“The Dew of Heaven” Pubblicato in Arizona. Bollettino AISE

HONG KONG\ aise\ – Angelo Paratico, residente a Hong Kong da 35 anni, dopo la sua atipica biografia dedicata a Caterina, la misteriosa madre di Leonardo Da Vinci, (appena pubblicata in italiano dalla Gingko Editore di Bologna) ha pubblicato un libro in lingua inglese presso la casa editrice Cactus Moon, di Tempe, in Arizona.

S’intitola “The Dew Of Heaven” e si tratta di un romanzo con una forte base storica, incentrato sulla presenza italiana in Cina a partire dal 1892.

L’Italia umbertina giocò un notevole ruolo in Cina, soprattutto a partire dall’invio di nostre truppe a Pechino, nel luglio 1900, per liberare le legazioni diplomatiche assediate dai Boxer. Il nostro ambasciatore, il marchese Giuseppe Salvago Raggi, fu uno dei protagonisti della resistenza a quei folli che volevano massacrare tutti gli stranieri ma, a differenza dei suoi colleghi, il nostro non se ne vantò e, infatti, il suo diario fu pubblicato solo nel 1968.

Giuseppe Salvago Raggi restò assediato per 55 giorni, assieme alla moglie, Camilla e al figlioletto Paris, convinti di dover presto morire sgozzati. La Cina ci dichiarò guerra dopo che inviammo, con altre sette nazioni, una flottiglia di sei navi, guidate dall’Ammiraglio Camillo Candiani d’Olivola e tremilaseicento soldati, perlopiù bersaglieri. Si distinsero tutti, nonostante il loro equipaggiamento non fosse adeguato all’impresa.

Il protagonista del libro è un ufficiale di Enna, in Sicilia, che prima partecipò alla battaglia di Adua e poi s’offrì volontario per la spedizione in Cina, seguendo il colonello Tommaso Salsa. Questo tenente, all’interno della Cina, incontrò la donna della sua vita, una principessa mongola e anche per questo motivo decise – una volta congedatosi dall’esercito, nel 1902 – di stabilirsi nell’ex colonia portoghese di Macao e nella vicina Hong Kong, impiantandovi un’attività industriale. Prima di morire, nei primi anni sessanta, decise di scrivere un diario della propria avventura, contenente certi dettagli che avevano e hanno tuttora delle implicazioni geopolitiche importanti, relative a un oggetto perduto, che secondo alcuni avrebbe proprietà quasi-magiche.

Dalla fine della seconda guerra mondiale è calato l’oblio sulla presenza italiana in Cina e questo ha costretto l’autore a lunghe ricerche storiche per ricostruire i fatti.

Per esempio, per gettar luce sul processo del tenente Vito Modugno, un collega del protagonista del libro, che dopo aver partecipato all’impresa cinese, tornato a casa, venne accusato di aver ammazzato la moglie, inscenando un suicidio, poco se ne parla oggi, eppure quello fu il primo grande processo mediatico della storia italiana.

Sulla copertina appare un fantasma fra i grattacieli di Hong Kong. Si tratta del napoletano Eugenio Zanoni Volpicelli, che fu console a Hong Kong e Macao dal 1899 al 1919. Parlava una dozzina di lingue, fra le quali il russo, vari dialetti cinesi, il coreano e il giapponese. Pubblicò libri di storia e di politica che sono ancora attuali, a Londra, Parigi e Shanghai. In Italia è sconosciuto e la sua tomba si trova a Nagasaki, in Giappone. (aise)

Bollettino AISE del 09/06/2017

http://www.aise.it/anno/the-dew-of-heaven-esce-in-arizona-il-libro-di-angelo-paratico/89765/1

Il lato oscuro di Ischia nel libro di Massimo Coppa

Il giornalista ischitano Massimo Coppa ha da poco licenziato un libro avvincente e ben documentato che raccoglie vari saggi sui misteri della sua bella isola. Il titolo è i Misteri di Ischia (Terreni e Ultraterreni). Enigmi, suggestioni ed inquietudini dell’Isola Verde. Sulla copertina si trova il celeberrimo quadro di Alfred Böckling L’Isola dei Morti che aveva affascinato Lenin, Hitler e tanti altri e che fu ispirato all’artista svizzero proprio dal Castello Aragonese di Ischia. Massimo aveva collaborato con Giacobbo per una trasmissione Rai relativa proprio all’isola, in particolare la leggenda della terra cava un argomento sul che lui studia da decenni. L’autore pubblica articoli sia sulla stampa locale che sul suo seguitissimo blog, dove troviamo questo suo autoritratto: Un magnifico perdente con un grande futuro… alle spalle. Totalmente inadeguato ad ogni logica di interesse, disprezzo il potere ed il denaro. Sono anticapitalista ed antiborghese. Datemi una causa persa e la farò mia. Tutta la vita controvento. Nemico giurato dell’ipocrisia, dico le cose in faccia. Per una questione di principio andrei all’inferno e, più di una volta, ci sono davvero andato Il suo libro, scritto con piglio giornalistico, è molto avvincente ed è stato diviso in due parti distinte: la prima intitolata Misteri Terreni e la seconda Misteri Ultraterreni. Gli argomenti trattati dall’autore sono davvero vastissimi. Si parte da un sottomarino nucleare sovietico (forse) affondato nel Golfo, per passare a misteriosi omicidi o suicidi, passando per gli intrighi internazionali di Kim Philby, Guy Burgess e Donald Maclean, che furono in contatto con un celebre residente ischitano: il grande poeta W. Auden. Nella sezione sovrannaturale del libro s’indaga su apparizioni della madonna e sul morboso interesse mostrato da mistici nazisti per quest’isola. Il capitolo che mi ha più impressionato è stato quello che riguarda un tragico incidente avvenuto il giorno 8 marzo 1947, quando un aereo militare inglese, un Dakota 4, proveniente dal Cairo e diretto a Londra, si fracassò sul Monte Epomeo, nel territorio di Serrara Fontana. Morirono tredici persone, cinque membri dell’equipaggio e otto passeggeri, fra i quali un bimbo di due anni. Il giorno dopo l’impatto alcuni locali, mai identificati, spogliarono i cadaveri e portarono via vestiti e bagagli; pare addirittura che a qualcuno tagliarono le dita delle mani per portargli via gli anelli. Ebbene questi disumani fatti furono rimossi dalla coscienza collettiva ischitana, con le autorità che ancora la negano, ed è un grosso merito di Massimo di aver riportato alla luce questa vergogna, ricevendo in cambio, invece di gratitudine seguita alle scuse ai discendenti di quei poveretti, minacce e critiche. Eppure il caso costruito da Massimo è solido come una roccia, essendo andato a intervistare alcuni vecchi testimoni oculari, che giunsero sul monte assieme a dei militari britannici e carabinieri, dopo che lo scempio fu compiuto. Questo è un libro istruttivo e avvincente – che andrebbe tradotto anche in inglese, a beneficio delle migliaia di turisti stranieri che visitano l’isola – e siamo certi che continuerà a essere ristampato e letto negli anni venturi.

La misteriosa Honda blu’ di Via Fani nel libro di Pietro Ratto

Pietro Ratto ha scritto un bellissimo libro che mostra quanto spesso in Italia la cronaca supera la fantasia e che, come per altre vicende italiane del XX secolo, pare di trovarsi dentro al film Rashmon di Akira Kurosawa.
Spesso la verità più semplice e lineare raccontata da diversi testimoni cambia, gira e si trasforma, diventando alla fine incomprensibile.

Il libro di Ratto L’Honda Anomala edito da Bibliotheka Edizioni è un agile saggio e al contempo un giallo, nel quale si studia un dettaglio del rapimento di Aldo Moro. Diciamo dettaglio, ma non parliamo di un dettaglio qualunque: se a Via Mario Fani il 16 marzo 1978 venisse confermata la presenza di due motociclisti a cavallo d’una Honda blu, i quali fecero fuoco, tutto quanto si è  fin qui scritto su questo evento politico-criminale andrebbe riscritto.

Dicevamo un giallo e gli ingredienti del giallo, o meglio ancora, del thriller nello stile di House of Cards ci sono tutti.
La vicenda inizia con una confessione post mortem, segue l’indagine di un tenace poliziotto, poi si passa alla distruzione delle prove e alla fine si arriva alla magistratura romana, che indaga e non scopre.

Il tutto nasce da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda di via Fani. Fu lui che diede riscontri per arrivare all’altro, quello che guidava la moto.
Enrico Rossi, ispettore di Ps in pensione, raccontò all’ANSA la sua inchiesta spiegando con puntiglio sabaudo che, secondo colui che inviò la lettera anonima – e che si qualificava come uno dei due sulla moto – gli agenti avevano il compito di proteggere le Br da disturbi di qualsiasi genere.
Avete letto bene, non proteggere Moro bensì proteggere i terroristi!
Ecco il dettaglio.
Pare che questi due agenti dipendevano dal colonnello del Sismi Camillo Guglielmi che era in via Fani la mattina del 16 marzo 1978.
Ecco il testo della missiva anonima: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”.
L’anonimo forniva elementi per rintracciare l’altro guidatore della Honda, il nome di una donna e un negozio di Torino.
“Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. La lettera inviata al quotidiano la Stampa fu passata alla Questura per i dovuti riscontri.
All’ispettore Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011, in modo casuale. Non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani che secondo un testimone ritenuto molto credibile era a volto scoperto e aveva tratti del viso che ricordavano Eduardo De Filippo
Racconta Rossi: “Non so bene perché ma questa inchiesta trova subito ostacoli. Chiedo di fare riscontri ma non sono accontentato. L’uomo su cui indago ha, regolarmente registrate, due pistole. Una è molto particolare: una Drulov cecoslovacca; pistola da specialisti a canna molto lunga, di precisione. Assomiglia ad una mitraglietta.
Per non lasciare cadere tutto nel solito nulla predispongo un controllo amministrativo nell’abitazione. L’uomo si è separato legalmente. Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l’accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell’edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo”. Il titolo era: “Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse”.

“Nel frattempo – continua Rossi – erano arrivati i carabinieri non si sa bene chiamati da chi. Consegno le due pistole e gli oggetti sequestrati alla Digos di Cuneo. Chiedo subito di interrogare l’uomo che all’epoca vive in Toscana. Autorizzazione negata. Chiedo di periziare le due pistole. Negato. Ho qualche ‘incomprensione’ nel mio ufficio. La situazione si ‘congela’ e non si fa nessun altro passo, che io sappia”.

Continua il racconto di Rossi: “Capisco che è meglio che me ne vada e nell’agosto del 2012 vado in pensione a 56 anni. Tempo dopo, una ‘voce amica’ di cui mi fido – dice l’ex poliziotto – m’informa che l’uomo su cui indagavo è morto dopo l’estate del 2012 e che le due armi sono state distrutte senza effettuare le perizie balistiche che avevo consigliato di fare. Ho aspettato mesi. I fatti sono più importanti delle persone e per questo ho deciso di raccontare l’inchiesta ‘incompiuta’”.

Rossi ricorda, sequestrò una foto, che quel uomo aveva un viso allungato, simile a quello di De Filippo: “Sì, gli assomigliava”. Fin qui l’ex ispettore, che rimarca di parlare senza alcun risentimento personale ma solo perché “quella è stata un’occasione persa. E bisogna parlare per rispetto dei morti”.
Il signore su cui indagava Rossi è effettivamente morto: nel settembre del 2012 in Toscana. Le pistole sembrerebbero essere state effettivamente distrutte, ma il fascicolo che contiene tutta la storia dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma dove è tuttora aperta un’inchiesta della magistratura sul caso Moro.

Per una volta sono tutti d’accordo: magistrati e Br. La Honda blu presente in via Fani il 16 marzo del 1978 è un mistero. I capi brigatisti hanno sempre negato che a bordo ci fossero due loro uomini, ma da quella moto spararono gli unici colpi tirati verso un ‘civile’ presente sulla scena del rapimento, l’ingegner Alessandro Marini, uno dei testimoni citati dalla sentenza del primo processo Moro.
Mario Moretti e Valerio Morucci sono stati sempre chiarissimi su quella moto blu di grossa cilindrata: ‘Non è certamente roba nostra’.

L’ingegner Marini si salvò solo perché cadde di lato quando una raffica partita da un piccolo mitra (o una pistola mitragliatrice) fu scaricata contro di lui ‘ad altezza d’uomo’ proprio da uno dei due che viaggiavano sulla moto. I proiettili frantumarono il parabrezza del suo motorino con il quale l’ingegnere cercava di ‘passare’ all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Marini fu interrogato alle 10.15 del 16 marzo.
Il conducente della moto – disse – era un giovane di 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò “l’immagine dell’attore Eduardo De Filippo”. Dietro, sulla moto blu, un uomo con il passamontagna scuro che esplose colpi di mitra nella direzione dell’ingegnere perdendo poi il caricatore che cadde dal piccolo mitra durante la fuga. La sera a casa Marini arrivò la prima telefonata di minacce: ‘Devi stare zitto’. Per giorni le intimidazioni continuarono. Si rafforzarono quando tornò a testimoniare ad aprile e giugno. Poi l’ingegnere capì l’aria, si trasferì in Svizzera per tre anni e cambiò lavoro.
A terra in via Fani rimasero quindi anche i proiettili sparati dal piccolo mitra ma le perizie sembrano tacere su questo particolare. Sarebbe questa l’ottava arma usata in via Fani: 4 mitra, 2 pistole, oltre alla pistola dell’agente Zizzi, che scortava Moro, e quella in mano all’uomo della Honda: il piccolo mitra. Su chi fossero i due sulla Honda tante ipotesi finora: due autonomi romani in ‘cerca di gloria’ (ma perché allora sparare per uccidere?); due uomini della ‘ndrangheta (ma non si è andati oltre l’ipotesi); o, come ha ventilato anche il pm romano Antonio Marini che ha indagato a lungo sulla vicenda, uomini dei servizi segreti o della malavita.
I Br negano ma, ha detto il magistrato, “una spiegazione deve pur esserci. Io vedo un solo motivo: che si tratti di un argomento inconfessabile”. Uomini della malavita o dei servizi? “Allora tutto si spiegherebbe”. Certo che quella mattina a pochi passi da via Fani c’era, per sua stessa ammissione, Camillo Guglielmi, indicato alternativamente come addestratore di Gladio o uomo dei servizi segreti, invitato a pranzo alle 9.15 di mattina da un suo collega.
E Guglielmi è proprio l’uomo dei servizi chiamato in causa nella lettera anonima che ha dato il via a Torino agli accertamenti sui due uomini a bordo Honda, poi trasferiti a Roma. A Guglielmi si è addebitata anche la guida di un gruppo clandestino del Sismi incaricato di ‘gestire’ il rapimento Moro secondo un’inchiesta che è anche nell’archivio della Commissione stragi, in Parlamento

Terminiamo qui le nostre spiegazioni, alla quale anni fa la stampa nazionale diede ampio risalto e invitiamo tutti a leggere il libro di Pietro Ratto, che ha indagato su questo mistero e che ha incontrato l’ispettore Rossi, per poter raggiungere con il suo libro una conclusione plausibile.

Peter Mann, the Sheriff of Wan Chai

“So, you are the man who arrested Suzie Wong?” that was my opening gambit in the conversation with Peter Man, the top cop, civil servant and writer, on meeting him for dinner in a Chinese Restaurant in North Point, while the venerable Uncle Ray was looking down at us, from the other side of the table.

Peter Mann, born in 1953, has released a quaint autobiographical book, detailing all the steps taken by this late offspring of empire builders to become a humane and caring civil servant in Hong Kong.
The title of his book is “Sheriff of Wan Chai. How an Englishman helped govern Hong Kong in its last decades, as a British colony” published by Blacksmith Books, founded and run by the pertinacious Pete Spurrier.
Peter’s book is very well written and highly readable. It is a mix of personal experiences and history: a good choice, because readers who are unfamiliar with contemporary history of China and Hong Kong may get lost in it.

Some of his personal experiences made me laugh at their candor but also left me wanting to know more. For instance, even if I have been a resident of Hong Kong for the past 35 years, I did not know that the Connaught Centre, headquarters of Jardine Matheson in Central was known in Chinese as the “the building of the thousand arse holes” but we are left wandering if it is because of the people working inside or because of the porthole style windows… I met a couple of people who had offices in that building and, indeed, they fall into the category.

As they say, the most difficult thing to do about living in China is not to write a book about it. And there have been several books published in the past years by Westerners who had come to stay here, but did not really settle down (some of them clearly fall into the category mocked by locals as: ‘fail elsewhere, try Hong Kong’). Some of the above-mentioned people, out of personal vanity, were authors of memoirs written to impress their folks about the oddities of the fragrant Chinese but they soon bore the readers because they tend to be the story, rather than being part of the story.
This book by Peter Mann does not fall into such a trap. Not only it is instructive and well documented, it is also something deep, charged with emotions and love, a work which will remain close to the readers’ hearts forever.
In Hong Kong Peter Mann found his new life: he is now a devoted Buddhist and vegetarian and here he met his wife, Zoe. He is committed, and he is here to stay, physically and mentally.
Ah, and what about my accusation of arresting Suzie? Peter’s answer is: “No, I protected Suzie Wong, I did not arrest her. I protected her from drunken sailors, ruffians and drug dealers.”

 

Peter Mann Sheriff of Wan Chai. How an Englishman helped govern Hong Kong in its last decades, as a British colony Blacksmith Books Hong Kong 2017. USD 17.95  ISBN 978-988-13765-6-5

Great Success of a program of Italian Lyric Music at the City University of Hong Kong

UN MAGGIO MUSICALE a lyric program taken to Hong Kong by the Accademia del Maggio Musicale Fiorentino and by Opera Firenze at the City University of Hong Kong on the 27 May 2017.

The auditorium was packed and the performance was flawless.

Flawless was also the organization by Solomusica Hong Kong, run by his director and founder, Andrea Bettinelli dal Cin.

The sponsors were the Italian Consulate of Italy in Hong Kong and Macau; The Office of the European Union; ICE; Bellissima Italia and City University, Hong Kong.

 

Opera di Firenze

Accademia del Maggio Musicale Fiorentino

UN MAGGIO MUSICALE

in Guangzhou, Macao, Hong Kong , Shanghai, Beijing

 

‘Di piacer mi balza il cor’ — La Gazza Ladra — G. Rossini

soprano Eleonora BELLOCCI

‘Sì, ritrovarla io giuro’ — La Cenerentola — G. Rossini tenor Manuel AMATI

‘Largo al factotum’ — Il Barbiere di Siviglia — G. Rossini

baritone Qianming DOU

‘All’idea di quel metallo’ — Il Barbiere di Siviglia — G. Rossini

tenor Manuel AMATI, baritone Qianming DOU

‘Ah! Qual colpo inaspettato’ — Il Barbiere di Siviglia — G. Rossini

soprano Eleonora BELLOCCI, tenor Manuel AMATI, baritone Qianming DOU

‘Quel guardo il cavaliere… So anch’io la virtù magica’ — Don Pasquale — G. Donizetti

soprano Eleonora BELLOCCI

‘Tornami a dir che m’ami’ — Don Pasquale — G. Donizetti

soprano Eleonora BELLOCCI, tenor Manuel AMATI

—— intermission 15’ ——

‘Cruda, funesta smania’ — Lucia di Lamermoor — G. Donizetti

baritone Qianming DOU

‘Vissi d’arte’ — Tosca — G. Puccini

soprano Eunhee KIM

‘Per me giunto… io morrò’ — Don Carlo — G. Verdi

baritone Benjamin CHO

‘Ecco l’orrido campo’ — Un ballo in maschera — G. Verdi

soprano Eunhee KIM

‘Udiste? Come albeggi la scure al figlio’— Il trovatore — G. Verdi

soprano Eunhee KIM, baritone Benjamin CHO

 

ACCADEMIA DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO

OPERA DI FIRENZE

The Maggio Musicale Fiorentino Academy, the international center of advanced training of the

‘Opera di Firenze’ was founded with the objective of ensuring the most thorough and prestigious professional training for young talents wishing to embrace the arts and crafts of opera theatre.

Focusing on the younger generations, the Academy aims to promote the rich tradition of Italian opera, which has its origins in Florence, the birthplace of the Italian language which is universally recognised as the language of opera.

‘Opera di Firenze’ finds its origins in 1861, since the ‘Teatro Comunale’ was opened in Florence.

The Maggio Musicale Fiorentino Academy is an institution of Italian excellence capable of providing top-level training to young musicians beginning the theatrical profession. The

Academy ofers highly qualified specialization courses and a concrete work experience that promotes the students vocational integration and improvement.

Qianming Dou, baritone – China

Born in Shanghai in 1991, he graduated from the Tchaikovsky Conservatory in Ukraine.

After moving to Italy, he enrolled in the Music Conservatory of Verona. In 2015 he joined the Academy of the Maggio Musicale Fiorentino. In 2016 he won the ‘International

Opera Competition Ferruccio Tagliavini’. In February 2017 he is Figaro in ‘Il Barbiere di Siviglia’ by G. Rossini at the Royal Opera House Muscat (Oman),

Eleonora Bellocci, soprano – Italy

Born in 1992, she began her vocal studies in 2011 with Donatella Debolini at the

Conservatory ‘Luigi Cherubini’ of Florence. She made her debut in 2012 in Noye’s Fludde by Benjamin Britten, as part of the international sacred music festival

Anima Mundi, and as a soloist in the New Year’s concert at the Opera di Firenze.

In 2016 she was a student at the Accademia Rossini directed by Maestro Alberto

Zedda. In March, 2017 she will perform the role of La Regina della Notte in La

Piramide di Luce from the opera Il flauto magico by W. A. Mozart at the Opera di Firenze.

Manuel Amati – tenor, Italy

Born in 1996 at Martina Franca, at the age of 13 he began his vocal studies with,

Riccardo Frizza, Roberto Frontali and Roberto Scandiuzzi. also specializing with

Maestro Domenico Colaianni. In 2015 he won a scholarship at the Accademia Lirica di Bari. In March, 2017 he will interpret Tamino in La Piramide di Luce from the opera Il flauto magico by Wolfgang Amadeus Mozart for the Opera di Firenze.

Eunhee Kim, soprano – South Korea

Born in Seoul in 1986, she studied music and earned her bachelor and master degrees

at the National University of Seoul. She then moved to Italy where she graduated

with honours at the Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. She won several

competitions including the ‘Riccardo Zandonai Prize’ and the ‘Grand Prix of Bucharest’.

In 2015 she debuted in Ireland at the Wexford Opera Festival with Le portrait de

Manon by Jules Massenet. The same year she joined Accademia del Maggio Musicale Fiorentino.

 

 

Benjamin Cho, baritone – South Korea

Born in1989 in Seoul, South Korea and he graduated at the Korea National University of Art.

He moved to Italy to study the Italian lyric repertory and in 2015 he was admitted to the

Academy of the Maggio Musicale Fiorentino. In 2016 he was one of the winners of the

‘Concorso lirico Andrea Chénier’. In October 2016 he was Schaunard in ‘La Bohème’

by Giacomo Puccini at the Teatro Regio d Torino, conducted by Gianandrea Noseda.

Yin Bojie – pianist – China

Born in Hunan, China, she began studying piano at the age of four. In 2013 she graduated in

Piano Accompaniment and Choir Direction from the Shanghai Music Conservatory.

In 2012 she worked as a piano accompanist at the National Center for the Performing Arts in Beijing.

In 2015 she attended the course for collaborator at the Teatro Lirico Sperimentale “Adriano Belli”

of Spoleto and was admitted to the “Riccardo Muti Italian Opera Academy” where she worked as

a rehearsal pianist for the preparation of Giuseppe Verdi’s opera Falstaf under the guidance of

Riccardo Muti. Since November 2015 she has been enrolled at the Accademia del

Maggio Musicale Fiorentino. In April 2016 she collaborated on the preparation of Falstaf with

the Chicago Symphony Orchestra directed by Richard Muti in Chicago.

Richard Barker, pianist – Italy/UK

Richard Barker, started his music studies at the King’s School Worcester and specialised

in Piano with Ilonka Deckers and Composition with Aurelio Maggioni at the “Giuseppe Verdi”

Music Conservatory in Milan. From 1997 to 2014 he was a teacher at the Accademia di Perfezionamento

of the Teatro alla Scala in Milan. Mr Barker is often a guest performer at Teatro Comunale in Bologna;

Teatro La Fenice in Venice; Teatro Lirico in Cagliari; Teatro Regio in Parma; Teatro San Carlo in Naples;

Teatro Carlo Felice in Genoa; Opéra Bastille de Paris; Opéra de Montecarlo; Grand Théâtre de Bordeaux;

Japan Opera Foundation; and Teatro São Carlos in Lisbon. He has been invited to the Rossini

Opera Festival in Pesaro every year since 1994, and has also participated in the festivals of Glyndebourne,

Wexford, Edinburgh, Schwetzingen, Jerusalem, Sofia and Houston (Texas). He has accompanied prestigious

singers in recitals, such as Renato Bruson, Leo Nucci, Katia Ricciarelli, Carmen Oprisanu,

Desirée Rancatore, Margarita Zimmermann, Roberto Scandiuzzi and Michele Pertusi, to name only a few.

He has also accompanied international singing competitions such as the “Butterfly” in Tokyo and

the “Bicentennial Mozart Competition” at the Wiener Staatsoper. He also coached and played

continuo for Don Giovanni with Lorin Maazel at the Palau de las Artes in Valencia and accompanied

performances of La Bohème at the Teatro Comunale in Bologna, substituting for the orchestra on strike.

Since 2015 he is the principal coach at Accademia del Maggio Fiorentino.

 

 

Semplici disegni cinesi e l’arte di Leonardo

I disegni di Leonardo Da Vinci, sparsi nei suoi codici, hanno un qualche cosa di esotico e di magico. Il motivo di ciò sta forse nella precisione e nella fermezza del suo tratto, ma non solo – come spiego nel mio libro a lui dedicato – anche il fatto che vengono gettati sulla pagina bianca in maniera non casuale, spesso combinati a sue parole e descrizioni.
Questo è certamente un fatto atipico nell’arte europea del tempo, mentre era cosa comunissima nell’arte estremo-orientale, soprattutto i quella cinese.

L’uso sapiente degli spazi vuoti crea una impressione di leggerezza, di sospensione, di purezza.

Ecco la foto di un semplice oggetto cinese di epoca Ming (1368-1640) che acquistai nelle Filippine molti anni fa pagandolo forse un dollaro americano. Una scatola circolare di porcellana di 3 cm di diametro, prodotta in serie a Jingdezheng e poi esportata.

La barca sulla quale stava, assieme a centinaia d’altri pezzi, dev’essere affondata presso Puerto Galera nell’arcipelago filippino e poi riportata a galla da pescatori. Con pochi tratti di pennello l’anonimo artista cinese disegna i tre arbusti che segnano la vita d’un intellettuale confuciano: il pino, il pruno e il bambù, mentre a sinistra si scorge la semplice capanna dove meditare.

 

La Gioconda fu rubata o acquistata dai francesi?

Si è spesso discusso del furto della Gioconda da parte dei francesi.

Una cosa mai avvenuta, perché il quadro fu acquistato da re Francesco I, pagandolo una cifra notevole.
I quadri descritti da Antonio De Beatis nello studio di Leonardo e da lui visti il 10 settembre 1517, non appaiono nel suo testamento, di cui si conserva una copia (l’originale è andato perduto a Firenze). Come racconto nel mio libro, Leonardo Da Vinci. Un Intellettuale cinese nel Rinascimento italiano pubblicato dalla Gingko Editore, le ricerche su Leonardo Da Vinci sono “lavori in corso”. E non è uno scherzo, e anche per lui potremmo parafrasare quanto detto di Zhou Enlai quando gli chiesero della Rivoluzione Francese e lui rispose che è ancora troppo presto per giudicare…

Nel 1990 Janice Shell e Graziano Sironi scoprirono nell’archivio di Stato di Milano il testamento del suo allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti da Oreno (Mi) detto il Salaì.

Costui, nel 1518, un anno prima della morte del Maestro, era ritornato a Milano dove si prese moglie ma nel 1523 morì, forse a causa di una lite con dei soldati francesi, che gli tirarono un colpo di balestra o d’archibugio.
La sua eredità fu divisa fra le sorelle e la moglie. Questa si rivelò cospicua: abiti di lusso, pietre preziose, oggetti e una serie di dipinti.
La stima e la descrizione di questi oggetti, in un documento datato 1525, indica una chiara provenienza leonardesca. Troviamo una Leda, una Sant’Anna e un certo dipinto di un “Quadro de una donna aretrata” per la quale nell’interlinea si specifica “dicto la Honda”, linea barrata e poi corretta in “dicto la Joconda”.
Per la prima volta questo curioso nome appare in un documento e la stima posta accanto è altissima: 100 scudi e 555 soldi.

La cifra della stima di 100 scudi “ecus de soleil” equivale a 350 grammi d’oro puro. Per quanto riguarda i 555 soldi, basti notare che il funerale della madre di Leonardo, in pompa magna e con due preti, vino e candele, gli era costato 123 soldi.

Un nuovo documento, datato 1531 (scoperto nel 1998 nell’archivio di Milano), indica che una delle sorelle di Salai, chiamata Lorenzuola, cedette una “Ioconde Figuram” a un tal Ambrogio da Vimercate, ma questa ha un prezzo basso… era sempre la stessa Gioconda o una copia?
L’affare diventa ancora più complesso notando che in Francia nel 1999 è emerso un documento nel quale si dice che il tesoriere reale aveva pagato al Salai ben 2604 lire tornesi, poco prima della sua partenza per Milano, per “qualques tables de peintuire.”

Che significa? La Gioconda era tornata a Milano nel 1518 assieme a Salai, oppure il Salai s’era portato appresso una copia della stessa, forse quella che oggi ammiriamo a Madrid al Prado?

Nel 1518, con 120 lire tornesi si acquistava un moggio di grano (circa 2 quintali) quindi 2604 lire equivalevano a circa 4 tonnellate di grano. A quel tempo il rapporto oro contro argento era ancora di 1 a 10. Dunque la cifra maggiore è quella che risulta pagata in Francia mentre la stima per la Joconda di Milano indica forse un tentativo di truffa finita poi male.

Evidentemente quel Ambrogio da Vimercate sapeva il fatto suo e non c’era cascato!

 

Francesco Cianchi. La Madre di Leonardo era una Schiava?

Il libro di Francesco Cianchi La Madre di Leonardo era una schiava? venne pubblicato dal Museo Ideale Leonardo Da Vinci nel 2008, con una introduzione di Carlo Pedretti. Questa è stata un’opera fondamentale per scrivere il mio libro dedicato alla madre di Leonardo, pubblicato da Gingko Editore nel 2017, con una presentazione di Salvatore Giannella.Si tratta di un’opera molto rigorosa, scarna, basata su documenti d’archivio ma che un amante di Leonardo legge come se fosse un thriller. In Italia ha avuto una diffusione quasi nulla e non è mai stata tradotta in inglese, francese o tedesco, come avrebbe meritato. Nel 2013, avendo scorto questo titolo in una bibliografia, dovetti penare non poco per acquistarne una copia. Da Hong Kong telefonai a Vinci, parlando con una gentilissima signora, responsabile del Museo Ideale Leonardo Da Vinci, che me la spedì.

Renzo Cianchi (1901-1985) è stato un grande studioso di Leonardo Da Vinci, della sua vita, della sua opera e del suo pensiero. Fondò a Vinci il Museo Ideale Leonardo Da Vinci, che è cresciuto negli anni, sino a diventare quella importante istituzione che è oggi.

Cianchi pubblicò un gran numero di saggi e di libri dedicati all’arte rinascimentale e fu lui il primo a proporre l’ipotesi che Caterina, la madre di Leonardo, fosse stata una schiava, dopo che trovò dei documenti nel Catasto di Firenze relativi a un testamento di un ricco cliente di Ser Piero Da Vinci, morto nel 1451, un usuraio di nome Ser Vanni.
Parlò di questa sua scoperta a Neera Fallaci, la sorella della scrittrice Oriana Fallaci, la quale nel 1975 pubblicò su Oggi un articolo su tale argomento.

In seguito, Renzo Cianchi lasciò queste sue ricerche sulla schiava Caterina nel cassetto della propria scrivania ma ne parlò al figlio, Francesco, dopo che scoprì d’essere gravemente ammalato. Dopo la morte del genitore, Francesco Cianchi riordinò le carte del padre e completò le sue ricerche, pubblicando questo libro di 60 pagine, contenente le sue sorprendenti scoperte.

Giacché la data di nascita di Leonardo è incontestabile, 15 aprile 1452, Renzo Cianchi tornò indietro nove mesi prima della sua nascita, al luglio del 1451 e trovò varie tracce lasciate da Ser Piero a Firenze: un documento datato 7 luglio 1451 e poi un altro datato il 15 luglio 1451, entrambi redatti a Firenze, e altri ancora immediatamente prima e dopo queste date. Il documento legale più avanti nel tempo scritto da Ser Piero, risulta del il 4 settembre, 1451, sempre a Firenze. Tali documenti dimostrarono che Ser Piero risiedeva a Firenze in quel tempo e fu a Firenze che ingravidò la madre di Leonardo, dunque nessuna contadinella di Vinci…

Non è pertanto azzardato pensare che Ser Piero fosse di casa da Ser Vanni, a Firenze, in Via Ghibellina e, mentre lui agonizzava nel letto, falsificò certe clausole nel testamento, che lui stesso aveva redatto, volgendolo a proprio favore e profittò sessualmente della sua schiava, Caterina.

I trovatelli delle schiave tartare a Firenze

Questo è uno dei testi che ho utilizzato per le mie ricerche, che hanno poi portato al libro attualmente in edicola, pubblicato da Gingko Editore, relativo alla madre di Leonardo Da Vinci e alle sue origini orientali.

Il libro della studiosa nipponica Tomoko Takahashi Il Rinascimento dei Trovatelli. Il brefotrofio, la città e le campagne nella Toscana del XV secolo Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2003 fu originariamente pubblicato in inglese dalla University Press of Nagoya, nell’anno 2000, come The Renaissance of Foundlings. The Orphanage, City and Countryside in Tuscany during the Fifteen Century.

Questo è uno studio molto serio, e il frutto di approfondite ricerche a livello archivistico, ma non solo, Tomoko Takahashi ha incrociati i propri dati con tutte le altre fonti già pubblicate sull’argomento.

Si tratta di un testo dedicato alle migliaia di neonati abbandonati a Firenze in un quarantennio, nella metà del XV secolo. Vi vengono analizzati tutti i dati disponibili su questi orfani: di chi erano figli? I motivi del loro abbandono? Il numero di coloro che morivano? Chi li adottava e la loro professione? Chi erano le balie?
Tale studio si basa in particolare sui ricchi archivi dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze, pur mantenendo uno sguardo su altri brefotrofi toscani.

Un gran numero di questi gettatelli come li chiamavano in Toscana, erano figli di schiave, certamente abusate dai propri padroni. Si veda la tabella qui sotto, relativa al 1445 – 1485, ovvero relativo a un periodo durante il quale, dopo la caduta di Costantinopoli, il numero di tartare era comunque declinato fortemente.

Infatti il periodo di maggiore importazione di tartare – tutte le estremo orientali venivano definite tartare e solo in pochi casi appare il termine kathaie ovvero cinesi – coincide con l’arrivo della peste nera (1347-48) che dimezzò la popolazione italiana.
Secondo la Takahashi il massimo picco di gettatelli figli di schiave lo si raggiunse verso la metà del Quattrocento. E per molte delle madri di questi bimbi esiste la notazione “la madre venne di Vinegia” confermando appunto la loro origine levantina e, in certi casi, collegabile alla Via della Seta, che aveva uno dei sue stazioni a Tana, in Crimea.

 

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Leonardo Da Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy
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Leonardo Da Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy
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