello che dimostrava il gran Can, egli tien per la più vera e miglior la fede cristiana, perché dice ch’ella non comanda cosa che non sia piena d’ogni bontà e santità. E per niun modo vuol sopportare che li cristiani portino la croce avanti di loro, e questo perché in quella fu flagellato e morto un tanto e così grand’uomo come fu Cristo.

Potrebbe dir alcuno: “Poi ch’egli tiene la fede di Cristo per la migliore, perché non s’accosta a lei e fassi cristiano?” La causa è questa, secondo ch’egli disse a messer Nicolò e Maffio, quando li mandò ambasciatori al papa, i quali alle volte movevano qualche parola circa la fede di Cristo. Diceva egli: “In che modo volete voi che mi faccia cristiano? Voi vedete che li cristiani che sono in queste parti sono talmente ignoranti che non sanno cosa alcuna e niente possono, e vedete che questi idolatri fanno ciò che vogliono, e quando io seggo a mensa vengono a me le tazze che sono in mezo la sala, piene di vino o bevande e d’altre cose, senza ch’alcuno le tocchi, e bevo con quelle. Constringono andar il mal tempo verso qual parte vogliono e fanno molte cose maravigliose, e come sapete gl’idoli loro parlano e gli predicono tutto quello che vogliono. Ma se io mi converto alla fede di Cristo e mi faccia cristiano, allora i miei baroni e altre genti, quali non s’accostano alla fede di Cristo, mi direbbono: “Che causa v’ha mosso al battesimo e a tener la fede di Cristo? Che virtuti o che miracoli avete veduto di lui?” E dicono questi idolatri che quel che fanno lo fanno per santità e virtù degl’idoli; allora non saprei che rispondergli, tal che saria grandissimo errore tra loro e questi idolatri, che con l’arti e scienzie loro operano tali cose, mi potriano facilmente far morire. Ma voi andrete dal vostro pontefice, e da parte nostra lo pregherete che mi mandi cento uomini savii della vostra legge, che avanti questi idolatri abbino a riprovare quel che fanno, e dichinli che loro sanno e possono far tal cose ma non vogliono, perché si fanno per arte diabolica e di cattivi spiriti, e talmente li constringano che non abbino potestà di far tal cose avanti di loro. Allora, quando vedremo questo, riprovaremo loro e la loro legge, e così mi battezzerò, e quando sarò battezzato tutti li miei baroni e grand’uomini si battezzeranno, e poi li subditi loro torranno il battesimo, e così saranno più cristiani qui che non sono nelle parti vostre”. E se dal papa, come è stato detto nel principio, fossero stati mandati uomini atti a predicarli la fede nostra, il detto gran Can s’avria fatto cristiano, perché si sa di certo che n’avea grandissimo desiderio. Ma, ritornando al proposito nostro, diremo del merito e onore che egli dà a coloro che si portano valorosamente in battaglia.

Capitolo 3

Della sorte de’ premii ch’egli dà a quelli che si portano bene in battaglia, e delle tavole d’oro ch’egli dona.

Dovete adunque sapere che ‘l gran Can ha dodici baroni savii, ch’hanno carico d’intendere e informarsi delle operazioni che fanno li capitani e soldati, particolarmente nelle imprese e battaglie ove si ritruovano, e quelle poi riferir al gran Can, qual, conoscendoli benemeriti, se sono capo di cent’uomini gli fa di mille, e dona molti vasi d’argento e tavole di commandamento e signoria. Imperoché quello che è capo di cento ha la tavola d’argento, e quello che è capo di mille ha la tavola d’oro overo d’argento indorato, e quello che è capo di diecimila ha la tavola d’oro con un capo di leone; e il peso di queste tavole è tale: di quelli che hanno il dominio di mille, sono ciascuna di peso di saggi cento e venti; e quella che ha il capo di leone è di peso di saggi dugento e venti. Sopra tal tavola è scritto un commandamento che dice così: AEPer le forze e virtù del magno Iddio, e per la grazia che ha dato al nostro imperio, il nome del Can sia benedetto, e tutti quelli che non l’obediranno morino e siano destrutti”. Tutti quelli ch’hanno queste tavole hanno ancora privilegii in scrittura di tutte quelle cose che far debbono e possono nel suo dominio. E quello che ha il dominio di centomila, overo sia capitano generale di qualche grand’esercito, ha una tavola d’oro di peso di saggi trecento con le parole sopradette, e sotto la tavola è scolpito un lione con le imagini del sole e della luna, e oltre di ciò ha il privilegio del gran comandamento che appare in questa nobil tavola. Ogni volta che cavalcano in publico gli viene portato un pallio sopra la testa, per mostrar la grand’auttorità e potere che hanno, e quando seggono deono sempre sedere sopra una catedra d’argento. E il gran Can dona ad alcuni baroni una tavola dove è scolpita la imagine del girifalco, e questi possono menare seco tutto l’esercito d’ogni gran principe per sua guardia; e può pigliar il cavallo del gran Can, volendolo, e il medesimo può pigliare i cavalli degli altri che siano di minor dignità.

Capitolo 4

Della forma e statura del gran Can, e delle quattro mogli principali ch’egli ha, e delle giovani che ogni anno fa eleggere nella provincia di Ungut, e del modo che le eleggono.

Chiamasi Cublai gran Can signor de’ signori, il qual è di comune statura, cioè non è troppo grande né troppo picciolo, e ha le membra ben formate, che proporzionatamente si corrispondono. La faccia sua è bianca e alquanto rossa, risplendentemente a modo di rosa colorita, che ‘l fa parer molto grazioso; gli occhi sono neri e belli, il naso ben fatto e profilato. Ha eziandio quattro donne signore, quali tiene di continuo per mogli legitime, e il primo figliuolo che nasce di quelle è successor dell’imperio dopo la morte del gran Can, e si chiamano imperatrici, e tengono corte regale da per sé. Né alcuna è di loro che non abbia trecento donzelle molto belle e molti donzelli e altri uomini castrati e donne, talmente che ciascuna di queste ha nella sua corte diecimila persone; e quando il gran Can vuol esser con una di queste tali, la fa venir alla sua corte, overo egli va alla corte di lei.

E ha oltre di ciò molte concubine; e dirovvi come è una provincia nella qual abitano Tartari che si chiaman Ungut, e la città similmente, le genti della qual sono bellissime e bianchissime, e il gran Can ogni due anni, secondo che lui vuole, manda alla detta provincia suoi ambasciatori, che li truovino delle più belle donzelle, secondo la stima della bellezza che lui li commette, quattrocento, cinquecento, più e manco secondo che li pare, le quali donzelle si stimano in questo modo. Giunti che sono gli ambasciatori, fanno venir a sé tutte le donzelle della provincia, e vi sono li stimatori a questo deputati, i quali, vedendo e considerando tutte le membra di ciascuna a parte a parte, cioè i capelli, il volto e le ciglia, la bocca, le labra e l’altre membra, che siano condecenti e conformi alla persona, e stimano alcune in caratti sedici, altre dicessette, diciotto, venti e più e manco, secondo che sono più e manco belle. E se ‘l gran Can ha commesso che le conduchino della stima di caratti venti o ventuno, secondo il numero a loro ordinatoli quelle conducono. E giunte alla sua presenza le fa stimare di nuovo per altri stimatori, e di tutte ne fa eleggere per la sua camera trenta o quaranta che siano stimate più caratti, e ne fa dare una a ciascuna delle moglie de’ baroni, che nelle sue camere le debbano la notte diligentemente vedere, che non siano brutte sotto panni o difettose in alcun membro, e se dormono soavemente e non roncheggino, e se rendono buon fiato e soave, e che in alcuna parte non abbino cattivo odore. E quando sono state diligentemente esaminate si dividono a cinque a cinque, secondo che sono, e ciascuna parte dimora tre dì e tre notti nella camera del signore, per far ciascuna cosa che li sia necessaria; quali compiuti si cambiano e l’altra parte fa il simile, e così fanno fin che compino il numero di quante sono, e dopo ricominciano un’altra volta. Vero è che, mentre una parte dimora nella camera del signore, l’altre stanno in un’altra camera ivi propinqua, di modo che se il signore ha bisogno di qualche cosa estrinseca, come è bere e mangiare e altre cose, le donzelle che sono nella camera del signore comandano a quelle dell’altra camera che debbano apparecchiare, e quelle subito apparechiano, e così non si serve al signor per altre persone che per le donzelle. E l’altre donzelle che furono stimate manco caratti dimorano con l’altre del signore nel palagio, e gl’insegnano a cucire e tagliar guanti e far altri nobili lavori; e quando alcun gentiluomo ricerca moglie, il gran Can li dà una di quelle con grandissima dote, e a questo modo le marita tutte nobilmente.

E potrebbesi dire: non s’aggravano gli uomini della detta provincia che il gran Can li toglia le lor figliuole? Certamente no, anzi si reputano a gran grazia e onore e molto si rallegrano color che hanno belle figliuole che si degni d’accettarle, perché dicono: “Se la mia figliuola è nata sotto buon pianeto e con buona ventura, il signor potrà meglio sodisfarla, e la mariterà nobilmente, la qual cosa io non sarei sufficiente a sodisfare”. E se la figliuola non si porta bene overo non gl’intraviene bene, allora dice il padre: “Questo gli è intravenuto perché il suo pianeto non era buono”.

Capitolo 5

Del numero de’ figliuoli del gran Can che ha delle quattro mogli, e di Cingis, ch’era il primogenito; de’ quali ne fa re di diverse provincie, e li figliuoli delle concubine li fa signori.

Sappiate che ‘l gran Can avea ventidue figliuoli maschi delle sue quattro mogli leggittime, il maggior de’ quali era nominato Cingis, qual dovea essere gran Can e aver la signoria dell’imperio, e già vivendo il padre era stato confermato signore. Avvenne che egli mancò della presente vita, e di lui rimase un figliuolo nominato Themur, il qual dovea succeder nel dominio ed esser gran Can, perché egli è figliuolo del primo figliuolo del gran Can, cioè di Cingis: e questo Themur è uomo pieno di bontà, savio e ardito, e ha riportato di molte vittorie in battaglia. Item il gran Can ancora ha dalle sue concubine venticinque figliuoli, i quali sono valenti nell’arme, perché di continuo li fa esercitar nelle cose pertinenti alla guerra, e sono gran signori. E de’ figliuoli ch’egli ha dalle quattro mogli sette sono re di gran provincie e regni, e tutti mantengono bene il suo regno, perché sono savii e prudenti: e non può esser altrimenti, essendo nasciuti di tal padre, che è opinione firmissima che uomo di maggior valore non fosse mai in tutta la generazion de’ Tartari.

Capitolo 6

Del grande e maraviglioso palagio del gran Can, appresso la città di Cambalù.

Ordinariamente il gran Can abita tre mesi dell’anno, cioè dicembre, gennaio e febraio, nella gran città detta Cambalù, qual è in capo della provincia del Cataio verso greco; e quivi è situato il suo gran palagio, appresso la città nuova nella parte verso mezodì, in questa forma. Prima è un circuito di muro quadro, e ciascuna facciata è longa miglia otto, attorno alle quali vi è una fossa profonda, e nel mezo di ciascuna facciata v’è una porta, per la quale intrano tutte le genti che da ogni parte quivi concorrono. Poi si truova il spazio d’un miglio a torno a torno, dove stanno i soldati, dopo il qual spazio si truova un altro circuito di muro di miglia sei per quadro, il qual ha tre porte nella facciata di mezogiorno e altre tre nella parte di tramontana; delle quali quella di mezo è maggiore, e sta sempre serrata e mai non s’apre, se non quando il gran Can vuol entrare o uscire, e l’altre due minori, che vi sono una da una banda e l’altra dall’altra, stanno sempre aperte, e per quelle entrano tutte le genti. E in ciascun cantone di questo muro e nel mezo di ciascuna delle facciate v’è un palagio bello e spacioso, talmente che atorno atorno il muro sono otto palagi, ne’ quali si tengono le munizioni del gran Cane, cioè in ciascuno una sorte di fornimenti, come freni, selle, staffe e altre cose che s’appartengono all’apparecchio di cavalli; e in un altro archi, corde, turcassi, frezze e altre cose appartenenti al saettare; in un altro corazze, corsaletti e simili cose di cuoro cotto; e così degli altri. Intra questo circuito di muro è un altro circuito di muro, il qual è grossissimo, e la sua altezza è ben dieci passa, e tutti i merli sono bianchi; il muro è quadro e circuisce ben quattro miglia, cioè un miglio per ciascun quadro, e in questo terzo circuito sono sei porte, similmente ordinate come nel secondo circuito. Sonvi ancora otto palagi grandissimi, ordinati come nel secondo circuito predetto, ne’ quali similmente si tengono i paramenti del gran Can. Fra l’uno e l’altro muro son arbori molto belli e prati ne’ quali sono molte sorti di bestie, come cervi e bestie che fanno il muschio, caprioli, daini, vari e molte altre simili, di modo che fra le mura, in qualunque luogo dove si truova vacuo, vi conversano bestie. I prati hanno erba abondantemente, perché tutte le strade sono saleggiate e sollevate più alte della terra ben due cubiti, talmente che sopra quelle mai non si raguna fango né vi si ferma acqua di pioggia, ma discorrendo per i prati ingrassa la terra e fa crescer l’erba in abondanza.

E dentro a questo muro, che circuisce quattro miglia, è il palagio del gran Can, il qual è il più gran palagio che fosse veduto giamai. Esso adunque confina con il predetto muro verso tramontana e verso mezodì, ed è vacuo, dove i baroni e i soldati vanno passeggiando. Il palagio adunque non ha solaro, ma ha il tetto overo coperchio altissimo; il pavimento dove è fondato è più alto della terra dieci palmi, e a torno a torno vi è un muro di marmo ugual al pavimento, largo per due passa, e tra il muro è fondato il palagio, di sorte che tutto il muro fuor del palagio è quasi come un preambulo, pel quale si va a torno a torno passeggiando, dove possono gli uomini veder per le parti esteriori. E nell’estremità del muro di fuori è un bellissimo poggiolo con colonne, al quale si possono accostar gli uomini. Nelle mura delle sale e camere vi sono dragoni di scoltura indorati, soldati, uccelli e diverse maniere di bestie e istorie di guerre; la copritura è fatta in tal modo ch’altro non si vede ch’oro e pittura. In ciascun quadro del palagio è una gran scala di marmo, ch’ascende da terra sopra il detto muro di marmo che circonda il palagio, per la qual scala s’ascende nel palagio. La sala è tanto grande e larga che vi potria mangiar gran moltitudine d’uomini. Sono in esso palagio molte camere, che mirabil cosa è a vederle; esso è tanto ben ordinato e disposto, che si pensa che non si potria trovar uomo che lo sapesse meglio ordinare. La copertura di sopra è rossa, verde, azurra e pavonazza e di tutti i colori; vi sono vitreate nelle fenestre così ben fatte e così sottilmente che risplendono come cristallo, e sono quelle coperture così forti e salde che durano molti anni. Dalla parte di dietro del palagio sono case grandi, camere e sale, nelle quali sono le cose private del signore, cioè tutto il suo tesoro, oro, argento, pietre preziose e perle, e i suoi vasi d’oro e d’argento, dove stanno le sue donne e concubine, e dove egli fa fare le cose sue commode e opportune, a’ quali luoghi altre genti non v’entrano. E dall’altra parte del circuito del palagio, a riscontro del palagio del gran Can, vi è fatto un altro simile in tutto a quel del gran Can, nel quale dimora Cingis, primo figliuolo del gran Can, e tien corte, osservando i modi e costumi e tutte le maniere del padre: e questo percioché dopo la morte di quello è per aver il dominio.

Item appresso al palagio del gran Can, verso tramontana per un tiro di balestra, intra i circuiti delle mura è un monte di terra fatto a mano, la cui altezza è ben cento passa, e a torno a torno cinge ben per un miglio, il qual è tutto pieno e piantato di bellissimi arbori, che per tempo alcuno mai perdono le foglie e sono sempre verdi. E il signore, quand’alcuno li riferisse in qualche luogo essere qualche bell’arbore, lo fa cavare con tutte le radici e terra, e fosse quanto si volesse grande e grosso, che con gli elefanti lo fa portare a quel monte: e in questo modo vi sono bellissimi arbori sempre tutti verdi, e per questa causa si chiama Monte Verde, nella sommità del qual è un bellissimo palagio, ed è verde tutto, onde, riguardando il monte, il palagio e gli arbori, è una bellissima e stupenda cosa, percioché rende una vista bella, allegra e dilettevole.

Item verso tramontana similmente nella città è una gran cava larga e profonda molto, ben ordinata, della cui terra fu fatto il detto monte; e un fiume non molto grande empie detta cava e fa a modo d’una peschiera, e quivi si vanno ad acquare le bestie. E dopo si parte il detto fiume, passando per un acquedutto appresso il monte predetto, ed empie un’altra cava molto grande e profonda, tra il palagio del gran Can e quello di Cingis suo figliuolo, della terra della quale fu similmente inalzato il detto monte. In queste cave overo peschiere sono molte sorti di pesci, de’ qual il gran Can ha grand’abondanza quando vuole. E il fiume si parte dall’altra parte della cava e scorre fuori, ma è talmente ordinato e fabricato che nell’entrare e uscire vi sono poste alcune reti di rame e di ferro, che d’alcuna parte non può uscire il pesce. Vi sono ancora cigni e altri uccelli d’acqua, e da un palagio all’altro si passa per un ponte fatto sopra quell’acqua.

Detto è adunque del palagio del gran Can; ora si dirà della disposizione e condizione della città di Taidu.

Capitolo 7

Della nuova città di Taidu, fabricata appresso la città di Cambalù; degli ordini che s’osservano così nell’alloggiare gli ambasciatori come nell’andar di notte.

La città di Cambalù è posta sopra un gran fiume nella provincia del Cataio, e fu per il tempo passato molto nobile e regale; e questo nome di Cambalù vuol dire città del signore. E trovando il gran Can, per opinione degli astrologhi ch’ella dovea ribellarsi dal suo dominio, ne fece ivi appresso edificar un’altra, oltre il fiume, ove sono li detti palagi, di modo che niuna cosa è che la divida salvo che ‘l fiume che indi discorre. La città adunque nuovamente edificata si chiama Taidu, e tutti li Cataini, cioè quelli che aveano origine dalla provincia del Cataio, li fece il gran Can uscir della vecchia città e venir ad abitar nella nuova, e quelli di che egli non si dubitava che avessero ad essere ribelli lasciò nella vecchia, perché la nuova non era capace di tanta gente quanto abitava nella vecchia, la qual era molto grande; e nondimeno la nuova era della grandezza come al presente potrete intendere.

Questa nuova città ha di circuito ventiquattro miglia ed è quadra, di sorte che niun lato del quadro è maggiore o più lungo dell’altro e ciascun è di sei miglia, ed è murata di mura di terra che sono grosse dalla parte di sotto circa dieci passa, ma dalli fondamenti in su si vanno minuendo, talmente che nella parte di sopra non sono più di grossezza di tre passa, e a torno a torno sono merli bianchi. Tutta la città adunque è tirata per linea, imperoché le strade generali dall’una parte all’altra sono così dritte per linea che, s’alcuno montasse sopra il muro d’una porta e guardasse a drittura, può vedere la porta dall’altra banda a riscontro di quella. E per tutto, dai lati di ciascuna strada generale, sono stanze e botteghe di qualunque maniera, e tutti i terreni sopra li quali sono fatte le abitazioni per la città sono quadri e tirati per linea, e in ciascun terreno vi sono spaziosi e gran palagi, con sufficienti corti e giardini. E questi tali terreni sono dati a ciascun capo di casa, cioè il tale di tal progenie ebbe questo terreno, e il tale della tale ebbe quell’altro, e così di mano in mano. E circa ciascun terreno così quadro sono belle vie per le quali si cammina, e in questo modo tutta la città di dentro è disposta per quadro, com’è un tavoliero da scacchi, ed è così bella e maestrevolmente disposta che non saria possibile in alcun modo raccontarlo. Il muro della città ha dodici porte, cioè tre per ciascun quadro, e sopra ciascuna porta e cantone di quadro è un gran palagio molto bello, talmente che in ciascun quadro di muro sono cinque palagi, i quali hanno grandi e larghe sale, dove stanno l’armi di quelli che custodiscono la città, perché ciascuna porta è custodita per mille uomini. Né credasi che tal cosa si faccia per paura di gente alcuna, ma solamente per onore ed eccellenza del signore; nondimeno, per il detto degli astrologhi, si ha non so che di sospetto della gente del Cataio. E in mezo della città è una gran campana, sopra un grande e alto palagio, la quale si suona di notte, acciò che dopo il terzo suono niun ardisca andare per la città, se non in caso di necessità per donna che partorisca o d’uomo infermo; e quelli che vanno per giusta causa deono portar lumi con esso loro.

Item fuor della città per ciascuna porta sono grandissimi borghi overo contrade, di modo che ‘l borgo di ciascuna porta si tocca con li borghi delle porte dell’uno e l’altro lato, e durano per longhezza tre e quattro miglia, a tal che sono più quelli che abitano ne’ borghi che quelli che abitano nella città. E in ciascun borgo overo contrada, forse per un miglio lontano dalla città, sono molti fondachi e belli, ne’ quali alloggiano i mercanti che vengono di qualunque luogo; e a ciascuna sorte di gente è diputato un fondaco, come si direbbe a’ Lombardi uno, a’ Tedeschi un altro e a’ Francesi un altro. E vi sono femine da partito venticinquemila, computate quelle della città nuova e quelle de’ borghi della città vecchia, le quali servono de’ suoi corpi agli uomini per denari. E hanno un capitano generale, e per ciascun centenaio e ciascun migliaio vi è un capo, e tutti rispondono al generale; e la causa perché queste femine hanno capitano è perché, ogni volta che vengono ambasciatori al gran Can per cose e facende di esso signore, e che stanno alle spese di quello, le quali lor vengono fatte onoratissime, questo capitano è obligato di dare ogni notte a detti ambasciatori e a ciascuno della famiglia una femina da partito, e ogni notte si cambiano, e non hanno alcun prezzo, imperoché questo è il tributo che pagano al gran Can. Oltre di ciò, le guardie cavalcano sempre la notte per la città a trenta e a quaranta, cercando e investigando s’alcuna persona ad ora straordinaria, cioè dopo il terzo suono della campana, vada per la città: e trovandosi alcuno si prende e subito si pone in prigione, e la mattina gli officiali a ciò deputati l’esaminano, e trovandolo colpevole di qualche mensfatto li danno, secondo la qualità di quello, più e manco battiture con un bastone, per le quali alcune volte ne periscono. E a questo modo sono puniti gli uomini de’ loro delitti, e non vogliono tra loro sparger sangue, però che i loro bachsi, cioè sapienti astrologhi, dicono esser male a spargere il sangue umano.

Detto è adunque delle continenzie della città di Taidu; ora diremo come nella città i Cataini si volsero ribellare.

Capitolo 8

Del tradimento ordinato di far ribellar la città di Cambalù, e come gli auttori furono presi e morti.

Vera cosa è, come di sotto si dirà, che sono deputati dodici uomini, i quali hanno a disporre delle terre e reggimenti e di tutte l’altre cose come meglio lor pare. Tra’ quali v’era un saraceno nominato Achmac, uomo sagace e valente, il qual oltre gli altri avea gran potere e auttorità appresso il gran Can, e il signore tanto l’amava ch’egli avea ogni libertà, imperoché, come fu trovato dopo la sua morte, esso Achmac talmente incantava il signor con suoi veneficii che ‘l signore dava grandissima credenza e udienza a tutti i detti suoi, e così facea tutto quello che volea fare. Egli dava tutti i reggimenti e officii e puniva tutti i malfattori, e ogni volta ch’egli volea far morir alcuno ch’egli avesse in odio, o giustamente o ingiustamente, egli andava dal signore e dicevagli: “Il tale è degno di morte, perché così ha offeso vostra Maestà”. Allora diceva il signore: “Fa’ quel che ti piace”, ed egli subito lo facea morire. Per il che, vedendo gli uomini la piena libertà ch’egli avea, e che ‘l signore al detto di costui dava sì piena fede che non ardivano di contradirli in cosa alcuna, non v’era alcuno così grande e di tant’auttorità che non lo temesse. E s’alcuno fosse per lui accusato a morte al signore e volesse scusarsi, non potea riprovare e usar le sue ragioni, perché non avea con chi, conciosiaché niun ardiva di contradire ad esso Achmach: e a questo modo molti ne fece morire ingiustamente.

Oltre di questo non era alcuna bella donna che, volendola, egli non l’avesse alle sue voglie, togliendola per moglie s’ella non era maritata, overo altramente facendola consentire. E quando sapeva ch’alcuno aveva qualche bella figliuola, esso aveva i suoi ruffiani ch’andavano al padre della fanciulla dicendogli: “Che vuoi tu fare? Tu hai questa tua figliuola: dàlla per moglie al bailo, – cioè ad Achmach, perché si diceva bailo come si diria vicario, – e faremo ch’egli ti darà il tal reggimento overo tal officio per tre anni”. E così quello li dava la sua figliuola, e allora Achmach diceva al signore: “El vacua tal reggimento, overo si finisce il tal giorno; tal uomo è sufficiente a reggerlo”; e il signor li rispondeva: “Fa’ quello che ti pare”, onde l’investiva subito di tal reggimento. Per il che, parte per ambizione di reggimenti e officii, parte per esser temuto questo Achmach, tutte le belle donne o le toglieva per mogli o le avea a’ suoi piaceri. Avea ancora figliuoli circa venticinque, i quali erano ne’ maggiori officii, e alcuni di loro, sotto nome e coperta del padre, commettevano adulterio come il padre e facevano molt’altre cose nefande e scelerate. Questo Achmach avea ragunato molto tesoro, perché ciascuno che volea qualche reggimento overo officio li mandava qualche gran presente.

Regnò adunque costui anni ventidue in questo dominio; finalmente gli uomini della terra, cioè i Cataini, vedendo le infinite ingiurie e nefande sceleratezze ch’egli fuor di misura commetteva, così nelle lor mogli come nelle lor proprie persone, non potendo per modo alcuno più sostenere, deliberorno d’ammazzarlo e ribellare al dominio della città. E tra gli altri era un Cataino nominato Cenchu, che avea sotto di sé mille uomini, al qual il detto Achmach avea sforzata la madre, la figliuola e la moglie; dove che pien di sdegno parlò sopra la destruzione di costui con un altro Cataino nominato Vanchu, il qual era signore di diecimila, che dovessero far questo quando il gran Can sarà stato tre mesi in Cambalù, e poi si parte e va alla città di Xandù, dove sta similmente tre mesi, e similmente Cingis suo figliuolo si parte e va alli luoghi soliti, e questo Achmach rimane per custodia e guardia della città; e quando intraviene qualche caso esso manda a Xandù al gran Can, ed egli li manda la risposta della sua volontà. Questi Vanchu e Cenchu, avendo fatto questo consiglio insieme, volsero communicarlo con li Cataini maggiori della terra, e di comun consenso lo fecero intender in molte altre città e alli suoi amici, cioè che avendo deliberato in tal giorno far il tal effetto, che subito che vedranno i segni del fuoco debbino ammazzar tutti quelli che hanno barba, e far segno con il fuoco alle altre città che faccino il simile: e la cagion per la qual si dice che li barbuti sian ammazzati, è perché i Cataini sono senza barba naturalmente, e li Tartari e saraceni e cristiani la portavano. E dovete sapere che tutti i Cataini odiavano il dominio del gran Can, perché metteva sopra di loro rettori tartari e per lo più saraceni, e loro non li potevano patire, parendoli d’essere come servi. E poi il gran Can non avea giuridicamente il dominio della provincia del Cataio, anzi l’avea acquistato per forza, e non confidandosi di loro dava a regger le terre a Tartari, saraceni e cristiani ch’erano della sua famiglia, a lui fideli, e non erano della provincia del Cataio.

Or li sopradetti Vanchu e Cenchu, stabilito il termine, entrarono nel palagio di notte, e Vanchu sentò sopra una sedia e fece accendere molte luminarie avanti di sé, e mandò un suo nuncio ad Achmach bailo, che abitava nella città vecchia, che da parte di Cingis figliuolo del gran Can, il quale or ora era gionto di notte, dovesse di subito venire a lui. Il che inteso, Achmach molto maravigliandosi andò subitamente, perché molto lo temeva, ed entrando nella porta della città incontrò un Tartaro nominato Cogatai, il qual era capitano di docimila uomini co’ quali continuamente custodiva la città, qual gli disse: “Dove andate così tardi?” “A Cingis, il qual or ora è venuto”. Disse Cogatai: “Come è possibile che lui sia venuto così nascosamente ch’io non l’abbia saputo?”, e seguitollo con certa quantità delle sue genti. Ora questi Cataini dicevano: “Pur che possiamo ammazzare Achmach, non abbiamo da dubitare d’altro”. E subito che Achmach entrò nel palagio, vedendo tante luminarie accese, s’inginocchiò avanti Vanchu, credendo che ‘l fosse Cingis, e Cenchu che era ivi apparecchiato con una spada li tagliò il capo. Il che vedendo Cogatai, che s’era fermato nell’entrata del palagio, disse: “Ci è tradimento”, e subito saettando Vanchu che sedeva sopra la sedia l’ammazzò, e chiamando la sua gente prese Cenchu e mandò per la città un bando che, s’alcuno fosse trovato fuori di casa, fosse di subito morto.

I Cataini, vedendo che i Tartari aveano scoperta la cosa, e che non aveano capo alcuno, essendo questi due l’un morto l’altro preso, si riposero in casa, né poterono far alcun segno all’altre città che si ribellassero com’era stato ordinato. E Cogatai subito mandò i suoi nunzii al gran Can, dichiarandoli per ordine tutte le cose ch’erano intravenute, il quale li rimandò dicendo che lui dovesse diligentemente esaminarli, e secondo che loro meritassero per i loro mensfatti li dovesse punire. Venuta la mattina, Cogatai esaminò tutti i Cataini, e molti di loro distrusse e uccise che trovò esser de’ principali nella congiura; e così fu fatto nell’altre città, poi che si seppe ch’erano partecipi di tal delitto. Poi che fu ritornato il gran Can a Cambalù, volse sapere la causa per la quale ciò era intravenuto, e trovò come questo maledetto Achmach, così lui come i suoi figliuoli, aveano commessi tanti mali e tanto enormi come di sopra s’è detto. E fu trovato che tra lui e sette suoi figliuoli (perché tutti non erano cattivi) aveano prese infinite donne per mogli, eccettuando quelle ch’aveano avute per forza. Poi il gran Can fece condurre nella nuova città tutto il tesoro che Achmach avea ragunato nella città vecchia, e quello ripose con il suo tesoro: e fu trovato ch’era infinito. E volse che fosse cavato di sepoltura il corpo di Achmach e posto nella strada, acciò che fosse stracciato da’ cani, e i figliuoli di quello che aveano seguitato il padre nelle male opere li fece scorticare vivi. E venendogli in memoria della maledetta setta di saraceni, per la qual ogni peccato gli vien fatto lecito e che possono uccidere qualunque non sia della sua legge, e che il maledetto Achmach con i suoi figliuoli non pensando per tal causa di far alcun peccato, la disprezzò molto ed ebbe in abominazione; chiamati a sé li saraceni gli vietò molte cose che la lor legge li comandava, imperoché li diede un comandamento ch’ei dovessero pigliar le mogli secondo la legge de’ Tartari, e che non dovessero scannare le bestie come facevano per mangiar la carne, ma quelle dovessero tagliare pel ventre. E nel tempo ch’intravenne questa cosa messer Marco si trovava in quel luogo. Detto si è di questo; ora diremo come il gran Can mantiene e regge la sua corte.

Capitolo 9

Della guardia della persona del gran Can, ch’è di dodicimila persone.

Il gran Can, come a ciascun è manifesto, si fa custodire da dodicimila cavallieri, i quali si chiamano casitan, cioè soldati fideli del signore: e questo non fa per paura ch’egli abbia d’alcuna persona, ma per eccellenza. Questi dodicimila uomini hanno quattro capitani, ciascuno de’ quali è capitano di tremila, e ciascun capitano con li suoi tremila dimora continuamente nel palagio tre dì e tre notti, e compiuto il suo termine si cambia un altro, e quando ciascun di loro ha custodito la sua volta ricominciano di nuovo la guardia. Il giorno certamente gli altri novemila non si partono di palagio, s’alcuno non andasse per facende del gran Can overo per cose a loro necessarie, mentre però che fossero lecite, e sempre con parola del loro capitano. E se fosse qualche caso grave, come se il padre o il fratello o qualche suo parente fosse in articulo di morte, overo li soprastesse qualche gran danno per il qual non potesse ritornar presto, bisogna dimandar licenza al signore. Ma la notte li novemila ben vanno a casa.

Capitolo 10

Del modo che ‘l gran Can tien corte solenne e generale, e come siede a tavola con tutti i suoi baroni; e della credenza che è in mezo della sala, con li vasi d’oro da bere e altri pieni di latte di cavalle e camelle, e cerimonie che si fanno quando beve.

E quando il gran Can tiene una corte solenne, gli uomini seggono con tal ordine: la tavola del signor è posta avanti la sua sedia molto alta, e siede dalla banda di tramontana, talmente che volta la faccia verso mezodì; e appo lui siede la sua moglie dalla banda sinistra, e dalla banda destra, alquanto più basso, seggono i suoi figliuoli e nepoti e parenti, e altri che sono congiunti di sangue, cioè quelli che discendono dalla progenie imperiale. Nondimeno Cingis, suo primo figliuolo, siede alquanto più alto degli altri figliuoli. E i capi di questi stanno quasi uguali alli piedi del gran Can, e altri baroni e principi seggono ad altre tavole più basse, e similmente è delle donne, imperoché tutte le mogli de’ figliuoli del gran Can e parenti e nepoti seggono dalla banda sinistra più a basso; dopo le mogli de’ baroni e soldati ancora più basse, di modo che ciascuna siede secondo il suo grado e dignità nel luogo a lui deputato e conveniente. E le tavole sono talmente ordinate che ‘l gran Can, sedendo nella sua sedia, può veder tutti. Né crediate che tutti segghino a tavola, anzi la maggior parte de’ soldati e baroni mangia in sala sopra tapedi, perché non hanno tavole; e fuor della sala sta gran moltitudine d’uomini che vengono da diverse parti, con varii doni di cose strane e non solite a vedersi, e sonvi alcuni che hanno avuto qualche dominio e desiderano di riaverlo, e questi sogliono sempre venire in tali giorni che ‘l tien corte bandita overo fa nozze. E nel mezo della sala dove il signor siede a tavola è un bellissimo artificio grande e ricco, fatto a modo d’un scrigno quadro, e ciascun quadro è di tre passa, sottilmente lavorato con bellissime scolture d’animali indorati, e nel mezo è incavato e vi è un grande e precioso vaso a modo d’un pittaro, di tenuta d’una botte, nel quale vi è il vino; e in ciascun cantone di questo scrigno è posto un vaso di tenuta d’un bigoncio, in uno de’ quali è latte di cavalle e nell’altro di camelle, e così degli altri, secondo che sono diverse maniere di bevande. E in detto scrigno stanno tutti i vasi del signore, co’ quali se li porge da bere, e sonvi alcuni d’oro bellissimi, che si chiamano vernique, le quali sono di tanta capacità che ciascuna, piena di vino overo d’altra bevanda, sarebbe a bastanza da bere per otto o dieci uomini; e a ogni due persone che seggono a tavola si pone una verniqua piena di vino con una obba, e le obbe sono fatte a modo di tazze d’oro che hanno il manico, con le quali cavano il vino dalla verniqua, e con quelle bevono, la qual cosa si fa così alle donne come alli uomini. E questo signor ha tanti vasi d’oro e d’argento e così preziosi che non si potrebbe credere. Item sono deputati alcuni baroni, i quali hanno a disporre alli luoghi loro debiti e convenevoli i forestieri che sopravengono, che non sanno i costumi della corte: e questi baroni vanno continuamente per la sala qua e là, ricercando da quelli che seggono a tavola se cosa alcuna lor manca, e se alcuni vi sono che vogliano vino o latte o carni o altro, gliene fanno subito portar dalli servitori.

A tutte le porte della sala, overo di qualunque luogo dove sia il signore, stanno due uomini grandi a guisa di giganti, uno da una parte l’altro dall’altra, con un bastone in mano: e questo perché a niuno è lecito toccare la soglia della porta, ma bisogna che distenda il piede oltre, e se per aventura la tocca i detti guardiani li tolgono le vesti, e per riaverle bisogna che le riscuotino; e se non li togliono le vesti, li danno tante botte quante li sono deputate. Ma se sono forestieri che non sappino il bando, vi sono deputati alcuni baroni, che gl’introducono e ammoniscono del bando: e questo si fa perché se si tocca la soglia si ha per cattivo augurio. Nell’uscire veramente della sala, perché alcuni sono aggravati dal bere né potrebbono per modo alcuno guardarsi, non si ricerca tal bando. E quelli che fanno la credenza al gran Can e che gli ministrano il mangiare e bere sono molti, e tutti hanno fasciato il naso e la bocca con bellissimi veli overo fazzoletti di seta e d’oro, a questo effetto, acciò che il loro fiato non respiri sopra i cibi e sopra il vino del gran Can. E sempre, quando il signor vuol bere, subito che ‘l donzello glielo appresenta si tira adietro per tre passa e inginocchiasi, e tutti i baroni e altre genti s’inginocchiano, e tutte le sorti d’instrumenti che ivi sono in grandissima quantità cominciano a sonare fin che lui beve, e quando ha bevuto cessano gl’instrumenti e le genti si levano; e sempre quando beve se gli fa questo onore e riverenza. Delle vivande non si dice, perché ciascuno deve credere che vi siano in grandissima abondanza; e non è alcun barone che seco non meni la sua moglie, e mangiano con l’altre donne. E quando hanno mangiato e sono levate le tavole, vengono in sala molte genti, e tra l’altre gran moltitudine di buffoni e sonatori di diversi instrumenti e molte maniere d’esperimentatori, e tutti fanno gran sollazzi e feste avanti il gran Can, laonde tutti si rallegrano e consolansi. E quando tutto questo si è fatto, le genti si partono e ciascuno se ne torna a casa sua.

Capitolo 11

Della festa grande che si fa per tutto il dominio del gran Can alli ventotto di settembre, ch’è il giorno della sua natività, e come egli veste ben ventimila uomini.

Tutti li Tartari e quelli che sono subditi del gran Can fanno festa il giorno della natività d’esso signore, qual nacque alli ventotto della luna del mese di settembre; e in quel giorno si fa la maggior festa che si faccia in tutto l’anno, eccettuando il primo giorno del suo anno, nel qual si fa un’altra festa, come di sotto si dirà. Nel giorno adunque della sua natività, il gran Can si veste un nobil drappo d’oro, e ben circa ventimila baroni e soldati si vestono d’un colore e d’una maniera simile a quella del gran Can: non che siano drappi di tanto prezzo, ma sono d’un medesimo color d’oro e di seta, e insieme con la veste a tutti vien data una cintura di camoscia lavorata a fila d’oro e d’argento molto sottilmente, e un paro di calze, e ne sono alcune delle vesti che hanno pietre preziose e perle per la valuta più che di mille bisanti d’oro, come sono quelle delli baroni che per fedeltà sono prossimi al signore, e si chiamano quiecitari; e queste tali veste sono deputate solamente in feste tredeci solenni, le quali fanno i Tartari con gran solennità secondo tredeci lune dell’anno, di maniera che, come sono vestiti e adornati così riccamente, paiono tutti re. E quando il signore si veste alcuna vesta, questi baroni similmente si vestono d’una del medesimo colore, ma quelle del signore sono di maggior valuta e più preciosamente ornate; e dette vesti de’ baroni di continuo sono apparecchiate: non che se ne facciano ogn’anno, anzi durano dieci anni, e più e manco. E di qui si comprende la grand’eccellenza del gran Can, conciosiacosaché in tutt’il mondo non si troverà principe alcuno che possa far tante cose quanto egli fa.

In questo giorno della natività del detto signore tutti i Tartari del mondo e tutte le provincie e regni a lui sottoposti li mandano grandissimi doni, secondo che è l’usanza e l’ordine, e vengono assaissimi uomini con presenti, che pretendono impetrare grazia di qualche dominio: e il gran signore ordina alli dodici baroni sopra di ciò deputati che diano dominio e reggimento a questi tali uomini, secondo che a loro si conviene. E in questo giorno tutti i cristiani, idolatri e saraceni e tutte le sorti di genti pregano grandemente i loro iddii e idoli che salvino e custodiscano il loro signore, e a lui concedino longa vita, sanità e allegrezza. Tale e tanta è l’allegrezza in quel giorno della natività del signore.

Or, lasciando questa, diremo d’un’altra festa che si fa in capo dell’anno, chiamata la festa bianca.

Capitolo 12

Della festa bianca, che si fa il primo giorno di febraio, che è il principio del suo anno, e la quantità de’ presenti che li sono portati, e delle cerimonie che si fanno a una tavola dove è scritto il nome del gran Can.

Certa cosa è che li Tartari cominciano l’anno del mese di febraio, e il gran Can e tutti quelli che a lui sono sottoposti per le lor contrade celebrano tal festa, nella qual è consuetudine che tutti si vestino di vesti bianche, perché li pare che la vesta bianca significhi buon augurio: e però nel principio dell’anno si vestono di tal sorte vesti, acciò che tutto l’anno gl’intravenga bene e abbino allegrezza e solazzo. E in questo dì tutte le genti, provincie e regni che hanno terre e dominio del gran Can li mandano grandissimi doni d’oro e d’argento e molte pietre preziose e molti drappi bianchi, il che fanno loro acciò che il signore abbia tutto l’anno allegrezza e gaudio e tesoro a sufficienza da spendere; e similmente i baroni, principi e cavalieri e popoli si presentano l’un l’altro cose bianche per le sue terre, e abbracciansi l’un l’altro e fanno grand’allegrezza e festa, dicendosi l’un l’altro (come ancora si dice appresso di noi): “In questo anno vi sia in buon augurio, e v’intravenga bene ogni cosa che farete”: e ciò fanno acciò che tutto l’anno le cose loro succedano prosperamente. Presentasi al gran Can in questo giorno gran quantità di cavalli bianchi molto belli, e se non sono bianchi per tutto sono almanco bianchi per la maggior parte; e trovansi in quei paesi assaissimi cavalli bianchi.

Adunque è consuetudine appresso di loro, nel far de’ presenti al gran Cane, che tutte le provincie che lo possono fare osservino questo modo, che di ciascun presente nove volte nove presentano nove capi, cioè, se gli è una provincia che manda cavalli, presenta nove volte nove capi di cavalli, cioè ottantuno; se presenta oro, nove volte manda nove pezzi d’oro; se drappi, nove volte nove pezze di drappi; e così di tutte l’altre cose, di sorte che alle volte averà per questo conto centomila cavalli. Item in quel giorno vengono tutti gli elefanti del signore, che sono da cinquemila, coperti di drappi artificiosamente e riccamente lavorati d’oro e di seta, con uccelli e bestie intessuti, e ciascuno ha sopra le spalle due scrigni, pieni di vasi e fornimenti per quella corte. Vengono dopo molti camelli coperti di drappo di seta, carichi delle cose per la corte necessarie, e tutti così adornati passano avanti al gran signore, il che è bellissima cosa a vedere.

E la mattina di questa festa, prima che apparecchino le tavole tutti i re, duchi, marchesi, conti, baroni e cavalieri, astrologhi, medici e falconieri, e molti altri che hanno officii, e rettori delle genti, delle terre e delli eserciti entrano nella sala principale avanti il gran signore, e quelli che non vi possono stare stanno fuor del palagio, in tal luogo che ‘l signor li vede benissimo. E tutti sono ordinati in questo modo: primieramente sono i suoi figliuoli e nepoti e tutti della progenie imperiale; dopo questi sono i re, dopo i re i duchi, e dapoi tutti gli ordini, un dopo l’altro, come è conveniente. E quando tutti sono posti alli luoghi debiti, allora un grande uomo, come sarebbe a dire un gran prelato, levandosi dice ad alta voce: “Inchinatevi e adorate”, e subito tutti s’inchinano e abbassano la fronte verso la terra. Allora dice il prelato: “Dio salvi e custodisca il nostro signore per longo tempo con allegrezza e letizia”, e tutti rispondono: “Iddio lo faccia”. E dice un’altra volta il prelato: “Dio accresca e moltiplichi l’imperio suo di bene in meglio, e conservi tutta la gente a lui sottoposta in tranquilla pace e buona volontà, e in tutte le sue terre succedino tutte le cose prospere”, e tutti rispondono: “Iddio lo faccia”. E in questo modo adorano quattro volte. Fatto questo, detto prelato va ad un altare che ivi è, riccamente adornato, sopra il qual è una tavola rossa nella qual è scritto il nome del gran Can, e vi è il turibolo con l’incenso, e il prelato in vece di tutti incensa quella tavola e l’altare con gran riverenza, e allora tutti riveriscono grandemente la detta tavola dell’altare. Il che fatto, tutti ritornano alli luoghi loro, e allora si presentano i doni che abbiamo detto; e quando sono fatti i presenti e che il gran signore ha veduto ogni cosa, s’apparecchiano le tavole e le genti seggono a tavola, al modo e ordine detto negli altri capitoli, così le donne come gli uomini. E quando hanno mangiato vengono li musici e buffoni alla corte, solazzando, come di sopra s’è detto, e si mena alla presenza del signore un leone, ch’è tanto mansueto che subito si pone a giacer alli piedi di quello; e quando tutto ciò è fatto, ognun va a casa sua.

Capitolo 13

Della quantità degli animali del gran Can, che fa pigliar il mese di dicembre, gennaio e febraio e portar alla corte.

Mentre il gran Can dimora nella città del Cataio tre mesi, cioè dicembre, gennaio e febraio, ne’ quali è il gran freddo, ha ordinato per il spazio di quaranta giornate, atorno atorno il luogo dove egli è, che tutte le genti debbano andare a caccia, e li rettori delle terre debbino mandare alla corte tutte le bestie grosse, cioè cingiali, cervi, daini, caprioli, orsi. E tengono questo modo in prenderle: ciascun signore della provincia fa venire con esso lui tutti i cacciatori del paese, e vanno ovunque si siano le bestie serrandole a torno, e quelle con li cani e il più con le freccie uccidono, e a quelle bestie che vogliono mandare al signore fanno cavar l’interiora, e poi le mandano sopra carri. E ciò fanno quelli che sono lontani trenta giornate in grandissima quantità; quelli veramente che sono distanti quaranta giornate, per essere troppo lontani, non mandano le carni, ma solamente le pelli acconcie e altre che non sono acconcie, acciò che il signor possa far fare le cose necessarie, cioè per conto dell’arme ed eserciti.

Capitolo 14

Delli leopardi, lupi cervieri e leoni assuefatti a pigliar degli animali, e dell’aquile che pigliano lupi.

Il gran Can ha molti leopardi e lupi cervieri usati alla caccia, che prendono le bestie, e similmente molti leoni che sono maggiori de’ leoni di Babilonia, e hanno bel pelo e bel colore, perché sono vergati per il longo di verghe bianche, nere e rosse, e sono abili a prender cinghiali, buoi e asini salvatici, orsi e cervi e caprioli e molte altre fiere: ed è cosa molto maravigliosa a vedere, quando un leone prende simili animali, con quanta ferocità e prestezza fa questo effetto; quali leoni il signor fa portar nelle gabbie sopra i carri, e con quelli un cagnolino con il qual si domesticano. E la cagione perché si conduchino nelle gabbie è perché sarebbono troppo furiosi e rabbiosi nel correre alle bestie né si potriano tenere, e bisogna che li siano menati a contrario di vento, perché, se le bestie sentissero l’odor di quelli, subito fuggirebbono e non gli aspettarebbono. Ha il gran Can ancora aquile atte a prender lupi, volpi, caprioli e daini: e di quelli ne prendono molti; ma quelle che sono assuefatte a prendere lupi sono grandissime e di gran forza, imperoché non è lupo così grande che da quelle possa campare che non sia preso.

Capitolo 15

Di due fratelli che sono capitani della caccia del gran Can, con diecimila uomini per uno e con cinquemila cani.

Il gran signore ha due fratelli, che sono germani fratelli, uno de’ quali si chiama Bayan e l’altro Mingan, e chiamansi ciuici in lingua tartaresca, cioè signori della caccia, e tengono i cani da caccia e da paisa, da lepori e mastini; e ciascun di questi fratelli ha diecimila uomini sotto di sé, e gli uomini che sono sottoposti ad uno di questi vanno vestiti di rosso, e li sottoposti all’altro di turchino celeste: e ogni volta che vanno alla caccia portano queste vesti, e menano seco cani segusii, levrieri e mastini sino al numero di cinquemila, perché sono pochi che non abbino cani. E sempre uno di questi fratelli con li suoi diecimila va alla destra del signore, e l’altro alla sinistra con li suoi diecimila, e vanno l’un appresso all’altro con le schiere in ordinanza, sì che occupano ben una giornata di paese: per il che non vi è bestia che da loro non sia presa. Ed è una bella cosa e molto dilettevole a veder il modo de’ cacciatori e de’ cani, imperoché, mentre ch’il gran Can va in mezo cacciando, si veggono questi cani seguitar cervi, orsi e altre bestie da ogni banda. E questi due fratelli sono obligati per patto dare alla corte del gran Can ogni giorno, cominciando del mese d’ottobre sino per tutto il mese di marzo, mille capi tra bestie e uccelli, eccettuando quaglie, e ancora pesci, secondo che meglio possono, computando tanta quantità di pesce per un capo quanto potrebbono tre persone sufficientemente mangiare ad un pasto.

Capitolo 16

Del modo che va il gran Can a veder volare li suoi girifalchi e falconi, e delli falconieri; e della sorte de’ padiglioni, che sono fodrati d’armellini e zibellini.

Quando il gran signore è stato tre mesi nella sopradetta città, cioè dicembre, gennaio e febraio, indi partendosi il mese di marzo va verso greco al mare Oceano, il quale da lì è discosto per due giornate; e con lui cavalcano ben diecimila falconieri, i quali portano con loro gran moltitudine di girifalchi, falconi pellegrini e sacri e gran quantità d’astori, per conto d’uccellare per le riviere. Ma non crediate che il gran Can li ritenga seco in un medesimo luogo, anzi si dividono in molte parti, cioè in cento e dugento e più per parte, i quali vanno uccellando: e la maggior parte della loro cacciagione portano al gran signore, il qual, quando va ad uccellare con li suoi girifalchi e altri uccelli, ha ben seco diecimila persone, che si chiamano toscaol, cioè uomini che stanno alla custodia, perché sono deputati tutti a due a due, qua e là per qualche spazio, una parte discosta dall’altra, talmente che occupano gran parte del paese, e ciascuno ha un richiamo e un cappelletto per chiamare e tenere gli uccelli. E quando il gran signor comanda che si gettino gli uccelli, non accade che quelli che li gettano abbino a seguitarli, perché li sopradetti guardiani così bene li custodiscono che non volano in parte alcuna che non siano presi, e se bisogna soccorrerli subito li guardiani gli soccorrono. E tutti gli uccelli del gran Can e degli altri baroni hanno una picciola tavoletta d’argento legata alli piedi, nella quale è scritto il nome di colui di chi è l’uccello e chi l’ha in governo: e per questo modo, subito che l’uccello è preso, si conosce immediate di chi egli è e ritornasegli, e se non si sa, overo perché quello che l’ha preso non lo conosce personalmente, ancor che sappia il nome, allora si porta a un barone nominato bulangazi, che vuol dire custode delle cose delle quali non appare il padrone. Perché, se si trovasse alcun cavallo overo spada over uccello o qualch’altra cosa, e non fosse denunciata di chi si sia, subito si porta al detto barone, il quale lo toglie e lo fa custodire diligentemente: e s’alcuno truova qualche cosa che sia persa e non la porti al barone, è riputato ladro. E tutti quelli che perdono cosa alcuna vanno da questo barone, il qual gli fa restituire le cose perdute; e questo barone sempre dimora in luogo più alto di tutto l’esercito con la sua bandiera a questo effetto, acciò che quelli che hanno perso le loro cose lo possino veder chiaramente tra gli altri. E in questo modo non si perde cosa alcuna che non si possa recuperare.

Oltre di ciò, quando il gran Can va a questa via appresso al mare Oceano, allora si veggono molte cose belle in prendere gli uccelli, di modo che non è sollazzo al mondo che a questo possa aguagliarsi. E il gran Can sempre va sopra due elefanti, overo uno, specialmente quando va ad uccellare, per la strettezza de’ passi che si truovano in alcuni luoghi, imperoché meglio passano due over uno che molti; ma nell’altre sue faccende va sopra quattro, e sopra quelli v’è una camera di legno nobilmente lavorata, e dentro tutta coperta di panni d’oro e di fuori coperta di cuori di leoni, nella qual dimora continuamente il gran Can quando va ad uccellare, per essere molestato dalle gotte. E tiene nella detta camera dodici de’ migliori girifalchi ch’egli abbia, con dodici baroni suoi favoriti per sua compagnia e solazzo. E gli altri che cavalcano d’intorno fanno intendere al signor che passano le grue o altri uccelli, ed egli fa levar il coperchio di sopra della camera e, vedute le grue, comanda che si lascino volare li girifalchi, li quali prendono le grue combattendo con quelle per gran spazio di tempo, vedendo il signore e stando nel letto, con grandissimo suo solazzo e consolazione, e così di tutti gli altri baroni e cavallieri che cavalcano d’intorno.

E quando ha uccellato per alquante ore, se ne viene ad un luogo chiamato Caczarmodin, dove sono le trabacche e i padiglioni de suoi figliuoli e d’altri baroni, cavallieri e falconieri, che passano diecimila, molto belli. Il padiglione veramente del signore, nel quale tiene la sua corte, è tanto grande e amplo che sotto vi stanno diecimila soldati, oltre li baroni e altri signori; ha la porta verso mezodì, e v’è ancora un’altra tenda verso levante, a questa congiunta, dove è una gran sala dove stanzia il signore con alcuni suoi baroni, e quando vuol parlare ad alcuno lo fa entrare in quella. Dopo la detta sala è una camera grande, molto bella, nella qual dorme. Sonvi molte altre tende e camere, ma non sono insieme congiunte con le grandi. E tutte le sopradette camere e sale sono ordinate in questo modo, che ciascuna ha tre colonne di legno intagliate con grandissimo artificio e indorate. E detti padiglioni e tende di fuori sono coperte di pelli di leoni, e vergate di verghe bianche, nere e rosse, e così ben ordinate che né vento né pioggia li può nuocere; e dalla parte di dentro sono fodrate e coperte di pelli armelline e zibelline, che sono le pelli di maggior valuta di qualunque altra pelle, perché la pelle zibellina, s’ella è tanta che sia a bastanza per un paro di veste, vale duemila bisanti d’oro s’ella è perfetta, ma s’ella è commune ne vale mille; e li Tartari la chiamano regina delle pelli, e gli animali si chiamano rondes, della grandezza d’una fuina. E di queste due sorti di pelle le sale del signor sono così maestrevolmente ordinate, in varie divisioni, che è una cosa mirabile a vedere; e la camera dove dorme, che è congiunta alle due sale, è similmente dalla parte di fuori coperta di pelli di leoni, e di dentro di pelli zibelline e armelline divisate; e le corde che tengono le tende delle sale e camere sono tutte di seta. E atorno queste sono tutte l’altre tende delle mogli del signore, molto ricche e belle, le quali hanno girifalchi, falconi e altri uccelli e bestie, e vanno ancora loro a piacere.

E sappiate per certo che in questo campo è tanta moltitudine di gente che gli è cosa incredibile, e a ciascuno pare essere nella miglior città che sia in queste parti, perché ivi sono genti di tutto il dominio, e con il signor vi è tutta la sua famiglia, cioè medici, astronomi, falconieri e tutti gli altri che hanno diversi officii. E sta in questo luogo fino alla prima vigilia della nostra Pasqua, nel qual spazio di tempo non cessa d’andare continuamente appresso alli laghi e riviere, uccellando e prendendo grue e cigni, argironi e molti altri uccelli; le sue genti ancora, che sono sparse per molti luoghi, li portano molte cacciagioni. In questo tempo adunque sta in tanto solazzo e allegrezza che niuno lo potria credere che non lo vedesse, però che la sua eccellenza e grandezza è molto maggiore di quello che a noi saria possibile d’esprimere.

Un’altra cosa è ancora ordinata, che niuno mercatante o artifice o villano abbia ardire di ritenere astore, falcone over altro uccello che sia atto ad uccellare, né cane da caccia, per tutto il dominio del gran Can; e niuno barone o cavalier od altro nobile qualsivoglia ardisce di cacciare o uccellare circa il luogo dove dimora il gran Can, d’alcuna parte per cinque giornate e d’alcuna parte per dieci e d’alcuna altra per quindeci, se ‘l non è scritto sotto il capitano de’ falconieri, overo abbia privilegio sopra queste cose, ma ben fuor de’ confini determinati. Item per tutte le terre le quali signoreggia il gran Cane niuno re overo barone o altro uomo ardisce di pigliare lepori, caprioli, daini o cervi e simili bestie e uccelli grossi dal mese di marzo fino al mese d’ottobrio, acciò che creschino e moltiplichino: e chi contrafacesse verrebbe punito. E per questa causa moltiplicano gli animali e uccelli in grandissima quantità. E poi il gran Can se ne ritorna alla città di Cambalù, per quella medesima via che ei fu alla campagna, uccellando e cacciando.

Capitolo 17

Della moltitudine delle genti che di continuo vanno e vengono alla città di Cambalù, e mercanzie di diverse sorti.

Giunto il gran Can nella città, tien la sua corte grande e ricca per tre giorni, e fa festa e grandissima allegrezza con tutta la sua gente ch’è stata seco; e la solennità ch’egli fa in questi tre giorni è cosa mirabile a vedere.

Ed evvi tanta moltitudine di gente e di case nella città e di fuori (perché vi sono tanti borghi come porte, che sono dodici, molto grandi) che niuno potria comprendere il numero, però che sono più genti ne’ borghi che nella città. E in questi borghi stanno e alloggiano li mercanti, e altri uomini che vanno là per sue faccende, i quali sono molti, per causa della residenzia del signore: e dovunque egli tiene la sua corte, là vengono le genti da ogni banda, per diverse cagioni. E ne’ borghi sono belle case e palagi come nella città, eccettuando il palagio del gran Can. E niuno che muore è sepelito nella città, ma s’egli è idolatro è portato al luogo dove si deve abbruciare, il qual è fuor di tutti i borghi; e parimente niun maleficio si fa nella città, ma solamente fuor de’ borghi. Item niuna meretrice (salvo se non è secreta), come altre volte s’è detto, ha ardimento di star nella città, ma abitano tutte ne’ borghi, e passano venticinquemila, che servono gli uomini per denari: nondimeno tutte sono necessarie, per la gran moltitudine de’ mercanti e altri forestieri che là vanno e vengono di continuo per la corte. Item a questa città si portano le più care cose e di maggior valuta che siano in tutt’il mondo, però che primamente dall’India si portano pietre preciose e perle e tutte le speciarie; item tutte le cose di valuta della provincia del Cataio e che sono in tutte l’altre provincie, e questo per la moltitudine della gente che quivi dimora di continuo per causa della corte: e quivi si vendono più mercanzie che in alcun’altra città, perché ogni giorno v’entrano più di mille fra carrette e some di seta, e si lavorano panni d’oro e di seta in grandissima quantità. E intorno a questa città vi sono infinite castella e altre città, le genti delle quali vivono per la maggior parte, quando la corte è quivi, vendendo le cose necessarie alla città e comprando quelle che a loro fa di bisogno.

Capitolo 18

Della sorte della moneta di carta che fa fare il gran Can, qual corre per tutto il suo dominio.

In questa città di Cambalù è la zecca del gran Can, il quale veramente ha l’alchimia, però che fa fare la moneta in questo modo: egli fa pigliar i scorzi degli arbori mori, le foglie de’ quali mangiano i vermicelli che producono la seta, e tolgono quelle scorze sottili che sono tra la scorza grossa e il fusto dell’arbore, e le tritano e pestano, e poi con colla le riducono in forma di carta bambagina, e tutte sono nere; e quando son fatte le fa tagliare in parti grandi e picciole, e sono forme di moneta quadra, e più longhe che larghe. Ne fa adunque fare una picciola che vale un denaro d’un picciolo tornese, e l’altra d’un grosso d’argento veneziano; un’altra è di valuta di due grossi, un’altra di cinque, di dieci, e altra d’un bisante, altra di due, altra di tre, e così si procede sin al numero di dieci bisanti. E tutte queste carte overo monete sono fatte con tant’auttorità e solennità come s’elle fossero d’oro o d’argento puro, perché in ciascuna moneta molti officiali che a questo sono deputati vi scrivono il loro nome, ponendovi ciascuno il suo segno; e quando del tutto è fatta com’ella dee essere, il capo di quelli per il signor deputato imbratta di cinaprio la bolla concessagli e l’impronta sopra la moneta, sì che la forma della bolla tinta nel cinaprio vi rimane impressa: e allora quella moneta è auttentica, e s’alcuno la falsificasse sarebbe punito dell’ultimo supplicio. E di queste carte overo monete ne fa far gran quantità, e le fa spendere per tutte le provincie e regni suoi, né alcuno le può rifiutare, sotto pena della vita; e tutti quegli che sono sottoposti al suo imperio le tolgono molto volentieri in pagamento, perché dovunque vanno con quelle fanno i loro pagamenti di qualunque mercanzia di perle, pietre preciose, oro e argento, e tutte queste cose possono trovare col pagamento di quelle. E più volte l’anno vengono insieme molti mercanti con perle e pietre preciose, con oro e argento e con panni d’oro e di seta, e il tutto presentano al gran signore, qual fa chiamare dodici savii, eletti sopra di queste cose e molto discreti ad esercitar quest’officio, e li comanda che debbano tansar molto diligentemente le cose che hanno portato li mercanti, e per la valuta le debbano far pagare. Essi, stimate che l’hanno secondo la lor conscienzia, immediate con vantaggio le fanno pagare con quelle carte, e li mercanti le tolgono volentieri, perché con quelle (come s’è detto) fanno ciascun pagamento; e se sono di qualche regione ove queste carte non si spendono, l’investono in altre mercanzie buone per le lor terre. E ogni volta ch’alcuno averà di queste carte che si guastino per la troppa vecchiezza, le portano alla zecca, e gliene son date altretante nuove, perdendo solamente tre per cento. Item, s’alcuno vuol avere oro o argento per far vasi o cinture o altri lavori, va alla zecca del signore, e in pagamento dell’oro e dell’argento li porta queste carte; e tutti li suoi eserciti vengono pagati con questa sorte di moneta, della qual loro si vagliono come s’ella fosse d’oro o d’argento: e per questa causa si può certamente affermare che il gran Can ha più tesoro ch’alcun altro signor del mondo.

Capitolo 19

De’ dodici baroni deputati sopra gli eserciti, e di dodici altri deputati sopra la provisione de l’altre universali facende.

Il gran Can elegge dodici grandi e potenti baroni (come di sopra s’è detto) sopra qualunque deliberazione che si fa degli eserciti, cioè di mutarli dal luogo dove sono e mutare i capitani, overo mandargli dove veggono esser necessario, e di quella quantità di gente che ‘l bisogno ricerca, e più e manco, secondo l’importanza della guerra. Oltre di ciò, hanno a far la scelta de’ valenti e franchi combattenti da quelli che sono vili e abietti, esaltandoli a maggior grado, e per il contrario deprimendo quelli che sono da poco e paurosi. E s’alcuno è capitano di mille, e abbisi portato vilmente in qualche fazione, i baroni predetti, reputandolo indegno di quella capitaneria, lo disgradano e abbassano al capitaneato di cento; ma se nobilmente e francamente si sarà portato, riputandolo sofficiente e degno di maggior grado, lo fanno capitano di diecimila: ogni cosa però facendo con saputa del gran signore, però che, quando vogliono deprimere e abbassare alcuno, dicono al signore: “Il tale è indegno di tal onore”, ed egli allora risponde: “Sia depresso e fatto di grado inferiore”, e così è fatto. Ma se vogliono esaltare alcuno, così ricercando i meriti suoi, dicono: “Il tal capitano di mille è degno e sofficiente d’esser capitano di diecimila”, e il signor lo conferma, e dàlli la tavola del comandamento a tal signoria convenevole, come di sopra s’è detto, e appresso gli fa dare grandissimi presenti, per inanimire gli altri a farsi valenti.

La signoria adunque de’ detti dodici baroni si chiama thai, che tanto è a dire come corte maggiore, perché non hanno signor alcun sopra di sé salvo che ‘l gran Can; e oltre i sopradetti son constituiti dodici altri baroni sopra tutte le cose che sono necessarie a trentaquattro provincie, quali hanno nella città di Cambalù un bel palagio e grande, con molte camere e sale. E ciascuna provincia ha un giudice e molti notari, che stanziano in detto palagio separatamente, e quivi fanno ogni cosa necessaria alla sua provincia, secondo la volontà e comandamento de’ detti dodici baroni. Questi hanno auttorità d’eleggere signori e rettori di tutte le provincie di sopra nominate, e quando hanno eletto quelli che li paiono sofficienti lo fanno sapere al gran Can, ed egli li conferma e dàlli le tavole d’argento o d’oro, secondo che li pare a ciascuno esser conveniente. Hanno ancora questi a provedere sopra le esazioni de’ tributi e intrate, e circa il governo e dispensazione di quelle, e sopra tutte l’altre faccende del gran Can, eccetto che sopra gli eserciti. E l’officio overo signoria loro chiamasi singh, che vuol dire quanto seconda maggior corte, perché similmente non hanno sopra di loro signore, eccetto che ‘l gran Can. L’una e l’altra adunque delle dette corti, cioè di singh e di thai, non hanno alcun signore sopra di loro, eccetto che ‘l gran Can; nondimeno thai, cioè la corte deputata alla disposizione degli eserciti, è riputata più nobile e più degna di qualunque altra signoria.

Capitolo 20

De’ luoghi deputati sopra tutte le strade maestre, dove tengono cavalli per correre le poste, e de’ corrieri che vanno a piedi, e del modo ch’ei tiene a mantenere tutta la spesa delle dette poste.

Uscendo della città di Cambalù, vi sono molte strade e vie per le quali si va a diverse provincie, e in ciascuna strada, dico di quelle che sono le più principali e maestre, sempre, in capo di venticinque miglia o trenta, e più e manco secondo le distanzie delle città, si truovano alloggiamenti che nella lor lingua si chiamano lamb, che nella nostra vuol dire poste di cavalli, dove sono palagi grandi e belli, che hanno bellissime camere con letti forniti e paramenti di seta e tutte le cose condecenti a’ gran baroni. E in ciascuna di simil poste potrebbe un gran re onoratamente alloggiare, e gli vien provisto del tutto per le città o castelli vicini, e ad alcuni la corte vi provede. Quivi sono di continuo apparecchiati quattrocento buoni cavalli, e accioché tutti li nunzii e ambasciatori che vanno per le faccende del gran Can possino dismontare quivi e, lasciati i cavalli stracchi, pigliarne di freschi.

Ne’ luoghi veramente fuor di strada e montuosi, dove non sono villaggi e che le città siano lontane, il gran Can ha ordinato che vi siano fatte le poste, overo palagi similmente forniti di tutti gli apparecchi, cioè di cavalli quattrocento per posta e di tutte l’altre cose necessarie come le sopradette, e vi manda genti che v’abitano e lavorino le terre e servino a esse poste. E vi si fanno di gran villaggi, e così gli ambasciatori e nuncii del gran Can vanno e vengono per tutte le provincie e regni e altre parti sottoposte al suo dominio con gran commodità e facilità: e questa è la maggior eccellenza e altezza che già mai avesse alcun imperatore o re over altro uomo terreno, perché più di dugentomila cavalli stanno in queste poste per le sue provincie, e più di diecimila palagi forniti di così ricchi apparecchi. E questo è sì mirabil cosa e di tanta valuta che a pena si potrebbe dire o scrivere. E s’alcuno dubitasse come siano tante genti a far tante facende e onde vivono, si risponde che tutti gl’idolatri e similmente saraceni tolgono ciascuno sei, otto o dieci mogli, pur che gli possino far le spese, e generano infiniti figliuoli: e saranno molti uomini, de’ quali ciascuno averà più di trenta figliuoli, e tutti armati lo seguitano, e questo per causa delle molte mogli. Ma appresso di noi non s’ha se non una moglie, e se quella sarà sterile l’uomo finirà la sua vita con lei, né genera alcun figliuolo: e però non abbiamo tante genti come loro. E circa le vettovaglie, n’hanno a bastanza, perché usano per la maggior parte risi, panizzo e miglio, spezialmente Tartari, Cataini e della provincia di Mangi, e queste tre semenze, nelle loro terre, per ciascun staro ne rendono cento. Non usano pane queste genti, ma solamente cuocono queste tre sorti di biade col latte, overo carni, e mangiano quelle; e il frumento appresso di loro non moltiplica così, ma quello che ricogliono mangiano solamente in lasagne e altre vivande di pasta. Appresso di loro non vi resta terra vacua che si possa lavorare, e i lor animali senza fine crescono e moltiplicano, e quando vanno in campo non è alcuno che non meni seco sei, otto e più cavalli per la persona sua, onde si può chiaramente comprendere per che causa in quelle parti sia così gran moltitudine di genti, e che abbino da vivere così abbondantemente.

Item fra il spazio di ciascuna delle sopradette poste è ordinato un casale ogni tre miglia, nel qual possono essere circa quaranta case, e più e manco secondo che i casali sono grandi, dove stanno corrieri a piedi, i quali similmente sono nunzii del gran Can. Costoro portano intorno cinture piene di sonagli, accioché siano uditi dalla lunga, perché corrono solamente tre miglia, cioè dalla sua posta ad un’altra; odendosi il strepito de’ sonagli, subitamente s’apparecchia un altro, e giunto piglia le lettere e corre fino all’altra posta, e così di luogo in luogo, di sorte che il gran Can in due giorni e due notti ha nuove di lontano per dieci giornate. E al tempo de’ frutti spesse volte la mattina si raccolgono frutti nella città di Cambalù, e il giorno seguente verso sera sono portati al gran Can nella città di Xandù, la qual è discosto per dieci giornate. In ciascuna di queste poste di tre miglia è deputato notaio, che nota il giorno e l’ora che giugne il corriero, e similmente il giorno e l’ora che si parte l’altro, e così si fa in tutte le poste. E vi sono alcuni ch’hanno questo carico, d’andare ogni mese ad esaminar tutte queste poste, e veder quei corrieri che non hanno usato diligenza, e li castigano. E il gran Can da questi tali corrieri e da quelli che stanno nelle poste non fa pagare alcuno tributo, anzi li dona buona provisione, e ne’ cavalli che si tengono in dette poste non fa quasi alcuna spesa, perché le città, castelli e ville che sono circonstanti ad esse poste li pongono e mantengono in quelle, però che, di comandamento del signore, i rettori della città fanno cercare ed esaminar per li pratichi delle città quanti cavalli possa tenere la città nella posta a sé propinqua, e quanti ve ne possono tenere i castelli e quanti le ville, e secondo il loro potere ve li pongono. E sono le città concordevoli l’una con l’altra, perché fra una posta e l’altra v’è alle volte una città, la qual con l’altre vi pone la sua porzione; e queste città mantengono i cavalli dell’entrate che doverebbono pervenire al gran Can, imperoché tal uomo doverebbe pagare tanto che potria tenere un cavallo e mezo, comandandosegli che quello tenga nella posta a sé propinqua. Ma dovete sapere che le città non mantengono di continuo quattrocento cavalli nelle poste, anzi ne tengono dugento al mese che sostenghino le fatiche, e in questo mezo altri dugento n’ingrassano, e in capo del mese gl’ingrassati si pongono nella posta e gli altri similmente s’ingrassano, e così vanno facendo di continuo. Ma se gli accade che in alcun luogo sia qualche fiume o lago, per il qual bisogni che i corrieri e quelli a cavallo vi passino, le città propinque tengono tre e quattro navilii apparecchiati di continuo a questo effetto, e se bisogna passar alcun deserto di molte giornate, nel qual far non si possa abitazione alcuna, la città ch’è appresso tal deserto è tenuta a dar li cavalli agli ambasciatori del signore fino oltre il deserto, e le vettovaglie con le scorte, ma il signor dà aiuto a quella città. E nelle poste che son fuor di strada il signor tiene in parte suoi cavalli, e in parte ve gli tengono le città, castella, ville lì propinque. Ma quando è di bisogno che i nunzii del signore affrettino il cammino, per causa di fargli intendere di qualche terra che se gli sia ribellata, o per alcun barone o altre cose necessarie, cavalcano in un giorno ben dugento miglia o dugentocinquanta, e fanno così, quando vogliono andare con grandissima celerità: portano la tavola del girifalco, in segno che vogliono andar velocissimamente; se sono due, e che si partono d’un medesimo luogo, quando sono sopra due buoni cavalli corsieri si cingono tutt’il ventre e si rivolgono il capo, e si mettono a correr quanto più possono, e come sono appresso gli alloggiamenti suonano una sorte di corno che si sente di lontano, acciò che preparino i cavalli, quali trovati freschi e riposati, saltano sopra quelli: e così fanno di posta in posta sino a sera, e in tal guisa potranno far in un giorno da dugentocinquanta miglia. E s’egli è caso molto grave cavalcano la notte, e se non luce la luna quelli della posta gli vanno correndo avanti con lumiere sino all’altra posta; nondimeno i detti nunzii al tempo di notte non vanno con tanta celerità come di giorno, per rispetto di quelli che corrono a piedi con le lumiere, che non possono essere così presti. E molto s’apprezzano tal nunzii che possono sostenere una simil fatica di correre.

Capitolo 21

Delle provisioni che fa il gran Can in tutte le sue provincie in tempo di carestia o mortalità d’animali.

Il gran Can manda sempre ogn’anno suoi nunzii e proveditori per vedere se le sue genti hanno danno delle loro biade per difetto di tempo, cioè per cagione di tempesta o di molte pioggie e venti, o per cavallette, vermi o altre pestilenzie. E se in luogo alcuno vi troveranno esser tal danno, il signore non fa scuoter da quelle genti il solito tributo quell’anno, anzi le fa dare tanta biada de’ suoi granari quanto lor bisogna per mangiare e per seminare, conciosiacosaché, ne’ tempi della grand’abbondanza, il gran Can fa comprare grandissima quantità di biade della sorte che loro adoperano, e le fa salvare ne’ granari che sono deputati in ciascuna provincia, e con gran diligenzia le fa governare, che per tre e quattro anni non si guastano. E sempre vuole che li detti granari siano pieni, per provedere ne’ tempi di carestia; e quando in detti tempi egli fa vendere le sue biade a denari, riceve di quattro misure da quelli che le comprano quanto se ne riceve d’una misura dagli altri che ne vendono. Similmente fa proveder di bestie, che in qualche provincia per mortalità fossero perse, e gli fa dare delle sue, ch’egli ha per decima dell’altre provincie. E tutto il suo pensiero e intento principale è di giovar alle genti che sono sotto di lui, che possono vivere, lavorare e moltiplicare i loro beni.

Ma vogliamo dire un’altra proprietà del gran Can, che se per caso fortuito la saetta ferisse alcun greggie di pecore o montoni o altri animali di qualunque sorte, che fosse d’una o più persone, e sia il gregge quanto si voglia grande, il gran Can non torrebbe per tre anni la decima. E parimente, s’avviene che la saetta ferisca qualche nave piena di mercanzie, lui non vuole alcuna rendita o porzione da quella, perché reputa cattivo augurio quando la saetta percuote ne’ beni d’alcuno; e dice il gran Can: “Dio aveva in odio colui, però l’ha percosso di saetta”, onde non vuole che tali beni da ira divina percossi entrino nel suo tesoro.

Capitolo 22

Come il gran Can fa piantare arbori appresso le strade maestre e principali, e come le fa tenere sempre acconcie.

Un’altra cosa bella e commoda fa fare il gran Can, che appresso le strade maestre dall’uno e l’altro lato fa piantar arbori, quali siano della sorte che venghino grandi e alti, e discosti l’un dall’altro per due passa, accioché i viandanti possino discernere la dritta strada: il che è di grande aiuto e consolazione a quelli che camminano. Fa piantare adunque sopra tutte le principali, pur che ‘l luogo sia abile ad essere piantato; ma ne’ luoghi arenosi e deserti e ne’ monti sassosi, dove passano dette strade e non è possibile di piantarvegli, fa mettere altri segnali di pietre e colonne che dimostrano la strada. E ha alcuni baroni, ch’hanno il carico d’ordinare che di continuo siano tenute acconcie. E oltre quanto di sopra s’è detto degli arbori, il gran Can più volentieri gli fa piantare perché i suoi divinatori e astrologhi dicono che chi fa piantar arbori vive longo tempo.

Capitolo 23

Della sorte di vino che si fa nella provincia del Cataio, e delle pietre che abbruciano a modo di carboni.

La maggior parte della gente della provincia del Cataio beve questa sorte di vino: fanno una bevanda di riso e di molte speciarie mescolate insieme, e bevono questa bevanda overo vino così bene e saporitamente che miglior non saperiano desiderare, ed è chiaro e splendido e gustevole, e più presto inebria d’ogn’altro, per essere calidissimo.

Per tutta la provincia del Cataio si truova una sorte di pietre nere, le quali si cavano da’ monti a modo di vena, ch’ardono e abbruciano come carboni, e tengon il fuoco molto meglio delle legne, e lo conservano tutta la notte, di sorte ch’ei si truova la mattina acceso. Queste pietre non fanno fiamma, se non un poco in principio quando s’accendono, come fanno i carboni, e stando così affocati rendono gran calore. Per tutta la provincia s’abbruciano queste pietre. Vero è ch’hanno molte legne, ma tanta è la moltitudine delle genti, e stuffe e bagni che continuamente si scaldano, che le legne non potrebbono esser a bastanza, perché non è alcuno che almanco per tre volte la settimana non vada alla stuffa e facciasi bagni, e l’inverno ogni giorno, pur che far lo possino; e ciascuno nobile o ricco ha la sua stuffa in casa nella qual si lava, talmente che le legne non basterebbono a tanto abbruciamento. E di queste pietre si trovano in grandissima quantità, e costano poco.

Capitolo 24

Della grande e mirabile liberalità che ‘l gran Can usa verso i poveri di Cambalù e altre genti che vengono alla sua corte.

Poi ch’abbiamo detto come il gran Can fa far abbondanza delle biade alle genti a lui sottoposte, ora diremo della gran carità e provisione ch’egli fa fare alle povere genti che sono nella città di Cambalù. Com’egli intende che qualche famiglia di persone onorate e da bene per qualche infortunio siano diventate povere, o per qualche infermità non possino lavorare e non abbino modo di ricogliere sorte alcuna di biade, a queste tal famiglie ne fa dar tante che gli possino far le spese per tutto l’anno; e dette famiglie al tempo solito vanno agli officiali che sono deputati sopra tutte le spese che si fanno per il gran Can, i quali dimorano in un palagio a tal officio deputato, e ciascuna mostra un scritto di quanto gli fu dato per il vivere dell’anno passato, e secondo quello gli proveggono quell’anno. Provedesi ancora del vestir loro, conciosiacosaché il gran Can ha la decima di tutte le lane e sete e canave delle quali si possono far vesti, e queste tal cose le fa tessere e far panni, in una casa a questo deputata dove sono riposte; e perché tutte l’arti sono obligate per debito di lavorargli un giorno la settimana, il gran Can fa far delle vesti di questi panni, quali fa dar alle sopradette famiglie di poveri, secondo si richiede al tempo dell’inverno e al tempo della state. Provede ancora di vestimenta a’ suoi eserciti, e in ciascuna città fa tessere panni di lana, quali si pagano della decima di quella.

Ed è da sapere come i Tartari, secondo i loro primi costumi, avanti che conoscessino la legge idolatra, non facevan alcuna elemosina, anzi, quando alcun povero andava da loro, lo scacciavano con villanie, dicendoli: “Va’ col malanno che Dio ti dia, perché s’ei t’amasse come ama me t’averia fatto del bene”. Ma perché li savii degl’idolatri, e specialmente i sopradetti bachsi, proposero al gran Can che gli era buona opera la provisione de’ poveri, e che gli suoi idoli se ne rallegrarebbono grandemente, egli per tanto così providde a’ poveri come di sopra è detto, e nella sua corte mai è negato il pane a chi lo viene a domandare, e non è giorno che non siano dispensate e date via ventimila scodelle fra risi, miglio e panizzo per li deputati officiali. Per questa mirabile e stupenda liberalità che ‘l gran Can usa verso i poveri, tutte le genti l’adorano com’un dio.

Capitolo 25

Degli astrologhi che sono nella città di Cambalù.

Sono adunque nella città di Cambalù, tra cristiani, saraceni e cataini, circa cinquemila astrologhi e divinatori, alli quali il gran Can ogn’anno fa provedere del vivere e del vestire com’alli poveri sopradetti, i quali continuamente esercitano la lor arte nella città. Hanno costoro un astrolabio, nel quale son scritti i segni de’ pianeti, l’ore e i punti di tutto l’anno. Ogn’anno adunque i sopradetti cristiani, saraceni e cataini astrologhi, cioè ciascuna setta da per sé, in questo astrolabio veggono il corso e la disposizione di tutto l’anno, secondo il corso di ciascuna luna, perché veggono e trovano che temperanza debbe esser dell’aere, secondo il natural corso e disposizione de’ pianeti e segni, e le proprietà che produrrà ciascuna luna di quell’anno: cioè in tal luna saranno tuoni e tempesta, e nella tal terremoti, e nella tal saette e baleni e molte pioggie, nella tal saranno infermità, mortalità, guerre, discordie e insidie, e così di ciascuna luna, secondo che troveranno, diranno dover seguitare, aggiungendovi ch’Iddio può far più e manco, secondo la sua volontà. Scriveranno adunque sopra alcuni quaderni piccioli quelle cose ch’hanno da venire in quell’anno, e questi quaderni si chiamano tacuini, quali vendono un grosso l’uno a chi gli vuole comprare per sapere le cose future; e quelli che sono trovati aver detto più il vero sono tenuti maestri più perfetti nell’arte, e conseguiscono maggior onore.

Item, s’alcuno preporrà nell’animo di voler far qualche grand’opera, o d’andar in qualche parte lontana per mercanzie o qualch’altra sua facenda, e vorrà sapere il fine del negocio, andrà a trovare uno di questi astrologhi e li dirà: “Guardate sopra li vostri libri in che modo or ora si ritruova il cielo, perch’io vorrei andare a far il tal negocio o mercanzia”. Allora l’astrologo li dirà che oltre questa domanda li debba dire l’anno, il mese e l’ora che nacque, il che dettoli vorrà vedere come si confanno le constellazioni della sua natività con quelle che nell’ora della domanda si ritruova il cielo, e così li predice o bene o male che gli ha da venire, secondo la disposizione in che si troverà il cielo.

Ed è da sapere che li Tartari numerano il millesimo de’ loro anni di dodici in dodici, e il primo anno è significato per il Leone, il secondo per il Bue, il terzo per il Dragone, il quarto per il Cane, e così discorrendo degli altri, procedendo sino al numero di dodici, di modo che, quando alcuno è domandato quando nacque, egli risponde: correndo l’anno del Leone, in tal giorno overo notte, e l’ora e il punto; e questo osservano li padri di far con diligenza sopra un libro. E compiuti che s’hanno i dodici segni, che vuol dire i dodici anni, allora, ritornando al primo segno, ricominciano sempre per questo ordine procedendo.

Capitolo 26

Della religione de’ Tartari, e delle opinioni ch’hanno dell’anima, e usanze loro.

E com’abbiamo detto disopra, questi popoli sono idolatri, e per suoi dei tutti hanno una tavola posta alta nel pariete della sua camera, sopra la qual è scritto un nome che rappresenta Dio alto, celeste e sublime: e quivi ogni giorno col turibulo dell’incenso l’adorano in questo modo, che, levate le mani in alto, sbattono tre volte i denti, pregandolo che li dia buon intelletto e sanità, e altro non li domandano. Dopo, giuso in terra, hanno una statua che si chiama Natigai, qual è dio delle cose terrene che nascono sopra tutta la terra, e li fanno una moglie e figliuoli, e l’adorano nell’istesso modo, col turibulo e sbattendo i denti e alzando le mani, e a questo li domandano temperie dell’aere e frutti della terra, figliuoli e simil cose. Dell’anima la tengono immortale, in questo modo, che, subito morto l’uomo, l’entri in un altro corpo, e secondo che in vita s’ha portato bene o male, di bene in meglio e di male in peggio procedano: cioè, se sarà pover’uomo e s’abbi portato bene e modestamente in vita, rinascerà dopo morto del ventre d’una gentildonna e sarà gentiluomo, e poi del ventre d’una signora e sarà signore, e così sempre ascendendo, finché sarà assunto in Dio; ma se s’averà portato male, essendo figliuol d’un gentiluomo rinascerà figliuol d’un rustico, e d’un rustico in un cane, descendendo sempre a vita più vile.

Hanno costoro un parlar ornato, salutano onestamente col volto allegro e giocondo, portansi nobilmente e con gran mundizia mangiano. Al padre e alla madre portano gran riverenza, e se si trova ch’alcun figliuolo faccia qualche dispiacere a quelli, overo non li sovegna nelle loro necessità, v’è un officio publico che non ha altro carico se non di punir severamente li figliuoli ingrati, quali si sappino aver commesso alcun atto d’ingratitudine verso di quelli. Li malfattori di diversi delitti che venghino presi e posti in prigione, se non sono spacciati, come viene il tempo determinato del gran Can, ch’è ogni tre anni, di rilasciar i prigioneri, allora escono, ma gli viene fatto un segno sopra una mascella, accioché siano conosciuti. Vietò questo presente gran Can tutti i giuochi e barattarie, che appresso di costoro s’usavano più che in alcun luogo del mondo, e per levarli da quelli li diceva: “Io v’ho acquistati con l’armi in mano, e tutto quello che possedete è mio, e se giocate voi giocate del mio”. Non però per questo li toglieva cosa alcuna.

Non voglio restar di dir l’ordine e modo come si portano le genti e baroni del gran Can quando vanno a lui. Primamente, appresso il luogo dove sarà il gran Can, per mezo miglio per riverenza di sua eccellenza stanno le genti umili, pacifiche e quiete, ch’alcun suono o rumore né voce d’alcuno che gridi o parli altamente non s’ode; e ciascun barone o nobile porta continuamente un vasetto picciolo e bello, nel qual sputa mentre ch’egli è in sala, perché niuno avrebbe ardire di sputar sopra la sala, e come ha sputato lo cuopre e salva. Hanno similmente alcuni belli bolzachini di cuoro bianco quali portano seco, e giunti alla corte, se vorranno entrar in sala, che ‘l signor li domandi, si calzano questi bolzachini bianchi e danno gli altri alli servitori, e questo per non imbrattar li belli e artificiosi tapeti di seta e d’oro e d’altri colori.

Capitolo 27

Del fiume Pulisangan e ponte sopra quello.

Poi che s’è compiuto di dir li governi e amministrazioni della provincia del Cataio e della città di Cambalù, e della magnificenza del gran Can, si dirà dell’altre regioni nelle qual messer Marco andò per l’occorrenzie dell’imperio del gran Can.

Come si parte dalla città di Cambalù e che s’ha camminato dieci miglia, si truova un fiume nominato Pulisangan, il qual entra nel mare Oceano, per il qual passano molte navi con grandissime mercanzie. Sopra detto fiume è un ponte di pietra molto bello, e forse in tutt’il mondo non ve n’è un altro simile. La sua longhezza è trecento passa e la larghezza otto, di modo che per quello potriano commodamente cavalcare dieci uomini l’uno a lato all’altro. Ha ventiquattro archi e venticinque pile in acqua che li sostengono, ed è tutto di pietra serpentina, fatto con grand’artificio. Dall’una all’altra banda del ponte è un bel poggio di tavole di marmo e di colonne maestrevolmente ordinate, e nell’ascendere è alquanto più largo che nella fine dell’ascesa, ma, poi che s’è asceso, si truova uguale per longo come se fosse tirato per linea. E in capo dell’ascesa del ponte è una grandissima colonna e alta, posta sopra una testuggine di marmo; appresso il piede della colonna è un gran leone, e sopra la colonna ve n’è un altro. Verso l’ascesa del ponte è un’altra colonna molto bella, con un leone, discosta dalla prima per un passo e mezo; e dall’una colonna all’altra è serrato di tavole di marmo, tutte lavorate a diverse scolture e incastrate nelle collonne da lì per longo del ponte infino al fine. Ciascune colonne sono distanti l’una dall’altra per un passo e mezo, e a ciascuna è sopraposto un leone, con tavole di marmo incastratevi dall’una all’altra, accioché non possino cadere coloro che passano: il che è bellissima cosa da vedere. E nella discesa del ponte è come nell’ascesa.

Capitolo 28

Delle condizioni della città di Gonza.

Partendosi da questo ponte e andando per trenta miglia alla banda di ponente, trovando di continuo palagi, vigne e campi fertilissimi, si truova una città nominata Gonza, molto bella e molto grande, nella quale sono molte abbazie d’idoli, le cui genti vivono di mercanzie e arti. Quivi si lavorano panni d’oro e di seta e belli veli sottilissimi, e vi sono molti alloggiamenti per i viandanti.

Partendosi da questa città e andando per un miglio si truovano due vie, una delle quali va verso ponente, l’altra verso scirocco: per la via di ponente si va per la provincia del Cataio, per la via di scirocco alla provincia di Mangi. E sappiate che dalla città di Gonza fino al regno di Tainfu si cavalca per la provincia del Cataio dieci giornate, sempre trovando molte belle città e castella, fornite di grand’arti e mercanzie, e trovando vigne e campi lavorati: e di qui si porta il vino nella provincia del Cataio, perché in quella non ve ne nasce; vi sono anche molti alberi mori, che con la foglia sua gli abitanti fanno di gran seta. Tutte quelle genti sono domestiche, per la moltitudine delle città poco discoste l’una dall’altra e frequentazione che fanno gli abitanti di quelle, perché sempre vi si truovano genti che passano, per le molte mercanzie che si portano continuamente d’una città all’altra; e in ciascuna di quelle si fanno le fiere. E in capo di cinque giornate delle predette dieci, dicono esservi una città più bella e maggior dell’altre chiamata Achbaluch, fino alla quale verso quella parte confina il termine della cacciagione del signore, dove niun ardisce d’andar alla caccia, eccettuando il signore con la sua famiglia e chi è scritto sotto il capitano de’ falconieri; ma da quel termine innanzi può andarvi, pur che sia nobile. Nondimeno quasi mai il gran Can andava alla caccia per quella banda, per la qual cosa gli animali salvatichi erano tanto cresciuti e moltiplicati, e specialmente le lepori, che guastavano le biade di tutta la detta provincia; la qual cosa fatta intendere al gran Can, v’andò con tutta la corte, e furono presi animali senza numero.

Capitolo 29

Del regno di Tainfu.

Poi che s’è cavalcato dieci giornate partendosi da Gonza, si truova un regno nominato Tainfu, ed è capo di questa provincia, con una città che ha il medesimo nome, la qual è grandissima e molto bella. E quivi si fanno gran mercanzie e molte arti, e gran quantità di munizioni d’armi, che sono molto a proposito per gli eserciti del gran Can. Vi sono ancora molte vigne, dalle quali si raccoglie vino in grand’abbondanza; e benché in tutta Tainfu non si truovi altro vino di quello che nasce nel distretto di questa città, nondimeno s’ha vino a bastanza per tutta la provincia. Quivi hanno ancora frutti in abbondanza, perché hanno molti morari e vermicelli che producono la seta.

Capitolo 30

Della città di Pianfu.

Partendosi da Tainfu si cavalca sette giornate per ponente, trovando belle contrade, nelle quali si truovano molte città e castella, dove si fanno gran mercanzie e arti. Vi sono molti mercanti che vanno per diverse parti, facendo i loro guadagni e profitti. Fatto il camino di sette giornate si truova una città chiamata Pianfu, la qual è molto grande e molto pregiata, e sono in quella molti mercanti, e vivono di mercanzie e d’arti. Quivi nasce la seta in grandissima quantità.

Or lasciaremo di questa, e diremo d’un’altra grandissima città, nominata Cacianfu; ma prima diremo d’un nobile castello chiamato Thaigin.

Capitolo 31

Di Taigin castello.

Partendosi da Pianfu, andando verso ponente, si truova un grande e bel castello nominato Thaigin, qual dicesi aver edificato anticamente un re chiamato Dor. In questo castello è un bellissimo e spazioso palagio, nel quale è una sala grande dove sono dipinti tutti i re famosi che furono anticamente in quelle parti, il che è bellissima cosa da vedere. E di questo re nominato Dor diremo una cosa nuova che gl’intravenne. Era costui potente e gran signore, e mentre stava nella terra non erano al servizio della persona sua altri che bellissime giovanette, delle quali teneva in corte gran moltitudine. Quando egli andava a spasso per il castello sopra una carretta, le donzelle la menavano (e conducevasi leggiermente, per esser picciola), e facevano tutte le cose ch’erano a commodo e in piacere del detto re. E dimostrava egli la potenzia sua nel suo governo, e si portava molto nobilmente e giustamente.

Era quel castello fortissimo oltre modo, e come referiscono le genti di quelle contrade, questo re Dor era sottoposto ad Uncan, ch’è quel che di sopra abbiam detto chiamarsi Prete Gianni, e per la sua arroganza e alterezza si ribellò a quello. La qual cosa intesa da Umcan, non potendo andarli contra né offenderlo, per esser in luogo fortissimo, si doleva grandemente. Dopo certo tempo sette cavallieri suoi vassalli l’andarono a trovar, dicendoli che li bastava l’animo di condurli vivo il re Dor; qual li promise grandissime ricchezze. Costoro partiti andorno a trovar il re Dor, fingendo di venir di lontani paesi, e alli servizii suoi s’acconciarono, dove così bene e diligentemente lo servivano che ‘l re Dor gli amava e avea carissimi, e voleva sempre che quando egli andava alla caccia li fossero appresso. Questi cavallieri un giorno, essendo fuori il re e avendo passato un fiume, e lasciato il resto della compagnia dall’altra banda, vedendosi soli in luogo opportuno a fare il suo disegno, cavate fuori le spade furono intorno al re Dor e per forza lo condussero alla volta di Umcan, ch’alcun de’ suoi non lo poté mai aiutare. Dove giunto, per ordine di quello, vestito di panni vili, fu posto al governo dell’armento del signore, per volerlo dispregiare e abbassare; e quivi stette in gran miseria per due anni, con grandissima guardia, ch’egli non poteva fuggire. Alla fine Umcan lo fece condurre alla sua presenza, tutto pieno di paura e timore, pensando che lo volesse far morire; ma Umcan, fattagli un’aspra e terribile ammonizione che mai più per superbia e arroganza non volesse levarsi dall’obedienza sua, li perdonò e fece vestirlo di vestimenti regali, e con onorevole compagnia lo mandò al suo regno; qual d’indi innanzi fu sempre obediente e amico ad Umcan. E questo è quanto mi fu referito di questo re Dor.

Capitolo 32

D’un grandissimo e nobil fiume detto Caramoran.

Partendosi da questo castello di Thaigin e andando circa venti miglia, si truova un fiume detto Caramoran, qual è così grande, largo e profondo che sopra di quello non si può fermar alcun ponte; e scorre questo fiume fino al mare Oceano, come di sotto si dirà. Appresso a questo fiume sono molte città e castella, ne’ quali sono molti mercanti e vi si fanno molte mercanzie; e intorno a questo fiume per la contrada nasce zenzero e seta in gran quantità, e v’è tanta moltitudine d’uccelli ch’egli è cosa incredibile, e massime di fagiani, che se n’ha tre per un grosso veneziano. Per luoghi circonstanti di questo fiume nasce infinita quantità di canne grosse, alcune delle quali sono d’un piè, altri d’un piè e mezo, e gli abitatori se ne vagliono in molte cose necessarie.

Capitolo 33

Della città di Cacianfu.

Poi che s’è passato questo fiume e fatto il cammino di due giornate, si truova la città di Cacianfu, le cui genti adorano gli idoli. In questa città si fanno gran mercanzie e molte arti, e quivi nascono in grand’abondanza, tra l’altre cose, seta, zenzero, galanga e spigo e molte altre sorti di speciarie, delle quali niuna quantità si conduce in queste nostre parti. Quivi si fanno panni d’oro e di seta e d’ogn’altra maniera.

Or, partendosi di qui, diremo della nobile e celebre città di Quenzanfu, il regno della quale similmente è chiamato con detto nome.

Capitolo 34

Della città di Quenzanfu.

Partendosi da Cacianfu, si cavalca sette giornate per ponente, truovando continuamente molte città e castella dove s’esercitano gran mercanzie; e trovansi molti giardini e campi, e tutta la contrata è piena di morari, cioè d’arbori co’ quali si fa la seta. E quelle genti adorano gl’idoli, e quivi sono cristiani, turchi, nestorini, e vi sono alcuni saraceni. Quivi eziandio son molte cacciagioni di bestie salvatiche, e si pigliano molte sorti d’uccelli. E cavalcando sett’altre giornate si truova una grande e nobil città chiamata Quenzanfu, che anticamente fu un gran regno nobile e potente; in quello furono molti re generosi e valenti, e vi regna al presente un figliuolo del gran Can nominato Mangalù, qual esso gran Can coronò di questo reame. Ed è questa patria certamente di gran mercanzie e molte arti: ivi nasce la seta in gran quantità, e vi si lavorano panni d’oro e di seta e d’ogni sorte, e di tutte le cose che s’appartengono a fornir un esercito; item hanno grande abondanza di tutte le cose necessarie al corpo umano, e compranle per buon mercato. Quelle genti adorano gl’idoli; quivi sono alcuni cristiani e turchi e saraceni. Fuori della città forse per cinque miglia è un palagio del re Mangalù, il qual è bellissimo ed è posto in una pianura dove sono molte fontane e fiumicelli, che li discorrono dentro e d’intorno, e vi sono bellissime cacciagioni e luoghi da uccellare. Primamente v’è un muro grosso e alto, con merli a torno a torno, che circonda circa cinque miglia, dove sono tutti gli animali selvaggi e uccelli, e in mezo di questa muraglia v’è un palagio grande e spazioso, così bello che niuno lo potrebbe meglio ordinare, il qual ha molte sale e camere grandi e belle, e tutte depinte d’oro, con azzurri finissimi e con infiniti marmori. Questo Mangalù, seguendo le vestigie del padre, mantiene il suo regno in grand’equità e giustizia, ed è molto amato dalle sue genti, e si diletta di cacciagioni e d’uccellare.

Capitolo 35

De’ confini che sono nel Cataio e Mangi.

Partendosi di questo palagio di Mangalù, si cammina tre giornate per ponente, trovandosi di continuo molte città e castella, nelle quali gli abitanti vivono di mercanzie e d’arti, e hanno seta abbondantemente. E in capo di tre giornate si truova una regione piena di gran monti e valli, che sono nella provincia di Cunchin, e sono quei monti e valli piene di genti, ch’adorano gl’idoli e lavorano la terra. Vivono di cacciagioni, perché quivi sono molti boschi e molte bestie salvatiche, cioè leoni, orsi, lupi cervieri, daini, caprioli, cervi e molti altri animali, delli quali conseguiscono grande utilità. E questa regione s’estende per venti giornate, camminando sempre per monti, valli e boschi, e trovando di continuo città, nelle quali commodamente alloggiano i viandanti. E poi che s’è cavalcato le dette giornate verso ponente, si truova una provincia nominata Achbaluch Mangi, che vuol dire città bianca de’ confini di Mangi, la qual è piana e tutta populatissima, e le genti vivono di mercanzie e arti. E quivi nasce zenzero in gran quantità, il qual si porta per tutta la provincia del Cataio, con grande utilità de’ mercanti; v’è frumento, riso e altre biade in abondanza e per buon mercato. E questa pianura dura due giornate, con infinite abitazioni; e in capo di due giornate si truovano gran monti e valli e molti boschi, e si cammina ben venti giornate per ponente trovando il tutto abitato. Adorano gl’idoli, e vivono di frutti delle lor terre e di cacciagioni di bestie salvatiche. Quivi sono molti leoni, orsi, lupi cervieri, daini, caprioli, e v’è gran quantità di bestie che producon il muschio.

Capitolo 36

Della provincia di Sindinfu, e del grandissimo fiume detto Quian.

Poi che s’è camminato venti giornate per quei monti, si truova una pianura e provincia, ch’è ne’ confini di Mangi, nominata Sindinfu, e la maestra città si chiama similmente, la qual è molto nobile e grande. E già furono in quella molti re ricchi e potenti. La città gira per circuito venti miglia, ma ora è divisa, perciò che quando morse il re vecchio lasciò tre figliuoli, e avanti la sua morte volse divider la città in tre parti, ciascuna delle quali è separata per muri: e nondimeno ciascuna è dentro il muro generale che la cinge intorno. E questi tre fratelli furono re, e ciascun avea nella sua parte molte terre e grandi e molto tesoro, perché il loro padre era molto potente e ricco; ma il gran Can, preso ch’ebbe questo regno, destrusse questi tre re, tenendolo per sé. Per questa città discorrono molti gran fiumi, che descendono da’ monti di lontano e corrono per la città intorno intorno e per mezo in molte parti. Questi fiumi sono larghi per mezo miglio, altri per dugento passa, e sono molto profondi, e sopra quelli sono fabricati molti ponti di pietra belli e grandi, la larghezza de’ quali è otto passa, e la longhezza è secondo che i fiumi sono più e manco larghi. E per la longhezza de’ fiumi sono dall’una e l’altra banda colonne di marmo, le quali sostengono il coperchio de’ ponti, perché tutti hanno bellissimi coperchi di legname dipinti con pitture di color rosso, e sono anco coperti di coppi. E per longhezza di ciascun ponte sono bellissime stanze e botteghe, dove s’esercitano arti e mercanzie. E quivi è una casa maggior dell’altre, dove stanno di continuo quelli che scuotono li dazii delle robbe e mercanzie, e pedagio di quelli che vi passano, e ci fu detto che ‘l gran Can ne cavava ogni giorno più di cento bisanti d’oro. E quando i detti fiumi si partono dalla città, si ragunano insieme e fanno un grandissimo fiume, che vien detto Quian, qual scorre per cento giornate fin al mare Oceano, della cui qualità si dirà di sotto nel libro.

Appresso a questi fiumi e luoghi circostanti sono molte città e castella, e vi sono molti navilii, per li quali si portano alla città e traggonsi molte mercanzie. Le genti di questa provincia sono idolatri. E partendosi dalla città si cavalca cinque giornate per pianure e valli, trovando molti casamenti, castelli e borghi; e gli uomini vivono della agricultura e anche d’arti, perché in questa città si fanno tele sottilmente e drappi di velo. E vi si truovano similmente molti leoni, orsi e altre bestie salvatiche. E poi che s’è cavalcato cinque giornate, si truova una provincia desolata nominata Thebeth.

Capitolo 37

Della gran provincia detta Thebeth.

Questa provincia chiamata Thebeth è molto destrutta, perché Mangi Can la destrusse al tempo suo, per la guerra ch’egli ebbe con quella: e vi si veggono per questa provincia molte città e castella tutte rovinate e desolate, per longhezza di venti giornate. E perché vi mancano gli abitatori, però le fiere salvatiche, e massime i leoni sono moltiplicati in tanto numero ch’è grandissimo pericolo a passarvi la notte: e li mercanti e viandanti, oltre il portar seco le vettovaglie, bisogna che alloggino la sera con grand’ordine e rispetto, per causa che non li siano devorati i cavalli. E fanno in questo modo, che, trovandosi in quella regione, e massime appresso i fiumi, canne di longhezza dieci passa e grosse tre palmi, e da un nodo all’altro sono tre palmi, i viandanti fanno la sera fasci grandi di quelle che sono verdi, mettendole alquanto lontane dall’alloggiamento, e v’appizzano il fuoco; le quali sentendo il caldo si scorzano e sfendono schioppando terribilmente, ed è tanto orribile lo schioppo ch’el rumor si sente per duoi miglia, e le fiere udendolo fuggono e allontanansi. E li mercatanti portano seco pastore di ferro, con le quali inchiavano tutti quattro i piedi alli cavalli, perché altramente, spaventati dal rumore, romperiano le corde e fuggiriano via: ed è accaduto che molti per negligenza gl’hanno perduti. Cavalcasi adunque per questa contrada venti giornate, continuamente trovando simili salvatichezze, e non trovando alloggiamenti né vettovaglie, se non forse ogni terza o quarta giornata, nelle quali si forniscono delle cose al viver necessarie. In capo delle quali giornate si comincia pur a veder qualche castello e borghi, che sono fabricati sopra dirupi e sommità de’ monti, e s’entra in paese abitato e coltivato, dove non v’è più pericolo d’animali salvatichi.

Gli abitanti di quei luoghi hanno una vergognosa consuetudine, messagli nel capo dalla cecità dell’idolatria, che niuno vuol pigliar moglie che sia vergine, ma vogliono che prima sia stata conosciuta da qualche uomo, dicendo che questo piace alli loro idoli. E però, come passa qualche carovana di mercanti, e che mettono le tende per alloggiare, le madri ch’hanno le figliuole da maritare le conducono subito fino alle tende, pregando i mercanti, a ragatta una dell’altra, che vogliono pigliar la sua figliuola e tenersela a suo buon piacere fino che stanno quivi: e così le giovani che più gli aggrada vengono elette dalli mercanti, e l’altre tornano a casa dolenti. Queste dimorano con li detti fino al suo partire e poi le consegnano alle lor madri, né mai per cosa al mondo le menarebbono via, ma sono obligati a farli qualche presente di gioie, anelletti overo qualche altro signale, qual portano a casa: e quando si maritano portano al collo overo addosso tutti li detti presenti, e quella che ne ha più viene reputata esser stata più apprezzata dalle persone. E per questo sono richieste più volentieri da’ giovani per moglie, né più degna dote possono dare a’ mariti che li molti presenti ricevuti, riputandosi quelli per gran gloria a laude: e nelle solennità delle loro nozze li mostrano a tutti, e li mariti le tengono più care, dicendo che li lor idoli l’hanno fatte più graziose appresso gli uomini. E d’indi innanzi non è alcuno ch’avesse ardire di toccare la moglie d’un altro, e di tal cosa si guardano grandemente. Queste genti adorano gl’idoli, e sono perfidi e crudeli, e non tengono a peccato il rubbare né il far male, e sono i maggiori ladri che siano al mondo. Vivono di cacciagioni e d’uccellare e di frutti della terra.

Quivi si truovano di quelle bestie che fanno il muschio, e in tanta quantità che per tutta quella contrada si sente l’odore, perché ogni luna una volta spandono il muschio. Nasce a questa bestia, come altre volte s’è detto, appresso l’umbilico un’apostema in modo d’un bognone pieno di sangue, e quell’apostema ogni luna per troppa replezione sparge di quel sangue, qual è muschio. E perché vi sono molti di simili animali in quelle parti, però in molti luoghi si sente l’odore di quello. E queste tal bestie si chiamano nella loro lingua gudderi, e se ne prendono molte con cani.

Essi non hanno monete, né anche di quelle di carta del gran Can, ma spendono corallo, e vestono poveramente di cuoio e di pelle di bestie e di canevaccia. Hanno linguaggio da per sé e s’appartengono alla provincia di Thebeth, la qual confina con Mangi, e fu altre volte così grande e nobile che in quella erano otto regni e molte città e castella, con molti fiumi, laghi e monti; ne’ quali fiumi si truova oro di paiola in grandissima quantità. Ne’ regni di detta provincia si spende, come ho detto, il corallo per moneta, e anco le donne lo portano al collo; e adorano li suoi idoli. E si fanno molti zambellotti e panni d’oro e di seta, e vi nascono molte sorti di specie, che non si portano mai ne’ nostri paesi. E quivi gli uomini sono grandissimi negromanti, imperoché fanno per arte diabolica i maggior veneficii e ribalderie che mai fossero viste overo udite: fanno venir tempesta e fulgori, con saette, e molte altre cose mirabili. Sono uomini di mali costumi. Hanno cani molto grandi, come asini, che sono valenti a pigliar ogni sorte d’animali, e massime buoi salvatichi, che si chiamano beyamini, qual sono grandissimi e feroci. Quivi nascono ottimi falconi laneri e sacri, molto veloci al volare, e ottimamente uccellano. Questa detta provincia di Thebeth è subdita al dominio del gran Can, e similmente tutte le regioni e provincie soprascritte; dopo la quale si truova la provincia di Caindù.

Capitolo 38

Della provincia di Caindù.

Caindù è una provincia verso ponente, qual già si reggeva per il suo re; ma, poi che fu soggiogata dal gran Can, egli vi manda i suoi rettori. E non intendiate per questo dir ponente che le dette contrade siano nelle parti di ponente, ma perché ci partiamo dalle parti che sono tra levante e greco venendo verso ponente, e però descriviamo quelle verso ponente. Le genti di questa provincia adorano gl’idoli, e sono in quella molte città e castella: e la maestra città similmente si chiama Caindù, la qual è edificata nel cominciamento della provincia. E ivi è un gran lago salso nel quale si truova gran moltitudine di perle, le qual sono bianche, ma non rotonde; e ne sono in tanta abbondanza che, se ‘l gran Can lasciasse che ciascun ne pigliasse, veneriano in vil prezio: ma senza sua licenza non si possono pescare. V’è similmente un monte, nel quale si truova la minera delle pietre dette turchese, che non si lasciano cavar senza il voler del detto gran Can.

Quivi gli abitanti di questa provincia hanno un costume vergognoso e vituperoso, che non si reputano a villania se quelli che passano per quella contrada giaciono con le loro mogli, figliuole o sorelle: e per questo, come giungono forestieri, ciascuno cerca di menarsegli a casa, dove giunti consegnano tutte le loro donne in sua balia e si dipartono, lasciando quelli come patroni; e le donne attaccano subito sopra la porta un segnale, né quello muovono se non quando si partono, accioché i loro mariti possino ritornarsene. E questo fanno gli abitanti per onorificenza de’ loro idoli, credendo con questa umanità e benignità usata verso detti forestieri di meritare la grazia de’ loro idoli, e che li concedino abbondanza di tutti i frutti della terra.

La loro moneta è di tal maniera, che fanno verghe d’oro e le pesano, e secondo ch’è il peso della verghetta così vagliono: e questa è la loro moneta maggiore, sopra la quale non v’è alcun segno. E la picciola veramente è di questo modo: hanno alcun’acque salse, con le quali fanno il sale facendole bollire in padelle, e poi ch’hanno bollito per un’ora si congelano a modo di pasta, e si fanno forme di quantità d’un pane di due denari, le quali sono piane dalla parte di sotto e di sopra sono rotonde; e quando sono fatte si pongono sopra pietre cotte ben calde appresso al fuoco, e ivi si seccano e fansi dure, e sopra queste tal monete si pone la bolla del signore. Né le monete di questa sorte si possono far per altri che per quelli del signore, e ottanta di dette monete si danno per un saggio d’oro. Ma i mercanti vanno con queste monete a quelle genti ch’abitano fra i monti ne’ luoghi salvatichi e inusitati, e truovano un saggio d’oro per sessanta, cinquanta e quaranta di quelle monete di sale, secondo che le genti sono in luogo più salvatico e discosto dalle città e gente domestica, perché ogni volta che vogliono non possono vendere il lor oro e altre cose, sì come il muschio e altre cose, perché non hanno a cui venderle: e però fanno buon mercato, perché truovano l’oro ne’ fiumi e laghi, come s’è detto. E vanno questi mercanti per monti e luoghi della provincia di Tebeth sopradetta, dove similmente si spaccia la moneta di sale, e fanno grandissimo guadagno e profitto, perché quelle genti usano di quel sale ne’ cibi, e compransi anco delle cose necessarie. Ma nelle città usano quasi solamente i fragmenti di dette monete ne’ cibi, e spendono le monete intiere.

Hanno molte bestie in quel paese le quali producono il muschio, e di quelle molte ne prendono e traggono muschio in abbondanza. Prendono ancora molti buoni pesci nel lago sopradetto, e vi sono molti leoni, orsi, daini, cervi e caprioli, e uccelli di qualunque maniera in abbondanza. Non hanno vino di vigne, ma fanno vino di frumento e riso, con molte specie mescolate insieme: ed è un’ottima bevanda. In questa provincia nascono ancora molti garofali, e l’arbore che li produce è picciolo, e ha li rami e foglie a modo di lauro, ma alquanto più longhe e strette; produce li fiori bianchi e piccioli come sono i garofali, e quando sono maturi sono negri e foschi. Vi nasce il zenzero e la cannella in abbondanza e molte altre specie, delle quali non è portato quantità alcuna in queste parti.

E partendosi dalla città di Caindù, si va fino a’ confini della provincia circa quindici giornate, trovando casamenti e molti castelli e molti luoghi da caccia e uccellare, e genti ch’osservano i sopradetti costumi e consuetudini. In capo di dette giornate si truova un gran fiume nominato Brius, che disparte la detta provincia, nel quale si truova molta quantità d’oro di paiola, e v’è molta quantità di cannella; e scorre questo fiume fino al mare Oceano.

Or lasciaremo questo fiume, perché altro non v’è da dire in quello, e diremo d’una provincia nominata Caraian.

Capitolo 39

Delle condizioni della gran provincia di Caraian, e di Iaci, città principale.

Dopo che s’è passato il fiume predetto, s’entra nella provincia detta Caraian, così grande e larga che quella è partita in sette regni, ed è verso ponente. Le genti adorano gli idoli e sono sotto il dominio del gran Can: ma suo figliuolo, nominato Centemur, è constituito re di detta provincia, il qual è gran ricco e potente, e mantiene la sua terra con molta giustizia, perché egli è ornato di molta sapienzia e integrità. E partendosi dal sopradetto fiume si cammina verso ponente per cinque giornate, e si truova tutt’abitato e castelli assai. Vivono di bestie e di frutti della terra; quivi si truovano i migliori cavalli che naschino in quelle parti. Hanno linguaggio da per sé, il quale non si può facilmente comprendere.

A capo di cinque giornate si truova la città maestra, capo del regno, nominata Iaci, ch’è grandissima e nobile. Sono in quella molti mercanti e artefici e molte sorti di genti: sonvi idolatri e cristiani, nestorini e saraceni e macometani, ma i principali sono quelli ch’adorano gl’idoli. Ed è la terra fertile in produr riso e frumento; ma quelle genti non mangiano pane di frumento, perché è malsano, ma il riso, del quale ne fanno vino con specie, ch’è chiaro e bianco e molto dilettevole a bere. Spendono per moneta porcellane bianche, le quali si truovano al mare, e ne pongono anco al collo per ornamento: e ottanta porcellane vagliono un saggio d’argento, il qual è di valuta di due grossi veneziani, e otto saggi di buon argento vagliono un saggio d’oro perfetto. Hanno ancora pozzi salsi de’ quali fanno sale, il qual usano tutti gli abitanti: e di questo sale il re ne conseguisce grand’entrata e profitto.

Le genti di questa provincia non reputano esserli fatta ingiuria s’uno tocca la lor moglie carnalmente, pur che sia con volontà di quella. V’è ancora un lago, che circuisce circa cento miglia, nel quale si piglia gran quantità di buoni pesci d’ogni maniera, e sono pesci molto grandi. In questo paese mangiano carni crude di galline, montoni, buoi e buffali, e in questo modo, che le tagliano molto minutamente, e le mettono prima in sale, in un sapore fatto di diverse sorti di lor specie: e questi sono gentiluomini; ma li poveri le mettono così minute in salsa d’aglio, e le mangiano come facciam noi le cotte.

Capitolo 40

Della provincia detta Carazan.

Quando si parte dalla detta città di Iaci, e che s’è camminato dieci giornate per ponente, si truova la provincia di Carazan, sì com’è nominata la maestra città del regno. Adorano gl’idoli, e sono sotto il dominio del gran Can, e suo figliuolo nominato Cogatin tiene la dignità regale. Trovasi in essa oro di paiola ne’ fiumi, e anco oro più grosso che di paiola, e ne’ monti oro di vena; e per la gran quantità che n’hanno, danno per sei saggi d’argento un saggio d’oro. Quivi ancora si spendono le porcellane delle quali s’è detto di sopra, le quali non si truovan in questa provincia, ma sono portate dalle parti d’India.

Nascono in questi paesi grandissimi serpenti, quali sono di longhezza dieci passa e di grossezza spanne dieci. Hanno nella parte dinanzi, appresso il capo, due gambe picciole con tre unghie a modo di leone, e gli occhi maggiori d’un pane da quattro denari, tutti lucenti. La bocca è così grande ch’inghiottirebbe un uomo; i denti grandi e acuti: e per essere tanto spaventevoli, non è uomo né animal alcuno ch’approssimandoseli non tremi tutto. Se ne truovano di minori, cioè di passa otto, di sei e cinque longhi, quali si prendono in questo modo, conciosiaché pel gran caldo stiano di giorno nelle caverne e di notte escono fuori a pascere, e quante bestie, o leoni o lupi o altre che si siano, che possono toccare, tutte le mangiano, e poi si vanno strascinando verso a’ laghi, fonti o fiumi per bere; e mentre che vanno a questo modo per l’arena, per la troppa gravezza del peso loro appaiono i vestigii così grandi come s’una gran trave fosse stata tirata per quell’arena; e i cacciatori, dove veggono il sentiero per il qual sono usati d’andare, ficcano molti pali sotto terra che non appareno, e in quelli mettono alcuni ferri acutissimi ponendoli spessi, e copronli con l’arena che non si veggono: e ne mettono in diversi luoghi, secondo i sentieri dove più veggono andar i serpenti, i quali, andando a’ luoghi soliti, subito si feriscono e muoiono facilmente. E le cornacchie, come li veggono morti, cominciano a stridare, e li cacciatori a’ cridi di quelle conoscono che sono morti e gli vanno a truovare e gli scorticano, cavandoli immediate il fiele, ch’è molto apprezzato ad infinite medicine e fra l’altre al morso de’ cani arrabbiati, dandolo a bere al peso d’un denaro in vino; ed è cosa presentanea a far partorire una donna quando ell’ha i dolori; e a’ carboni e pustule che nascono sopra la persona, postovene un poco, subito li risolve, e a molte altre cose. Vendono ancor le carni di questo serpente molto care, per esser più saporite dell’altre carni, e ognuno le mangia volentieri. Oltre di ciò in detta provincia nascono cavalli grandi, i quali si conducono in India a vendere mentre sono giovani, e a tutti li cavano un osso della coda, accioché non possino menarla in qua e là ma rimanghi pendente, perché li par cosa brutta che ‘l cavallo correndo meni la coda in giro.

Quelle genti cavalcano tenendo le staffe longhe, come appresso di noi i Franceschi, e dicesi longhe perché i Tartari e quasi tutte l’altre genti per il saettare le portano curte, percioché quando saettano si rizzano sopra i cavalli. Hanno arme perfette di cuori di buffali, e hanno lancie, scudi, balestre, e intossicano tutte le loro freccie. E mi fu detto per cosa certa che molte persone, e massime quelli che vogliono far qualche male, portano di continuo il tossico con loro, acciò, se per qualche caso fortuito per qualche mancamento fossero presi, e li volessero poner al tormento, più tosto che patirlo si pongono subito del tossico in bocca e l’inghiottono, acciò prestamente muoiano. Ma li signori, che sanno questa usanza, hanno sempre apparecchiato sterco di cane: li fanno di subito inghiottire per farli vomitar il tossico, e così hanno trovato il rimedio contra la malizia di quei tristi.

Le dette genti, avanti che fossero soggiogate al dominio del gran Can, osservavano una brutta e scelerata consuetudine, che s’alcun uomo nobile e bello, che paresse di grande e bella apparenza e valoroso, veniva ad alloggiare in casa loro, era ammazzato la notte, non per torli i denari, ma acciò che l’anima sua, con la grazia del valor suo e la prosperità del senso, rimanesse in quella casa, e per il stanziar di quell’anima tutte le cose li succedessero con felicità: e ognun si riputava beato d’aver l’anima di qualche nobile, e a questo modo si facevano morire molti uomini. Ma, dopo che il gran Can cominciò a signoreggiare, li levò via quella maledetta consuetudine, di modo che, per le gran punizioni che sono state fatte, più non s’osserva.

Capitolo 41

Della provincia di Cardandan e città di Vociam.

Partendosi dalla città di Carazan, poi che s’è camminato cinque giornate verso ponente, si truova la provincia di Cardandan, la qual è sottoposta al gran Can, e la principal città è detta Vociam. La moneta che quivi spendono è oro a peso, e anco porcellane, e danno un’oncia d’oro per cinque oncie d’argento, e un saggio d’oro per cinque saggi di argento, perché in quella regione non si truova minera alcuna d’argento, ma oro assai, e i mercanti vi portano d’altrove l’argento e ne fanno gran guadagni. Gli uomini e le donne di questa provincia usano di portare li denti coperti d’una sottil lametta d’oro, fatta molto maestrevolmente a similitudine di denti, che li coprono, e vi sta di continuo. Gli uomini si fanno ancora atorno le braccia e le gambe a modo d’una lista overo cinta, con punti neri, designata in questo modo: hanno cinque agucchie tutte legate insieme, e con quelle si pungono talmente la carne che n’esce il sangue, e poi vi mettono sopra una tintura nera, che mai più si può cancellare; e reputano per cosa nobile e bella aver questa tal lista di punti neri. E non attendono ad altro se non a cavalcare e andare alla caccia e uccellare, e a cose che s’appartengono all’armi ed esercizii di guerra, e di tutti gli altri officii appartenenti al governo di casa lasciano la cura alle loro donne. Hanno servi comprati, e anco che hanno presi in guerra, ch’aiutano le loro donne in simil bisogno.

Hanno un’usanza, che subito ch’una donna ha partorito si leva del letto, e lavato il fanciullo e ravolto ne’ panni, il marito si mette a giacere in letto in sua vece e tiene il figliuolo appresso di sé, avendo la cura di quello per quaranta giorni, che non si parte mai. E gli amici e parenti vanno a visitarlo per rallegrarlo e consolarlo, e le donne che sono da parto fanno quel che bisogna per casa, portando da mangiare e bere al marito ch’è nel letto, e dando il latte al fanciullo che gli è appresso. Dette genti mangiano carni crude e cotte, come s’è detto di sopra, e il loro cibo è risi con carne; il loro vino è fatto di risi con molte specie mescolatevi, ed è buono.

In questa provincia non vi sono idoli né tempii, ma adorano il più vecchio di casa, perché dicono: “Siamo usciti di costui, e tutt’il bene che abbiamo procede e viene da lui”. Non hanno lettere né scrittura alcuna, e non è maraviglia alcuna, però che quel paese è molto salvatico, e fra montagne e selve foltissime, e l’aere nella state v’è molto tristo e cattivo; e li forestieri e mercanti non vi possono stare, perché moririano. E s’hanno da far qualche faccenda un con l’altro, e vogliono far le lor obligazioni overo carte di quello che deono dare e avere, il principal piglia un legno quadro e lo sfende per mezo, e segnano sopra quello quanto hanno da fare insieme, e ciascun tiene una delle parti del bastone, come facciamo noi a modo nostro in tessera; e quando è venuto il termine, e il debitor averà pagato, il creditore li restituisce la sua parte del legno: e così restano contenti e sodisfatti.

Né in questa provincia né in Caindù e Vociam e Iaci si truovano medici, ma, come si ammala qualche grand’uomo, le sue genti di casa fanno venir li maghi, ch’adorano gli idoli, alli quali l’infermo narra la sua malattia. Allora detti maghi fanno venir sonatori con diversi instrumenti, e ballano e cantano canzoni in onore e laude de’ loro idoli, e continuano questo tanto ballare, cantare e sonare che ‘l demonio entra in alcun di loro, e allora non si balla più. Li maghi domandano a questo indemoniato per che cagione colui sia ammalato, e ciò che si dee fare per liberarlo. Il demonio risponde, per bocca di colui nel corpo del qual egli è entrato, quell’essere ammalato per aver fatta offensione a tal dio. Allora li maghi pregano quel dio che li perdoni, che guarito che sia li farà sacrificio del proprio sangue: ma se ‘l demonio vede che quell’infermo non possa scampare, dice che l’ha offeso così gravemente che per niun sacrificio si potria placare; ma se giudica che ‘l debbia guarire, dice ch’ei facci sacrificio di tanti montoni ch’abbino i capi neri, e che faccino ragunare tanti maghi con le loro donne, e che per le mani loro sia fatto il sacrificio, e che a questo modo il dio si placherà verso l’infermo. Allora i parenti fanno tutto ciò che gli è stato imposto, ammazzando li montoni e gettando verso il cielo il sangue di quelli, e i maghi con le loro donne maghe fanno gran luminarie e incensano tutta la casa dell’infermo, facendo fumo di legni d’aloe e gettando in aere l’acqua nella qual sono state cotte le carni sacrificate, insieme con parte delle bevande fatte con specie, e ridono, cantano e saltano, in riverenza di quell’idolo overo dio. Dopo questo domandano a quell’indemoniato se per tal sacrificio è satisfatto all’idolo, e s’egli comanda che si faccia altro; e quando risponde essere satisfatto, allora detti maghi e maghe, che di continuo hanno cantato, sentano a tavola e mangiano la carne sacrificata con grand’allegrezza, e bevono di quelle bevande che sono state offerte. Compiuto il desinare e avuto il loro pagamento, ritornano a casa, e se per providenzia d’Iddio guarisce l’infermo, dicono che l’ha guarito quell’idolo al quale è stato fatt’il sacrificio; ma s’ei muore, dicono che ‘l sacrificio è stato defraudato, cioè che quelli che hanno preparate le vivande l’hanno gustate prima che sia stata data la sua parte all’idolo. E queste ceremonie non si fanno per qualunque infermo, ma una o due volte al mese per qualche grand’uomo ricco, la qual cosa ancora s’osserva in tutta la provincia del Cataio e di Mangi e quasi da tutti gl’idolatri, perché non hanno copia di medici: e in questo modo li demonii scherniscono la cecità di quelle misere genti.

Capitolo 42

Come il gran Can soggiogò il regno di Mien e di Bangala.

Prima che procediamo più oltre, narreremo una memorabile battaglia che fu nel sopradetto regno di Vociam. Avvenne che nel 1272 il gran Can mandò un esercito nel regno di Vociam e Carazan, per custodirlo e defenderlo da genti strane che lo volessero offendere, imperoché fino a quel tempo il gran Can ancora non avea mandato alcuno de’ suoi figliuoli al governo de’ suoi reami, come dopo vi mandò, perché sopra questo regno ordinò in re Centemur suo figliuolo. Il re veramente di Mien e Bangala dell’India, ch’era potente di genti, terre e tesoro, udendo che l’esercito de’ Tartari era venuto a Vociam, deliberò di volerlo combattere e scacciare, accioché più il gran Can non ardisse di mandar genti a’ suoi confini. Però preparò un esercito grandissimo e gran moltitudine d’elefanti (perché di continuo ne teneva infiniti ne’ suoi regni), sopra li quali fece far alcune baltresche e castelli di legno, dove stavano uomini a saettare e combattere: e in alcuni ve n’erano da dodici e sedici che commodamente potevano combattere. E oltre di questi messe insieme gran numero di cavalli armati e fanti a piedi, e prese il cammino verso Vociam, dove l’esercito del gran Can s’era fermato, e quivi s’accampò con tutto l’oste per riposarlo alquanti giorni.

Quando Nestardin, ch’era capitano dell’esercito del gran Can, uomo prudente e valoroso, intese la venuta dell’oste del re di Mien e Bangala con tanto numero di genti, temette molto, perché non aveva seco più di dodicimila uomini, ma esercitati e franchi combattitori, e il detto re n’avea sessantamila, e da circa mille elefanti tutti armati, con castelli sopra. Costui, come savio ed esperto, non mostrò paura alcuna, ma discese nel piano di Vociam e si pose alle spalle un bosco folto e forte d’altissimi arbori, con opinione che se gli elefanti venissero con tanta furia che non se li potesse resistere, di ritirarsi nel bosco e saettarli al sicuro. Però, chiamati a sé li principali dell’esercito, li confortò che non volessero esser di minor virtù di quello ch’erano stati per avanti, e che la vittoria non consisteva nella moltitudine ma nella virtù di valorosi ed esperti cavalieri, e che le genti del re di Mien e Bangala erano inesperte e non pratiche della guerra, nella qual non s’aveano trovato, come aveano fatto loro, tante volte: e però non volessero dubitare della moltitudine de’ nemici, ma sperar nella perizia sua esperimentata in tante imprese, che già il nome loro era non solamente a’ nemici, ma a tutto il mondo pauroso e tremendo, promettendoli ferma e indubitata vittoria.

Saputo il re di Mien che l’oste de’ Tartari era disceso al piano, subito si mosse e venne ad accamparsi vicino a quel de’ Tartari un miglio, e messe le sue schiere ad ordine, ponendo nella prima fronte gli elefanti e dopo di dietro i cavalli e i fanti, ma lontani come in due ali, lasciandovi un gran spazio in mezo. E quivi cominciò ad inanimare i suoi, dicendoli che volessero valorosamente combattere, perch’erano certi della vittoria, essendo loro quattro per uno, e avendo tanti elefanti con tanti castelli che li nemici non averiano ardire d’aspettarli, non avendo mai con tal sorte d’animali combattuto. E fatti sonare infiniti strumenti, si mosse con gran vigore con tutto l’oste suo verso quello de’ Tartari, i quali stettero fermi e non si mossero, ma li lasciarono venir vicini al suo alloggiamento; poi immediate uscirono con grand’animo all’incontro. E, non mancando altro che l’azzuffarsi insieme, avvenne che i cavalli de’ Tartari, vedendo gli elefanti così grandi e con que’ castelli, si spaurirono di maniera che cominciavano a voler fuggire e voltarsi adietro, né v’era modo che li potessero ritenere, e il re con tutto l’esercito s’avvicinava ognora più innanti. Onde il prudente capitano, veduto questo disordine sopravenutoli all’improviso, senza perdersi punto prese partito di far immediate smontar tutti dai cavalli, e quelli mettere nel bosco, ligandogli agli arbori. Smontati adunque andorno a piedi alla schiera d’elefanti e cominciorno fortemente a saettarli; e quelli ch’erano sopra li castelli, con tutte le genti del re, ancor loro con grand’animo saettavano li Tartari, ma le loro freccie non impiagavano così gravemente come facevano quelle de’ Tartari, ch’erano da maggior forza tirate. E fu tanta la moltitudine delle saette in questo principio, e tutte al segno degli elefanti (che così fu ordinato dal capitano), che restorno da ogni canto del corpo feriti, e subito cominciorno a fuggire e a voltarsi adietro verso le genti loro proprie, mettendole in disordine. Né vi valeva forza o modo alcuno di quelli che li governavano, che, per il dolore e rabbia delle ferite e per il tuono grande delle voci, erano talmente impauriti che senza ritegno o governo andavano or qua or là vagabondi, e alla fine con gran furia e spavento si cacciorno in una parte del bosco dove non erano li Tartari; e quivi entrando per forza, per la foltezza e grossezza degli arbori, fracassavano con grandissimo strepito e rumore li castelli e baltresche che avevano sopra, con ruina e morte di quelli che v’erano dentro.

Alli Tartari, veduta la fuga di questi animali, crebbe l’animo, e senza dimorar punto a parte a parte con grand’ordine e magisterio andavano montando a cavallo e ritornavano alle loro schiere, dove cominciorno una crudele e orrenda battaglia. Né le genti del re manco valorosamente combattevano, perché egli in persona le andava confortando, dicendoli che stessero saldi e non si sbigottissero per il caso intravenuto agli elefanti. Ma li Tartari, per la perizia del saettare, li caricavano grandemente addosso e offendevano fuor di misura, perché non erano armati come li Tartari. E poi che l’un e l’altro esercito ebbero consumate le saette, posero man alle spade e mazze di ferro, facendo empito un contra l’altro: dove si vedeva in un instante tagliare e troncar piedi, mani, teste, e dare e ricever grandissimi colpi e crudeli, cadendo in terra molti feriti e morti, con tanta uccisione e spargimento di sangue ch’era cosa spaventevole e orribile a vedere; ed era tanto lo strepito e grido grande che le voci andavano sin al cielo.

Il re veramente di Mien, come valoroso capitano, arditamente in ogni parte dove vedeva il pericolo maggiore si metteva, inanimando e pregando che stessero fermi e constanti, e faceva che le schiere di dietro, ch’erano fresche, venissero inanti a soccorrere quelle ch’eran stracche. Ma, vedendo che non era possibile da fermarsi né sostener l’empito de’ Tartari, essendo la maggior parte del suo esercito o ferita o morta, e tutto il campo pieno di sangue e coperto di cavalli e uomini uccisi, e che cominciavano a voltar le spalle, si mise anch’egli a fuggire col resto delle sue genti, le quali, seguitate da’ Tartari, furono per la maggior parte uccise.

Questa battaglia fu molto crudele da una banda e dall’altra, e durò dalla mattina fino a mezogiorno: e li Tartari ebbero la vittoria, e la causa fu perché il re di Bangala e Mien non aveva il suo esercito armato come quello de’ Tartari, e similmente non erano armati gli elefanti che venivano nella prima fila, che averiano potuto sostenere il primo saettamento de’ nimici, e andargli addosso e disordinarli. Ma, quello che più importa, detto re non doveva andar ad assaltar li Tartari in quell’alloggiamento ch’aveva il bosco alle spalle, ma aspettarli in campagna larga, dove non averiano potuto sostener l’empito de’ primi elefanti armati, e poi con le due ale di cavalli e fanti gli averia circondati e messi di mezo.

Raccoltisi i Tartari dopo l’uccisione de’ nemici, andorno verso il bosco nel quale erano gli elefanti per pigliargli, e trovorno che quelle genti ch’erano campate tagliavano arbori e sbarravano le strade per difendersi. Ma i Tartari immediate, rotti i loro ripari, ne uccisero molti e fecero prigioni, col mezo di quelli che sapevano il maneggiar di detti elefanti, e n’ebbero dugento e più. E dal tempo della presente battaglia in qua, il gran Can ha voluto aver di continuo elefanti ne’ suoi eserciti, che prima non ve n’aveva. Questa giornata fu causa che ‘l gran Can acquistò tutte le terre del re di Bangala e Mien, e le sottomise al suo imperio.

Capitolo 43

Di una regione salvatica e della provincia di Mien.

Partendosi dalla detta provincia di Cardandan, si truova una grandissima discesa, per la quale si discende continuamente due giornate e meza e non si truova abitazione né altro, se non una pianura ampla e spaziosa, nella quale tre giorni di ciascuna settimana si raguna molta gente al mercato, perché molti descendono da’ monti di quelle regioni e portan oro per cambiarlo con argento, qual li mercanti da longhi paesi arrecano per questo effetto, e danno un saggio d’oro per cinque d’argento. E non è permesso che gli abitanti portino l’oro fuori del paese, ma vogliono che vi venghino li mercanti con l’argento a pigliarlo, portando le mercanzie che faccino per li loro bisogni, perché niuno potrebbe andar alle loro abitazioni se non quelli della contrada, per essere in luoghi ardui, forti e inaccessibili: e però fanno questi mercati nella detta pianura, la qual passata si truova la città di Mien, andando verso mezodì, ne’ confini dell’India; e si camina quindici giornate per luoghi molto disabitati e per boschi, ne’ quali si truovano molti elefanti, alicorni e altri animali salvatichi, né vi sono uomini né abitazione alcuna.

Capitolo 44

Della città di Mien e d’un bellissimo sepolcro del re di quella.

Dopo le dette quindici giornate, si truova la città di Mien, la qual è grande e nobile e capo del regno, e sottoposta al gran Can; gli abitatori sono idolatri, e hanno lingua propria. Fu in questa città (come si dice) un re molto potente e ricco, qual venendo a morte ordinò che appresso la sua sepoltura vi fossero fabricate due torri a modo di piramidi, una da un capo e l’altra dall’altro, tutte di marmo, alte dieci passa e grosse secondo la convenienzia dell’altezza e di sopra v’era una balla ritonda. Queste torri, una era coperta tutta d’una lama d’oro grossa un dito, che altro non si vedeva che oro, e l’altra d’una lama d’argento della medesima grossezza, e aveano congegnate campanelle d’oro e d’argento atorno la balla, che ogni fiata che soffiava il vento sonavano, che era cosa molto stupenda a vedere; e similmente la sepoltura era coperta parte di lame d’oro e parte d’argento: e questo fece far detto re per onor dell’anima sua, acciò che la memoria sua non perisse.

Or, avendo il gran Can deliberato d’aver quella città, vi mandò un valoroso capitano, e la maggior parte dell’esercito volse ch’andassero giocolari overo buffoni della corte sua, che ne sono di continuo in gran numero. Or, entrati nella città e trovate le due torri tanto ricche e adorne, non le volsero toccare senza saputa del gran Can, qual, inteso che ebbe che erano state fatte per quella memoria dell’anima sua, non permesse che le toccassero né guastassero, per esser questo costume di Tartari, che reputano gran peccato il movere alcuna cosa pertinente a’ morti. Quivi si truovano molti elefanti, buoi salvatichi grandi e belli, cervi e daini, e ogni sorte d’animali in grand’abondanza.

Capitolo 45

Della provincia di Bangala.

La provincia di Bangala è posta ne’ confini dell’India verso mezodì, la qual, al tempo che messer Marco previous hit Polo next hit stava alla corte, il gran Can la sottomesse al suo imperio: e stette l’oste suo gran tempo all’assedio di quella, per esser potente il paese e il re, come di sopra si ha inteso. Ha lingua da per sé; quelle genti adorano gl’idoli, e hanno maestri che tengono scole e insegnano le idolatrie e incanti, e questa dottrina è molto universale a tutti i signori e baroni di quella regione. Hanno buoi di grandezza quasi come elefanti, ma non sono così grossi. Vivono di carne, latte e risi, de’ quali ne hanno abondanza; il paese produce assai bambagio, e fanno molte mercanzie. Quivi nasce molto spigo, galanga, zenzero, zucchero e di molte altre speciarie, e molti Indiani vengono a comprar di quelle, e anco di eunuchi schiavi, che ne hanno in gran quantità, perché quanti in guerra si prendono per quelle genti subito sono castrati, e tutti i signori e baroni ne vogliono di continuo aver alla custodia delle lor donne: e perciò i mercanti gli vengono a comprar, per portarli a vendere in diverse regioni con grandissimo guadagno. Dura questa provincia trenta giornate, in capo delle quali, andando verso levante, si truova una provincia detta Cangigù.

Capitolo 46

Della provincia di Cangigù.

Cangigù è una provincia verso levante, la qual ha un re, e quelle genti adorano gl’idoli e hanno lingua da sé, e si diedero al gran Can e ogn’anno li danno tributo. Il re di questa provincia è molto lussurioso, e ha forse trecento mogli, e ove sa che vi sia qualche bella donna, subito la fa venire e la piglia per moglie. Si truova oro in grandissima quantità e anco molte sorti di specie, ma per esser fra terra e molto discosto dal mare v’è poca vendita di quelle; sonvi molti elefanti e altre sorti di bestie. Vivono di carne, risi e latte; non hanno vino d’uve, ma lo fanno di riso con molte specie mescolate. Quelle genti, così uomini come donne, hanno tutto il corpo dipinto di diverse sorti d’animali e uccelli, perché vi sono maestri che non fanno altr’arte se non con un’agucchia di designarle, o sopra il volto, mani, gambe e ventre, e vi mettono color negro, che mai per acqua over altro può levarsi via: e quella femina overo uomo che n’ha più di dette figure è riputato più bello.

Capitolo 47

Della provincia di Amù.

Amù è una provincia verso levante, la qual è sotto il gran Can, le cui genti adorano gli idoli, e vivono di bestie e frutti della terra. Hanno lingua da per sé, e vi sono molti cavalli e buoni, che vendono a’ mercanti e li conducono in India; hanno buffoli e buoi in gran quantità, per esservi grandissimi e buoni pascoli. Gli uomini e le donne portano alle mani e alle braccia manigli d’oro e d’argento, e similmente intorno alle gambe, ma quelli che portano le donne sono di maggior valuta. E sappiate che da questa provincia di Amù fino a quella di Cangigù vi sono venticinque giornate.

Or diremo d’un’altra provincia detta Tholoman, la qual è discosto da queste ben otto giornate.

Capitolo 48

Di Tholoman.

Tholoman è una provincia verso levante, le cui genti adorano gl’idoli. Hanno linguaggio da per sé; sono sottoposti al gran Can. Questi abitanti sono belli e grandi, e più presto bruni che bianchi. Sono uomini giusti e valenti nell’arme, e molte città e castella sono in questa provincia sopra grandi e alti monti. Abbruciano i corpi de’ loro morti, e l’ossa che non s’abbruciano mettono in cassette di legname e le portan alle montagne, e le mettono in alcune caverne e dirupi, acciò ch’animal alcuno non le possa andar a toccare. Quivi si truova oro in grand’abondanza, e si spendono porcellane che vengono d’India per moneta picciola, e così spendono le due provincie sopradette di Cangigù e Amù. Vivono di carne e risi e bevono vino di risi, com’è detto di sopra.

Capitolo 49

Delle città di Cintigui, Sidinfu, Gingui, Pazanfu.

Partendosi della provincia di Tholoman e andando verso levante, si camina dodici giornate sopra un fiume, atorno il quale vi sono molte città e castella, le qual finite si truova la bella e gran città di Cintigui, le cui genti adorano gl’idoli e sono sotto il dominio del gran Can. Vivono di mercanzie e arti; fanno drappi di scorzi d’alcune sorti d’arbori, che sono molto belli, e gli vestono nel tempo dell’estate, così uomini come donne. Gli uomini sono valenti nell’armi; non hanno altra sorte di moneta se non quella di carta della stampa del gran Can.

In questa provincia v’è tanta quantità di leoni che niun ardisce dormir la notte fuor della città per timor de’ detti leoni, e quelli che navigano pel fiume non si metteriano a dormire con loro navilii appresso le ripe, perché si sono trovati i leoni gettarsi all’acqua e nuotar alli navilii e tirar per forza fuori gli uomini; ma sorgeno nel mezo del fiume, ch’è molto largo, e così sono sicuri. Si ritruovan ancora in detta provincia i maggiori e più feroci cani che si possano dire, e sono di tant’animo e possanza che un uomo con due cani ammazza un leone, perché andando per camino con due de’ detti cani, con l’arco e le saette, va sicuramente, e, se si truova il leone, li cani arditi gli vanno addosso, essendo incitati dall’uomo. E la natura del leone è di cercare qualch’arbore per appoggio, acciò che i cani non li possan andar da dietro, ma che tutti due li stiano in faccia; e però, veduti i cani e conoscendoli, se ne va passo passo né per alcun modo correria, per non voler parere ch’egli abbia paura, tanta è la sua superbia e altezza d’animo. E in questo andar di passo i cani lo vanno mordendo e l’uomo saettando, e ancor che ‘l leone, sentendosi mordere da’ cani, si volti verso loro, sono però tanto presti che sanno ritrarsi, e il leone torna alla via sua passeggiando, per modo che, avanti ch’egli abbia trovato appoggio, con le saette è tanto ferito e morsicato e sparto il sangue che indebolito cade: e a questo modo con i cani prendono il leone.

Fanno molta seta, della quale, portandosene fuor del paese, si fa di gran mercanzie, per via di questo fiume, qual si naviga per dodici giornate, sempre trovando città e castella. Adorano gl’idoli e sono sotto il dominio del gran Can; la sua moneta è di carta, e il loro vivere e mantenersi consiste in mercanzie; sono valenti nell’arme.

E in capo delle dodici giornate si truova la città di Sidinfu, della quale abbiamo trattato di sopra, e da Sidinfu per venti giornate si truova Gingui, e da Gingui per altre quattro giornate si truova la città di Pazanfu, la qual è verso mezodì, ed è della provincia del Cataio, ritornando per l’altra parte della provincia, le cui genti adorano gl’idoli e fanno abbruciare i corpi quando muoiono. Vi sono ancor certi cristiani, che hanno una chiesa, e sono sotto il dominio del gran Can, e spendono le monete di carta. Vivono di mercanzie e arti, e hanno seta in abondanza, e fanno panni d’oro e di seta e veli sottilissimi. Ha questa città molte città e castella sotto di sé; per quella passa un gran fiume, per il quale si porta gran mercanzie alla città di Cambalù, perché con molti alvei e fosse lo fanno scorrere fino alla detta città.

Ma al presente partiremo di qui, e per tre giornate procedendo trattaremo d’una città detta Cianglù.

Capitolo 50

Della città di Cianglù.

Cianglù è una gran città verso mezodì, della provincia del Cataio, subdita al gran Can, le cui genti adorano gl’idoli e fanno abbruciare i corpi morti; spendono le monete di carta del gran Can. In questa città e distretto fanno grandissima quantità di sale, in questo modo: hanno una sorte di terra salmastra, della quale ne fanno gran monti e gettanli sopra dell’acqua, la quale, ricevuta la salsedine per virtù della terra, discorre di sotto, e raccolgonla per condotti, e dopo la mettono in padelle spaziose e larghe, non alte più di quattro dita, facendola bollire molto bene; e poi ch’ell’ha bollito quanto li pare, congela in sale, ed è bello e bianco, e si porta fuori in molti paesi, e quelle genti ne fanno gran guadagno, e il gran Can ne riceve grand’entrata e utilità. Nascono in questa contrata persiche molto buone e saporite, e di tanta grandezza che pesano due libre l’una alla sottile.

Or, lasciando questa città, diremo d’un’altra detta Ciangli.

Capitolo 51

Della città di Ciangli.

Ciangli è una città nel Cataio verso mezodì, subdita al gran Can: sono idolatri e hanno la moneta di carta; ed è discosta da Cianglù per cinque giornate, nel camino delle quali si truovano molte città e castella soggette al gran Can, e sono molto mercantesche, delle quali il gran Can ne conseguisce grand’entrata. Passa per mezo della città di Ciangli un largo e profondo fiume, per il quale portano molte mercanzie di seta, specie e molte altre cose di grande valuta.

Or lasciaremo Ciangli, e narraremo d’un’altra città detta Tudinfu.

Capitolo 52

Della città di Tudinfu.

Quanto si parte da Ciangli, caminando verso mezodì sei giornate, di continuo si truovano città e castella di gran valore e nobiltà; e le genti adorano gl’idoli, abbruciano i loro corpi, sono soggetti al gran Can, e le loro monete sono di carta; vivono di mercanzie e arti e hanno abondanza di vettovaglie. E in capo di dette sei giornate si truova una città, qual fu già un regno nobile e grande, detto Tudinfu: ma il gran Can la soggiogò al suo dominio per forza d’armi. Ed è molto dilettevole per li giardini che vi sono intorno, che producono belli e buoni frutti. Fanno seta in grand’abondanza.

Ha sotto la sua iurisdizione undici città imperiali, cioè nobili e grandi, per esser città di gran traffichi di mercanzie e di gran copia di seta, e soleva avere re, avanti ch’ella fosse sottoposta al gran Can, qual nel 1272 mandò al governo della città e a guardia del paese un suo barone nominato Lucansor, capitano d’ottantamila cavalli. Costui, vedendosi con tanta gente e in così ricco e abondante paese, insuperbito, deliberò di ribellarsi al suo signore, e parlato ch’ebbe con li primi della detta città, li persuase ad assentire a questo suo mal volere, e col mezzo di detti fece ribellare tutti i popoli delle città e castella sottoposte a quella provincia. Il gran Can, inteso che ebbe questo tradimento, mandò subito due suoi baroni, de’ quali un era chiamato Angul, l’altro Mongatai, con centomila persone. Lucansor, inteso ch’ebbe questo esercito che gli veniva contra, si sforzò di ragunare non minor numero delle genti de’ sopradetti, e quanto più presto fu possibile venne alle mani con loro. E con grande uccisione dell’una parte e l’altra, fu finalmente morto Lucansor, la qual cosa veduta dall’oste suo, si misero a fuggire. E seguitandoli i Tartari, molti ne furono morti e molti presi, quali menati alla presenza del gran Can, tutti i principali fece morire; a li altri perdonò e tolsegli alli servizii suoi, e sempre li furono fedeli.

Capitolo 53

Della città di Singuimatu.

Da Tudinfu caminando sette giornate verso mezodì, si trovan sempre città e castelli nobili e grandi, di molte mercanzie e arti; sono idolatri e sottoposti al gran Can, e hanno diverse cacciagioni di bestie e uccelli e abondanza di tutte le cose. E in capo di sette giornate si trova la città di Singuimatu, dentro della quale, dalla banda di mezodì, passa un fiume grande e profondo, qual dagli abitanti è stato diviso in due parti, una delle quali, che scorre alla volta di levante, tende verso il Cataio, e l’altra, che va verso ponente, alla provincia di Mangi. In questo fiume vi navigano tanto numero di navilii ch’è quasi incredibile, e si portano da queste due provincie, cioè dall’un’all’altra, tutte le cose necessarie, onde è cosa maravigliosa a vedere la moltitudine di navilii e la grandezza di quelli, che continuamente navigano carichi di tutte le mercanzie di grandissima valuta.

Or partendosi da Singuimatu e andando verso mezodì sedici giornate, continuamente si truovano città e castella, nelle qual vi sono gran mercanti: e tutte le genti di queste contrade sono idolatri, sottoposti al gran Can.

Capitolo 54

Del gran fiume detto Caramoran, e delle città di Coiganzu e Quanzu.

Compiute le dette sedici giornate, si truova di nuovo il gran fiume Caramoran, che discorre dalle terre del re Umcan, nominato di sopra il Prete Gianni di tramontana, qual è molto profondo che vi può andare liberamente navi grandi, con tutti i suoi carichi. Si pigliano in quello molti pesci grandi e in gran copia. In questo fiume, appresso il mare Oceano una giornata, si truovano da quindicimila navilii, che portano ciascuno di loro quindici cavalli e venti uomini, oltre la vettovaglia e li marinari che li governano: e questi tiene il gran Can, accioché li siano apparecchiati per portar un esercito ad alcuna delle isole che sono nel mare Oceano quando si ribellassero, overo in qualche region remota e lontana. E dove detti navilii si servan, appresso la ripa del fiume, v’è una città detta Coiganzu, e dall’altra banda a riscontro di questa ve n’è un’altra detta Quanzu: ma una è grande e l’altra picciola. Passato detto fiume s’entra nella nobilissima provincia di Mangi.

E non crediate che abbiamo trattato per ordine di tutta la provincia del Cataio, anzi non ho detto la ventesima parte, però che messer Marco, passando per la detta provincia, non ha descritto se non quelle città che ha trovato sopra il camino, lasciando quelle che sono per i lati e per il mezo, perché saria stato cosa troppo longa e rincrescevole. Però, lasciando il dire di questo, comincieremo a trattare prima dell’acquisto fatto della provincia di Mangi e sue città, la cui magnificenza e ricchezza mostrerassi nel seguente parlare.

Capitolo 55

Della nobilissima provincia di Mangi, e come il gran Can la soggiogò.

La provincia di Mangi è la più nobile e più ricca che si truova in tutt’il Levante. E nel 1269 v’era un signore detto Fanfur, il più ricco e più potente principe che si sapesse essere stato già centenara d’anni, ma era signor pacifico e uomo che faceva grandi elemosine, né credeva che signor del mondo li potesse nuocere, per l’amore che li portavano i popoli e per la fortezza del paese, circondato da grandissimi fiumi: dal che processe che ‘l detto non s’esercitò nelle armi, né manco volse che li suoi popoli vi s’esercitassero. Le città del suo regno erano fortissime, perché ciascuna avea intorno una fossa profonda e larga quanto poteva tirare un arco, piena d’acqua, né teneva cavalli a suo soldo, non avendo paura di alcuno. Né ad altro era rivolto l’animo del re e tutti i suoi pensieri, se non a darsi buon tempo e star di continuo in piaceri: avea nella sua corte e a’ suoi servizii circa mille bellissime giovani, con le quali si vivea in grandissime delizie. Amava la pace e manteneva la giustizia severamente, e non voleva che ad alcuno fosse fatto un minimo torto, né che alcuno offendesse il prossimo, perché il re li faceva punire senz’alcun riguardo. Ed era tanta la fama della sua giustizia, che alcune fiate le persone si domenticavano le loro botteghe aperte piene di mercanzie, e nondimeno non v’era alcuno che ardisse d’intrarli dentro o levarli alcuna cosa. Tutti i viandanti di giorno e di notte potevano andare liberi e sicuramente per tutto il regno, senza paura d’alcuno. Era pietoso e misericordioso verso poveri e bisognosi: ogni anno faceva raccogliere ventimila bambini che dalle madri povere erano esposti, per non poterli far le spese, e questi fanciulli faceva allevare, e come erano grandi li faceva mettere a far qualche arte, overo li maritava con le fanciulle che similmente avea fatto allevare.

Or Cublai Can signor de’ Tartari di contraria natura era del re Fanfur, perché di niuna altra cosa si dilettava che di guerre e conquistar paesi e farsi gran signore. Costui, dopo grandissimi conquisti di molte provincie e regni, deliberò di conquistar la provincia di Mangi e, messo insieme gran sforzo di genti da cavallo e da piedi, sì che era un potente esercito, vi fece capitano uno nominato Chinsambaian, che vuol dire in lingua nostra Cento Occhi e quello con le genti mandò con molte navi nella provincia di Mangi. Dove giunto, fece richiedere gli abitatori della città di Coiganzu che volessero dare obedienza al suo re, la qual cosa recusorno di fare; poi, senza far assalto alcuno, processe alla seconda città, la qual similmente denegò d’arrendersi, e partitosi andò alla terza, alla quarta, e da tutte ebbe la medesima risposta. E non volendo lasciarsi adietro tante città, ancor ch’egli avesse un fortissimo esercito, e che il gran Can li mandasse un altro per terra di non minor numero e fortezza, deliberò d’espugnarne una, e quivi con tutt’il suo potere e sapere la prese, facendo uccidere quanti in quella si trovorno: la qual cosa udita da tutte l’altre fu di tanto spavento e terrore che spontaneamente tutte vennero alla obedienza sua. E dopo se n’andò con tutti due gli eserciti che avea sotto la real città di Quinsai, nella qual trovandosi il re Fanfur tutto spauroso e tremante, come quello che mai non avea veduto combattere né stato in guerra alcuna, dubitando della sua persona, montò sopra le navi che erano state preparate per questo effetto, con tutto il suo tesoro e robbe sue, lasciando la guardia della città alla moglie, con ordine che si difendesse al meglio che potesse, perché, essendo femina, non avea da dubitare che, capitando nelle mani de’ nemici, la facessero morire; e partito andossene per il mare Oceano ad alcune sue isole dove erano luoghi fortissimi, e quivi finì la sua vita.

Or, lasciata la moglie in questo modo, si dice che ‘l re Fanfur era stato admonito da’ suoi astrologhi che non li poteva esser tolta la signoria, salvo da un capitano che avesse cento occhi: la qual cosa sapendo la regina, essendo ogni giorno più stretta la città, stava pur con speranza di non poterla perdere, parendoli impossibile che un uomo avesse cento occhi. E un giorno, volendo sapere come avea nome il capitano nemico, le fu detto Chinsambaian, cioè Cent’Occhi: il qual nome la impaurì e mise gran terrore, pensando costui dover esser quello che gli astrologhi aveano detto al re che ‘l cacciaria di signoria; però, come femina piena di paura, senza pensarvi più sopra si rese. Avuta la città di Quinsai da’ Tartari, subito tutto il resto della provincia venne in suo potere, e fu mandata la regina alla presenza di Cublai Can, e da quello fu ricevuta onorevolmente, qual li fece dar di continuo tanti denari che si mantenne di continuo come regina.

Or che abbiam detto del conquistar della provincia di Mangi, diremo delle città che sono in quella, e prima di Coiganzu.

Capitolo 56

Della città di Coiganzu.

Coiganzu è una città molto bella e ricca, posta verso scirocco e levante nell’entrare nella provincia di Mangi, dove si truovano di continuo grandissime quantità di navilii, per essere (come di sopra abbiamo detto) sopra il fiume Caramoran. Portansi a questa città molte mercanzie, le quali mandano per detto fiume a diverse altre città. Fassi quivi tanta quantità di sale che, oltre l’uso suo, ne mandano a molte altre città: del qual sale il gran Can ne conseguisce grande utilità.

Capitolo 57

Della città di Paughin.

Or, partendosi da Coiganzu, si camina verso scirocco una giornata per un terraglio che è nell’entrar di Mangi, fatto di belle pietre, e appresso questo terraglio da un lato e dall’altro vi sono paludi grandissime con acqua profonda, per la quale si può navigare: né per altra strada si può entrare in detta provincia se non per questo terraglio, salvo se non vi s’entrasse con navi, come fece il capitano del gran Can, che vi smontò con tutto l’esercito. In capo di detta giornata si truova una città detta Paughin, grande e bella. Le genti adorano gl’idoli, e abbruciano i corpi morti; hanno moneta di carta e sono sotto il gran Can. Vivono di mercanzie e arti: hanno seta assai e fanno panno d’oro e di seta in quantità, ed è abondante di tutte le cose da vivere.

Capitolo 58

Della città di Caim.

Quando si parte dalla città di Paughin si va una giornata per scirocco, e trovasi una città detta Caim, grande e nobile. Le genti adorano gl’idoli, spendono moneta di carta e sono sott’il gran Can. Vivono di mercanzie e d’arti, e hanno abondanza di pesci e cacciagioni di animali salvatichi e d’uccelli, e li fagiani vi sono in tanta copia che, per tanto argento quanto è un grosso veneziano, si ha tre buoni fagiani, i quali sono grossi come pavoni.

Capitolo 59

Della città di Tingui e Cingui.

Partendosi dalla detta città e cavalcando per una giornata, sempre si truova casali e terre lavorate, e dopo una città detta Tingui, la quale non è molto grande, ma abondante di tutti i beni necessarii al vivere umano. Sono idolatri e sottoposti al gran Can, e spendono moneta di carta; sono mercanti, e hanno gran copia di navilii, animali assai e uccelli. La qual città tende verso scirocco, e dalla sinistra parte verso levante, per tre giornate alla longa, si truova il mare Oceano: e in tutto quel spazio vi sono molte saline, e fassi gran copia di sale. Poi si truova una gran città detta Cingui, la qual è nobile e grande, e di questa città si cava grandissima quantità di sale, e fornisce tutte le provincie vicine, e il gran Can ne cava grandissima utilità e tributo, che a pena si potria credere. Adorano gl’idoli e hanno moneta di carta, e sono sotto il dominio del gran Can.

Capitolo 60

Della città di Iangui, che governò messer Marco previous hit Polo next hit.

Caminando per scirocco da Cingui si truova la nobil città di Iangui, la qual è nobile e ha sotto di sé ventisette città, e per questo è potentissima, ed è sottoposta al gran Can. E in questa città fa residenzia uno de’ dodici baroni avanti nominati, che sono governatori delle provincie, eletti per il gran Can. Sono idolatri, e vivono di mercanzie e d’arti: fannosi quivi molte armi e arnesi da battaglia, però che per quelle contrade v’abitano genti d’arme assai. E messer Marco previous hit Polo next hit, di commissione del gran Can, n’ebbe il governo tre anni continui, in luogo d’un de’ detti baroni.

Capitolo 61

Della provincia di Nanghin.

Nanghin è una provincia verso ponente, ed è di quelle di Mangi, molto nobile e grande. Sono idolatri e spendono moneta di carta, ed è luogo di gran mercanzie. Hanno seta, e lavorano panni d’oro e di seta in gran quantità e di molte maniere; abondantissima di tutte le biade e d’animali così domestici come salvatici e d’uccelli; sono ricchi mercanti, e per questo è utilissima provincia al signore, massime per le gabelle delle mercanzie.

Or trattaremo della nobil città di Saianfu.

Capitolo 62

Della città di Saianfu, che fu espugnata per messer Nicolò e messer Maffio previous hit Polo next hit.

Saianfu è una nobile e gran città nella provincia di Mangi, alla cui iurisdizione rispondono dodici città ricche e grandi. Ivi si fanno molte mercanzie e arti, e abbruciano i loro corpi; spendono moneta di carta, e sono idolatri, sotto l’imperio del gran Can. E hanno gran quantità di seta, e fassene de’ bellissimi panni, e similmente d’oro; hanno belle caccie, e da uccellare in gran copia. Ed è dotata di tutte le cose che s’appartengano ad una nobil città, la qual per la sua potenza si tenne anni tre che non si volse rendere al gran Can, dopo ch’egli ebbe acquistata la provincia di Mangi. E la causa era questa, che non si poteva approssimar l’esercito alla città se non dalla banda di tramontana, perché dall’altre parte vi erano laghi grandissimi, d’onde si portavano alla città vettovaglie di continuo, né si poteva vietar: la qual cosa essendo riferita al gran Can, ne pigliava un estremo dispiacere, che tutta la provincia di Mangi fosse venuta alla sua obedienza e che questa sola stesse in questa ostinazione.

Il che venuto ad orecchie di messer Nicolò e di messer Maffio fratelli, che si truovavano in corte del gran Can, andorno subito a quello e si profersero di far fare mangani al modo di Ponente, con li quali gettariano pietre di trecento libre che ammazzariano gli uomini e ruinariano le case. Questo ricordo piacque al gran Can ed ebbelo molto caro, e subito ordinò che li fossero dati fabri eccellenti e maestri di legnami, de’ quali n’erano alcuni cristiani nestorini, che sapevano benissimo lavorare. Costoro in pochi giorni fabricorno tre mangani, secondo che li detti fratelli gli ordinavano, quali furno provati in presenza del gran Can e di tutta la corte, che li viddero tirare pietre di trecento libre di peso l’una. E subito, posti in nave, furno mandati all’esercito, dove, drizzati dinanzi la città di Saianfu, la prima pietra che tirò il mangano cadde con tanto fracasso sopra una casa che gran parte di quella si ruppe e cadette a terra: la qual cosa impaurì talmente tutti gli abitatori, che pareva che le saette venissero dal cielo, che deliberorno di rendersi, e così, mandati ambasciatori, si dettono con li medesimi patti e condizioni con le quali s’era resa tutta la provincia di Mangi. Questa espedizione fatta così presta crebbe la reputazione e credito a questi due fratelli veneziani appresso il gran Can e tutta la corte.

Capitolo 63

Della città di Singui, e del grandissimo fiume detto Quian.

Quando si parte dalla città di Saianfu e si va oltre quindici miglia verso sirocco, si truova la città di Singui, la quale non è molto grande, ma molto buona per le mercanzie. Ha grandissima quantità di navi, per esser fabricata appresso il maggior fiume che sia in tutto il mondo, nominato Quian, qual è di larghezza in alcuni luoghi dieci miglia, in altri otto e sei, e per longhezza, fino dove mette capo nel mare Oceano, sono da cento e più giornate. In detto fiume entrano infiniti altri fiumi che discorrono d’altre regioni, tutti navigabili, che ‘l fa esser così grosso, e sopra quello infinite città e castella: e vi sono oltra dugento città e provincie sedici che participano sopra di quello, per il quale corrono tante mercanzie d’ogni sorte che è quasi incredibile a chi non l’avesse vedute. Ma, avendo sì longo corso, dove riceve (come abbiamo detto) tanto numero di fiumi navigabili, non è maraviglia se la mercanzia che per quello corre da ogni banda di tante città è innumerabile e di gran ricchezza, e la maggior che sia è il sale, qual navigandosi per quello e per gli altri fiumi, forniscono le città che vi sono sopra e quelle che sono fra terra. Messer Marco vidde una volta che fu a questa città di Singui da cinquemila navi, e nondimeno le altre città che sono appresso detto fiume ne hanno in maggior numero. Tutte dette navi sono coperte, e hanno un arbore con una vela, e il cargo che porta la nave per la maggior parte è di quattromila cantari, e fino a dodici che alcune ne portano, intendendo il cantaro al modo di Venezia. Non usano corde di canevo se non per l’arbore della nave, per la vela, ma hanno canne longhe da quindici passa, come abbiamo detto di sopra, le quali sfendono da un capo all’altro in molti pezzi sottili, e poi le piegano insieme e fanno di quelle tortizze longhe trecento passa, non meno forti che le tortizze di canevo, tanto sono con gran diligenza fatte. Con queste in luogo d’alzana si tirano su per il fiume le navi, e ciascuna ha dieci o dodici cavalli per far questo effetto di tirarle all’incontro dell’acqua, e anco a seconda. Sono sopra questo fiume, in molti luoghi, colline e monticelli sassosi, sopra i quali sono edificati monasterii d’idoli e altre stanzie, e di continuo si truovano villaggi e luoghi abitati.

Capitolo 64

Della città di Cayngui.

Cayngui è una città picciola appresso il sopradetto fiume verso la parte di scirocco, dove ogn’anno si raccoglie grandissima quantità di biade e risi, e portasi la maggior parte alla città di Cambalù per fornir la corte del gran Can, percioché passano da questa città alla provincia del Cataio per fiumi e per lagune, e per una fossa profonda e larga, che il gran Can ha fatto fare accioché le navi abbino il transito da un fiume all’altro, e che dalla provincia di Mangi si possa andar per acqua fino in Cambalù senza andar per mare: la qual opera è stata mirabile e bella per il sito e longhezza di quella, ma molto più per la grande utilità che ricevono dette città. Vi ha fatto similmente far appresso dette acque terragli grandi e larghi, accioché vi si possa andar anco per terra commodatamente. Nel mezo del detto fiume, per mezo la città di Cayngui, v’è un’isola tutta di roca, sopra la quale è edificato un gran tempio e monasterio, dove sono dugento a modo di monachi che servono agl’idoli: e questo è il capo e principale di molti altri tempii e monasterii.

Or parleremo della città di Cianghianfu.

Capitolo 65

Della città di Cianghianfu.

Cianghianfu è una città nella provincia di Mangi, e li popoli sono tutti idolatri e sottoposti alla signoria del gran Can. Spendono moneta di carta, e vivono di mercanzie e arti, e sono molto ricchi. Lavorano panni d’oro e di seta; ed è paese dilettevole da cacciare ogni sorte di salvaticine e uccelli, ed è abondante di vettovaglie. Sono in questa città due chiese di cristiani nestorini, le quali furono fabricate nel 1274, quando il gran Can mandò per governatore di questa città per tre anni Marsachis, ch’era cristiano nestorino: e costui fu quello che le fece edificare, e da quel tempo in qua vi sono, che per avanti non v’erano.

Or, lasciando questa città, diremo della città di Tinguigui.

Capitolo 66

Della città di Tinguigui.

Partendosi da Cianghianfu e cavalcando per scirocco tre giornate, si truovano città assai e castella, e tutti sono idolatri, e vivono di arti e anco mercanzie; sono sotto il gran Can, e spendono moneta di carta. In capo di dette tre giornate si truova la città di Tinguigui, ch’è bella e grande, e produce quantità di seta, e fanno panni d’oro e di seta di più maniere e molto belli, ed è molto abondante di vettovaglie, ed è paese molto dilettevole di caccie e d’uccellare. Gli abitanti sono pessima gente e di mala natura. Nel tempo che Chinsanbaiam, cioè Cento Occhi, soggiogò il paese del Mangi, mandò all’acquisto di questa città di Tinguigui alcuni cristiani alani con parte della sua gente, quali, appresentatisi, senza contrasto entrorno dentro. Avea la città due circuiti di mura, e gli Alani, entrati nel primo, vi trovorno grandissima quantità di vini; e avendo patito grande incommodità e disagio, disiderosi di cavarsi la sete, senz’alcun rispetto si misero a bere, di tal maniera che inebriati s’addormentorno. I cittadini, ch’erano nel secondo circuito, veduti tutti i nemici addormentati e distesi in terra, si misero ad ucciderli, di modo che niuno vi campò. Inteso Chinsambaian la morte delle sue genti, acceso di grandissima ira e sdegno, di nuovo mandò esercito all’espugnazione della città, la qual presa, fece ugualmente andar per fil di spada tutti gli abitanti, grandi e piccioli, così uomini come femine.

Capitolo 67

Della città di Singui e Vagiu.

Singui è una grande e nobile città, la qual gira d’intorno da venti miglia. Sono tutti idolatri e sottoposti al gran Can; spendono moneta di carta, e hanno gran quantità di seta e ne fanno panni, perché tutti vanno vestiti di seta, e anco ne vendono. Vi sono mercanti ricchissimi, e tanta moltitudine di gente che è cosa mirabile. Sono uomini pusillanimi, e non sanno far altro che mercanzie e arti, ma in quelle dimostrano grande ingegno, conciosiacosaché, se fossero audaci e virili e atti alle battaglie, con la gran moltitudine che sono conquistarebbono tutta quella provincia e molto più oltre. Hanno molti medici, e quelli eccellenti, che sanno conoscere le infirmità e darli i debiti rimedii, e alcuni che chiamano savii, come appresso di noi filosofi, e altri detti maghi e indovini. Sopra li monti vicini a questa città vi nasce il reobarbaro in somma perfezione, che va per tutta la provincia; vi nasce anco in quantità il gengevo, e v’è tanto buon mercato che quaranta libre di fresco si può aver per tanta moneta che vagli un grosso d’argento veneziano. Sono sotto la giurisdizione di Singui da sedici buone città, e ricche di gran mercanzie e arti. E Singui vuol dire città di terra, come all’incontro Quinsai città del cielo.

Or, partendosi da Singui, si truova un’altra città di Vagiu, lontana una giornata, dove è similmente abondanza di seta, e vi sono molti mercanti e artefici: e quivi lavorano tele sottilissime e di diverse sorti, e vengono condotte per tutta la provincia. Né altro essendovi degno di memoria, trattaremo della maestra e principale città della provincia di Mangi, nominata Quinsai.

Capitolo 68

Della nobile e magnifica città di Quinsai.

Partendosi da Vagiu, si cavalca tre giornate, di continuo trovando città, castelli e villaggi, tutti abitati e ricchi. Le genti sono idolatre e sotto la signoria del gran Can. Dopo tre giornate si truova la nobile e magnifica città di Quinsai, che per l’eccellenza, nobiltà e bellezza è stata chiamata con questo nome, che vuol dire città del cielo, perché al mondo non vi è una simile, né dove si truovino tanti piaceri, e che l’uomo si reputi essere in paradiso. In questa città messer Marco previous hit Polo next hit vi fu assai volte e volse con gran diligenzia considerare e intender tutte le condizion di quella, descrivendola sopra i suoi memoriali, come qui di sotto si dirà con brevità.

Questa città, per commune opinione, ha di circuito cento miglia, perché le strade e canali di quella sono molto larghi e ampli; poi vi sono piazze dove fanno mercato, che per la grandissima moltitudine che vi concorre è necessario che siano grandissime e amplissime. Ed è situata in questo modo, che ha da una banda un lago di acqua dolce, qual è chiarissimo, e dall’altra v’è un fiume grossissimo, qual, entrando per molti canali grandi e piccioli che discorrono in ciascuna parte della città, e leva via tutte le immondizie e poi entra in detto lago e da quello scorre fino all’oceano, il che causa bonissimo aere: e per tutta la città si può andar per terra e per questi rivi. E le strade e canali sono larghi e grandi, che commodamente vi possono passar barche e carri a portar le cose necessarie agli abitanti. Ed è fama che vi siano dodicimila ponti, fra grandi e piccioli: ma quelli che sono fatti sopra i canali maestri e la strada principale sono stati voltati tanto alti e con tanto magisterio che una nave vi può passare di sotto senz’albero; e nondimeno vi passano sopra carrette e cavalli, talmente sono accommodate piane le strade con l’altezza. E se non vi fossero in tanto numero non si potria andar da un luogo all’altro.

Dall’altro canto della città v’è una fossa, longa forse quaranta miglia, che la serra da quella banda, ed è molto larga e piena d’acqua, che viene dal detto fiume; la qual fu fatta far per quelli re antichi di quella provincia, per poter derivar il fiume in quella ogni fiata che ‘l cresce sopra le rive, e serve anco per fortezza della città; e la terra cavata fu posta dentro, che fa la similitudine di picciol colle che la circonda. Ivi sono dieci piazze principali, oltre infinite altre per le contrade, che sono quadre, cioè mezo miglio per lato. E dalla parte davanti di quelle v’è una strada principale, larga quaranta passa, che corre dritta da un capo all’altro della città, con molti ponti che la traversano, piani e commodi; e ogni quattro miglia si truova una di queste tal piazze, che hanno di circuito (com’è detto) due miglia. V’è similmente un canale larghissimo, che corre all’incontro di detta strada dalla parte di dietro delle dette piazze, sopra la riva vicina del quale vi sono fabricate case grandi di pietra, dove ripongono tutti i mercanti che vengono d’India e d’altre parti le sue robbe e mercanzie, acciò che le siano vicine e commode alle piazze. E in ciascuna di dette piazze, tre giorni alla settimana, vi è concorso di quaranta in cinquantamila persone, che vengono al mercato e portano tutto ciò che si possi desiderare al vivere, perché sempre v’è copia grande d’ogni sorte di vittuarie, di salvaticine, cioè caprioli, cervi, daini, lepri, conigli, e d’uccelli, pernici, fagiani, francolini, coturnici, galline, capponi, e tante anitre e oche che non si potriano dir più, perché se ne allevano tante in quel lago che per un grosso d’argento veneziano se ha un paro d’oche e due para d’anitre. Vi sono poi le beccarie, dove ammazzano gli animali grossi, come vitelli, buoi, capretti e agnelli, le qual carni mangiano gli uomini ricchi e gran maestri; ma gli altri che sono di bassa condizione non s’astengono da tutte l’altre sorti di carni immonde, senza avervi alcun rispetto. Vi sono di continuo sopra le dette piazze tutte le sorti d’erbe e frutti, e sopra tutti gli altri peri grandissimi, che pesano dieci libre l’uno, quali sono di dentro bianchi come una pasta e odoratissimi; persiche alli suoi tempi gialle e bianche, molto delicate. Uva né vino non vi nasce, ma ne viene condotto d’altrove di secca, molto buona, e similmente del vino, del quale gli abitanti non si fanno troppo conto, essendo avezzi a quel di riso e di specie. Vien condotto poi dal mare Oceano ogni giorno gran quantità di pesce all’incontro del fiume per il spazio di venticinque miglia, e v’è copia anco di quel del lago, che tutt’ora vi sono pescatori che non fanno altro, qual è di diverse sorti, secondo le stagioni dell’anno, e per le immondizie che vengono dalla città è grasso e saporito, che chi vede la quantità del detto pesce non penseria mai che ‘l si dovesse vendere; e nondimeno in poche ore vien tutto levato via, tanta è la moltitudine degli abitanti avezzi a vivere delicatamente, perché mangiano e pesce e carne in un medesimo convito.

Tutte le dette dieci piazze sono circondate di case alte, e di sotto vi sono botteghe dove si lavorano ogni sorte d’arti e si vende ogni sorte di mercanzie e speciarie, gioie, perle; e in alcune botteghe non si vende altro che vino fatto di risi con speciarie, perché di continuo lo vanno facendo di fresco in fresco, ed è buon mercato. Vi sono molte strade che rispondono sopra dette piazze, in alcune delle quali vi sono molti bagni d’acqua fredda, accommodati con molti servitori e servitrici, che attendono a lavare e uomini e donne che vi vanno, percioché da piccioli sono usati a lavarsi in acqua fredda d’ogni tempo, la qual cosa dicono essere molto a proposito della sanità. Tengono ancora in detti bagni alcune camere con l’acqua calda per forestieri, che non potriano patire la fredda, non essendovi avezzi. Ogni giorno hanno usanza di lavarsi, e non mangiariano se non fossero lavati.

In altre strade stanziano le donne da partito, che sono in tanto numero che non ardisco a dirlo, e non solamente appresso le piazze, dove sono ordinariamente i luoghi loro deputati, ma per tutta la città; le qual stanno molto pomposamente, con grandi odori e con molte serve e le case tutte adornate. Queste donne sono molto valenti e pratiche in sapere far lusinghe e carezze, con parole pronte e accommodate a ciascuna sorte di persone, di maniera che i forestieri che le gustano una volta rimangono come fuor di sé, e tanto sono presi dalla dolcezza e piacevolezza loro che mai se le possono domenticare: e da qui adviene che, come ritornano a casa, dicono esser stati in Quinsai, cioè nella città del cielo, e non veggono mai l’ora che di nuovo possano ritornarvi. In altre strade vi stanziano tutti li medici, astrologhi, quali anco insegnano a leggere e scrivere e infinite altre arti. Hanno li loro luoghi atorno atorno dette piazze, sopra ciascuna delle quali vi sono due palagi grandi, un da un capo e l’altro dall’altro, dove stanziano i signori deputati per il re, che fanno ragione immediate se accade alcuna differenza fra li mercanti, e similmente fra alcuni degli abitanti in quelli contorni. Detti signori hanno carico d’intendere ogni giorno se le guardie che si fanno ne’ ponti vicini (come di sotto si dirà) vi siano state overo abbino mancato, e le puniscono come a loro pare.

Al lungo la strada principale, che abbiamo detto che corre da un capo all’altro della città, vi sono da una banda e dall’altra case e palagi grandissimi con li loro giardini, e appresso case d’artefici che lavorano nelle sue botteghe. E a tutte l’ore s’incontrano genti che vanno su e giù per le sue facende, che li accade che a vedere tanta moltitudine ognun crederia che non fosse possibile che si trovasse vittuarie a bastanza di poterla pascere: e nondimeno in ogni giorno di mercato tutte le dette piazze sono coperte e ripiene di genti e mercanti, che le portano e sopra carri e sopra navi, e tutta si spaccia. E per dire una similitudine del pevere che si consuma in questa città, accioché da questa si possa considerare la quantità delle vittuarie, carni, vini, speciarie, che alle spese universale che si fanno si ricerchino, messer Marco sentì far il conto, da un di quelli che attendono alle dogane del gran Can, che nella città di Quinsai, per uso di quella, si consumava ogni giorno quarantatre some di pevere: e ciascuna soma è libre dugento e ventitre.

Gli abitatori di questa città sono idolatri, e spendono moneta di carta; e così gli uomini come le donne sono bianchi e belli, e vestono di continuo la maggior parte di seta, per la grand’abondanza che hanno di quella, che nasce in tutt’il territorio di Quinsai, oltre la gran quantità che di continuo per mercanti vien portata d’altre provincie. Vi sono dodici arti che sono reputate le principali che abbino maggior corso dell’altre, ciascuna delle quali ha mille botteghe, e in ciascuna bottega overo stanza vi dimorano dieci, quindici e venti lavoranti, e in alcune fino a quaranta, sotto il suo patrone overo maestro. Li ricchi e principal capi di dette botteghe non fanno opera alcuna con le loro mani, ma stanno civilmente e con gran pompa. Il medesimo fanno le loro donne e mogli, che sono bellissime, com’è detto, e allevate morbidamente e con gran delicatezze, e vestono con tanti adornamenti di seta e di gioie che non si potria stimare la valuta di quelle. E ancor che per li re antichi fosse ordinato per legge che ciascun abitante fosse obligato ad esercitare l’arte del padre, nondimeno, come diventino ricchi, gli è permesso di non lavorar più con le proprie mani, ma ben erano obligati di tenere la bottega, e uomini che v’esercitassino l’arte paterna. Hanno le loro case molto ben composte e riccamente lavorate, e tanto si dilettano negli ornamenti, pitture e fabriche, che è cosa stupenda la gran spesa che vi fanno.

Gli abitanti naturali della città di Quinsai sono uomini pacifici, per esser stati così allevati e avezzi dalli loro re, ch’erano della medesima natura. Non sanno maneggiar armi, né quelle tengono in casa; mai fra loro s’ode o sente lite overo differenzia alcuna. Fanno le loro mercanzie e arti con gran realtà e verità; si amano l’un l’altro, di sorte ch’una contrada, per l’amorevolezza ch’è fra gli uomini e le donne per causa della vicinanza, si può riputare una casa sola, tanta è la domestichezza ch’è fra loro, senz’alcuna gelosia o sospetto delle lor donne, alle quali hanno grandissimo rispetto: e saria reputato molto infame uno che osasse dir parole inoneste ad alcuna maritata. Amano similmente i forestieri che vengono a loro per causa di mercanzie e gli accettano volentieri in casa, facendoli carezze, e li danno ogni aiuto e consiglio nelle facende che fanno. All’incontro non vogliono veder soldati né quelli delle guardie del gran Can, parendoli che per la loro causa siano stati privati de’ loro naturali re e signori.

D’intorno di questo lago vi sono fabricati bellissimi edificii e gran palagi, dentro e di fuori mirabilmente adorni, che sono di gentiluomini e gran maestri; vi sono anco molti tempii degl’idoli con li loro monasterii, dove stanno gran numero di monachi che li servono. Sono ancora in mezo di questo lago due isole, sopra ciascuna delle quali v’è fabricato un palagio, con tante camere e loggie che non si potria credere: e quando alcuno vuol celebrar nozze, overo far qualche solenne convito, va ad uno di questi palagi, dove gli vien dato tutto quello che per questo effetto gli è necessario, cioè vasellami, tovaglie, mantili e ciascun’altra cosa, le qual sono tenute tutte in detti palagi per il commune di detta città a quest’effetto, perché furono fabricati da quello. E alle volte vi saranno cento, che alcuni voranno far conviti e altri nozze: e nondimeno tutti saranno accommodati in diverse camere e loggie, con tanto ordine che uno non dà impedimento agli altri. Oltre di questo si ritruovano in detto lago legni overo barche in gran numero grandi e picciole per andar a solazzo e darsi piacere, e in queste vi ponno stare dieci, quindici e venti e più persone, perché sono longhe quindici fino a venti passa, con fondo largo e piano, che navigano senza declinare ad alcuna banda; e ciascuno che si diletta di solazzarsi con donne overo con suoi compagni piglia una di queste tal barche, le qual di continuo sono tenute adorne con belle sedie e tavole e con tutti gli altri paramenti necessarii a far un convito; di sopra sono coperte e piane, dove stanno uomini con stanghe qual ficcano in terra (perché detto lago non è alto più di due passa), e conducono dette barche dove gli vien comandato. La coperta della parte di dentro è dipinta di varii colori e figure, e similmente tutta la barca, e vi sono a torno a torno finestre che si possono serrare e aprire, accioché quelli che stanno a mangiar sentati dalle bande possino riguardare di qua e di là, e dare dilettazione agli occhi per la varietà e bellezza de’ luoghi dove vengono condotti. E veramente l’andare per questo lago dà maggior consolazione e solazzo che alcun’altra cosa che aver si possa in terra, perché ‘l giace da un lato a longo della città, di modo che di lontano, stando in dette barche, si vede tutta la grandezza e bellezza di quella, tanti sono i palagi, tempii, monasterii, giardini con alberi altissimi posti sopra l’acqua. E si truovano di continuo in detto lago simil barche con genti che vanno a solazzo, perché gli abitatori di questa città non pensano mai ad altro se non che, fatti che hanno i loro mestieri overo mercanzie, con le loro donne overo con quelle da partito dispensano una parte del giorno in darsi piacere, o in dette barche overo in carrette per la città, delle qual è necessario che ne parliamo alquanto, per esser un de’ piaceri che gli abitanti pigliano per la città, al medesimo modo che fanno con le barche per il lago.

E prima è da sapere che tutte le strade di Quinsai sono saleggiate di pietre e di mattoni, e similmente sono saleggiate tutte le vie e strade che corrono per ogni canto della provincia di Mangi, sì che si può andare per tutti i paesi di quella senza imbrattarsi i piedi. Ma perché i corrieri del gran Can con prestezza non potriano con cavalli correre sopra le strade saleggiate, però è lasciata una parte di strada dalla banda senza saleggiare, per causa di detti corrieri. La strada veramente principale, che abbiamo detto di sopra che corre da un capo all’altro della città, è saleggiata similmente di pietre e di mattoni dieci passa per ciascuna banda, ma nel mezo è tutta ripiena d’una giara picciola e minuta, con li suoi condotti in volto che conducono le acque che piovono ne’ canali vicini, di sorte che di continuo sta asciutta. Or sopra questa strada di continuo si veggono andar su e giù alcune carrette longhe, coperte e acconcie con panni e cussini di seta, sopra le quali vi possono stare sei persone, e vengono tolte ogni giorno da uomini e donne che vogliono andar a solazzo: e si veggono tutt’ora infinite di queste carrette andar a longo di detta strada pel mezo di quella, e se ne vanno a’ giardini, dove vengono accettati dagli ortolani sotto alcune ombre fatte per questo effetto, e quivi stanno a darsi buon tempo tutto il giorno con le lor donne, e poi la sera se ne ritornano a casa sopra dette carrette.

Hanno un costume gli abitatori di Quinsai, che come nasce un fanciullo il padre o la madre fa subito scriver il giorno e l’ora e il punto del suo nascere, e si fanno dire agli astrologhi sotto qual segno egli è nato, e il tutto scrivono: e come egli è venuto grande volendo far mercanzia, viaggio o nozze, se ne va all’astrologo con la nota sopradetta, qual, veduto e considerato il tutto, dice alcune volte cose che, trovate esser vere, le genti li danno grandissima fede. E di questi tal astrologhi overo maghi ve n’è grandissimo numero sopra ciascuna piazza; non si celebraria sponsalizio se l’astrologo non li dicesse il parer suo.

Hanno similmente per usanza che, quando alcun gran maestro ricco muore, tutti i suoi parenti si vestono di canevaccio, così uomini come donne, andandolo accompagnare fino al luogo dove lo vogliono abbruciare, e portano seco diverse sorti d’instrumenti, con li qual vanno sonando e cantando in alta voce orazioni agl’idoli; e giunti al detto luogo gettano sopra il fuoco molte carte bombagine, dove hanno dipinti schiavi, schiave, cavalli, camelli, drappi d’oro e di seta e monete d’oro e d’argento, perché dicono che ‘l morto possederà nell’altro mondo tutte queste cose vive di carne e d’ossa, e averà denari, drappi d’oro e di seta. E compiuto d’abbruciare suonano ad un tratto con grand’allegrezza tutti li stromenti di continuo cantando, perché dicono che con tal onore li loro idoli ricevono l’anima di quello che s’è abbruciato, e ch’egli, rinasciuto nell’altro mondo, comincia una vita di nuovo.

In questa città in ciascuna contrata vi sono fabricate torri di pietra, nelle qual, in caso che s’appiccia fuoco in qualche casa (il che spesso suol accadere, per esservene molte di legno), le genti scampano le loro robbe in quelle. E ancor è ordinato per il gran Can che sopra la maggior parte de’ ponti vi stiano notte e giorno sott’un coperto dieci guardiani, cioè cinque la notte e cinque il giorno, e in ciascuna guardia v’è un tabernacolo grande di legno con un bacino grande e un oriuolo, con il quale conoscono l’ore della notte e così quelle del giorno. E sempre al principio della notte, com’è passata un’ora, un de’ detti guardiani percuote una volta nel tabernacolo e nel bacino, e la contrata sente ch’egli è un’ora; alla seconda danno due botte, e il simil fanno in ciascun’ora moltiplicando i colpi, e non dormono mai, ma stanno sempre vigilanti. La mattina poi al spontare del sole cominciano a battere un’ora come hanno fatto la sera, e così d’ora in ora. Vanno parte di loro per la contrata vedendo s’alcuno tiene lume acceso o fuoco oltre le ore deputate, e vedendolo segnano la porta, e fanno che la mattina il patrone compare avanti i signori, qual, non trovando scusa legitima, viene condannato. Se truovano alcuno che vada di notte oltre le ore limitate, lo ritengono e la mattina l’appresentano alli signori; item, se ‘l giorno veggono alcun povero, qual per esser storpiato non possa lavorare, lo fanno andar a stare negli spedali, che infiniti ve ne sono per tutta la città fatti per li re antichi, che hanno grand’entrate; ed essendo sano lo constringono a fare alcun mestiero. Immediate che veggono il fuoco acceso in alcuna casa, con il battere nel tabernacolo lo fanno assapere, e vi concorrono li guardiani d’altri ponti a spegnerlo e salvare le robbe de’ mercanti o d’altri in dette torri, e anche le mettono in barche e portano all’isole che sono nel lago, perché niun abitante della città in tempo di notte averia ardimento d’uscir di casa né andar al fuoco, ma solamente vi vanno quelli di chi sono le robbe e queste guardie che vanno ad aiutare, le qual non sono mai manco di mille o duemila. Fanno anco guardia in caso d’alcuna ribellione o sollevazione che facessero gli abitanti della città, e sempre il gran Can tien infiniti soldati da piedi e da cavallo nella città e ne’ contorni di quella, e massime de’ maggior suoi baroni e suoi fedeli ch’egli abbi, per esserli questa provincia la più cara, e sopra tutto questa nobilissima città, ch’è il capo e più ricca d’alcun’altra che sia al mondo. Vi sono similmente fatti in molti luoghi monti di terra, lontani un miglio un dall’altro, sopra i quali v’è una baldescra di legname dove è appiccata una tavola grande di legno, la qual, tenendola un uomo con la mano, la percuote con l’altra con un martello, sì che s’ode molto di lontano: e vi stanno delle dette guardie di continuo per far segno in caso di fuoco, perché, non li facendo presta provisione, anderia a pericolo d’ardere meza la città; overo, come è detto, in caso di ribellione, che udito il segno tutti i guardiani de’ ponti vicini pigliano l’armi e corrono dove è il bisogno.

Il gran Can, dopo ch’ebbe redutta a sua obedienza tutta la provincia di Mangi, qual era un regno solo, lo volse dividere in nove parti, constituendo sopra ciascuna un re, li quali vi vanno a star per governare e administrare giustizia alli popoli. Ogn’anno rendono conto alli fattori d’esso gran Can di tutte l’entrate e di ciascun’altra cosa pertinente al suo regno, e si cambian ogni tre anni, come fanno tutti gli altri officiali. In questa città di Quinsai tiene la sua corte e fa residenzia un di questi nove re, qual domina più di cento e quaranta città, tutte ricche e grandi. Né alcuno si maravigli, perché nella provincia di Mangi vi sono 1200 città, tutte abitate da gran moltitudine di genti ricche e industriose; in ciascuna delle quali, secondo la grandezza e bisogno, tiene la custodia il gran Can, perché in alcune vi saranno mille uomini, in altre diecimila overo ventimila, secondo ch’egli giudicherà che quella città sia più e manco potente. Né pensiate che tutti siano Tartari, ma della provincia del Cataio, perché li Tartari sono uomini a cavallo, e non stanno se non appresso le città che non siano in luoghi umidi, ma nelle situate in luoghi sodi e secchi, dove possino esercitarsi a cavallo. In queste città di luoghi umidi vi manda Cataini e di quelli di Mangi che siano uomini armigeri, perché di tutti li suoi subditi ogn’anno ne fa eleggere quelli che paiono atti alle armi e scriver nel suo esercito, che tutti si chiamano eserciti; e gli uomini che si cavano della provincia di Mangi non si mettono alla custodia delle lor proprie città, ma si mandano ad altre che siano discoste venti giornate di camino, dove dimorano da quattro in cinque anni e poi ritornano a casa, e vi si mandan degli altri in loro luogo. E questo ordine osservano i Cataini e quelli della provincia di Mangi, e la maggior parte dell’entrate delle città che si riscuotono nella camera del gran Can è deputata al mantenere di queste custodie de’ soldati. E se avviene che qualche città ribelli (perché spesse fiate gli uomini, soprapresi da qualche furore o ebrietà, ammazzano i suoi rettori), subito come s’intende il caso, le città propinque mandano tanta gente di questi eserciti che distruggono quelle città che hanno commesso l’errore, perché saria cosa longa il voler far venire un esercito d’altra provincia del Cataio, che importaria il tempo di due mesi. E di certo la città di Quinsai ha di continua guardia trentamila soldati, e quella che n’ha meno n’ha mille fra da piedi e da cavallo.

Or parleremo d’un bellissimo palagio dove abitava il re Fanfur, li predecessori del quale fecero serrare un spazio di paese che circondava da dieci miglia con muri altissimi, e lo divisero in tre parti. In quella di mezo s’entrava per una grandissima porta, dove si trovava da un canto e dall’altro loggie a piè piano grandissime e larghissime, col coperchio sostentato da colonne, le quali erano dipinte e lavorate con oro e azzurri finissimi; in testa poi si vedeva la principale e maggior di tutte l’altre, similmente dipinta con le colonne dorate, e il solaro con bellissimi ornamenti d’oro, e d’intorno alle pareti erano dipinte le istorie de’ re passati, con grand’artificio. Quivi ogn’anno, in alcuni giorni dedicati alli suoi idoli, il re Fanfur soleva tener corte e dar da mangiare a’ principali signori, gran maestri e ricchi artefici della città di Quinsai: e ad un tratto vi sentavano a tavola commodamente sotto tutte dette loggie diecimila persone. E questa corte durava dieci o dodici giorni, ed era cosa stupenda e fuor d’ogni credenza il vedere la magnificenza de’ convitati, vistiti di seta e d’oro, con tante pietre preziose addosso, perché ognun si sforzava d’andare con maggior pompa e ricchezza che li fosse possibile. Dietro di questa loggia ch’abbiamo detto, ch’era per mezo la porta grande, v’era un muro con un uscio che divideva l’altra parte del palagio, dove entrati si trovava un altro gran luogo, fatto a modo di claustro, con le sue colonne che sostentavano il portico ch’andava atorno detto claustro: e quivi erano diverse camere per il re e la reina, le quali erano similmente lavorate con diversi lavori, e così tutti i pareti. Da questo claustro s’entrava poi in un andito largo sei passa, tutto coperto, ma era tanto longo che arrivava fino sopra il lago. Rispondevano in questo andito dieci corti da una banda e dieci dall’altra, fabricate a modo di claustri longhi, con li loro portichi intorno, e ciascun claustro overo corte avea cinquanta camere con li suoi giardini, e in tutte queste camere vi stanziavano mille donzelle che ‘l re teneva a’ suoi servizii; qual andava alcune fiate, con la regina e con alcune delle dette, a solazzo per il lago, sopra barche tutte coperte di seta, e anco a visitar li tempii degl’idoli. L’altre due parti del detto serraglio erano partite in boschi, laghi e giardini bellissimi, piantati d’arbori fruttiferi, dove erano serrati ogni sorte d’animali, cioè caprioli, daini, cervi, lepori, conigli: e quivi il re andava a piacere con le sue damigelle, parte in carretta e parte a cavallo, e non v’entrava uomo alcuno, e faceva che le dette correvano con cani e davano la caccia a questi tal animali; e dopo ch’erano stracche andavano in quei boschi che rispondevano sopra detti laghi, e quivi lasciate le vesti, se n’uscivano nude fuori ed entravano nell’acqua e mettevansi a nuotare, chi da una banda e chi dall’altra, e il re con grandissimo piacere le stava a vedere, e poi se ne ritornava a casa. Alcune fiate si faceva portar da mangiar in quei boschi, ch’erano folti e spessi d’alberi altissimi, servito dalle dette damigelle. E con questo continuo trastullo di donne s’allevò senza saper ciò che si fossero armi, la qual cosa alla fine li partorì che, per la viltà e dapocaggine sua, il gran Can li tolse tutt’il stato, con grandissima sua vergogna e vituperio, come di sopra si ha inteso.

Tutta questa narrazione mi fu detta da un ricchissimo mercante di Quinsai, trovandomi in quella città, qual era molto vecchio e stato intrinseco familiar del re Fanfur, e sapeva tutta la vita sua e avea veduto detto palagio in essere, nel quale lui volse condurmi. E perché vi stanzia il re deputato per il gran Can, le loggie prime sono pure come solevan essere, ma le camere delle donzelle sono andate tutte in ruina, e non si vede altro che vestigii; similmente il muro che circondava li boschi e giardini è andato a terra, e non vi sono più né animali né arbori.

Discosto da questa città circa venticinque miglia v’è il mare Oceano, fra greco e levante, appresso il quale v’è una città detta Gampu, dove è un bellissimo porto, al quale arrivano tutte le navi che vengono d’India con mercanzie. E il fiume che viene dalla città di Quinsai entrando in mare fa questo porto, e tutt’il giorno le navi di Quinsai vanno su e giù con mercanzie, e ivi caricano sopra altre navi, che vanno per diverse parti dell’India e del Cataio.

Avendosi trovato messer Marco in questa città di Quinsai quando si rendé conto alli fattori del gran Can dell’entrate e numero degli abitanti, ha veduto che sono stati descritti 160 toman di fuochi, computando per un fuoco la famiglia che abita in una casa (e ciascun toman contiene diecimila), sì che in tutta la detta città sariano famiglie un millione e seicentomila: e in tanto numero di genti non v’è altra ch’una chiesa di cristiani nestorini. Sono obligati tutti i padri di famiglia di tener scritto sopra la porta della sua casa il nome di tutta la famiglia, così di maschi come di femine; item il numero de’ cavalli: e quando alcuno manca si cancella il nome, e se nasce o si toglie di nuovo s’aggiugne il nome, e a questo modo i signori e rettori delle città sanno di continuo il numero delle genti. E questo s’osserva nelle provincie del Mangi e del Cataio; e similmente tutti quelli che tengono ostarie scrivono sopra un libro il nome di quelli che vengon ad alloggiare, col giorno e l’ora che partono, e mandano di giorno in giorno detti nomi alli signori che stanno sopra le piazze. Item nella provincia di Mangi la maggior parte de’ poveri bisognosi, che non possono allevare i loro figliuoli, li vendono alli ricchi, acciò che meglio sian allevati e più abondantemente possino vivere.

Capitolo 69

Dell’entrata del gran Can.

Or parliamo alquanto dell’entrata che ha il gran Can della città di Quinsai e dell’altre a quella aderenti: il gran Can riceve da detta città e dall’altre che a quella rispondono, ch’è la nona parte overo il nono regno di Mangi; e prima del sale, che val più quanto alla rendita. Di questo ne cava ogn’anno ottanta toman d’oro, e ciascun toman è ottantamila saggi d’oro, e ciascun saggio vale più d’un fiorin d’oro, che ascenderia alla somma di sei millioni e quattrocentomila ducati: e la causa è ch’essendo detta provincia appresso l’oceano, vi sono molte lagune, overo paludi, dove l’acqua del mare l’estate si congela, e vi cavano tanta quantità di sale che ne forniscono cinque altri regni della detta provincia. Quivi nasce gran copia di zucchero, qual paga come fanno tutte l’altre specie tre e un terzo per cento; similmente, del vino che si fa di risi; delle dodici arti ch’abbiamo detto di sopra, che hanno dodicimila botteghe per una. Item tanti mercanti che portano le loro robbe a questa città, e da quella ad altre parti per terra riportano, overo traggono fuori per mare, pagano similmente tre e un terzo per cento; ma, venendo per mare e di lontani paesi e regioni, come dell’Indie, pagano dieci per cento. E similmente, di tutte le cose che nascono nel paese, così animali come di quel che produce la terra, e seta, si paga la decima al re. E fatt’il conto in presenza del detto messer Marco, fu trovato che l’entrata di questo signore, non computando l’entrata del sale detta di sopra, ascende ogn’anno alla somma di 210 tomani, e ogni toman, com’è detto di sopra, vale ottantamila saggi d’oro, che saria da sedici millioni d’oro e ottocentomila.

Capitolo 70

Della città di Tapinzu.

Partendosi dalla città di Quinsai, si camina una giornata verso scirocco, di continuo trovando case, ville e giardini molti belli e dilettevoli, dove nasce ogni sorte di vittuarie in abondanza; e poi s’arriva alla città di Tapinzu, molto bella e grande, che risponde alla città di Quinsai. Adorano idoli, e hanno la moneta di carta; abbruciano i corpi, e sono sotto il gran Can, e vivono di mercanzie e arti.

E altro non v’essendo, si dirà della città di Uguiu.

Capitolo 71

Della città di Uguiu.

Da Tapinzu andando verso scirocco tre giornate, si truova la città di Uguiu, e per due altre giornate pur per scirocco si cammina, di continuo trovando città, castella e luoghi abitati; ed è tanta la continuazione e vicinità che hanno insieme, che par a’ viandanti passare per una sola città; le qual città rispondono a Quinsai. Tutte le genti adorano gl’idoli, e hanno abondanza grande di vittuarie. Quivi si truovano canne più grosse e più longhe di quelle dette di sopra, perché ne sono alcune grosse quattro palmi e quindici passa longhe.

Capitolo 72

Della città di Gengui e di Zengian.

Andando più oltre due giornate, si truova la città di Gengui, la qual è molto bella e grande; e dopo, camminando per scirocco, si truovan sempre luoghi abitati e tutti pieni di genti che fanno arti e lavorano la terra, e in questa parte della provincia di Mangi non si truovano montoni, ma sì ben buoi, vacche, buffali, capre e porci in grandissimo numero. In capo di quattro giornate, si trova la città di Zengian, edificata sopra un monte, ch’è come un’isola in mezo un fiume, perché la diparte in due rami, che la circonda, e poi corrono all’opposito l’un dall’altro, cioè uno verso scirocco e l’altro verso maestro. Questa città è sottoposta al gran Can e risponde a Quinsai; adorano gl’idoli e vivono di mercanzie, e hanno gran copia di salvaticine e uccelli. E passando avanti tre giornate per una bellissima contrada, tutta abitata, con infinite ville e castelli, si truova la città di Gieza, nobile e grande: ed è l’ultima della provincia del regno di Quinsai, perché quello è il capo al qual tutte corrispondono. Passata questa città di Gieza s’entra in un altro regno de’ nove della provincia di Mangi, detto Concha.

Capitolo 73

Del regno di Concha, e della città principale detta Fugiu.

Partendosi dall’ultima città del regno di Quinsai, qual si chiama Gieza, s’entra nel regno di Concha (e la città principale è detta Fugiu), per il quale si camina sei giornate alla volta di scirocco sempre per monti e valli, e si truovano di continuo luoghi abitati, dove è gran copia di vittuarie, e vi fanno gran cacciagioni e vanno ad uccellare, per esservi varie sorti d’uccelli. Sono idolatri e sottoposti al gran Can, e fanno mercanzie. In questi contorni si trovano leoni fortissimi. Vi nasce il zenzero e galanga in gran copia e d’altre sorti di specie, e per una moneta che vaglia un grosso d’argento veneziano s’averà ottanta libre di zenzero fresco, tanto ve n’è abondanza. Vi nasce un’erba che produce un frutto che fa l’effetto e opera come se ‘l fosse vero zaffarano, così nell’odore come nel colore, e nondimeno non è zaffarano, ed è molto stimata e adoperata da tutti gli abitanti ne’ loro cibi, e per questo è molto cara. Gli uomini in questa regione mangiano volentieri carne umana, non essendo morta di malattia, perché la reputano più delicata al gusto che alcun’altra. E quando vanno a combattere si fanno levar i capelli fino all’orecchie, e dipingere la faccia con color azzurro finissimo; portano lancie e spade, e tutti vanno a piedi, eccetto che ‘l capitano a cavallo. Sono uomini crudelissimi, di modo che, come uccidono li nemici in battaglia, immediate li vogliono bevere il sangue e dopo mangiar la carne.

Or, lasciando di questo, diremo della città di Quelinfu.

Capitolo 74

Della città di Quelinfu.

Camminato che s’ha per questo paese per sei giornate, si truova la città di Quelinfu, la qual è nobile e grande. In detta città vi sono tre ponti bellissimi, perché sono longhi più di cento passa l’uno e larghi otto, di pietra con colonne di marmo. Le donne di questa città sono bellissime e vivono con gran delicatezza. Hanno gran copia di seta, la qual lavorano in diverse sorti di drappi; item panni bombagini di fil tinto, che va per tutta la provincia di Mangi. Fanno gran mercanzie, e hanno zenzero e galanga in gran quantità. Mi fu detto (ma io non le viddi) che si truovan certe sorti di galline che non hanno penne, ma sopra la pelle vi sono peli negri come di gatte, ch’è una strana cosa a vederle, le qual fanno ova come quelle de’ nostri paesi, e sono molto buone da mangiare. Per la moltitudine de’ leoni che si truovano il passar per quella contrata è molto pericoloso, se non vanno in gran numero le persone.

Capitolo 75

Della città di Unguem.

Da Quelinfu partendosi, fatte che s’hanno tre giornate, sempre vedendo e trovando città e castella, dove sono genti idolatre e hanno seta in gran copia, della qual fanno gran mercanzie, si trova la città di Unguem, dove si fa gran copia di zucchero, che si manda alla città di Cambalù per la corte del gran Can. E prima che questa città fusse sotto il gran Can non sapevano quelle genti far il zucchero bello, ma lo facevano bollire spiumandolo e dapoi raffreddito rimaneva una pasta nera; ma, venuta all’obedienza del gran Can, vi si truovorno nella corte alcuni uomini di Babilonia che, andati in questa città, gl’insegnorono ad affinarlo con cenere di certi arbori.

Capitolo 76

Della città di Cangiu.

Passando avanti per miglia quindeci si truova la città di Cangiu, la qual è del reame di Concha, ch’è uno delli nove reami di Mangi. In questa città dimora grande esercito del gran Can, per guardar quel paese e per esser sempre apparecchiato se alcuna città volesse ribellarsi. Passa per mezo di questa città un fiume che ha di larghezza un miglio, sopra le rive del quale, da un canto e dall’altro, vi sono bellissimi casamenti, e vi stanno di continuo assai navi che vanno per questo fiume con mercanzie, e massime di zucchero, che ne fanno in grandissima copia. Vi capitano a questa città molte navi d’India, dove sono mercanti con gran quantità di gioie e perle, delle qual fanno grosso guadagno. Questo fiume mette capo non molto lontano dal porto detto Zaitum, ch’è sopra il mare Oceano; e quivi le navi d’India entrano nel fiume e se ne vengono su per quello fino alla detta città, la qual è abondantissima di tutte le sorti di vittuarie, e di dilettevoli giardini e perfettissimi frutti.

Capitolo 77

Della città e porto di Zaithum e città di Tingui.

Partendosi da Cangiu, passato che si ha il fiume, camminando per scirocco cinque giornate, di continuo si truova terre, castelli e grandi abitazioni, ricche e molto abbondanti di ogni vittuaria, e camminasi per monti e anco per piani e boschi assai, nelli quali si truovano alcuni arboscelli di quali si raccoglie la canfora. E1 paese molto abbondante di salvaticine; sono idolatri, e sotto il gran Can, della iurisdizione di Cangiu. E passate cinque giornate, si truova la città di Zaitum, nobile e bella, la qual ha un porto sopra il mare Oceano, molto famoso per il capitare che fanno ivi tante navi con tante mercanzie, le qual si spargono per tutta la provincia di Mangi. E vi viene tanta quantità di pevere che quella che viene condotta di Alessandria alle parti di ponente è una minima parte, e quasi una per cento a comparazione di questa; e saria quasi impossibile di credere il concorso grande di mercanti e mercanzie a questa città, per esser questo un de’ maggiori e più commodi porti che si truovino al mondo. Il gran Can ha di quel porto grande utilità, perché cadauno mercante paga di dretto, per cadauna sua mercanzia, dieci misure per centenaro. La nave veramente vuole di nolo dalli mercanti delle mercanzie sottili trenta per centenaro, del pevere quarantaquattro per centenaro, del legno di aloe e sandali e altre specie e robbe quaranta per centenaro, di sorte che li mercanti, computato i dretti del re e il nolo della nave, pagano la metà di quello che conducono a questo porto: e nondimeno di quella metà che li avanza fanno così grossi guadagni che ogni ora desiderano di ritornarvi con altre mercanzie.

Sono idolatri, e hanno abondanza di tutte le vittuarie. E1 molto dilettevol paese e le genti sono molto quiete e dedite al riposo e ozioso vivere. Vengono a questa città molti della superior India, per causa di farsi dipingere la persona con gli aghi (come di sopra abbiamo detto), per essere in questa città molti valenti maestri di questo officio. Il fiume che entra nel porto di Zaitum è molto grande e largo, e corre con grandissima velocità, ed è un ramo che fa il fiume che viene dalla città di Quinsai; e dove si parte dall’alveo maestro vi è la città di Tingui, della qual non si ha da dir altro se non che in quella si fanno le scodelle e piadene di porcellane, in questo modo, secondo che li fu detto. Raccolgono una certa terra come di una minera e ne fanno monti grandi, e lascianli al vento, alla pioggia e al sole per trenta e quaranta anni, che non li muovono: e in questo spazio di tempo la detta terra si affina, che poi si può far dette scodelle, alle qual danno di sopra li colori che voglion, e poi le cuocono in la fornace. E sempre quelli che raccolgono detta terra la raccolgono per suoi figliuoli o nepoti. Vi è in detta città gran mercato, di sorte che per un grosso veneziano si averà otto scodelle.

Or, avendo detto di alcune città del regno di Concha, che è uno delli nove della provincia di Mangi, del quale il gran Can ha quasi così grande entrata come del regno di Quinsai, lassaremo di parlar più di questi tali regni, perché messer Marco non vi fu in alcun d’essi, come fu in questi duoi di Quinsai e di Concha. Ed è da sapere che in tutta la provincia di Mangi si osserva una sola favella e una sola maniera di lettere; nondimeno vi è diversità nel parlare per le contrade, come saria a dir Genovesi, Milanesi, Fiorentini e Pugliesi, che, ancor che parlino diversamente, nondimeno si possono intendere.

Ma, perché ancor non è compiuto quanto messer Marco ha deliberato di scrivere, si metterà fine a questo secondo libro, e si cominciarà a parlare de’ paesi, città e provincie dell’India maggior, minor e mezzana, nelle parti delle quali è stato quando si trovava a’ servizii del gran Can, mandato da quello per diverse facende, e dapoi quando li venne con la regina del re Argon, con suo padre e barba, e ritornò alla patria: però si dirà delle cose maravigliose ch’ei vidde in quelle, non lasciando adietro l’altre che udì dire da persone di riputazione e degne di fede, e ancor che li fu mostrato sopra carte di marinari di dette Indie.

[Libro terzo]

Capitolo 1

Dell’India maggiore, minore e mezzana, e de’ costumi e consuetudini degli abitanti in quella, e molte cose notabili e maravigliose che vi sono, e prima della sorte delle navi di quella.

Poi ch’abbiamo detto di tante provincie e terre, come avete udito disopra, lasciaremo di parlar di quella materia e cominciaremo a entrare nell’India, per referire tutte le cose maravigliose che vi sono, principiando dalle navi de’ mercanti, le quali sono fabricate di legno d’abete e di zapino, e cadauna ha una coperta sotto la qual vi sono più di sessanta camerette, e in alcune manco, secondo che le navi sono più grandi e più picciole, e in cadauna vi può stare agiatamente un mercante. Hanno un buon timone e quattro arbori con quattro vele, e alcune due arbori, che si levano e pongono ogni volta che vogliono. Hanno oltra di ciò alcune navi, cioè quelle che sono maggiori, ben tredici colti, cioè divisioni dalla parte di dentro fatte con ferme tavole incastrate, di modo che, s’egli accade che la nave si rompa per qualche fortuito caso, cioè o che ferisca in qualche sasso o vero qualche balena mossa dalla fame quella percotendo rompa (il che spesse volte avviene), perché quando la nave, navigando di notte, facendo inondare l’acqua passa a canto la balena, essa, vedendo biancheggiar l’acqua, pensa di ritrovarvi cibo e corre velocemente e ferisce la nave, e spesse fiate la rompe in qualche parte, e allora, entrando l’acqua per la rottura, discorre alla sentina, la qual mai non è occupata d’alcuna cosa; onde i marinari, trovando in che parte è rotta la nave, votano il colto negli altri che a quella rottura respondono, perché l’acqua non può passare d’un colto all’altro, essendo quelli così ben incastrati, e allora acconciano la nave, e poi vi ripongono le mercanzie ch’erano state cavate fuori. Sono le navi inchiavate in questo modo: tutte sono doppie, cioè che hanno due mani di tavole una sopra l’altra intorno intorno, e sono calcate con stoppa dentro e di fuori e inchiodate con chiovi di ferro; non sono impegolate, perché non hanno pece, ma l’ungono in questo modo: tolgono calcina e canapo e taglianlo minutamente, e pestato il tutto insieme mescolano con un certo olio d’arbore, che si fa a modo d’un unguento, ch’è più tenace del vischio e miglior che la pece. Queste navi che sono grandi vogliono trecento marinari, altre dugento, altre centocinquanta, più e manco, secondo che sono più grandi e più picciole, e portano da cinque in seimila sporte di pevere. E già per il passato solevano esser maggiori che non sono al presente, ma, avendo l’empito del mare talmente rotto l’isole in molti luoghi, e massime nei porti principali, che non si trovava acqua sofficiente a levar quelle navi così grandi, però sono state fatte al presente minori.

Con queste navi si va anco a remi, e cadauno remo vuol quattro uomini che ‘l voghi. E queste navi maggiori menano seco due e tre barche grandi, che sono di portata di 1000 sporte di pevere e più, e vogliono al suo governo da sessanta marinari, altre da ottanta, altre da cento. E quelle più picciole aiutano spesso a tirare le grandi con corde quando vanno a remi, e ancora quando vanno a vela, se il vento è alquanto da traverso, perché le picciole vanno avanti le grandi e, legate con le corde, tirano la nave grande; ma se hanno il vento per il dritto no, perché le vele della maggior nave impedirebbono che ‘l vento non ferirebbe nelle vele delle minori, e così la maggiore andrebbe adosso alle minori. Item queste navi conducono ben dieci battelli piccioli per l’ancora, e per cagione di pescare e di far tutti li servigii, e questi battelli si legano di fuori dei lati delle navi grandi, e quando vogliono si mettono in acqua; e le barche similmente hanno li suoi battelli. E quando vogliono racconciar la nave, poi che ha navigato un anno o più, avendo bisogno di concia li ficcano tavole a torno a torno sopra le due prime tavole, di modo che sono tre man di tavole, e le calcano e ungonle; e volendole pur racconciare un’altra volta vi ficcano di novo un’altra man di tavole, e così procedono di concia in concia fino al numero di sei tavole l’una sopra l’altra, e da lì in su la nave si manda alla mazza né più si naviga con quella per mare.

Or, avendo detto delle navi, diremo dell’India; ma prima vogliamo dire d’alcune isole che sono nel mare Oceano, dove siamo al presente, e cominciaremo dall’isola chiamata Zipangu.

Capitolo 2

Dell’isola di Zipangu.

Zipangu è un’isola in Oriente, la qual è discosto dalla terra e lidi di Mangi in alto mare millecinquecento miglia, ed è isola molto grande, le cui genti sono bianche e belle e di gentil maniera. Adorano gl’idoli e mantengonsi per se medesimi, cioè che si reggono dal proprio re. Hanno oro in grandissima abbondanza, perché ivi si truova fuor di modo e il re non lo lascia portar fuori; però pochi mercanti vi vanno, e rare volte le navi d’altre regioni. E per questa causa diremovi la grand’eccellenza delle ricchezze del palagio del signore di detta isola, secondo che dicono quelli ch’hanno pratica di quella contrada: v’ha un gran palagio tutto coperto di piastre d’oro, secondo che noi copriamo le case o vero chiese di piombo, e tutti i sopracieli delle sale e di molte camere sono di tavolette di puro oro molto grosse, e così le finestre sono ornate d’oro. Questo palagio è così ricco che niuno potrebbe giamai esplicare la valuta di quello. Sono ancora in questa isola perle infinite le quali sono rosse, ritonde e molto grosse, e vagliono quanto le bianche, e più. E in questa isola alcuni si sepeliscono quando son morti, alcuni s’abbruciano, ma a quelli che si sepeliscono vi si pone in bocca una di queste perle, per esser questa la loro consuetudine. Sonvi eziandio molte pietre preciose.

Questa isola è tanto ricca che per la fama sua il gran Can ch’al presente regna, che è Cublai, deliberò di farla prendere e sottoporla al suo dominio. Mandò adunque duoi suoi baroni con gran numero di navi piene di gente per prenderla, de’ quali uno era nominato Abbaccatan e l’altro Vonsancin, quali, partendosi dal porto di Zaitum e Quinsai, tanto navigorno per mare che pervennero a questa isola. Dove smontati, nacque invidia fra loro, che l’uno dispregiava d’obedire alla volontà e consiglio dell’altro, per la qual cosa non poteron pigliare alcuna città o castello, salvo che uno che presono per battaglia, però che quelli ch’erano dentro non si volsero mai rendere: onde, per comandamento di detti baroni, a tutti furono tagliate le teste, salvo che a otto uomini, li quali si trovò ch’avevano una pietra preciosa incantata per arte diabolica cucita nel braccio destro fra la pelle e carne, che non potevano esser morti con ferro né feriti. Il che intendendo, quei baroni fecero percotere li detti con un legno grosso, e subito morirono.

Avvenne un giorno che ‘l vento di tramontana cominciò a soffiar con grande impeto, e le navi de’ Tartari, ch’erano alla riva dell’isola, sbattevano insieme. Li marinari adunque consigliatisi deliberarono slontanarsi da terra, onde, entrato l’esercito nelle navi, si allargarono in mare, e la fortuna cominciò a crescere con maggior forza, di sorte che se ne ruppero molte, e quelli che v’erano dentro, notando con pezzi di tavole, si salvorono ad una isola vicina a Zipangu quattro miglia. Le altre navi che non erano vicine, scapolate dal naufragio con li duoi baroni, avendo levati gli uomini da conto, cioè li capi de’ centenari di mille e diecimila, drizzorono le vele verso la patria e al gran Can. Ma i Tartari rimasti sopra l’isola vicina (erano da circa trentamila), vedendosi senza navi e abbandonati dalli capitani, non avendo né arme da combattere né vettovaglie, credevano di dovere essere presi e morti, massimamente non vi essendo in detta isola abitazione dove potessero ripararsi. Cessata la fortuna ed essendo il mare tranquillo e in bonaccia, gli uomini della grande isola di Zipangu, con molte navi e grande esercito, andorno all’isola vicina per pigliar li Tartari che quivi s’erano salvati, e smontati delle navi si misero ad andarli a trovare con poco ordine. Ma li Tartari prudentemente si governarono, percioché l’isola era molto elevata nel mezo, e mentre che li nemici per una strada s’affrettavano di seguitarli, essi andando per un’altra circondarono a torno l’isola e pervennero a’ navilii de’ nemici, quali truovorno con le bandiere e abbandonati; e sopra quelli immediate montati andarono alla città maestra del signor di Zipangu, dove, vedendosi le loro bandiere, furono lasciati entrare, e quivi non trovorno altro che donne, le qual tennero per loro uso, scacciando fuori tutto il resto del popolo. Il re di Zipangu, intesa la cosa come era passata, fu molto dolente, e subito se ne venne a mettere l’assedio, non vi lasciando entrare né uscire persona alcuna, qual durò per mesi sei; dove, vedendo i Tartari che non potevano aver aiuto alcuno, al fine si resero salve le persone: e questo fu correndo gli anni del Signore 1264.

Il gran Can dopo alcuni anni, avendo inteso il disordine sopradetto, successo per causa della discordia di due capitani, fece tagliar la testa ad un di loro, l’altro mandò ad un’isola salvatica detta Zorza, dove suol far morire gli uomini che hanno fatto qualche mancamento, in questo modo: gli fa ravolgere tutte due le mani in un cuoio di buffalo allora scorticato e strettamente cucire, qual come si secca si strigne talmente intorno che per niun modo si può muovere, e così miseramente finiscono la loro vita, non potendosi aiutare.

Capitolo 3

Della maniera degl’idoli di Zipangu, e come gli abitanti mangiano carne umana.

In quest’isola di Zipangu e nell’altre vicine tutti i loro idoli sono fatti diversamente, perché alcuni hanno teste di buoi, altri di porci, altri di cani e di becchi e di diverse altre maniere; ve ne sono poi alcuni ch’hanno un capo e due volti, altri tre capi, cioè uno nel luogo debito e gli altri due sopra ciascuna delle spalle, altri ch’hanno quattro mani, alcuni dieci e altri cento, e quelli che n’hanno più si tiene ch’abbiano più virtù, e a quelli fanno maggior riverenza. E quando i cristiani li domandano perché fanno li loro idoli così diversi, rispondono: “Così i nostri padri e predecessori gli hanno lasciati, e parimente così noi li lasciamo a’ nostri figliuoli e successori”. Le operazioni di questi idoli sono di tante diversità, e così scelerate e diaboliche, che saria cosa empia e abominabile a raccontarle nel libro nostro. Ma vogliamo che sappiate almeno questo, che tutti gli abitatori di queste isole che adorano gl’idoli, quando prendono qualcuno che non sia loro amico e che non si possa riscuotere con denari, convitano tutti i loro parenti e amici a casa sua, e fanno uccidere quell’uomo suo prigione e lo fanno cuocere, e mangianselo insieme allegramente, e dicono che la carne umana è la più saporita e migliore che si possa truovar al mondo.

Capitolo 4

Del mare detto Cin, ch’è per mezo la provincia di Mangi.

Avete da sapere che ‘l mare dov’è quest’isola si chiama mare Cin, che tanto vuol dire quanto mare ch’è contra Mangi: e nella lingua di costoro dell’isola, Mangi si chiama Cin. E questo mare Cin ch’è in Levante è così longo e largo che i savi pilotti e marinari, che per quello navigano e conoscono la verità, dicono che in quello vi sono settemilaquattrocento e quaranta isole, e per la maggior parte abitate, e che non vi nasce arbore alcuno dal quale non esca un buono e gentil odore, e vi nascono molte specie di diverse maniere, e massime legno aloe; il pevere in grand’abondanza, bianco e nero. Non si potrebbe dire la valuta dell’oro e altre cose che si truovan in queste isole, ma sono così discoste da terra ferma che con gran difficultà e fastidio vi si può navigare; e quando vi vanno le navi di Zaitum o di Quinsai ne conseguiscono grandissima utilità, ma stanno un anno continuo a far il loro viaggio, perché vanno l’inverno e ritornano la state, però ch’hanno solamente venti di due sorti, de’ quali uno regna la state e l’altro l’inverno, di modo che vanno con un vento e ritornano con l’altro. E questa contrada è molto lontana dall’India. E perché dicemmo che questo mare si chiama Cin, è da sapere che questo è il mare Oceano, ma, come noi chiamiamo il mare Anglico e il mare Egeo, così loro dicono il mare Cin e il mare Indo: ma tutti questi nomi si contengono sotto il mare Oceano.

Or lasciaremo di parlar di questo paese e isole, perché sono troppo fuor di strada e io non vi son stato, né quelle signoreggia il gran Can; ma ritorniamo a Zaitum.

Capitolo 5

Del colfo detto Cheinan e de’ suoi fiumi.

Partendosi dal porto di Zaitum, si naviga per ponente alquanto verso garbin mille e cinquecento miglia, passando un colfo nominato Cheinan, il qual colfo dura di longhezza per il spazio di due mesi, navigando verso la parte di tramontana, il qual per tutto confina verso scirocco con la provincia di Mangi, e dall’altra parte con Ania e Toloman e molte altre provincie con quelle di sopra nominate. Per dentro a questo colfo vi sono isole infinite, e quasi tutte sono bene abitate, e in quelle si truova gran quantità d’oro di paiola, qual si raccoglie dell’acqua del mare dove sboccano i fiumi, e ancora di rame e d’altre cose: e fanno mercanzie di quello che si truova in un’isola e non si truova nell’altra. E contrattano ancora con quei di terra ferma, perché li vendon oro, rame e altre cose, e da loro comprano le cose che sono loro necessarie. Nella maggior parte di dette isole vi nasce assai grano. Questo colfo è tanto grande, e tante genti abitano in quello, che par quasi un altro mondo.

Capitolo 6

Della contrata di Ziamba, e del re di detto regno, e come si fece tributario del gran Can.

Or ritorniamo al primo trattato, cioè che partendosi da Zaitum, poi che s’ha navigato al traverso di questo colfo (come s’ha detto di sopra) millecinquecento miglia, si truova una contrata nominata Ziamba, la qual è molto ricca e grande. Reggesi dal proprio re, e ha favella da per sé. Le sue genti adorano gl’idoli, e danno tributo al gran Can di elefanti e legno d’aloe ogn’anno: e narrerenvi il come e perché.

Avvenne che Cublai gran Can nel 1268, intesa la gran ricchezza di quest’isola, volse mandar un suo barone nominato Sagatu, con molte genti a piedi e a cavallo, per acquistarla, e mosse gran guerra a quel regno. E il re, ch’era molto vecchio, nominato Accambale, non avendo genti con le quali potesse far resistenza alle forze d’esso gran Can, si ridusse alle fortezze de’ castelli e città, ch’erano sicurissime e si difendevano francamente. Ma i casali e abitazioni ch’erano per le pianure furono rovinate e guaste, e il re, vedendo che queste genti distruggevano e rovinavano del tutto il suo regno, mandò ambasciatori al gran Can, esponendoli ch’essendo egli uomo vecchio e avendo sempre tenuto il suo regno in tranquilla pace, li piacesse di non volere la destruzione di quello, ma che, volendo indi rimovere detto barone con le sue genti, li farebbe onorati presenti ogn’anno, col tributo d’elefanti e legno d’aloe. Il che intendendo il gran Can, mosso a pietà, comandò subito al detto Sagatu che dovesse partirsi e andar ad acquistar altre parti, il che fu eseguito immediate. E da quel tempo in qua il re manda al gran Can per tributo ogn’anno grandissima quantità di legno di aloe, e venti elefanti de’ più belli e maggiori che trovar si possano nelle sue terre: e in tal modo questo re si fece subdito del gran Can.

Ora, lasciando di questo, diremo delle condizioni del re e della sua terra. E prima, in questo regno alcuna donzella di conveniente bellezza non si può maritare se prima non è presentata al re, e s’ella gli piace se la tiene per alcun tempo, e poi le fa dare tanti denari che, secondo la sua condizione, ella si possa onorevolmente maritare. E messer Marco previous hit Polo next hit nel 1280 fu in questo luogo, e trovò che ‘l detto re avea trecento e venticinque figliuoli tra maschi e femine, i quali maschi per la maggior parte erano valenti nell’arme. Sono in questo regno molti elefanti e gran copia di legno d’aloe; vi sono ancora molti boschi d’ebano, il qual è molto nero, e vi si fanno di quei bellissimi lavori. Altre cose degne di relazione non vi sono, onde, partendoci di qui, narraremo dell’isola chiamata Giava maggiore.

Capitolo 7

Dell’isola detta Giava.

Partendosi da Ziamba, navigando tra mezodì e scirocco mille e cinquecento miglia, si truova una grandissima isola chiamata Giava, la quale, secondo che dicono alcuni buoni marinari, è la maggior isola che sia al mondo, imperoché gira di circuito più di tremila miglia: ed è sotto il dominio d’un gran re, le cui genti adoran gl’idoli, né danno tributo ad alcuno. Quest’isola è piena di molte ricchezze: il pevere, noci moscate, spico, galanga, cubebe, garofali, e tutte l’altre buone specie nascono in quest’isola, alla qual vanno molte navi con gran mercanzie, delle quali ne conseguiscono gran guadagno e utilità, perché vi si truova tant’oro che niuno lo potrebbe mai credere né raccontarlo. E il gran Can non ha procurato di soggiogarla, e questo per la longhezza del viaggio e il pericolo di navigare. E da quest’isola i mercanti di Zaitum e di Mangi hanno tratto molt’oro e lo traggono tutto ‘l giorno, e la maggior parte delle specie che si portano pel mondo si cavan da questa isola.

Capitolo 8

Dell’isole di Sondur e Condur e del paese di Lochac.

Partendosi da quest’isola di Giava, si naviga verso mezodì e garbin settecento miglia, e si truovano due isole, una delle quali è maggiore e l’altra minore: la prima è nominata Sondur e l’altra Condur, le quali due isole son disabitate, e per ciò si lascia di parlarne. E partendosi da queste, come s’ha navigato per scirocco da cinquanta miglia, si truova una provincia ch’è di terra ferma, molto ricca e grande, nominata Lochac, le cui genti adorano gl’idoli. Hanno favella da per sé e si reggono dal proprio re, né danno tributo ad alcuno, perché sono in tal luogo che niuno può andarvi a far danno; perché, se ivi si potesse andare, il gran Can immediate la sottometteria al suo dominio. In quest’isola nasce verzin domestico in gran quantità; hanno oro in tant’abondanza ch’alcuno non lo potrebbe mai credere, e hanno elefanti e molte cacciagioni da cani e da uccelli; e da questo regno si traggono tutte le porcellane che si portano per gli altri paesi, e si spende per moneta, com’è detto di sopra. E vi nasce una sorte di frutti chiamati berci, che sono domestici e grandi come limoni, e molto buoni da mangiare. Altre cose non vi sono da conto, se non che ‘l luogo è molto salvatico e montuoso, e pochi uomini vi vanno, perché il re non consente ch’alcuno li vada, accioché non conosca il tesoro e i secreti suoi.

Capitolo 9

Dell’isola di Pentan e regno di Malaiur.

Partendosi di Lochac, si naviga cinquecento miglia per mezodì, e si truova un’isola chiamata Pentan, la quale è in un luogo molto salvatico. E tutti i boschi di quell’isola producon arbori odoriferi. E fra la provincia di Lochac e l’isola di Pentan, per miglia sessanta, in molti luoghi non si truova acqua, se non per quattro passa alta, e per questo bisogna che li naviganti levino più alto il timone, perché non hanno acqua se non da circa quattro passa. E quando s’ha navigato questi sessanta miglia verso scirocco, si va più oltre circa trenta miglia e si truova un’isola ch’è regno, e chiamasi la città Malaiur, e così l’isola Malaiur, le cui genti hanno re e linguaggio per sé. La città certamente è nobilissima e grandissima, e si fanno in quella molte mercanzie d’ogni specie, perché quivi ne sono in abondanza. Né vi sono altre cose notabili, onde, procedendo più oltre, trattaremo della Giava minore.

Capitolo 10

Dell’isola di Giava minore.

Quando si parte dall’isola Pentan e che s’è navigato circa a cento miglia per scirocco, si truova l’isola di Giava minore: ma non è però così picciola che non giri circa duemila miglia a torno a torno. E in quest’isola son otto reami e otto re, le genti della quale adorano gl’idoli, e in ciascun regno v’è linguaggio da sua posta, diverso dalla favella degli altri regni. V’è abondanza di tesoro e di tutte le specie e di legno d’aloe, verzino, ebano, e di molte altre sorti di specie, che alla patria nostra, per la longhezza del viaggio e pericoli del navigare, non si portano, ma si portan alla provincia di Mangi e del Cataio.

Or vogliamo dire della maniera di queste genti, di ciascuna partitamente per sé. Ma primamente è da sapere che quest’isola è posta tanto verso le parti di mezogiorno che quivi la stella tramontana non si può vedere. E messer Marco fu in sei reami di quest’isola, de’ quali qui se ne parlerà, lasciando gli altri due che non vidde.

Capitolo 11

Del regno di Felech, ch’è sopra la Giava minore.

Cominciamo adunque a narrare del regno di Felech, il qual è uno delli detti otto. In questo regno tutte le genti adorano gl’idoli, ma per li mercanti saraceni, che del continuo ivi conversano, si sono convertiti alla legge di Macometto, cioè quelli che abitano nelle città; e quelli che abitano ne’ monti sono come bestie, però che mangiano carne umana, e generalmente ogni sorte di carni monde e immonde; e adorano diverse cose, perché quand’alcuno si leva su la mattina adora la prima cosa ch’ei vede per tutto quel dì.

Capitolo 12

Del secondo regno di Basma.

Partendosi da questo regno, s’entra nel regno di Basma, il qual è da per sé e ha linguaggio da sua posta, le cui genti non hanno legge, ma vivono come le bestie. Si chiamano per il gran Can, nondimeno non li danno tributo, perché sono lontani, di sorte che le genti del gran Can non posson andar a quelle parti: ma tutti dell’isola si chiamano per lui, e alle volte, per quelli che passano di là, li mandano qualche bella cosa e strana per presenti, e specialmente di certa sorte d’astori.

Hanno molti elefanti salvatichi e leoncorni, che sono molto minori degli elefanti, simili a’ buffali nel pelo, e li loro piedi sono simili a quelli degli elefanti; hanno un corno in mezzo del fronte, e nondimeno non offendono alcuno con quello, ma solamente con la lingua e con le ginocchia, perché hanno sopra la lingua alcune spine longhe e aguzze, e quando vogliono offendere alcuno lo calpestano con le ginocchia e lo deprimono, poi lo feriscono con la lingua. Hanno il capo come d’un cinghiale, e portano il capo basso verso la terra. E sta volentieri nel fango, e sono bruttissime bestie, e non sono tali quali si dicono esser nelle parti nostre, che si lasciano prendere dalle donzelle, ma è tutt’il contrario. Hanno molte simie e di diverse maniere, e hanno astori tutti neri come corbi, i quali sono molto grandi e prendono gli uccelli benissimo.

Sappiate esser una gran bugia quello che si dice, che gli uomini picciolini morti e secchi siano portati dall’India, perché tali uomini in quest’isola sono fatti a mano, e direnvi in che modo. In quest’isola è una sorte di simie, che sono molto picciole e hanno il volto simile al volto umano. I cacciatori le prendono e pelano, lasciandogli solamente i peli nelle barbe e altri luoghi, a similitudine dell’uomo; dopo le mettono in alcune cassette di legno, e le fanno seccare e acconciare con canfora e altre cose, talmente che pareno propriamente che siano stati uomini. Le vendono a’ mercanti che le portano per lo mondo, e questo è un grande inganno, però che sono fatti al modo che avete inteso, perché né in India né in alcune altre parti salvatiche mai furono veduti uomini così picciolini come paiono quelli.

Ora non diciamo più di questo regno, perché non vi sono altre cose da dire; e però diremo del regno nominato Samara.

Capitolo 13

Del terzo regno di Samara.

Partendosi da Basma, si truova il regno di Samara, il qual è nell’isola sopradetta, dove messer Marco previous hit Polo next hit stette cinque mesi, per il tempo contrario che lo costrinse a starvi a suo mal grado. La Tramontana quivi ancora non si vede, né si veggono anco le stelle che sono nel Carro. Quelle genti adorano gl’idoli; hanno re grande e potente, e chiamansi per il gran Can. E così stando detto messer Marco tanto tempo in queste isole, discese in terra con circa duemila uomini in sua compagnia, e per paura di quelle genti bestiali, che volentieri prendono gli uomini e gli ammazzano e li mangiano, fece cavar fosse grandi verso la isola intorno di sé, i capi delle quali finivano sopra il porto del mare dall’una parte e l’altra, e sopra le fosse fece far alcuni edificii overo baltresche di legname; e così stette sicuramente cinque mesi in quelle fortezze con la sua gente, perché v’è moltitudine di legname, e quei dell’isola contrattavano con loro di vettovaglie e altre cose, perché si fidavano.

Quivi sono i migliori pesci che si possano mangiare al mondo; e non hanno frumento, ma vivono di risi; non hanno vino, ma hanno una sorte d’arbori che s’assomiglian alle palme e dattaleri che, tagliandogli un ramo e mettendoli sotto un vaso, getta un liquore che l’empie in un giorno e una notte, ed è ottimo vino da bere, ed è di tanta virtù che libera gli idropici e tisici e quelli che patiscono il male di spienza. E quando quei tronchi non mandano più liquore fuori adacquano gli arbori, secondo che veggono esser necessario, con condotti che si traggono da’ fiumi, e quando sono adacquati mandano fuori il liquore come prima. E sonvi alcuni arbori che di natura mandano fuori il liquor rosso, e alcuni bianco. Truovasi anco noci d’India, grosse com’è il capo dell’uomo, le quali sono buone da mangiare, dolci e saporite e bianche come latte, e il mezo della carnosità di detta noce è pieno d’un liquore come acqua chiara e fresca, e di miglior sapore e più delicato che ‘l vino overo d’alcun’altra bevanda che mai si bevesse. Mangiano finalmente ogni sorte di carni, buone e cattive, senza farli differenza alcuna.

Capitolo 14

Del quarto regno di Dragoian.

Dragoian è un regno che ha re e favella da sua posta; quelle genti sono salvatiche e adorano gl’idoli, e si chiamano per il gran Can. E direnvi un’orrenda loro consuetudine, ch’osservano quand’alcun di loro casca in qualche infermità. Li parenti suoi mandano per li maghi e incantatori, e fanno che costoro vedino ed esaminino diligentemente se questi infermi hanno da guarire o no; e questi maghi, secondo la risposta che fanno li diavoli, gli rispondono s’ei dee guarire. E se dicono di no, i parenti dell’infermo mandano per alcuni uomini (a questo specialmente deputati), che sanno con destrezza chiudere la bocca dell’infermo, e soffocato che l’hanno lo fanno in pezzi e lo cuocono, e così cotto i suoi parenti lo mangiano insieme allegramente, e tutto integramente fino alle midolle che sono nell’ossa, di modo che di lui non resta sostanza alcuna, percioché se vi rimanesse dicono che crearebbe vermini, e mancando ad essi il cibo morrebbono: e per la morte di questi tal vermini dicono che l’anima del morto patirebbe gran pena. E poi, tolte l’ossa, le ripongono in una bella cassetta picciola, e portanla in qualche caverna ne’ monti e la sepeliscono, accioché non siano tocche da bestia alcuna. E ancora, se possono prendere qualche uomo che non sia del suo paese, non potendosi riscattare, l’uccidono e lo mangiano.

Capitolo 15

Del quinto regno di Lambri.

Lambri è un regno che ha re e favella da sua posta, le sue genti adorano gl’idoli, e chiamansi del gran Can. Hanno verzino in gran quantità, e canfora e molte altre specie. Seminano una pianta ch’è simile al verzino, e quand’ell’è nata e cresciuta in piccioli ramuscelli li cavano e li piantano in altri luoghi, dove li lasciano per tre anni; dopo li cavano con tutte le radici e adoperano a tingere. E messer Marco portò di dette semenze a Venezia e seminolle, ma non nacque nulla, e questo perché richiedono luogo calidissimo. Sono in questo regno uomini che hanno le code più longhe d’un palmo, a modo di cane, ma non sono pilose: e per la maggior parte sono fatti a quel modo. Questi tali uomini abitano fuori delle città ne’ monti. Hanno leoncorni in gran copia e molte cacciagioni di bestie e d’uccelli.

Capitolo 16

Del sesto regno di Fanfur, dove cavano farina d’arbori.

Fanfur è regno e ha re da per sé, le cui genti adorano gl’idoli, e chiamansi per il gran Can, e sono dell’isola sopradetta. Quivi nasce la miglior canfora che trovar si possa, la qual si chiama canfora di Fanfur, ed è miglior dell’altra, e dassi per tant’oro a peso. Non hanno frumento né altro grano, ma mangiano riso e latte, e vino hanno degli arbori, come di sopra s’è detto nel capitolo di Samara.

Oltre di ciò v’è un’altra cosa maravigliosa, cioè che in questa provincia cavano farina d’arbori, perché hanno una sorte d’arbori grossi e longhi, alli quali levatali la prima scorza, ch’è sottile, si truova poi il suo legno grosso intorn’intorno per tre dita, e tutta la midolla di dentro è farina come quella del carvolo: e sono quegli arbori grossi come potrian abbracciar due omini. E mettesi questa farina in mastelli pieni d’acqua, e menasi con un bastone dentro all’acqua: allora la semola e l’altre immondizie vengono di sopra, e la pura farina va al fondo. Fatto questo si getta via l’acqua, e la farina purgata e mondata che rimane s’adopra, e si fanno di quella lasagne e diverse vivande di pasta, delle qual ne ha mangiato più volte il detto messer Marco, e ne portò seco alcune a Venezia, qual è come il pane d’orzo e di quel sapore. Il legno di quest’arbore l’assomigliano al ferro, perché gettato in acqua si sommerge immediate, e si può sfendere per dritta linea da un capo all’altro come la canna, perché, quando s’ha cavata la farina, il legno, come s’è detto, riman grosso per tre dita: del quale quelle genti fanno lancie picciole e non longhe, perché se fossero longhe niuno le potria portare, non ch’adoperarle, per il troppo gran peso; e le aguzzano da un capo, qual poi abbruciano, e così preparate sono atte a passare ciascun’armatura, e molto meglio che se fossero di ferro. Or abbiamo detto di questo regno, qual è delle parti di quest’isola. Degli altri regni che sono nell’altre parti non diremo, perché il detto messer Marco non vi fu, e però, procedendo più oltre, diremo d’una picciola isola nominata Nocueran.

Capitolo 17

Dell’isola di Nocueran.

Partendosi dalla Giava e dal regno di Lambri, poi che s’ha navigato da circa centocinquanta miglia verso tramontana, si truovano due isole, una delle quali si chiama Nocueran e l’altra Angaman. E in questa di Nocueran non è re, e quelle genti sono come bestie, e tutti, così maschi come femine, vanno nudi e non cuoprono parte alcuna della loro persona; e adorano gl’idoli. Tutti i loro boschi sono di nobilissimi arbori e di grandissima valuta, e si truovano sandali bianchi e rossi, noci di quelle d’India, garofani, verzino e altre diverse sorti di speciarie.

Né v’essendo altre cose da dire, più oltre procedendo, diremo dell’isola d’Angaman.

Capitolo 18

Dell’isola di Angaman.

Angaman è un’isola grandissima, che non ha re, le cui genti adoran gl’idoli, e sono come bestie salvatiche, conciosiacosaché mi fosse detto ch’hanno il capo simile a quello de’ cani, e gli occhi e denti. Sono genti crudeli, e tutti quegli uomini che possono prendere gli ammazzano e mangiano, pur che non siano della sua gente. Hanno abondanza di tutte le sorti di specie. Le sue vettovaglie sono risi e latte e carne d’ogni maniera, e hanno noci d’India, pomi paradisi, e molti altri frutti diversi da’ nostri.

Capitolo 19

Dell’isola di Zeilan.

Partendosi dall’isola d’Angaman, poi che s’è navigato da mille miglia per ponente, e alquanto meno verso garbin, si truova l’isola di Zeilan, la qual al presente è la miglior isola che si truovi al mondo della sua qualità, perché gira di circuito da duemila e quattrocento miglia. E anticamente era maggiore, perché girava a torno a torno ben tremila e seicento miglia, secondo che si truova ne’ mapamondi de’ marinari di quei mari; ma il vento di tramontana vi soffia con tanto empito che ha corroso parte di quei monti, quali sono cascati e sommersi in mare, e così è perso molto del suo territorio: e questa è la causa perché non è così grande al presente come fu già per il passato. Quest’isola ha un re, che si chiama Sendernaz; le genti adorano gl’idoli, e non danno tributo ad alcuno. Gli uomini e le donne sempre vanno nudi, eccetto che cuoprono la loro natura con un drappo. Non hanno biade, se non risi e susimani, de’ quali fanno olio. Vivono di latte, risi e carne, e vino degli arbori sopradetti, e hanno abondanza del miglior verzino che si possa trovar al mondo.

In questa isola nascono buoni e bellissimi rubini, che non nascono in alcun altro luogo del mondo, e similmente zafiri, topazii, ametisti, granate, e molt’altre pietre preciose e buone. E il re di quest’isola vien detto aver il più bel rubino che giamai sia stato veduto al mondo, longo un palmo e grosso com’è il braccio d’un uomo, splendente oltre modo, e non ha pur una macchia, che pare che sia un fuoco che arda; ed è di tanta valuta che non si potria comprare con denari. Cublai gran Can mandò ambasciatori a questo re, pregandolo che, s’ei volesse concederli quel rubino, li daria la valuta d’una città; egli rispose che non glielo daria per tesoro del mondo, né lo lasciarebbe andar fuori delle sue mani, per essere stato de’ suoi predecessori: e per questa causa il gran Can non lo poté avere. Gli uomini di quest’isola non sono atti all’arme, per essere vili e codardi, e se hanno bisogno d’uomini combattitori truovano gente d’altri luoghi vicini a’ saraceni.

E non essendovi altre cose memorabili, procedendo più oltre narreremo di Malabar.

Capitolo 20

Della provincia di Malabar.

Partendosi dall’isola di Zeilan, e navigando verso ponente miglia sessanta, si truova la gran provincia di Malabar, la qual non è isola ma terra ferma, e si chiama India maggiore, per essere la più nobile e la più ricca provincia che sia al mondo. Sono in quella quattro re, ma il principale, ch’è capo della provincia, si chiama Senderbandì. Nel suo regno si pescano le perle, cioè che fra Malabar e l’isola di Zeilan v’è un colfo overo seno di mare, dove l’acqua non è più alta di dieci in dodici passa, e in alcuni luoghi due passa, e pescansi in questo modo: che molti mercanti fanno diverse compagnie, e hanno molte navi e barche grandi e picciole, con ancore per poter sorgere, e menano seco uomini salariati, che sanno andare nel fondo a pigliar le ostriche, nelle quali sono attaccate le perle, e le portano di sopra in un sacchetto di rete legato al corpo, e poi ritornano di nuovo, e quando non possono sostenere più il fiato vengono suso, e stati un poco se ne descendono, e così fanno tutt’il giorno. E pigliansi in grandissima quantità, delle quali si fornisce quasi tutt’il mondo, per essere la maggior parte di quelle che si pigliano in questo colfo tonde e lustri. Il luogo dove si truovano in maggior quantità dette ostreche si chiama Betala, ch’è sopra la terra ferma, e di lì vanno al dritto per sessanta miglia per mezogiorno. Ed essendovi in questo colfo pesci grandi ch’uccideriano i pescatori, però i mercanti conducon alcuni incantatori d’una sorte di Bramini, quali per arte diabolica sanno constringere e stupefare i pesci, che non li fanno male; e perché pescano il giorno, però la sera disfanno l’incanto, temendo ch’alcuno nascosamente, senza licenza de’ mercanti, non discenda la notte a pigliar l’ostreche: e i ladri, che temono detti pesci, non osano andarvi di notte. Questi incantatori sono gran maestri di saper incantare tutti gli animali, e anco gli uccelli. Questa pescagione comincia per tutto il mese d’aprile fino a mezo maggio, la qual comprano dal re, e li danno solamente la decima (e ne cava grandissima utilità), e alli incantatori la vigesima. Finito detto tempo più dette ostriche non si truovano, ma fanno passaggio ad un altro luogo, distante da questo colfo trecento e più miglia, dove si truovano per il mese di settembre fino a mezo ottobrio. Di queste perle, oltre la decima che danno i mercanti, il re vuol tutte quelle che sono grosse e tonde, e le paga cortesemente, sì che tutti gliele portano volentieri.

Il popolo di questa provincia in ogni tempo va nudo, eccetto che (com’è detto) si cuoprono le parti vergognose con un drappo, e il re similmente va come gli altri: vero è ch’ei porta alcune cose per onorificenzia regale, cioè atorno il collo una collana piena di pietre preciose, zafiri, smeraldi e rubini, che vagliono un gran tesoro; li pende al collo ancor un cordone di seta sottile che discende fin al petto, nel quale sono cento e quattro perle grosse e belle e rubini, che sono di gran valuta. E la causa è questa, perché gli conviene ogni giorno dir cento e quattro orazioni all’onor de’ suoi idoli, perché così comanda la lor legge e così osservarono i re suoi predecessori. L’orazione che dicono ogni giorno sono queste parole: “Pacauca, Pacauca, Pacauca”, e le dicono cento e quattro volte. Item porta alle braccia in tre luoghi braccialetti d’oro ornati di perle e gioie, e alle gambe in tre luoghi cintole d’oro, tutte coperte di perle e gioie, e sopra le dita de’ piedi e delle mani, ch’è cosa maravigliosa da vedere, non che stimare si potesse la valuta: ma a questo re è facile, nascendo tutte le gioie e perle nel suo regno. Questo re ha ben mille concubine e mogli, perché, subito ch’ei vede una bella donna, la vuol per sé: e per questo tolse la moglie ch’era di suo fratello, qual, per esser uomo prudente e savio, sostenne la cosa in pace e non fece altro scandalo, ancor che molte volte fosse in procinto di farli guerra; ma la lor madre li mostrava le mammelle, dicendogli: “Se farete scandalo tra voi, io mi taglierò le mammelle che v’hanno nutriti”, e così rimaneva la quistione. Ha ancora questo re molti cavalieri e gentiluomini, che si chiamano fedeli del re in questo mondo e nell’altro. Questi servono al re nella corte, e cavalcano con lui standoli sempre appresso, e come va il re questi l’accompagnano, e hanno gran dominio in tutt’il regno. Quand’ei muore, s’abbrucia il suo corpo: allora tutti questi suoi fedeli si gettano volontariamente lor medesimi nel fuoco e s’abbruciano, per causa d’accompagnarlo nell’altro mondo.

In questo regno è ancora tal consuetudine, che quando muore il re i suoi figliuoli che succedono non toccano il tesoro di quello, perché dicono che saria sua vergogna che, succedendo in tutt’il regno, lui fosse così vile e da poco ch’ei non se ne sapesse acquistare un altro simile: e però è opinione che si conservi infiniti tesori nel palagio del re, per memoria degli altri re passati. In questo reame non nascono cavalli, e per questa causa il re di Malabar e gli altri quattro re suoi fratelli consumano e spendono ogn’anno molti denari in quelli, perché ne comprano dalli mercanti d’Ormus, Diufar, Pecher e Adem, e d’altre provincie, che glieli conducono: e si fanno ricchi, perché gliene vendono da cinquemila per cinquecento saggi d’oro l’uno, che vagliono cento marche d’argento; e in capo dell’anno non ne rimangono vivi trecento, perché non hanno chi li sappino governare, né mariscalchi che li sappino medicare, e bisogna che ogn’anno li rinovino. Ma io penso che l’aere di questa provincia non sia conforme alla natura de’ cavalli, perché quivi non nascono, e però non si possono conservare. Li danno da mangiare carne cotta con risi, e molti altri cibi cotti, perché non vi nasce altra sorte di biade che risi. Se una cavalla grande sarà pregna di qualche bel cavallo, non però partorisce se non un poledro picciolo, mal fatto e con li piedi storti, e che non è buono per cavalcare.

S’osserva in detto regno quest’altra consuetudine, che quand’alcun ha commesso qualche delitto, per il quale si giudichi ch’ei meriti la morte, e il signore lo voglia far morire, allora il condannato dice ch’egli si vuole uccidere ad onore e riverenza di tal idolo, e immediate tutti i suoi parenti e amici lo pongono sopra una catedra, con dodici coltelli ben ammolati e taglienti, e lo portano per la città esclamando: “Questo valent’uomo si va ad ammazzar se medesimo per amor del tal idolo”. E giunti al luogo dove si dee far giustizia, quel che dee morire piglia due coltelli e grida in alta voce: “Io m’uccido per amor di tal idolo”, e subito in un colpo si darà due ferite nelle cosse, e dopo due nelle braccia, due nel ventre e due nel petto, e così ficca tutti i coltelli nella sua persona, gridando ad ogni colpo: “Io mi uccido per amor di tal idolo”. E poi che s’ha fitti tutti i coltelli nella vita, l’ultimo si ficca nel cuore, e subito muore. Allora i suoi parenti con grand’allegrezza abbruciano quel corpo, e la moglie immediate si getta nel fuoco, lasciandosi abbruciare per amor del marito: e le donne che fanno questo sono molto laudate dall’altre genti, e quelle che non lo fanno sono vituperate e biasimate.

Questi del regno adorano gl’idoli, e per la maggior parte adorano buoi, perché dicono ch’il bue è cosa santa, e niun mangierebbe delle carni del bue per alcuna causa del mondo. Ma v’è una sorte d’uomini, che si chiamano gavi, i quali, benché mangino carne di bue, non però ardiscono d’ucciderli, ma quando alcun bue muore di propria morte, overo altrimenti, essi gavi ne mangiano, e tutti imbrattano le loro case di sterco di buoi. Hanno queste genti per costume di sedere in terra sopra tapeti, e se sono domandati perché ciò fanno, dicono che ‘l sedere sopra la terra è cosa molto onorata, perché essendo noi di terra ritorneremo in terra, e niuno potrebbe mai tanto onorare la terra che fosse bastevole, e però non si dee dispregiarla. E questi gavi e tutti della loro progenie sono di quelli i predecessori de’ quali ammazarono san Tommaso apostolo, e niuno de’ detti potria entrare nel luogo dov’è il corpo del beato apostolo, ancor che vi fosse portato per dieci uomini, perché detto luogo non riceve alcuno di loro, per la virtù di quel corpo santo.

In questo regno non nasce alcuna biada, se non risi e susimani. Queste genti vanno alla battaglia con lancie e scudi, e sono nude, e sono genti vili e da poco, senz’alcuna prattica di guerra. Non ammazzano bestie alcune overo animali, ma quando vogliono mangiar carne di montoni o altre bestie overo uccelli, le fanno uccidere da saraceni e da altre genti che non osservano i costumi e leggi loro. Si lavano, così uomini come donne, due volte il giorno in acqua tutto il corpo, cioè la mattina e la sera, altrimenti non mangiariano né beveriano, se prima non fossero lavati: e quello che non si lavasse due volte il giorno saria tenuto come eretico. Ed è da sapere che nel suo mangiare adoperano solamente la mano destra, né toccariano cibo alcuno con la mano sinistra, e tutte le cose monde e belle operano e toccano con la mano destra, perché l’officio della mano sinistra è solamente circa le cose necessarie brutte e immonde, come saria far nette le parti vergognose e altre cose simili a queste. Item bevono solamente con boccali, e ciascuno col suo, né alcuno beveria col boccale d’un altro, e quando bevono non si mettono il boccale alla bocca, ma lo tengono elevato in alto e gettansi il vino in bocca, né toccariano il boccale con la bocca per modo alcuno, né dariano bere con quei boccali ad alcun forestiere; ma, se il forestiero non averà vaso proprio da bere, essi gli gettano del vino intra le mani ed egli berà con quelle, adoperando le mani in luogo d’una tazza.

In questo regno si fa grandissima e diligente giustizia di ciascun maleficio; e de’ debiti s’osserva tal ordine appresso di loro: s’alcun debitore sarà più volte richiesto dal suo creditore, ed ei vada con promissioni differendo di giorno in giorno, e il creditore lo possa toccare una volta, talmente ch’ei li possa designare un circolo a torno, il debitore non uscirà fuor di quel circolo fin che non avrà sodisfatto al creditore, overo gli darà una cauzione che sarà sodisfatto; altramente, uscendo fuori del circolo, come transgressore della ragione e giustizia sarà punito col supplicio della morte. E vidde il sopradetto messer Marco nel suo ritorno a casa, essendo nel detto regno, che, dovendo dare il re ad un mercante forestiero certa somma di denari, ed essendo più volte stato richiesto, lo menava con parole alla longa; un giorno, cavalcando per la terra il re, il mercante, trovata l’opportunità, li fece un circolo a torno, circuendo anco il cavallo: il che vedendo, il re non volse col cavallo andar più oltre, né di lì si mosse fin che ‘l mercante non fu sodisfatto. La qual cosa veduta dalle genti circonstanti, molto si maravigliarono, dicendo che giustissimo era il re, avendo ubbidito alla giustizia.

Detti popoli si guardano grandemente da bere vino fatto d’uva, e quello che ne bee non si riceve per testimonio, né quello che naviga per mare, perché dicono che chi naviga per mare è disperato, e però non lo ricevono in testimonio. Non reputano che la lussuria sia peccato. E vi è così gran caldo che gli è una cosa mirabile, e però vanno nudi; e non hanno pioggia se non solamente del mese di giugno, luglio e agosto, e se non fosse quest’acqua, che piove questi tre mesi, che dà refrigerio all’aria, non si potria vivere.

Ivi sono ancora molti savii in una scienzia che si chiama fisionomia, la quale insegna a conoscere la proprietà e qualità degli uomini che sono buoni o cattivi: e questo conoscono subito che veggono l’uomo e la donna. Conoscono anco quel che significa incontrandosi in uccelli o bestie, e danno mente al volare degli uccelli più di tutti gli uomini del mondo, e preveggono il bene e male. Item per ciascun giorno della settimana hanno un’ora infelice, qual chiamano choiach, come il giorno del lunedì l’ora di meza terza, il giorno del martedì l’ora di terza, il giorno di mercordì l’ora di nona, e così di tutti i giorni per tutto l’anno, li quali hanno descritti e determinati ne’ loro libri; e conoscono l’ore del giorno al conto de’ piedi che fa l’ombra dell’uomo quando sta ritto, e si guardano in tal ore di far mercati o altre facende di mercanzie, perché dicono che li riescono male. Item, quando nasce alcun fanciullo o fanciulla in questo regno, subito il padre o la madre fanno metter in scritto il giorno della sua natività e della luna il mese e l’ora: e questo fanno perché esercitano tutti i loro fatti per astrologia. E tutti quelli ch’hanno figliuoli mascoli, subito che sono in età d’anni tredici, li licenziano di casa, privandoli del vivere di casa, perché dicono che oramai sono in età di potersi acquistar il vivere, e far mercanzie e guadagnare: e a ciascuno danno venti o ventiquattro grossi, overo moneta di tanta valuta. Questi fanciulli non cessano tutto il giorno correre or qua or là, comprando una cosa e dopo vendendola; e al tempo che si pescano le perle corrono alli porti, e comprano dalli pescatori e da altri cinque o sei perle, secondo che possono, e le portano a’ mercanti che stanno nelle case per paura del sole, dicendoli: “A me costano tanto, datemi quello che vi piace di guadagno”, ed essi li danno qualche cosa di guadagno, oltre il prezzo che sono costate loro. E così s’esercitano in molte altre cose, facendosi ottimi e sottilissimi mercanti, e dopo portano a casa delle loro madri le cose necessarie, ed esse le cucinano e apparecchiano, ma non mangiano cosa alcuna a spese de’ padri loro.

Item in questo regno e per tutta l’India tutte le bestie e uccelli sono diversi da’ nostri, eccetto le quaglie, le quali s’assomigliano alle nostre; ma tutte l’altre cose sono diverse da quelle che abbiamo noi. Hanno pipistrelli grandi come sono astori, e gli astori negri come corbi, e molto maggiori de’ nostri, e volano velocemente e prendono uccelli.

Hanno ancora molti idoli ne’ loro monasterii, di forma di maschio e di femina, a’ quali i padri e le madri offeriscono le figliuole; e quando l’hanno offerte, ogni volta che li monachi di quel monasterio ricercano ch’elle venghino a dar solazzo agl’idoli, subito vanno, e cantano e suonano facendo gran festa: e dette donzelle sono in gran quantità e con gran compagnie, e portano molte volte la settimana a mangiare agl’idoli a’ quali sono offerte, e dicono che gl’idoli mangiano, e gli apparecchiano la tavola avanti di loro, con tutte le vettovaglie ch’hanno portato, e la lasciano apparecchiata per il spazio d’una buona ora, sonando e cantando continuamente e facendo gran sollazzo, qual dura tanto quanto un gentiluomo potria desinare a suo commodo. Dicono allora le donzelle che gli spiriti degl’idoli hanno mangiato ogni cosa, e loro poi si pongono a mangiare atorno gl’idoli, e dopo ritornan alle loro case. E la causa perché le fanno venire a fare queste feste è perché dicono i monachi che ‘l dio è turbato e adirato con la dea, né si congiungono l’uno con l’altro né si parlano, e che, se non faranno pace, tutte le facende loro andranno di male in peggio e non vi daranno la benedizione e grazia loro: e però fanno venir le dette donzelle al modo sopradetto, tutte nude, eccetto che si cuoprono la natura, e che cantino avanti il dio e la dea. E hanno opinione quelle genti che ‘l dio molte volte si solazza con quella, e che si congiungano insieme.

Gli uomini hanno le loro lettiere di canne leggierissime, e con tale artificio che, quando vi sono dentro e vogliono dormire, si tirano con corde appresso al solaro e quivi si fermano. Questo fanno per schifare le tarantole, le quali mordono grandemente, e per schifare i pulici e altri verminezzi, e per pigliar il vento, per mitigar il gran caldo che regna in quelle bande. La qual cosa non fanno tutti, ma solamente i nobili e grandi, però che gli altri dormono sopra le strade.

Nella provincia detta di Malabar v’è il corpo del glorioso messer san Tommaso apostolo, ch’ivi sostenne il martirio: ed è in una picciola città, alla qual vanno pochi mercanti, per non essere luogo a loro proposito; ma vi vanno infiniti cristiani e saraceni per devozione, perché dicono ch’egli fu gran profeta, e lo chiamano anania, cioè uomo santo. E li cristiani che vanno a questa divozione togliono della terra di quel luogo dov’egli fu ucciso, la qual è rossa, e portansela seco con riverenzia, e spesso fanno miracoli, perché, distemperata in acqua, la danno a bere agli ammalati e guariscono di diverse infermità. E nell’anno del Signore 1288 un gran principe di quella terra, nel tempo che si raccogliono le biade, avea raccolto grandissima quantità di risi, e non avendo case a bastanza dove potesse reponerli, li parve di metterli nelle case della chiesa di S. Tomaso, contra la volontà delle guardie di quelle, quali pregavano che non dovesse occupare le case dove alloggiavano li peregrini che venivano a visitar il corpo di quel glorioso santo; ma lui, ostinato, glieli fece mettere. Or la notte seguente questo santo apostolo apparve in visione al principe, tenendo una lancetta in mano, e ponendogliela sopra la gola gli disse: “Se non svoderai le case che m’hai occupato, io ti farò malamente morire”. Il principe, svegliatosi tutto tremante, immediate fece far quanto gli era stato comandato, e disse publicamente a tutti come egli aveva veduto in visione detto apostolo. E molti altri miracoli tutt’il giorno si veggono, per intercessione di questo beato apostolo. I cristiani che custodiscono detta chiesa hanno molti arbori che fanno le noci d’India, com’abbiamo scritto di sopra, quali li danno il vivere, e pagan ad un di questi re fratelli un grosso ogni mese per arbore. Dicono che quel santissimo apostolo fu morto in questo modo, ch’essendo lui in un romitorio in orazione, v’erano intorno molti pavoni, de’ quali quelle contrade sono tutte ripiene: un idolatro della generazione de’ gavi detti di sopra, passando di quivi né vedendo detto santo, tirò con una saetta ad un pavone, la qual andò a ferire nel costato di quel santissimo apostolo, qual, sentendosi ferito, referendo grazie al nostro Signor Iddio rese l’anima a quello.

In detta provincia di Malabar gli abitanti sono negri, ma non nascono così com’essi si fanno con artificio, perché reputano la negrezza per gran beltà, e però ogni giorno ungono li fanciullini tre volte con olio di susimani. Gli idolatri di questa provincia fanno le imagini de’ loro idoli tutte nere, e dipingon il diavolo bianco, dicendo che tutti li demoni sono bianchi. E quelli ch’adorano il bue, come vanno a combattere, portano seco del pelo del bue salvatico, e li cavallieri legano del detto pelo alle crene del cavallo, tenendolo che sia di tanta santità e virtù che ciascuno che n’ha sopra di sé sia sicuro da ogni pericolo: e per questa causa i peli de’ buoi salvatichi vagliono assai denari in quelle parti.

Capitolo 21

Del regno di Murphili, overo Monsul.

Il regno di Murphili si truova quando si parte da Malabar e si va per tramontana cinquecento miglia. Adorano gl’idoli e non danno tributo ad alcuno; vivono di risi, carne, latte, pesce e frutti. Ne’ monti di questo regno si truovano i diamanti, perché quando piove l’acqua descende da quelli con grand’impeto e ruina per le rupi e caverne, e poi ch’è scorsa l’acqua gli uomini li vanno cercando per li fiumi, e ne truovano molti. E fu detto al prefato messer Marco che la state, ch’è grandissimo caldo e non piove, montano sopra detti monti con gran fatica, e per la moltitudine de’ serpi che si trovano in quelli, e nelle sommità vi sono alcune valli circondate da grotte e caverne dove si truovano detti diamanti, e vi pratticano di continuo molte aquile e cicogne bianche, che si cibano de’ detti serpi. Quelli adunque che vogliono averne gettano, stando sopra le grotte, molti pezzi di carne in dette valli, e l’aquile e cicogne, vedendo le carni, le vanno a pigliare e portano a mangiare sopra le grotte overo sommità de’ monti, dove immediate corrono gli uomini e le discacciano, togliendoli le carni: e spesse fiate truovano attaccati in quelle i diamanti. E se l’aquile mangiano le carni, vanno al luogo dove dormono la notte, e truovano alle fiate de’ diamanti nel sterco e immondizie di quelle. In questo regno si fanno i migliori e più sottili boccascini che si truovino in tutta l’India.

Capitolo 22

Della provincia di Lac overo Loac e Lar.

Partendosi dal luogo dove è il corpo del glorioso apostolo s. Tommaso, e andando verso ponente, si truova la provincia di Lac. Di qui hanno origine li Bramini, che sono sparsi poi per tutta l’India: questi sono li migliori e più veridici mercanti che si truovino, né direbbono mai una bugia per qualunque cosa che dir si potesse, ancor se v’andasse la vita. Si guardano grandemente di robbare e tor la robba d’altrui; son ancora molto casti, perché si contentano d’una moglie sola. E se alcuno mercante forestiero e che non conosca li costumi della contrada si raccomandi a loro e li dia in salvo le sue mercanzie, questi Bramini le custodiscono, vendono e barattanle lealmente, procurando l’utilità del forestiero con ogni cura e sollicitudine, non li dimandando alcuna cosa per premio, se per sua gentilezza il mercante non gliene dona. Mangiano carne e bevono vino; non uccideriano alcun animale, ma lo fanno uccidere da’ saraceni. Si conoscono i Bramini per certo segnale che portano, che è un fil grosso di bambagio sopra la spalla, e leganlo sotto il braccio, di modo che quel filo appare avanti il petto e dopo le spalle. Hanno un re qual è molto ricco e potente, e che si diletta di perle e pietre preciose; e quando i mercanti di Malabar gliene possono portare qualcuna che sia bella, credendo alla parola del mercante, li dà due volte tanto quanto la gli costa: però li vengono portate infinite gioie. Sono grandi idolatri, e si dilettano d’indovinare, e massime negli augurii, e se vogliono comprare alcuna cosa, riguardano subito nel sole la sua propria ombra, e facendo le regole della sua disciplina procedono nella sua mercanzia. Sono molto astinenti nel mangiare e vivono lungamente; i suoi denti sono molto buoni, per certa erba che usano a masticare, la qual fa ben digerire ed è molto sana a’ corpi umani.

Sono fra costoro in detta regione alcuni idolatri, quali sono religiosi e si chiamano tingui, e a reverenzia de’ loro idoli fanno una vita asprissima. Vanno nudi e non si cuoprono parte alcuna del corpo, dicendo che non si vergognano d’andare nudi, perché nacquero ancor nudi, e circa le parti vergognose dicono che, non facendo alcuno peccato con quelle, non si vergognano di mostrarle. Adorano il bue, e ne portan un picciolo di lattone o d’altro metallo indorato legato in mezo la fronte. Abbruciano ancor l’ossa de’ buoi e ne fanno polvere, con la quale fanno un’unzione che si ungono il corpo in più luoghi con gran riverenzia; e se incontrano alcuno che li facci buona cera, li mettono in mezo la fronte un poco di detta polvere. Non uccideriano animale alcuno, né mosche né pulici né pidocchi, perché dicono che hanno anima, né mangiariano d’animal alcuno, perché li pareria di commetter gran peccato. Non mangiano alcuna cosa verde, né erbe né radici, fino che non sono secche, perché tutte le cose verdi dicono che hanno anima. Non usano scodelle né taglieri, ma mettono le sue vivande sopra le foglie secche di pomi d’Adamo, che si chiamano pomi di paradiso. Quando vogliono alleggerire il ventre vanno al lido del mare, dove in la rena depongono il peso naturale, e subito lo dispergono in qua e là, acciò che ‘l non faccia vermini, che poi morirebbono di fame, e loro farebbono grandissimo peccato per la morte di tante anime. Vivono lungamente sani e gagliardi, perché alcuni di loro arrivano fino a cento e cinquanta anni, ancor che dormino sopra la terra: ma si pensa che sia per l’astinenzia e castità che servano; e come sono morti abbruciano i loro corpi.

Capitolo 23

Dell’isola di Zeilan.

Non voglio restare di scrivere alcune cose che ho lasciato di sopra quando ho parlato dell’isola di Zeilan, le quali intesi ritrovandomi in quei paesi quando ritornavo a casa. Nell’isola di Zeilan dicono esservi un monte altissimo, così dirupato nelle sue rupi e grotte che niuno vi può ascendere se non in questo modo, che da questo monte pendono molte catene di ferro, talmente ordinate che gli uomini possono per quelle ascendere fino alla sommità, dove dicono esservi il sepolcro d’Adamo primo padre. Questo dicono i saraceni, ma gl’idolatri dicono che vi è il corpo di Sogomonbarchan, che fu il primo uomo che trovasse gl’idoli, e l’hanno per un uomo santo. Costui fu figliuolo d’un re di quell’isola, e si dette alla vita solitaria, e non voleva né regno né alcuna altra cosa mondana, ancor che ‘l padre, con il mezo di bellissime donzelle, con tutte le delizie che imaginar si possa, si sforzasse di levarlo da questa sua ostinata opinione. Ma non fu mai possibile, di modo che ‘l giovane nascosamente si fuggì sopra questo altissimo monte, dove castamente e con somma astinenzia finì la vita sua: e tutti gl’idolatri lo tengono per santo. Il padre, disperato, ne ebbe grandissimo dolore, e fece far un’imagine a similitudine sua, tutta d’oro e di pietre preciose, e volse che tutti gli uomini di quella isola l’onorassero e adorassero come iddio: e questo fu principio dell’adorare gl’idoli, e gl’idolatri hanno questo Sogomonbarchan per il maggior di tutti gli altri, e vengono di molte parti lontane in peregrinaggio a visitare questo monte dove egli è sepolto. E quivi si conservano ancor de’ suoi capelli, denti e un suo catino, che mostrano con gran cerimonie. Li saraceni dicono che sono di Adam, e vi vanno ancor loro a visitarlo per devozione. E accadette che nel 1281 il gran Can intese, da saraceni ch’erano stati sopra detto monte, come vi si truovano le cose sopradette del nostro padre Adam, per il che li venne tanto desiderio di averne ch’ei fu forzato di mandar ambasciatori al detto re di Zeilan a dimandargliene; quali vennero dopo gran cammino e giornate al re, e impetrorono duoi denti mascellari, ch’erano grandi e grossi, e un catino, ch’era di porfido molto bello, e ancora delli capelli. E inteso il gran Can come li suoi ambasciatori ritornavano con le dette reliquie, li mandò ad incontrare fuori della città da tutto il popolo di Cambalù, e furono condotte alla sua presenzia con gran festa e onore.

E avendo parlato di questo monte di Zeilan, ritorniamo al regno di Malabar e alla città di Cael.

Capitolo 24

Della città di Cael.

Cael è una nobile e gran città, la quale signoreggia Astiar, un di quattro fratelli, re della provincia di Malabar, qual è molto ricco d’oro e gioie, e mantiene il suo paese in gran pace; e li mercanti forestieri vi capitano volentieri, per essere da quel re ben visti e trattati. Tutte le navi che vengono di ponente, Ormus, Chisti, Adem, e di tutta l’Arabia, cariche di mercanzie e cavalli, fanno porto in questa città, per essere posta in buon luogo per mercadantare. Ha questo re ben trecento moglie, le quali mantiene con grandissima pompa.

Tutte le genti di questa città e anco di tutta l’India hanno un costume, che di continuo portano in bocca una foglia chiamata tembul, per certo abito e delettazione, e vannola masticando, e sputano la spuma che la fa. I gentiluomini, signori e re hanno dette foglie acconcie con canfora e altre specie odorifere, ed eziandio con calcina viva mescolata: e mi fu detto che questo li conservava molto sani. E se alcuno vuol far ingiuria ad un altro o villaneggiarlo, come l’incontra gli sputa nel viso di quella foglia o spuma, e subito costui corre al re e dice l’ingiuria che gli è stata fatta e ch’ei vuol combattere: e il re li dà l’armi, che è una spada e rotella, e tutto il popolo vi concorre, e qui combattono fin che un di loro resta morto. Non possono menare di punta, perché gli è proibito dal re.

Capitolo 25

Del regno di Coulam.

Coulam è un regno che si truova partendosi dalla provincia di Malabar verso garbin cinquecento miglia. Adorano gl’idoli; vi sono anco cristiani e giudei, che hanno parlare da per sé. Il re di questo regno non dà tributo ad alcuno. Vi nasce verzino molto buono e pevere in grande abondanzia, perché in tutte le foreste e campagne se ne truova. Lo raccolgono nel mese di maggio, giugno e luglio, e gli arbori che lo producono sono domestichi. Hanno ancora endego molto buono e in grande abondanzia, qual fanno d’erbe alle quali, levateli le radici, pongono in mastelli grandi pieni di acqua, dove le lassano star fin che si putrefanno, e poi di quelle esprimono fuor il sugo; qual post’al sole bolle tanto che si disecca e fassi come una pasta, qual poi si taglia in pezzi, al modo che si vede che viene condotta a noi. Qui è grandissimo caldo in alcuni mesi, che a pena si può sopportare; pur li mercanti vi vengono di diverse parti del mondo, come del regno di Mangi e dell’Arabia, per il gran guadagno che truovano delle mercanzie che portano dalla loro patria e di quelle che riportano con le loro navi di questo regno.

Vi si truovano molte bestie diverse dall’altre del mondo, perché vi sono leoni tutti negri, e pappagalli di più sorte, alcuni bianchi come neve con li piedi e becco rosso, altri rossi e azzurri e alcuni picciolissimi. Hanno anco pavoni, più belli e maggiori de’ nostri e di altra forma e statura, e le loro galline sono molto diverse dalle nostre; e il simile è in tutti li frutti che nascono appresso di costoro: la causa dicono che sia per il gran caldo che regna in quelle parti. Fanno vino di un zucchero di palma, qual è molto buono e fa imbriacare più di quello d’uva. Hanno abondanzia di tutte le cose necessarie al vivere umano, eccetto che di biave, perché non vi nasce se non riso, ma quello in gran quantità. Hanno molti astrologhi e medici che sanno ben medicare; e tutti, così uomini come donne, sono neri e vanno nudi, eccetto che si pongono alcuni belli drappi avanti la natura. Sono molto lussuriosi, e pigliano per mogli le parenti germane, le matrigne (se ‘l padre è morto), e le cognate: e questo s’osserva, per quello ch’io intesi, per tutta l’India.

Capitolo 26

De Cumari.

Cumari è una provincia nell’India, della quale si vede un poco della stella della nostra tramontana, la quale non si può vedere dall’isola della Giava fino a questo luogo, dal quale, andando in mare trenta miglia, si vede un cubito di sopra l’acqua. Questa contrada non è molto domestica, ma salvatica, e vi sono bestie di diverse maniere, specialmente simie, di tal sorte fatte e così grandi che pareno uomini. Vi sono ancora gatti maimoni, molto differenti in grandezza e piccolezza dagli altri; hanno leoni, leonpardi e lupi cervieri in grandissimo numero.

Capitolo 27

Del regno di Dely.

Partendosi dalla provincia di Cumari e andando verso ponente per trecento miglia si truova il regno di Dely, che ha proprio re e favella; non dà tributo ad alcuno. Questa provincia non ha porto, ma un fiume grandissimo che ha buone bocche. Gli abitatori adorano gl’idoli. Questo non è potente in moltitudine o vero valore delli suoi popoli, ma è sicuro per la fortezza de’ passi della regione, che sono di tal sorte che li nimici non vi possono andare ad assaltare. Vi è abondanza di pevere e gengero che vi nasce, e altre speciarie. Se alcuna nave venisse ad alcuna di queste bocche del detto fiume o vero porto per qualche accidente e non per propria volontà, li togliono tutto quello che hanno in nave di mercanzie, dicendo: “Voi volevate andare altrove, e il nostro dio vi ha condutto qui accioché abbiamo le robbe vostre”. Le navi di Mangi vengono per la estate e si cargano per ventura in otto giorni, e più tosto che possono si partono, perché non vi è molto buon stare, per essere la spiaggia tutta di sabbione e molto pericolosa, ancor che le dette navi portino assai ancore di legno, così grandi che in ogni gran fortuna ritengono le navi. Vi sono leoni e molte altre bestie feroci e salvatiche.

Capitolo 28

Di Malabar.

Malabar è un regno grandissimo nell’India maggiore verso ponente, del quale non voglio restare di dire ancora alcune altre particularità, le cui genti hanno re e lingua propria; non danno tributo ad alcuno. Da questo regno appare la stella della tramontana sopra la terra due braccia. Sono in questo reame e in quello di Guzzerat, qual è poco lontano, molti corsari, i quali vanno in mare ogni anno con più di cento navilii, e prendono e rubano le navi di mercanti che passano per quei luoghi. Detti corsari menano in mare le lor mogli e figliuoli, e grandi e piccioli, e vi stanno tutta la state. E accioché non vi possi passar nave alcuna che non la prendino, si mettono in ordinanza, cioè che un navilio sta sorto con l’ancora per cinque miglia lontano un dall’altro, sì che venti navilii occupano il spazio di cento miglia; e subito che veggono una nave fanno segno con fuoco o con fumo, e così tutti si ragunano insieme e pigliano la nave che passa. Non gli offendono nella persona, ma, svaligiata la nave, mettono quelli sopra il lito, dicendoli: “Andate a guadagnare dell’altra robba; forsi che passerete di qua di nuovo, dove ne arrichirete”.

In questa regione v’è grandissima copia di pevere, zenzero e cubebe e noci d’India. Fanno ancora boccascini, i più belli e più sottili che si trovino al mondo. E le navi di Mangi portano del rame per saorna delle navi, e appresso panni d’oro, di seda, veli e oro e argento, e molte sorti di specie che non hanno quelli di Malabar, e queste tal cose contracambiano con le mercanzie della detta provincia. Si truovano poi mercanti che le conducono in Adem, e di lì vengono portate in Alessandria.

E avendo parlato di questo regno di Malabar, diremo di quello di Guzzerati, che è vicino. E sappiate che, se vogliamo parlare di tutte le città de’ regni d’India, saria cosa troppo longa e tediosa, ma toccheremo solamente quelli delli quali abbiamo avuto qualche informazione.

Capitolo 29

Del regno di Guzzerat.

Il reame di Guzzerati ha proprio re e propria lingua; è appresso il mare d’India verso l’occidente. Quivi appare la stella tramontana alta sei braccia. Vi sono in questo reame li maggior corsari che si possino imaginare, perché vanno fuori con li suoi navilii e, come prendono alcuno mercante, subito li fanno bere un poco di acqua di mare mescolata con tamarindi, che li muove il corpo e fa andar da basso: e la causa è questa, perché li mercanti, vedendo venire i corsari, inghiottono le perle e gioie che hanno per asconderle, e costoro gliele fanno uscir fuori del corpo.

Quivi è grand’abbondanza di zenzeri, pevere ed endego; hanno bambagio in gran quantità, perché hanno gli arbori che lo producono, quali sono d’altezza di sei passa, e durano anni venti: ma il bambagio che si cava di quelli così vecchi non è buon da filare, ma solamente per coltre, ma quello che fanno fino a dodici anni è perfettissimo per far veli sottili e altre opere. In questo regno s’acconciano gran quantità di pelli di becchi, buffali, buoi salvatichi, leocorni e di molte altre bestie, e se n’acconcia tante che se ne cargano le navi e si portano verso li regni d’Arabia. Si fanno in questo regno molte coperte di letto di cuoio rosso e azzurro, sottilmente lavorate e cucite con fil d’oro e d’argento: e sopra quelle li saraceni dormono volentieri. Fanno ancora cussini tessuti d’oro tirato, con pitture d’uccelli e bestie, che sono di gran valuta, perché ve ne sono di quelli che vagliono ben sei marche d’argento l’uno. Quivi si lavora meglio d’opere da cucire, e più sottilmente e con maggior artificio, che in tutt’il resto del mondo.

Or, procedendo più oltre, diremo d’un regno detto Canam.

Capitolo 30

Del regno di Canam.

Canam è un grande e nobil regno verso ponente, e intendasi verso ponente perché allora messer Marco veniva di verso levante, e secondo il suo cammino si tratta delle terre che lui trovava. Questo ha re e non rende tributo ad alcuno; le genti adorano gli idoli, e hanno lingua da per sé. Quivi non nasce pevere né zenzero, ma incenso in gran quantità, qual non è bianco ma è come nero. Vi vanno molte navi per levare di quello, e di molte altre mercanzie che quivi si truovano. Si cavano molte mercanzie, e massime di cavalli per tutta l’India, alla qual ne portano gran quantità.

Capitolo 31

Del regno di Cambaia.

Questo è un gran regno verso ponente, il qual ha re e favella da per sé; non danno tributo ad alcuno; adorano le genti gl’idoli. E da questo regno si vede la stella della tramontana più alta, perché quanto più si va verso maestro tanto meglio ella si vede. Si fanno quivi molte mercanzie, e v’è endego molto e in grand’abbondanza; hanno boccascini e bambagio in gran copia. Si traggono di questo regno molti cuoi ben lavorati per altre provincie, e da quelle si riportano per il più oro, argento, rame e tucia.

E non v’essendo altre cose degne da essere intese, procederò a dir del regno di Servenath.

Capitolo 32

Del regno di Servenath.

Servenath è un regno verso ponente, le cui genti adorano gl’idoli e hanno re e favella da per sé; non danno tributo ad alcuno, e sono buona gente. Vivono delle loro mercanzie e arti, e vi vanno ben de’ mercanti con le loro robbe, e riportano di quelle del regno. Mi fu detto che quelli che servono agl’idoli e tempii sono i più crudeli e perfidi che abbi il mondo.

Or passaremo ad un regno detto Chesmacoran.

Capitolo 33

Del regno di Chesmacoran.

Questo è un regno grande, e ha re e favella da sua posta. Alcune di quelle genti adorano gl’idoli, ma la maggior parte sono saraceni. Vivono di mercanzie e arti, e il loro vivere è riso e frumento, carne, latte, che hanno in gran quantità. Quivi vengono molti mercanti per mare e per terra. E questa è l’ultima provincia dell’India maggiore andando verso ponente maestro, perché partendosi da Malabar quivi la finisce: della quale India maggiore abbiamo parlato solamente delle provincie e città che sono sopra il mare, perché a parlare di quelle che sono fra terra saria stata l’opera troppo prolissa.

Ora parleremo d’alcune isole, una delle quali si chiama Mascola, l’altra Femina.

Capitolo 34

Dell’isola Mascola e Femina.

Oltre il Chesmacoran a cinquecento miglia in alto mare verso mezodì vi sono due isole, l’una vicina all’altra trenta miglia: e in una dimorano gli uomini senza femine, e si chiama isola Mascolina; nell’altra stanno le femine senza gli uomini, e si chiama isola Feminina. Quelli che abitano in dette due isole sono una cosa medesima, e sono cristiani battezzati. Gli uomini vanno all’isola delle femine e dimorano con quelle tre mesi continui, cioè marzo, aprile e maggio, e ciascuno abita in casa con la sua moglie, e dopo ritorna all’isola Mascolina, dove dimorano tutt’il resto dell’anno facendo le loro arti senza femina alcuna. Le femine tengono seco i figliuoli fino a’ dodici anni, e dopo li mandano alli loro padri; se ella è femina la tengono fin ch’ella è da marito, e poi la maritano negli uomini dell’isola. E par che quell’aere non patisca che gli uomini continuino a stare appresso le femine, perché moririano. Hanno il loro vescovo, qual è sottoposto a quello dell’isola di Soccotera. Gli uomini proveggono al vivere delle loro mogli, perché seminano le biave, e le donne lavorano le terre, e raccogliono il grano e molti altri frutti che nascono di diverse sorti. Vivono di latte, carne, risi e pesci, e sono buoni pescatori, e pigliano infiniti pesci: de’ freschi e salati vendono a’ mercanti che vengono a comprarli, e massime dell’ambra, che qui se ne truova assai.

Capitolo 35

Dell’isola di Soccotera.

Partendosi da dette isole verso mezodì, dopo cinquecento miglia si truova l’isola di Soccotera, la quale è molto grande e abbondante del vivere. Trovasi per gli abitanti alle rive di quest’isola molto ambracano, che vien fuori del ventre delle balene, e per esser gran mercanzia s’ingegnano d’andarle a prendere, con alcuni ferri ch’hanno le barbe che, ficcati nella balena, non si possono più cavare, alli quali è attaccata una corda longhissima con una bottesella che va sopra il mare, accioché, come la balena è morta, la sappino dove trovare, e la conducono al lito, dove li cavano fuori del ventre l’ambracano e della testa assai botte d’olio. Vanno tutti nudi, sì mascoli come femine, solamente coperti davanti e da drieto, come fanno gl’idolatri; e non hanno altre biade se non risi, delli quali vivono, e di carne e latte. Sono cristiani battezzati, e hanno un arcivescovo, ch’è come signore, qual non è sottoposto al papa di Roma, ma ad un zatolia che dimora nella città di Baldach, ch’è quello che l’elegge, overo, se quelli dell’isola lo fanno, lui lo conferma. Arrivano a quella isola molti corsari con la robba ch’hanno guadagnata, la quale questi abitatori comprano, però che dicono ch’ella era d’idolatri e saraceni, e la possono tenere licitamente. Vengono quivi tutte le navi che vogliono andare alla provincia d’Adem, e di pesci e d’ambracano (che ne hanno gran copia) si fanno di gran mercanzie. Lavorano quivi ancora panni di bambagio di diverse sorti e in quantità, quali vengono levati per i mercanti. Sono gli abitanti di detta isola i maggiori incantatori e venefici che si possano trovare al mondo, ancor che ‘l suo arcivescovo non glielo permetta, e che gli scommunichi e maledisca. Pur non curano cosa alcuna, percioché, s’una nave di corsari facesse danno ad alcuno di loro, constringono ch’ella non si possi partire se non sodisfanno i danneggiati, conciosiacosaché, se ‘l vento li fosse prospero e in poppa, loro fariano venire un altro vento che la ritorneria all’isola al suo dispetto. Fanno il mare tranquillo, e quando vogliono fanno venir tempeste, fortune, e molte altre cose maravigliose che non accade a parlarne.

Ma diremo dell’isola di Magastar.

Capitolo 36

Della grand’isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo.

Partendosi dall’isola di Soccotera, e navigando verso mezodì e garbino per mille miglia, si truova la grand’isola di Magastar, qual è delle maggiori e più ricche che siano al mondo. Il circuito di quest’isola è di tremila miglia; gli abitatori sono saraceni e osservano la legge di Macometto. Hanno quattro siechi, che vuol dire in nostra lingua vecchi, che hanno il dominio dell’isola e quella governano. Vivono questi popoli di mercanzie e arti, e sopra l’altre vendono infinita quantità di denti d’elefanti, per la moltitudine grande che vi nasce di detti animali: ed è cosa incredibile il numero che si cava di questa isola e di quella di Zenzibar. Quivi si mangia tutto l’anno per la maggior parte carne di cameli, ancor che ne mangiano di tutti gli altri animali, ma di cameli sopra gli altri, per averla provata ch’ella è più sana e più saporita carne che si possa trovare in quella regione. Vi sono boschi grandi d’arbori di sandali rossi, e per la gran quantità sono in picciol prezio. Hanno ancora molto ambracano, qual le balene gettano, e il mare lo fa andare al lito e loro lo raccolgono. Prendono anco lupi cervieri, leoni, leonze, e infiniti altri animali, come cervi, caprioli, daini, e molte cacciagioni di diverse bestie e uccelli diversi da’ nostri. E vanno a quest’isola molte navi di diverse provincie con mercanzie di varie sorti, con panni d’oro, di seta, e con sete di diverse maniere: e quelle vendono overo barattano co’ mercanti dell’isola, e caricano poi delle mercanzie dell’isola, e sempre fanno gran profitto e guadagno. Non si naviga ad altre isole verso mezodì, le quali sono in gran moltitudine, se non a questa e a quella di Zenzibar, perché il mare corre con grandissima velocità verso mezodì, di sorte che non potriano ritornare più adietro. E le navi che vanno da Malabar a quest’isola fanno il viaggio in venti overo venticinque giorni, ma nel ritorno penano da tre mesi, tanta è la correntia dell’acque che di continuo caricano verso mezogiorno.

Dicono quelle genti che a certo tempo dell’anno vengono di verso mezodì una maravigliosa sorte d’uccelli, che chiamano ruch, qual è della simiglianza dell’aquila, ma di grandezza incomparabilmente grande: ed è di tanta grandezza e possanza ch’egli piglia con l’unghie de’ piedi un elefante e, levatolo in alto, lo lascia cadere, qual more, e poi, montatoli sopra il corpo, si pasce. Quelli ch’hanno veduto detti uccelli riferiscono che, quando aprono l’ali, da una punta all’altra vi sono da sedici passa di larghezza, e le sue penne sono longhe ben otto passa, e la grossezza è corrispondente a tanta longhezza. E messer Marco previous hit Polo next hit, credendo che fossero griffoni, che sono dipinti mezi uccelli e mezi leoni, interrogò questi che dicevano d’averli veduti, i quali li dissero la forma de’ detti esser tutta d’uccello, come saria dir d’aquila. E avendo il gran Can inteso di simil cose maravigliose, mandò suoi nunzii alla detta isola, sotto pretesto di far rilasciar un suo servitore, che quivi era stato ritenuto; ma la verità era per investigare la qualità di detta isola, e delle cose maravigliose ch’erano in quella. Costui di ritorno portò (sì come intesi) al gran Can una penna di detto uccello ruch, la qual li fu affermato che, misurata, fu trovata da nonanta spanne, e che la canna della detta penna volgea due palmi, ch’era cosa maravigliosa a vederla: e il gran Can n’ebbe un estremo piacere, e fece gran presenti a quello che gliela portò. Li fu portato ancor un dente di cinghiale, che nascono grandissimi in detta isola, come buffali, qual fu pesato e si trovò di quattordici libre. Vi sono ancor giraffe, asini e altre sorti d’animali salvatichi molto diversi da’ nostri.

Or, avendo parlato di quell’isola, parlaremo di quella di Zenzibar.

Capitolo 37

Dell’isola di Zenzibar.

Dopo questa di Magastar, si truova quella di Zenzibar, la qual, per quel che s’intese, volge a torno duemila miglia. Gli abitatori adorano gl’idoli, e hanno favella da sua posta, e non rendono tributo ad alcuno. Hanno il corpo grosso, ma la longhezza di quello non corrisponde alla grossezza secondo saria conveniente, perché, s’ella fosse corrispondente, pareriano giganti. Sono nondimeno molto forti e robusti, e un solo porta tanto carico quanto fariano quattro di noi altri, e mangiano per cinque. Sono neri e vanno nudi, si cuoprono la natura con un drappo, e hanno li capelli così crespi che a pena con l’acqua si possono distendere, e hanno la bocca molto grande, e il naso elevato in suso verso il fronte, l’orecchie grandi, e occhi grossi e spaventevoli, che paiono demonii infernali. Le femine similmente sono brutte, la bocca grande, il naso grosso e gli occhi, ma le mani sono fuor di misura grosse, e le tette grossissime. Mangiano carne, latte, risi e dattali; non hanno vigne, ma fanno vino di risi con zucchero e d’alcune lor delicate specie, ch’è molto buono al gusto e imbriaca come fa quel d’uva.

Vi nascono in detta isola infiniti elefanti, e de’ denti ne fanno gran mercanzia; de’ quali elefanti non voglio restar di dire che, quando il maschio vuol giacere con la femina, cava una fossa in terra quanto conveniente li pare, e in quella distende la femina col corpo in suso a modo d’una donna, perché la natura della femina è molto verso il ventre, e poi il maschio vi monta sopra come fa l’uomo. Hanno delle giraffe, ch’è bel animale a vederlo: il busto suo è assai giusto, le gambe davanti longhe e alte, quelle da dietro basse, il collo molto longo, la testa picciola; ed è quieto animale. Tutta la persona è bianca e vermiglia a rodelle, e giungeria alto con la testa passa tre. Hanno montoni molto differenti da’ nostri, perché sono tutti bianchi, eccettuando il capo ch’è negro; e così sono fatti tutti i cani di detta isola, e così l’altre bestie sono dissimili dalle nostre. Vi vengono molte navi con mercanzie, quali barattano con quelle della detta isola, e sopra l’altre co’ denti d’elefanti e con ambracano, che gran copia ne truovano sopra i liti dell’isola, per esservi in quei mari assai balene.

Alcune fiate li signori di quest’isola vengono fra loro alla guerra, e gli abitanti sono franchi combattitori e valorosi in battaglia, perché non temono morire. Non hanno cavalli, ma combattono sopra elefanti e camelli, sopra i quali fanno castelli, e in quelli vi stanno quindeci o venti, con spade, lancie e pietre; e a questo modo combattono, e quando vogliono entrare in battaglia danno a bere del loro vino agli elefanti, perché dicono che quello li fa più gagliardi e furiosi nel combattere.

Capitolo 38

Della moltitudine dell’isole nel mare d’India.

Ancor ch’abbi scritto delle provincie dell’India, non ho però scritto se non delle più famose e principali, e il simile ho fatto dell’isole, le quali sono in tanta moltitudine ch’alcuno non lo potria credere, perché, come ho inteso da’ marinari e gran pilotti di quelle regioni, e come ho veduto per scrittura da quelli ch’hanno compassato quel mare d’India, se ne ritruovano da dodicimila e settecento fra le abitate e deserte. E detta India maggior comincia da Malabar fino al regno di Chesmacoran, nel quale sono tredici regni grandissimi, e noi n’abbiamo nominati dieci. E l’India minore comincia da Ziambi fino a Murfili, nella quale sono otto regni, eccettuando quelli dell’isole, che sono in gran quantità.

Ora parleremo dell’India seconda overo mezana, che si chiama Abascia.

Capitolo 39

Dell’India seconda overo mezana, detta Abascia.

Abascia è una gran provincia, e si chiama India mezana overo seconda. Il maggior re di quella è cristiano; gli altri re sono sei, cioè tre cristiani e tre saraceni, subditi pure al sopradetto. Mi fu detto che li cristiani, per essere conosciuti, li fanno tre segnali, cioè un in fronte e un per gota: e sono fatti con ferro caldo, e dopo il battesimo d’acqua questo è il secondo con fuoco. Li saraceni n’hanno un solo, cioè nel fronte fino a mezo il naso; e perché vi sono assai giudei, ancor loro sono segnati con due, cioè uno per gota. Il maggior re cristiano sta nel mezo di detta provincia, e li re saraceni hanno i loro reami verso la provincia d’Adem. Il venire di detti popoli alla fede cristiana fu in questo modo, che, avendo il glorioso apostolo s. Tommaso predicato nel regno di Nubia e fattolo cristiano, venne poi in Abascia, dove con le prediche e miracoli fece il simile. Poi andò ad abitare nel regno di Malabar, dove, dopo l’aver convertite infinite genti, come abbiamo detto, fu coronato di martirio, e ivi sta sepolto. Sono questi popoli abiscini molto valenti nell’armi e gran guerrieri, perché di continuo combattono col soldano d’Adem e co’ popoli di Nubia e con molti altri che sono ne’ loro confini; e per il continuo esercitarsi sono reputati i miglior uomini da guerra di tutte le provincie dell’India.

Or nel 1288, sì come mi fu narrato, accadé che questo gran signore d’Abiscini avea deliberato d’andare a visitar il sepolcro di Cristo in Ierusalem in persona, perché ogn’anno ve ne vanno infiniti de’ detti popoli a questa devozione, ma fu disconfortato da tutti i suoi baroni di non lo fare, per il pericolo grande che v’era, dovendo passar per tanti luoghi e terre di saraceni suoi nemici. E però deliberò di mandarvi un vescovo, ch’era reputato uomo di buona e santa vita, quale andatovi e fatte le sue orazioni in Ierusalem, e offerte che gli avea ordinato il re, nel ritorno capitò nella città d’Adem, dove il soldano di quella lo fece venire alla sua presenza, e quivi con minaccie lo voleva constringere a farsi macomettano. Ma lui stando constante e ostinato di non voler lasciare la fede cristiana, il soldano lo fece circuncidere, in dispregio del re d’Abiscini, e lo licenziò. Costui tornato e narrato al suo signore il dispregio e villania che li era stata fatta, subito comandò che ‘l suo esercito si mettesse ad ordine, e con quello andò a destruzione e ruina del soldano d’Adem; qual, intesa la venuta di questo re grande d’Abiscini, fece venire in suo aiuto due gran re saraceni suoi vicini, con infinita gente da guerra. Ma, azzuffatosi insieme, il re d’Abiscini fu vincitore e prese la città d’Adem e li diede il guasto, per vendetta del dispregio ch’era stato fatto al suo vescovo.

La gente di questo reame d’Abiscini vive di frumento, risi, carne, latte, e fanno olio di susimani, e hanno abbondanza d’ogni sorte di vettovaglie. Hanno elefanti, leoni, giraffe e altri animali di diverse maniere, e similmente uccelli e galline molto diverse, e altri infiniti animali, cioè simie, gatti mamoni, che paiono uomini. Ed è provincia molto ricchissima d’oro, e quivi se ne truova assai, e li mercanti vi vanno volentieri con le loro mercanzie, perché riportano gran guadagno.

Or parleremo della provincia di Adem.

Capitolo 40

Di Adem provincia.

La provincia d’Adem ha un re, qual chiamano soldano; gli abitatori sono tutti saraceni, e odiano infinitamente li cristiani. In questa provincia vi sono molte città e castella, e v’è un bellissimo porto, dove arrivano tutte le navi che vengono d’India con speciarie. E li mercanti che le comprano per condur in Alessandria le cavano delle navi e mettono in altre navi più picciole, con le quali attraversano un colfo di mare per venti giornate, o più o manco, secondo il tempo che fa; e giunti in un porto le caricano sopra cameli e le fanno portar per terra per trenta giornate fino al fiume Nilo, dove le caricano in navilii piccioli, chiamati zerme, e con quelle vengono a seconda del fiume fino al Cairo, e de lì per una fossa fatta a mano detta calizene fino in Alessandria: e questa è la via più facile e più breve che possino far i mercanti che d’Adem vogliono condur le speciarie d’India in Alessandria. Similmente li mercanti in questo porto d’Adem caricano infiniti cavalli d’Arabia, e li conducono per tutti li regni e isole d’India, dove cavano grandissimo prezio o guadagno. E il soldan d’Adem è ricchissimo di tesoro, per la grandissima utilità che trae de’ dretti delle mercanzie che vengono d’India, e similmente di quelle che si cavano del suo porto per India, perché questa è la maggior scala che sia in tutte quelle regioni per contrattare mercanzie, e ognun vi concorre con le sue navi. E nel 1200, che soldano di Babilonia andò la prima volta col suo esercito sopra la città d’Acre e la prese, mi fu detto che questo d’Adem vi mandò da trentamila cavalli e quarantamila camelli, per l’odio grande che portava a’ cristiani.

Or parleremo della città d’Escier.

Capitolo 41

Della città d’Escier.

Il signor di questa città è macomettano, e mantiene la sua città con gran giustizia, ed è sottoposto al soldan d’Adem, ed è lontana da Adem da quaranta miglia verso scirocco. Ha molte città e castella sotto di sé; e questa città ha un buon porto, dove capitano molte navi d’India con mercanzie, e di qui traggono assai cavalli buoni ed eccellenti, che sono di gran valuta e prezio nell’India.

In questa regione nasce grandissima copia d’incenso bianco molto buono, il quale a goccie a goccie scorre giù da alcuni arbori piccioli simili all’albedo. Gli abitatori alcune volte forano overo tagliano le scorze di quelli, e da’ tagli overo buchi scorron fuori goccie dell’incenso; e ancor che non si facciano detti tagli, pur questo liquore non resta di venir fuori da detti arbori, per il grandissimo caldo che vi fa, e poi s’indurisce. Sono quivi molti arbori di palme, che fanno buoni dattali in abbondanza; non vi nascono biade, se non risi e miglio, e bisogna che vi siano condotte delle biade d’altre regioni. Non hanno vino d’uva, ma lo fanno di risi, zucchero e dattali, ch’è delicato da bere. Hanno montoni piccioli, li quali non hanno l’orecchie dove hanno gli altri, ma vi sono due cornette, e più a basso verso il naso hanno due buchi in luogo dell’orecchie.

Sono questi popoli gran pescatori, e quivi si truovan infiniti pesci tonni, che per la grande abbondanza se n’averiano due per un grosso veneziano, e ne seccano. E perché pel gran caldo tutto il paese è come abbruciato, né vi si truova erba verde, però hanno assuefatto li loro animali, cioè buoi, montoni, cameli e poledri, a mangiar pesci secchi, e gliene danno di continuo, e li mangiano volentieri. E detti pesci sono d’una sorte picciolini, quali prendono il mese di marzo, aprile e maggio in grandissima quantità, e secchi ripongono in casa, dove per tutto l’anno ne danno a mangiare alle bestie, le quali eziandio ne mangiano de’ freschi come li secchi, ancor che siano più avezzi a’ secchi. E per la carestia delle biade fanno anco detti popoli biscotto di pesci grandi, in questo modo, che li tagliano minutamente in pezzi, e con certa farina fanno un liquor che li fa tenire insieme a modo di pasta, e ne formano pani che nell’ardente sole s’asciugano e induriscono, e così riposti in casa li mangiano tutto l’anno come biscotto. L’incenso che abbiamo detto di sopra è tanto buon mercato che ‘l signor lo compra per dieci bisanti il cantaro, e poi lo rivende a’ mercanti, che poi lo danno per 40 bisanti: e questo fa egli ad instanzia del soldano di Adem, qual piglia tutto l’incenso che nasce nel suo territorio per il detto prezio, e poi lo rivende al modo detto di sopra, onde ne conseguisce grandissimo utile e guadagno.

Altro non v’essendo da dire, procederò a parlar della città di Dulfar.

Capitolo 42

Di Dulfar città.

Dulfar è una città nobile e grande, qual è discosto dalla città d’Escier venti miglia verso scirocco. Le sue genti sono macomettane, e il suo signor è sott’il soldan d’Adem. Questa città è posta sopra il mare e ha buon porto, dove vengon assai navi; e quivi si conducono assai cavalli arabi d’altre contrade fra terra, e li mercanti li levano e conducono in India, per il grandissimo guadagno che ne conseguiscono. Ha sotto di sé città e castella, e nasce nel suo territorio assai incenso, qual vien condotto via per li mercanti.

E altre cose non v’essendo da dire, diremo del colfo di Calaiati.

Capitolo 43

Di Calaiati città.

Calaiati è una città grande, ed è nel colfo che medesimamente si dimanda di Calatu; è discosto dal Dulfar cinquecento miglia verso scirocco. Osservano la legge di Macometto; è sottoposta al melich d’Ormus, e ogni fiata che ‘l detto ha guerra con alcuno re, ricorre a questa città, perché è molto forte e posta in forte luogo, di modo che non teme d’alcuno. Non ha biade di sorte alcuna, ma le traggono d’altri luoghi. E questa città ha un buon porto, e molti mercanti vi vengono dell’India con gran numero di navi, e vendono le lor robbe e speciarie benissimo, perché da questa città si portano fra terra a molte città e castella. Si cavano ancora di questo porto per l’India molti cavalli, e ne guadagnano grandemente. Questa città è posta nell’entrata e bocca del detto colfo di Calatu, di modo che niuna nave non può entrare in quello né uscire senza sua licenzia. E molte volte che ‘l melich di questa città, qual ha patti e obligazione col re di Chermain e li è subdito, non lo vuol obedire, perché ‘l detto gl’impone qualche dazio oltre l’ordinario ed esso ricusa di pagarlo, subito il re li manda un esercito per constringerli per forza; lui si parte d’Ormus e viene a questa città di Calaiati, dove stando non lascia entrare né passar alcuna nave: dal che advien che ‘l re di Chermain perde i suoi dretti e, ricevendo gran danno, è necessitato a far patto col detto melich. Ha un castello molto forte, che tiene a modo di dir serrato il colfo e il mare, perché discuopre tutte le navi da ogni tempo che passano. Le genti di questa contrata vivono di dattali e di pesci freschi e salati, perché d’ambedue n’hanno di continuo gran copia; ma li gentiluomini e ricchi vivono di biade, che vengono condotte d’altri paesi.

Or, partendosi da Calaiati, si va trecento miglia verso greco e tramontana, e si truova l’isola d’Ormus.

Capitolo 44

Di Ormus.

L’isola d’Ormus ha una bella e gran città, posta sopra il mare; ha un melich, ch’è nome di dignità come saria a dire marchese, qual ha molte città e castella sotto il suo dominio. Gli abitanti sono saraceni, tutti della legge di Macometto. Vi regna grandissimo caldo, e per questa causa in tutte le case hanno ordinate le sue ventiere, per le qual fanno venire il vento in tutte le loro stanzie e camere dove li piace, ch’altramente non potriano vivere. Or di questo non diremo altro, perché di sopra nel libro abbiamo parlato di Chisi e Chermain.

Poi che s’ha scritto a bastanza delle provincie e terre dell’India maggiore che sono appresso il mare, e d’alcune regioni di popoli d’Etiopia, che noi chiamiamo India mezana, avanti che facciamo fine al libro, ritornerò a narrare d’alcune regioni che sono vicine alla tramontana, delle quali io lasciai di dire ne’ libri di sopra. Per tanto è da sapere che nelle parti vicine alla tramontana v’abitano molti Tartari, ch’hanno re nominato Caidu, il qual è della stirpe di Cingis Can, e parente prossimo di Cublai gran Can; non è subdito ad alcuno. Questi Tartari osservano l’usanza e modi degli antichi suoi predecessori, e vengono reputati veri Tartari. E questo re col suo popolo non abita in castelli né fortezze né città, ma sta sempre alla campagna in pianure e valli e nelle foreste di quella regione, che sono in grandissima moltitudine. Non hanno biade di sorte alcuna, ma vivono di carne e latte, e in grandissima pace, perché il loro re non procura mai altro (al quale tutti obediscono) se non di conservarli in pace e unione, ch’è il proprio carico di re. Hanno moltitudine grande di cavalli, buoi, pecore e altri animali; quivi si truovan orsi tutti bianchi, grandi e longhi la maggior parte venti palmi. Hanno volpi tutte nere e molto grandi, e asini salvatichi in gran copia, e alcuni animali piccioli, chiamati rondes, ch’hanno la pelle delicatissima, ch’appresso di noi si chiamano zibellini; item vari arcolini, e di quelli che si chiamano sorzi di faraon, e ve n’è tanta copia ch’è cosa incredibile: e questi Tartari li sanno pigliar così destramente e con tant’arte ch’alcuno non può scampar dalle lor mani. E perché, avanti che s’arrivi dove abitano detti Tartari, v’è una pianura longa il cammino di quattordici giornate, tutta disabitata e come un deserto, e la causa è perché vi sono infinite lagune e fontane che l’inonda, e per il gran freddo stanno quasi di continuo agghiacciati, eccettuando alcuni mesi dell’anno che ‘l sole le disfà, e v’è tanto fango che più difficilmente vi si può passar a quel tempo che quando v’è il ghiaccio: e però detti popoli, accioché li mercanti possano andare a comprar le loro pelli, ch’è la sola mercanzia che si truovi appresso di loro, s’hanno ingegnato di far che questo deserto si possa passare, in questo modo, che in capo d’ogni giornata v’hanno fabricate case di legname alte da terra, dove commodamente vi possano star le persone che ricevono i mercanti, e che poi li conducono la seconda giornata all’altra posta overo casa; e così di posta in posta se ne vanno fino alla fine di detto deserto. E per esser i ghiacci grandi hanno fatto una sorte di carri, che quelli ch’abitano appresso di noi sopra monti aspri e inaccessibili li sogliono usare, e si chiamano tragule, che sono senza ruote, piani nei fondi, e si vengono alzando da’ capi a modo di un semicirculo, e scorrono per sopra la ghiaccia facilmente. Hanno per condur dette carrette preparata una sorte d’animali simili a’ cani, e quasi che si possono chiamar cani, grandi come asini, fortissimi e usati a tirare, de’ quali ne ligano sotto al carro sei a due a due, e il carrettier li governa, e sopra detto carro non vi sta altro che lui e il mercante con le dette pelli. E, camminato ch’hanno una giornata, mettono giù il carro e li cani, e a questo modo di giorno in giorno mutando carri e cani, e così passano detto deserto, conducendo fuori la mercanzia di dette pelli, che poi si vendono in tutte le parti nostre.

Capitolo 45

Della regione detta delle Tenebre.

Nell’ultime parti del reame di questi Tartari, dove si truovano le pelli sopradette, v’è un’altra regione che s’estende fino nell’estreme parti di settentrione, la qual è chiamata dall’oscurità, perché la maggior parte de’ mesi dell’inverno non v’apparisce il sole, e l’aere è tenebroso o al modo che gli è avanti che si faccia l’alba del giorno, che si vede e non si vede. Gli uomini di queste regioni sono belli e grandi, ma molto pallidi; non hanno re né principe alla cui iurisdizione siano sottoposti, ma vivono senza costumi e a modo di bestie. Sono d’ingegno grosso e come stupidi. Li Tartari spesse fiate vanno ad assaltare detta regione, rubbandoli il bestiame e li beni di quelli, e li vanno ne’ mesi ch’hanno questa oscurità, per non esser veduti; e perché non saperiano tornare a casa con la preda, però cavalcano cavalle che abbiano poledri, quali menano seco fino a’ confini, e li fanno tenere alle guardie nell’entrare di detta regione; e poi che hanno rubbato in quelle tenebre e vogliono ritornare alla regione della luce, lasciano le briglie alle cavalle, che possano andare liberamente in qualunque parte le vogliono, e le cavalle, sentendo l’usta de’ poledri, se ne vengono al dritto dove li lasciarono: e a questo modo ritornano a casa.

Gli abitatori di questa regione delle Tenebre pigliano la state (che hanno di continuo giorno e luce) gran moltitudine di detti armellini, vari, arcolini, volpi e altri simili animali, che hanno le pelli molto più delicate e preciose e di maggior valore che non sono quelle de’ Tartari, quali per questa causa le vanno a rubbare. Detti popoli conducono la state le loro pelli a’ paesi vicini, dove si vendono, e ne fanno grandissimo guadagno. E per quello che mi fu detto vengono di dette pelli fino nella provincia di Rossia, della qual parleremo, mettendo fine al nostro libro.

Capitolo 46

Della provincia di Rossia.

La provincia di Rossia è grandissima e divisa in molte parti, e guarda verso la parte di tramontana, dove si dice essere questa regione delle Tenebre. Li popoli di quella sono cristiani, e osservano l’usanza de’ Greci nell’officio della Chiesa. Sono bellissimi uomini, bianchi e grandi, e similmente le loro femine bianche e grandi, co’ capelli biondi e longhi; e rendono tributo al re de’ Tartari detti di ponente, col quale confinano nella parte di loro regione che guarda il levante. In questa provincia si truovano abbondanza grande di pelli d’armellini, arcolini, zibellini, vari, volpi, e cera molta; vi sono ancora molte minere, dove si cava argento in gran quantità. La Rossia è regione molto fredda, e mi fu affermato ch’ella s’estende fino sopra il mare Oceano, nel quale (come abbiamo detto di sopra) si prendono li girifalchi, falconi pellegrini in gran copia, che vengono portati in diverse regioni e provincie.

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Il viaggio in Oriente di Cesare De Federici.

FEDERICI (Fedrici, De Federici, dei Fedrici), Cesare. – Figlio di Girolamo, nacque ad Erbanno in Val Camonica (ora Comune di Darfo Boario Terme, in provincia di Brescia) nel 1521, come si deduce dal necrologio. Non si sa altro di lui fino a quando, nel 1563, con un capitale di 1.200 ducati investito in diverse merci, non s’imbarcò sulla nave “Gradeniga” a Venezia, dove s’era presumibilmente trasferito per far fortuna esercitando la mercatura. Sbarcato a Cipro, su una nave più piccola raggiunse Tripoli di Siria, con l’intenzione di proseguire subito per Aleppo, “oltra modo desideroso – come scrive – di vedere le parti di Levante”. Invece s’ammalò in casa di Regolo degli Orazi, forse di peste, come il fratello minore di questo mercante, che ne morì. L’Orazi si prese cura d’affidare la merce ad una carovana, che per la strada venne saccheggiata, lasciando al F. soltanto quattro cassoni di vetri, molti dei quali rotti. Gli erano costati 70 ducati. Con questo modestissimo capitale, arrotondato da qualche prestito, si mise in cammino per l’India. Del lungo viaggio, che si concluse col ritorno a Venezia dopo circa diciotto anni, il 5 nov. 1581, egli redasse un “mernoriale” che ce ne ha conservato la testimonianza.

L’itinerario , suggerito dalle prospettive commerciali, non è sempre facile da seguire, per la scarsa precisione delle indicazioni. Altre incertezze derivano dal fatto che per tre volte il viaggiatore fu indotto da vicissitudini varie ad abbandonare il canunino per Venezia e a tornare indietro. Da Aleppo, in compagnia di mercanti armeni e arabi, raggiunse Bīrecik, per discendere l’Eufrate su solide barche a fondo piatto, fino a Falluja, un tragitto che normalmente veniva percorso in quindici-diciotto giorni, ma che per la magra del fiume ne richiese quarantaquattro, con fastidiosi trasbordi, pagamento di dazi e continua minaccia di furti durante le soste nottume. Da Falluja in un giorno e mezzo arrivò a Baglidad, nelle cui vicinanze poté visitare la leggendaria torre di Nembrod (le rovine di ‛Aqar Quf) e proseguì per Basra, impiegando diciotto giorni di navigazione sul Tigri, su barche lunghe come “fuste” e perfettamente calafatate, con largo impiego del bitume locale.

A Basra s’imbarcò per Hormuz e da qui proseguì per Goa, fermandosi a Diu, a Kanbāyah, più a lungo, e in altri centri della costa occidentale dell’India, tra i quali Daman, Bassein, Chaul, Dabul, con puntate verso città dell’intemo, come Aḥmadâbâd. Da Goa, tra la fine del dicembre 1565 e i primi del gennaio 1566, quindi tre anni dopo la partenza da Venezia, si trasferì a Bezeneger (Vijayanagar), dove concluse i suoi affari in un mese, ma fu costretto a fermarsi per altri sei perché le strade erano bloccate dal brigantaggio.

È qui che per la prima volta l’India gli svela i suoi aspetti deteriori, le “cose strane e bestiali” degli idolatri, come la cremazione dei nobili, il rogo delle vedove, quelle di casta inferiore murate col cadavere del marito e “altre infinite bestialità “. La città sarà poi abbandonata dalla corte e dalla popolazione nel 1567, dopo la sconfitta di Talikota, le case intatte, invase dalle tigri e da altri animali feroci.

Nel ritorno a Goa, nel luglio 1566, fece l’esperienza di viaggiare a dorso di bue, raggiungendo la costa ad Ancola. Nell’ultimo tratto di strada fu assalito da predoni, che gli portarono via tutto, lasciandolo nudo. Per sua fortuna aveva nascosto i gioielli nel cavo di una canna, così poté portarli in salvo a destinazione.

Negli ultimi mesi del 1566 partì da Goa per Malacca, su un galeone della Corona portoghese che andava a Banda a caricare spezie. La rotta passava al largo di Ceylon, per il canale delle Nicobare e Sumatra (che il viaggiatore chiama Taprobana). Fu, a quanto sembra, un viaggio diretto, senza relazione con altre località descritte nel racconto forse per completezza geografica. La loro successione si colloca su un itinerario diverso, quello costiero, che certamente fu percorso dal F. in un altro viaggio: Honowar, Mangalore, Cannanore, Granganore, Cochin, Quilon, capo Comorin, i bassifondi del golfo di Manar, davanti all’isola di Ceylon, Ceylon, Nagapatan, San Tomè; si aggiunge, dalle Nicobare alla Birmania, “una catena d’isole infinite”, le Andamane. Egli scrive di non essere andato più a Oriente di Malacca ma di riportarsi, per quei paesi, a ciò che sapeva “per buona informatione” di chi c’era stato, in particolare di un persiano che aveva dimorato per tre anni a Nanchino. Ripartì da Malacca in direzione di San Tomè su una “nave grossa”, sulla quale avevano preso imbarco più di quattrocento persone, ma il vento la fece vagare per settantaquattro giorni, trascinandola fino ad Orissa, sulla costa orientale dell’India. La nave aveva levato le ancore precipitosamente per timore d’essere coinvolta in azioni belliche; non aveva fatto in tempo a rifornirsi d’acqua, così che molti di quelli che erano a bordo morirono di sete, e il F., costretto anche a disfarsi a poco prezzo di uno schiavo che lo accompagnava, per non dover dividere la razione con lui, restò per un anno con la gola arsa. Da Orissa andò a Satigam e Bliator, alla foce del Gange, per tornare poi a Cochin, nel Malabar, e successivamente a Malacca, da dove intraprese poi il viaggio per il Pegù (Birmania) prevedendo che durasse venti-venticinque giorni. Invece s’impiegarono quattro mesi: dopo tre mesi erano soltanto al largo di Tenasserim, sulla penisola di Malacca. Con una barca il F. e altri ventisette uomini cercarono di raggiungere il porto per fare provvista di viveri, ma, non riuscendo ad orientarsi, errarono affamati per nove giorni, finché non furono aiutati a ritrovare la loro nave a Martaban.

Qui il viaggiatore riuscì prudentemente a scampare ad una rappresaglia contro i Portoghesi, ma ne ebbe egualmente un gran danno, perché rimase bloccato per ventun mesi, senza poter vendere le sue merci. Su barche simili alle “peate” veneziane per schivare le insidie delle fortissime maree, si portò poi a Pegù, capitale del regno dello stesso nome. Rimase qui fino all’agosto 1569, quando deliberò di rientrare in patria, ritenendo d’aver guadagnato abbastanza. Per non perder tempo scartò la rotta di San Tomè, che per i monsoni contrari era praticamente chiusa fino al marzo successivo, ma affidatosi a quella costiera del Bengala incappò in una terribile tempesta che disalberò la nave e la mandò in secca sulla costa dell’isola di Sandwip. Ripreso il cammino, fece sosta a Chittagong, e poté giungere a Cochin solo quando l’ultima nave per il Portogallo aveva già fatto vela. Allora prese la risoluzione di tornare a Venezia per la strada di Hormuz e perciò s’imbarcò su una galera diretta a Goa. Sfortunatamente, bloccato qui dall’assedio della città (1570), contrasse una malattia che gli durò quattro mesi, costringendolo a liquidare a basso prezzo una partita di rubini. Vedendo che il suo viaggio orientale era ormai economicamente fallito, quando gli fu possibile vendette anche le gioie che gli restavano; il ricavato decise d’investirlo a Cambay, nel Gujarat, in oppio e di andarlo a commerciare in Birmania. Quando da Goa arrivò a Cochin apprese che la nave sulla quale aveva spedito tre balle di cotonine aveva fatto naufragio, e la sfortuna non cessò di perseguitarlo perché quella sulla quale s’era imbarcato alla volta di San Tomè sbagliò rotta e fu costretta a tornare indietro. Egli riuscì a raggiungere San Tomè con una barca. Sembrava che dovesse diventare ricchissimo, perché in Birmania l’oppio si vendeva molto bene e il F. era l’unico mercante ad esserne fornito; invece una nave dirottata da una tempesta ne scaricò una quantità grandissima che fece crollare il prezzo. Per non perdere tutto il F. restò due anni in Birmania, probabilmente nel 1571 e 1572.

Finalmente poté riprendere la strada per l’India e per Hormuz con una grossa partita di lacca. Da Hormuz tornò a Chiaul e qui l’esperienza precedente gli suggerì di comprare oppio, ma non in grande quantità. Fece male, perché il prezzo salì e in Birmania, dove si recò ancora una volta, gli si sarebbe nuovamente offerta l’occasione di far fortuna. Ma guadagnò egualmente abbastanza per decidere di tornare a casa. Partito da Pegù, trascorse l’inverno a Cochin e quindi andò a Hormuz. Il tratto successivo, fino a Basra, lo percorse a bordo di un “navilietto” che noleggiò in compagnia col veneziano Francesco Beretin. A Basra i due soci dovettero aspettare quaranta giorni che si formasse un convoglio di barche per risalire il fiume senza pericolo di subire assalti di predoni; anche a Baghdad, dopo cinquanta giorni di viaggio, restarono fermi per la stessa ragione quattro mesi, finché non si radunò una carovana per Aleppo. Erano quaranta giornate di strada, trentasei delle quali nel deserto, ma, forniti di una tenda da campo e di cavalli e di mule, oltre ai cammelli sui quali caricarono la merce, viaggiarono ottimamente, con acqua in abbondanza e mangiando ogni giorno carne fresca di castrato.

Prima d’imbarcarsi a Tripoli, sulla nave “Ragazzona”, sempre in compagnia col Beretin, il F. andò in pellegrinaggio a Gerusalemme, forse per adempiere un voto. Poi, “con l’aiuto divino, dopo tanti travagli” arrivò finalmente a Venezia.

Egli era partito per l’India con poche decine di ducati e ritornava “con buon capitale”. Erano paesi, quelli nei quali aveva condotto i suoi affari, dove “con fatiche e viaggi” era “facil cosa di niente fare assai”, a patto di comportarsi in modo corretto, evidentemente perché, in difetto di una tutela adeguata delle istituzioni mercantili, il sistema dei rapporti funzionava solo con l’onestà reciproca. Le occasioni di guadagno non mancavano. Da quello che traspare dal suo racconto, il F. operava nel commercio a largo raggio, speculando sulle varietà di prezzo nello spazio e nel tempo, talvolta fortemente aleatorie, come nel caso dell’oppio che sulla piazza birmana, quando egli si apprestava a vendere, crollò da 50 unita’ di moneta locale a due e mezzo. Egli trafficò in vetri, cotonine indiane, lacca, oppio, pepe, legno di sandalo, porcellane cinesi, rubini e altre gioie, secondo la pratica veneziana di trattare un ampio ventaglio di prodotti, ponendosi – come scrive – “a sbaraglio in molte cose”, ed è probabile che nei suoi trasferimenti a lunga distanza sulle rotte costiere abbia esercitato anche il commercio itinerante, traendo profitto dalle varie occasioni che si presentavano. In una circostanza, a Sandwip, è lui che compra vacche da salare, cinghiali e galline per la nave. In alcune piazze commerciali si tratteneva a lungo; in Birmania si fece costruire una casa di canne di bambù spaccate e disposte ad intreccio secondo l’uso del luogo. Conosceva perfettamente le spezie: infatti descrive le piante del pepe e dello zenzero, la prima rampicante, coi “corimbi o i graspi come fa l’edera”, la seconda simile al panico, con un grosso rizoma; l’albero della noce moscata, che nien gran somiglianza con l’albero delle nostre noci, ma non troppo grande”, quello dei chiodi di garofano simile al nostro lauro. Di altre indica la provenienza.

Ma in India si specializzò soprattutto nel commercio delle pietre preziose. È significativo che nel ritorno in patria si sia accompagnato con Francesco Beretin, di Giovanni, che in documenti più tardi figura in tale attività, in particolare nell’agosto 1583, in partenza da Venezia per Costantinopoli, con una grossa quantità di smeraldi. Il F. non parla di questa merce nella prima parte del viaggio, fino al ritorno da Bezeneger a Goa, ma poi ne tratta in modo particolareggiato, diffondendosi anche sulle condizioni della loro contrattazione in Birmania.

Dopo il rientro in patria, nei documenti il F. figura di regola come gioielliere, al centro di una complessa rete d’affari. Nel 1589 arrivò a Costantinopoli dall’India una partita di rubini e di zaffiri nella quale egli era il maggior interessato: era “roba vistosa e granda” che non solo non riscuoteva il favore della piazza ma scoraggiava altre spedizioni commerciali del genere. Nel novembre 1587 compì un viaggio in Sicilia per ricuperare un credito di 100 zecchini presso la vedova di un suo agente morto intestato, e al ritorno andò direttamente a Costantinopoli, dove giunse il 3 ag. 1588. Negli anni tra il 1590 e il 1592 fece altri viaggi a Costantinopoli, dove lo troviamo spesso nella cancelleria del bailo veneziano, per azioni contro debitori insolventi e questioni varie. La principale fu con un altro suo agente su quella piazza, Zuane Lullier, per la vendita al patriarcato greco locale, nell’aprile 1587, di gioie per 10.000 scudi d’oro per riscattare dalle mani dei Turchi il patriarca Geremia e certi beni della Chiesa. La lite era ancora aperta nel giugno 1600, dopo la morte del Lullier. A Costantinopoli un’altra forte somma gli era dovuta da un mercante ebreo per una collana d’oro ornata di gioielli, e a Napoli, nel 1594, aveva un credito col gioielliere Matteo Storaco per due pugnali gioiellati e denaro vario.

Ma gli affari dovevano comunque andare bene, perché il F. mostra di avere larghe disponibilità di denaro investito in varie imprese. Nel 1595 conferi un capitale di 3.000 ducati in società con Francesco di Bernardo Buschi per il commercio di cordovani e nel 1596 diede il suo apporto in capitale ad una società “per il viaggio delle Indie”, della quale Giovan Paolo Mariani era il socio viaggiante, accompagnato da un Giob. Federici, forse parente del F., come apprendista. Dalla sentenza arbitrale di liquidazione, del 1599, abbiamo notizia di molte delle operazioni compiute, per la maggior parte riguardanti il commercio di gioie. La società col Bruschi chiuse i conti in perdita, nel 1600, ma l’operazione ha tutta l’Iaria di un mutuo simulato. Il F. prestò anche denaro a livello francabile ad Antonio e Pietro Mazzocchi, mercanti di panni, e al convento di S. Michele di Murano.

Dai testamenti che fece il 4 apr. 1590, alla vigilia della partenza per Costantinopoli, e il 4 dic. 1599, con numerosi lasciti a chiese, ospedali, zitelle, apprendiamo il nome della moglie, Ortensia (o Orsetta) Maragna, alla quale destinò un cospicuo legato che includeva la restituzione dei 1.850 ducati della dote; tutto il resto doveva essere diviso tra i quattro figli dei suoi fratelli Zuan Maria e Bernardino.

Il testamento del 1599 fu pubblicato il 7 nov. 1601, alla sua morte, che curiosamente nel Necrologio della Sanità veneziana appare invece registrato l’8 novembre. Moriva ottantenne, di una malattia polmonare, in otto giorni.

Il F. affidò il “memoriale” che aveva steso del suo viaggio in India a Bartolomeo Dionigi da Fano, perché lo elaborasse per la stampa. Letto più volte dall’autore e riconosciuto “vero e fedele” venne pubblicato “a commune delettatione ed utile” nel 1587. La non eccelsa personalità letteraria del Dionigi, compilatore di cronologie ecclesiastiche e di compendi di fatti memorabili, fa pensare che nella sua sostanza il testo originale sia rimasto intatto, né è scomparso del tutto il colorito veneto del discorso. È invece probabile che sia opera del Dionigi il tentativo di fare una descrizione sistematica dell’India, sul modello di quella della Sarmazia europea di Alessandro Guagnino che qualche anno prima egli aveva tradotto dal latino per la grande raccolta del Ramusio. Ne è risultato un compromesso tra il diario di viaggio e l’abbozzo di una geografia, che non sempre trova un suo equilibrio.

Sotto l’aspetto geografico non ci sono molte cose nuove, in particolare nella parte che riguarda l’India, ma la sua è tra le prime descrizioni particolareggiate del viaggio da Aleppo al Golfo Persico. Modesto, come rileva Olga Pinto, è anche il suo contributo linguistico, limitato a poche parole delle parlate indocinesi. La relazione è invece apprezzabile per il suo realismo e infatti non accoglie credenze del tipo di quella araba che la sorgente di bitume nelle vicinanze di Hit, nel Vicino Oriente, sia la bocca dell’inferno, limitandosi ad ammettere che “in vero è cosa molta notabile”. Non ci sono concessioni ad elementi fantastici neppure per i luoghi sui quali il F. scrive per sentito dire. Di quello che gli sembra stravagante cerca molte volte di fornire la ragione riposta, come a proposito degli abiti di linea troppo audace delle donne birmane, che avevano la funzione di allontanare i maschi dall’omosessualità, e della crudele sorte riservata alle vedove, per rendere le mogli più fedeli, perché in passato molte di loro non esitavano ad avvelenare il marito per il minimo torto che subivano.

Il lungo soggiorno gli aveva insegnato a conoscere l’Oriente e a non respingere le alterità dei suoi costumi. Eccezionalmente parla di “gente molto bestiale”, di “mala gente”, e nel caso degli abitanti delle Andamane, di “gente selvaggia”, per quanto l’attribuzione ad essi della pratica dell’antropofagia appartenga alla consueta immagine dei paesi ai confini del mondo conosciuto. Per lui “quelle parti dell’India sono paesi molto buoni”. Egli non dà mai l’impressione d’aver incontrato le limitazioni di movimento e le difficoltà di comunicazione per le quali un viaggiatore ha il sentimento dello straniero sottoposto a discriminazioni. A Martaban riesce a difendere i suoi beni da una rappresaglia provocata dai Portoghesi sostenendo con fermezza di essere estraneo ad ogni questione che riguardasse costoro, essendo di un’altra nazionalità.

Però non perde l’istintiva prevenzione per ciò che non assomigli ai modelli europei. Così, disprezza i cibi dei Birmani – “tutto fa per la lor bocca, sina i scorpioni e le serpi” – i costumi coniugali di una casta di guerrieri del regno di Cochin, le città indiane. Su queste il suo giudizio soltanto di rado è moderatamente positivo, come per Aḥmadâbâd, Goa, Satigam, abbastanza belle tenuto conto che sono “città de Gentili”. La sua ammirazione va alla città coloniale portoghese, dalle strade lunghe e diritte e con molte chiese. Comunque i suoi criteri di stima sono l’abbondanza dei viveri e il “gran negotio di forestieri”.

Mercante, è molto attento a quello che interessa la sua professione. Descrive con competenza la forma delle barche e delle navi, definendone le caratteristiche mediante il confronto con quelle veneziane, e parla volentieri di mercati, di correnti di traffico e di modalità degli scambi, dando evidenza a quelli ineguali del commercio coloniale, i Portoghesi che importano dalla costa orientale dell’Africa avorio, schiavi, ambra, oro pagando con cotonine e conterie di cattiva qualità. Particolarmente suggestiva la descrizione della contrattazione muta delle gioie, per mantenere segreto il prezzo, toccandosi reciprocamente in modo convenzionale le dita nascoste sotto un panno. Se di molti prodotti è ben informato, come dello spodio, che in Birmania “si congela d’acqua in alcune canne”, s’appaga invece della spiegazione di fantasia che gli danno della preparazione del muschio della Tartaria, ricavato dalla carne di una specie di volpe, intrisa del sangue dell’animale e finemente pestata.

Quelli orientali sono per lui soprattutto i paesi delle spezie e delle pietre preziose, ma osserva anche le manifestazioni di vita e di costume. Nel racconto trovano posto le cerimonie dell’incoronazione del re di Hormuz, il rito indiano del rogo della vedova al quale ha assistito più volte meno con raccapriccio che col fastidio del “terremoto di pianto e d’urli” che tiene dietro alla festosa allegrezza iniziale; il Gange coi lavacri degli infermi e la sommersione dei cadaveri; le donne Nāyar, nel regno di Cochin, con dei fori “monstruosamente grandi” nei lobi degli orecchi; la pesca delle perle al largo dell’isola di Ceylon; la palma del cocco (al mondo non si trova “arboro della bontà di questo e che se ne cavi più utilità”) e il raccolto della cannella a Ceylon, “quando gli arbori vanno in amore”. Molto particolareggiata è la descrizione della Birmania, il re con le sue trecento concubine, il cerimoniale delle udienze, i templi dai tetti cementati con lo zucchero, gli abitanti vestiti tutti allo stesso modo, la cattura degli elefanti e il loro addomesticamento per l’impiego in pace e in guerra, il miracoloso vino di palma.

In queste pagine il ritratto dell’Oriente è colorato d’esotismo ma non c’è margine per l’immaginario. L’aderenza al vero determinò le fortune dell’opera come fonte di conoscenza di paesi che s’andavano aprendo alla conquista coloniale. Vi attinsero per le loro relazioni di viaggio Gasparo Balbi e Ralph Fitch, che visitarono anch’essi la Birmania, l’accolse la grande raccolta ramusiana e fu più volte tradotta e pubblicata – anche in estratto – in olandese e in inglese.

Un’edizione moderna ne è stata condotta da Olga Pinto, che ha dedicato al viaggiatore numerosi studi. ottimo il commento, particolarmente ricco nei dati geografici e storici, con qualche incertezza nell’interpretazione di vocaboli veneziani, soprattutto dove riduzioni fonetiche o voci dialettali vengono segnalate come errori.

(Da Dizionario Biografico Treccani – Ugo Tucci)

 

 

 

VIAGGIO DI MESSER CESARE DE FEDRICI NELL’INDIA ORIENTALE E OLTRA L’INDIA PER VIA DI SORIA.

 

Capitolo 1

L’anno della redenzione umana 1563, ritrovandomi io Cesare de’ Fedrici in Venezia, oltra modo desideroso di vedere le parti del Levante, m’imbarcai con diverse merci su la nave Gradeniga, patronigiata da Giacomo Vatica, qual andava in Cipri. Ove giunto, passai in Tripoli di Soria con un vassello minore; né qui fermatomi, presi il camino alla volta d’Aleppo, ove si va con le carovane in sei giornate di gambelo. In Aleppo si fa poi prattica co’ mercanti armeni e mori, per andar in lor compagnia in Ormus; e così con essi d’Aleppo partitomi, giungessimo in due giornate e mezza al Bir.

Capitolo 2

Bir.

Il Bir è una picciola cittade, ma molto abbondante di vettovaglia, e appresso le sue mura corre il fiume Eufrate. Fanno in questo luogo i mercanti diverse compagnie, secondo la mercanzia che portano; e ogni compagnia fa fare delle barche, overo ne compra di fatte, per andare con esse in Babilonia, pagando ciascun mercante per ratta della sua mercanzia i patroni e i marinari che le conducono. Sono queste barche in foggia di burchielle col fondo piano, ma forte, né si possono adoperare se non per un solo viaggio all’andare a seconda del fiume, percioché, essendo il fiume impedito in molti luoghi da’ sassi e da discese, non possono esser ricondotte indietro; ma, servitosi d’esse sin ad una villa chiamata la Feluchia, si disfanno, e vendendole se ne cava poco prezzo, percioché quello che costa al Bir quaranta e cinquanta cecchini si dà per sette e per otto. Quando poi i mercadanti ritornano indietro, se essi hanno mercanzie da dazio fanno il viaggio quaranta giornate in circa per il deserto, passando essi per questa strada con assai manco spesa; ma non avendo roba da dazio vengono per la via del Mosul, per dove si fanno molto spesse le caravane e compagnie. Dal Bir alla Feluchia, luogo ove si sbarca, posto all’incontro di Babilonia, quando il fiume ha buona acqua si va in quindeci o dicidotto giorni; ma occorse nel mio viaggio ch’erano passati molti giorni senza pioggia e l’acqua del fiume era bassissima, talché vi stessemo quarantaquattro giornate, percioché, urtando noi spesso in secco, ne conveniva scaricare la barca e passare così vuoti, e indi ritornarla a caricare. Non bisogna partirsi dal Bir per questo viaggio con una barca sola, ma se ne conducono due o tre, accioché, caso ch’una si rompesse, s’abbia ove caricar la mercanzia sino che si racconcia la barca; che, se si mettesse in terra, saria difficile il difenderla la notte dalla gran moltitudine degli Arabi che vanno rubando. E quando la notte si sta ligati alle rive, bisogna farsi buona guardia, per rispetto degli Arabi, che son ladri formicheri: non amazzano, ma rubbano e fuggono; e contra questi sono molto buoni gli archibugi, temendone essi grandemente. Per il fiume Eufrate dal Bir alla Feluchia sono alquanti luoghi ove si paga di dazio tanti maidini (cioè grossetti per soma), qual dazio è del figliuolo d’Aborise, signore degli Arabi e di quel gran deserto; e ha questo deserto alcune città e ville su le rive del fiume.

Capitolo 3

Feluchia e Babilonia.

La Feluchia, ove sbarcano quelli che vengono dal Bir, è una villa, di dove si va in Babilonia in una giornata e mezza. Ed è Babilonia una città non molto grande, ma ben popolata e di gran negozio di forestieri, per esser un gran passo per la Persia, per la Turchia e per l’Arabia, e spesso v’entrano e n’escano caravane per diverse bande. È assai abbondante di vettovaglia, che vi viene d’Armenia giù per il fiume Tigris, il qual bagna le mura della città. Vengono queste robbe sopra alcune zattare fatte d’utri gonfiati e ligati insieme, sopra i quali distendono delle tavole, e sopra esse caricano la roba, che giunta in Babilonia e scaricata, disgonfiano gli utri e gli portano indietro con i gambeli, per servirsene dell’altre volte in altri viaggi. Giace questa città nel regno di Persia, ma da un tempo in qua è signoreggiata dal Turco. Ha dalla banda che guarda verso l’Arabia, oltra il fiume, all’incontro della città, un borgo con un bello bazarro e assai fonteghi, ove alloggiano la maggior parte de’ mercanti forestieri che vi arrivano. Si passa da questo borgo alla città sopra un lungo ponte fatto di barche incatenate insieme con grosse catene; ma quando il fiume per le pioggie s’ingrossa troppo, fa bisogno aprire questo ponte in mezzo, una parte del quale s’accosta alle mura della città e l’altra s’appoggia alle rive del borgo. E in questo tempo si passa il fiume con barche, ma con grandissimo pericolo, percioché, essendo le barche picciole e caricandole essi troppo, spesso si ribaltano o sono dalla correntia del fiume inghiottite, e vi s’annegano molte persone, come ho veduto occorrere nel tempo che ho dimorato in questa città più di una volta.

Capitolo 4

Torre di Babilonla.

La torre di Nembrot è posta di qua dal fiume verso l’Arabia in una gran pianura, lontana dalla città intorno a sette overo otto miglia, qual è da tutte le bande ruinata e con le sue ruine s’ha fatto intorno quasi una montagna, di modo che non ha forma alcuna; pur ve n’è ancora un gran pezzo in piedi, circondato e quasi coperto affatto da quelle ruine. Questa torre è fabricata di quadrelli cotti al sole, a questo modo: hanno posto una man di quadrelli e una di stuore fatte di canne, tanto forti ancora che è una maraviglia, ed è smaltata di fango in vece di calcina. Io ho caminato intorno al piede di questa torre, né gli ho trovato in alcun luogo intrata alcuna: può circondare, al mio giudicio, intorno ad un miglio, e più tosto manco che più. Fa questa torre effetto contrario a tutte l’altre cose che da lontano si vedono, percioché esse da lontano paiono picciole, e quanto più l’uomo si gli avicina più grande si dimostrano; ma questa da lontano pare una gran cosa, e avvicinandoseli manca sempre più l’apparente grandezza. Io stimo che sia cagione di questo l’esser posto essa torre in mezzo ad una larga pianura e non avere all’intorno cosa alcuna rilevata, fuor che le ruine ch’intorno si ha fatte, e per questo rispetto scoprendosi da lontano quel pezzo di torre ch’ancora è in piedi, con la montagna fattasi all’intorno con la materia da essa caduta, fa mostra assai maggiore di quello che poi avvicinatosi si trova.

Di Babilonia mi parti’ per Basora, imbarcandomi in barche che vanno per il fiume Tigris da Babilonia a Basora e da Basora a Babilonia, che sono fatte a guisa di fuste con speroni e con la poppa coperta; non hanno sentina perché non gli bisogna, non facendo né anco una goccia d’acqua, per la molta pegola che li danno, avendone essi grandissima abondanza. Percioché due giornate di qua da Babilonia, appresso il fiume Eufrate, è una città che si chiama Ait, vicino alla quale giace una pianura tutta piena di pegola che in essa nasce, ed è cosa maravigliosa da vedere una bocca che di continuo getta verso l’aere la pegola con una spessa fumana, la qual si va poi spargendo per quella campagna, di modo che n’è sempre piena. Dicono i Mori che quella è bocca dell’inferno, e in vero è cosa molto notabile. E per questo hanno que’ popoli gran commodità d’impegolar bene le lor barche, che da essi sono chiamate danec e safine. Quando il fiume Tigris ha pur assai acqua, in otto o nove giornate si va da Babilonia a Basora; noi vi stessemo la metà più, perché l’acque erano basse; e si naviga di giorno e di notte a seconda d’acqua, e vi sono per il viaggio alcuni luoghi ove si paga di dazio tanti maidini per soma. E in 18 giorni in Basora giungessemo.

Capitolo 5
Basora.

Basora è città dell’Arabia e la signoreggiavano anticamente gli Arabi Zizaeri, ma ora dal Turco è dominata, il quale vi tiene con gran spesa un grosso presidio. Possedono questi Arabi Zizaeri un gran paese, né possono essere dal Turco sottoposti, percioché sono in esso diversi canali che vengono dal mare, crescendo e calando, di maniera che par tutto diviso in isolette, e però non vi si può condurre esercito né per acqua né per terra; e sono i suoi abitatori gente molto bellicosa. Prima che si giunga a Basora forsi una giornata, si trova una picciola fortezza chiamata Corna, qual è fondata su una ponta di terra che fanno il Tigris e l’Eufrate nel congiungersi insieme; li quali così congiunti fanno un grosso e gran fiume, e vanno a scaricare le lor acque nel golfo di Persia, verso mezzogiorno. Basora è distante dal mare intorno a quindeci miglia, ed è città di gran negocio di speziarie e di droghe, che vengono d’Ormus, e vi è gran quantità di frumento, di risi, di legumi e di dattili, che nascono nel territorio. M’imbarcai in Basora per Ormus, e si velleggia per il mar Persico seicento miglia da Basora in Ormus, con certi navilii fatti di tavole cusite insieme con aco e corda sottile, e in vece di caleffattarli cacciano tra una tavola e l’altra una certa sorte di paglia, onde fanno molta acqua e sono molto pericolosi. Partendosi da Basora si passa ducento miglia di colfo col mare a banda destra, sino che si giunge nell’isola di Carichi, di dove fina in Ormus si va sempre vedendo terra della Persia a man sinistra, e alla destra verso l’Arabia si vanno scoprendo infinite isole.

Capitolo 6
Ormus.

Ormus è un’isola che circonda intorno a venticinque o trenta miglia, ed è la più secca isola che al mondo si trovi, percioché in essa non si trova altro che sal, e acqua e legne e altre cose all’uman vitto necessarie vi si conducono di Persia, indi dodeci miglia distante, e dall’altre isole circonvicine, in tanta abbondanzia e quantità che la città n’è copiosamente fornita. Ha una fortezza bellissima, vicina al mare, nella qual risiede un capitano del re di Portogallo con una buona banda di Portoghesi, e inanzi alla fortezza è una bella spianata. Nella città poi abitano i suoi cittadini, uomini maritati, soldati e mercadanti di ogni nazione, tra i quali assai Mori e Gentili. Si fanno in questa facende grossissime d’ogni sorte di speziarie, di drogarie, sete, panni di seta, broccati e di diverse altre mercanzie, che vengono di Persia; e tra l’altre gran trafico è quello de’ cavalli, che di qui si portano in India. Ha questa isola un proprio re moro, di generazione persiano, il qual però vien creato capitano della fortezza in nome del re di Portogallo. Io mi trovai alla creazione d’un re di questa isola e viddi le cerimonie che s’usano. Morto il re, il capitano n’elegge un altro di sangue reale, e si fa questa elezione nella fortezza con assai cerimonie; ed eletto che egli è, giura fedeltà al re di Portogallo, e allora il capitano li dà il scetro regale in nome del re di Portogallo suo signore, e indi con gran pompa e festa l’accompagnano al palazzo reale posto nella cittade. Tiene detto re onesta corte e ha sofficiente entrata senza fastidio alcuno, percioché il capitano li difende e mantiene le sue ragioni; e quando cavalcano insieme l’onora come re, né può detto re cavalcare con la sua corte se prima non lo fa sapere al capitano. Si fa e comporta questo perché così è necessario di fare per il negozio di quella città, la propria lingua della quale è la persiana.

M’imbarcai in Ormus per Goa, città dell’India, in una nave che portava ottanta cavalli. Avertisca il mercante che vuol passar d’Ormus a Goa d’imbarcarse su nave che porti cavalli, che vi passano anco nave e navili che non portano cavalli; percioché tutte le navi che portano da venti cavalli in su sono privilegiate, che tutta la mercanzia che ‘n essa si ritrova, e sia pur di chi esser si voglia, non paga dazio alcuno; ove la mercanzia ch’è caricata sopra legni che non portano cavalli è sottoposta a pagar di dazio otto per cento.

Capitolo 7
Goa, Diu e Cambaia.

Goa è la principal città ch’abbiano i Portoghesi in India, ove risiede il vice re con la corte e ministri regii. E da Ormus a Goa vi sono novecento e novanta miglia di passaggio, nel quale la prima città che si trova dell’India si chiama Diu, posta in una picciola isola del regno di Cambaia, ove è la miglior fortezza che sia in tutta l’India. Ed è picciola città, ma di gran facende, perché vi si caricano assai nave grosse di diverse robbe, e per lo stretto della Mecca e per l’isola d’Ormus; e queste sono nave de’ Mori e de’ Cristiani, ma i Mori non possono navigare per quei mari senza il cartacco, cioè licenzia del vice re di Portogallo, altramente si pigliarebbono per contrabando. Vengono le robbe che si caricano su queste navi da Cambaiette, porto di Cambaia, sopra navilii e legni piccioli, non potendovi andare né navi né navilii grossi per rispetto che le acque vi sono molto basse; ed è questo un pareggio d’intorno a cento e ottanta miglia di golfo e stretto, che in lor lingua chiamano maccareo di Cambaia, perché corrono qui l’acque fuori d’ogni misura a parangon degli altri luoghi, eccettuando che nel Pegu vi è un altro maccareo ove corrono con empito maggiore. La città reale di Cambaia si chiama Amadavar ed è una giornata e mezza fra terra da Cambaiette; è città grande e ben popolata, e per città de’ Gentili è molto bene edificata, con belle case e strade e piazze larghe con assai botteghe, ed è quasi su l’andar del Cairo, ma non è così grande. Cambaiette è sul mare ed è assai bella città, nella quale io mi son ritrovato in tempo di calamità di carestia, e ho visto i padri e le madri gentili andar pregando i Portoghesi che comprassero i loro figliuoli e figlie, e gli vendevano per sei, otto e dieci larini l’uno; e un larino, ridotto alla nostra moneta, può valer intorno ad un mocenigo. Con tutto questo, s’io non l’avesse veduto, non avrei creduto le grande e grosse facende di mercanzia che vi si fanno. E ogni luna nuova e ogni luna piena è il tempo ch’entrano ed escono i vasselli, percioché in quei due punti l’acque gonfiano; d’altro tempo sono l’acque tanto basse che non si può navigare. Entrano nella volta e nel tondo della luna col crescente dell’acque assai navilii piccioli carichi d’ogni sorte di spezie, di seta della China, di sandolo, di dente d’elefante, verzini, veluti, gran quantità di panina, che vien dalla Mecca, zechini, moneta e diverse altre mercanzie. Escono poi di qui navilii carichi d’una quasi infinita quantità di tele di bombaso, bianche, stampate e dipinte, grandissima quantità d’endighi, zenzari secchi e conditi, mirabolani secchi e conditi, boraso in pasta, assai zuccaro, molto cottone, assaissimo anfione, assa fetida, puchio e molte altre sorti di droghe, li turbiti si fanno in Diu, pietre grosse, come corniole, granate, agate, diaspri, calcidonii amatisti e anco qualche sorte di diamanti naturali.

Una usanza è in Cambaiette alla quale niuno è sforzato, ma però da tutti i mercadanti portoghesi è osservata, la qual è questa. Sono in questa città alquanti sensari gentili e di grande autorità, ciascuno de’ quali ha quindeci e venti servitori, e’ mercadanti che sono usi nel paese hanno il suo sensaro del quale si servono, e quelli che non vi sono più stati sono dagli amici di questa usanza informati, di qual sensaro si debbano servire. Or ogni quindeci giorni, come di sopra ho detto, che le flotte de’ navilii entrano in porto, vengono questi sensari a marina, e li mercadanti, sbarcati che sono, danno le pollize di tutta la lor mercanzia a quel sensaro del qual servir si vogliono, insieme col segnal delle lor balle. E indi fatto sbarcar i fornimenti di casa (percioché per tutta l’India bisogna che i mercanti portino seco tutti i mobili più necessarii di casa, poi che in ogni luogo gli conviene far casa nuova), il sensaro ch’ha da loro avuto la poliza fa che i suoi servitori caricano questi fornimenti di casa sopra alcune carette assai deboli e, dicendo al mercante che vadi a riposare, gli manda nella cittade, ove ogni sensaro ha diverse case vuote, nette e polite, per alloggiare i mercanti, fornite solo di lettiere, tavole, carieghe e vasi da acqua. Resta il sensaro con la poliza alla marina, fa sbarcar la mercanzia, la dispaccia dal dazio e la fa portare con carette alla casa ove è alloggiato il mercadante, senza ch’esso sappia cosa alcuna né di dazio né di spesa fatta. Condotta che è la mercanzia a questo modo in casa del mercante, gli dimanda il sensaro s’egli fa pensiero di vendere allora per il prezzo corrente, e volendo vender gliela fa subito dar via, dicendogli: “Voi averete tanto di cadauna sorte di mercanzia, netto d’ogni spesa e in dinari contanti”; e se ‘l mercante vuol investire il dinaro in altre mercanzie, gli dice: “La tal e la tal cosa vi costarà tanto posta in barca”, senza sentire alcuna sorte di spesa. E il mercante, intesa la proposta, fa i suoi conti e, se li par di vendere e comprare per i prezzi correnti, gli ordina che facci botta, e se ben avesse robba per ventimila ducati, in quindeci giorni tutta si smaltisse senza alcun suo pensiero o fatica. Quando poi non li pare poter dar la sua roba per quelli prezzi, può aspettar quanto li piace, ma la mercanzia non può esser venduta per altre mani che di quel sensaro che l’ha spedita di doana; e alle volte aspettando qualche tempo a vendere si guadagna e alle volte si discaveda, ma per il più, in alcune sorte di mercanzie che non vengono ogni quindeci giorni, aspettando si fa assai meglio.

I navilii ch’escono di questo porto carichi vanno al Diu a caricar le navi, che de lì vanno poi alla Mecca e in Ormus, e parte vanno a Chiaul e a Goa, con la scorta sempre dell’armata de’ Portoghesi, per rispetto de’ molti corsari che vanno corseggiando e robando tutta quella costa dell’India, per tema de’ quali non è sicuro il navigarvi se non con navi ben armate overo con la scorta dell’armata portoghese. In somma il regno di Cambaia è luogo di gran traffico e di grosse facende, con tutto che da un tempo in qua sia in mano de’ tiranni. Percioché, essendo già sessantacinque anni stato ammazzato il suo vero re gentile, chiamato sultan Badu, all’impresa del Diu, quattro o cinque capitani si partirono il regno fra loro e ciascuno tiranneggiava la sua parte; ma già dodeci anni il gran Magol re moro d’Agra e del Deli, infra terra da Amadavar quaranta giornate, si è impatronito di tutto il regno di Cambaia senza contrasto alcuno, percioché, essendovi esso con grand’empito e sforzo di gente entrato e trovandolo diviso, non fu chi se gli opponesse, ma fu subito obbedito da tutti; e sono gente molto bestiale e tiranna. Mentre io dimorai in Cambaiette vidi cosa che mi fece molto maravigliare, che fu il quasi infinito numero de’ maestri che del continuo fanno manini di denti d’elefanti lavorati a varii colori per le donne gentili, le quali tutte ne portano piene le braccia, e vi si spende ogni anno assai migliara di scudi; e la cagione è che, quando li muore alcun parente, è costume che le donne per segno di dolore si spezzano tutti i manini che hanno intorno alle braccia, e subito poi ne comprano degli altri, percioché stariano più presto senza mangiare che senza manini.

Capitolo 8
Daman, Basain e Tana.

Passato il Diu si trova Daman, seconda città de’ Portoghesi, posta nel territorio di Cambaia, lontana dal Diu cento e venti miglia. Non è luogo di mercanzia, fuor che di risi e di frumento; ha molte ville sotto di sé, le quali in tempo di pace sono godute da’ Portoghesi, ma in tempo di guerra sono da’ nemici con le spesse correrie ruinate, di modo che i Portoghesi niuna o poca utilità ne cavano. Dopo Daman si trova Basain, con molte ville dell’istessa condizione di quelle di Daman; né di questa altro si cava che risi, frumento e molto legname da far navi e galee. Oltra a Basain poco distante è una isola picciola, chiamata Tana, con una terra assai popolata da’ Portoghesi, da’ Mori e da’ Gentili. Qui non fanno altro che risi, e vi sono molti telari da far ormesini e gingani di lana e di bombaso, che sono dell’andar dei mocaiari, neri e colorati.

Capitolo 9
Chiaul, e l’albore “palmar”.

Oltra a questa isola si trova Chiaul in terra ferma, e sono due cittadi, una de’ Portoghesi, l’altra de’ Mori. Quella de’ Portoghesi è posta più a basso e signoreggia la bocca del porto, ed è murata e posta in fortezza, discosto dalla quale un miglio e mezzo è quella de’ Mori, signoreggiata da Zamalucco, re moro; ma in tempo di guerra non possono andar legni grossi alla città de’ Mori, percioché sono battuti e messi a fondo dall’artiglieria della fortezza portoghese, inanzi alla quale convengono passare. L’una e l’altra sono porto di mare e vi si fanno molte facende d’ogni sorte di spezie e di droghe, sete, panni di seta, sandolo, marfin, verzin, porcellane della China, veluti e scarlatti, che vengono di Portogallo e dalla Mecca, e molte altre mercanzie. Vi vengono ogni anno di Cochin e di Canenor dieci e quindeci nave cariche di noci grosse curate e di zuccaro dell’istessa noce, chiamato giagra. L’arbore che produce questa noce si chiama palmar e per tutta l’India, massime da Goa in là, ve ne sono boschi grandissimi; ed è molto simile al dattolaro, né in tutto il mondo si trova arbore della bontà di questo, e che se ne cavi più utilità; né in esso è cosa alcuna da abbrucciare. Del suo legname solo, senza mescolarvene d’altra sorte, si fanno i navilii, delle foglie si fanno le vele, e del suo frutto si caricano, che sono noci, zuccaro, vino e aceto, che si fa del vino. Qual vino si cava del fiore in mezzo all’arbore, che getta di continuo un liquor bianco come acqua, e, tenendoli un vaso sotto, ogni mattina e ogni sera si leva pieno, e fatto lambicare al fuoco diventa potentissimo liquore; nelle botte del qual postovi una certa quantità di zibibbo, o nero o bianco, in poco tempo è fatto perfettissimo vino, e se ne fa gran quantità. Della noce poi si cava oglio assai; dell’arbore si fanno tavole e travi per gli edificii; della scorza si fanno gomene e corde d’ogni sorte per le navi, migliori che quelle di canevo; degli rami si fanno lettiere per dormire, overo scafacci per la mercanzia; le foglie si tagliano minute e, tessendole, se ne fanno vele per ogni legno, overo finissime stuore; del primo scorzo della noce pestato si fa stoppa perfettissima da calefattar navi e navilii, e della scorza dura se ne fa cucchiari e altri vasi da manestrare; di modo che non si getta né si abbruccia altro di questo arbore se non la sola radice. E quando la noce è fresca è piena d’un’acqua eccellentissima da bevere, e, per gran sete che abbia un uomo, con una di queste noci se la cava; quando poi la noce si matura, quell’acqua diventa tutta noce.

Escono di Chiaul per tutta l’India, per Malacca, per Portogallo, per lo stretto della Mecca, per la costa di Melindi e per Ormus, una quasi infinita quantità di robe, che si cavano del regno di Cambaia, come sono panni di bombaso bianchi, stampati e depinti, assai endego, amfione, gottoni, sete fine e d’ogni sorte, assai boraso in pasta, assa fetida, assai ferro e frumento e molte altre mercanzie. Il re Zamaluco è moro ed è molto potente, come quello che ad ogni sua requisizione mette in campagna ducentomila persone da guerra, e ha molta artiglieria fatta di pezzi, alcune d’esse dico, che per la lor grandezza non si potriano condurre e però sono fatte di pezzi, ma talmente accommodati che s’adoprano benissimo, le cui balle sono di pietra: sono state mandate di queste balle in Portogallo a mostrare al re, come cosa di gran maraviglia. La città ove il re Zamalucco fa la sua residenza è infra terra da Chiaul sette overo otto giornate, e si dimanda Abdeneger. Sessanta miglia da Chiaul verso l’India si trova Dabul, porto del Zamalucco, di dove a Goa sono cento e venti miglia.

Capitolo 10
Goa.

Goa è la principal città ch’abbian i Portoghesi in India, nella quale stanzia il vice re con la corte regia, ed è in una isola che può circondare da venticinque in trenta miglia. È cittade con i suoi borghi onestamente grande, e per città dell’Indie assai competentemente bella; ma più bella è l’isola, come quella che è piena di giardini e di boschi de’ palmari detti di sopra, su per la quale sono ancora alcune villette. È questa città di grandissimo negozio di tutte le sorte di mercanzie che ‘n quelle parti si trafficano; e la flotta che viene ogn’anno di Portogallo, che sono quattro, cinque e sei grosse navi, viene a dirittura a Goa, e giungono ordinariamente dalli sei alli dieci di settembre e si fermano in Goa intorno a cinquanta giorni; indi partono per Cochin, ove caricano per Portogallo, e molte volte caricano una nave in Goa per Portogallo e le altre vanno a caricare a Cochin, distante da Goa trecento miglia. È situata Goa ne’ paesi del Dialcan, re moro qual sta infra terra intorno ad otto giornate, la cui città real si chiama Bisapor, ed è re molto potente. Io mi ritrovai in Goa l’anno del 1570, quando venne detto re ad assediarla, essendoseli accampato sotto (ma però di là dal rio) con un esercito qual si diceva passar ducentomila persone; vi tenne l’assedio quattuordeci mesi, in capo al qual tempo fece pace, si dice per il gran danno che ebbe la sua gente per una infermità mortale che l’inverno l’assalse, quale uccise anco molti elefanti.

Del 1566 io mi parti’ di Goa per Bezeneger, città reale che fu del regno di Narsinga, otto giornate da Goa infra terra; andai in compagnia di due mercanti, che conducevano al re trecento cavalli arabi. Percioché i cavalli del paese sono piccioli, pagano bene i cavalli arabi, e bisogna venderli bene, perché vi va molta spesa a condurli dalla Persia in Ormus e da Ormus in Goa, ove dell’entrare non pagano gabella alcuna; anzi nelle navi che portano da venti cavalli in su passa franca anco tutta l’altra mercanzia, ove quelle che non portano cavalli sono tenute a pagare otto per cento d’ogni sorte di mercanzia. Nello uscir poi i cavalli arabi di Goa si paga di dazio quarantadue pagodi per cavallo, e ogni pagodo val otto lire alla nostra moneta, e sono monete d’oro; di modo che li cavalli arabi sono in gran prezzo in que’ paesi, come sarebbe trecento, quattrocento, cinquecento e fina mille ducati l’uno.

Capitolo 11
Bezeneger.

La città di Bezeneger fu messa a sacco l’anno del 1565 da quattro re mori e potenti, che furono il Dialcan, il Zamaluc, il Cotamaluc e il Veridi; e si dice che il poter di questi quattro re mori non era bastante ad offendere il re di Bezeneger, qual era gentile, se non vi fosse stato tradimento. Aveva questo re tra gli altri suoi capitani due capitani mori, ciascun de’ quali commandava a settanta e ottantamila persone. Trattarono questi due capitani, per esser d’una istessa legge, co’ re mori di tradire il suo re; e il re gentile, che non stimava le forze de’ nemici, volse uscir della città a far fatto d’arme co’ nemici alla campagna; qual dicono che non durò più di quattro ore, percioché li due capitani traditori nel più bello del combattere voltarono le sue genti contra al suo signore, e misero in tal disordine il suo campo, che i Gentili confusi e sbigottiti si posero in fuga. Già trenta anni era stato occupato questo regno da tre fratelli tiranni, li quali, tenendo il vero re come prigione, una sol volta all’anno lo mostravano al popolo, ed essi il tutto a lor voglia governavano. Erano stati questi tre fratelli capitani del padre del re da loro tenuto prigione, qual avendo alla sua morte lasciato questo re picciolo fanciullo, essi del regno s’impatronirono. Il maggiore di questi tre fratelli si chiamava Ramaraggio, e questo sedeva nel trono regale e chiamavasi re; il secondo avea nome Timaraggio, qual si aveva preso l’officio di governatore; il terzo, chiamato Bengatatre, era capitano generale della milizia. Si ritrovarono tutti tre questi fratelli in questo fatto d’arme, nel quale il primo e l’ultimo si dispersero, che non si trovarono più né vivi né morti, e Timoraggio fuggì con un occhio manco. Venuta che fu la nuova di questa rotta nella cittade, le donne e i figliuoli di questi tre tiranni, insieme col legittimo re da essi tenuto prigione, fuggirono così spogliati come si trovarono; e i quattro re mori entrarono in Bezeneger trionfando e vi stettero sei mesi, cavando fina sotto le case per ritrovar i dinari e l’altre cose ascose, e indi a’ suoi regni tornarono, percioché non averiano potuto mantenersi tanto paese e tanto da’ suoi regni lontano.

Partiti i Mori, Timaraggio tornò in Bezeneger, fece ripopolare la cittade e mandò a dire a Goa alli mercanti che, se gli avessero condotti delli cavalli, esso gli avrebbe pagati bene: e per questo i predetti due mercanti e io con loro in Bezeneger andassemo. Fece eziandio il detto tiranno andare un bando, che chiunque li menasse cavalli del suo bollo, che nella guerra gli erano stati presi, ch’esso glieli pagaria quello che volessero, dando in oltre salvocondotto generale a tutti quelli che gliene conducessero. Vidi che gliene furono menati assai in più volte, ed esso dette buone parole a tutti fina che vide che non gliene poteano essere condotti più, e poi licenziò i mercadanti senza dargli cosa alcuna; onde i poveretti andavano per la città piangendo e disperandosi, quasi matti per il dolore.

Mi fermai in Bezeneger sette mesi, quantunque in un mese io mi spedi’ da tutte le mie facende, ma mi convenne starvi per esser rotte le strade da’ ladri; nel qual tempo vidi cose stranie e bestiali di quella gentilità. Usano primamente abbrucciare i corpi morti, così d’uomini come di donne nobili; e se l’uomo che muore è maritato, la moglie è obligata ad abbrucciarsi viva col corpo del marito: e assai domandano tempo uno, due e tre mesi, e gli è concesso. E il giorno che si deve abbrucciare va questa donna la mattina a buon’ora fuor di casa a cavallo, overo sopra un elefante, overo in un solaro, qual è uno stado, sopra i quali vanno gli uomini di conto, portato da otto uomini; e in uno di questi modi, vestita da sposa, si fa portare per tutta la città, con i capegli giù per le spalle, ornata con fiori e assai gioie, secondo la qualità della persona, e con tanta allegrezza come vanno le novizzie in trasto in Venezia. Porta nella sinistra mano uno specchio e nella destra una frezza, e va cantando per la città e dicendo che va a dormire col suo caro marito, da’ parenti e amici accompagnata, sino alle diecinove o venti ore; indi esce dalla città e caminando lungo il fiume Negondin, che passa appresso alle sue mura, giunge in una pradaria, ove si sogliono fare questi abbrucciamenti di donne restate vedove. È già apparecchiata in questo luogo una cava grande fatta in quadro, con un poggiolo appresso, nel quale si saglie per quattro o cinque scalini, e detta cava è piena di legne secche. Giunta quivi la donna, accompagnata da gran gente che vanno a vedere, gli apparecchiano bene da mangiare, ed essa mangia con tanta allegrezza come se fosse a nozze, e, come ha mangiato, si mette a ballare e a cantare ad un certo loro suono quanto li pare, e dapoi ella istessa ordina che s’impicci il fuoco nella cava. E quando è in ordine se gli fa intendere ed essa, subito lasciata la festa, dà mano al più stretto parente del marito e vanno ambidue alla riva del fiume, ove essa nuda si spoglia e dà le gioie e i vestimenti a’ suoi parenti, e se gli tira dinanzi un panno, accioché non sia veduta nuda dalle genti, e si caccia tutta in acqua, dicendo i meschini che si lava i peccati. Uscita dell’acqua, si rivolge in un panno giallo lungo quattuordeci braccia e, dato di nuovo mano al parente del marito, sagliono ambidue così per mano tenendosi sopra il poggiolo, ove essa ragiona alquanto col popolo, raccomandandoli i figliuoli, se ne ha, e i suoi parenti. Tra il poggiolo e la fornace tirano una stuora, accioché essa non veda il fuoco, ma ne sono assai che fanno subito tirar via detta stuora, mostrando animo intrepido, e che di quella vista non si spaventano. Ragionato che ha la donna quanto li pare, un’altra donna li porge un vaso d’oglio ed essa, presolo, se lo sparge sopra la testa e se ne unge tutta la persona, e getta il vaso nella fornace e tutto ad un tempo se gli lancia dietro. E subito la gente che sta intorno alla fornace li gettano con forza grossi legni addosso, talché tra per il fuoco e per i colpi de’ legni essa presto esce di vita; e allora la tanta allegrezza si converte tra quei popoli in sì dirotto pianto, che mi era necessario a correre via, per non sentir tal terremoto di pianto e d’urli. Io n’ho viste abbrucciare assai, percioché la mia stanzia era appresso a quella porta per la quale esse uscivano ad abbrucciarsi. Quando poi muore qualche grande uomo, oltra la moglie, tutte le schiave con le quali esso ha avuta copula carnale con esso s’abbrucciano. In questo istesso regno tra persone basse è un’altra usanza, percioché, morto che è l’uomo, lo portano al luogo ove gli vogliono far la sepoltura, e con essi vien la moglie, e il corpo è posto su qualche cosa a sedere e la moglie se gli inginocchia dinanzi e, gettateli le braccia al collo, qui si ferma. E fra tanto i muratori li fanno un muro attorno ad ambidue e, quando il muro è arrivato al collo della donna, viene un uomo di dietro alla donna e li storcie il collo, e, morta ch’essa è, il muro si finisce e restano ambidue ivi sepolti. Oltra queste vi sono altre infinite bestialità, qual io non mi curo di scrivere. Volsi intendere perché così si facessero queste donne morire, e mi fu detto che fu fatta anticamente questa legge per provedere alli molti omicidii che le donne de’ lor mariti facevano, percioché, per ogni poco di dispiacere che esse avessero da’ mariti, li attossicavano per pigliarne un altro; onde con questa legge le rendettero a’ mariti più fedele e fecero che le vite dei mariti al par delle sue avessero care, poiché con la lor morte ne seguiva anco la sua.

Del 1567 si dispopolò Bezeneger, avendo per cattivo augurio per essere stato saccheggiato da’ Mori, e il re con la corte andò ad abitare in Penigonde, qual è una fortezza fra terra, otto giornate distante da Bezeneger. Sei giornate lontano da Bezeneger si cavano i diamanti; io non fui là, ma dicono esser un luogo grande circondato di muro, e che ‘l terreno si vende a misura, un tanto il quadro, con limitazione quanto debbano andare sotto; e i diamanti da una certa caratta in su son del re. Sono molti anni che non si cavano per i gran disturbi del regno, e maggiormente da un tempo in qua, che ‘l figliuolo del Timaraggio, re tiranno, ha fatto morire il re legittimo che teneva prigione, e i baroni poderosi del regno non lo vogliono conoscere per re, di modo che ‘n detto regno sono assai re e gran divisione. La città di Bezeneger non è distrutta, anzi è con tutte le sue case in piedi, ma è vota, né gli abita anima viva se non tigri e altre fiere. Si dice che circonda ventiquattro miglia e ha dentro alle mura alcune montagne; le case sono tutte a piè piano e murate di fango, fuor che i tre palazzi de’ tre tiranni e i pagodi, che sono fatti di calcina e di marmori fini. Ho visto molte corti di re, ma non vidi tal grandezza come tiene il re di Bezeneger, dell’ordine dico del suo palazzo, percioché aveva nuove porte prima che s’entrasse ove abitava il re, cinque grandi con guardia di capitani e di soldati e quattro con guardia di portieri. Fuori della prima porta era un portico, ove stava alla guardia di giorno e di notte un capitano con venticinque soldati, e dentro alla porta ve ne era un altro con guardia simile; di dove s’entrava in una piazza assai grande, in capo alla quale era l’altra porta, guardata come la prima, e indi un’altra piazza: e in tal modo erano le prime cinque porte, da dieci capitani guardate. Si trovavano poi l’altre quattro porte minori con portieri alla guardia, che stavano la più parte della notte aperte, percioché è costume dei Gentili di far le lor feste e negozii più di notte che di giorno. La città era sicurissima dai ladri, e i mercanti portoghesi dormivano per il caldo su le strade, cioè sotto i portici di quelle, né gli era mai fatto danno alcuno.

In capo ai sette mesi io mi deliberai d’andare a Goa con altri dui compagni portoghesi che erano alquanto indisposti, li quali tolsero dui palanchini, che sono come lettierette, con li quali si va in viaggio molto commodamente, con otto fachini per cadauno palanchino che lo portano, scambiandosi a quattro per volta; e io comprai dui buoi, uno per mio cavalcare e l’altro per la compagnia da portar i drappi e la vettovaglia. Si cavalcano in quei paesi i buoi con buone bastine, staffe e briglia, e hanno un commodo e buon passo. Da Bezeneger a Goa sono d’estate otto giornate di viaggio; ma noi lo facessimo di mezo l’inverno, il mese di luglio, e penassimo quindeci giorni a venire sino in Ancola sul lito del mare. E in capo agli otto giorni persi i dui buoi: quello che portava la vettovaglia s’indebolì di maniera che, non potendo più caminare, ne bisognò lasciarlo; e quello ch’io cavalcava, nel passare un fiume, noi su un ponticello ed egli a nuoto, trovò egli in mezo al fiume un’isoletta piena d’erba fresca e ivi si fermò, né potendo noi in alcun modo passarvi, per forza convenissimo lasciarlo: ed era in quel punto una grossissima pioggia, onde mi convenne andare a piedi sette giornate con travaglio grandissimo, e avessimo ventura in ritrovar fachini che ne portarono le robbe. Passassemo per questi giorni gran fortune, percioché, essendo quel regno tutto sottosopra per le gran dissensioni che in esso erano, ogni giorno eravamo fatti prigioni e, volendo la mattina caminare inanzi, bisognava pagare per nostro riscatto quattro o cinque pagodi ogni mattina per testa. Un altro travaglio anche avessimo, che ogni giorno entravamo in terre di nuovi signori, tutti però tributarii del re di Bezeneger, ciascun dei quali fa batter moneta di rame una diversa dall’altra, talché la moneta d’un giorno l’altro non era buona. Con l’aiuto di Dio giungessimo finalmente in Ancola, terra della regina di Garcopan, tributaria del regno di Bezeneger.

Le mercanzie ch’andavano ogn’anno da Goa a Bezeneger erano molti cavalli arabi, veluti, damaschi, rasi e ormesini di Portogallo, e anche pezze di China, zafaran e scarlatti; di là si cavava per Goa gioie e ducati pagodi d’oro. Il vestir di Bezeneger era cavaie sopra le camise, over zuppe ugnole, overo imbottite, di veluto, raso, damasco, scarlatto, overo panni bianchi di bombaso, secondo la qualità degli uomini, con berette lunghe in testa, da essi chiamate colae, di veluto, di raso, di scarlato o di damasco, cingendosi in vece di poste con alcuni panni di bombaso fini. Portavano braghesse quasi alla turchesca e anche salvari; portavano in piede alcune pianelle alte, dette da loro asparche, e all’orecchie portavano attaccato assai oro.

Ora al mio viaggio ritornando, giunti che fossemo in Ancola, un dei miei compagni, che non aveva cosa alcuna da perdere, tolse una guida e andossene a Goa, ove si va in quattro giornate. L’altro compagno, essendo alquanto indisposto, volea fermarsi per quell’inverno in Ancola (l’inverno di quelle parti dell’India comincia a mezzo maggio e dura sina a parte del mese d’ottobre); ma, stando esso in Ancola, vi giunse un mercante da cavalli da Bezeneger in un palanchino, e vi giunsero anche duoi soldati portoghesi che venivano di Seilan e dui porta lettere cristiani nativi dell’India. Fecero tutti questi compagnia insieme per andare a Goa, ond’io mi deliberai d’andar con essi e, fattomi fare un palanchino assai povero di canne, misi ascosamente in una delle sue canne tutto il mio poco avere, ch’erano gioie, e secondo l’uso presi 8 fachini che mi portassero. E un giorno intorno alle 19 ore si mettessemo in viaggio e alli 22, nel passare una montagna che divide il territorio d’Ancola dal regno di Dialcan, essendo io dietro a tutti gli altri, fui assaltato da 8 ladroni, quattro dei quali avevano spada e rotella e gli altri quattro archi e frezze. Quando i fachini che mi portavano sentirono il rumor degli assassini, lasciando cascare il palanchino si misero subito in fuga, e io restai solo in terra involto nei drappi del palanchino. Mi furono subito i ladri adosso e mi spogliarono con suo commodo tutto nudo, e io per non abbandonare il palanchino mi finse esser amalato; e perché io avevo fatto sul palanchino un letticello delli miei drappi, li cercarono i ladri sottilmente e, avendovi trovato due borse ben ligate nelle quali aveva io posta la moneta di rame di quattro pagodi ch’in Ancola avevo cambiati, credettero essi che fossero tanti pagodi e non cercarono più, ma, fatte abbracciate di tutti i drappi, nel bosco si cacciarono. E volse Dio che nel partirsi gli cascò un lenzuolo, ond’io, levatomi del palanchino, tolsi detto lenzuolo e me gli rivoltai dentro. E in questo i miei fachini furono tanto da bene che tornarono a trovarmi, non sperando io in loro tanta bontà, percioché, essendo essi pagati (che così si usa di pagargli inanzi tratto) e avendoli dati in Ancola sette pagodi, non sperava più di rivederli; ma avevo determinato di cavar la canna delle gioie del palanchino e, mostrando di servirmene per bordone, condurmi a piedi a Goa. Ma la fedeltà di quelli uomini mi cavò di questo travaglio, e mi portarono in quattro giorni a Goa; nel qual tempo la feci molto stretta del mangiare, perché non m’era restato né dinari, né oro, né argento, né pagodi, né moneta, e mangiava solo qualche cosa che per compassione mi era data dai fachini; ma, giunto in Goa, gli pagai ogni cosa onoratamente. Di Goa mi parti’ per Cochin, qual è pareggio di trecento miglia, e tra l’una e l’altra di queste due cittadi sono molte fortezze de’ Portoghesi.

Capitolo 12
Onor, Mangalor, Barzelor e Cananor.

La prima fortezza de’ Portoghesi che si trova per andar da Goa a Cochin si chiama Onor, qual è posta nel paese della regina di Batecala, tributaria del re del Bezeneger: qui non si fa trafico alcuno, ma è solo di spesa per il capitano e presidio che vi si tiene. Passata questa s’arriva in Mangalor, picciola fortezza e di poco negozio, di dove si cavano poca quantità di risi; indi si va alla fortezza di Barcelor, picciola, ma se ne cava assai risi per Goa. Indi si giunge a Cananor, città picciola, un tiro d’archibugio distante dalla quale è la città del re di Cananor, re gentile, ed egli e il suo popolo sono mala gente; stanno volentieri in guerra coi Portoghesi, e, quando stanno in pace, stanno per lor interesse, per dar spacio alle loro mercanzie. Esce di Cananor tutto il cardamomo, assai pevere e zenzaro, assai mele, navi cariche di noci grosse, gran quantità d’areca; qual è frutto della grandezza della noce muschiata, e si mangia in tutte quelle parti dell’India e oltra l’India con la foglia d’un’erba che si chiama betle, che s’assomiglia assai la foglia della nostra edera ma è più sottile, e la mangiano impiastrata con calcina fatta di scorze d’ostreghe. E per tutta l’India ogni giorno si spende gran quantità di denari in tal composizione, e tanti che chi nol vede li par quasi cosa incredibile, e grand’utile cavano i signori dei dazii che di questa erba hanno. Masticandola, fa i denti negri e rende il sputo del color del sangue; dicono che fa buono stomaco e buon fiato, ma io giudico che l’usino più tosto per poltronaria, percioché questa erba è calidissima e li rende più potenti al coito. Da Cananor a Crangenor, ch’è un’altra picciola fortezza de’ Portoghesi in le terre del re di Crangenor, re gentile, e luogo di poca importanza, sono cento e cinque miglia; ed è tutta terra di ladri, sottoposta al re di Calicut, re gentile e gran nemico de’ Portoghesi, coi quali sta sempre in guerra, ed è nido e refugio di tutti i ladri forestieri, che si chiamano Mori di carapuza, perché portano in testa una beretta lunga rossa. E questi ladri fanno parte al re di Calicut delle prede che fanno in mare, e lui permette che chi vuol andare in corso vada, di modo che per quella costa sono tanti corsari che non si può navigare, se non con buone navi grosse ben armate, overo con la scorta dell’armata portoghese. Da Grangenor a Cochin sono quindeci miglia.

Capitolo 13
Cochin.

Tiene Cochin il primo luogo dopo Goa tra le città ch’hanno i Portoghesi in India, e vi si fanno molte facende di spezie, di droghe e d’ogni altra sorte di mercanzia per il regno di Portogallo: e qui infra terra è il regno del pevere, del qual si caricano le navi che vanno in Portogallo a refuso e non posto in sacchi. Il pevere che va in Portogallo non è così buono come quello che va nello stretto della Mecca, percioché i ministri del re di Portogallo già molti anni fecero l’appalto col re di Cochin per nome del re di Portogallo e posero il prezzo al pevere, qual per convenzioni fatte insieme non si può né crescere né callare, ed è prezzo molto basso, di modo che i paesani gli lo danno mal volentieri, e verde e molto sporco; ma i mercadanti mori pagandolo meglio, gli è dato megliore e meglio condizionato. Tutto il pevere però e altre droghe che vien per il stretto della Mecca passa di contrabando. Cochin sono due cittadi: quella de’ Portoghesi è vicina al mare e un miglio e mezzo fra terra è la città del re di Cochin, e ambedue sono poste su la riva d’uno istesso fiume grande e di buona acqua, che viene dalle montagne del re del pevere, re gentile e nel cui regno sono molti Cristiani di san Tomaso. Il re di Cochin è re gentile e molto amico e fedele al re di Portogallo e alli cittadini portoghesi, che abitano e sono maritati in Cochin de’ Portoghesi, e con questo nome di Portoghesi chiamano in India tutti i Cristiani che vengono di Ponente, siano o Italiani, o Francesi, o Allemani. E tutti quelli che si maritano in Cochin si acquistano un’entrata secondo le facende che fanno, per li gran privilegi ch’hanno i cittadini di quella cittade; percioché delle due principali mercanzie che si contrattano in quel luogo, che sono le molte sete che vengono della China e i molti zuccari che vengono di Benagala, non pagano i cittadini in quella città maritati dazio alcuno, dell’altre sorti di mercanzie pagano quattro per cento al re di Cochin con ogni lor commodità; quelli che non vi sono maritati e i forestieri pagano in Cochin al re di Portogallo otto per cento d’ogni mercanzia. Mi ritrovai in Cochin in tempo che ‘l viceré travagliò assai per rompere i privilegi ai detti cittadini e per farli pagare come pagano gli altri, e proprio in quel tempo si pesavano dì e notte i peveri per caricare le navi portoghese; e il re di Cochin, avisato di questa cosa, fece subito restar di pesare il pevere, onde in un tratto furono licenziate le mercanzie, né più si parlò di fargli questo torto.

Il re di Cochin non è molto potente rispetto agli altri re delle Indie, né mette in campagna più di sessantamila uomini da guerra. Ha uno gran numero d’amochi, che sono gli suoi gentiluomini, chiamati anche Nairi, li quali non apprezzano punto la vita, ove va il servizio o l’onore del suo re, anzi l’espongono ad ogni pericolo, quando fossero eziandio certi di morire. Sono uomini che vanno nudi dalla centura in su, con un panno cento e rivoltato infra le gambe; vanno scalci, hanno i capegli lunghi e rivoltati in cima alla testa, e sempre portano la spada nuda e la rotella. Hanno questi Nairi le lor donne commune tra loro, e quando alcuno d’essi entra in casa d’una di queste donne, lasciano la spada e la rotella appresso la porta su la strada, e mentre sta lì quella spada e rotella non è alcuno ch’ardisca entrarvi. I figliuoli dei re non succedono nel regno, percioché hanno questa opinione, che potriano non esser generati dal re, ma da qualcun altro; accettano per re un figliuolo di sorella del re o d’altra donna della stirpe regia, percioché dicono esser certi quelli esser veramente di sangue regale. Li Nairi e le lor donne usano per gentilezza farsi grandissimi buchi nelle orecchie, e tali che par impossibile il crederlo, tenendo per più nobili quelli che hanno i buchi più grandi: ebbi licenza da un di loro di misurargli la circonferenza di esso buco con un filo, nel qual postovi poi il braccio, vi andò tutto sina alla spalla, e dico il braccio così vestito. Sono in effetto mostruosamente grandi, e per farli così grandi si forano l’orecchie da piccioli e vi attaccano un peso grande, o d’oro o di piombo, e nel foro mettono una certa sorte di foglia che così larghi li fa.

Si caricano in Cochin le navi che vanno in Portogallo e anche in Ormus; vero è che quelle d’Ormus non portano pevere, se non di contrabando. Della canella facilmente hanno licenza di levarne; di tutte l’altre speziarie e droghe possono liberamente levarne, così per Ormus come per Cambaia, e così di tutte l’altre mercanzie che da diverse bande vi sono portate. Ma del proprio regno di Cochin si cavano assai peveri, che vanno in Portogallo, gran quantità di zenzari secchi e conditi, canella salvatica, molta areca, assai cordovaglia di cairo, fatta del scorzo dell’arbore della noce grossa, ed è meglio che quella di canevo, della qual se ne porta anche assai in Portogallo. Si parteno ogn’anno le navi da Cochin per Portogallo dal fin di decembre sina per tutto genaro. Or seguitando il viaggio dell’India, da Cochin si va a Coilan, distante da Cochin settantadue miglia, qual è fortezza picciola del re di Portogallo, posta nelle terre del re di Coilan, qual è re gentile; è luogo di poco negozio, vi si carca solo mezza nave di pevere, che va poi a Cochin a finir di carcare. Di qui a Cao Comeri si fanno settantadue miglia, e qui finisse la costa dell’India; e per tutta questa costa appresso al mare, e anche da Cao Comeri alle basse di Chilao, che sono intorno a ducento miglia, sono quasi tutti venuti alla cristiana fede e vi sono assai chiese dei padri di San Paulo, i quali fanno in quei luoghi gran profitto in convertire quei popoli e gran fatiche nell’ammaestrarli nella legge di Cristo.

Capitolo 14
Pescaria delle Perle.

Il mare che giace tra la costa che si distende da Cao Comeri alle basse di Chilao e l’isola di Seilan si chiama la Pescaria delle Perle, qual pescaria si fa ogn’anno cominciando di marzo o d’aprile e dura cinquanta giorni; né ogni anno si pesca in un istesso luogo, ma un anno in un luogo e l’altro in un altro di detto mare. Quando s’avicina il tempo di pescare, mandano buoni nuotatori sott’acqua a scoprire ove è maggior quantità d’ostreghe, e su la costa all’incontro piantano una villa di case e bazarri di paglia, che tanto dura quanto dura il tempo del pescare, e la forniscono di quanto è necessario: e ora si fa vicino ai luoghi abitati, ora lontano, secondo il luogo ove vogliono pescare. I pescatori sono tutti Cristiani del paese, e va chi vuole a pescare, pagando però un certo censo al re di Portogallo e alle chiese dei padri di San Paulo che sono per quella costa. Mentre dura il tempo di pescare, stanno in quel mare tre o quattro fuste armate, per diffendere i pescatori dai corsari. Io mi ritrovai qui una volta di passaggio e vidi l’ordine che tengono a pescare. Fanno compagnia due, tre e più barche insieme, che sono dell’andare delle nostre peotte e più picciole; vanno sette overo otto uomini per barca; e holle viste la mattina a partire in grandissimo numero e andare a sorgere in quindeci sina dicidotto passa d’acqua, che tale è il fondo di tutto quel contorno. Sorti che sono, gettano una corda in mare, nel capo della quale è ligato un buon sasso, e un uomo, avendosi ben stretto il naso con una moleta e ontosi con oglio il naso e l’orecchie, con un carniero al collo overo un cesto al braccio sinistro, giù per quella corda si calla. E quanto più presto può empie il carniero o il cesto d’ostreghe che trova in fondo del mare, e indi scorla la corda, e i compagni che stanno attenti in barca tirano su detta corda in pressa, e con essa anche l’uomo. E così vanno d’uno in uno a vicenda, sinché la barca è carica d’ostreghe, e poi la sera vengono alla villa. E cadauna compagnia fa il suo monte d’ostreghe in terra, distinti uno dall’altro, di modo che si vede una fila molto lunga di monti d’ostreghe, né si toccano sin che la pescaria non è compita; e allora s’acconciano ogni compagnia attorno il suo monte ad aprirle, che facilmente s’aprono, percioché sono già morte e fragide: e s’ogni ostrega avesse perle, saria una gran bella preda, ma ne sono assai senza perle.

Finita la pescaria, e visto se è buona ricolta o cattiva, vi sono certi uomini periti, che si chiamano chitini, li quali metteno il prezzo alle perle secondo la lor carrata, facendone quattro cernide con alcuni crivelli di rame. Le prime sono le tonde e si chiamano l’aia de’ Portoghesi, perché i Portoghesi le comprano; le seconde, che non sono tonde, si chiamano l’aia di Bengala; la terza sorte, che sono manco buone, chiamano l’aia di Canara, cioè del regno di Bezeneger; la quarta e ultima sorte, che sono più triste e più minute, si chiama l’aia di Cambaia. Messo il prezzo, vi sono tanti mercadanti di diverse parti che con dinari stanno aspettando, che in pochi giorni ogni cosa si compra a prezzo aperto, secondo la carrata di dette perle.

In questo mare della pescaria delle perle è una isoletta chiamata Manar, abitata da’ Cristiani del paese, che prima erano gentili, con una picciola fortezza de’ Portoghesi, situata all’incontro dell’isola di Seilan; tra le quali passa un canale non troppo largo e con poco fondo, per il qual non si può navigare, se non con vascelli picciolli, e col crescente dell’acqua nel voltar della luna overo nel tondo. E con tutto ciò bisogna anche scaricar detti vascelli in barchette, e passare alcune secche voti e poi tornare a caricare: e questo fanno li navilii che vanno in India; ma quelli che vanno d’India verso levante per la costa di Chiaramandel passano dall’altra banda per le basse di Chilao, che sono tra l’isola di Manar e terra ferma. E andando d’India per la costa di Chiaramandel, si perdeno alcuni navilii, ma voti, percioché si scarcano ad una isola detta Peripatan e mettonsi le mercanzie in barchette picciole, chiamate tane, che sono piane di fondo e pescano poco, e però possono passare sopra ogni secca senza pericolo di perdersi. Aspettano in Peripatan il buon tempo da partirsi per passar le dette secche, e si partono i navilii e le tane di compagnia, e, navigato ch’hanno trentasei miglia, arrivano alle secche; e perché tal volta il tempo carca assai con vento fresco e bisogna per forza passare, non essendo ove salvarsi, le tane passano sicure, ma i navilii, se fallano il canale, urtano nelle secche e si perdono. Al venire in qua non si fa questa strada, ma si passa per il canal di Manar detto di sopra, il cui fondo non essendo altro che fango, ancorché i navilii restino in secco, gran sorte è che ne pericoli alcuno. La cagione perché non si fa questa strada più sicura all’andare in là è perché a quel tempo, per i venti ch’allora regnano tra Manar e Seilan, è tanta secca d’acqua che non si può a modo alcuno passare. Da Cao Comeri all’isola di Seilan sono cento e venti miglia di traverso.

Capitolo 15
Seilan.

Seilan è un’isola grande, e al mio giudicio assai maggiore di Cipro; su la banda che guarda verso l’India per ponente è la città di Colombo, fortezza de’ Portoghesi, ma fuora delle mura è de’ nemici, ha solo verso il mar il porto libero. Il re legitimo di questa isola sta in Colombo, fatto cristiano e privo del regno, sostentato dal re di Portogallo. Il re gentile a chi si apparteneva il regno, chiamato il Madoni, avendo dui figliuoli, il principe nomato Barbinas e il secondo nomato Ragiu, è stato con astuzia dal figliuolo minore privo del regno, percioché, avendosi esso fatta benevole tutta la milizia, a dispetto del padre e del prencipe suo fratello si ha usurpato il regno, ed è gran guerriero. Aveva prima questa isola tre re: il Ragiu, col padre e Barbinas suo fratello, re della Cotta con li suoi conquisti; il re di Candia in una parte dell’isola che si chiama regno di Candia, qual aveva onesta possanza ed era grande amico de’ Portoghesi, e dicevasi che secretamente viveva da cristiano; aveva il re di Gianifanpatan. Da tredeci anni in qua, il Ragiu s’è impatronito di tutta l’isola e si è fatto un gran tiranno.

Nasce in questa isola la canella fina, assai pevere e zenzero, gran quantità di noce e arecca; vi si fa assai cairo da far cordovaglia, produce assai cristallo e occhi di gatta, e dicono che vi si trovano anche rubini, ma io ve n’ho venduti assai bene di quelli ch’un viaggio vi portai dal Pegu. Io ero desideroso di veder come la canella si cavava dall’arbore che la produce, e tanto più che quando mi ritrovai su l’isola era la stagione che si cavava, del mese d’aprile, onde, quantunque i Portoghesi fossero in guerra col re dell’isola, e che però io correva un gran pericolo ad uscir della cittade, tuttavia volsi pur questa mia voglia contentare e, uscito fuori con una guida, andai in un bosco lontano dalla città tre miglia, nel quale erano assai arbori di canella, mescolati però per il bosco con altri arbori salvatichi. È questo arbore sottile e non troppo alto, e ha la foglia simile a quella del lauro. Del mese di marzo o d’aprile, quando gli arbori vanno in amore, si cava la canella da questi arboscelli a questo modo: tagliano la scorza di sotto e di sopra da un nodo all’altro intorno all’arbore, indi gli danno un taglio per il lungo, e con la mano pigliando la scorza facilmente la levano d’intorno all’arbore, e la mettono nel sole a seccare e per questo si torce nella maniera che noi la vediamo. Non si secca per questo l’arbore, anzi torna a fare un’altra scorza per l’anno seguente, e la canella buona è quella che ogn’anno si scorza, percioché quella di due o di tre anni è grossa e manco buona. Nasce in questi istessi boschi anche molto pevere.

Capitolo 16
Negapatan.

Da Seilan per dentro dell’isola si va a Negapatan in terra ferma, con navilii piccioli, e vi è settantadui miglia di strada. È città assai grande e ben popolata, parte da’ Portoghesi e da’ Cristiani del paese e parte da’ Gentili; è terra di non troppo negozio, né vi si cava altro che buona quantità di risi e alcune sorti di panni di bombaso, ch’in diverse parti si portano. Fu già terra abondantissima di vettovaglia, ora è assai manco; e la sua grande abondanza mosse assai Portoghesi ad andare ad abitarvi, e a fabricar case in paese alieno per vivervi con poca spesa. La città è d’un gran signore gentile del regno di Bezeneger, nondimeno e i Portoghesi e gli altri Cristiani vi stanno assai bene, con chiese e un monasterio di S. Francesco di gran divozione, e ben accommodati di casamenti. Pur alla fine sono in terra de tiranni, ch’a ogni lor voglia gli possono far qualche dispiacere, come occorse l’anno 1565, se mi ricordo bene, che il Naic, cioè il signor della città, li mandò a domandare certi cavalli arabi, e avendoglieli essi denegati, di là a pochi giorni venne voglia al signore di vedere il mare; onde i poveri cittadini, per esser questa cosa insolita, dubitarono che per sdegno venisse a saccheggiar la lor cittade e imbarcarono tutto il meglio ch’avessero, i mobili, mercanzie, dinari e gioie, e fecero slargar i navilii dalla terra. Volse la lor sorte cattiva che la notte seguente fece una gran burasca in mare, che cacciò tutti i navilii a rompersi in terra, e tutto quello che si puoté ricuperare fu dipredato dall’esercito che col signore era venuto e che sul lito del mare era attendato, senza ch’essi avessero pensiero alcuno di fare un tal buttino.

Capitolo 17
San Tomé.

Da Negapatan seguitando il viaggio verso levante cento e cinquanta miglia, si trova la casa del ben avventurato San Tomé, qual è una chiesa di grandissima divozione ed è molto rispettata eziandio dai Gentili, per la notizia ch’essi hanno dei molti miracoli fatti da quel benedetto apostolo. Appresso a questa chiesa hanno fabricato i Portoghesi una cittade, in le terre del regno di Bezeneger, la quale, quantunque non sia molto grande, è al parer mio la più bella di quante ne sono in quelle parti dell’India. Ha bellissime case accommodate di vaghi giardini, ha strade larghe e dritte, con molte belle e divote chiese; sono le case serrate una all’altra, con le porte picciole, e ogni porta ha il suo bastione, di modo ch’è sufficiente fortezza per il paese. Non possedono i Portoghesi altri stabili che le case e i giardini che sono dentro alla città. I dazii sono del re di Bezeneger, i quali sono molto buoni, percioché è terra d’assai ricchezza e di molte facende: n’escon e vi entran ogni anno due navi grosse, molto ricche, oltra i molti altri navilii piccioli. Delle due navi una va a Pegu e l’altra a Malacca, carche di panni fini e d’ogni sorte di bombaso dipenti; la quale è veramente cosa molto vaga, percioché pareno smaltati di diversi colori, e quanto più si lavano, tanto più restano vivi i colori; e altri panni pur di bombaso tessudi a diversi colori, di gran valuta. Di più si fanno in San Tomé assai filati cremesini, tenti con una certa radice che chiamano saia, e anche questi per lavare mai perdono il colore, anzi più se gli aviva il cremesino; si portano questi filati per la maggior parte a Pegu, percioché là si adoperano nel tessere i loro panni a loro usanza ed è di manco spesa. Spaventosa cosa è chi non ha più visto l’imbarcare e sbarcar le mercanzie e le persone a San Tomé, percioché è costa brava, né si può servire d’alcun navilio né delle barche delle navi a far questo servizio, perché tutte andarebbono in pezzi; ma adoperano certe barchette fatte aposta molto alte e larghe, ch’essi chiamano masudi, e sono fatte con tavole sottili, e con corde sottili cusite insieme una tavola con l’altra. Quando s’imbarca, s’imbarcano le persone e le robe su queste barchette in terra, e poi li barcaruoli le gettano così cariche in mare, e con prestezza si mettono a vogare contra le grossissime onde del mare, sin che alle navi sorte, si conducono. E così medesimamente venendo dalle navi o dai navilii in terra con queste barchette carche d’uomini e di mercanzia, li barcaruoli, quando sono vicini a terra, saltano in acqua per tenere il masudi dritto, che non si ribalti, e l’onde del mare gettano il masudi in terra, talché li passagieri e la roba si discarca a piè sutto; e alle volte se ne ribalta qualcuno, ma con poco danno, perché poco si carcano; e tutta la mercanzia che va per fuora si imboglia benissimo con buone pelle di manzo, percioché se si bagnasse patirebbe gran danno.

Al mio viaggio ritornando, del 1566 mi parti’ di Goa per Malacca, in un galione del re di Portogallo ch’andava a Banda a carcare noci muschiate e macis, e da Goa a Malacca si fanno mille e ottocento miglia: si passa di fuora dell’isola di Seilan, e si passa per il canale di Nicubar overo per quello del Sombrero, li quali sono per mezzo l’isola Sumatra, detta Taprobana. E da Nicubar sina a Pegu è una catena d’isole infinite, delle quali molte sono abitate da gente selvaggia, e chiamansi l’isole d’Andeman. Chiamo i suoi abitanti gente selvaggia percioché mangiano carne umana: guerreggiano un isola con l’altra con alcune lor barche, e pigliandosi si mangiano una con l’altra; e se per disgrazia si perde in queste isole qualche nave, come già se n’ha perso, non ne scampa alcuno, che tutti gli amazzano e mangiano. Non ha questa gente commercio con alcuno, ma vivono con quello che l’isole producono; pur si avvicinano alle volte alle navi che di là passano, come occorse in un viaggio ch’io da Malacca veniva per il canal del Sombrero: se ne avvicinarono alle navi due lor barchette carche di frutti, cioè muse e noci di quelle fresche, e molti ignami cotti alesso, qual è frutto che assimiglia il nostro navone, ma molto dolce e buono da mangiare. Non vogliono ad alcun modo entrare in nave, né vogliono dei lor frutti danari, ma li barattano con qualche straccia di camisa o di braghesse: se li callano i stracci con una corda in barca, ed essi danno all’incontro quei frutti ch’a lor par che meriti; e si dice ch’alle volte per uno straccio di camisa si ha avuto a baratto buoni pezzi di ambra.

Capitolo 18
Sumatra.

L’isola di Sumatra è una grande isola, ed è da molti re signoreggiata, ed è divisa da molti canali che per essa passano. Sul capo verso ponente è il regno del re d’Assi, re moro e molto potente, come quello ch’oltra il suo gran regno possede anche molte fuste e galee; nasce nel suo regno assai pevere e zenzaro e molto belzuin. È nemicissimo de’ Portoghesi, ed è stato alcune volte a combatterli in Malacca e gli ha fatto gran danni nelli borghi; ma la città si è sempre valorosamente difesa, e fattoli anche con l’artigliarie molto danno nell’armata. Io giunsi finalmente alla città di Malacca.

Capitolo 19
Malacca.

Malacca è una grandissima scala d’infinite mercanzie, che vengono da diverse parti, percioché tutte le navi e navilii che per quei mari navigano sono obligati di fare scala a Malacca e pagar il dazio, ancorché non vogliano discarcar cosa alcuna; e se per fuggir di pagar detto dazio passassero oltra di notte senza far scala, cascano in pena di pagar poi in India doppio dazio. Io non son passato più inanzi di Malacca verso levante, ma quello ch’io ne parlarò sarà per buona informazione che n’ho avuto da quelli che vi sono stati. La navigazione da Malacca in là non è commune a tutti (dal viaggio della China e del Giapan in fuora, al quale può andar ciascuno), ma è sol del re di Portogallo overo de’ suoi gentiluomini per grazia a lor concessa, overo di giuridizione del capitano di Malacca, al qual eziandio s’aspetta di sapere i viaggi che di là da Malacca si fanno. I viaggi del re sono questi, ch’ogni anno si partono due galioni, uno per le Malucche a carcare di garofoli e l’altro per Banda a carcare di macis e di noci muschiate. Si carcano questi dui galioni per lo re, né levano roba d’alcun particolare, dalle portade de’ marinari e de’ soldati in fuora; e per questo non sono viaggi per mercadanti, perché andando là non avriano su che carcar la lor roba di ritorno, oltra che né anche il capitan del galione levaria alcun mercadante per niuno di questi luochi. Vi vanno bene delli navilii de’ Mori della costa della Giava, che vengono a smaltir la roba nel regno d’Assi, e questi sono il garofoli, macis e noci, che vengono per lo stretto della Mecca. Li viaggi di grazie che fa il re ai suoi gentiluomini sono quello della China e dalla China al Giapan, e dal Giapan di ritorno alla China e dalla China in India, e il viaggio di Bengala a Sonda con carico di panni fini e d’ogni sorte di bombaso: ed è Sonda un’isola de’ Mori appresso la costa della Giava, e ivi caricano poi peveri per la China. La nave che va ogni anno dall’India alla China si dimanda la nave delle droghe, perché porta là diverse droghe di Cambaia, ma il più si è argento.

Da Malacca alla China sono mille e ottocento miglia, e dalla China a Giapan va ogni anno una nave grossa d’importanza, carca di sete, ch’al ritorno porta argento in verghe, il qual si smaltisce in la China. Sono dalla China a Giapan duimila e quattrocento miglia; sono diverse isole non troppo grande, nelle quali i padri di San Paulo per grazia d’Iddio fanno molti cristiani e buoni. Da queste in là sin ora non è stato scoperto, per le gran secche che si trovano. Hanno i Portoghesi fatta una picciola cittade in una isola vicina ai liti della China, chiamata Macao, le cui chiese e case sono di legno, e ha vescovato; ma i dazii sono del re della China e vanno a pagarli a  Canton  , bellissima cittade e di grande importanza, distante da Macao due giornate e meza; li cui Gentili sono tanto gelosi e timidi che non vogliono che forestiero alcuno passi niente adentro per il paese, e, quando vanno i Portoghesi a pagarli i suoi dretti e a comprar delle mercanzie, non consentono che dormino nella città, ma li mandano fuora nei borghi. Il paese della China è la gran Tartaria, ed è paese di Gentili grandissimo e di grande importanza, per quanto si può giudicare dalle molte e preziose mercanzie che di quello escono, delle quali non credo sian in tutto il mondo le migliori e la maggior quantità; che sono prima assai oro che viene portato in India in pani a guisa di navicelle, di bontà di ventitre caratti, grandissima quantità di seta fina, di panni damaschini e di taffetà, gran quantità di muschio, molto rame in pani grandi, molto ottone in verghe, gran quantità d’argento vivo e di cenaprio, assai canfora, una infinità di porcellane in diverse sorti di vasi, gran quantità di panni dipinti e di quadri, una infinità di radici di China. Ogni anno vengono della China in India due o tre navi grosse cariche di ricchezze e preziose mercanzie; il reubarbaro vien per terra per via della Persia, percioché ogn’anno va di Persia alla China una grossa caravana, che camina sei mesi prima ch’arrivi alla città di Lanchin, città nella quale risiede il re con la sua corte. Ho parlato con un Persiano, qual mi ha detto esser stato tre anni in detta città di Lanchin, e ch’essa è una gran città e di grand’importanza.

I viaggi di Malacca che sono di giuridizione del capitano della fortezza sono ch’egli manda ogn’anno un naviglio a Timor a caricare di sandolo bianco, e il buono vien tutto da questa isola; ne viene anche da Celor, ma non è così buono; e manda eziandio ogn’anno un navilio a Cochinchina a caricare di legno d’aloe. E il legno aloe vien tutto di questo luogo, che è terra ferma contigua al regno della China; né si può saper come ch’ei nasca, percioché non permettono quei popoli che i Portoghesi smontino in terra se non a far acqua e legne e qualche altro servizio per il navilio bisognando: tutto il resto, così la provisione del vivere come la mercanzia, gli è portato con barchette al navilio, di modo ch’ogni giorno si fa la fiera del navilio, sina ch’è finito di caricare. Va eziandio ogn’anno per l’istesso capitano un navilio in Asion, a caricare di verzino. Tutti questi sono i viaggi del capitano della fortezza di Malacca, e quando non li vuol fare, vende la sua giurisdizione a qualcun altro.

Capitolo 20
Sion.

Fu già Sion una grandissima città e sedia d’imperio, ma l’anno MDLXVII fu presa dal re del Pegu, qual caminando per terra quattro mesi di viaggio, con un esercito d’un million e quattrocentomila uomini da guerra, la venne ad assediare; e prima che la pigliasse vi tenne ventiun mese l’assedio, con gran perdita delle sue genti. E lo so io percioché mi ritrovai in Pegu sei mesi dopo la sua partita, e vidi che li mandarono cinquecentomila uomini per supplimento di quelli che gli erano mancati; e con tutto questo, se non vi fosse stato tradimento, non l’avrebbe presa. Una notte li fu aperta una porta della città, per la quale con grande empito entrato, se ne fece patrone, e l’imperator di Sion, quando si vide essere stato tradito e che ‘l nemico era nella città, col veneno si uccise; i cui figliuoli e le donne e altri signori, che non furono in quel primo empito uccisi, furono menati schiavi nel Pegu; ove io mi ritrovai quando il re vincitore con trionfo fece l’entrata, e tra l’altre gran pompe bella cosa da vedere furono la gran squadra degli elefanti, carichi d’oro, d’argento, di gioie, e di signori prigioni.

Ritornando al mio viaggio, io mi parti’ da Malacca sopra una nave grossa ch’andava a San Tomé, città posta su la costa di Chiaramandel; e perché il capitano della fortezza di Malacca per aviso avuto stava in aspettazione di guerra, e che li venisse sopra il re d’Assi con grossa armata, non voleva dar licenza che questa nave partisse; onde si partissemo di notte senza far acquata, e vi erano su detta nave quattrocento e più persone, con intenzione d’andare ad una certa isola a far acqua. Ma il vento non ne lassò pigliar detta isola, di modo ch’andassemo settantaquattro giorni persi per mare, e fossemo a scoprir terra oltra San Tomé più di cinquecento miglia, ch’erano le montagne del Zergelin, appresso il regno d’Orisa. E così fossemo a Orisa con assai morti di sete e molti amalati, che fra pochi giorni morirono, e io per un anno ebbi sempre la gola tanto arsa che non mi poteva saziar di bevere acqua: io credo che ne fossero cagione le suppe fatte in oglio e aceto, con le quale molti giorni mi sostentai. Biscotto non ne mancava, né anche vino, ma sono vini tanto gagliardi che senza acqua uccidono la gente, né si può continuare il beverli. Quando si cominciò a patir d’acqua, vidi alcuni officiali mori che ne venderono ad un ducato la scudella ben picciola; dipoi ho visto che uno volse dar un bar di pevere, che sono dui quintali e mezzo, per una mezaruola d’acqua, e non gliela volse dare. Credo certo che ancor io sarei morto, insieme con un mio schiavo solo ch’avevo in quel tempo, qual mi era molto caro; ma quando previddi il pericolo che si era per scorrere, vendei il schiavo per la mettà meno di quello che valeva, per avanzar per me quello ch’egli bevuto avrebbe.

Capitolo 21
Orisa, e fiume Gange.

Orisa fu già un regno molto bello e sicuro, per il quale caminare si poteva con l’oro in mano senza pericolo alcuno, sina che regnò il suo re legitimo, qual era gentile, e stava sei giornate infra terra nella città di Catheca. Amava questo re grandemente i forestieri e i mercadanti, che entravano e uscivano del suo regno con le lor mercanzie senza pagar né dazii, né alcuna altra sorte di gravezze: solo le navi secondo la lor portata pagavano una certa poca cosa; e ogni anno nel porto d’Orisa si carcavano venticinque e trenta navi tra grosse e picciole, di risi, di diversi panni bianchi di bombaso, fini d’ogni sorte, oglio di zerzelin, qual si fa d’una semenza ed è assai buono cotto e da frigere, assai butiro, lacca, pevere longo, zenzari, mirabolani secchi e in conserva, assai panni di erba, qual è una seta che nasce ne’ boschi senza fatica alcuna degli uomini: solo quando le boccole sono fatte, e sono grosse come ogni grossa naranza, hanno pensiero d’andare a raccoglierle. Sono intorno a sedeci anni che questo regno fu preso e distrutto dal re di Patane, che fu anche re di gran parte di Bengala, e subito vi pose il dazio di venti per cento, come nel suo regno si pagava; ma poco lo godette questo tiranno, perché di là a pochi anni fu soggiogato da un altro tiranno, dal grande Magol re d’Agra, del Deli e di tutta Cambaia, senza quasi metter mai mano alla spada.

Io mi parti’ d’Orisa per Bengala al porto Picheno, qual è distante de qui cento e settanta miglia verso levante; si va cioè scorrendo la costa cinquantaquattro miglia, indi s’entra nel fiume Ganze, dalla bocca del qual fiume sino a Satagan, città ove si fanno i negozii e ove i mercadanti si riducono, sono cento e venti miglia, che si fanno in dicidotto ore a remi, cioè in tre crescenti d’acqua, che sono di sei ore l’uno. Quando poi l’acqua le sei ore calla, non si può far viaggio, perché l’acque corrono troppo di furia e, ancora che le barche siano leggiere e ben fornite di remi e in foggia di fuste, non si può andar inanzi, ma bisogna legarsi per non esser portati adietro dal reflusso. Si chiamano queste barche bazaras e patuas, e si vogano alla galeotta così bene come abbia mai visto. Una buona marea prima che si arrivi a Satagan, si trova un luogo che si chiama Bettor, e da lì in su non vanno le navi grosse, perché il fiume ha poca acqua. Qui in Bettor ogni anno si fa e disfa una buona villa con case e boteghe di paglia, fornite di tutte le cose necessarie a usanza loro; e dura questa villa sina che le navi parteno per India, e, partite che sono, tutti vanno alle sue terre e danno fuoco alla villa. Mi fece questa cosa molto maravigliare, perché nell’andare a Satagan vidi questa villa con grandissimo popolo e infiniti bazarri e botteghe, e al ritorno, essendo restato degli ultimi, e con l’ultima nave, la qual di qui era partita e aviatasi inanzi, venivo giù in una barca col capitano della nave, e restai stupido quando vidi quel luogo campagna rasa e con solo i segnali dell’abbrucciate case. Li navilii piccioli vanno a Satagan e ivi carcano.

Capitolo 22
Satagan

Nel porto di Satagan si carcano ogn’anno trenta e trentacinque vascelli, tra nave e navilii, di risi, di panni di varie sorti di bombaso, lacca, grandissima quantità di zuccari, zenzari e mirabolani secchi e conditi, pevere longo, buttiro assai e oglio di zerzelin e molte altre mercanzie. La città di Satagan è onestamente bella per città di Mori, ed è molto abondante. Fu signoreggiata dal re Patane, ubbidisce ora al re Magol. Io stetti in questo regno quattro mesi, ove assai mercadanti per loro utile comprano una barca, over la pigliano a nolo, e con essa vanno per il fiume alle fiere, comprando con assai maggiore avantaggio, percioché tutti li giorni della settimana hanno fiere, ora in un luogo ora nell’altro; e però ancor io tolsi una barca, e andando su e giù per il fiume di notte, ho veduto molte stranie cose. Il paese di Bengala da un tempo in qua è quasi tutto in poter de’ Mori, tuttavia vi è ancora grandissimo numero de’ Gentili (per tutto ove dico Gentili intendasi idolatri, e ove dico Mori s’intenda macomettani), massime quelli infra terra. Hanno tutti in grandissima venerazione l’acqua del Gange, e quando sono infermi si fanno portare di lontani paesi su la riva di detto fiume e, fabricatavi una casetta di paglia, ogni giorno con quell’acqua si bagnano; onde assai ne muoreno, e morti che sono pongono i corpi su un monte di frasche, e dattoli il fuoco lasciano che siano mezzi arrostiti; indi, attaccatogli un vaso grande al collo, nel fiume gli precipitano. Questa cosa ogni notte l’ho vista per due mesi, ch’andai su e giù per il fiume a trovare i mercati e fiere; e questa è la cagione che i Portoghesi non vogliono bevere di quell’acqua, con tutto che sia eccellentissima e perfetta al paro di quella del Nilo.

Dal porto Picheno detto di sopra andai a Cochin e da Cochin a Malacca, di dove mi parti’ per il Perù, ottocento miglia distante, qual viaggio si suol far ordinariamente in venti o venticinque giorni, e noi stessemo su questa strada quattro mesi. E in capo di tre mesi, essendo ormai il navilio con poca vettovaglia, disse il peotta che per il suo sol eravamo a fronte della città di Tenasari, città del regno del Perù; e il suo detto era vero, ma eravamo in mezzo a molte isole picciole o scogli disabitati. E alcuni Portoghesi dicevano che conoscevano la terra e che sapevano ove era detta città di Tenasari, la qual è città delle ragioni del regno di Sion, posta infra terra due o tre maree, sopra un gran fiume che viene d’infra terra del regno del Sion. E ove il fiume entra in mare è una villa chiamata Mergi, nel porto della quale ogn’anno si caricano alcune navi di verzino, di nipa, di belzuin e qualche poco di garofoli, macis, noci, che vengono dalla banda di Sion; ma il sforzo della mercanzia è verzino e nipa, qual è un vino eccellentissimo che nasce nel fior d’un arbore chiamato niper, il cui liquor si distilla e se ne fa una bevanda eccellentissima, chiara come un cristallo, buona alla bocca e migliore allo stomaco: e ha una gentilissima virtù, che s’uno fosse marcio da mal francese, bevendone assai, in poco tempo si risana. E io n’ho veduto l’effetto, percioché, stando io in Cochin, era un mio amico al qual cascava il naso da mal francese e fu consigliato da medici ch’andasse a Tenasari a’ vini nuovi e che ne bevesse giorno e notte quanto più poteva, inanzi però che si destillasse, che ‘n quel stato è delicatissimo, ma destillato è gagliardo e bevendone assai va alla testa: andò questo uomo e ne bevve, e io l’ho visto dapoi con buonissimo colore e sano. Questo vino è molto apprezzato in India, ma per venir di lontano è assai caro; nel Perù ordinariamente è buon mercato, per esser vicino al luogo ove si fa e facendosene ogni anno quantità grande.

Ora al proposito ritornando dico che, ritrovandosi noi lontani da terra fra quei scogli all’incontro di Tenasari con molta carestia di vettovaglia, e per detto del peotta e de’ due Portoghesi tenendoci al fermo esser all’incontro di detto porto, fu determinato d’andar con la barca a proveder di vettovaglia, e ch’il navilio n’aspettasse in un luogo designato. Si partissemo ventiotto persone con la barca su l’ora del mezogiorno, credendoci al fermo di giunger inanzi sera nel porto detto di sopra, ma vogassemo tutto quel giorno, gran parte della notte e tutto il giorno seguente, senza trovar porto né segnale alcun di buona terra: e questo avvenne per il cattivo commando de’ dui Portughesi, che errarono, e si lasciò il porto indietro, di modo che perdessemo la terra popolata e anche il navilio con ventiotto persone, senza aver in barca sorte alcuna di vettovaglia. Volse il Signor Iddio ch’un marinaro aveva portato un poco di risi, da barattare in qualche cosa, quali non erano tanti che tre o quattro persone non gli avessero mangiati in un pasto. Io con licenza di tutti presi il dominio de’ risi, promettendogli che, con l’aiuto di Dio, quei risi ne sariano un intertenimento sina che la sua bontà n’averia fatto grazia di ritrovar qualche luogo abitato, e la notte io dormivo con essi in seno, accioché non mi fossero rubati. Andassemo nove giorni così persi scorrendo la costa senza trovar altro che paese disabitato e isole diserte, che se avessemo trovato erba ne saria parsa un zuccaro, ma non trovammo se non alcune foglie d’arbori grosse e tanto dure che non si potevano masticare. Avevamo abbondanza d’acqua sola e di legne, né potevamo far viaggio se non col crescente dell’acqua, e quando l’acqua callava si fermavamo al lito di qualcuna di quelle isole. Trovassemo solo in questi nove giorni una covata d’ova di tartaruga, che furono cento e quarantaquattro, li quali ne furono di grande aiuto: sono grandi come ova di gallina, né hanno altro scorzo che una tenera pelle; e ogni giorno facevamo un caldarone di brodo con un pugno di risi. Piacque a Dio ch’in capo al giorno nono scoprissemo su le ventidue ore alcune peschiere, e indi a poco alcune barchette, che per esse andavano. Non credo che fosse mai più stata altratanta allegrezza in alcun di noi, percioché eravamo ormai tanto afflitti che appena si potevamo regger in piedi, e alla regola sina allora osservata avevamo ancora risi per quattro giorni. La prima villa che trovassemo era nel colfo di Tavai, sottoposto al re del Pegu, ove trovassemo vettovaglia in abondanza, ma per dui o tre giorni non si lasciò mangiare a cadauno se non molto poco, e con tutto questo ne stettero assai in ponto di morte. Da Tavai al porto di Martavan del regno del Pegu sono settantadui miglia. Carcassemo la barca di vettovaglia, che per sei mesi abondantemente averebbe bastata, e si partimmo per il porto e città di Martavan, ove in poco tempo giungessimo; ma non vi trovassemo il nostro navilio, secondo che pensavamo di trovare, onde spedissemo subito diverse barche a cercarlo. E fu trovato in gran calamità e bisogno d’acqua, sorto con tempo cattivo e vento contrario, ed era a cattivo termine, percioché era un mese ch’era privo della barca, che d’acqua e di legne lo provedeva; qual, con la scorta della barca che trovato l’aveva, giunse anch’esso per grazia di Dio a salvamento in detto porto.

Capitolo 23
Martavan.

Trovassimo nella città di Martavan intorno a novanta Portoghesi, tra mercadanti e uomini vagabondi, li quali stavano in gran differenza co’ rettori della città, per aver certi Portoghesi vagabondi uccisi cinque fachini del re. Era forsi un mese che ‘l re di Pegu era andato con un millione e quattrocentomila persone all’acquisto dell’imperio del Sion, e perché è costume in quel regno, che sia il re ove si voglia fuora del regno, ch’ogni quindeci giorni li va dal Pegu una caravana di fachini con cesti in testa pieni di diversi rinfrescamenti e panni netti, occorse che, passando essi per Martavan e riposandosi quivi una notte, vennero alquanti di loro a parole con alcuni Portoghesi e indi ai pugni; e perché parve che i Portoghesi n’avessero il peggio, la notte seguente dormendo i fachini alla campagna, andarono i Portoghesi e tagliarono la testa a cinque di loro. È una legge nel Pegu che, se uno ammazza un altro, si compra il sangue sparto con tanti dinari, secondo la qualità dell’ucciso; ma, per esser questi fachini ne’ servizii del re, non ardirono i rettori d’accommodare questa cosa senza saputa del re, e però li fu necessario farglielo sapere. Venne ordine dal re che i malfattori fossero ritenuti sino alla sua venuta, perché egli allora, inteso che avesse come il fatto era passato, averebbe integramente amministrata giustizia; ma il capitano de’ Portoghesi non gli volse presentare, anzi, messisi tutti i Portoghesi in arme, andavano ogni giorno per la città col tamburro e l’insegna spiegata, percioché la città stava assai vuota d’uomini da guerra, essendo quasi tutti andati nell’esercito del re.

Tra questi rumori noi quivi giungessimo, e a me parve molto stranio di veder che i Portoghesi facessero queste insolenze nell’altrui città; e dubitando di quello che poteva intervenire, non volsi metter le mie robbe in terra, per esser più sicure nella nave, la maggior parte del carco della quale era del parzenevole che stava in Malacca; vi erano bene diversi mercadanti, ma con roba di poca importanza. Tutti questi mercadanti a me si riportavano, né volevano sbarcar la roba s’io non cominciava; ma dapoi lasciato il mio consiglio misero la roba in terra e tutta la persero. Mi fecero un giorno chiamare il rettore e i daziari, e mi adomandarono perché io non metteva la roba in terra e non pagava il suo dretto alla doana. Gli risposi che io era mercadante venuto qui di nuovo e che, vedendo la terra andar in tal rivolta co’ Portoghesi, dubitava perder la mia roba, che mi costava tanti sudori; e che però avea deliberato di non metterla in terra, se prima sua signoria non m’assicurava in nome del re che se qualche cosa intervenisse co’ Portoghesi, che né la mia persona né la mia mercanzia fosse a modo alcuno offesa, poiché io non avevo parte né interveniva in questi rumori e differenze. Parve buona la mia ragione al rettore e mandò subito a chiamare il bargite della città, che sono gli uomini di consiglio, e mi promisero sopra la testa del re che per cosa che fosse potuta succeder coi Portoghesi, che la mia persona e la mia roba saria sicura e salva; della qual promessa ne fu fatto nota negli atti pubblici. E io andai e feci subito portar le mie robe in terra, e pagai il dazio, qual in quel regno si paga dell’istessa roba che si porta a dieci per cento, e per più mia maggior sicurezza presi casa all’incontro della casa del rettore. Il capitan maggiore de’ Portoghesi e quasi tutti li mercadanti stanziavano di fuora ne’ borghi; solo io e da ventidui altri Cristiani portoghesi, povere persone e officiali de’ navilii portoghesi, avevamo la nostra abitazione nella città.

Avevano già i Gentili ordinata la vendetta contra i Portoghesi, ma non l’esequivano, aspettando che prima il nostro navilio si discarcasse, e però, subito che fu la roba in terra, giunsero la notte seguente dal Pegu quattromila soldati con alcuni elefanti da guerra; e prima che si levasse il rumore, mandò il rettore a far intendere a casa per casa a tutti i Portoghesi ch’erano nella città che, sentendo rumore, non dovessero per cosa alcuna e per suo bene uscir de’ loro alloggiamenti. Alle quattro ore di notte si sentì lo strepito e rumor grande di gente e d’elefanti, che gettavano per terra le porte delle case e de’ magazeni de’ Portoghesi e le case di legne e di paglia; nel qual rumore furono feriti alcuni Portoghesi e uno ucciso, e gli altri, senza far prova alcuna degna dell’orgoglio i passati giorni mostrato, vergognosamente si posero in fuga e si salvarono sui navilii che in porto erano surti. Tutta quella notte si careggiò la mercanzia de’ Portoghesi nella città, di modo che tutti quelli che stavano nel borgo persero tutta la roba loro e molti di loro, trovandosi a quel punto in letto, con la sola camisa fuggirono. Un altro errore fecero poi i Portoghesi, che dopo imbarcati, avendo ripreso animo, vennero con un buon vento a metter fuoco nelle case del borgo, che essendo di tavole e di paglia, e il vento gagliardo, in poco tempo abbrusciò il borgo e quasi mezza la città; con la qual fazione persero in tutto ogni speranza di ricuperar la roba loro, la quale poteva montar intorno a sessantamila ducati, percioché, se non avessero fatto questo danno, si teneva per certo che sariano stati reintegrati del tutto, perché si seppe che questa fazione non era stata ordinata dal re, ma dal suo luogotenente e dal rettor della città, che n’erano poi malcontenti, parendogli d’aver fatto un grande errore. La mattina seguente cominciarono i Portoghesi a battere la città con l’artigliaria delle navi, e la batterono quattro giorni continui, ma indarno, percioché i colpi non ferivano nella città, ma nell’alto della montagna a lei vicina. Quando il rettore vide che principiarono a far la batteria, fece subito prender ventiun Portoghesi ch’erano nella città e mandolli 4 miglia fuori d’essa, ove stettero fina che i Portoghesi se n’andarono, e poi senza offenderli li lasciò in libertà. Io stetti sempre nella mia casa con una buona guardia postavi da’ rettori, accioché non mi fosse fatto oltraggio alcuno, osservandomi quanto promesso m’avevano; ma non volsero ch’io di qui mi partisse sina alla venuta del re, il che mi fu di gran danno, percioché io stetti ventiun mese sequestrato, senza poter vendere la mia mercanzia, la quale era pevere, sandolo e porcellane della China. Giunto che fu pur finalmente il re, gli appresentai una supplica e subito fui licenziato.

Capitolo 24
Pegu.

Da Martavan mi parti’ per andare alla città reale del Pegu, chiamata anco essa col nome del regno; qual viaggio si fa per mare in tre over quattro giornate. Si puol andare anco per terra, ma a chi porta mercanzia è più commodo e manco spesa l’andar per mare; e in questo viaggio si passa il maccareo, qual è una delle maravigliose cose che faccia la natura e che ‘n questo mondo si possa vedere; e a chi non ha visto parerà dura cosa il credere il gran crescimento e callo che in un attimo fa l’acqua, e l’orribil terremoto e strepito col quale essa si muove. Si parte da Martavan col crescente in alcune barche che sono come peotte, le quali vanno come una frezza vogando a seconda d’acqua fina che dura tutta la marea, e quando conoscono che la marea sia in colmo, si tirano fuori del canale in un luogo alto e quivi sorgeno, e quando l’acqua è callata restano in secco e tanto alto dal vaso del canale quanto è alta ogni gran casa. Si fa questo perché, se una nave grossa restasse nel canale a basso, è tal l’empito col quale l’acqua comincia a crescere, che la ribaltaria; e con tutto che la barca sia tanto alta fuora del vaso, e che prima che l’acqua aggiungi là abbia perso gran parte della sua furia, tuttavia rende gran spavento e bisogna tenerli la prova contra, altramente si perderia con tutte le persone. Quando l’acqua è per cominciare a crescere, si sente strepito così grande che pare un terremoto, e indi in un subito fa tre onde; la prima, con tutto che la barca sia tanto distante, la bagna da poppe a prova, la seconda è manco terribile, e alla terza si leva in pressa l’ancora, e per sei ore che l’acqua cresce si voga con tal velocità che par che si voli; né bisogna perder punto di tempo, perché è necessario aggiunger all’altra posta ove si sorge prima che l’acqua daga volta, altramente bisognerebbe tornare di dove si fosse partiti; e queste poste sono più pericolose una dell’altra, secondo che sono più e manco alte. Quando poi si ritorna dal Pegu a Martavan, non si camina se non mezza marea alla volta, per restar in alto, per la ragione detta di sopra. Non ho mai potuto intendere la cagione di questo strepito, crescere e callare dell’acque. Un altro maccareo è anco in Cambaia, ma si può riputar niente rispetto a questo.

Con l’aiuto del Signore io giunsi a salvamento al Pegu, che sono due città, la vecchia e la nuova. Nella vecchia stanno i mercadanti forestieri e anco gran parte dei terrieri, e quivi si fa il sforzo delle facende; la città non è troppo grande, ma ha borghi grandissimi, e le sue case sono fatte di canna e coperte di foglie e di paglia; e le case de’ mercadanti hanno tutte un magazeno, che si chiama godon, fatto di pietre cotte, nel qual ripongono le lor mercanzie e tutta la roba di valuta, per salvarle da’ spessi incendii che occorrono in case di tal materia fatte. Nella città nuova sta il re e tutti i suoi baroni e altre persone signorili e gentiluomini, e al mio tempo fu questa città finita di fabricare; è città molto grande, piana e fatta in quadro perfetto, murata d’intorno e con fosse che la circondano, piene di molta acqua, nella qual sono molti cocodrilli; non ha ponti levatori, ha venti porte, cinque per ogni quadro, con assai luoghi da sentinelle di legno indorate. Le sue strade sono più belle di quante io abbia mai visto, perché tutte sono dritte a linea da una porta all’altra, e stando su una porta in una occhiata si scuopre sina all’altra, e per esse si possono cavalcare dieci e dodeci uomini al paro; e anco quelle che sono per traverso sono così belle e dritte ma non sono salicate; da una banda e dall’altra delle strade sono piantate all’incontro delle porte delle case noci d’India, che fanno un’ombra molto bella e commoda. Le case sono fabricate di legno e coperte di coppi, fatte in un solaro, assai buone a lor usanza. Il palazzo del re è in mezzo alla città, fatto in fortezza murata, con le sue fosse intorno piene di acqua; e l’abitazioni dentro sono di legno indorate, con alcune grottesche, overo piramidi con gran fatture coperte d’oro di foglia: sono veramente case da re. Dentro alla prima porta è una larga piazza, da una banda e dall’altra della qual sono le stanze degli elefanti più poderosi e più belli, destinati al servizio della persona del re; e tra gli altri n’ha 4 bianchi, cosa talmente rara che non si trova altro re che ne abbia, e trovandosene qualcuno in qual parte si sia, gli è subito mandato a donare. E al mio tempo in due volte gliene furono menati due di lontani e diversi paesi, e mi son costo eziandio a me qualche cosa, percioché obligano tutti li mercadanti ad andarli a vedere e donare una cortesia a quello che li conduce; e gli officiali de’ mercadanti metteno a questo effetto una tansa, che può importar mezzo ducato per testa, che viene ad esser gran summa, per i molti mercadanti che ‘n quella città si trovano; e pagata che si ha la tansa, si può anco lasciar star d’andarli a veder per quella volta, perché quando sono poi nelle stalle regie si posson veder quanto si vuole, ma si va quella volta perché si sa che ‘l re ha caro che se li vada. Questo re tra gli altri suoi titoli si chiama re degli elefanti bianchi, e si dice che, s’egli sapesse ch’altri re n’avesse, metteria tutto il suo stato in pericolo più tosto che non lo conquistare. Fa egli tenere questi elefanti bianchi con servitù e politezza grandissima, cadaun dei quali sta in una casa indorata, e se gli da da mangiare in vasi d’argento e d’oro; ve n’è uno negro che, per essere il più grande che mai sia stato visto, è tenuto con commodità simile, e veramente è tanto grande e tanto grosso ch’è una meraviglia, e la sua altezza è di nove cubiti. Si dice che questo re ha quattromila elefanti da guerra, cioè armati de’ denti, in cima a dui delli quali li mettono dui spontoni di ferro, imbroccati e con annelli che li tengono fermi, percioché con i denti questi animali fanno la guerra; ne ha poi assai di gioveni, che non hanno ancora fatti i denti.

Ha questo re la più bella caccia da pigliar gli elefanti salvatichi che al mondo sia. Dui miglia lontano dalla città nuova ha fabricato un palazzo bellissimo tutto indorato, con una bella corte dentro e intorno ad essa molti corritori, nei quali può star infinita gente a veder la caccia. Quivi appresso sono grandi e foltissimi boschi, per i quali vanno di continuo i cacciatori del re a cavallo d’elefante femine ammaestrate in questo negozio, e ogni cacciatore ne mena cinque o sei, e si dice che gli ongono la natura con certa composizione, ch’annasata che l’hanno gli elefanti salvatichi la seguitano, né posson più lassarla. Quando i cacciatori hanno a questo modo adescato qualche elefante, s’aviano verso il detto palazzo, qual chiamano il Tambel e ha una porta che con ingeno s’apre e si serra, dinanzi alla quale è una strada lunga e dritta con arbori da una banda e dall’altra, che coprono la strada a guisa di pergola in volto scura, affine che l’elefante salvatico entrando in questa strada si creda esser nel bosco; in capo a questa strada è un campo grande. Quando i cacciatori hanno la preda, prima ch’arrivino a questo campo mandano a darne aviso alla città, e subito n’escono cinquanta o sessanta uomini a cavallo e circondano quel campo, e le femine già amaestrate vanno alla volta d’imboccar la strada; e come gli elefanti salvatichi sono dentro, gli uomini a cavallo si metteno a cridare quanto che possono e a far strepito, per farli entrar dentro alla porta del palazzo, qual in quel tempo sta aperta, e subito che sono entrati la porta senza veder come si serra, e si trovano i cacciatori con l’elefante femine e il salvatico nella corte detta di sopra. E a poco a poco l’elefante femine una dopo l’altra escono della corte, lasciando solo l’elefante salvatico, che, quando s’accorge esser restato solo, fa tante pazzie che non è il maggior solazzo al mondo: per due o tre ore piange, urla, corre e giostra per tutta quella corte, e urta nel corritore di sotto per amazzar quella gente che quivi sta a vedere; ma i legni sono tanto spessi e grossi che non possono offendere alcuno, ma ben alle volte si rompeno in essi i denti. Finalmente si straccano tanto che restano tutti bagnati di sudore, e allora si pongono la tromba in bocca e si cavano del corpo tanta acqua, che ne spruzzano i riguardanti sino all’ultimo corridore, con tutto che molto alto sia. Quando poi vedeno ch’egli è stracco ben bene, escono alcuni officiali nella corte con canne lunghe e aguzze, e pungendolo lo fanno con gran travaglio entrare in una delle molte casette che sono fatte a posta intorno alla corte, lunghe e di modo strette che, come l’elefante è dentro, non può voltarsi per ritornar fuora; e bisogna che questi uomini stiano bene avvertiti ed esser veloci, percioché, quantunque le canne siano lunghe, l’elefante gli ammazzarebbe se non fossero presti a salvarsi. Quando poi pur finalmente l’hanno in una di esse fatto entrare, stando in alto li congegnano alcune corde sotto la pancia, al collo e alle gambe, e lo fanno star così ligato quattro o cinque giorni senza dargli da mangiare né da bevere; in capo al qual tempo lo disligano e lo mettono appresso ad una femina, e gli danno da mangiare e da bevere, e in otto giorni diventa domestico affatto.

Non credo sia al mondo animale di più intendimento di questo, che fa tutto quello che gli dice l’uomo che lo governa, né altro par che li manchi che ‘l parlare umano. Si dice che le forze in che più si fida il re del Pegu sono questi elefanti, e quando vanno in battaglia li mettono addosso un castello di tavole, legato con buone cente sotto la pancia, nel qual vi stanno commodamente quattro uomini, che combattono con archibugi, frezze, dardi e altre arme da lanciare; e si dice anco che la sua pelle è sì dura che resiste ad un colpo d’archibugio, eccetto se non lo giungesse in un occhio, in una tempia o in altri luoghi teneri. E oltra questa gran forza degli elefanti, hanno anco bellissima ordinanza in battaglia. Ho veduto io in alcune feste che si fanno fra l’anno, nelle quali il re trionfa, cosa rara e degna d’ammirazione in quei barbari, la bella ordinanza del suo esercito, distinto in squadre d’elefanti, di cavalleria, d’archibugieri e di picche. Sono in vero grandissimo numero, ma debole e triste sono l’armi loro, così quelle di dosso come l’armi offensive, che sono triste picche e spade come cortelli, lunghe e senza punta; perfettissimi sono gli archibugi, e dir si può migliori dei nostri: tra buoni e cattivi ascendono gli archibugieri al numero di ottantamila, e da un tempo in qua del continuo crescono, percioché ogni giorno vuole il re che si tiri al pallio, col qual continuo esercitarsi si fanno eccellenti archibugieri; e si trova l’istesso re eziandio artegliaria di metallo. Concludo che non è in terra re di possanza maggiore del re del Pegu, percioché ha sotto di sé venti re di corona e ad ogni suo volere può mettere in campagna un milion e mezo d’uomini da guerra, tutti del suo stato; cosa che parerà dura da credere, rispetto a considerare la vettovaglia che faria bisogno a mantenere così gran numero di gente, ma chi sa la natura di quelle nazioni facilmente la crederà. Ho veduto coi proprii occhi ch’essi mangiano di quante sorti d’animali è sopra la terra, sia pur sporco e vile se sa essere tutto fa per la lor bocca, sina i scorpioni e le serpi, e di più d’ogni erba si pascono, onde ogni grosso esercito, pur che non li manchi acqua e sale, in un bosco si mantenerebbe lungo tempo di radici, di fiori e di foglie degli arbori; portano del riso per viaggio come per confetto.

Non ha il re del Pegu potere alcuno in mare, ma in terra di gente, di paese, d’oro e d’argento avanza di gran lunga la possanza del Turco; tiene alcuni magazeni pieni d’oro e d’argento, e ogni giorno ve n’entra e mai non se ne cava, ed è signore delle minere de’ rubini, de’ safili e delle spinelle. Appresso il palazzo regio è un tesoro inestimabile, del qual par che non se ne facci conto, rispetto che sta in luogo dove puol andare ciascuno a vederlo ad ogni sua voglia. È questo luogo una gran piazza, d’ogni intorno serrata di muro, con due porte, le quali di giorno sempre stanno aperte; in questa piazza sono quattro case indorate e coperte di piombo, in ciascuna delle quali sono alcuni pagodi, cioè idoli, grandi e di gran valuta. Nella prima è una statua di un uomo grande d’oro, con una corona in testa d’oro, piena di rarissimi rubini e safili, intorno alla quale sono quattro statue di quattro fanciulli d’oro. Nella casa seconda è una statua d’un uomo d’argento di moneta a sedere, qual supera con la testa, tanto è grande, così a sedere l’altezza d’una casa d’un solaro (io misurai i suoi piedi e li trovai così lunghi come io tutto sono), con una corona in testa simile alla prima. È nella terza una statua di rame dell’istessa grandezza e con simile corona di gioie in capo. Nella quarta e ultima casa è un’altra statua così grande fatta di ganza, che è un mettallo di che fanno le lor monete, fatte di rame e di piombo mescolato insieme; qual ancor essa ha in capo una corona simile alla prima. Sta questo tesoro così grande in luogo aperto, come si disse, e ogni uomo a sua voglia può andar a vederlo, che coloro che gli fanno la guardia non proibiscono l’entrarvi ad alcuno.

Dissi disopra che questo re ogni anno in certe feste trionfa, che per esser cosa bellissima da vedere, mi par di doverla scrivere. Va il re sopra un carro trionfante tutto indorato, qual tirano sedeci belli cavalli, ed è alto, con una bella cuba; dietro gli caminano venti signori con una corda in mano per ciascuno al carro ligata, per tenerlo dritto e che ribaltar non si possi. Sta il re in mezzo al carro, e su l’istesso carro li stanno intorno quattro signore da lui più favorite; inanzi e dietro camina il suo esercito in ordinanza come di sopra si disse, e in mezzo a questo intorno al carro tutta la nobiltà della sua corte e de’ suoi regni: cosa maravigliosa certo a vedere tanta gente, tanta richezza e tanto bell’ordine. Ha il re di Pegu una moglie principale, e in un serraglio ha intorno a trecento concubine, delle quali dicono che sin ora ha novanta figliuoli. Dà ogni giorno audienza in persona, ma non se li parla se non con suppliche a questo modo. Siede il re in una gran sala sopra un alto tribunale, e i suoi baroni intorno a lui, ma più bassi; quelli che dimandono audienza entrano in una piazza inanzi al re, e si pongono a sedere in terra quaranta passi lontani dalla persona del re, né in questo si fa differenza a persona alcuna, con le sue suppliche in mano, che sono foglie d’un arbore lunghe più d’un braccio e larghe intorno a due deta, scritte con la punta d’un ferro fatto a posta; e insieme con la supplica tengono anco in mano un presente, secondo l’importanza della lor dimanda. Vengono gli scrivani e pigliano queste suppliche e le leggono, e poi vanno a leggerle dinanzi al re: se pare al re di farli quella grazia o giustizia che essi adimandano, manda a pigliar il presente; ma quando li pare che la domanda sia ingiusta, gli fa mandar via senza pigliare il presente.

In India non è mercanzia alcuna che buona sia da portare al Pegu, se non si ha alcuna volta sorte a portarvi amfion di Cambaia; portando dinari se gli perderia assai. Solo da S. Tomé è buono andarvi, percioché quivi si fa gran quantità di panni che s’usano nel Pegu, che sono tele di bombaso dipinte e tessute, cosa rara, che quanto più si lavano rendono i colori più vivi, e se ne fanno di molta importanza, che una balla molto picciola valerà mille e duemila ducati; vi si portano anco da San Tomé filati di bombaso cremesini, tenti con una certa radice che chiamano saia, qual fa un colore che mai si smarisse; delle qual robbe ne va ogni anno da San Tomé al Pegu una nave carica, ch’importa gran valuta. Si parte alli dieci overo undeci di settembre, e, se ne sta sino alli dodeci, porta pericolo di bisognar ritornare senza far il viaggio. Solito era di partirsi agli otto ed era viaggio sicuro, ma perché gli è gran travaglio in quelle tele, di ridurle a perfezione e che siano ben sutte, e anco per l’ingordigia de’ capitani, che vogliono straguadagnare e aspettano assai per aver più noli, con credenza che ‘l vento gli abbia da servire, si tarda alle volte tanto che la cola de’ venti si volta (percioché là sono cole de’ venti ad un certo tempo prefisso, con le quali si va al Pegu sempre col vento in poppa, e non essendo giunti prima che il vento si volti alla costa del Pegu e preso fondo, bisogna per forza ritornare adietro), percioché la cola che poi contra si volta suol durare tre o quattro mesi; ma se, prima che ‘l vento volti, s’avicina tanto alla costa che si pigli fondo, quantunque poi si volti, avendo terra, si travaglia tanto che non si perde il viaggio. Va un’altra nave da Bengala al Pegu, pur carca di tele di bombaso bianche, fine e d’ogni sorte, ch’entra in porto al tempo che quella di S. Tomé si parte, come anco quella di San Tomé entra quando quella di Bengala si parte. Il porto nel quale entrano queste due navi è una città chiamata Cosmin. Di Malacca a Martavan, porto del Pegu, vengono assai navilii carichi di pevere, di sandolo, di porcellana di China, di canfora di Bruneo e d’altre mercanzie. Nel porto del Cirion entrano le navi che dalla Mecca vengono, con panni di lana, scarlatti, veluti, anfione e cecchini, ne’ quali si perde, e li portano per non aver altro che portare che sia buono per il Pegu, ma non gl’importa niente, perché si rifanno col grosso guadagno che fanno nelle robe che di quel regno cavano; e in questo istesso porto vengono anco vasselli del re d’Asia, carichi di pevere.

Dalla banda di San Tomé e di Bengala del mar della Bara al Pegu sono trecento miglia, e si va tre e quattro giorni su per il fiume col crescente dell’acqua sino alla città di Cosmin, e qui si discaricano le navi; ove vengono i daziari del Pegu a pigliar tutta la roba in nota e sopra di sé, co’ segnali e bolli di ciaschedun mercante, ed essi hanno pensiero di farla condurre a Pegu, nelle case del re, nelle quali si fa doana di dette mercanzie. Quando i daziari hanno ricevuto tutta la roba e postala nelle barche, licenzia il rettore della città i mercadanti che possino pigliar barca e andarsene a Pegu con le lor massarizie, e s’accordano tre e quattro mercanti per compagnia e, tolta insieme una barca, al Pegu se ne vanno. Guardi Dio ognuno da far contrabandi, perché per picciolo che ‘l fosse saria affatto ruinato, percioché il re l’ha per grandissimo affronto, e tre volte si vien diligentemente cercati: quando si sbarcano della nave, quando si vogliono partir di Cosmin con la barca e quando sono giunti a Pegu. Questo cercar quando si esce di nave lo fanno per i diamanti, perle e panni fini, che pigliano poco luogo, percioché tutte le gioie ch’entrano nel Pegu e che non vi nascono pagano dazio; ma li rubini, li safili e le spinelle, che vi nascono, non pagano né all’entrare né all’uscire. Ho tocco altre volte che i mercadanti che vanno attorno per l’India convengono portare seco tutte le massarizie che sono più necessarie per servizio d’una casa, percioché in quelle parti non sono ostarie né camere locande, ma, come s’arriva in una città, la prima cosa si piglia una casa a fitto, o per mesi o per anno, secondo che si disegna di starvi: e nel Pegu è costume di pigliarla per moson, cioè per sei mesi. Or da Cosmin si va alla città di Pegu col crescente di sei ore in sei ore, e le sei ore che l’acqua calla bisogna ligarsi alla riva e ivi aspettare l’altro crescente. È bellissimo e commodissimo viaggio, trovandosi da una banda e dall’altra del fiume spessissime ville, così grosse che le chiamano città, nelle quali per buon mercato si comprano galline, oche, anatre, colombini, ova, latte e risi. Sono tutte pianure e bel paese, e in otto giorni si fa commodamente il viaggio sina a Maccao, distante da Pegu dodeci miglia, e qui si sbarca, e si mandano le robe a Pegu sopra a carette tirate da’ buoi; e i mercadanti sono portati in delingi, qual è un panno attaccato ad una stanga, nel qual sta l’uomo disteso con cosini sotto la testa, ed è coperto per difesa dal sole e dalla pioggia, e l’uomo può dormir se n’ha voglia: lo portano quattro fachini correndo, cambiandosi due per volta.

Il dazio del Pegu col nolo della nave può montare venti, ventiuno, ventidua e sina ventitre per cento, secondo che si è più e manco rubati, e il giorno che si fa doana bisogna avere l’occhio a penello e star all’erta e aver molti amici, percioché, facendosi doana in una sala grande del re, vi vengono molti signori a vedere, accompagnati da gran numero de’ suoi schiavi; né si tengono questi signori a vergogna che i lor schiavi rubano o panno o altro nel mostrar la roba, anzi se ne ridono, e con tutto che i mercadanti si serveno uno con l’altro a far la guardia alle cose loro, non si può tanto guardare che a ciascuno non sia qualche cosa rubato, a chi più e a chi manco, secondo che ne hanno più commodità. Ed è nell’istesso giorno un’altra gran pena, percioché, mettiamo che si abbia tanti occhi che si passi senza esser rubati da’ schiavi, non si può l’uomo difendere di non esser rubato dagli officiali di doana, percioché, pagandosi il dazio dell’istessa roba, pigliano essi spesse volte tutto della meglio che si abbia, e non per ratta d’ogni sorte come doverebbono, con che si viene a pagar più del dovere. Spedita finalmente a questo modo la roba di doana, il mercadante se la fa portare a casa e ne può disporre a sua voglia. Sono in Pegu otto sensari del re, che si chiamano tareghe, li quali sono obligati di far vendere tutte le mercanzie che vanno a Pegu per il prezzo corrente, volendo però i mercadanti a quel prezzo allora vendere, e hanno per lor provisione dui per cento d’ogni mercanzia, ma sono obligati far buone le ditte, perché il mercadante vende per sua mano e sotto la sua fede, e molte volte non sa a chi si dia la roba, ma perder non può, perché il sensaro è obligato in ogni caso a pagar lui. E se il mercadante vende senza adoperar questi sensari, bisogna nondimeno che li paghi li dui per cento, e corre qualche pericolo del pagamento, ma questo rare volte occorre, percioché la moglie, i figliuoli e i schiavi sono al creditor obligati; e come passa il termine del pagamento può il creditor pigliare il debitor per mano e menarlo a casa sua e serrarlo in un magazeno, onde subito pagano; e non si trovando da pagare, può il creditore pigliarsi la moglie, i figliuoli e i schiavi del debitore, che tale è la legge di quel regno.

Corre in questa città e per tutto il regno del Pegu una moneta che chiamano ganza, fatta di rame e di piombo; non è moneta del re, ma ogn’uomo ne può far battere, pur che abbia la sua giusta partison, perché se ne fa anco di falsa, con assai piombo, e questa non si può spendere. Con questa ganza si compra l’oro, l’argento, i rubini, il muschio e ogn’altra cosa, né altro dinar corre tra loro, e l’oro e l’argento e mercanzia, e vale ora più ora manco, come l’altre merci. Va questa ganza a peso di bize, e questo nome di biza corre per il conto e per il peso; e communemente una biza di ganza vale a conto nostro intorno a mezo ducato, e più e manco secondo che l’oro e l’argento è più o manco in prezzo, ma la biza non muta mai: ogni biza fa cento ticaii di peso, e così il numero degli denari sono bize. Quelli che vanno a Pegu per comprar gioie, volendo far bene il fatto suo, conviene che vi stiano almanco un anno per negociar bene, percioché, volendo tornar con quella nave con la qual si va, per la brevità del tempo da negoziare non si può far cosa buona; percioché prima che in Pegu si faccia doana della nave di San Tomé è quasi il Natale, e fatta la doana si vendono le robe in credenza un mese e un mese e mezzo e al principio di marzo la nave si parte. Li mercadanti di San Tomé pigliano per pagamento oro e argento, qual mai non manca, e otto e dieci giorni prima che sia il tempo di partirsi sono tutti sodisfatti; si troveriano anco rubini in pagamento, ma non mette così conto. E quelli che vogliono invernar là per un altro anno bisogna che siano avertiti, quando vendono la roba loro, di specificar nel patto il termine di due o tre mesi del pagamento, e che vogliono che gli sia fatto in tanta ganza e non altro, né oro né argento, perché con la ganza si compra ogni cosa con molto più avantaggio; come gli bisogna anco avertir, quando è il tempo di riscuoter il pagamento, a che modo piglia la ganza, perché chi non sta avertito potria far grande errore, così nel peso, come che ve ne potria esser di falsa. Nel peso potria esser ingannato perché da un luogo all’altro cresce e calla assai, e però, quando si ha da fare un pagamento, bisogna pigliar un pesador publico qualche dì avanti, al qual si dà di salario due bise al mese; il qual è tenuto a far buono il denaro e per buono mantenerlo, percioché esso lo riscuote e bolla i sachetti del suo bollo, e lo porta o fa portare, quando è assai, nel magazen del principale. Quella moneta pesa assai, e quaranta bize sono una gran carga da facchino. E medesimamente, quando il mercante ha da far qualche pagamento di robe da lui compre, il pesador lo fa, talché con la spesa di due bize al mese il mercadante riscuote e spende il suo denaro senza fastidio alcuno.

Le mercanzie che escono di Pegu sono oro, argento, rubini, safili, spinelle, muschio, belzuin, pevere lungo, piombo, lacca, risi, vin di risi, qualche poco di zuccaro, percioché, quantunque se ne faccia assai, assai anco nel regno se ne consuma in canna che si fa mangiare agli elefanti, ed eziandio i popoli ne mangiano. Gran quantità se ne consuma ancora in quel regno nelle lor varelle, che sono gli suo pagodi, de’ quali ve n’è gran quantità di grande e di picciole: e sono alcune montagnuole fatte a mano, a guisa d’un pan di zuccaro, e alcune d’esse alte quanto il campanil di S. Marco di Venezia, e al piede sono larghissime, talché ve ne sono alcune di quasi mezzo miglio di circonferenza. Dentro sono piene di terra, d’intorno murate con quadrelli e fango in vece di calcina, ma li fanno poi sopra della cima sino al piede una coperta di calcina nuova e di zuccaro, in che se ne consuma gran quantità, perché altramente sariano dalla pioggia distrutte. Si consuma in queste istesse varelle anco gran quantità di oro di foglia, perché gli indorano a tutte la cima, e vi sono alcune che sono indorate dalla cima sino al fondo; in che vi va gran quantità d’oro, percioché ogni dieci anni bisogna indorarle di nuovo, per rispetto che le pioggie lo consumano, e se tanto in questa vanità non se ne consumasse, saria l’oro nel Pegu in assai miglior mercato.

Maraviglia parerà a sentire che nel comprare le gioie nel Pegu così spende bene i suoi dinari uno che non ha cognizione alcuna di gioie, come qualunque esercitato e prattico in questo negocio, e pur è così, per il modo che hanno trovato i venditori di venderle con più reputazione e più care; percioché, se non comprassero gioie nel Pegu se non quelli che se n’intendono, saria poco il numero de’ compratori e nel Pegu non saperiano che fare de’ tanti rubini che in quel regno si cavano, e gli bisogneria darli per prezzo vilissimo; il qual modo è questo. Sono nella città di Pegu quattro botteghe di sensari gioielieri, uomini di gran credito, che si chiamano tareghe; per le man di questi quattro passano quasi tutti i rubini che si comprano e si vendono, e nelle lor botteghe si riducono sempre i compratori e i venditori; e quelli mercadanti che non s’intendono di gioie trovano uno di questi tareghe e li dicono che hanno tanti danari da investire in rubini, e che se esso li farà far buona spesa, che compraranno, quando che no, che lasciaranno star di comprare. È costume in questa città generalmente che, quando si ha comprato una quantità di rubini, il compratore fatto l’accordo se gli porta a casa, e sia di che valuta esser si voglia, e li vede e rivede due o tre giorni, e non se n’intendono, sono sempre nella città molti mercanti che se n’intendono, co’ quali si può consigliare e mostrarglieli; e trovando di non aver fatto buona spesa, li può ritornare al tarega che glieli ha fatto torre senza perdita alcuna, la qual cosa è di tanta vergogna al tarega che ha fatto quel mercato, che vorrebbe che li fusse più tosto dato uno schiaffo. E però s’affaticano sempre questi tarega di far fare buona spesa, massime a quelli che non se n’intendono, né lo fanno tanto per bontà, quanto per non perdere il credito. Quando poi compra alcuno che facci professione d’averne cognizione, essi non hanno colpa alcuna se comprano caro, anzi nel trattare il mercato favoriscono quanto più possono i suoi che vendono; ma però è buona cosa l’intendersene. Bello eziandio è il modo che si tiene in far mercato delle gioie, percioché saranno assai mercadanti a veder far un mercato di centenara e migliara di bizze, né alcun d’essi può saper il prezzo che si promette e domanda e che al fin si conclude se non quello che vende, quello che compra e il tarega, percioché si fanno i mercati con toccarsi i deta delle mani ascose sotto un panno, avendo ogni deto e ogni groppo di ogni deto il significato di qualche numero; percioché, se i mercati si facessero a parole che tutti intendessero, nasceriano assai contrasti e disturbi.

Or ritrovandomi io in Pegu il mese d’agosto del 1569 e trovandomi aver fatto un buon guadagno, mi venne un desiderio grande di ritornare alla patria, e volendo far la strada di San Tomé, bisognava ch’io aspettasse sina al marzo seguente; onde fui consigliato e mi risolsi di far la strada di Bengala, con la nave che presto era per andare a quel viaggio, la qual parte da Pegu per Bengala a Chitigan, il gran porto di dove vanno poi i navilii piccioli a Cochin prima che la flotta si parta per Portogallo, per la qual strada avevo fatto deliberazione di venire a Venezia. Fatta questa determinazione, m’imbarcai su detta nave di Bengala, e volse la sorte che quello fu l’anno del tufon; e per dire che cosa sia questo tufon, si ha da sapere che ne’ mari dell’India ordinariamente non fanno le fortune così spesse come in questi nostri mari, ma ogni dieci, undeci o dodeci anni fa una fortuna oltra ogni creder terribile, né si sa fermamente qual anno sia per venire: e tristi quelli che a quel tempo si ritrovano in mare, percioché pochi ne scampano. Ne toccò a noi esser in mare con simil fortuna, e fu ventura che la nave era stata foderata da nuovo, ed era vota, che non aveva altro che la savorna e oro e argento, che dal Pegu per Bengala non si porta altra mercanzia. Durò questa orribil fortuna tre giorni e tre notte, che ne portò via l’antenne con tutte le vele e anco perdessimo il timone, e perché la nave travagliava assai, tagliassimo l’arbore grande, che fu assai peggio, perché la nave senza arbore cadeva ora da una banda ora dall’altra, e s’empiva d’acqua di modo che tre dì e tre notte non fecero altro sessanta uomini che seccare l’acqua che di sopra vi entrava, perché il fondo era buono, né per esso ve n’entrava pur una goccia: venti d’essi attendevano a vodar la sentina, venti nel converso e venti da basso, e tutti con secchie e zare non facevano altro che di continuo gettar il mar nel mare. Finalmente andando ove dal vento e dal mare eravamo portati, si ritrovassimo una notte su le quatro ore con una scurità grandissima in cima di una secca, senza che il giorno avessimo scoperto terra da banda alcuna, né che sapessimo dove che fussimo. Volse la divina bontà che venne un’onda grandissima che ne portò oltra la secca, senza alcun danno della nave, e quando fussimo dall’altra banda della secca tutti resuscitassimo, percioché v’era pochissimo mare, onde, buttato il piombo, trovassimo dodeci passa d’acqua, e fra poco ne trovassimo se non sei; onde dessimo subito fondo con un’ancora picciola che n’era avanzata, che l’altre si erano perse nella fortuna. Non venne giorno che restassimo in secco, e subito che la nave toccò terra fu pontellata da una banda e dall’altra, accioché non si ribaltasse. Venuto il giorno eravamo in secca, e vedessimo che ‘l mare era un buon miglio lontano da noi e molto basso, essendo cessato il tufon e che avevamo per proda molto vicina una grande isola.

Andassemo per terra a veder che isola era questa, e trovassimo ch’era luogo abitato, e al parer mio il più abondante che in tutto il mondo si possa trovare; la qual isola è in due parti divisa da un canale d’acqua salsa, che passa da una banda all’altra dell’isola. Avessimo molto che fare a condurre a poco a poco col crescente dell’acqua la nave in questo canale, e su questa isola si fermassimo quaranta giorni a ristorarci; e subito che fussimo su l’isola, ne fu fatto da quelle genti un bazarro con molte botteghe di cose da mangiare all’incontro della nave, che in tanta copia ve ne condussero e tanto buon mercato ne fecero che restavamo stupiti. Io comprai assai vacche da salare per monizione della nave, per mezzo larin l’una, che sono dodeci soldi e mezzo, per grassa che fosse; quattro porci salvatici grandi e fatti netti per un larin, le galine grandi e buone per un bezzo l’una (e ne fu detto che nelle galine eravamo stati ingannati della metà), un sacco di risi fini per una miseria, e così di tutte l’altre cose da mangiare era un’abondanza incredibile. Si chiama questa isola Sondiva, di ragione del regno di Bengala, lontana dal porto di Chitigan, ove era il nostro viaggio, cento e venti miglia. I Mori sono i suoi popoli, e vi era un governatore molto da bene per Moro, perché, s’egli fosse stato tiranno, n’averebbe potuto rubar tutti, percioché il capitano maggiore e i Portoghesi che erano in Chitigan stavano in guerra con i rettori di quella città, e ogni giorno s’ammazzavano; onde stavamo ancor noi con non poco spavento su quella isola, facendo la notte le guardie e sentinelle secondo che s’usa, e il governatore ne fece intendere che non temessemo di cosa alcuna e che sicuramente si riposassimo tutti percioché, se bene i Portoghesi che stavano in Chitigan avesseno anco ammazzato il governatore di quella città, noi non ne avevamo colpa alcuna. E veramente ne fece egli sempre far così buona compagnia quanto far si puote, che il contrario era da giudicare, poi ch’egli e quelli di Chitigan erano tutti vassalli d’uno istesso re.

Partissemo di Sondiva e giungessemo in Chitigan, il gran porto di Bengala, in tempo che già i Portoghesi avevano fatto pace o triegua con i rettori della città, con questa condizione, che il capitano maggiore si partisse con la sua nave, che essi allora dariano il carco a tutti gli altri vasselli de’ Portoghesi, che erano dicidotto navi grosse e altri navilii minori. E il capitano, qual era gentiluomo generoso e d’anima, si contentò di partirsi con la sua nave vota, accioché tante navi e mercadanti non perdessero la ventura di carcare, e tanto più che era vicino il tempo di tornare in India; onde, avendo tutte quelle navi qualche poco di carco, per ricompensare questa sua generosità, gli dettero la notte tutto il carco che avevano. E mentre egli stava per partirsi, gli venne un messo del re di Rachan, che li disse da parte del suo re che, avendo inteso della sua valorosità, lo pregava che volesse andare nel suo porto, che gli saria usata ogni cortesia: vi andò, e restò di quel re molto sodisfatto. Questo re di Rachan ha il suo stato in mezzo la costa tra il regno di Bengala e quello del Pegu, ed è il maggiore nemico che abbia il re del Pegu, che giorno e notte si va imaginando come soggiogarlo; ma non è possibile, percioché per mare il re del Pegu non ha potere, e questo di Rachan puol armare sin a ducento fuste, e per terra ha certe prese d’acqua con le quali ad ogni sua voglia può allagare un gran paese, con che taglia la strada al re del Pegu di poter venire col suo gran potere ad offenderlo. Dal gran porto di Chitigan esce per l’India gran quantità di risi, molti panni di bombaso d’ogni sorte, zuccaro, frumento e molte altre mercanzie.

Per esser stato quell’anno la guerra in Chitigan, tardarono tanto i navilii piccioli a partirsi che non giunsero, secondo ch’eran soliti gli altri anni di fare, a Cochin prima che la flotta per Portogallo si partisse; anzi, essendo io sopra un navilio ch’era dinanzi a tutti gli altri, nel discoprire Cochin, scopersi anco l’ultima nave di Portogallo che, partita di Cochin, andava a velo. Di che restai io molto sconsolato, poiché per quello anno non era più rimedio di venir in Ponente per la via di Portogallo; onde, giunto che fui a Cochin, mi deliberai di ritornare a Venezia per la strada d’Ormus. E in quel tempo la città di Goa era assediata per terra dal Dialcan, ma si aveva per opinione che questo assedio fosse per durar poco; m’imbarcai per tanto in Cochin sopra una galea per Goa, per imbarcarmi poi quivi per Ormus, ma, quando fui giunto in Goa, trovai che il vice re non lasciava partire niuno Portoghese per rispetto della guerra. Né stetti troppo in Goa, che cascai in una infermità che mi durò quattro mesi, la quale mi costò intorno ad ottocento ducati, perché mi convenne vendere una partita di rubini, che se bene valeva mille ducati, fui dal bisogno sforzato a darla per cinquecento, e di questi quando mi cominciai a risanare me n’erano molto pochi restati per rispetto della gran carestia ch’era d’ogni cosa, e una polastra ben trista si pagava sette e otto lire, oltra le gran spese de’ medici e delle medicine. Passati li sei mesi si levò l’assedio e si cominciò a negociare, e le gioie erano saltate di prezzo, onde io, vedendomi un poco disbarratato, mi risolsi di vender il resto delle gioie ch’io mi trovavo e di ritornare a fare un altro viaggio al Pegu. E perché quando io mi parti’ da Pegu l’anfion era in gran prezzo, andai in Cambaia per fare qui una buona investita in anfion, e vi comprai sessanta man d’anfion, che mi costò duemila e cento ducati serafini, che a nostro conto possono valere cinque lire l’uno; e di più spesi ottocento serafini in tre balle di tele di bombaso, che sono buone per il Pegu. E perché il vice re avea fatto gran pena che il dazio dell’anfion andassero tutti a pagarlo in Goa, qual pagato si poteva poi portarlo ove si voleva, pur che si portasse in paese di pace, io imbarcai le tre balle di tela in Chiaul sopra una nave che andava a Cochin, e io andai a Goa a pagare detto dazio; e da Goa mi parti’ per Cochin con la nave del viaggio del Pegu, qual va ad invernare a San Tomé, e in Cochin seppi che la nave su la quale erano le mie tre balle di tela si era persa, talché persi in questo gli ottocento serafini.

Si partissimo di Cochin per San Tomé, ma nel pigliar la volta intorno all’isola di Seilan il peotta s’ingannò, percioché il capo di Galli dell’isola di Seilan butta assai in mare, e il peotta una notte si pensò d’aver passato detto capo e tenne il viaggio a poggia, talché la mattina si trovassimo dentro a detto capo, senza rimedio per cagione de’ venti di poterlo più montare, né di far il viaggio con detta nave. E però fu necessario tornar indietro a Manar, e che la nave quivi restasse sorta tutto quello inverno senza arbori, e con poca speranza che si potesse salvare; pur si salvò, ma con gran danno del capitano maggior d’essa nave, perché li fu necessario nolizare un’altra nave in San Tomé per Pegu con interesse grande. Io m’accordai con alcuni miei amici a Manar e pigliassimo quivi una barca che ne conducesse a San Tomé, e così fecero tutti gli altri mercadanti. Giunto che io fui a San Tomé, vi trovai una nuova venuta dal Pegu quivi per terra per via di Bengala, che in quel regno l’anfione era in grandissimo prezzo, e in San Tomé non era quell’anno altro anfione da passare al Pegu che ‘l mio, di modo che ‘n San Tomé ero tenuto da tutti quei mercadanti per richissimo: ed era la verità, se la fortuna non mi fosse stata tanto contraria. Si era partita di quei giorni una nave di Cambaia con grandissima quantità d’anfione per andare al re d’Assi, e ivi caricar di pevere, alla qual dette per viaggio una fortuna che la fece poggiare ottocento miglia e venire al Pegu, ove giunse un giorno prima che arrivasse io, di modo che subito l’anfion venne a vil prezzo, e quello che si vendeva 50 bizze venne a valer solo due bizze e mezza, per la quantità grande che n’aveva portato quella nave. Onde io per non discavedar convenni star due anni in Pegu, in capo a’ quali di duemila e 900 ducati che avevo investito in Cambaia mi ritrovai esser venuto in solo mille ducati. Mi parti’ di nuovo dal Pegu per l’India e per Ormus con molta lacca; da Ormus tornai in India a Chiaul, e da Chiaul a Cochin, e da Cochin a San Tomé, e da San Tomé a Pegu. Persi in Chiaul un’altra volta l’occasione di farmi ricco, perché potevo comprar molto anfion e ne comprai poco, spaurito dalla mala ventura dell’altra volta; e in questa poca quantità feci un buon guadagno, e allora di nuovo mi deliberai di venire alla patria, e partitomi da Pegu venni ad invernare a Cochin, e indi, lasciata l’India, me ne venni in Ormus.

Mi pare, prima che finisca di narrare il mio viaggio, di ragionare alquanto sopra le cose che produce l’India e l’altre parti del Levante, e di dir la lor istoria e nascimento. Il pevere e il zenzaro sono spezie che nascono per tutta l’India, e anco in alcuni luoghi di là dall’Indie. La gran quantità del pevere nasce per i boschi salvatici, senza farli intorno sorte alcuna di fatica, se non andare al suo tempo a raccoglierlo; e l’arbore che produce il pevere è un’erba in tutte le sue parti simile alla nostra edera, la quale si rampega ad alto sopra gli arbori, e se agli arbori non s’attaccasse, sia di qual sorte esser si voglia, cascaria in terra e si marciria. Fa questa erba i corimbi o i graspi come fa l’edera, e quelli sono i grani del pevere, il qual quando si raccoglie è di color verde, ma mettendolo al sole a seccare diventa nero. Il zenzaro si coltiva, e la sua erba è giusto come il nostro panizzo, la cui radice è il zenzaro; e queste due spezie, come dissi di sopra, nascono in diversi luoghi. I garofoli tutti vengono dalle Malucche, le quali sono sette isole non molto grande, e l’arbore che li produce è simile al nostro lauro. Le noci muschiate e il macis, ch’è della medesima noce, vengono portate tutte dall’isola di Banda, il cui arbore tien gran somiglianza con l’arbore delle nostre noci, ma non troppo grande. Tutto il sandalo bianco buon si porta dall’isola di Timor. La canfora composta vien tutta dalla China, e quella che nasce in canna viene tutta da Bruneo; non pare a me che di questa canfora ne venga in queste parti, percioché se ne consuma in India e vale assai. Il buon legno aloe viene di Cochinchina; il belzuin vien dal regno di Sion e dal regno d’Assi; il pevere lungo nasce in Bengala, nel Pegu e nella Giava. Il muschio tutto vien di Tartaria, quale a questo modo si fa, per la buona informazione che n’ho avuta dai mercadanti ch’al Pegu lo portano. Dicono ch’in Tartaria sono gran copia di certi animali della grandezza d’una volpe, li quali animali pigliano vivi con i lacci e gli ammazzano con le bastonate, accioché il sangue se li sparga per tutta la persona, poi gli scorticano e, tiratali fuora l’osse, pestano la lor carne mescolata col sangue minutissimamente; della pelle fanno le borse e l’empieno di questo pestume, e questo è il muschio. L’ambra non si sa veramente di che si faccia, e sono d’essa diverse opinioni; questo solo si sa di certo, che dal mar è gettata in terra e in sui liti di quello si trova. Li rubini, i safili e le spinelle si trovano nel regno del Pegu. I diamanti vengono da diversi luoghi, e io so di tre soli; le schiappe vengono di Bezeneger; le ponte naturali d’infra terra del Deli e dalla Giava, ma quelli della Giava sono di maggior peso. Non ho mai potuto intendere da che parti vengano i balassi. Le perle in diversi luoghi si pescano. Di Cambaia escono diverse droghe. Il spodio si congela d’acqua in alcune canne, e io n’ho trovato assai nel Pegu, quando facevo fabricar la mia casa, percioché, come altra volta ho detto, quivi tutte le case si fanno di canna sfessa e tessuda.

Di Chiaul si negozia anco per la costa de Melindi in Etiopia, infra terra della quale è la Caferaria, e sul mare sono assai porti de’ Mori. Vi portano i Portughesi alcune sorti di panni di bombaso di poca spesa e quantità grande de’ paternostri di vetro tristi, a sua usanza, che si fanno in Chiaul; e di là cavano per India denti d’elefanti, schiavi caferi e qualche poco d’ambra e d’oro. Su questa costa è Mozenbich, fortezza del re di Portugallo, la quale è dell’importanti fortezze che sia in India nei luoghi a questo re sottoposti; e il capitano di detta fortezza ha alcuni viaggi alla Caferaria, nei quali non possono andare altri mercadanti che gli agenti di esso capitano, quali vanno in certi porti fra terra con navilii piccioli e contrattano coi Caferi senza parlare a questo modo. Portano a poco a poco sul lito la lor roba e si ritirano, e il mercadante cafero viene a veder la roba, e li mette tanto oro appresso quanto li par di volerla pagare e si ritira: va allora il Portughese a veder l’oro e, se gli par di vender bene, piglia l’oro e lo porta in barca; e il Cafero tornando e non trovando l’oro da lui posto, si piglia la mercanzia e la porta via. Ma, se vi trova l’oro, questo è segnale che il Portoghese non si contenta, e s’al Cafero pare d’avergli dato poco, vi aggiunge tanto oro quanto disegna di voler finalmente spendere; né bisogna ch’i Portughesi stiano duri, perché i Caferi, quando li par di pagar il dovere e che i Portoghesi non se ne contentano, si sdegnano, si ripigliano l’oro, né vogliono più contrattare, percioché ancor essi sono inviziati, essendo molti anni che a questo modo negoziano. E con questo trafico permutano in quel luogo i Portoghesi tutta la lor mercanzia in oro, e ritornano con esso a Mozembich, qual è un’isola poco distante da terra ferma della Caferaria, su la costa d’Etiopia, tra Portogallo e l’India: è distante dall’India duamila e ottocento miglia.

Ora seguendo di raccontare il mio viaggio, trovai in Ormus messer Francesco Beretin da Venezia e nolizassemo di compagnia un navilietto per Basora per settanta ducati, sul qual levassemo alcuni mercadanti che n’aiutarono a pagar il nolo; e molto commodamente a Basora arrivassemo, dove si fermassemo quaranta giorni aspettando che si facesse caravana di barche per Babilonia, percioché non vanno due o tre barche su per il fiume, ma bisogna che siano venti, venticinque e trenta; percioché, non si potendo di notte andare inanzi, bisogna legarsi alle rive e ivi farsi buona e grossa guardia ed esser ben provisti d’arme, per rispetto dei ladri che vengono per spogliare i mercadanti. Partendosi da Basora si va in su qualche poco a velo, ma per il più bisogna tirar l’alzana, sul qual viaggio sino a Babilonia stessemo cinquanta giorni; ove bisognò fermarsi quattro mesi, sino che si fece caravana da passar il deserto per Aleppo. E in questa città s’accompagnassemo sei mercadanti insieme, cinque Veneziani e un Portoghese, che furono messer Fiorin Nasi con un suo cugino, messer Andrea di Polo, il Portoghese, messer Francesco Beretin e io; e si fornissemo di vettovaglia per noi e di biava per le cavalcature per quaranta giorni. Comprassemo cavalli e mule, e se n’ha buonissimo mercato: io comprai un cavallo per undeci zechini, che vendei poi in Aleppo 30 ducati; comprassemo anche un pavion da campo, che vi stessemo sotto molto commodi. Avevamo fra tutti trentadue some di gambelo, delle quali pagassemo di porto sette ducati per gambelo; e d’ogni dieci gambeli ne danno uno di bando, che tollendone dieci se n’ha undeci, che tale è l’usanza, credo io per portare con quello da poter governar gli altri. Pigliassemo tre bastasi, che sono usi andare in quel viaggio, a cinque ducati per ciascun di loro, e sono obligati a servirci sino in Aleppo, di modo ch’eravamo benissimo serviti senza aver fastidio alcuno: come la caravana metteva giù, il nostro pavione era dei primi drizzati. Fa la caravana poco viaggio al giorno, come saria intorno a venti miglia; si lieva due ore inanzi giorno e mette giù intorno alle diecinove. Avessemo ventura che nel nostro viaggio piove alcune volte, onde non ne mancò mai acqua, e quasi ogni giorno trovassemo buona acqua, benché non potevamo patire perché ne portavamo sempre un gambelo carco per ogni rispetto; ma in tutto quel deserto non avessemo bisogno né d’acqua né d’altro che in quelle parti si trovi, percioché venivamo ben forniti d’ogni cosa. E ogni giorno mangiavamo carne fresca, percioché venivano con noi molti castrati coi pastori che li governavano, e i castrati avevamo comprati in Babilonia e ogni mercadante aveva bollato i suoi col suo bollo, e ai pastori per la lor fatica si dà un maidino per ogni castrato ch’essi amazzano, percioché essi erano obligati d’amazzarli e governarli, e oltra il maidino per castrato avevano anco le teste, le pelli e l’interiora d’essi castrati da loro amazzati, li quali erano tenuti di amazzarli quando gli era dai mercadanti ordinato. Per la nostra compagnia dei sei detti di sopra comprassemo venti castrati, e quando giungessimo in Aleppo n’erano ancora sette vivi: son questi castrati molto grandi e grassi e però, con tutto che fossemo tanta gente, un castrato ne faceva due giorni; ed è una usanza nelle caravane, che le compagnie s’imprestano la carne una con l’altra, per non portarsi dietro la carne cruda per viaggio, e s’accommodano tra loro che chi amazza un giorno un castrato l’impresta mezzo, e il giorno seguente gli è restituito.

Da Babilonia in Aleppo sono quaranta giornate di strada, delle quali se ne fa trentasei per il deserto, che non si vede se non pianura aperta e disabitata e senza segnale alcuno di strada: caminano inanzi i peotti e la caravana gli seguita, ed essi sanno le poste dove s’ha da fermarsi, nelle quali sono pozzi; e quando essi si fermano, tutta la caravana mette giù. Dico che sono trentasei giornate per il deserto perché, da Babilonia partendosi, si camina due giorni per luoghi abitati, sino che si passa il fiume Eufrate; e similmente due giornate vicino ad Aleppo si trovano villaggi e luoghi abitati dagli uomini. Va sempre con la caravana un capitano che fa giustizia, e la notte si fanno guardie intorno alla caravana. Giunti in Aleppo, andassemo a Tripoli, ove messer Fiorin e messer Andrea di Polo e io, con un frate di San Francesco, noleggiassemo una barca per andare in Ierusalem. Partiti di Tripoli per il Zaffo, fossemo dai venti contrarii trasportati in Cipro al capo delle Gatte, di dove traversassemo il golfo e andassemo al Zaffo, dal qual luogo a Ierusalem è una giornata e mezza per terra. Ordinassemo che la barca qui n’aspettasse sino alla nostra tornata e andassemo in Ierusalem, ove stessemo quattordeci giorni, per veder quei luoghi santi commodamente. Indi tornati al Zaffo, andassemo a Tripoli, e qui s’imbarcassemo su la nave Ragazzona, e giungessimo con l’aiuto divino dopo tanti travagli finalmente a Venezia adì cinque di novembre del millecinquecentoottantauno.

Se fosse alcuno ch’avesse animo d’andare in quelle parti dell’India, non si sbigotisca nel leggere gli travagli grandi e piccioli che io vi ho passati, percioché io mi posi a sbaraglio in molte cose, per esservi andato molto povero, percioché io mi parti’ di Venezia con mille e ducento ducati investiti in mercanzie. E quando fui in Tripoli mi ammalai in casa di messer Regulo degli Orazii, e il detto messer Regulo di mio ordine mandò la mia roba con una caravana picciola che andava in Aleppo: la caravana fu robata e tutta la mia roba si perse, da quattro cassoni di diversi vetri in fuora, che mi erano costati settanta ducati, li quali fur poi da me trovati rotti e anche in essi molti dei vetri rotti, percioché, pensandosi i ladri che fosse altra mercanzia, gli avevano rotti per cavarla, ma trovando esser vetri la lasciarono stare. E con questo solo capitale di questi pochi vetri mi posi a far il viaggio dell’Indie, e con cambii e recambii e fatiche e viaggi Dio mi aiutò che mi ridussi in buon capitale. Non voglio restare di ricordare a quelli che sono per far questo viaggio il modo di conservar la lor facoltà in caso di morte, che sicuramente sarà data ai loro eredi, secondo ch’essi averanno ordinato. In tutte le città ch’hanno i Portoghesi in India è una scuola che chiamano la scuola della Santa Misericordia, le quali tutte si rispondono una con l’altra e hanno gran privilegi, né il viceré può far contra gli ordini loro. Bisogna per tanto che, quando la persona è giunta in India in una di queste città, facci in sanità il suo testamento e lasci la scuola della Santa Misericordia sua commissaria, con lasciargli qualche elemosina per le fatiche loro, e, fattasi far una copia del testamento, bisogna che sempre la porti con sé, e massimamente passando i mercadanti di là dall’India in paesi de’ Mori e de’ Gentili, nei quai viaggi sempre è sui vascelli un capitano maggior portoghese per amministrare giustizia e ragione tra i Cristiani: e ha anco questo capitano autorità di ricuperare le facoltà dei mercadanti che muoreno in quelli viaggi, che non hanno fatta questa provisione, se bene in tal caso per i più questi capitani sogliono mangiare o giuocare queste facoltà, che poco o niente ne tocca agli eredi. Va in questi istessi viaggi sempre qualche mercadante commissario di questa scuola della Santa Misericordia, con ordine che se muore qualche mercadante ch’abbi il suo testamento e che la scuola sia commissaria, di ricuperare la sua facoltà e mandarla in India alla Santa Misericordia, e ivi la scuola vende dette robe e manda i dinari per lettera di cambio alla scuola della Santa Misericordia di Lisbona, insieme con la copia del testamento; e di Lisbona fanno quelli intendere in qual parte se sia della cristianità agli eredi del tale che, portando le lor fede d’esser quelli, vadino a pigliare la valuta dei suoi beni. Di modo che non si perde cosa alcuna, se non quelli che moreno nel Pegu, che perdono il terzo della sua facoltà, per antico costume di quel regno che, qualunque forestiero vi muore, il re con gli suoi ministri restino eredi d’un terzo dei suoi beni; né mai si ha trovato che sopra questo sia stata usata fraude o fatto ingiuria ad alcuno. Ho veduto io molti ricchi che, doppo l’essere stati molti anni nel Pegu, nella loro decrepità hanno voluto andare a morire nelle patrie loro, e si sono con tutte le loro facoltà partiti, senza esser punto molestati overo impediti.

Vestono nel regno del Pegu tutti ad una guisa, così i signori come il popolo minuto: vi è solo differenza nella finezza de’ panni, che sono tele di bombaso più fine una dell’altra e di più prezzo. Portano prima una cavaia di tela di bombaso bianca, che serve per camisa, e si cingono poi un’altra tela di bombaso depinta di quattordeci braccia, la quale tra le gambe si ravoltano; portano anco in testa una tocca, picciola di tre braccia di tela, rivolta a guisa d’una mitria; alcuni anco vanno senza tocca, ma portano una zazzaretta la quale non gli passa sotto la ponta dell’orecchia, facendosela da quello in giù tosare. Vanno tutti scalzi; vero è che i signori mai non vanno a piedi, ma o si fanno portare in un solaro da otto uomini, con gran riputazione, con un sombrero tessuto di foglie che gli difende dal sole e dalla pioggia, o vanno a cavallo coi piedi nudi nelle staffe. Le donne tutte, siano di che condizione esser si vogliano, portano una camisetta sino alla centura, di dove sino al collo del piede si cingono un panno di tre brazza e mezzo aperto dinanzi e tanto stretto, che non possono far il passo che non mostrino le coscie quasi fino in cima, quantunque caminando fingono di voler con le mani tenersi coperte, ma non è possibile per la strettezza del panno. Dicono che fu questa invenzione d’una regina, per rimuovere gli uomini dal vizio contra natura, che molto vi s’usava, e incitarli con questa vista ad attendere alle donne; le quali anch’esse vanno scalze, con le braccia piene di cerchii d’oro carichi di gioie e le deta di preziosi annelli, con i capegli rivolti intorno alla testa, e molte di loro portano su le spalle un panno, che serve come per ferraruolo. E per compimento di quanto ho sin qui scritto, dico che quelle parti dell’India sono paesi molto buoni, percioché e facil cosa di mente fare assai; solo bisogna essere e farsi conoscere per uomini da bene, perché a tali non mancano maneggi da fare assai bene, ma chi è vizioso non vi vada altramente, perché sarà sempre povero e mendico.

Soscrizione
Io, don Bartolomeo Dionigi da Fano, da un memoriale del soprascritto messer Cesare ho cavato il presente viaggio e fedelmente in questa forma disteso, che, letto più volte dall’istesso autore, come vero e fedele, ha voluto a commune delettazione e utile al mondo publicarlo.

 

Andrea Corsali. L’esploratore amico di Leonardo Da Vinci, scomparso in Oriente

CORSALI, Andrea. – Non si hanno notizie precise sulla sua nascita e sulla sua morte. Fu astronomo, cosmografo e navigatore; intimo di casa Medici, visse certamente a Firenze nei primi anni del sec. XVI. Sappiamo che il 6 ott. 1514 Leone X, non ignorando l’imminente viaggio del C. nelle lontane Indie, gli dette una lettera commendatizia, scritta da Pietro Bembo, allora segretario del papa, e indirizzata “Davidi regi Abissinorum”, il mitico Prete Gianni, meglio conosciuto come Lebna Dengel, della dinastia Amhara, re d’Etiopia dal 1508 al 1540. Sappiamo, ancora, dal navigatore Giovanni da Empoli, nella lettera scritta il primo gennaio 1517 dall’India al vescovo di Pistoia Antonio Pucci, che il C. era “uomo certamente di ogni fede degno, per essere litterato, e che ha cognizione assai, quanto fa di bisogno a questi avvisi, e della astrologia e della cosmografia; el quale assai tempo ha consumato utilmente a ricercare questi mari e terre et insule di qua, e datone di tutto perfettamente buon conto: talmente che io tengo per cosa certa, che altro meglio di lui non possa scrivere, per le molte buone qualità che sono in lui”. Infine, in un manoscritto cartaceo della prima metà del Cinquecento, conservato alla Biblioteca nazionale di Firenze (Magl. XIII, 84, c. 58 r), un religioso abissino, certo Abbā Tomās, asserisce che nel maggio 1524 nella capitale dell’Etiopia il C. svolgeva l’attività di tipografo: “a Barara… [Ifat] dove al presente si ritrova Andrea Corsali fiorentino che va stampir Libri Caldei in ditta terra”.

Questa è l’ultima notizia sicura che ci è giunta del C. che presumibilmente trascorse il resto dei suoi giorni in Etiopia perché agli stranieri non era consentito lasciare il paese una volta che avevano avuto la ventura di entrarvi.

Il C. fu autore di due lettere: la prima inviata da Cochin, in India, il 6 genn. 1515 a Giuliano de’ Medici; la seconda da una località ignota dell’Oriente a Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino il 18 sett. 1517. Queste due lettere furono prontamente stampate per diffondere le avvincenti notizie sulle terre visitate dal C.: la prima, Lettera allo illustrissimo Iuliano de Medici venuta dell’india da Io. Stephano di Carlo da Pavia l’11 dic. 1516, l’altra Lettera allo ill. Laurentio de’ Medici ex India venne stampata sempre in Firenze nel 1518, ma è priva di illustrazioni e di indicazioni tipografiche. Degno di nota appare il frontespizio della prima lettera, illustrato da un cerchio con contorno di due nuvolette e numerose stelle che vogliono raffigurare la visione del cielo australe così come apparve al C., appena superato il Capo di Buona Speranza “due nugolette [erano le nubi magellaniche, ammassi di stelle extragalattiche] di ragionevol grandezza, ch’intorno al polo Antartico, continuamente hora abbassandosi, hora alzandosi in moto circulare camminano, con una stella [secondo Humboldt è la Beta dell’Idra] sempre nel mezzo… sopra di queste apparisce una croce maravigliosa [la costellazione della Croce del Sud] nel mezzo di cinque stelle, che la circondano con altre stelle… è di tanta bellezza, che non mi pare ad alcuno segno celeste doverla comparare”.

Con la prima lettera il C. annunciò a Giuliano de’ Medici il successo del suo viaggio in India, raccontò come esso era avvenuto e descrisse tutte le cose interessanti che aveva visto. Salpato da Lisbona e superato agevolmente, col favore del vento, il Capo di Buona Speranza, la prima terra avvistata fu il Mozambico, già dominio portoghese, abitata da maomettani e da “huomini bestiali”: qui incrociò due navi portoghesi che provenivano dall’isola di San Lorenzo [oggi Madagascar] “che sta a fronte di Monzambiqui… copiosa d’infiniti armenti e di ogni sorte d’animali silvestri… di risi e altri semi… argento, ambracan [ambra grigia], gengiovo [zenzero], limoni, cedri, aranci… di molti fiumi… di porti sicuri”. Ancora quasi un mese di navigazione e il C. sbarcò a Goa, conquistata nel 1510 dal condottiero portoghese Alphonso de Albuquerque e da questo trasformata in una poderosa fortezza. Goa era abitata da popolazioni indigene “di bell’aspetto e di color lionato” e dai Nairi, “huomini di guerra”, i migliori di tutta l’India che “con un panno di cottone si copron le parti vergognose del corpo”. Questa terra fertilissima era ricca di animali domestici e selvatici, in particolare di tigri, coccodrilli e “serpenti d’incredibil grandezza”. Fiorentissimo era il commercio dei cavalli, importati da Ormūz, sul Golfo Persico, che venivano venduti a tutte le popolazioni dell’Indostan. I Portoghesi, dominatori di questi mari, avevano gravato di forti dazi questo commercio sicché fruttava moltissimo all’erario: nel solo 1514 30.000 ducati. Il C. lamentò la distruzione, da parte dei Portoghesi, di una pagoda situata nell’isola Dinari (nei pressi di Goa), mirabilmente costruita e ornata con meravigliose figure in pietra nera. Partito da Goa approdò nella terra di Batticala (dovrebbe corrispondere alla regione circostante l’odierna città di Mangalore), quindi nella città di Cannanore ove era una munitissima fortezza portoghese ed infine a Calicut, dal clima mitissimo, capitale del regno Malabari, fortemente decaduta perché i Portoghesi avevano dirottato il commercio delle spezie nelle città di Cochin e Cannanore, roccaforti e basi di spedizione per Lisbona. La politica imperialista portoghese di supremazia assoluta nei mari caldi e il conseguente blocco navale del Mar Rosso e del Golfo Persico, che non permetteva il flusso delle merci verso il Mediterraneo, attraverso le tradizionali vie di comunicazione per Aden, La Mecca e Il Cairo, aveva messo in crisi Venezia che deteneva, in Europa, il monopolio del commercio delle spezie.

Il C. descrisse, poi, la terra di Cambaia (Cambay, a est della foce dell’Indo) produttrice di “indaco, storace liquido [balsamo medicinale], corniole, calcedoni” e abitata dai Guzzaratti (popolazione che viveva nell’odierno Gujarāt), vegetariani e abilissimi mercanti. Descrisse anche l’isola di Zeilan (Ceylon), ricchissima di “zaffiri perfetti, rubini, balasci [specie di rubino], topatij, giacinti [zircone], cannella e elephanti”. Criticò, quindi, Tolomeo che aveva mal localizzato la Taprobana (nome con cui era noto ai Greci e ai Romani l’isola di Ceylon); narrò del viaggiatore italiano Piero Strozzi che in una non meglio identificata terra di Paliacatte, ricca di pietre preziose, acquistò un diamante di 23 carati. Descrisse, infine, le terre ad oriente dell’India: Malacha (la penisola di Malacca), l’isola di Sumatra e la Cina, meta nello stesso anno del viaggiatore fiorentino Giovanni da Empoli, esportatrice di “Reubarbaro, perle, stagno, porcellane e sete, drappi di ogni sorte lavorati, damaschi, rasi, broccati di molta perfettione”.

Il 18 sett. 1517, due anni dopo aver scritto la lettera a Giuliano de’ Medici, che nel frattempo era morto, il C. scrisse la seconda lettera dove riferì di avere partecipato con l’armata portoghese a una spedizione militare contro il sultano d’Egitto che minacciava la supremazia portoghese sui mari e i loro possedimenti in India. La flotta mosse da Goa l’8 febbr. 1516, prima tappa l’isola di Soquotora (Socotra), abitata da pastori cristiani dal “capello lungo, nero e riccio” che vestono alla “moresca” e da curiosissimi camaleonti. Il 14 marzo furono ad Aden “porto e scala principale di Arabia e d’Etiophia”, ricco mercato delle “spetiarie, droghe medicinali, odori, tinte, gioie, panni di seta finissimi, di cotone e d’ogni qualità di mercantie orientali”. Ripreso il mare una tempesta causò il distacco, dal grosso della flotta, della nave su cui erano imbarcati il C. e l’ambasciatore etiope Mattheo di ritorno dal Portogallo e ciò “fu cagione anchora che gli Ambasciatori che noi levavamo per il Prete Ianni non andassero a lor cammino”.

La nave errò a lungo nel Mar Rosso e non poté rifornirsi d’acqua né all’isola di Camaran (Kamarān, lungo la costa dello Yemen del Nord), né all’isola di Suaché (Swakin, nel Mar Rosso, lungo le coste sudanesi) “dove i Christiani di Etiophia s’imbarcano per Gierusalem”; finalmente, dopo aver molto patito, la nave approdò a Dalaccia (isola Dahlak, di fronte a Massaua), dove la sete fu soddisfatta. Rimasero a Dahlak “isola di sano aere, bassa et sterile con certi colli e valli pieni di pruni e stecchi senza nessun arboro fruttifero” un mese intero; qui il C. raccolse interessanti notizie sul Prete Gianni, sul suo regno che secondo lui comprendeva, oltre all’Etiopia, tutte le terre sino alla Guinea portoghese sull’Oceano Atlantico. I sudditi del Prete Gianni erano cristiani usi al battesimo e alla circoncisione, che osservavano “le festività degli Apostoli et de Sancti moderni et de patriarchi et padri del vecchio testamento”.

Ripartiti e ricongiuntisi al grosso della flotta, in vista della città di Zidem (l’odierna Gidda), porto della Mecca, il capitano maggiore Lopo Soares decise di non dare battaglia. Il C. lamentò, quindi, che pur essendo stato diverso tempo così prossimo all’Etiopia, non gli fu consentito di sbarcare in quella mitica terra perché nell’isola Kamarān sopraggiunse la morte dell’ambasciatore portoghese che accompagnava quello etiopico. Furono a Kamarān sino al 12 giugno e dopo aver distrutto la fortezza eretta dai Mamelucchi, il 13 giugno si diressero verso Seyla, nel Nord della Somalia, importante centro di interscambio commerciale tra l’Etiopia cristiana e il mondo musulmano, che fu saccheggiata e rasa al suolo dall’armata portoghese. Il C. riprese il mare su una nave araba e dopo aver costeggiato il Sudest della penisola arabica, visitò l’isola di Ormūz, in posizione strategica all’imbocco del golfo Persico; qui raccolse interessanti notizie sulla Persia e sui suoi abitanti, che sebbene professassero l’islamismo (setta degli sciiti), spesso erano in lotta con gli altri popoli della stessa fede perché “la differenza ch’è fra Turchi e Mori d’Arabia e d’Africa procede dalli compagni che furno di Maumetto… e che solamente Aly, che fu genero di Maumetto, fu ambasciador e propheta di Dio… e che tutti gli altri furono falsi”.

Lasciata Ormūz, dopo trenta giorni di navigazione, il C. ritornò al porto indiano di Goa e quindi a Cochin “dove arrivammo nel mese di Decembre, e qui finimmo un’anno giustamente dal dì che di là eravamo partiti e passati alli travagli soprascritti”. Il C. concluse questa seconda lettera proponendosi di trascorrere un anno col viaggiatore fiorentino Piero Strozzi alla “casa di San Thomaso, di qua distante leghe 250”, ripromettendosi, poi, di recarsi in una regione che dovrebbe corrispondere all’odierna Birmania “con certi Armeni Christiani miei amici determino di transferirmi per la terra ferma e spendere cinque o sei mesi in vedere…” per poter riferire a Lorenzo de’ Medici ulteriori notizie tramite Piero Strozzi che stava per rientrare in Italia.

Il C. fu uno dei primi viaggiatori europei a descrivere con acume e col tipico interesse dello studioso il mondo, allora ancora fantastico ed esotico, dell’Oriente. La sua figura è certamente misteriosa: non sappiamo, infatti, bene chi fosse né quale fu il vero motivo che lo spinse ad intraprendere il viaggio verso le lontane Indie, né, ancora come gli sia riuscito di imbarcarsi su navi da guerra portoghesi che svolgevano missioni evidentemente segrete. A spingerlo al viaggio non fu solo il desiderio di riferire alla famiglia Medici, cui era molto devoto, precise notizie su terre poco conosciute, ricche dì spezie e di oggetti preziosi, affinché se ne potessero avvantaggiare commercialmente, né quello di raggiungere l’Etiopia cristiana di Lebna Dengel per favorire una alleanza politico-religiosa tra la Chiesa di Roma e il regno etiope contro la strapotenza musulmana, in nome di papa Leone X, anch’egli di casa Medici. Dalle due lettere del C. emerge con chiarezza che fra i moventi dei suoi viaggi fu prevalente quello scientifico. La sua notevole cultura, la descrizione minuziosa ed appassionata delle terre visitate e delle popolazioni incontrate, l’uso dell’astrolabio e di altri strumenti scientifici per lo studio delle coordinate geografiche dei luoghi attraversati, stanno a confermare che il C. non era mosso da semplici interessi mercantili. Tra i suoi meriti: l’aver individuato l’errore di Tolomeo che aveva mal calcolato la distanza tra l’Africa e l’India; l’aver cercato di distinguere l’isola di Ceylon dall’isola di Sumatra che spesso venivano confuse e l’essere stato, infine, con i viaggiatori Cadamosto, Pigafetta e Vespucci tra i primi ad osservare e a studiare il cielo australe. Una delle prime citazioni della Croce dei Sud e delle nubi magellaniche è nelle sue lettere, ma in seguito la scoperta delle nubi magellaniche fu erroneamente attribuita al Pigafetta come avvenuta nel 1521, cioè sei anni dopo essere state descritte dal C. nella lettera a Giuliano de’ Medici.

(Fonte: Dizionario Biografico Treccani)

 

 

 

 

 

Due lettere dall’India di Andrea Corsali

 

Discorso sopra la prima e seconda lettera di Andrea Corsali fiorentino.

Essendone pervenute alle mani queste due lettere di Andrea Corsali, nelle quali si narra del voler condur alli porti dell’Etiopia un ambasciador del Prete Ianni nominato Matteo con un altro del re di Portogallo detto Odoardo Galvan, e volendole fare stampar, la buona ventura volse che le mostrai al magnifico messer Iulio Sperone, gentiluomo padoano, non meno ornato di buone lettere che di somma cortesia, il qual mi disse che altre volte avea inteso da un gentil cavaliere portoghese che avea studiato in Padoa, nominato il signor Damian Goes, come il viaggio che fecero li sopradetti due ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni era sta’ scritto particolarmente da don Francesco Alvarez, che fu in compagnia loro; e che queste lettere del Corsali, stampandole avanti detto viaggio, iscusariano per un proemio, che daria gran luce e intelligenza a chi lo leggesse dapoi, perciò che molte cose precedenti a quelle dal detto don Francesco lassate si narrano in dette lettere; e che la copia di tal viaggio si trovava appresso al prefato signor Damiano nell’estreme parti di Olanda, e sapeva certo che, per sua natural gentilezza e cortesia, a chi la mandasse a dimandare esso liberamente la daria. Per la qual cosa, accioché a sì buona opera non s’interponesse dilazione, messer Tomaso Giunta, il qual per beneficio di studiosi non ha mai sparagnato né sparagna né danari né fatica, deliberò di mandarla a torre. E dapoi che l’ebbe avuta e letta, gli fu detto che ‘l libro di tal viaggio si trovava stampato in la città di Lisbona di ordine del serenissimo re di Portogallo, onde di nuovo fu necessario di mandare a pigliar ancor quello; e avendolo voluto conferire con questa copia, trovai mancarvi il proemio fatto per il detto don Francesco, e in molti luochi molte righe di cose degne d’intelligenzia, oltra gli errori de’ nomi di molti luochi e dignità di persone, sì come chi vorrà leggere questo nostro tradotto in lingua italiana e il portoghese potrà più particolarmente giudicare. E acciò che ‘l filo di tal istoria non fusse interrotto, ma si leggesse continuato in tutte le sue parti, il prefato messer Tomaso, oltra le lettere del Corsali poste, come abbiamo detto, per proemio avanti di quella, ha voluto nel fine come epilogo aggiugnervi la obedienzia che ‘l prefato don Francesco prestò al sommo pontefice papa Clemente settimo nella città di Bologna del 1532 per nome del prefato Prete Ianni, con le lettere che da quello furono scritte a sua Beatitudine.

E per non mancar ancor noi, secondo le deboli forze del nostro ingegno, di far più chiaro e più aperto il principio e causa di tal viaggio, abbiamo pensato non dover esser ingrato alli lettori se discorrendo si rinoverà la memoria di molte cose pertinenti a quello per molti anni per lo adietro successe, cavate dall’istorie portoghesi, dove parlano della vita e fatti delli loro re e principi, e da un libro del prefato signor Damiano. E per tanto è da sapere che ‘l primo che cominciò a far discoprir le marine attorno l’Africa fu lo illustre infante don Enrico di Portogallo, che vi mandò le sue caravelle, e vivendo lui arrivorono quasi appresso la linea dell’equinoziale. Dapoi, per ordine d’altri re, e principalmente del re don Giovanni secondo di questo nome, le giunsero fin al capo di Buona Speranza, il qual fu chiamato con questo nome percioché tutti quelli che avean gli anni passati navigato drieto quella costa tenevan per fermo ch’ella corresse verso mezzodì fin all’altro polo, e disperavan di poter trovar via di passare nell’Indie orientali: ma giunti che furon a detto capo e vedutolo voltar verso levante, lo chiamaron di Buona Speranza.

Questo re fu il primo al qual fu portato la mostra di certo pepe cavato del regno de Benim sopra l’Etiopia, e fece abitar l’isola de S. Tomé, che era disabitata e piena di bosco, e vi mandò infiniti giudei a starvi e lavorar i zuccari. Ed essendo di sublime ingegno e non pensando mai ad altro se non come potesse far navigar le sue caravelle nell’India orientale, deliberò mandar per terra suoi messi a scoprir le marine dell’Etiopia, Arabia e India, della immensa grandezza e ricchezza della qual era molto ben informato e da diverse persone che vi erano state e da molti libri degli antichi, e massimamente da quello del magnifico messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, il qual fu portato in Lisbona dall’illustre infante don Pietro, quando egli fu nella città di Venezia: e dicono l’istorie portoghesi che gli fu donato per un singular presente e che ‘l detto libro, dapoi tradotto nella loro lingua, fu gran causa che tutti quelli serenissimi re s’infiammassero a voler far scoprir l’India orientale, e sopra tutti il re don Giovanni. Onde, per far l’effetto sopra detto, trovò due uomini portoghesi che sapevan la lingua araba, e dette carico ad un di loro di andar ambasciador a quel gran principe de’ Negri detto il Prete Ianni, e all’altro di scoprir prima le marine dell’Etiopia, e poi di andar a veder l’isola di Ormus e li regni e città della costa dell’India, dove nascono i pepi e gengevi. Alfonso di Paiva, che era un di loro, giunto alla corte del detto Prete Ianni moritte, e in suo loco vi andò l’altro, che si chiamava Pietro de Covillan, il qual però prima era stato a discoprir la costa di Calicut e di tutte quelle marine, e de lì passato poi sopra l’Etiopia e arrivato fino a Cefala, e avea dato aviso al prefato re don Giovanni di tutto quello che egli avea scoperto, come più particolarmente si leggerà nel viaggio che scrive il prefato don Francesco Alvarez: e per questa causa non ne voglio dir altro.

E stando questo Pietro di Covillan nella detta corte, dapoi passati molti anni (conciosiacosaché mai non poté aver licenzia di partirsi), essendo morto il detto re don Giovanni secondo, successe il re don Emanuel, il qual fece passar le sue caravelle intorno tutta l’Etiopia, e giunsero in l’India, dove per virtù di molti suoi capitani, uomini eccellentissimi nell’arte militar, ebbe molte vittorie nelle parti del mar Rosso, sino Persico e nella India, e molte città e isole furono ridotte a sua obedienzia, e furono mandati diversi ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni, che allora era fanciullo di anni undici, nominato David. E di tanta efficacia fu la fama di queste vittorie, che commosse la regina Elena, ava del detto re David, la qual era quella che ‘l governava, ch’ella deliberò al tutto di mandar un suo ambasciador in Portogallo, e trovò un cristian armeno nominato Matteo, uomo pratico e che sapeva diverse lingue, e per darli maggior credito volse che vi andasse seco un giovene negro abissino. Costoro, imbarcati in un porto del mar Rosso, se n’andorono in India alla città di Goa, nella qual era il signor Alfonso Dealburqueque vice re, il qual li raccolse graziosamente e, fattili montar sopra le sue caravelle, li mandò a Lisbona, dove giunti alla presenza del re esposero la loro ambasciata, e furono interpretate le lettere della regina Elena, che dicevano in questo modo:

Lettera della regina Elena, ava del re David Prete Ianni imperator de’ Negri, scritta ad Emanuel re di Portogallo nell’anno 1509.

“Nel nome di Dio Padre e Figliuolo e Spirito Santo, che è un solo in tre persone. La salute, grazia e benedizion del Signor nostro e Redentor messer Iesù Cristo, figliuolo di Maria Vergine, nasciuto nella casa di Bethleem, sia sopra il diletto fratel nostro cristianissimo il re Emanuel, dominator del mare e vincitor de’ crudeli e incredibili Mori. Il Signor nostro Iddio ti dia ogni buona fortuna e ti doni vittoria de’ tuoi nimici, e tutti i tuoi regni e paesi, per i devoti preghi de’ nonzii del Redentor messer Iesù Cristo, cioè li quattro evangelisti san Giovanni, Luca, Marco e Matteo, da ogni canto siano prolungati e istesi, e le loro sante orazioni li conservino.

Ti avisamo, dilettissimo fratel nostro, esser venuti a noi da quel tuo gran capitano Tristan de Cugna duo nonzii, delli quali uno si chiamava Giovanni, che diceva esser prete, e l’altro Giovan Gomez, a dimandarne vittuarie e soldati. Per il che ne è parso di mandar questo nostro ambasciador detto Matteo, fratello del nostro servizio, con licenzia del patriarca Marco, che ne dà la benedizion quando mandamo alcun prete in Ierusalem, conciosiacosaché egli sia nostro padre e di tutti li nostri paesi, e colonna della fede di Cristo e della santa Trinità. Questo nostro ambasciador per nostro ordine ha fatto intender a quel gran capitano delli vostri, che per la fede del nostro Salvator messer Iesù Cristo combatte in la India, come noi siamo pronti a mandarli vittuarie e soldati, se gli sarà bisogno, conciosiacosaché abbiamo inteso il soldan principe del Caiero metter insieme una grande armata per venir contra li vostri eserciti, non per altro se non per vendicarsi delle ingiurie e danni (sì come noi sapemo) che per li capitani delle vostre genti che avete nell’India gli sono stati fatti, li qual vostri capitani il Signor Iddio per la sua santa bontà ogni giorno di più in più si degni di far prosperare, acciò che finalmente tutti quelli che non credono siano del tutto in tutto posti sotto il giogo. Noi per tanto contra gli assalti di questi tali siamo per mandar buon numero di soldati, che staranno dove è il stretto del mar della Meca, cioè all’isola di Bebbelmandel, o veramente, se vi parerà più commodo, andaranno al porto del Zidem over al Tor, accioché finalmente si ruini e levi via questa sorte di Mori e increduli dalla faccia della terra, e che li presenti e doni che si portano al santo Sepolcro nell’advenire non siano devorati da’ cani.

Al presente è giunto il tempo promesso, il qual (come dicono) messer Iesù Cristo e la sua madre Maria hanno predetto, cioè che negli ultimi tempi era per nascer nelli paesi de’ Franchi un certo re, che levaria via tutta la generazion de’ barbari e Mori: e questo veramente è il tempo presente, il qual Cristo promesse alla benedetta sua madre dover essere.

Tutto quello veramente che vi dirà l’ambasciadore nostro Matteo, reputate che venga come dalla nostra propria persona, e dategli fede, percioché è un de’ principali della nostra corte e per questo ve l’avemo voluto mandar. Avremmo ben dato il carico di queste cose alli vostri messi, quali ne avete mandato, ma dubitammo che le faccende nostre secondo il voler nostro non vi fussero esposte.

Mandiamo per questo nostro ambasciador Matteo una croce, fatta senza dubbio alcuno di un pezzo del legno nel qual il Salvator nostro messer Iesù Cristo fu crocifisso in Ierusalem, di donde il pezzo di questo legno santo n’è sta’ portato: e del detto ne abbiamo fatto far due croci, delle qual l’una è restata appresso di noi, l’altra abbiamo dato a questo nostro ambasciador, ed è attaccata con uno anelletto d’argento.

Oltra di questo, se a voi piacesse di dar le vostre figliuole alli nostri figliuoli, over nostri figliuoli dar alle figliuole vostre, questo sopra tutto ne saria molto grato, e a tutti duo utile, e principio di una lega fraternal, perché veramente questo astringersi con nozze con voi sì nel tempo presente come nell’advenir grandemente desideriamo.

Nel resto la salute e grazia del nostro Redentor messer Iesù Cristo e della nostra santa Madonna Maria Vergine si estenda e sopra voi e sopra li figliuoli e figliuole vostre e di tutta la vostra casa. Amen.

Oltra di questo vi avisiamo che, se vorremo congiunger li nostri eserciti insieme per far guerra, noi averemo forze bastanti, mediante l’aiuto divino, di levar via tutti li nimici della nostra santa fede. Ma li nostri regni e li nostri paesi sono posti fra terra, che in alcuna banda non potemo venir sopra il mare, sopra il qual noi non abbiamo potenzia alcuna, conciosiacosaché per laude di Dio voi sete in quello sopra ogn’altro potentissimo. Messer Iesù Cristo sia in nostro adiutorio.

Le cose veramente fatte per voi in India sono certamente più presto miracolose che umane, e se voi volesti armar mille navi, noi vi daremo vittuarie, e vi sumministraremo tutte le cose che saran di bisogno per detta armata abondantissimamente.”

Udita questa lettera dal re don Emanuel e dalli suoi consiglieri, stettero alquanto sospesi, perciò che gli parvero che le cose proferite in quella fossero troppo grandi, e per tanto che ella non fosse vera; dubitarono anche che costui non venisse mandato dalla detta regina, e di questa loro dubitazione ne fu ripiena tutta la corte. Nondimeno dapoi detto re, desideroso di continuar e accrescer più che fosse possibile l’amicizia di questa regina, per potersi servir delle forze e favor d’un regno tanto potente per riputazion delle cose sue nell’India e mar Rosso, elesse un suo ambasciador nominato Odoardo Galvan, il qual insieme con questo ambasciador Matteo con grandissimi presenti mandò con una sua armata in India, capitano Lopes Suarez. Giunto detto capitano in Cochin e messosi ad ordine di vettovaglie, deliberò di tornar verso il mar Rosso, per metter in terra detto Matteo e questo Odoardo Galvan. Allora, trovandosi in Cochin, Andrea Corsali montò sopra la detta armata e scrisse quanto in la seconda lettera si contiene, nella qual si legge che non poterono dismontar mai al porto di Ercoco della Etiopia sopra il mar Rosso, ma che, tornati all’isola di Cameran, vi morse Odoardo Galvan, e così per quello anno fu intermessa la espedizion del detto Matteo. Né più oltra scrive il prefato Corsali, nelle qual due lettere se vi saran degli errori, n’è causa il tristo esemplar che noi abbiamo avuto.

 

Lettera I

DI ANDREA CORSALI FIORENTINO ALLO ILLUSTRISSIMO SIGNOR DUCA GIULIANO DE’ MEDICI LETTERA SCRITTA IN COCHIN, TERRA DELL’INDIA, NELL’ANNO MDXV, ALLI VI DI GENNAIO.

Come nella navigazione passando la linea equinoziale furono in altura di gradi trentasette nell’altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, dove viddono un mirabil ordine delle stelle nella parte del cielo opposta alla nostra tramontana.

Illustrissimo Signor, non potendo mancar a V.S. di quanto le promisi nel partirmi di costì, ho voluto farle questo poco di discorso per darle notizia del successo del mio viaggio d’India. E avvenga ch’ei non sia così copioso com’io sperava e che ‘l mio desio aria voluto, il che è causato per essere poco tempo ch’io mi trovo in queste parti, nondimeno non m’è parso restar di dirizzarglielo, dettandomi l’animo che V.S. lo debba pigliare con quel cuore che l’affezion mia e osservanzia ch’io le tengo ricercono, riserbandomi a tempo migliore di sodisfarle più compiutamente.

Dapoi che partimmo da Lisbona navigammo sempre con prospero vento, non uscendo da scilocco e libeccio, e passando la linea equinoziale fummo in altura di trentasette gradi nell’altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, clima ventoso e freddo, ch’a quei tempi il sole si trovava ne’ segni settentrionali, e trovammo la notte di 14 ore. Qui vedemmo un mirabil ordine di stelle, che nella parte del cielo opposita alla nostra tramontana infinite vanno girando. In che luogo sia il polo antartico, per l’altura de’ gradi, pigliammo il giorno col sole e ricontrammo la notte con l’astrolabio, ed evidentemente lo manifestano due nugolette di ragionevol grandezza, ch’intorno ad essa continuamente ora abbassandosi e ora alzandosi in moto circulare camminano, con una stella sempre nel mezzo, la qual con esse si volge lontana dal polo circa undici gradi. Sopra di queste apparisce una croce maravigliosa nel mezzo di cinque stelle, che la circondano (com’il Carro la Tramontana) con altre stelle, che con esse vanno intorno al polo girandole lontano circa trenta gradi: e fa suo corso in 24 ore, ed è di tanta bellezza che non mi pare ad alcuno segno celeste doverla comparare, come nella forma qui di sotto appare.

2
Della isola Monzambique, e da cui sia abitata la terra ferma e tutta la costa del mar Rosso fino a capo Verde. Nella costa non si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere alla mina di Cefalla, dove si trova ambracan e infinito avorio.

Cominciammo dipoi a tornare al cammino di tramontana, avendo vista di capo di Buona Speranza, e sorgemmo in Monzambiqui, isola sterile non molto grande, giunta con la terra ferma, posta in quindeci gradi disotto dal polo antartico, abitata da maumettani: di essa è signor il re di Portogallo, la qual non è per altra cosa buona se non per il porto, molto ben posto e accommodato alla navigazione d’India. La terra ferma è abitata da uomini bestiali, e parimente tutta la costa, e dallo stretto del mar Rosso fino a capo di Buona Speranza tutti sono d’una lingua, e da capo di Buona Speranza fino a capo Verde parlano differente da questi di Monzambiqui. In questa costa, cominciando a capo Verde fino al mar Rosso, non vi si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere a la mina di Cefalla, ch’è terra del re di Portogallo vicina di Monzambiqui, dove si truova alquanto di ambracan e infinito avorio.

3
Della isola di San Lorenzo, e quanto sia abbondante d’armenti e d’ogni sorte di animali silvestri; dove si trova argento, ambracan, gengevo e garofani di miglior odore che quelli dell’India, e più altre cose, della qualità di quelle genti e dell’isola Oetabacam.

Stando in Monzambiqui, trovammo due navette di Portogallo che venivano dell’isola di San Lorenzo, che sta dentro al mare a fronte di Monzambiqui, delle grandi ch’a’ nostri tempi siano state discoperte. Essa isola dicono esser molto abbondante e copiosa d’infiniti armenti e di ogni sorte d’animali silvestri; trovasi anche gran quantità di risi e altri semi, di che questi dell’isola vivono. Vi si trova parimente argento, ambracan, gengiovo, meleghetta e garofani, non come questi d’India, che non sono tanto profittosi, ma di meglior odore e di forma di galla di nostra terra. Tien molto mele e canne di zuccaro, il qual non sanno oprare; evvi zafferano della sorte d’India, limoni, cedri, aranci in molta quantitade; e abbondante di molti fiumi e d’acque dolce, ed è copiosa di porti sicuri di mare. Le genti son bestiali, diversa lingua dagli altri di Monzambiqui, non tanto neri, ma col capo arricciato come son tutti quelli di essa costa. Li porti della marina signoreggiano i Mori, che con panno di cottone e altre mercanzie d’India comperano le mercanzie di questa isola, e così è nella costa di Monzambiqui. Dicono vicina a questa isola esservi un’altra isoletta detta Oetabacam, abbondantissima d’argento, e attesa la quantità che si vede in Monzambiqui e per tutta la costa, non poter esser di meno ch’in tutta perfezione: qual non è ancora stata scoperta da’ Portoghesi.

4
Come vicino all’India trecento miglia l’acque del mare si dimostrano come di latte, e donde causa che, in quella parte dell’India dov’è il mar profondo, si dimostra ora di color celeste, ora nero, ora verde.

Partimmo di Monzambiqui a nostro viaggio d’India, non ci scostando da tramontana e greco, per essere il nostro dritto cammino, e sempre andammo con vento in poppe, percioché in questa parte d’India viene sei mesi vento ponente e libeccio, che serve al venir in India, e di giugno a ottobre; gli altri sei mesi è greco e levante, che serve al tornar d’India. Fummo a Goa in venticinque giorni, che può esser da tremila miglia, con tanta prosperità pel favor del vento che nessun’altra navigazione in parte alcuna mi par miglior di questa. Qui passammo la seconda volta la linea equinoziale, tenendo il sole per zenit, senza far ombra in alcuna parte; e già tornati nell’artico polo, avemmo vista della Tramontana in sei gradi, ch’in menor altura in nessuna parte si puote vedere, rispetto a certe nuvole che, vicine all’orizzonte elevandosi, non lassono comprendere a nostra vista nessuna stella che in meno di sei gradi sia elevata, come più volte ne feci esperienza. Vicino all’India trecento miglia, l’acque del mare si mostran come di latte, che mi pare esser causato dal fondo, per esservi l’arena bianca. In questa parte d’India dove è il mar profondo, pigliando ora il color dal cielo dimostra celeste, e ora dalle nuvole par nero, e anco talvolta verde, quando non è tanto profondo: così puote questo color di latte dall’arena causarsi. Vedonsi anche infinite serpi, e per questi due segni conoscemmo esser nella costa d’India: questi serpi per la pioggia in tempo di verno della terra ferma sono nelle fiumare trasportate.

5
Della isola detta Goa, dove già Alfonso di Alburquerque fece edificar una terra fortissima, e dentro una fortezza. Della qualità e vestir di quelle genti; di frutti e animali di quel luogo del gran prezzo che quivi si vendono i cavalli. E come l’isola di Ormuz fu di già presa per il capitano maggiore, e quivi di ordine suo edificata una fortezza.

Con non poco piacere scoprimmo in tre giorni terra, e lungo la costa navigando, fu la prima scala nell’isola di Goa, che tien di circuito quindici miglia, posta in sedici gradi; ed è giunta con terra ferma, cinta da ponente dal mare, da settentrione e mezzogiorno dalla costa, da levante dalla terra ferma detta Paleacate, dalla qual corre una fiumara, ch’entrando in mare per due parti comprende detta isola. E di essa sono signori i Portoghesi, che già sono cinque anni che fu pigliata per forza d’armi dal signor Alfonso d’Alburquerque, dove furno morti gran numero de Mori e gli altri scacciati alla terra ferma. Dipoi egli fece edificare una bellissima terra di circuito di un miglio, da fortissimi muri e fossi circondata, piena di case, strade ordinate a nostro costume, e dentro di essa fece una fortezza, che parmi oggidì delle miglior cose che i Portoghesi tengono nell’India. L’isola è abitata da gentili, i quai, per esser da noi che da’ Mori meglio trattati, sono amici de’ Portoghesi e parziali. Qui truovasi grandissima quantità d’orefici, e li megliori che siano in tutta l’India.

Di quest’isola era prima signore il re della terra ferma ove è Paleacate, detto Idalcam del Sabaio, ch’è maumettano, di nazion turco, uomo bellicoso; e appresso d’esso vivono molti capitani della parte di Turchia. I naturali di questo regno sono uomini gentili, di bell’aspetto e di color lionato; le loro vestimenta sono a uso di Turchia, e massime di mercatanti, degli altri all’apostolica. Ivi sono i Bramini, a nostro modo sacerdoti; altri con un panno di cottone si copron le parti vergognose del corpo, e questi son detti Nairi, uomini di guerra, che sempre portano lance, archi, spade e targhe, e per combattere sono i miglior uomini d’India. Ivi la terra è fertilissima, e piena di frutti a nostro costume e della sorte che sono in India; è copiosa d’ogni animale, così domestico come silvestre. Trovansi nella terra ferma molti tigri e serpenti d’incredibil grandezza; nel fiume vivono certa spezie di cocodrilli, e alcuni di lunghezza di venti piedi, con le altre parti corrispondenti, i quai molte volte escono fuori dell’acqua, cibandosi d’animali ch’intorno al fiume si pascono. L’isola è di grandissimo tratto e ogni giorno va ampliando, per la gran quantità di cavalli che vengono d’Ormuz del sino Persico, e vendonsi a’ signori de Paleacati e del re di Narsinga; e fanno capo a dett’isola perché, s’altrove sbarcassino, i Portoghesi che sono signori del mare, con licenzia de’ quali si naviga, pigliarebbono le navi e il tutto saria perduto.

Arà forse V.S. ammirazione intender un cavallo ordinariamente a costume di nostra terra vendersi quattrocento ducati, cinquecento e anche settecento, e quando passa l’ordinario novecento, mille e duomila, per il che pagano al re, nell’entrare dell’isola, quaranta ducati d’oro per cavallo, e quest’anno il dazio ha renduto trentamila ducati. Per questa causa fu l’anno passato il capitan maggiore all’isola d’Ormuz, con varii stromenti bellici e con armata di venticinque vele e tremila uomini da guerra, la qual è posta nel sino Persico, e avendola presa d’accordo, uccise il governatore di essa, perché dal re d’Ormuz si era ribellato e avea ordinato tradigione, per tagliare a pezzi il capitan maggiore e bruciar l’armata. Or avendo il capitan maggiore ridotta la città a sua obbedienza, fece una fortezza, ch’oltre a molt’altre edificate per ordine suo nell’India, questa è la principale e di più importanza, perché al presente nessun mercatante persiano o d’Arabia Felice o armeno o sia d’altre parti che venga nel sino Persico, può levar cavalli all’India né portare spezie, se non fa capo a Ormuz, pigliando la securezza e pagando il dazio al re di Portogallo; e levando cavalli per crescere l’entrata di Goa, è necessario che di là gli lievi.

6
Della isola detta Dinari, dove si trovano molte antichità, e come quivi fu destrutto un tempio detto pagode, di maraviglioso artificio, con figure antiche di grandissima perfezione.

In questa terra di Goa e di tutta l’India vi sono infiniti edificii antichi de’ gentili, e in una isoletta qui vicina, detta Dinari, hanno i Portoghesi per edificare la terra di Goa distrutto un tempio antico, detto pagode, ch’era con maraviglioso artificio fabricato, con figure antiche di certa pietra nera lavorate di grandissima perfezione, delle quali alcune ne restano in piedi ruinate e guaste, però che questi Portoghesi non le tengono in stima alcuna. S’io ne potrò aver alcuna a mano così ruinata, la dirizzarò a V.S.,a fine ch’ella vegga quanto anticamente la scoltura in ogni parte fu avuta in prezzo.

7
Di una terra chiamata Batticala, nella quale, e ne’ luoghi vicini detti Onor e Brazzabor, nasce infinito gengevo, mirabolani, zuccaro e altre cose. Della terra nominata capo di Commari, da Tolomeo Pelura. Come il re di Canonor fu a visitar il capitano maggiore, e del presente li fece. Del re di Calicut, e come già convenisse col maggior capitano.

Dipoi partiti di Goa, navigammo lungo la costa sempre a mezzogiorno e arrivammo a una terra detta Batticala, per pigliar il tributo che essi pagano al re per poter navigare in questi mari. Di essa è signor il re di Narsinga, di legge gentile. Qui nasce, e in altri luoghi vicini detti Onor e Brazabor, infinito gengiovo, mirabolani, zuccaro, farro, riso, le quali mercanzie si caricano pel mar Rosso, per Adem e per Ormuz. E detta terra è in tredeci gradi; il mare tiene da ponente e la terra da levante, la costa da mezodì e tramontana. I naturali sono come quei di Goa e quasi d’una lingua. Sopra a Batticala vedonsi due montagne, dalla sommità delle quai nascon due rivi, i quai, per il dosso del monte scorrendo a basso verso ‘l mare, appariscono come due vie bianche battute, ch’è cosa mirabile a vederle. Qui i naturali si chiamano Conconi e Decani, e in Balagat e Commari; e lì vicino a Batticala comincia il paese del Malabari, dove nasce il pepe, differenti in lingua e parte in costumi da quei di Commari e di Goa. Il qual paese termina da mezogiorno a capo di Commari, secondo Tolomeo detto Pelura, e voltandosi a tramontana, nel sino Gangetico, a un loco detto Curumma e anticamente Messoli: il detto capo di Commari è in otto gradi e Curumma per ancora non so.

Di Batticala fummo a Cananoro, dove i Portoghesi tengono un castello munitissimo d’arme. Il re fu a visitar il novo capitano maggiore con duamila uomini nairi o più, con loro armi a costume di Goa, e presentò a esso capitano una collana d’oro ornata con molti rubini e perle, di mille ducati d’oro di valuta. Esso Canonoro è in XII gradi e mezo. Da Canonoro fummo a Calicut, principal terra e capo di tutto ‘l regno del Malabari. Il re chiamasi Cammurim, che vol dir imperatore, e nel vero, atteso i mirabili edifici publici e tempii e palazzi del re, e le private abitazioni di pietra (non come in altre parti di paglia), dimostra essere stato capo di tutta l’India, perché i mercatanti di tutto ‘l mar Oceano in queste parti orientali venivano a caricare di spezie e altre mercanzie, che d’altre terre dall’India in Calicut si conduceano. E ora, dapoi che i Portoghesi sono nell’India, hanno sempre caricato in Cochin e Canonor, perché da principio detti Portoghesi forno scacciati e morti in Calicut, e in Cochin dal re di esso ricevuti, il quale di subito fecero de’ primi re d’India. Questo re di Calicut ha sempre tenuto guerra con Portoghesi, fino a duo anni passati, a contemplazione di maumettani, i quali per il contrasto del re sono rimasi destrutti; e ultimamente, non tenendo già il rimedio, detto re si convenne col capitano maggiore e gli concesse che si potessero far fortezze nelle sue terre, ch’oggi tengono i Portoghesi. Esso re fu a visitare il capitan maggiore con più di quattromila Nairi o vero gentiluomini, co loro armi, lance, archi, targhe, e gli presentò una collana della sorte di quella del re di Canonoro, ma di più prezzo.

Questo paese del Malabari è molto temperato, senza freddo di nessun tempo o caldo, eccetto due ore del giorno, perché l’altro resto dal vento della notte sino al mezogiorno e dipoi dal vento del giorno è refrigerato. In questo paese parimenti non ci fu per nessun tempo peste. De’ costumi di essi e d’altre particularità il Nairo che condusse lo elefante arà informato V.S. a pieno, e però scorrerò il mio ragionamento.

8
Laude de’ Portoghesi, e d’alcune fortezze molto importanti per lor fabricate nell’India. Dell’isola di Ormuz e suoi confini; della natura e costumi de’ Guzzerati, mercatanti di Cambaia, nella qual terra nascono storace liquido, corniuole e calcidonii.

L’India tutta comincia dallo stretto del mar Rosso, per insino all’estreme regioni Sinare: è abitata parte da Mori, e da essi signoreggiata, e parte da Gentili, e parte da Portoghesi, i quali oggidì sono signori di tutto ‘l mar Oceano, cominciando da Lisbona all’India, e de’ mari particolari d’India, del sino Magno e Gangetico, del sino Persico e stretto del mar Rosso e mar Atlantico. E in queste loro conquiste ogni giorno si vanno ampliando, e in verità si può dire per le opere loro, conciosiaché sono tutti uniti insieme e parziali del lor re, animosi e audaci a mettersi in ogni impresa senz’alcun rispetto di robba o di vita, e hanno ingenerato tanto tremore in queste parti, che mi par difficile che per alcun tempo abbino ad essere damnificati. Primamente nessuno può navigare senza lor licenza, o senza pericolo di perder le navi e mercanzie, perché l’armata che tengono nell’India va navigando, scorrendo per tutte le parti: che ponno esser circa quaranta navili, computando navi, caravelle e galere. I quali, nell’India fabricati, son tanto forti che, attesa la debilità de’ navili dell’India, un solo si potria da tanti difendere ch’io non lo scrivo per non parer mendace: e per questo giudico per nessun tempo poter esser disbarattata tal armata, la qual navigando è sempre patrona di tutte le parti del mare e dei porti d’India. E perché in molte parti mancano le vettovaglie, né si possono da un loco all’altro condurre senza navigarle, per questa causa in queste parti orientali non c’è porto alcuno che, stando l’armata in piedi, non le renda obbedienza e lassi far fortezze e castelli in quelle parti che vorranno, come fino adesso ne hanno fatte nei più importanti luoghi dell’India: li quai tutti ha edificato il signor Alfonso d’Alburquerque, capitano passato, uomo a’ tempi nostri prudentissimo e audace, e in ogni impresa vittorioso.

La principal fortezza e importantissima è l’ultima, edificata in Ormuz l’anno passato, alla qual fanno capo tutti i mercanti persiani, turchi, armeni o di Arabia Felice, che vogliono con cavalli e altre mercanzie passare in queste parti per levare spezie. Il qual Ormuz è isola nel sino Persico, e rispetto allo stretto non possono questi mercanti passar, se non fanno capo a Ormuz per pagare i dazii e pigliar securtà di navigare. E posto detto Ormuz in ventisette gradi; da mezogiorno e da ponente tiene l’Arabia Felice, dove è lo stretto di Baharem, loco dove si pescano le perle, ed è divisa da quella parte della Persia che vicina con Ormuz da tramontana per il fiume detto Tigris. Della città di Tauris e della Persia e dell’altre regioni, venendo sino al mare, è signore siech Ismael, detto fra noi Sofì, il qual dentro per terra ferma confina col re di Sanmarcante, che credo sia la regione de’ Parti, In queste terre di Persia si trova il lapislazuli e le turchine. Da levante confina con la Carmania deserta, oggi detta Rasigut, abitata da corsali e latroni. L’altra fortezza tengono nell’isola di Goa detta di sopra.

Fra Goa e Rasigut, o ver Carmania, vi è una terra detta Cambaia, dove l’Indo fiume entra nel mare. È abitata da gentili chiamati Guzzaratti, che sono grandissimi mercatanti. Vestono parte di essi all’apostolica e parte all’uso di Turchia. Non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, né fra essi loro consentano che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo da Vinci: vivono di risi, latte e altri cibi inanimati. Per esser di questa natura, essi sono stati soggiogati da’ Mori, e di questi signoreggia un re maumettano, che tiene una pietra che, mettendola nell’acqua o in bocca, subito rimedia ad ogni veneno. In questa terra nasce indaco, storace liquido, corniuole, calcidonii in quantità grandissima, e di essi si lavorano manichi di daghe e pugnali eccellentissimi. Gli uomini sono olivastri, di grandissimo ingegno e artificio di tutte l’operazioni. Essa regione di Cambaia ha il mare verso mezodì, Rasigut o ver Carmania da ponente, Paleacate da levante, e da settentrione molto fra terra il re di Sanmarcante.

9
Del regno di Paleacate e suo re. Del paese di Malabari, di suoi signori e sue fortezze, dove Portoghesi caricano pepi e gengevi. Di cinque chiese maravigliosamente fatte, e per cui sono officiate. Della terra chiamata Paleacate, anticamente Salaceni, e della gran quantità e varietà di gioie che quivi nascono, e come si costuma di vender gli elefanti.

Il regno di Paleacate confina per terra ferma col re di Narsinga, ch’è gentile e principal re di tutta l’India, ed è il più ricco signore che sia di questa banda fino al mar, Batticala, Onor e Brazabor; e lassando il paese de Malabari, ch’è giunto con la marina, s’estende per terra ferma fino al sino Gangetico, dove è il signor de Coromandel, e Paleacate, di là dal capo di Commari, detto Pelura anticamente. Tre altre fortezze sono in detto paese de Malabari, cioè Canonor, Calicut e Cuchin, dove al presente i Portoghesi caricano pepi e gengiovi per Portogallo, né consentono che si carichino per altre bande, e massime per Adem e per la Mecca, a fine che non passino in Alessandria: al che tengono grandissima custodia, mandando ogn’anno allo stretto del mar Rosso armata, acciò non passino altre navi, e hanno fatto tal provisione che sarà necessario che di Venezia vadino a fornirsi a Lisbona.

I signori della terra de Malabari sono tutti gentili, e gli abitatori gran parte mori, altri giudei, altri cristiani di san Tommaso: e ancora sono in piedi certe chiese, che dicono esser fatte maravigliosamente. Una è posta vicina a Cochin cinque leghe, in uno luogo detto Elongalor; l’altra è posta in Colon: le quali sono officiate da certi Armeni che passano all’India alla cura di tai cristiani. L’altra è in Coromandel, principale di tutte, dove l’anno passato fu Piero d’Andrea Strozzi, che dice in essa esservi sepolto san Tommaso, e che ancor si vede un sepolcro antico di pietra, e a presso d’esso esservi un altro sepolcro d’un Etiope cristiano delle terre del Prete Ianni, ch’andava in sua compagnia, e che nelle parti della chiesa ci sono certi intagli con lettere, le quai egli non poté intendere. Dice anche esservi una forma d’un piede incavato in una pietra, di mirabil grandezza e fuori della natural moderna, che dicono essere stata fatta per san Tommaso miracolosamente. Piacendo a nostro Signor, egli tornarà costà fra un mese e levarammi seco, e però mi riserbo a un’altra volta a dare di ciò meglio il particolare a V.S. e anche ogn’altra cosa più chiara.

Vicino a Coromandel, detto Messoli anticamente, è un’altra terra chiamata Paliacatte, e anticamente Salaceni. In questa terra si trova grandissima quantità di gioie d’ogni sorte, che vengono parte di Pegu, dove nascono rubini, parte da un’isola che giace a riscontro del capo di Commari, che si chiama Zeilan, in altura della banda di mezzogiorno di gradi sei e di settentrione verso il sino Gangetico in otto gradi. Qui nascono la maggior quantità e di più spezie di gioie che nel resto di tutta l’India, cioè zaffiri perfetti, rubini, spinette, balasci, topazii, giacinti, grisoliti, occhi di gatta (che da’ Mori sono avute in grand’estimazione) e granate. Dicono ch’il re di essa tiene due rubini di tanto colore e sì vivo, ch’assimigliano a una fiamma di fuoco: ma perché essi gli chiamano con altro nome, io stimo che debbano esser carbuncoli, e di questa sorte rari si trovano. Cogliesi anche in questo luogo la cannella, che per tutto si naviga. Tiene il paese gran copia di elefanti, ch’essi vendono a diversi mercanti dell’India mentre che sono piccoli, per potergli domesticar: e costumasi a vendergli tanto il palmo, crescendo sempre di prezzo con detto palmo, secondo la grandezza dell’elefante.

10
Come questa isola Paliacatte non fu posta da Tolomeo, il quale in molte cose è diminuito, pretermesse anco da lui dodecimila isole nella costa di Monzambiqui; e come in detta isola nasce ambracan e molti diamanti, dove Piero Strozzi ne comperò uno bellissimo, che pesò caratti 23. Del castello Malacha e del fiume Gange.

Quest’isola non pose Tolomeo, il quale trovo in molte cose diminuito, né pose ancora dodicimila isole che sono dalla costa di Monzambiqui andando sempre a cammino verso le bande di Malacha, di sotto dell’equinoziale. E vedesi per la navigazione de’ Portoghesi molto diminuito e falso nelle sue longitudini, cominciando dalle regioni Sinare fino alle isole che lui chiama di Buona Fortuna; situò male la Taprobana, come per la carta del navigare che don Michiele di Selva, orator del re, recò a Roma, potrà V.S. comprendere.

In Paliacatte ancora nasce ambracan e diamanti, ma non sì perfetti come quelli che nascono in Narsinga, per esser molto gialli, avenga che da’ Mori siano tenuti in maggior prezzo che gli altri chiari. In questo luoco esso Piero Strozzi comperò un bellissimo diamante chiaro e netto in rocca, qual pesò caratti 23, ed è delli bellissimi pezzi che siano stati venduti in India da un tempo in qua: nel suo ritorno, che sarà in termine di due anni, lo porterà a Lisbona. Questo m’è parso farne intender a V.S. però che mi pare che sarebbe degno d’un signor grande com’è quella. I smeraldi non so dove naschino, e di qua sono in maggior riputazione che nessun’altra sorte di pietre, così come nelle terre nostre.

L’ultimo castello che i Portoghesi tengono nell’India è Malacha, terra già di maggior tratto che nissuna parte del mondo, alla qual navigano dal sino Gangetico le navi di Bengala, regno che vicina dalla costa del mar col regno di Decan, fra Bengala e Paliacatte, che termina per terra col re di Narsinga; e Bengala da terra ferma vicina con un regno detto Deli, il quale dentro da terra vicina con Narsinga. In questa parte di Bengala ci intra il fiume Gange, nel sino detto dal suo nome Gangetico, ed è posto in 23 gradi sotto il tropico del Cancro; nel detto sino navigano ancora del paese di Pegu, che confina per la costa con detto regno di Bengala e Liqui. In Pegu trovasi gran quantità di rubini, benzuì e laca; tiene dalla parte della costa Malacha e da terra ferma il Disuric, il quale è signore infra terra fino alla Cina.

11
Come la terra detta Malacha già si chiamava Aurea Chersonesus, dalla qual si naviga a Sumatra, qual dicono esser la Tabrobana, non ancora da ogni parte scoperta. Delle terre de’ Piccinnacoli e del Verzino. Le mercanzie che portano i mercatanti di Cina che vanno a Malacha per speziarie; della qualità e costumi degli uomini di quel paese.

L’ultima terra della banda di mezodì è Malacha, posta sopra la linea dell’equinoziale, in duo gradi d’altura, detta già Aurea Chersonesus. Queste terre di Bengala e Pegu dominano i Mori, e Malacha i Portoghesi: i quai Mori stanno sempre in guerra con gentili della terra ferma. Navigano ancora da detta Malacha all’isola di Sumatra, che dicono esser la Taprobana, non ancora da ogni parte discoperta, per esser molto grande. Qui trovasi infinito pepe, che si naviga per la Cina, terra fredda posta nel sino Magno, e nascevi anco pepe lungo, belzuì e oro, che contrattano in Sumatra per Malacha, che dalla parte di mezodì guarda questa isola, la qual sotto la linea dell’equinozial si trova, e nella quale quest’anno va fattor Giovanni da Empoli nostro fiorentino.

Dalla parte di levante sono le isole dove nascono i garofani, dette Molucche, e dove si trovano le noci moscate e macis; in altre il legno aloe, in altre sandali. E navigando verso le parti d’Oriente, dicono esservi terra de’ Piccinnacoli, ed è di molti openione che questa terra vada a tenere e congiungersi, per la banda di levante e mezogiorno, con la costa del Bresil o Verzino, perché per la grandezza di detta terra del Verzino, non si è per ancora da tutte le parti discoperta. Il qual Verzino per la parte di ponente dicono congiungersi con l’isole dette le Antile, del re di Castiglia, e con la terra ferma del detto re.

Dalla parte di settentrione, per il sino Magno, navigano ancora a detta Malacha per spezierie i mercatanti della terra di Cina, e portano di loro terra musco, reubarbaro, perle, stagno, porcellane e sete e drappi di ogni sorte lavorati, damaschi, rasi, broccati di molta perfezione, perciò che gli uomini sono molto industriosi e di nostra qualità, ma di più brutto viso, con gli occhi piccoli. Vestono a costume nostro, e calzano con scarpe e calzamenti come noi. Credo che siano gentili, avenga che molti dicono che tengano la nostra fede, o parte di essi. Quest’anno passato navigarono alla Cina nostri Portoghesi, i quai non furno lasciati scendere in terra, che dicono così essere costume, che forestieri non entrino nelle loro abitazioni. Venderono le lor mercanzie con gran profitto, e tanto dicono essere d’utilità in condurre spezierie alla Cina come a Portogallo, per esser paese freddo e costumarle molto. Sarà da Malacha alla Cina cinquecento leghe, andando a tramontana.

12
De’ costumi del re di Cina, e del presente fatto per l’ambasciadore del Sofì nominato siech Ismael al maggior capitano di Ormuz, dove si trovavano infiniti oratori delle regioni circonvicine.

Il re di questa regione non si lassa mai vedere né parlar, eccetto che da un solo, e quando alcuno vuole espedizione o altra cosa, lo fa intendere a un deputato, e quello all’altro: e così va d’uno in altro, fino a cinquant’uomini, alle orecchie del re. Tutte le sopradette fortezze ha edificate a usanza nostra il capitano maggior passato, il signore Alfonso d’Alburquerque, il qual nel giunger nostro in India stava in Ormuz, dove trovavansi infiniti oratori delle regioni convicine al sino Persico, e fra essi l’ambasciador del Sofì nominato siech Ismael, molto onorato, che presentò al capitan maggiore bellissimi cavalli, infinite turchine e una scimitarra molto ricca, adornata con sua vagina d’oro, perle e pietre preziose. E dicono che siech Ismael molto desidera l’amicizia del re di Portogallo, ed esser inclinatissimo alla benevolenza di tutti i Franchi. In Persia alla sua corte vi furono uomini nostri, da esso ricevuti e onorati e presentati, ch’è signor molto liberale: e fecero per terra, prima che vi giungessero, tre mesi di cammino.

E stando noi nell’India dapoi un mese, don Garzia della Crognia, nipote del capitan maggiore, avea deliberato questo anno passar allo stretto del mar Rosso, a destrugger l’armata del soldano (se è vero ch’ella vi sia) e far una fortezza o in Dalaccia o in Suachem, isola in diciotto gradi, dove imbarcano i religiosi che di Etiopia passano in Gierusalem, che così era questo anno sua volontà, e discoprire i cristiani d’Etiopia. E dipoi detto capitano maggior, lassato che ebbe Ormuz munito d’arme e mille uomini di guerra, con sedeci vele se ne tornava per India, e nel cammino li furon mandate lettere da Melchias di Diupatam, terra di Cambaia, nelle quai gli diceva che si mettesse ad ordine per tornar a Portogallo, perché nell’India vi era un altro capitano maggior e capitani di castelli. E leggendo come certi gentiluomini, che egli avea mandati a Portogallo prigioni, erano tornati in India più onorati che prima, e che, poi che il re li mandava all’India, non teneva per bene quanto egli avea fatto ed era segno d’indignazione, detto capitano ne prese tanta passione che, ricaduto nella infirmità ch’in Ormuz avea tenuto, uscendo della barca in Goa diede fine alla sua gloriosa vita, doppo tanti travagli in dieci anni avuti nell’India, che, atteso le grandi imprese ch’egli ha condotto a fine, non fu già gran tempo un tal capitano nelle nostre parti, così di consiglio come d’audacia. Nell’India al presente si trovano quattromila uomini portoghesi, e fra un mese si partono mille, per Ormuz prima e poi allo stretto del mar Rosso, a fine che le navi non possino andar alla Meca e debbiano voltare alla banda di mezzogiorno, alle isole, che sono in numero dodicimila, per pigliar tutte le navi che navigano senza sicurtà, e dipoi all’isola di Zeila e a Coramandel.

Quest’anno non andremo noi al detto viaggio, ma si ordina per l’anno che viene che ‘l capitan maggiore passerà là con tutte le navi per trovare l’armata del soldano, s’ella vi sarà, e far far una fortezza nel mar Rosso, e porre in un delli porti dell’Etiopia gli ambasciadori, cioè Matteo del Prete Ianni e Odoardo Galvan di sua Maestà, e noi altri, per andare alla corte di detto Prete Ianni: che Dio lassi seguir tutto, in conservazione e accrescimento della santa fede nostra.

L’animo mio è di fermarmi alcun tempo in queste parti e riferire alla V.S. il sito e nomi delle regioni e divisioni delle terre orientali, così del Prete Ianni come dell’India, perché vedrò poi di scorrer dentro alla terra ferma e riscontrar con l’altura de’ gradi e’ nomi antichi che pose Tolomeo, con moderni che oggi sono: e per questo porto meco l’astrolabio e molt’altri stromenti necessarii, perché altrimenti non si può saper se non in confuso, com’ora io scrivo a V.S.,conciosiaché questi Portoghesi non si curino d’intendere delle cose di terra ferma, perch’il profitto loro è al mare e non alla terra. In questo viaggio è morto un figliuolo dell’ambasciadore del Prete Ianni e un frate d’Etiopia. Né mi sovenendo altro per ora faccio fine, pregando il nostro Signor Dio mi doni grazia che, nel ritorno mio, possa trovare V.S. con quella felicità che lei desidera.

Di Cochin, terra d’India, il VI di gennaio MDXV.

 

 

 

Lettera II

ANDREA CORSALI FIORENTINO ALLO ILLUSTRISSIMO PRINCIPE E SIGNOR IL SIGNOR DUCA LORENZO DE’ MEDICI, DELLA NAVIGAZIONE DEL MAR ROSSO E SINO PERSICO SINO A COCHIN, CITTÀ NELLA INDIA, SCRITTA ALLI XVIII DI SETTEMBRE MDXVII.

Come i Portoghesi, cominciando dall’estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha fino al stretto del sino Persico di Ormuz e mar Rosso, hanno edificato molte fortezze, castella e città. Della costa di Fratacchi, dell’isola di Soquotora, e della qualità e costumi di quegli uomini. Descrizione del sangue di drago, dell’aloe soquoterino e ambracan.

Già due anni passati, per la lettra scritta alla felice memoria del magnifico signor Giuliano, intese V.S. quanto si andava ampliando in queste parti orientali la gloria de’ Portoghesi, i quali, essendo entrati per forza d’arme in diverse terre, isole e porti principali, cominciando dalle estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha, detto dalli antichi Aurea Chersonesus, fino al stretto del sino Persico d’Ormuz e mar Rosso, vi hanno voluto in quello edificare molte fortezze, castella e città, le qual tenendo del continuo ben munite e pronte al soccorso l’una dell’altra, giudico, essendo loro signori del mare, che siano inespugnabili. Per l’ultima armata ritornata, essendo di grave infirmità ditenuto, come aviene a chi del natural clima in opposito si transmuta, non scrissi cosa alcuna.

Questo anno mi dettero lettere di V.S. illust. e per esse intesi la morte del magnifico signor Giuliano, il che mi fu tanto molesto che di più non era possibile. E fummi dall’altra parte gratissimo lo intendere dello stato al qual V.S. meritamente è pervenuta, e degnatasi scrivermi in sì remote parti, che non fu poca mercede, massimamente faccendomi tante offerte, laonde mi fa debitore che, prima ch’io mi riduchi nella patria, piacendo a nostro Signor, io visiti buona parte di queste terre d’India, Persia ed Etiopia, per potere nel ritorno mio darle qualche particolar informazione, poi che di presente, venendo tardi del mare Rosso e per la accelerata espedizione di queste navi, non posso né a V.S. illust. né a me istesso a mia volontà sodisfare.

Ma essendomi il pregare un onesto e lecito comandamento, più con certissima veritade che con retorici colori o parlare elegante procedendo, darò notizia come l’anno passato Raysalmon e Amyrasem, capitani generali dell’armata del soldano del Cairo, erano usciti del mar Rosso e venuti nel porto d’Adem con XX galere e molta gente di guerra, con determinazione di passare in India per nostra destruzione, e che sopra certe differenzie combattevano la città sforzatamente. Per questa causa il magnifico Lopes Soares, nostro capitan maggiore, avendo doppo la sua venuta la maggior parte del tempo occupata in far nuove navi e galere e restaurare molte altre che nell’India si trovano, però che il re gli comandò che passasse nel mar Rosso contra l’armata del soldano, e de quivi desse ordine come gli ambasciadori fussero in Etiopia al re David, partì di Cochin il giorno di Natale con quaranta vele ben armate di artegliarie, fuochi artificiosi e altri instromenti a guerra navale convenienti: sì che erano venti navi grosse, otto galere, dodici caravelle, e in esse andavano duemila uomini portoghesi e d’altre parti d’Europa, e settecento cristiani de Malabari, arcieri di lancia, spada e targa. E fummo costeggiando fino a Goa, pigliando in essa e in queste fortezze di Calicut e Canonor vettovagli e per un anno. Partimmo poi della città e isola di Goa, alli otto di febraio 1516, e de lì traversammo per il mar Indico all’isola di Soquotora in ventidua giornate, che sono trecentoventi leghe a modo di ponente. La qual è in tredeci gradi di altezza, terminata da levante e mezzodì dal mare, e da ponente dal capo di Guardafuni, ch’è l’ultima terra di Etiopia, nel principio del sino Arabico distante dall’isola trenta leghe, in latitudine di dodici gradi, il quale gli antichi chiamano Zinghis Promontorium, e da esso tutti e’ naturali di questa costa sono Zinghi sino al presente giorno denominati. Da settentrione alla detta isola giace la costa di Fratacchi, nell’Arabia Felice, a quaranta leghe.

Questa isola di Soquotora è in circuito quindeci leghe, e mi pare, quando Tolomeo compose la sua Geografia, che era incognita appresso de’ naviganti, come molt’altre per decorso del tempo per questa navigazione novamente discoperta: il che non è di maraviglia, non essendo di costume a que’ tempi discostarsi molto dalla terra. Questa è abitata da pastori cristiani, che vivono di latte e butiro, che qui n’è grandissima abbondanzia; il lor pane sono dattili. Nella medesima terra è alcuno riso, che d’altre parti si naviga. Sono di natura Etiopi, come i cristiani del re David, con il capello alquanto più lungo, nero e riccio; vestono alla moresca, con un panno solamente atorno le parti vergognose, come costumano in India, Arabia ed Etiopia, massime la gente populare. Nell’isola non vi si trova nessun signor naturale: egli è vero che le ville vicine al mare sono signoreggiate da Mori di Arabia Felice, che, per il commerzio ch’essi tenevano coi detti cristiani, a poco a poco gli soggiogarono e impatronironsi. La terra non è molto fruttifera, ma sterile e deserta com’è tutta l’Arabia Felice; in essa vi sono montagne di maravigliosa grandezza, con infiniti rivi d’acqua dolce. Qui è molto sangue di drago, ch’è gomma d’un arbore il quale si genera in aperture di questi monti, non molto alto, ma grosso di gambo e di scorza delicata, e va continuamente diminuendo da basso in suso come ritonda piramide, in la punta della quale sono pochi rami, con foglie intagliate come di rovere. Di qui viene lo aloe soquoterino, dal nome dell’isola denominato. Nella costa del mare si trova molto ambracan; ancora gran quantità ne viene dell’Etiopia, da Cefala sino al capo di Guardafuni, e di questa isola dell’oceano.

2
Descrizione del cameleonte, e come varia i colori secondo gli obietti ch’egli ha innanzi, e per che causa.

Nel tempo che stavamo in terra io viddi uno animale che gli auttori chiamano cameleonte, e dicono ch’esso si nutrica solamente dell’aere, ed è molto tardo e pigro d’andatura, e ne’ suoi gesti a maraviglia allegro. La sua grandezza eccede alquanto la lacerta verde o vero il ramarro, sendo quasi d’una medesima specie: egli è alquanto maggiore di corpo, e di gambe molto più alto, le quali sono a similitudine di braccia umane. Tiene il dorso dal collo alla coda per la schiena punteggiato come trota: vero è che le macchie sono rilevate dalla pelle, come bottoncini variati di colore; il corpo è ruvido e macchiato come la schiena, ma con bottoni minori e più bassi, che lo fanno in vista molto formoso. Gli occhi di questo animale sono di maravigliosa bellezza, e fa contrario effetto di tutti gli altri, e sono di colore bianco, verde e giallo: egli pare che, senza volgere nessuna parte del corpo, gli volti e adrieto e poi dinanzi, guardando con essi per ogni banda, e con un solo da una parte e coll’altro al contrario. La coda è lunga e alquanto ritorta, macchiata com’è la schiena. Il suo colore è soverchiamente verde chiaro, massime la parte di sopra, donde lo ferisce il sole, però che da basso del corpo è più bianco che d’altra qualità; è variato nondimeno per tutto di rosso, azzurro e bianco.

Non lascierò di dire doppo quel ch’io viddi, avenga che molti mi terranno per bugiardo, che la variazione fa secondo i soggetti che gli son posti, perché, sendo sopra cosa verde, rinverdisce la sua verdura; se sopra il giallo, si transmuta alcun tanto in verde giallo; sendo sopra a soggetto azurro, vermiglio o bianco, non muta il verde, ma i punti azurri, vermigli e bianchi si raccendono con più vivo colore; e maggior variazione fa sopra il negro, perché stando in suo contento non è negro, e ponendolo in cosa negra, il bianco, azurro e rosso diventa oscuro e negro, e perde alquanto la vivacità del color verde. Questa sua mutazione, a mio giudicio, è causata dal piacere o discontento che piglia secondo i soggetti in che gli è posto: nei colori lieti mostra letizia in rinovargli, e ne’ colori tristi tristizia in oscurare sua bellezza, perché, non sendo sopra color nessuno, viddi più volte cangiarlo di colorato in negro, con timor o discontento, quando era preso o molestato. Pascesi di vento aprendo la bocca, la qual serrando, si vede manifestamente crescergli il ventre e abbassarsi a poco a poco.

In questa isola sono molte ville, con casamenti fatti di rami di dattili e chiese murate come le moschee de’ Mori, con altari a nostro costume. E non è molto che i Portoghesi fecero una fortezza, e discacciarono e tagliarono a pezzi tutti i Mori dell’Arabia Felice; dipoi per esser la terra silvestre e senza profitto si disfece, e ritornando i medesimi Mori un’altra volta nell’isola, gli soggiogarono alla banda del mare, come di primi. Al presente per timor di noi altri fuggirno alle montagne, non lasciando venir i cristiani a parlare con noi, né a vender cosa nessuna. Per questo non intesi i particolari e cerimonie circa alla nostra fede, salvo da alcuno che stette nell’isola da principio, ch’aveva gran tempo che furno convertiti da uno apostolo del nostro Signor Iesù Cristo; e per la passione ch’egli portò per noi sopra il legno della Croce, osservano e adorano la Croce con grandissima reverenza, guardando la domenica e molte feste comandate, nelle quali vengono alle chiese colle donne e loro figliuoli: egli è vero che esse non entrano dentro, ma restano nell’atrio o cimiterio ch’è di fuori. E il sacerdote (da loro abbune è nominato) mantiene fra essi giustizia nella detta isola.

3
Descrizione della città di Adem, e che mercanzie navigavano a questa città, prima che i Portoghesi soggiogassero il mar dell’India.

Dapoi che pigliammo acqua, che fu alli quattro di marzo, prendemmo il viaggio nostro e passammo el ditto capo di Guardafuni, a vista di Etiopia, e de lì traversammo all’altra costa di Arabia Felice, e arrivammo in Adem alli XIIII di marzo, la quale è discosto da Soquotora CXX leghe in XIII gradi. Adem è porto e scala principale di Arabia e d’Etiopia, terra di ragionevole grandezza, essendo quella delli luochi vicini la più formosa, per quanto dimostra di fuori il suo spettacolo: è nobile e ricca e di grandissimi edificii di pietre ornata, maravigliosa di sito, e di fortezza tale ch’io non viddi, né spero di vederne nessuna, né sì forte né sì ben posta. Perché dalla banda d’Arabia Felice, che la termina da settentrione, da una terra bassa e piana procede una gran montagna, che si estende al mare ben due leghe, la qual la cinge intorno da tre bande; perché da ponente un braccio di mare entra tanto dentro della terra che detta montagna, tenendo l’Arabia solamente un banda, con la quale è congiunta, resta quasi come isola, tagliata da tre parti del mare, tanto precipite e acclive suso alla summità, che pare impossibile che per essa si possa salire. Dalla parte di levante, dove è un porto maraviglioso e sicuro, appiè di detta montagna, nel mezzo d’essa, tiene un spazio non molto grande di pianura, dove fu edificata questa città a somiglianza d’uno semicirculo, perché dalla detta sommità sino alla riviera del mare vengono due ale di monti, distanti l’uno da l’altro mezza lega, che, congiungendosi al mezzo della montagna maggiore, fanno come circunferenzia. In queste ale sono mura fortissime che procedono sino al mezzo di detta montagna, la quale circuisce la città senza muro, la quarta parte servendo il monte in luogo del muro. Nella distanzia delle due ale, nella pianura abbasso è posta Adem, congiunta con la riviera del mare, nella qual è tirato un muro da una ala all’altra, che serve come diametro: detto muro è grossissimo, con suoi torrioni per difendersi da ogni assalto. Da questa parte è molto travaglioso il combatterla, ancora che sia più facile che da nessun’altra banda, però che dalla terra ferma non si può, avendo a passare per una valle per mezzo di due monti, prima che si pervenga alla porta della città. All’entrata della quale sono duoi castelli che, per esser il sentiero angusto e difficultoso, possono facilmente difendere il passo a poca gente e a molta. Dalla banda di ponente l’acclività del monte precipite non lo consente, nella sommità del quale sono XXV castella superiori alla città, sopra a certi massi come la Verrucola di Pisa, edificati in diverse parti con ragionevoli spazii, che con pietre e altri instromenti possono difenderla e distruggerla. Congiunto con la città al mare è uno scoglio, che difende il porto e muro della terra, dove sono quattro torrioni con molta artegliaria ben ordinati: e fra lo scoglio e la città stanno le navi sicure da ogni tempesta.

Questa terra d’Adem, come tutte l’altre di Arabia e d’Etiopia che sono appresso il mare, non tiene alcuna acqua, né per pioggia ne per natura, perché di maraviglia piove in questo clima in cinque o sei anni di spazio. Qui sono bonissime frutte d’ogni sorte, che vengono dalla terra dentro, e della medesima qualità che sono nelle terre nostre. Gli arbori si mantengono dell’umore radicale e di rugiada, che cade in gran copia in queste parti; l’acqua portano dalla terra ferma, lungi dalla città quattro leghe.

A questa città, prima che i Portoghesi soggiogassero il mar d’India, navigavan da diverse regioni grandissima quantità di speziarie, droghe medicinali, odori, tinte e gioie, panni di seta finissimi e di cotone, e d’ogni qualità di mercanzie orientali; e de lì si transferivano per terra in Arabia, nella Soria e in Asia Minore, sino ne’ porti di Damasco e d’Aleppo, e d’altre parti si distribuivano per l’Etiopia. La maggior quantità veniva per mare al Zidem, porto della Mecca, e a Suese e altri porti del Cairo vicini al monte Sinai, e quivi per Alessandria, d’onde si navigavano per la nostra Europa. Ed era tanto il profitto di tal commerzio che in questa parte Malacha, Calicut, Ormuz e Adem, principali porti dove tal mercanzie facevano capo, erano stimate le più nobili e ricche terre d’Oriente, come delle nostre bande il Cairo e Venezia, che ben sa V.S. illust. quanto si augumentavano. E non dee esser tenuto per maraviglia che siano a tanto stato e grandezza pervenute, perché questi Mori non si contentavano di guadagnare nelle loro navigazioni cento per cento. Dopo la venuta de’ Portoghesi, mancando l’utilità di dette terre e soggiogate la maggior parte d’esse, si ritrasseno e’ mercanti principali per la terra ferma e per altre parti dove navigano i Portoghesi, il che cominciò annullare il nome e la grandezza di tal terre. Questo fu non solamente detrimento per l’India, ma del Cairo e di Venezia, che tenevano la principal entrata di speziarie, perché, essendo i Portoghesi signori del mare, non lassano trarre nessuna sorte di esse né navigare senza loro licenza, o senza pericolo della vita o di perpetua servitù: la qual licenzia di andare a Mori non concedono. Per questa causa per maraviglia là vanno navi, e se pur alcuna per aventura vi va, non può levare tanta speziaria che più non sia necessaria per l’Arabia e per Etiopia, dove sono nel medesimo prezzo che in Europa.

4
Come, arrivati in Adem, vennono ambasciadori di Amirmirigian, e feceli intender quanto desiderassino la pace con Portoghesi, e dettegli nuove dell’armata del gran soldano entrata nella terra ferma di Arabia, conquistando quel paese; e la risposta fattali per il capitano maggiore. Dell’isola detta Babel.

Subito che fummo arrivati, il nostro capitano generale in segno di pace mandò a salutar il porto con tutta l’artegliaria. In questo vennono ambasciadori di Amirmirigian governatore a visitarlo, e fargli intendere quanto desiderassino la pace con Portoghesi, e offerire ogni necessario rinfrescamento per l’armata. Questi dettero nuove come Amirasem, uno de’ due capitani del soldano, era entrato nella terra ferma di Arabia con 1800 uomini bianchi, de’ quali ve n’erano 700 schioppettieri e 300 arcieri, e che di già avevan preso Zibid e Taesa, terre principali del regno di Adem, e robbato infinite ricchezze, di che pagavan soldo a molta gente di Arabia; e che si era congiunto con un signore di essa naturale, e inimicissimo del re di Adem e di suo regno rebelle, il quale andava con detto Amirasem del continuo conquistando ed entrando per la terra ferma; e che stavano vicini ad Almacharana, ch’è una fortezza dove è tesoro d’infiniti re d’Adem, in tanta quantità che, per non parer bugiardo, lascio di scriverlo. Il re si trovava a difensione in questa parte del suo regno con 80000 uomini di guerra, né potevano alla gente del soldano resistere, rispetto alle artegliarie da campo e schioppetti ch’essi avevano. Poi più oltre come Raysalmon, l’altro capitano, saltò nel porto d’Adem con l’armata che levò da l’isola di Cameran, ch’è dentro del mar Rosso, e con 1200 persone che egli avea la combatté, il che durò XV giorni, e gittò per terra parte del muro: e all’entrar dentro trovò grand’ostaculo, perché di terra ferma soccorreva tanta gente la città che i Mamalucchi, più per il danno grande che per loro volontà, si ritrassero con le galere tutte aperte per il trar delle artegliarie, e che dopo tornaron per il Zidem.

Il capitano maggiore, ricevutti gli ambasciadori onoratamente, disse che gli doleva molto non aver trovato tal armata al mare, e non già tirata in terra; tuttavolta che sua volontà era di passar al Zidem, e che non avea necessità d’altro che d’un pilotto che al detto porto lo conducesse, e che dicessino al governatore, poi ch’il re stava assente, che gli mandasse alcuno esperto di tal navigazione; e in quanto alla pace, che il re di Portogallo non faceva guerra se non a chi la voleva, né negava pace a chi la domandasse, e che sopra essa alla sua tornata darebbe ispedizione. Tornarono gli ambasciadori a terra, e dipoi menarono quattro pilotti e molto rinfrescamento di carne, pane e altre frutte: e così partimmo del porto d’Adem dopo i due giorni di nostra venuta, e fummo alla bocca dello stretto del mar Rosso in un dì e mezzo, che furono XXX leghe di cammino, la quale è posta in XIII gradi. E nell’entrata di essa nel mezzo del mare è una isola detta Bebel, che non è bassa, ma sterile e senza verdura nessuna, come tutte queste coste d’Arabia. L’isola è di circuito di due leghe, distante dalla terra di Arabia una lega, e altrotanto dalla Etiopia. In essa dicono anticamente che stavano due catene di ferro, che traversavano d’ogni banda della terra e difendevano l’entrata e salita del mar Rosso.

5
Come l’armata di Portoghesi fu costretta dal vento a levarsi dall’assedio di Sacacia e andare scorrendo per il mar della isola Suachem.

Alli XVII di marzo entrammo dentro con grandissimo vento, e nell’entrata pigliammo una nave di Cambaia, che veniva di Zeila con certi Turchi e Mammalucchi, carica di mercanzie e vettovaglie: e la medesima notte con grandissima tempesta la perdemmo, con altre navi indiane, che venivano in nostra conserva, de cristiani de Malabari, e una fusta nella qual erano LX uomini portoghesi, della qual dipoi mai non avemmo notizia. Fummo per il mar Rosso a cammino per la Mecca, passando a vista di molte isole grandi, diserte e inabitate, per la carestia dell’acqua che è in questa parte. E cominciando già i venti contrarii che in questi tempi soffiano per le navi che tornano d’India, tardammo dalla bocca al porto del Zidem XXV giorni, che furono leghe CC di cammino. Essendo vicini al porto già detto VIII leghe a vista della terra, con la gente e artegliaria ad ordine per saltare l’altro giorno nel porto e combatter la città e destrugger l’armata, fu tanta la nostra disaventura, o volontà dell’Altissimo, ch’il vento che era a poppa si voltò per la prua, né potemmo andar un passo avanti: che causò grandissimo danno a tutta l’armata e gente di essa, non potendo destrugger le galere del soldano né conquistare Sacacia, città come il Zidem, la quale senza dubbio era nostra, perché a questo tempo stava disprovista e senza difensione alcuna. Questo fu cagione ancora che gli ambasciadori che noi levavamo per il Prete Ianni non andassero a lor cammino, e fu tanto il danno che fece questo pessimo tempo, che per aventura non fu altro simile in queste parti, che ben si può dire che nessuno si può confidare in certezza di mare.

La nostra nave, dove veniva l’ambasciadore del Prete Ianni, per essere grande e forte, levava per poppa una grandissima nave di Malacca detta giunco, che così si chiama una certa sorte di navili che vengono dalla Cina, ne’ quali andavano li cristiani indiani, e per non poter navigare tanto come l’armata, era necessario la levassimo. E cominciando di continuo il vento e ‘l mare a farsi grande, per il peso del giunco non potevamo andar tanto a orza come l’armata, ma di continuo più a sottovento; e per essere vicini a certi bassi, essendo l’armata già sopravento da essi passata avanti, noi non potemmo passargli, e fummo necessitati mutarci in altra volta del mare. E quando tornammo al medesimo cammino, restammo indrieto quattro leghe e a sottovento di detta armata, la quale perdemmo la medesima notte, senza poterla mai in questi giorni rivedere. Fummo parando al vento e alla tempesta quasi incomportabile due giorni, sperando di nuovo congiungerci, se non in altro luogo, al meno al Zidem. E in questo tempo si aperse il giunco per la gran fortuna che era in mare, non sendo sì forte come le nostre navi, e fu necessario ch’accogliessimo tutta la gente che in esso andava a fin che non si perdesse: il quale dipoi fu al fondo.

E questo fu il venerdì santo, nel quale per l’altura del sole trovavamo esser discaduti XXX leghe del nostro viaggio, e non cessando il vento, ma continuamente crescendo, trovandoci con poca acqua e molta gente, né sapendo dove la potessimo pigliare, determinammo di tornare all’isola di Cameran mentre ch’il tempo serviva per quella parte, con timore di calma o che non si mutassi in tempo che non potessimo arrivare in alcuna parte. E non avendo altro rimedio a nostra salvazione, demmo volta per detta isola, e il pilotto errando il cammino fu a levarci in Etiopia, all’altra costa, la quale (per esser in queste parti il mare più largo che in nessun’altra di questo stretto) è larga dall’altra di Arabia 30 leghe. Fummo al lungo la detta costa con intenzione d’entrare nella isola di Suachem, che è messa in un braccio di mare dove i cristiani di Etiopia s’imbarcano per Gierusalem; ed essendo già in latitudine di XVIII gradi, in che detta isola è posta, non potemmo mai conoscerla.

In questo tempo avemmo vista d’un navilio di Mori che per la detta isola navigano, e fummo col battello ben armato per pigliarlo e da essi intendere donde detti fussero; i quali, subito ch’ebbero vista di noi, diedero in secco della costa e fuggirono, lasciando il navilio senza gente. Noi discendemmo in terra per trovar alcun modo di pigliar acqua, e non trovando abitazione alcuna, ci mettemmo a far pozzi; ed essendo l’acqua salmastra, ci tornammo alla nave con grandissima passione.

6
Della isola detta Dalacia. Come i Portoghesi patirno gran disagi per mancamento d’acqua, e d’un maggior pericolo che li sopravenne. Della montagna detta Bisan overo Visione.

Perduta la speranza di Suachem, determinammo passare a Dalaccia, ch’è un’altra isola nella medesima costa, dove già furono nostri navili nel tempo dell’altro capitano, che passò nel mar Rosso. E perché l’ambasciadore ci diceva fossimo là, che non la potevamo fallire, e che de lì andassimo al porto del Prete Ianni, dove ci saria dato quanto fosse necessario, de qui partimmo, andando sempre a vista di molte isole, fra le quali molte d’esse erano piene d’arbori e di verdura, che molte volte c’ingannò, perché, giudicando che tenessino acqua, fummo là col battello, né mai potemmo discoprirla, ma di continuo perdendo tempo andavamo per perduti, più l’un giorno che l’altro disperandoci, salvo che della misericordia di Dio, che era cosa miseranda a vedere in quanta necessità ci trovavamo. La gente del Malabare, uomini di più debile complessione, cominciorno a morire a visibile sete; alcuni, aggiungendo male a male, si saziavano con acqua salata; molti anche con disperazione si lanciavano in queste isole disabitate; altri per la sete incomportabile accecavano, senza mai tornare nell’essere di prima; alcuni altri morivano come cani rabbiosi.

Andando in questa disperazione ci sopravenne maggior pericolo, perché, lasciando il vero cammino, il quale era lungo la terra, una notte ci allargammo al mare per più sicura navigazione, e venuto il giorno ci trovammo circuiti d’infinit’isole e scogli e bassi, e tanti ch’era impossibile il contarli: e non potendo tornare indrieto, per il vento che ci sforzava d’andare avanti, né sapendo il cammino per onde fusse, mancando l’acqua quasi del tutto, dubitammo grandemente della nostra salvazione. Quest’isole ci detennono molti giorni, non potendo di notte navigare, perch’era necessario che il battello andasse avanti alla nave per discoprir fondo donde potesse passare, e talora surgemmo tre o quattro volte per giorno, con grandissima fatica di tutti e passione d’animo in dar le vele e ordinare la nave, non potendo i marinari supplire a tutto.

Così, navigando sempre col piombo in mano, fummo con tanto riguardo che venimmo a cert’isole maggiori, dove il mar era più largo, e in esse avemmo vista di certi navili che venivano di Dalaccia a pescar perle, i quali ne dettero grandissima speranza che Dalaccia saria vicina, stando noi quasi nella sua latitudine, che sono XVI gradi. Fummo dietro ad essi navili, i quali, fuggendo a vele e a remi, si raccolseno in una isola grande che per la nostra prua si dimostrava, per onde pigliammo il cammino. E vicini alla notte volendo buttar l’ancora in un’isoletta, non trovando fondo, fu necessario che ci allargassimo al mare, aspettando fino al giorno fra la terra ferma e quest’isola: dalla quale la mattina ci trovammo lungi IIII leghe, rispetto alla correntia dell’acqua ch’è nel canale fra l’isola e l’Etiopia, e quivi buttammo l’ancora, non potendo tornare ad essa per il tempo che si era mutato.

In questo mezzo l’ambasciador ci mostrò Dalaccia, e come si chiamavano molte altre isole vicine alla terra, e dove stava il porto del Prete Ianni, ch’era nella costa di Etiopia, non più lungi che quattro leghe, abbasso di una grandissima montagna detta Bisan, o ver la Visione, nella quale è un eremo di religiosi con una chiesa dedicata ad Abraam: e in essa abitava uno episcopo di santa vita, nominato abbuna Gebbra Christos, con monachi osservanti. E pregò il nostro capitano che fussimo con la nave in tal porto, che in esso stando la nave sicura, potria la gente restaurarsi della mala vita che tenevamo, e di qui certificarsi e chiarirsi della sua imbasciata. Il capitano non volse mai concedere che vi andassimo, pigliando varie iscusazioni; e non potendo dar le vele per il vento contrario, mandò il battello all’isola di Dalaccia, a discoprir alcuna acqua dolce, e dove potessimo alcuno giorno riposarci. Il quale tornando l’altro giorno con grandissima festa (presa una gelfa, navilio piccolo di Mori così chiamato), ci diede nuove di una isoletta congiunta con Dalaccia, abondantissima d’acqua e di bestiame, alla quale navigammo, in un porto ch’era fra una punta di Dalaccia e la ditta isola.

7
Come il re di Dalaccia venne a parlamento col capitano di Portoghesi, e che notizia s’ebbe in tal colloquio del stato del re David, ora chiamato Prete Ianni.

Lo primo giorno di maggio, fummo in terra CCCC uomini e ci assicurammo d’essa, perché li Mori, non avendo animo di aspettarci, fuggirno subito a Dalaccia. Nella gelfa che presero quando l’isola fu discoperta, menarono alla nave un Moro antico di essa naturale, al quale si fece molto onore, dandogli vestiti e panni di più sorte: e mandammolo a Dalaccia, accioché fussi a parlar al re, che la nostra venuta e presa della sua isola non era per fargli alcuno impedimento, se non di pigliare acqua e alcuno rinfrescamento, di che eravamo necessitati, e che quanto in essa si dannificasse pagaremmo a sua volontà, e che la nostra intenzione era di aspettar il capitan maggior, dal qual eravamo stati separati per fortuna, che di là aveva a passare. Il re, con questo assicurato, mandò ambasciadori, i quali subito conobbero Matteo, ambasciadore del re David, e li fecero grandissima riverenza e molta festa, mostrando di fuori gran contentamento della sua vista, e dissono che disponessimo di Dalaccia e di sue isole a nostra volontà. Di che il nostro capitano gli ringraziò molto, e disse che dicessero al re che fusse certo che il capitano maggiore gli resteria in grandissima obligazione, e che, per saper che erano in amicizia col re David, non avevano a ricever da noi se non onor e utilità, e che, mentre che quivi stessimo, mandasse a vender alla spiaggia alcune vettovaglie, e che tutto si pagarebbe per suo prezzo. Così essi tornarono contenti e sodisfatti, venendo il giorno seguente con presenti di latte, carne e mele; e dissero che il re desiderava parlare al capitano e all’ambasciadore, al qual portarono lettere del re, rallegrandosi di sua venuta.

Dopo tre giorni venne il re con 500 uomini da piedi, mal armati, con certi dardi, scudi e archi non molto buoni e alcune spade a nostro costume; i più onorati venivano in camelli e dromedarii e cavalli leggieri di Arabia, con varii instrumenti e suoni, a costume di quelle parti. Il re veniva vestito alla moresca, con una vesta d’oro e di seta variata, e di sopra un panno attraversato all’apostolica. Egli è giovane di XXV anni, di colore lionato bene scuro, come sono la maggior parte di Mori di Arabia Felice sino alla Mecca, con capelli lunghi e ricci. Fummo alla spiaggia col nostro capitano senz’arme, per segno di maggior amicizia, stando nondimeno sempre col battello sopra aviso d’alcun tradimento a costume degli Arabi. Doppo molte cerimonie, il capitano e l’ambasciador pregorono il re mandasse al Suachem per terra o per mar ne’ porti di Arabia a intendere della nostra armata e dar notizia di noi altri; il re così promise, e mandò un suo famigliare alla nave per lettere, e tornossene per la sua terra.

In questo colloquio avemmo alcuna notizia dello stato del re David, da noi nominato Prete Ianni e da’ Mori sultan Aticlabassi, e intendemmo il suo regno occupare quasi tutta l’Etiopia interiore e abbasso dell’Egitto: ed è opinione di molti che si estenda vicino a Manicongo, terra dalla banda di Ghinea del re di Portogallo. Va sempre alla campagna con padiglioni e tende di sete e varie sorti di panni, con tanta gente di cavallo e di piede che non tien numero né misura, di maniera che non costuma fermarsi in una terra più di quattro mesi, dove, consumate le vettovaglie e carne e legna, si lieva e transferiscesi per altre provincie, faccendo com’è a dir un divorzio: e pare che non torni là onde egli si parte di dieci anni. Al presente si trovava in Chaxumo, terra già Auxuma denominata, corrotto il vocabulo, come l’isola del Nilo Meroe detta, e ora Gueguere. Dicono ch’è giovane de XVIII anni, formoso e di colore di olivo, né si lassa vedere a nessuno in viso, salvo ch’una volta nell’anno per maggior stato, andando il resto del tempo con la faccia coperta; non gli parla nessuno se non per interprete, passando per tre o quattro persone avanti che pervenga a lui. Li naturali della terra sono segnati di foco, della qualità ch’in Roma si veggono. Questo non è segnale di battesmo, perché si battezzano con acqua come noi, ma solamente per osservar il costume di Solomone in segnare li suoi schiavi, donde è fama la casa del re di Etiopia esser discesa: perché dicono ch’una regina fu a visitarlo e, restando gravida, partorì un figliuolo dal qual discese tal generazione, e per questo, essendo dalla casa d’Israel, osservano i cristiani etiopi la legge antica e moderna, usando battesmo e circuncisione, e osservando la festività degli apostoli e de’ santi moderni, e de’ patriarchi e padri del vecchio Testamento. Qui dicono essere uno anello di Salamone e una corona e catedra del re David, tenuta in grandissima osservanzia. Piacendo a nostro Signore dare effetto a’ nostri desiderii, passando io in quel paese potrò dare più certo testimonio di questo, che non è se non per fama.

8
Del modo del pescar le perle. Dell’isola Baharem. Come in Zeilam nascono varie pietre preziose, e qual fusse anticamente detta isola di Zeilam.

Stemmo in questa isola di Dalaccia un mese intiero, la qual è in latitudine di XVI gradi, vicina alla terra d’Etiopia VII leghe. È di XX leghe di circuito, di sano aere, isola bassa e sterile con certi colli e valli pieni di pruni e stecchi, senza nessuno arboro fruttifero. Qui poco si semina, che la maggior parte della vettovaglia viene di Etiopia, che sono mele, miglio, butiro e qualche poco di grano; è buona solamente per pasture di capre, camelli e bovi, che qui sono in gran quantità per tutta l’isola, perché è abbondantissima d’acqua dolce, che è rara in queste parti. Cominciossi ad abitare per la commodità di quest’acque, e rispetto alle perle ch’intorno ad essa e ne’ bassi dell’isole circonstanti si generano, che tutte sono di questo re. Pescansi nel fondo del mare con una rete al collo, come vangaiuole, la quale dipoi ch’è piena di madre di perle, la legano ad una corda che pende con contrapeso dal navilio (in che vanno a pescarle) insino al fondo del mare, e tornati di sopra la tirano. Così costumano in Cefala, ch’è nella costa d’Etiopia, donde viene oro della terra ferma vicina a Monzambique, ch’è non troppo lontana dall’equinoziale; e questo medesimo modo usano in Baharem, che è un’isola dentro il sino Persico così chiamata, donde vengono le miglior perle e in maggior quantità che d’altra parte. Così nell’isola di Zeilam, di sotto di Calicut C leghe, dove nascono ancora i topazii, iacinti, rubini, zaffiri, balasci e alcuno carbonculo, lesicione, occhi di gatta e granati e grisoliti, che in questa sono in grandissima abondanzia; da essa viene la buona cannella, che non si trova in altre parti. Quest’isola di Zeilam mi pare la Taprobana, e non Sumatra, come mi dicono molti, quantunque l’anno passato scrivessi il contrario: dipoi avendo ben considerato, confermo che Sumatra non era a tal tempo scoperta. Similmente vengono le perle di là da Malacha, delle terre del Cataio o vero delle Cine, di certe isole del sino Magno, e in tutti li luoghi sopradetti si pescano d’una medesima maniera.

9
Quel che l’imbasciadore ricercasse il capitano mentre dimororno in Dalaccia, e quello li rispondesse il capitano. Come intesero l’armata ritrovarsi a Cameran, e che nuove avessero del soldan e del Zidem.

In questo tempo di nostra dimora in Dalaccia, l’ambasciador parlò molte volte al capitano della nave che mandasse il battello alla isola di Mazua, che era a nostra vista non più lontana che cinque leghe, appiè del già detto monte della Visione, perché dalla detta isola a terra non aveva più che una lega, dove era un porto de’ cristiani detto Ercoco, da’ quali, o da’ monachi dell’eremo della Visione, mandando là o loro venendo a Ercoco (come costumano), che è lungi dall’eremo dua giornate di cammino per la montagna, potevamo sapere certezza di sua imbasciata e di alcune dubietà che tenevamo, a fine che, quando ci congiungessimo col capitano maggior, non fusse necessario ditenersi in saper tali particolari, ma che potesse dare ordine che gli ambasciadori passassero. All’ultimo, non prestando il capitano fede a cosa che egli dicesse, gli fece requisizione per parte d’Iddio e del re di Portogallo, in publico, per mano dello scrivano della nave, al quale il capitano rispose che non levava reggimento del capitano maggiore di cosa nissuna, e se in questo andare e mandare risultasse alcuno inconveniente, ne poteva di esso dare buon conto: e per questo lasciò tal impresa, tanto facile a darli effetto, restando il tutto confusa e senza alcuna conclusione.

E stando già con determinazione di partire per l’isola di Cameran e di lì per l’India, i Mori di Dalaccia ci dettono nuove l’armata essere in detta isola di Cameran, e già sendo securi che non aveva a venire a Dalaccia, cominciarono simulatamente a ricalcitrare e mostrar che non curavano tanto della nostra amicizia come prima. Dipoi avemmo vista di due caravelle nostre, che venivano dalla isola di Cameran, ispedite dal capitan maggiore, le quali il giorno seguente comparsono nel porto dove stavamo sorti; e li capitani di esse vennero alla nostra nave con grandissima allegrezza e piacere di tutti universalmente, loro per trovarci, che ci giudicavano per perduti, e noi per il desiderio che tenevamo di saper nuove dell’armata. Le dette caravelle venneron con intenzione di scoprire i porti de’ cristiani, e levavano tre uomini, fra li quali era un Moro di Granata, astutissimo e di grandissima pratica, il quale il signor Alfonso d’Alburquerque aveva tenuto in ferri molto tempo, parendogli che con la sua astuzia poteva fare alcuna revoluzione nell’India contro a’ cristiani. Costui al presente lo liberorno, accioché andasse come mercante in Etiopia, e gli altri due Portoghesi come suoi schiavi, e che riportasse nuove in India di tale imbasciata, avendogli promesso alla sua tornata farlo scambadar della isola di Ormuz, che è officio molto grande di onore e profitto, e come appresso di noi consolo di mare.

Da questi capitani avemmo nuove che ‘l medesimo giorno che ci separammo dall’armata, e sendo vicini alla terra del Zidem dalla banda d’Arabia, venne alla nave capitana una guelfa, o vero navilio de’ Mori, dove erano XVIII cristiani di Grecia, di Corfù, Candia e di Scio e alcuno genovese, bombardieri maestri di far galere e calafati. I quali dissero che, nel principio che si cominciò a far l’armata del soldano, furno presi ne’ porti di Soria e mandati al Suez, donde s’armarono le galere, per servire a tal opra; e che al presente erano fuggiti, dando ad intendere al capitan moro che tornariano a Suez, e che determinavano di pigliar una nave grande, con pilotti, avanti che passassero nell’India o in Ormuz alle fortezze de’ cristiani. E vista l’armata nostra, ne vennero ad essa, e dettero nuove come il Zidem stava provisto di gente, però che in essa non aveva più che CCC Mamalucchi e Raysalmon, uno de’ capitani del soldano, perché l’altro era stato morto da detto Raysalmon (come si dirà), il quale aveva messo ad ordine due galere per passare al Cairo al gran Turco, che al presente dicono esser signore di Soria e Asia Minore, il quale lo mandava a chiamare; e che tutti gli altri Turchi, Africani e Mamalucchi erano sparsi in diverse terre, non li pagando soldo, e avevan lasciate le galere e le artegliarie nella riviera del mar, come quelli che non sospettavano di nostra venuta. Il Capitan maggiore, desideroso di arrivare al Zidem, stette XV giorni andando sempre in volta per non discader del suo cammino, e in questo tempo mai non poté entrare nel porto, per la gran fortuna che già dicemmo, per la quale fu al fondo una nave portoghese il sabbato santo (vero è che si salvò tutta la gente).

10
Come, essendo giunta l’armata di Portoghesi al porto del Zidem, fatto consiglio si determinò di non dar battaglia alla città, e per che causa. Del fiume Indo; dell’isola detta Diupatam; e come il capitano maggiore, dando ordine di partirsi, mandò a por fuoco a tre navi grosse e a un galeone di due coperte.

Nel tempo che vedemmo la terra del Zidem, all’entrata dell’armata nel porto, Raysalmon, avendo notizia di nostra venuta per gli uomini della terra, da’ quali fummo visti, ebbe commodità di munire la città di artegliarie e gente che dalla Mecca vennero: e passavan 10000, di diverse regioni, che vi erano in peregrinaggio, perché la Mecca non è più lungi dal Zidem che XII leghe. E subito che la nostra armata comparse, non restarono dì e notte di sbombardarla, senza farle alcuna offesa, ancor che le lor artegliarie siano potentissime, le quali, stando le nave sorte molto lungi, tirando in arcata davano in fallo. Il medesimo giorno si messero insieme i principali col capitan maggiore ed ebbero varie openioni, se fusse ben darle la battaglia o lasciarla: e contro alla volontà di molti, desiderosi di saltare a terra, dal signor Lopes Soares, uomo prudente e temperato in ogni suo negocio, fu determinato che era più securo non combatterla che, combattendola, metter in pericolo l’armata e lo stato di India. Conciosiaché, non sapendo che gente fosse nella città, e che essi non erano molti, rispetto che nella nostra nave che non vi fu andavano quattrocento uomini, e non restando le nostre navi ben guardate, potevano i Mori, con due galere che stavano al mare, saltare ad esse quando i nostri Portoghesi fossero in terra e vietare che non tornassero a difenderle; e lasciando le navi con gente, pochi restavano per combatter la città, il mare della quale è tanto basso che i battelli non possono a gran spazio arrivar alla spiaggia. E per questo era necessario che fussero per acqua mezza lega, e col peso dell’armi, e per l’impedimento dell’acqua, avendo a disbarcar nel mezzo della riviera, piena d’infinita arteglieria grossa e minuta, prima che là comparissero sarebbero mal trattati, e trovando alcuna resistenzia, portavano pericolo non si poter raccorre sì presto a’ battelli, e per tal impedimento di restar tutti morti.

Stando in questa resoluzione, fuggì di terra un schiavo di Raysalmon, che dicono era suo cameriere, cristiano delle terre di Mondevi, e venne per questi bassi vicini alle navi, donde lo levorono in un battello alla capitana, e diede nove del soccorso ch’era venuto nella città della Mecca, e come stava fortificata, dechiarando molt’altri segreti che sapeva: fra gli altri, che quivi si trovava l’ambasciadore del re di Cambaia, ch’è una delle principali e ricche regioni dell’India, per la quale il fiume Indo spargendosi entra nel mar Oceano; e questo ambasciadore l’avea mandato di consiglio di uno Turco chiamato Melchias, il quale è signore dell’isola di Diupatam, suddito al detto re, la qual isola è posta in un braccio di mare ch’entra in detta Cambaia gran spazio, nel qual braccio è la bocca del detto fiume Indo. Questo Turco detto Melchias, com’uomo sagacissimo ed esperto, dapoi che i Portoghesi disbarattarono, già sono nov’anni, l’armata del soldano nella sua isola, con morte di sei o settemila persone, parte del Cairo e parte della sua terra, con suo ingegno, fatta pace col vice re ch’era in quel tempo, ritenne sempre l’amicizia del re di Portogallo per non perder il suo dominio, scrivendogli ogni anno e mandandogli varii presenti e opere bellissime che si lavorano in questa terra, tenendo contenti con diverse maniere i principali Portoghesi dell’India e faccendo a tutti generalmente grandissimo onore, presentandogli con varie cose di Cambaia; dall’altra parte attese sempre a fortificarsi di castella e di artegliaria, mostrando che tutt’era di Portoghesi. In questo medesimo tempo non lasciò mai d’intertenersi col soldano, dando particolare aviso del loro stato nell’India, e sendo già l’armata presta al presente, mandava a sollicitare che passassino a Diupatam e che non tardassino, che teneva in ordine vettovaglie, arteglierie, navili, legnami e ferro e gente per congiungersi con loro, e ch’erano tornati al Zidem per reparar le galere e passare all’isola di Diupatam, e de lì poi tornare sopra la fortezza d’Ormuz. Inteso tutto per il capitan maggiore, diede ordine alla partita, tre giorni dipoi che stavano in detto porto, e prima mandò a por fuoco a tre navi grosse a nostro costume e a uno galeone di dua coperte, che li Mamalucchi avevano armate sopra navi che presono di Mori quando furono in Adem; e dato a tutto ispediente, si venne all’isola di Cameran, donde dispaciarono le caravelle sopradette per Dalaccia.

11
Descrizione di Zidem, città di Arabia.

Il Zidem (come dicono molti) è città di Arabia Deserta in XXII gradi e mezzo di latitudine, porto della Mecca da’ Mori molto nominato, ed è tenuta per terra santa come la Mecca e Medina Talnabi, dove è sepolto Maumetto, alla qual vanno in peregrinaggio di tutte le parti di sua legge: e in nessuna di queste può entrare altra generazione che maumettani. La città del Zidem non è molto grande, ma tutta murata, con edificii di pietra circuita dalla terra, e dalla banda del mare senza muro, salvo che cominciarono a farlo dipoi che i Portoghesi furno la prima volta nel mar Rosso, che adesso non era fornito; è situata in terra sterile e deserta come altre di Arabia, non tiene acqua nella città, ma viene di fuora di cariche di camelli, come in Adem, in Zeila e in tutte queste terre vicine al mare. Dal Zidem (come è detto) alla Mecca sono per terra XII leghe, e dalla Mecca a Medina Talnabi LX leghe; da Suez al Toro, dove si fece l’armata, sono per mare LX leghe, e dal Toro al monte Sinai vicino al Zidem CC leghe, e da Zidem a Cameran CLXX leghe.

12
Come il capitano maggiore mandò a scoprir i porti del Prete Ianni e, fatto intendere ad esso re l’imbasciata del re di Portogallo e del suo ambasciadore, giunsero a Cameran. Del disordine che per mal governo seguì a Dalaccia.

Per dar ispedizione a questo, il capitan maggiore mandava a discoprir i porti del Prete Ianni, e il nostro capitan lasciò lo ambasciadore con dette caravelle, che con essi capitani fummo a Mazua e al porto de’ cristiani detto Ercoco, e de lì mandammo ad uno re cristiano chiamato Bernagasso, suddito al re David, lungi dal porto quattro giorni di cammino, e all’eremo della Visione, che facessero intendere dell’imbasciata che mandava il re di Portogallo e del loro ambasciadore, e per cosa nissuna non confidassino ne’ Mori di Dalaccia, ch’erano traditori e avevano a vendicarsi del danno ricevuto. Con questa resoluzione partimmo per Cameran all’altra costa d’Arabia Felice, ch’è lungi cinquanta leghe da Dalaccia, e passammo a vista di molte isole, e fummo in Cameran in quattro giorni, con grandissima alleggrezza e festa di tutta l’armata.

Cameran (com’è detto) è isola bassa di quattro leghe di circuito, vicina alla terra ferma meza lega, in XV gradi di latitudine, la quale fu distrutta sono già quattro anni, la prima volta che la nostra armata fu nel mar Rosso, col signor Alfonso d’Alburquerque: dove stetteno quattro mesi, e per mancamento di vettovaglie non lasciarono animal vivo né arbore di dattolo in piedi, ch’in quest’isola ve n’erano in gran quantità, e nella loro partita posero fuoco alla villa d’essa, molto grande, populosa e ricca, perché le navi che passavano di Adem alla Mecca tutte pigliavano acqua in questa parte, della quale è abbondantissima la terra, così come in tutto lo stretto è al contrario. Questa isola è la più calda che mai vedessi, di sorte che non era alcuno che per tal calidità non tenesse le parti inoneste del corpo scorticate. Quivi morì molta gente nostra, più per mancamento di quello ch’è necessario alla vita umana che per mala qualità della terra, perché in Dalaccia, ch’è d’uno medesimo essere ch’è Cameran, dipoi che pigliammo acqua, per l’abbondanzia della carne quelli ch’erano di mala disposizione tornaron tutti di salute.

Non stemmo tanto che le caravelle vennero dell’isola di Dalaccia, senza opera alcuna che buona fusse, per il mal governo ch’ebbero, perché subito che veddon noi alla vela, essendo loro quasi vicini al porto di Ercoco, si tornarono per Dalaccia e mandorono il Moro di Granata in terra a parlare al re e dirgli com’erano venuti per mandato del capitan maggiore, per far pace con detta isola. Fu a terra, e là si convenne di dare l’ambasciadore e le caravelle a man salva al re di Dalaccia; e tornato, diede a intender ch’avea tutto composto col detto re e che potevano andar e venir sicuramente, e che lui mandava a pregare i capitani che fussino a terra coll’ambasciadore, per poter fermar la pace ch’adomandavano. Li capitani parlorno con l’ambasciadore per menarlo in loro compagnia, a’ quali rispose non esser venuto per andar a Dalaccia a mano di Mori, né per confidarsi del detto Granatino, che li conosceva meglio di loro, e che lui non partirebbe delle caravelle. Con tutto questo i capitani, che levavano mal cammino e credevano a quanto il Moro avea detto, si messero in ordine per andare. In questo l’ambasciadore fece lor richiesta che non andassero a terra e che non confidassero de’ detti Mori, e se pur andassero, fussero con gran riguardo e ben armati: e tutto fece scriver in publico allo scrivano della caravella.

Essi furno a terra senz’arme d’alcuna sorte, e aspettavano il re che venisse di basso di certe grotte che sono alla riviera dell’isola, consumate dal mare, dove mancando l’acqua, che di sei ore in sei ore cresce e scema, restò il battello in secco. In questo vennero i Mori, e inteso non esservi l’ambasciadore, cominciorono con certi dardi a ferire la maggior parte de’ nostri che stavano nel battello, il quale dipoi presero, tirando fuori un de’ capitani, e tagliaronlo a pezzi con due altri. In questo tre uomini, che non volsero lasciar le sue spade nella caravella, si cominciarono a difender e dar cuore agli altri, tanto che trasseno il battello al mare e raccolsono molti che s’erano gittati in mare, per tornare alle caravelle. Con questo disordine si tornaron per Cameran, non curando di far altra diligenza. Al capitan maggiore dolse molto che questo disordine fussi seguito, e aspettando noi altri che si facesse alcuna determinazione per donde fussimo a nostro cammino, occorse la morte di Odoardo Galvan, che andava ambasciadore del re al Prete Ianni, e questo fu causa che non si parlasse più circa la nostra andata.

13
Come i Portoghesi gettorono a terra una gran fortezza fatta per i Mamalucchi. Come il soldano mise tempo otto anni a far 20 galere e quanto feciono di costo; e come fece duoi capitani generali dell’armata e che ordine dette loro.

Stemmo in Cameran sino alli XII di giugno, e in questo tempo buttammo a terra la fortezza fatta da’ Mammalucchi, grande e a nostro costume edificata, giunta col mare in un braccio dove è il porto di detta isola: e fondaronla dalla banda della terra sopra d’un masso che serviva per mura per due terzi della fortezza, sicura rispetto a tal masso da ogni arteglieria dal porto del mar; l’altra terza parte era muro grossissimo di trenta piedi di larghezza, con sue torri e bombardiere ben armate, e dal mezzo in suso curvato per non si poter scalare, nel quale fece di spesa il soldano saraffi 10000, ch’è una moneta d’oro di valore di XXV grossi, che corre per tutta l’Arabia e parte di Persia: è di diverse stampe, secondo ch’ella è delle terre diverse.

Da cristiani che fuggirono del Zidem intesi come l’armata del soldano era già otto anni passati che fu principiata, ne’ porti di Suez, presso al Cairo tre giornate per terra, e che in tutto questo tempo non si fecero se non XX galere, cioè sei bastarde e XIIII reale, rispetto al gran costo e mancamento del legname, il quale veniva delle terre del Turco, del golfo di Scandaloro presso di Rodi, donde lo levano in Alessandria e al Cairo per il fiume del Nilo: e qui si lavora, e poi con camelli per terra in pezzi lo conducono al detto porto di Suez, dove non vi bisogna altro se non congiungerlo e metterlo in opera. Queste galere, quando furono tirate di terra al mar, con sue artiglierie e gente pagata per quattro mesi e colle vettovaglie, feciono di costo 800000 saraffi. E ch’in essa andavano 3000 uomini tutti di buona voglia, e che ciascuna delle sei bastarde levava a prua un cannone grossissimo, da molti detto basilisco, e due colubrine, alla poppa due altre colubrine e nel mezzo, giunto all’arbore da ogni costato, un cannone, e un tiro picciolo con sua coda fra ogni quattro banchi; le quattordeci galere reali a prua levavano due colubrine e un cannone, e due a poppa, e dalle bande 24 tiri. E detti 3000 uomini erano 1300 Turchi, 1000 Africani e 700 Mammalucchi e rinegati: fra tutti questi 1000 schioppettieri.

Essendo già in ordine tale armata, il soldano del Cairo mandò Raysalmon, natural di Turchia, al cammino di Suez, uomo audacissimo ed esperto, il quale, sendo ribello al gran Turco, era stato gran tempo corsale ne’ nostri mari, e ordinò che fusse in compagnia con Amyrasem, e quelli due fossero capitani generali, e che Raysalmon reggesse la gente e l’altro tenesse cura di ordinare quello che fusse necessario per l’armata, e che di consiglio di amendue s’incaminasse ogni impresa. Partironsi di Suez per il Zidem già sono due anni, dove Amyrassem teneva ordinata gran quantità di danari, data prima fede al soldano non far guerra a nessuno di sua legge. Da Suez passarono al Toro in otto giorni, e di lì al Zidem, donde prese molte vettovaglie, si posarono a Cameran: qui il soldano ordinava per suo reggimento che si facesse la fortezza già detta, e che non passassino più avanti senza suo espresso mandato. In questo tempo cominciarono a mancare le vettovaglie, e non pagavano soldo: per questa cagione si levoron settecento uomini del campo e fuggironsi in un colle dell’isola, e mandarono a dire a’ capitani che pagassino il soldo che gli davano e mandassero a fornire il campo di mantenimento d’altra maniera, faccendo determinazione di morire tutti sopra questa dimanda. I capitani cominciorno a mitigarli, e saputo per certo ch’il re d’Adem non lasciava venire cosa nessuna della terra ferma ch’era di suo dominio, Amyrasem convenne con Raysalmon di passare nel regno d’Adem con parte della gente, schioppettieri e arcieri, i quali fra loro continuamente andavano multiplicando, per rispetto che Raysalmon levava gran somma di scoppietti e cresceva soldo a chi voleva levarli: per questa causa ne avea già insieme più di 2000.

14
Come Amyrasem messe a sacco Zibid (e ivi fu morto il fratello del re di Adem) e dipoi Taesa, ch’è un’altra buona città; e come Raysalmon fece nel mare affogar Amyrasem.

Passò Amyrasem nel regno di Adem, a un porto ch’è fra la bocca del mar Rosso e Cameran, con milleottocento uomini, i quali, avendo disbarattato con le artegliarie in guerra campale gran numero de Mori, entrarono in Zibid per forza d’arme, la qual città del detto regno è grande, ricca e abbondantissima di tutte le cose a nostro costume, e di essa insignoritisi, s’empierono tutti di ricchezze, di donne e cavalli: e in questa entrata ammazzarono un fratello del re. Quindi andarono a Taesa, ch’è un’altra buona città, e conquistaronla con più facilità, non osando i Mori aspettar il tiro di schioppetto; e stando in questa terra ricchissimi e con tutti i piaceri e delicatezze umane, addimandorono nuovo soldo al capitano, il quale iscusandosi minacciorono di morte. Esso scrisse a Raysalmon quant’era successo; egli rispose che, come fossero a Cameran, tutti sarebbero contentati a lor volontà. Risposero di non voler altro Cameran che la terra di ch’erano signori; Amyrasem con sospetto ne fuggì e venne per Raysalmon, e vedutosi più l’un giorno che l’altro mancar la vettovaglia, amendue uscirono dello stretto del mar Rosso e andarono a Zeila, città posta nella costa d’Etiopia, fuora della bocca del mare. I terrazzani, per timore che non avvenisse lor quel medesimo che a Zibid e a Taesa, diedero 10000 saraffi in denari e vettovaglie e gente per le galere.

Partirono poi di Zeila al cammino d’Adem, e nel mezzo del golfo del sino Arabico ebbero vista d’una grandissima nave di Malaccha, alla quale fu Raysalmon, seguitandola sino che perdette l’armata di vista: e l’altro giorno la prese e mandò così carica d’infinite e ricche mercanzie a Diupatan a Melchias, che vendesse il tutto e la rimandasse allo stretto con vettovaglie e legname e ferro e stoppa, e che sarebbero presto nella sua isola, e che tenesse in ordine il tutto per dar sopra le forze de’ cristiani. Amyrasem passò coll’armata in Adem con le galere, e con un pezzo grande d’artegliaria posto in terra cominciò a bombardar la terra, il qual pezzo le genti d’Adem gli tolsero per forza. In questo comparve Raysalmon e saltò in terra con tutta la gente, prima avendo buttato a basso venticinque passi di muro e ripresa la sua artegliaria e molt’altra che stava in terra appresso il muro rotto, sendo poca gente di dentro e la sua invilita, faccendogli gran danno l’artigliaria, si ritrassero e tornarono insieme con le galere a Cameran, e di Cameran al Zidem, dove trovando la revoluzione del Cairo, vennero i Capitani in differenzia e Amyrasem fuggì alla Mecca. Il quale i signori della Mecca, per timore ch’avevano, mandaron preso a Raysalmon, e lui, dandogli ad intendere che lo mandava al Cairo al gran Turco, del navilio nel quale avea a passare lo mandò a gittare in mare, mettendosi egli in ordine colle due galere per passare al gran Turco, come già disse.

15
Come Zeila città fu da’ Portoghesi desolata dal fuoco. Dell’isola detta Barbara; di Dufar, terra d’Arabia, dove vien l’incenso; del re Salatru; del castello detto Alba.

Partimmo dell’isola di Cameran per l’India alli 13 di giugno, e passato la bocca del mar Rosso, non so per qual cagione così denominato, non sendo dissimile di colore a nessun altro, fummo costeggiando l’Etiopia fino a Zeila; e saliti in terra la vigilia di santa Maddalena, la trovammo senza alcuna difensione, perché al nostro sbarcar fuggirono la maggior parte. Quelli che restarono, che poteva esser cinquecento persone, si misero i più vecchi a filo di spada e gli altri ne portammo per ischiavi. Poco fu lo spoglio della città, però che, sapendo che noi eravamo passati il mar Rosso, essi ebbero tempo di scampare le lor robbe. Non stemmo in essa più ch’un giorno e del tutto la distruggemmo, non lasciando casa che dal fuoco non fusse desolata. La detta città di Zeila giace in undeci gradi e mezzo, edificata in terra bassa e arenosa, senza circuito di muro, ed è di ragionevol grandezza, e abbondantissima di grano e bestiame e molte maniere di frutti alli nostri dissimili, che produce dentro la terra ferma di tal regno in tanta abbondanza, che di questo porto e d’un’isola sopra a Zeila nella medesima costa, detta Barbara, si navigano in tanta quantità che fornisce Adem e il Zidem di vettovaglie e di carne. Zeila è lontana dalla bocca dello stretto trenta leghe: qui facevano scala infinite navi d’Adem e dell’India, cariche di più sorti di mercanzie, massime d’incenso, che viene di Dufar, terra d’Arabia fra il sino Persico e Adem, e di pepe e panni che vanno di qui in cafila, cioè con carovana di camelli, per la Etiopia e per le chiese de’ cristiani. E ancor che sempre fra Zeila e i cristiani sia continua guerra a fuoco e sangue, non s’intende però questo per i mercanti né per le carovane, che sempre vanno e vengono salve e sicure.

Della detta città di Zeila è signore, e di molte terre grandi del regno di Adel, un re moro chiamato Salatru, il quale dicono esser della medesima generazione del re David, perché il suo primo antecessor, ch’era maggior fratello del re ch’in quel tempo signoreggiava l’Etiopia, essendo stato preso e posto sopra una grandissima montagna, nella quale è un castello detto Amba, dove li re d’Etiopia guardano serrati tutti i figliuoli, perché non si levino contro quello il quale loro vogliono che sia erede del regno, e che faccino divisione nelle terre, ebbe modo di fuggirsi in questa parte, maritandosi con una figliuola del re di Zeila, per la quale successe dipoi nel regno. E diventato moro fece sempre guerra a’ cristiani, e dipoi i suoi descendenti mai lasciarono di guerreggiare senza che cristiani gliela potessino impedir, rispetto alla terra, la qual è aspra e montuosa. Da’ Mori che menammo presi di Zeila, intendemmo ch’il ditto re Salatru era fuggito in una guerra ora fatta contra a’ cristiani, e che un suo capitano chiamato Mafudei, molto nominato in Etiopia e per l’Arabia, era stato morto, ed era per il nostro ambasciadore del paese conosciuto, perché son cinque mesi passati che questo re ‘nsieme col detto capitano feceno un assalto nelle terre dentro con trentamila persone, per rubbare bestiami e schiavi, com’è costumato, e fece una preda grandissima e abbruciò monasterii e chiese: la qual cosa avendo inteso il re David, se ne venne con grande esercito a trovarli e circondò certi passi, dove vedendosi serrati, il re ne fuggitte e il capitano fu morto con tutte le sue genti, e per questa causa dicono che noi non trovammo resistenzia nella città di Zeila. Ebbe l’ambasciadore del Prete Ianni gran piacere di tal nuova e delle destruzioni che facemmo, parendogli ch’al presente in detto regno non restasse ostaculo che lo defendesse più dalle forze del re David, onde si potrebbe congiungere con li Portoghesi, a destruzione de’ Mori. I quali dicono avere per loro profezie che la Meccha e Medina Talnabi hanno da essere desolate per li cristiani d’Etiopia.

16
Come i Portoghesi arrivarono al porto, dove stati alquanti giorni senza risoluzione di pace o guerra, riscossi per Mori alcuni schiavi, si partirono, e per il vento contrario non poteron andar dove era la loro intenzione. Di Calaiate, porta d’Arabia, e della natura e costume di quelle genti.

Partimmo di Zeila al cammino di Adem all’altra costa d’Arabia, e traversando il sino Arabico vi arrivammo in otto giornate. Stemmo in questo porto d’Adem surti cinque o sei giorni, senza far risoluzione né di pace né di guerra, perché i Mori ch’al presente si trovavano nella città erano meglio provisti, e sapevano esser molti morti nella nostra armata e la maggior parte venire di mala disposizione, perché, essendo già IX mesi che eravamo partiti dal Zidem senza pigliare in nessuna terra rinfrescamento, andavamo molto mal trattati, e per questo si passaron con noi per il generale; né il capitan maggior volse offerire né domandare cosa alcuna, parendogli la guerra con Adem dover far più profitto che danno, rispetto alle navi. Molti Mori vennero a riscattare schiavi di conto che s’erano pigliati in Zeila, e massime certi sciriffi e sciriffe, così chiamati, d’una generazione de Mori della casa di Maumetto, che tenevano per gran peccato restassino nelle nostre navi; molti altri si dettero in baratto di castrati e acqua e frutte.

Nel porto stavano quattro navi grosse cariche di robbe, acqua rosata, zibibbo e molte mandorle, e d’un’altra druga medicinale che si chiama amffiam, che nell’India è tenuta in grandissimo prezzo, la qual druga costumano gran parte de’ Gentili e Mori per lussuriare, perché è molto a proposito a levar il membro genitale. E questo semplice nasce in Etiopia e nell’Arabia, e credo da noi sia chiamato oppio tebaico, il qual è venenoso, ma costumasi ad esso pigliandolo a poco a poco, e in piccola quantità per volta. Queste mercanzie si caricano nel porto di Adem per l’India: il capitan maggior per maggior franchezza non volse pigliarle.

Ma il giorno di san Lorenzo partimmo con intenzione di passar all’isola detta di Barbara, nella costa di Etiopia, ch’in essa si poteva rinfrescar l’armata di vettovaglia, carne e acqua, che di tutto eravamo molto necessitati. Passammo un’altra volta per il sino Arabico all’altra costa, e per causa che i pilotti o non la conoscessino o non volessino là guidarci per alcun suo rispetto, non vi andammo; e di qui determinammo di andare a pigliare acqua nel capo di Guardafuni, e il vento non ci servendo a nostro modo, andavan molte navi come perdute, senza acqua, perché quella che portammo di Cameran avevamo quasi consumata. E gittandosi il capitan maggiore un’altra volta nella costa d’Arabia, non potendo passar al capo di Guardafuni se non in volte, molte navi, separandosi dall’armata, restarono nella costa d’Etiopia per veder se potessero trovare acqua. Noi fummo a nostro cammino insieme col resto dell’armata, ancora che restasse con poca compagnia, perché tutti cercavano loro ventura, e con molto travaglio passammo del sino Arabico nel mar Oceano, ed essendo vicini a Soquotora, con intenzion di pigliar porto, mutandosi il vento fummo forzati tenere altro cammino, e determinammo di passare ad Ormuz. In questo viaggio ci sopravenne tanto mancamento d’acqua, che molti uomini de’ nostri mal trattati dalla sete morirono, e della ciurma delle galere e de’ cristiani malabari e schiavi d’uomini particolari, che pochi restarono con la vita, perché la sete e la fame generava una infermità di petto, che senza febre si spacciavano in due giorni: ed era tanto generale in tutti, che non fu alcuno in questo viaggio che non si cavasse sangue molte volte, ch’era il meglior rimedio per tal infermità.

Piacque a nostro Signore por fin a nostre fatiche e condurci a Calaiate, porto d’Arabia Felice vicino al sino Persico e all’isola d’Ormuz 100 leghe, dove stemmo XV giorni, ne’ quali tutta la gente ritornò sana, col rinfrescamento della terra di Calaiate, la qual (com’è detto) è terra d’Arabia Felice, in XXII gradi di latitudine, non molto maggiore di Zeila, con casamenti di pietra e calce e senza mura, situata nella costa giunta col mare. Li naturali d’essa sono arabici nel parlare, vestire e ne’ costumi: tengono un panno atorno le parti vergognose e in capo uno turbante, e li più onorati vestono una camicia lunga cinta, con maniche larghe, come i camici de’ sacerdoti, e la maggior parte una berretta lunga di feltro grossa, di colore lionato scuro, di forma piramidale come la mitria del papa. Le donne tengono sempre la faccia coperta con un panno di cotone, raro come di velo e di colore azurro, tagliato sopra gli occhi come maschera. L’abito loro è uno palandrano diviso davanti, la lunghezza del quale non passa il ginocchio a basso, e con maniche molto larghe; portano calzoni lunghi fino a’ piedi, di varii colori, e sopra il naso da una banda una balletta d’oro larga, confitta nella carne, e da basso un anello, come i bufoli di nostra terra.

La terra ferma di Calaiate è naturalmente sterile (com’è tutta l’Arabia) e in essa sono uve e grandissima quantità di dattili; produce pochi semi, e gli uomini più ricchi si cibano di riso e d’alquanto grano, che viene di fuori d’altre regioni; gli altri di dattili, che sono a loro communi come a noi il pane di grano: e di questo si mantiene la maggior parte d’Arabia Felice, e anco con latte e butiri, per la moltitudine del bestiame, ch’è in grand’abondanza. Da questo porto si navigano gran quantità di cavalli per l’India, i quali, dipoi che Portoghesi presero Goa e Ormuz, non possono disbarcare in altra parte dell’India che nell’isola di Goa, donde passano in Narsinga e nelle terre di Cambaia contermine a detta isola: e paga ogni cavallo di diritto 40 seraffi, il che rende ogni anno al re nostro signor da seraffi quarantamilia, e per questo proibisce che non vadino per altre parti, per non perder i diritti ch’hanno a pagare nell’isola di Goa.

17
Di Mascat e Corfucan, porti d’Arabia; e la discrizione dell’isola d’Ormuz, e della natura e costumi di quel popolo, e con che arte quelli isolani procurino di rinfrescar le lor camere al tempo caldo.

Di qui mandò il capitan maggiore un suo nepote con quattro navi alla volta dell’India, ad ordinar le speziarie di quest’anno per Portogallo, ed egli si partì con l’armata per Ormuz. Io mi misi in una nave de Mori, desideroso di vedere alcune terre d’Arabia, e fummo lungo la costa a Mascat e Corfucan, porti nominati in questo sino, com’è Calaiate, della medesima lingua, costumi e vestiri. Di qui passammo allo stretto di Persia, a vista di terra d’ogni banda 8 leghe, e fummo all’isola d’Ormuz quattro giorni prima che l’armata.

L’isola d’Ormuz è in XXVII gradi, di cinque leghe di circuito, distante dalla terra di Persia due leghe, terra sterile e secca e senza arbori, frutti o erba di alcuna qualità, e di forma triangolare. Nella basa del quale dalla banda del mare sono certi monti non molto alti, pieni di grandissime pietre di sale di colore di cristallo, lucide e alcune vermiglie; il resto è tutta pianura, e la città è posta nella punta dalla banda della terra ferma, pigliando gran parte de’ lati del triangolo, e può esser di maggior grandezza che Adem e della medesima bellezza, riservato che non tien mura. È molto populosa, più di forestieri di Persia, Arabia e India che de’ medesimi naturali, i quali sono di colore fra olivastro e lionato, vestiti con camicie lunghe, cinti nel mezzo con un panno di seta o di cottone, e turbanti bianchi e colorati. Le donne tengono coperto il capo e la faccia con un panno di seta o di cottone di varii colori, che per la sua grandezza veste tutto il corpo sino in terra, e di basso di quello una camicia, e molte hanno la balletta e l’anello al naso, come nella costa di Arabia. Gli ornamenti del capo sono certi veli sopra i capelli, composti come mazzocchi che si veggono in figure antiche della nostra terra.

L’aere di questa isola è salutifero d’ogni tempo e stagionato come nelle parti nostre, cioè primavera e autunno temperato, e l’inverno frigido più che in alcuna parte di queste terre, per essere esposto più al polo settentrionale; nell’estate è caldissimo estremamente, tal che egli è necessario dormire sopra terrazzi discoperti all’aere e denudati. E per tanta calidità costumano certi ingegni, come cammini, i quali, cominciando dalla sala di basso o d’alcuna camera, divisi in otto parti, procedono sopra le lor case con le istesse divisioni, e ogni vento, per poco che sia, battendo nella faccia di fuora di tali ingegni over cammini per la parte donde viene tal vento, cade subito in basso per una delle dette otto parti, refrigerando con grandissima frescura tutta la loro abitazione, dico de’ più ricchi e onorati.

18
Di Balsera, porto e città di Persia; di Bagadat, città di Mesopotamia. E come i governatori di Ormuz, per le sue gran rubarie fatti ricchi e potenti, si levorono contro i lor re naturali, e che modo tenevano di accecarli.

In questo tempo passammo alla terra ferma, ch’è piena di arbori e d’acqua dolce, dove sono lor ville per refrigerarsi. Ormuz era già più nobile e di più ricchezze che Adem di sopra nominata, perché antiquamente il commerzio delle specierie d’India era universale in questa isola, le quali di qui transferivansi per la Balsera, porto e città nel sino di Persia, novamente da’ nostri quest’anno scoperto appresso il fiume Eufrate, donde egli entra in mare; di qui passavano a Bagadat, città di Mesopotamia, navigando sempre per detto fiume, e dipoi per terra nella Asia Minore, in Damasco e Aleppo, de’ quai luoghi venivano in Europa, prima che si navigasse in Alessandria; e similmente di questa isola passavano in Armenia e Turchia e per tutte le provincie di Persia. E quantunque il porto di Alessandria facesse alcuno impedimento, non ha lassato però detta isola d’Ormuz fino al presente giorno di esser scala per queste parti, mantenendosi sempre in grande altezza.

Egli è ben vero che la malignità de’ governatori di quella diedero causa che si disabitasse in parte da molti mercanti, che prima solevano vivere in questa città, per le ruberie grandi che facevano: e questo da CC anni sino alla venuta del signor Alfonso d’Alburquerque. I quali governatori, tenendo il tratto e l’entrata nelle mani, cominciarono a crescere in tanto grado e farsi così ricchi e potenti, che col favor e ricchezza cominciarono a levarsi contro al re naturale, deponendo or uno e ora cecando un altro di nuovo, esistimando per certo che, pigliando col tempo il re fermezza, non averebbero rimedio di non esser privati di tal loro governo: e per questo costumavano accecarli, faccendogli nel principio di lor creazione guardare forzatamente in un ferro affocato, che per la sua calidità e vampo faceva scopiar la luce. Fu questa mutazione sì frequentata che, quando il signor Alfonso d’Alburquerque fece la fortezza in Ormuz, e l’isola tributaria al re nostro signore con XV mila saraffi, tagliando a pezzi il governator (come per l’altra mia ne scrissi), mandò a Goa XII re di questa isola, tutti della luce privati, mantenendo il re sino al presente giorno in suo stato. Perché, ancora che si facesse un nuovo governatore, essendo a volontà del re e con timore ne’ Portoghesi, non pigliò mai tanto ardire di far alcuna innovazione: per questa causa questo re ch’è al presente, riconoscendo il gran bene che egli è venuto da’ Portoghesi, è nostro amico di volontade.

Questa isola, per il gran commerzio che già dicemmo, è abondantissima di pane, carne, frutte e ortaggi, e simili alle nostre e anco d’alcuna altra sorte, come nella India; e tutto si trova a bastanza per le piazze e taverne, cotto e crudo, e il vivere è caro, peroché tutto viene di terre lontane, di Arabia, Persia e Mesopotamia, e per la moltitudine della gente che qui contratta. Trovansi in essa confezioni, conserve, acque stillate di ogni maniera e simplici medicinali, come sono in tutte le speziarie di Italia; non costumano compositi di alcuna sorte. Sono gli uomini di questa terra massimamente persiani, e alcuni armeni, molto liberali e piacevoli, pieni di discrezione e gentilezze, amorevoli e vertuosi e di ogni opra intelligenti; fra essi son astrologi, e altri molto pratichi nel Testamento vecchio, là dove è fondata la legge maumettana, con addizione nuove che fece Maumetto.

19
Del Sofì, re di Persia, e sua legge; onde procede la differenzia ch’è fra Turchi e Mori di Arabia. Delle monete di Ormuz, e come il re di Ormuz venne a ricever il capitan maggiore.

Per quanto io possetti comprendere da questi tali, il Sofì, che è signore di Persia e di alcune terre di Arabia, Turchia e Tartaria, è totalmente maumettano, senza alcuna aderenzia con la fede nostra, e molto più che tutti gli altri di tal legge. Ma la differenza ch’è fra Turchi e Mori di Arabia e di Africa contro al detto Sofì, procede dalli compagni che furno di Maumetto, che erano molti, i quali tutti gli altri maumettani dicono essere stati salvi e buoni, e il Sofì in opposito combatte, dicendo che solamente Aly, che fu genero di Maumetto, fu ambasciador e profeta di Dio come è Maumetto, ma non tanto grande, e che tutti gli altri furono falsi: e sopra questa differenzia sono le guerre contro al Turco. Detto Sofì è inclinato alla benevolenzia de’ cristiani, per conoscer gli uomini d’ingegno, e più oltre perché questi Persiani sono di buona natura e qualità. In questi Persiani viddi l’istoria di Alessandro Magno, ma per esser rara e in mano di gran signori non potei averla come desiderava.

Le monete di Ormuz sono saraffi e mezzi saraffi d’oro, i quali chiamano azar; evvi un’altra qualità di monete d’argento, che loro chiamano sadi, de’ quali vale XX uno saraffo e X uno azar. Hanno anche una sorte di moneta di tanta finezza e sì buona che corre per tutte le terre di queste parti, così nella India e Arabia come nella Persia, e parmi che sia poco differente dallo argento di coppella: vagliono sei d’esse per uno ducato, e sei per uno saraffo; sono come un pezzo d’argento lungo e addopiato, battuto da ogni banda con stampa di lettere di Persia, e queste si chiamano tanghus.

Alla venuta del nostro capitan maggiore, il re d’Ormuz con li principali della città, accompagnato da molta gente di sua guardia, fu a riceverlo alla spiaggia del mare, vestito alla persiana, con una vesta lunga turchesca di veluto nero con liste d’oro, e in capo uno turbante di seta avolto a una beretta d’oro tirato, ritonda e a spichi, come la metà d’uno mellone, e nel mezo d’essa è levato un gambo composto della medesima opera, di grossezza di piena mano e lungo un palmo e mezzo: questa berretta costuma mandare il Sofì (in queste parti chiamato sciech Ismael) a’ signori suoi sudditi e tributarii, in segno d’amicizia e obedienzia, la qual al presente tengono tutti i popoli di Persia e d’altre terre di detto sciech Ismael, e seguaci di sua setta. E in Ormuz, nella gente della corte del re, la maggior parte delle lor berrette sono di panno di lana vermiglio, e de’ più onorati di velluto o damasco di Persia o di broccato; e se ben mi ricordo, questa medesima portavano li mercanti persiani che furono nella nostra città l’anno 1514. Il capitan maggiore, doppo molta congratulazione, levò il re da mano destra sino al palazzo reale, ancor che lui recusasse molto tal compagnia; dipoi si tornò per la nostra fortezza, e questo giorno si fece festa generale per tutta l’isola.

20
Descrizione della fortezza d’Ormuz, e del presente fatto per quel re al capitan maggiore.

La fortezza d’Ormuz è grande di circuito, ben fondata di forte mura, con quattro faccie divise con otto torrioni, con le sue bombardiere da basso, che riscontrano l’una contra l’altra, battendo lungo il muro; ed è posta nella punta del triangulo di detta isola, dalla banda di terra ferma, fra la quale e l’isola è il porto. Il mare batte le mura da due bande; nel mezzo tiene un castello forte di monizione e vettovaglie, spiccato dalle mura della fortezza. Dentro dal circuito sono quattro cisterne riservate per ogni necessitade, perché in tutta l’isola fuora della città non è se non un pozzo, che non è bastante per la casa del re, e non si trova altro loco donde possino cavare per aver acqua, che tutta è salmastra; l’acqua dolce viene di terra ferma di Persia.

Il re, dopo quattro giorni della venuta del capitan maggiore, fu alla fortezza a visitarlo con un presente ricchissimo di varie gentilezze, fra le quai erano un cavallo persiano intiero, che son della medesima qualità di Turchia di forza, persona, bellezza e leggierezza, che con suoi fornimenti bellissimi fu stimato 1OOO saraffi; e più gli diede una scimitarra damaschina con la vagina e fornimenti d’oro e perle e di pietre preziose di gran valore, e molte pezze di damasco di Persia, per i capitani che vennero con l’armata. L’altro giorno cavalcarono co’ principali dell’armata e della città a veder l’isola, e in campo, a piè delli monti già nominati, il re con gli altri giovani portoghesi e persiani fecero molte correrie, menando in sua guardia CL cavalli leggieri e 600 uomini a piede, la maggior parte con arco e turcasso, vestiti con giubbe imbottite di seta e di gottone, e con turbanti e berrette rosse alla persiana, faccendo gran sollazzo tutto ‘l giorno. Con questi piaceri stemmo quindeci giorni in Ormuz.

21
Dell’isola detta Baharem. Che sorte di mercanzie vengono di Persia per l’India.

In questo tempo vennero di Baharem molti navili, la qual è una isola lontana da Ormuz sei giorni di navigazione, posta nel sino di Persia dentro dalla banda donde sono i diserti di Arabia, i quali terminano in questo mare; e portarono gran quantità di perle, delle quali in quest’isola è il principal tratto di tutta Persia, sendo Baharem suddita al re d’Ormuz: e perché di qui si mandano nell’India per l’Arabia e per le provincie di Persia fino in Turchia, sono in tanto prezzo ch’io sto in dubbio se nella nostra terra vagliono tanto come qua. Similmente avemmo nuove ch’in un porto di terra ferma vicino a Ormuz X leghe stavano carovane di Siras e di Tauris, terre di Persia, e del mar Caspio e della provincia de’ cristiani che termina a detto mare, e levavano seta, stravai, taffetà e damaschi, acqua rosata e d’ogni sorte stillate, aceti di menta, cavalli e robbia, che queste sono le mercanzie che vengono di Persia per l’India. E alcuni mercanti vennero in Ormuz e comperarono infiniti panni rossi nuovi e usati, che qui valevano assai, per far le berrette che già avemmo nominate; la maggior di loro restò nel porto aspettando la nostra partita, non fidandosi venire nell’isola dimorandovi l’armata.

Con questa carovana venne una lonza da caccia ch’il re di Ormuz aveva ordinato per mandare al re di Portogallo, il quale mandò a domandarla per la santità di nostro Signor, e consegnatola al capitan maggiore, ci partimmo il giorno di Tutti Santi. Lasciato però nella fortezza d’Ormuz molta gente per sua difensione, fummo costeggiando per lo stretto dalla banda di Persia, ed entrati nel mar d’India pigliammo porto nell’isola di Goa in termine de XXX giorni, che è lontan di Ormuz leghe 400. Qui avemmo nuove di diece navi grosse ch’erano venute di Portogallo con 2000 uomini, e che di già erano passati alle fortezze di Calicut e Cochin: il che diede gran letizia a tutta l’armata. Non facemmo dimora più che tre giorni in Goa, e fummo subito a cammino di Cochin, dove arrivammo del mese di decembre: e qui finimmo un anno giustamente dal dì che di là eravamo partiti e passati alli travagli soprascritti. Qui mi trovo al presente, dando più l’un giorno che l’altro grazie al nostro altissimo Signore Giesù Cristo di avermi condotto a salvamento e liberato di tanti pericoli corsi per questo cammino dello stretto, che non fu poca grazia il tornare in India, essendovi morta infinita gente e restandovi ancora nove navi, tra grandi e piccole, le quali non sappiamo se sono perdute, e già quest’anno non possono tornare: piaccia a nostro Signore che si siano salvate in qualche porto e che a tempo nuovo si aspettino per la India.

Dopo la tornata del capitan maggiore, non si attende ad altro che a mettere in ordine navi sei per Portogallo, le quali si partiranno per tutto questo mese di gennaio: e di già tre vanno alla vela, e questa sarà la quarta. Due d’esse sono ciascuna di duamila botte, e tutte l’altre di 800, 900 e 1000, e levano per il re 50000 quintali di pepe e molto giengiovo, cannella e garofani, gomma lacca e seta della Cina, sandalo vermiglio, oltre a infinite ricchezze d’uomini particolari: piaccia a nostro Signor vadano a salvamento. Espedita tal commissione, partirà di nuovo un capitano per lo stretto del mar Rosso per andare sino al capo di Guardafuni, con sei o otto navi, per passare, dipoi espedito di là, all’isola d’Ormuz. Un altro per la costa di Cambaia con quattro navi; un’altra per il sino Gangetico, a discoprire il regno e porti di Bengala, dove non furono nostre navi per alcun tempo; e un’altra per Malaccha e per il sino Magno di Cina, e in questa è oppenione che andarà il capitan maggiore. L’Altissimo lasci seguire quello ha da essere più suo servizio.

Io, per poter a mia sodisfazione investigare il vivere e costumi di queste terre, passarò questo anno con Piero Strozzi alla casa di san Tommaso, di qua distante leghe 250, dove fu’ il primo anno che di qua comparsi; e di lì a Paleacate, porto del regno di Narsinga, nel qual dal regno di Pegu navigano gran somma di rubini, e con certi Armeni cristiani miei amici determino di transferirmi per la terra ferma e spendere cinque o sei mesi in vedere le provincie di tal regno, per tutte queste parti di potenzia e ricchezza nominato. Da Paleacate per mano di detto Piero Strozzi (che quest’anno prossimo dice che torna per la patria) di tutto darò notizia a V.S.,piacendo a Iddio nostro Signore, il quale sempre si degni conservar quella con prospero e felice stato, e a me anche conceda grazia ch’io mi riduchi nella patria che tanto desidero, dove con umil riposo, in cambio di tanto travaglio, possa servire a quella, in questa e in ogni altra occorrente opportunità.