Ecco spiegata la vera identità della Gioconda di Leonardo Da Vinci!

Nell’edizione in italiano del nostro libro su Leonardo Da Vinci e sulle sue possibili radici orientali abbiamo inserito un punto chiave che mancava nell’edizione in inglese. Tale punto riguarda la spinosa questione della datazione e della identità della Gioconda di Leonardo Da Vinci.

Una buona parte della critica ritiene che la Gioconda sia un quadro dipinto negli anni della seconda permanenza di Leonardo a Firenze, ossia nel 1503-4, al termine delle guerre di Cesare Borgia. E, secondo la vulgata, questa misteriosa signora sarebbe Monna Lisa Gherardini del Giocondo, la moglie di un ricco mercante, a dispetto delle dimensioni del quadro (77×53 centimetri) un formato che potremmo definire regale.

Secondo lo storico dell’arte Roberto Zapperi – partendo da un’idea di Carlo Pedretti – questa signora sorridente sarebbe l’immagine funebre Pacifica Brandani, un’amante di Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours (1479-1516). Un quadro iniziato a Roma negli anni 1513-1514 e poi lasciato incompiuto. Zapperi presenta questa sua brillante e ben documentata tesi in un bel libro, “Monna Lisa Addio” pubblicato nel 2012.

La nostra nuova ipotesi è che invece il quadro rappresenta Fioretta Gorini, la favorita di Giuliano de’ Medici, cominciato nel 1478, l’anno dell’uccisione di Giuliano de’ Medici, durante la congiura dei Pazzi.

Fioretta Gorini diede alla luce un maschio due mesi dopo l’assassinio di Giuliano, avvenuto il 26 aprile 1478 ma a sua volta morì di parto due mesi dopo. Quel bambino nato fuori dal matrimonio fu accettato dai Medici e battezzato con il nome di Giulio. Divenne in seguito papa Clemente VII (26 maggio 1478 – 25 settembre 1534).

Forse la commessa per il quadro fu affidata a Leonardo da Giuliano de’ Medici, quando seppe che la sua amante era in dolce attesa. Ma subito dopo Leonardo perse sia il committente che la modella.

Un collage da noi eseguito, partendo dal primo disegno datato di Leonardo, del 5 agosto 1473, mostra una sostanziale identità grafica con lo sfondo della Gioconda.

Ecco i motivi sui quali basiamo la nostra idea.
Antonio De Beatis e il Cardinal D’Aragona visitarono Leonardo ad Amboise, in Francia, il 10 ottobre 1517. Gli chiesero chi fosse quella dama e Leonardo rispose che si trattava di una certa

dona fiorentina facta di naturale ad istanza del quondam magnifico Jiuliano de Medici.

Monna Lisa Gherardini, che mai conobbe Giuliano ed era una donna sposata con un mercante, dunque non c’entra nulla. Tutti i critici che hanno letto le parole scritte nel diario di Antonio De Beatis  hanno sempre pensato che si stesse riferendo a Giuliano, Duca di Nemours, ma questo è impossibile, perché egli trascorse la gran parte della propria vita in esilio, fuori di Firenze. Dunque, come poteva chiedere a Leonardo di dipingere una dona fiorentina?

Per tal motivo lo Zapperi segue l’ipotesi del Duca di Nemours come committente ma invece che fiorentina, pensa che la dama fosse urbinate, Pacifica Brandani, che gli diede un figlio ma che a sua volta morì di parto.

Una prima critica alla nostra ipotesi potrebbe essere questa: l’epiteto di il Magnifico fu usato solo per Lorenzo de’ Medici e poi per suo figlio, Giuliano, Duca di Nemours, una volta diventato signore di Firenze.
Ebbene, siamo certi che anche per il fratello di Lorenzo, Giuliano, ebbe tale epiteto. Possediamo infatti  Le Stanze de Messer Angelo Poliziano composte per la giostra del Magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici un poemetto in ottave rima, rimasto incompiuto. Fu pubblicato per la prima volta nel 1484 e poi nel 1498 da Aldo Manuzio, a Venezia. Dunque il titolo di il Magnifico fu usato anche per Giuliano senior.

Un ulteriore indizio che c’induce a muovere indietro nel tempo l’origine della Gioconda è il fatto che fu dipinta su una tavola di pioppo, come tutti i primi quadri di Leonardo, mentre quelli successivi alla sua venuta a Milano del 1482 furono eseguiti su tavole di legno di noce, più duro, più robusto e meno soggetto a fessurazioni.
Altro indizio è il fatto che lo scienziato Pascal Cotte ha scoperto – usando sofisticatissime apparecchiature capaci di vedere cosa sta sotto a un dipinto usando la diffrazione della luce – vari pentimenti nella figura della donna, ma non nel paesaggio.

Riassumiamo i nostri punti. Possiamo affermare che il quadro conservato al Louvre, noto come la Gioconda fu iniziato a Firenze nel 1478 e poi ritoccato di volta in volta negli anni seguenti e, alla fine, fu lasciato incompiuto. Fioretta Gorini è la donna rappresentata idealmente e il quadro fu dipinto senza la modella davanti o una sua immagine da seguire. Per questo motivo si tratta di una rappresentazione fantastica e immaginaria d’una madre morta.

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Pensare come Leonardo.

Il mio libro su Leonardo da Vinci circa l’origine cinese di sua madre, con una presentazione di Salvatore Giannella, è uscito in questi giorni presso l’editore Gingko di Bologna.
Alcuni amici mi chiedono come posso aver raggiungo una conclusione tanto azzardata e che prove ho per dimostrare la veridicità di questa mia bizzarra idea.
Rispondo che la mia è solo una possibilità fra le altre e che lascio al lettore tirare le proprie conclusioni. Ho scritto questo libro proprio per mettere in discussione certi indizi conscio del fatto che, generalmente, nel caso di Leonardo le certezze sono poche. E non solo per quanto riguarda la sua biografia ma anche per l’attribuzione di un disegno o di un quadro, dato che quasi mai esiste un accordo fra gli esperti.

Certa è la rimozione dalla nostra memoria collettiva del capitolo della schiavitù domestica orientale durante il Rinascimento, con migliaia di bambine gettate in schiavitù. I tartari, che occupavano la Crimea, le vendevano ai veneziani e ai genovesi che passando per Costantinopoli, trasportandole sino al nostro Paese. Questo dato è incontrovertibile, poiché esistono negli archivi delle principali città italiane migliaia di documenti notarili che provano il loro acquisto, il loro battesimo e in certi casi il loro affrancamento.

Esistono indizi che la madre di Leonardo fu una di queste bambine, come già dimostrato da Francesco Cianchi nel suo libro La madre di Leonardo era una schiava? del 2008. Un aureo libretto, poco conosciuto, mai tradotto in altre lingue eppure compilato dal grande studioso Renzo Cianchi, prima della sua morte prematura e poi dato alle stampe dal figlio. Negli anni ottanta Renzo Cianchi ne parlò a Neera Fallaci, che ci scrisse un articolo che destò una certa curiosità. Va comunque precisato che il Cianchi non parlava della nazionalità della schiava Caterina, bensì solo del fatto che veniva detta schiava nel testamento di Ser Vanni, un facoltoso cliente di Ser Piero Da Vinci, padre di Leonardo.

Mchael J. Gelb è un esperto americano di pensiero creativo, un educatore e un amante di Leonardo che ha tentato di applicare e trasformare certi principi da lui enunciati nei suoi taccuini. Pubblicò il suo “How to think like Leonardo” tradotto in italiano come “Pensare come Leonardo. I sette principi del genio” nel 1998 e da allora è andato attraverso varie edizioni diventando un bestseller, ristampato e tradotto in decine di lingue diverse dall’inglese.
L’approccio di Gelb a Leonardo è molto positivista, ginnico e ingenuo, cosa che avrà fatto certamente storcere il naso gli accademici e ai leonardisti a tempo pieno, ma si tratta di un’opera originale e utile, che offre ai giovani una visione nuova del genio toscano.
L’ingenua non ortodossia dell’autore la si nota subito nell’introduzione, quando loda Charles Dent, un ex pilota americano morto nel 1994 che decise di investire i propri risparmi e le proprie energie al fine di ricostruire il gran cavallo di Leonardo, il cui modello di creta fu usato dai balestrieri francesi nel 1500 come bersaglio per le loro frecce. Fondò una società per farlo rinascere, la: “Leonardo Da Vinci’s Horse Inc.”.
Fu alla fine scolpito da Nina Akamu e una copia è a Milano, in un angolo nascosto della città, all’ippodromo di San Siro, anche se certamente andrebbe posto in un luogo più in vista, essendo molto bello e maestoso.
Pochi lo sanno e pochi lo vedono, e quanto dovettero penare i suoi figli per convincere il comune di Milano ad accettarlo! Una seconda copia è in Michigan, a Grand Rapids. Una più piccola sta a Vinci e una a Allentown, Pennsylvania, cittadina d’origine del Dent.
Questa storia del cavallo è in fondo molto americana, e chissà se Dent sapeva che Leonardo lo considerava solo il primo stadio del suo progetto, dopodiché avrebbe gettato nel bronzo il cavaliere: il padre di Ludovico il Moro, Francesco Sforza.

Ma forse è così che deve essere, perché senza una buona dose di ingenuità e un pizzico di santa ignoranza non si porterebbe nulla a compimento. Forse, negli anni venturi, Dent e la storia del suo cavallo diventeranno materia leggendaria e dunque si trasformeranno, essi stessi, in opera d’arte.

Il falso ritratto di Leonardo, immaginato come Platone, dipinto da Raffaello

Tutte le guide turistiche del mondo amano raccontare belle storie alle persone che accompagnano, per attrarre la loro simpatia e le loro mance.
I turisti che ammirano il capolavoro giovanile di Raffaello Sanzio noto come “La Scuola d’Atene” si sentono dire che accanto a Aristotele sta Platone e che Raffaello prese Leonardo Da Vinci come modello.

La Scuola di Atene è un grande affresco che fu dipinto dal 1509 e il 1510. Il Papa Giulio II della Rovere scelse alcune stanze nel Vaticano e le fece affrescate ai migliori artisti sul mercato.
Nella stanza del palazzo nota come Stanza della Segnatura – il Tribunale della “Segnatura Gratiae et Iustiae” – Raffaello esegue quattro affreschi.
Passando davanti a questo capolavoro sentiremo dire dalle guide: “Potete notare che alcuni personaggi sono disposti su una linea ipotetica orizzontale alla fine di una scala, mentre altri sono disposti in piccoli gruppi, in primo piano. L’artista dona ai personaggi dell’antichità le sembianze di artisti suoi contemporanei, come una sorta di continuità del pensiero, per ribadire la nuova e orgogliosa affermazione che hanno ottenuto gli artisti moderni. Per esempio, possiamo vedere al centro, il filosofo greco Platone rappresentato con le sembianze di Leonardo da Vinci che parla con un altro grande filosofo dell’antichità, Aristotele. In basso, da solo e seduto sui gradini, intento a scrivere, appoggiato ad un blocco di marmo vediamo un altro grande dell’antichità, Eraclito con il viso di Michelangelo Buonarroti. Alcuni studiosi d’arte affermano che questo personaggio sia stato inserito da Raffaello dopo, verso il 1511-12 come una sorta di riconoscimento verso l’autore della Cappella Sistina di Michelangelo, che poi eseguirà anche il Giudizio Universale nella parete centrale dell’altare. Davanti a Lui possiamo vedere un altro grande artista e architetto del Cinquecento. Si tratta del Bramante, intento a tracciare un cerchio con un compasso mentre altri lo guardano ammirati”.

Passino il Bramante (del quale si vede solo la pelata) e il Buonarroti (non capisco che c’entra con il filosofo Eraclito) che Raffaello aveva sotto agli occhi tutti i giorni a Roma, ma la figura centrale di Platone nulla ha a che vedere con Leonardo Da Vinci, che nel 1509 aveva 57 anni, viveva a Milano, non era stempiato e, forse, ancora non teneva la barba lunga.
Il punto è che quella figura ricorda il celebre disegno del ‘vecchione’ custodita a Torino e riapparsa nei primi anni del 800 e che, contrariamente a quanto molti credono, non è affatto un autoritratto ma uno studio per qualche altra opera che Leonardo aveva in mente di realizzare.

Dunque, dove prese quel viso di Platone il nostro Raffaello? Semplice, nei musei Vaticani esistono varie erme e busti di marmo rappresentanti il grande filosofo greco – ne riporto un paio qui – ed è evidente che Raffaello s’ispirò a quelli.

Leonardo Da Vinci, Agnolo Firenzuola e il sorriso della Gioconda

Nel mio libro su Leonardo Da Vinci – pubblicato da Ginko Editore nel 2017 – accenno a una lieve curvatura del labbro sinistro della Gioconda – già notata nel 1896 da Robert de Sizeranne – e che questa è essenzialmente dovuta a una disproporzione geometrica dovuta alle ombre attorno alle labbra e alla loro percezione da parte della nostra retina. Quando guardiamo il ritratto dritto negli occhi, il suo sorriso sparisce ma quando ci si focalizza altrove, entra nella visione periferica della retina e il sorriso appare, sfumato e ampio: dunque quel sorriso appare più evidente nella visione periferica che non in quella centrale.

Questo è un sottile dettaglio che conferisce alla Gioconda un che di enigmatico e di misterioso. Nel mio libro accenno che questo è in qualche modo descritto da Agnolo Firenzuola in un suo celebre trattato sulla bellezza delle donne del 1541.

Dato che Leonardo dipinse quel ritratto prima che il suo libro fosse scritto, come possiamo spiegare questa curiosa coincidenza?

L’unica spiegazione possibile, a mio giudizio, è che il giovane Firenzuola vide la Gioconda prima che venisse portata in Francia da Leonardo. Forse nel 1515 o nel 1516 quando Leonardo Da Vinci arrivò in Lombardia da Roma, fermandosi a Bologna e Parma, incontrando Re Francesco I di Francia che gli chiese di entrare al suo servizio ad Amboise.

 

 

Agnolo Firenzuola – Dialogo delle bellezze delle donne intitolato Celso

DEL DIALOGO DEL FIRENZUOLA FIORENTINO, DELLA BELLEZA DELLE DONNE, INTITOLATO CELSO. DISCORSO PRIMO.

CELSO.

Eccoci alla bocca, fontana di tutte le amorose dolceze, la quale disidera più tosto pendere nel picciolo che nel grande; né deve esser aguza, né piatta; e nello aprirla, massime quando si apre senza riso o senza parola, non averia a mostrar più che cinque denti, insino in sei, di quei di sopra. Non sien le labbra molto sottili né anche soverchio grosse, ma in guisa che il vermiglio loro apparisca sopra lo incarnato che le circonda; e voglion nel serrar della bocca congiungersi pari, che quel di sopra non avanzi quel di sotto, né quel di sotto quel di sopra; e voglion fare verso il lor fine una certa diminuzione diminuita in angulo ottuso: come è questo; ma non come lo acuto o come il mento. Egli è ben vero che, quando il labbro di sotto, e massime quando la bocca è aperta, gonfia un poco nel mezo più che quel di sopra, con un certo segno che mostri quasi di dividerlo in due parti, che quel poco di gonfiamento dà gran grazia a tutta la bocca. Tra il labbro di sopra e quel che voi chiamate il mocol del naso, vuole apparire eziandio una certa dimensione, che paia un picciol solco e poco a dentro, seminato di rose incarnate. Il serrar la bocca qualche volta, con un dolce atto e con una certa grazia, dalla banda dritta e aprirlo dalla manca, quasi ascostamente soghignando, o mordersi talora il labbro di sotto non affettatamente, ma quasi per inavertenza, che non paressero attucci o lezi, rare volte, rimessamente, dolcemente, con un poco di modesta lascivia, con un certo muover d’occhi, che or riguardino fissamente e allora allora rimirino in terra, è una cosa graziosa, un atto che apre anzi spalanca il paradiso delle delizie e allaga d’una incomprensibile dolceza il core di chi lo mira disiosamente. Ma tutta questo sarebbe poco, se la belleza dei Denti non concorresse coll’essere piccioli, ma non minuti, quadri, uguali, con bello ordine separati, candidi e allo avorio simili sopra tutto, e dalle gingive, che più tosto paiano orli di raso chermisino che di velluto rosso, orlati, legati e rincalzati;

 

Agnolo Firenzuola nacque a Firenze il 28 sett. 1493, primo dei cinque figli del notaio Bastiano Giovannini da Firenzuola e di Lucrezia Braccesi, figlia dell’umanista Alessandro, che Bastiano servì come segretario personale.
Alessandro Braccesi fu intimo di Giuliano e Lorenzo de’ Medici e conobbe anche la la bella Ginevra de’ Benci, il cui fratello era amico di Leonardo.

Alessandro Braccesi iniziò la professione di notaio nel 1467 e fu impiegato nella cancelleria della Repubblica e della Signoria fiorentina, per la quale svolse varie attività diplomatiche. Nel 1470-1471 fu a Napoli e poi a Roma con gli ambasciatori Jacopo Guicciardini e Pierfrancesco de’ Medici.
Verso il 1473 compose una serie di poesie in volgare, dedicate al signore di Montefeltro. Si trattava di un Canzoniere d’ispirazione petrarchesca. In seguito tradusse anche le Storie di Appiano in volgare.Nel 1479 fu secondo cancelliere della Signoria e nel 1480 cancelliere dei Dieci di Balia e poi notaio e scriba degli Otto di Pratica.
Del 1483 al 1487 fu uno dei sei segretari della Repubblica, mentre nel 1488 diresse insieme con Francesco Gaddi la cancelleria degli Otto di Pratica.
Dal 1491 al 1494 fu ambasciatore a Siena, svolgendo una missione delicata in una terra tradizionalmente nemica di Firenze. Alla caduta dei Medici fu subito richiamato a Firenze e rimosso dall’incarico di segretario, che gli fu restituito già alla fine dell’anno e riprese così le sue missioni diplomatiche. La più importante fu svolta a Roma nel 1497.
Durante la sua missione, il papa scomunicò il Savonarola mentre il Braccesi, un ammiratore del Savonarola, lo informava segretamente dello stato delle trattative, oltre ad adoperarsi cautamente presso qualche cardinale sulla possibilità della convocazione di un concilio che affrontasse il problema della deposizione del Borgia e della riforma della Chiesa, come auspicato da fra’ Girolamo. La svolta anti-savonaroliana a Firenze nel 1498 e che portò in maggio alla condanna del frate, provocò anche la caduta in disgrazia del Braccesi. Dopo qualche anno d’isolamento, dovette ottenere la fiducia dei nuovi signori di Firenze: alla fine del 1502 fu infatti inviato in missione a Roma, ma vi si ammalò e morì il 7 luglio 1503.
La sua tomba si trova nella basilica di Santa Prassede, dove è ricordato da un epitaffio dettato da Agnolo Firenzuola.

Agnolo Fiorenzuola fu battezzato con i nomi di Michelangelo e Gerolamo, trascorrendo l’infanzia a Firenze. Sedicenne, intraprese lo studio del diritto a Siena; quindi fu a Perugia, dove completò gli studi nel 1515-16.
Venticinquenne, nel 1518 approdò nella Roma di Leone X con l’incarico di procuratore dell’Ordine presso la Curia. Apparentemente per qualche tempo fu al servizio di Paolo Giordano Orsini e frequentò l’accademia che si riuniva nel palazzo del cardinale Pietro Accolti.
S’innamorò della moglie di un avido notaio, che lui chiama Costanza, di origini fiorentine. Compose dei dialoghi a lei dedicati anche se questa morì prematuramente, la sua opera fu sottoposta al Tolomei, che forse espresse riserve sulla scelta di affidare temi filosofici a interlocutrici femminili, se il Fiorenzuola gli rispose nel 1525 con una Epistola in difesa delle donne. Nei mesi successivi alla presentazione dei Ragionamenti si manifestò la grave infermità di cui parla, nel capitolo In lode del legno santo e nella lettera a Pietro Aretino del 5 ott. 1541, molto probabilmente si trattava di sifilide.
Chiese e ottenere l’8 maggio 1526 la dispensa dai voti monastici, pur rimanendo in seno alla Chiesa come chierico secolare, per rinchiudersi in un doloroso e impenetrabile isolamento.
Nel 1538 fu a Prato, ristabilito nella salute, di nuovo nell’Ordine vallombrosano e in buone condizioni economiche grazie al ricco beneficio della badia di S. Salvatore, a Vaiano nel Pratese, di cui almeno da quest’anno fu Abbas Perpetuus. Nella tranquilla e prospera cittadina toscana, alla cui aria salubre attribuì in numerose rime il suo risanamento, si riaprì alla vita sociale e forse all’amore non solo spirituale, come testimonia la concretezza delle rime per una Selvaggia della famiglia dei Buonamici.

Al felice incontro con le famiglie pratesi è dovuta la riproposta della soluzione dialogica nel Dialogo delle bellezze delle donne intitolato Celso dal nome dell’interlocutore principale.
La bellezza femminile era un soggetto in voga fra i neoplatonici; il Firenzuola accentua il tema della bellezza come armonia delle forme in cui il piacere dei sensi sublima in superiore contemplazione intellettuale. Tuttavia le allusioni velate ma facilmente decrittabili alle donne pratesi utilizzate come modelli per delineare il ritratto della bellezza ideale non mancarono di suscitare pettegolezzi e risentimenti, con il risultato di alienarsi il favore delle famiglie abbienti della città e fu forzato a una nuova solitudine. In difficoltà economiche dovute alla perdita, verso la fine del 1540, del beneficio di Vaiano e al trascinarsi di una controversia con la sorella Alessandra per l’eredità del padre morto nel 1538, condannato all’isolamento a causa dei dissapori subentrati nei rapporti con le famiglie pratesi, il Fiorenzuola si spense a Prato il 27 giugno 1543 in assoluta solitudine. I fratelli appresero della sua morte solo due settimane dopo, come si legge nel rogito, nel quale rinunciarono all’eredità perché ritenuta negativa.

Au Peuple Français

I nostri cari cugini francesi fra due giorni andranno a votare per eleggere il prossimo presidente. Questa non sarà una votazione come tutte le altre, sarà una votazione decisiva per l’Europa intera.

La Gran Bretagna, la Spagna e il Portogallo sono sempre stati paesi proiettati sulle loro colonie, americane e orientali. L’Italia e la Germania sono paesi giovani, un pot-pourri di stati e staterelli, che s’aggregano e si disgregano.

La Francia, invece, è una grande nazione dai tempi della caduta di Roma e una entità omogenea a partire dal tempo di Charles Martel (646-741) che respinse l’invasione del califfato musulmano, diretta a soggiogare il nostro continente. Inoltre, la cultura francese dei secoli XVI, XVII e XVIII sono la linfa viva e rigogliosa che attraversa la nostra moderna Europa.

La scelta è ormai limitata a due candidati: Emmanuel Macron, un candidato fotogenico, indefinibile e indefinito, proteico, che non ha mai chiaramente espresso idee originali e che non ha mai parlato al cuore della gente comune. Vuole la continuità e si erge a difensore delle leggi, contro l’assalto della destra. Stiano ben attenti i francesi perché Voltaire scriveva: “Les tyrans ont toujours quelque ombre de vertu. Ils soutiennent les lois avant de les abattre”.

Non si è mai ben capito perché Macron abbia abbandonato il partito che lo aveva portato a diventare ministro, per fondarne uno nuovo. Calcolo elettorale? Crediamo di sì, giacché egli esprime idee in assoluta continuità con la linea del Presidente Hollande, il quale aveva dichiarato durante la sua elezione: “Il mio reale avversario non ha nome, non ha volto, non ha partito. Non verrà mai eletto, eppure governa – l’avversario è il mondo della finanza”.

Durante il dibattito televisivo del 3 maggio scorso, Macron si è scagliato con incredibile livore contro Marine Le Pen, ma i media asserviti al mondo della finanza del quale parlava Hollande, lo hanno dichiarato vincitore.
Come un bambino offeso Macron ha dato mandato ai propri legali di querelare Marine Le Pen perché lei ha accennato a un suo conto nei paradisi fiscali.
Che mossa puerile! Un vero uomo di Stato si sarebbe rivolto ai propri elettori non ai magistrati, dichiarando che quella è una falsità, se davvero è una falsità, oppure che esiste ma è vuoto, come dicono i Gesuiti, riferendosi all’Inferno…
Tutto sommato, da uno che ha lavorato per 3 anni alla Banca Rothschild che cosa vi aspettate? Se il conto non lo ha aperto, sicuramente lo ha fatto aprire ad altri, altrimenti che faceva tutto il giorno presso quella banca d’affari, giocava a battaglia navale con i propri colleghi, come il ragionier Filini?

Credo che in pochi si rendano conto che invece di un presidente, i francesi stanno eleggendo un imperatore, o un tiranno a tempo limitato…
L’attuale repubblica francese era stata plasmata da Charles De Gaulle, il quale si attribuì poteri quasi assoluti, che nessun altro presidente, democraticamente eletto possiede, neppure il presidente degli Stati Uniti. Il presidente francese può prendere tutte le decisioni che vuole, in barba al parlamento e ai partiti politici. Il presidente dà il mandato al primo ministro, è il comandante supremo delle forze armate e decide senza l’obbligo di consultazione o approvazione un gran numero di cariche pubbliche, senza che il Parlamento abbia la possibilità di rimuoverlo o porre il veto. In casi di emergenza gli vengono conferito poteri dittatoriali, che prevedono l’uso delle armi nucleari. Un presidente francese usa il primo ministro come una sorta di mandante e assistente, seguendo direttamente la politica estera e la difesa. François Mitterrand, definì i suoi poteri come un “colpo di Stato permanente”.

Ora veniamo a Marine Le Pen.
Come candidato alla presidente in questo momento sembra più adatta per gestire la difficile situazione attraversata dall’Europa. Cominciamo con il dire che qui lei si sta giocando tutto, a differenza di Macron. Crediamo, infatti, che in caso di sconfitta si ritirerà dalla carriera politica alla quale ha sacrificato la propria vita personale, con suoi tre figli e I suoi due mariti. Nei suoi confronti è in atto da tempo un vero e proprio linciaggio, dovuto essenzialmente alle gaffes del padre, con il quale ha da anni rotto i rapporti. Questo equivale a ritenere la Regina Elisabetta II non in grado di governare per via delle libere parole espresse nel corso degli anni da suo marito, il principe Filippo.

Una campagna denigratoria particolarmente virulenta è in atto in questi giorni, con i morti viventi della BBC che titolano: “What makes Marine Le Pen far right?” Ovvero cosa la rende di estrema destra? La loro risposta è il fatto che supporta la Brexit e che dall’età di 12 anni seguiva suo padre…
Il New York Times titola invece: “Marine Le Pen’s Verbal ‘Violence’ in French Debate Shocks Observers” ovvero gli osservatori sarebbero rimasti turbati dalla sua violenza verbale: certo una donna dovrebbe costantemente sorridere e mandar baci anche verso chi la prende a schiaffi. No?

Anche Bernard-Henri Lévy, filosofo di sinistra, ha fatto notare a denti stretti che Marine Le Pen è riuscita a trasformare il FN, in un partito moderno dandogli “un volto umano” ed eliminando ogni forma di razzismo. Il giornalista Michèle Cotta ha fatto notare che nei suoi confronti è in atto un tiro al piccione, per via del suo cognome, anche se a differenza del padre non parla mai di Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo.

Per quanto riguarda le minacce di Marine Le Pen di portare l’Europa fuori dall’euro, i suoi elettori potranno dormire sonni tranquilli: il processo verrà attivato solo dopo un referendum, come ha spesso dichiarato e dunque se la volontà del popolo francese sarà di mantenere la moneta unica, lei seguirà la volontà del popolo, non le proprie convinzioni.
Invitiamo dunque gli amati cugini francesi a votare per Marine Le Pen. È lei la scelta meno rischiosa e più rivoluzionaria, con lei al comando la Francia ritornerà una dinamo di libertà, di fratellanza e di uguaglianza nel rispetto delle proprie leggi millenarie.

Vive la France, Vive la République!

Angelo Paratico

Una intervista su Leonardo da Vinci e Caterina, sua madre.

Incontriamo Angelo Paratico al FCC di Hong Kong, il leggendario club dei corrispondenti esteri e ci sediamo nella Quiet Room dove sedeva Tiziano Terzani, proprio sotto alla targa della Reuters di Saigon, strappata dal muro nei giorni dell’invasione nordvietnamita. Vicino all’entrata sta il busto bronzeo di Richard Hughes, il brillante giornalista australiano che appare nei romanzi di John Le Carrè e di Ian Fleming. Egli par quasi fissarci con severità, mentre parliamo all’autore e prendiamo nota.
Allora, Angelo, il tuo libro su Leonardo Da Vinci sta finalmente per uscire in Italia?

Credo sia già uscito, in versione cartacea ed ebook, presso Gingko editore di Bologna e fra tre mesi uscirà in Corea.

E in Cina?

Il mercato dei libri in Cina è complicato, ma sono in contatto con un agente per una possibile riduzione cinematografica, pur trattandosi di un libro storico e non di un romanzo.
OK, non-fiction, ma è tutto storico e provato? Sei davvero convinto che sua madre, Caterina, fu una schiava cinese?
Non esiste mai una storia provata, anche per i casi storici più semplici, figuriamoci per quelli complessi, quel è appunto quello di Leonardo Da Vinci. In uno dei capitoli del mio libro riporto una frase di uno studioso di storia classica, Eric H. Cline, il quale cita l’immortale Sherlock Holmes, nel suo “Il Mastino dei Baskerville”. Holmes dice a Watson che è spesso necessario far un uso scientifico della propria immaginazione per trovare la quadra fra varie probabilità, e poi optare per quella che ci pare più plausibile. Uno storico che voglia scrivere di Leonardo è spesso costretto a seguire l’esempio indicato da Sherlock Holmes…

Ho letto l’edizione italiana in PDF del tuo Leonardo, che mi avevi cortesemente girato, e devo dire che mi è piaciuta più di quella inglese; vi ho trovato alcune notizie che in quella mancavano. Inoltre, la presentazione di Salvatore Giannella, con il cameo di Carlo Pedretti, è un piccolo capolavoro.
Sì, Salvatore Giannella è un abilissimo scrittore e Carlo Pedretti è il numero uno al mondo per quanto riguarda Leonardo Da Vinci. Sono stati entrambi molto gentili e, tutto sommato, coraggiosi, a voler intervenire nella discussione d’una tesi così azzardata qual è quella che propongo nel mio libro.

Dunque ammetti di giocare d’azzardo?

Certo, tengo ben presente il celebre detto di Carl Sagan, che tesi estreme necessitano di prove estreme. Eppure credo che il mio libro andava scritto, perché, pur nella sua bizzarria, può provocare un dibattito su certi argomenti poco conosciuti e poco studiati in Italia. Inoltre, il fatto che da 35 anni vivo fra Hong Kong e la Cina, lavorando, studiando e collezionando arte orientale, mi pone in una posizione privilegiata rispetto a certi storici nostrani che non sono in grado di valutare questi due mondi paralleli, eppure così simili.

Quali sarebbero questi argomenti poco conosciuti?

Sono molti. Per esempio il fenomeno della tratta di schiave orientali dalla Crimea all’Italia, un fenomeno assai diffuso sino al 1453, anno della caduta di Costantinopoli. Oppure, certe caratteristiche orientali di Leonardo, nel suo stile e nel suo modo di vivere, come il vegetarianismo, lo scrivere con la mano sinistra, la sua passione per l’Oriente, il disprezzo che doveva nutrire nei confronti del padre, Ser Piero Da Vinci e l’amore per la madre, Caterina, amore così forte che lo portò, una volta vedova e malata, a chiederle di seguirlo a Milano, ove poi lei morì.
Davvero Caterina morì a Milano?

Certo, pochi sanno che è stato trovato ciò che può essere definito il suo certificato di morte, nel Archivio di Stato di Milano. Questo conferma che la lunga nota di spese per il funerale di Caterina, che troviamo nel Codice Forster II di Leonardo, si riferisce davvero a sua madre, come Sigmund Freud, in un suo celebre saggio, aveva intuito.

E i nostri critici militanti come prenderanno queste tue eccentriche tesi?

Eccentriche forse lo sono, ma non campate in aria. E, credimi, dire qualcosa di originale su Leonardo, con più di 100 nuovi libri su di lui pubblicati ogni giorno nel mondo, non è facile impresa. Ebbene, credo che i nostri critici aperti al nuovo, come Vittorio Sgarbi, per intenderci, lo valuteranno per i suoi meriti e per i suoi demeriti, tenendo ben presente che lo studio di Leonardo è una sorta di “lavoro in corso” per via dei nuovi documenti e dei nuovi dati che affiorano ogni anno. I cattedratici, invece, neppure lo prenderanno in considerazione, ma, tutto sommato questo mi consola, perché anche Leonardo – che non conosceva il latino e il greco – sopportò in silenzio il disprezzo dei dottori del suo tempo, troppo occupati a chiosare Aristotele e Cicerone per dar retta a lui, che, come scrisse il visionario scritto russo Dmitrij Merezkovskij fu uno ‘che si svegliò quando tutti gli altri dormivano’.

Ci regali ora una delle tue battute che racchiuda in una riga questo libro?

Fammici pensare…allora, giocare  è più importante che l’aver ragione. Va bene?

 

 

Intervista condotta da Andrea Bettinelli Dal Cin e uscita sul giornale dei veneti nel mondo.

http://www.venetidelmondo.it/2017/05/02/intervista-ad-angelo-paratico-autore-di-un-intellettuale-cinese-nel-rinascimento-italiano/

 

Un ambasciatore cinese in un dipinto di Antonello da Messina

L’immagine di questo dipinto di Antonello da Messina non figura nel mio libro, e anche se spesso non la si trova citata fra le sue opere maggiori, come altre sue Crocifissioni, risulta davvero impressionate, essendo datata 1465.

Si trova a Madrid nella Collezione Thyssen.

 

 

 

 

 

Ecco una biografia di Antonello da Messina, presa dalla Treccani (Lionello Venturi).

Della vita di Antonello conosciamo i dati essenziali. Egli nacque a Messina dallo scultore Giovanni di Michele degli Antonii. Sua madre si chiamava Garita, Margherita. La prima notizia relativa all’attività del pittore è del 1457; e per varie induzioni si suol fissare circa al 1430 l’anno della nascita. Nel 1457 ha l’incarico di dipingere un gonfalone per Reggio Calabria, simile ad un altro che egli stesso aveva eseguito per la chiesa di S. Michele a Messina. Nel medesimo anno assume nella sua bottega come allievo Paolo di Caco. Nel 1460, insieme con la famiglia, compresi i figliuoli, dimora ad Amantea in Calabria, donde sta per ritornare a Messina. Dal 1460 al 1465 egli abita a Messina senza interruzione. E del 1465 è datata la sua più antica opera giunta sino a noi, il Cristo benedicente della National Gallery di Londra. Dopo il 1465 e sino al 1472 non appare più alcuna notizia su A., salvo nella firma apposta a opere del 1467 e del 1470. Nel 1473 è compensato per un’opera eseguita a Caltagirone, e s’impegna a preparare un gonfalone per Randazzo. Nel 1474 si obbliga a dipingere per Palazzolo Acreide il quadro rappresentante l’Annunziazione, che oggi è conservato nel Museo di Siracusa. Nel 1475 A. è a Venezia e lavora alla pala di S. Cassiano, commessagli da certo Pietro Bono. Il 16 marzo del 1476 il committente è così contento dell’opera non ancora finita, che già la proclama una “de le più eczellenti opere di penelo che habia Ittalia e fuor d’Ittalia”. Nel frattempo Galeazzo Maria Sforza chiede e ottiene che A. vada alla sua corte a Milano per dipingere ritratti. Sembra tuttavia che alla fine del 1476 A. sia di nuovo a Messina. Certo egli vi si trova nel 1478, quando s’impegna di dipingere un gonfalone per S. Maria di Randazzo. Poco dopo muore: tra il 14 febbraio 1479, giorno in cui fece il suo testamento, e il 25 del medesimo mese, quando è ricordato come già morto.

Ecco un ingrandimento, dove si vede un ambasciatore cinese (?)  ai piedi della croce, con il suo tipico cappello da mandarino.

 

Eccettuate le notizie relative alla pala di S. Cassiano e allo Sforza, tutti gli altri documenti, trovati nell’archivio di Messina, sembrano rappresentarci un pittore che abbia lavorato qualche tempo in Calabria e quasi sempre a Messina per varie città siciliane. Il viaggio a Venezia e a Milano sembrerebbe ridursi al 1475 e a parte del 1476. Ma le notizie non sono continue. E prima del 1457, e tra il 1465 e il 1472, e forse tra il 1476 e il 1478, è probabile ch’egli abbia compiuto altri e lunghi viaggi. Diversamente non si può spiegare la fama non solo molto alta, ma anche molto diffusa ch’egli raggiunse. A Napoli, a Urbino, a Venezia il suo nome è esaltato. A Venezia il suo gusto modifica lo stile di tutti i pittori, persino di quelli di genio, e daVenezia si diffonde sin dentro alla Lombardia e all’Emilia. Anzi, mentre i documenti d’archivio tendono a presentarci un Antonello provinciale, ristretto quasi sempre a Messina, l’arte di A. si presenta a noi non solo come d’avanguardia di fronte ai centri maggiori, ma anzi come arte internazionale, padrona delle esperienze di Bruges e di Firenze. E poiché i documenti sono sporadici, e quasi di una sola origine, mentre ciascuna opera d’arte racchiude in sé tutta la vita spirituale del suo autore, anche in questo caso l’arte è la fonte più attendibile. D’altra parte nulla ci dice che A. abbia ricevuto la sua educazione a Messina. Il Summonte, che è fonte preziosa, parla di Napoli come della patria pittorica di A.; e poiché Napoli possedeva alla metà del ‘400 quadri fiamminghi e pittori locali di tradizione fiamminga, la notizia del Summonte spiega a sufficienza gli elementi fiamminghi dell’arte di A., senza bisogno di ricorrere al viaggio in Fiandra, che è un’illazione arbitraria del Vasari. Un’altra leggenda connette A. col metodo della pittura ad olio, ch’egli avrebbe introdotto in Italia, secondo il Vasari, o addirittura inventato, secondo il Sansovino. Oggi è noto che la tecnica ad olio era conosciuta in Italia ben prima di A., e il merito di lui fu quello di aver diffuso e interpretato con spirito italiano quella particolare tecnica ad olio, che fu sviluppata dai Van Eyck e dalla loro scuola, cioè la tecnica fiamminga.
Nessuna leggenda invece è sorta circa i rapporti fra A. e l’arte di Toscana. Oggi il problema di quel contatto è assillante, e un nostro Vasari narrerebbe volentieri il viaggio del messinese a Urbino, donde, incontratosi con Piero della Francesca, avrebbe proseguito per Venezia. È preferibile tuttavia limitarsi a ricordare quel contatto, comunque sia avvenuto, e vederne gli effetti.
Giunto a Venezia, il campo della sua attività divenne vastissimo. Per opera di Andrea Mantegna l’assimilazione veneta dei principî formali costruttivi toscani, contrapposti alla tradizione decorativa gotica, fu un fatto compiuto; ma essa non fu accompagnata da altrettanto sviluppo delle possibilità del colore, onde le forme si realizzarono soprattutto per il rigore del contorno incisivo. Nel 1475 A. apportò invece a Venezia una forma, anch’essa di origine toscana, ma piena del suo valore plastico nei piani ben torniti, e avvantaggiata nella sua realizzazione da tutte le finezze cromatiche apprese dalla tradizione fiamminga. E tutta Venezia divenne antonelliana, con a capo Giovanni Bellini, il genius loci, il quale abbandonò il gusto del suo cognato Mantegna, sino allora seguito, per imprimere la sua squisita personalità di poeta a forme e a colori di gusto antonelliano. L’esempio di lui fu imitato da una generazione intera di pittori veneziani, da molti artisti veneti di terraferma, da alcuni maestri lombardi ed emiliani. E il gusto antonelliano durò anche dopo la morte del suo autore sino quasi alla soglia del Cinquecento.
Il gusto italiano del Cinquecento appare come una sintesi fortunata delle due massime scuole del Quattrocento, la toscana e la fiamminga. Ed è meraviglioso vedere come A. abbia realizzato quella sintesi tre decennî prima che il Quattrocento finisse. Per opera sua, il gusto veneziano ch’era nel 1475 arretrato su quello di Firenze, nel 1500 si trovò all’avanguardia di fronte a quello di qualsiasi altra scuola europea; e però nell’opera di A. si può indicare una delle origini prime della fortuna dell’arte veneziana nel mondo moderno.
Sin dall’opera più antica, dal Cristo benedicente di Londra, ch’è del 1465, emana la duplice qualità ch’è essenziale al pittore. Zone di luce e di ombra bene delimitate, bene precisate, finemente graduate, dànno l’illusione della materia, tanto più perfetta, quanto più i corpi son solidi. Nel medesimo tempo le forme s’iscrivono in un ideale cilindro, quanto più è possibile alla loro realtà contingente. La formidabile forza che risulta da ogni immagine di A., quel senso di estremo e di esasperato che il suo nome suscita, dipende appunto da un contrasto di elementi che si potrebbe a un dipresso esprimere così: tanto più va il suo colore verso il particolare, quanto più va la sua forma verso l’universale.
L’uno o l’altro dei due aspetti a volta a volta prevalsero nell’animo suo, come in quello dei suoi ammiratori. A Venezia sembra che i pittori abbiano fissato gli occhi sulla pala di S. Cassiano, di cui si crede che un frammento sia tuttora conservato a Vienna, e ne abbiano tratto insegnamento per la composizione geometrica. A Milano invece chiamarono A. perché sapeva fare bene i ritratti. Lo stesso pittore, che in un ritratto di Cefalù espresse all’estremo un grottesco volto individuato, giunse nel S. Sebastiano a intonare un canto elegiaco all’ideale della forma cilindrica. Ma occorre rilevare che per il contrasto dei due elementi l’effetto artistico non si indebolisce, anzi si esalta: le curve tendenti alla regolarità geometrica mettono in risalto l’individuazione grottesca di Cefalù; così come i riflessi marmorei dell’ambiente del S. Sebastiano ne sublimano la forma ideale. Difficile quindi immaginare un artista più immediato nella impressione della realtà e a un tempo più rigido nel negarla per un ideale astratto.
Per questo gli occhi dei suoi ritratti “superano la natura” nella vivacità dello sguardo, eppure sono composti di zone curve incastrantisi a vicenda, così solide e regolari da apparire costruite di pietre dure, anziché di palpebre umane. E per la medesima ragione la forma astratta riesce sempre vantaggiosa al pittore. La Madonna di Messina è assai meno astratta di quella già esistente nella collezione Benson: nella prima, fosse la grandezza della pala d’altare, o altra ragione, si sente che A. ha reso omaggio a una tradizione, che non gl’impedisce certo di cilindrare il corpo del Bambino, o il volto della Madonna, o le mani, ma anche gli suggerisce di distendere l’ampio manto in modo non favorevole al rilievo dei corpi. In uno spazio più breve la Madonna già Benson esplica tutta la furente volontà di adeguazione geometrica delle forme; e a quelle forme affiora un’intensità di estasi ignota alla Madonna di Messina, che minaccia di adagiarsi nell’indifferenza. Parimente l’Annunziazione di Siracusa deve la sua grande efficacia compositiva alla colonna posta in primo piano, come un’affermazione classica fatta sul punto di rappresentare un interno medievale. E la pala di S. Cassiano dovette certo la sua fama e la sua efficacia sul gusto veneziano alla stretta parentela tra la disposizione geometrica delle immagini e la loro forma tendente a corpi geometrici regolari. È difficile comunque pensare che A. sia mai giunto a un’altezza lirica maggiore di quella del S. Sebastiano di Dresda, dove la tendenza al cilindro ha assunto una concreta vita di bellezza, assolutamente perfetta, e dove pare che l’esasperazione stessa del pittore, nel punto più alto cui è giunta, sbocchi nell’abbandono a un sentimento d’infinita tristezza e d’infinita speranza. Persino i convulsi ladroni della Crocefissione di Anversa assumono valore stilistico per la loro forma cilindrata.
Appunto qui s’intende che l’esasperazione formale di A. altro non è se non un freno magnifico, fatto d’ideale trascendente, alle violente emozioni provocate dalla realtà fisica e psichica. E poiché quanto più fervida e immediata fu la sua emotività, tanto maggiore fu l’azione del freno, risulta dalle opere di A. un rigoroso ritegno impresso su nature indomabili. La ricchezza vitale delle immagini è finita; il ritegno ne segna la fine, ne costituisce la forma. Per esso l’Annunziata e il Condottiero, un Umanista e S. Sebastiano hanno il carattere comune di essere eroi.

Il mio libro è già disponibile sia in ebook che cartaceo su questi siti:

https://www.libreriauniversitaria.it/leonardo-vinci-intellettuale-cinese-rinascimento/libro/9788895288734

http://www.libraccio.it/editore/gingko-edizioni/libri.html

https://www.libroco.it/dl/Angelo-Paratico/Gingko/9788895288734/Leonardo-Da-Vinci-Un-intellettuale-cinese-nel-Rinascimento-italiano/cw287673261635776.html

 

 

 

 

 

 

Le Schiave Orientali a Firenze nei Secoli XIV e XV di Agostino Zanelli

Uno dei libri che più mi hanno aiutano nelle mie ricerche sulle presunte origini orientali della madre-schiava di Leonardo Da Vinci è stato un testo pubblicato a Firenze nel 1885 e frutto delle ricerche d’archivio di Agostino Zanelli. Mi fu difficilissimo rintracciarne una copia cartacea ma ho recentemente scoperto che il testo è stato messo in rete da una Università statunitense.

 

 

 

 

Il link si trova qui sotto, basta copiarlo e metterlo sopra alla pagina del proprio computer per vedere aprirsi questo vecchio libro dimenticato…

https://archive.org/stream/leschiaveorienta00zane#page/n3/mode/2up

Fatima. Il centro del nostro mondo

Il 13 maggio 2017 Papa Francesco sarà a Fatima per le celebrazioni del centenario della prima apparizione della Vergine Maria. La presenza del Papa dimostra la centralità di queste apparizioni per il mondo cristiano, non solo cattolico ma anche di quello protestante e ortodosso. Francesco, novello pontefice, ci era stato il 13 ottobre 2013, anniversario della sesta e ultima apparizione,  consacrando il mondo intero a Nossa Senhora de Fátima.
Luciano Garibaldi, forte della sua lunga esperienza di giornalista e d’inviato speciale, ha scritto un bellissimo libro, nel quale vien riassunta questa affascinante vicenda.
Si tratta di un agile volumetto, riccamente illustrato che offre una visione a trecentossenta gradi della storia di quelle miracolose apparizioni, a partire dall’iniziale scetticismo sino alla completa accettazione del fatto che vi si verificarono dei fenomeni naturali, osservati da migliaia di testimoni, che non hanno trovato alcuna spiegazione scientifica. Infatti, nessuno ha mai seriamente cercato di provare che a Fatima si consumò una frode, proprio perché sarebbe come tentare di dimostrare che due più due fa cinque. E questo è un esempio che facciamo ben consci del fatto che, attraverso certi artifizi algebrici, un Prof. Odifreddi potrebbe dimostrare che fa cinque…

Le apparizioni mariane a Fatima iniziarono in un Portogallo dilaniato da un forte spirito anti-cattolico; il presidente portoghese Costa nel 1911 dichiarò che avrebbe “liberato da ogni superstizione religiosa” il proprio Paese, e poi ordinò la chiusura di tutti i seminari, per far estinguere preti e suore.

Tutto ebbe inizio nel villaggio di Aljustrel, presso la Cova da Iria (Conca di Irene) un luogo sacro sin dai tempi di Roma per il martirio di Santa Irene nel 304,  entro il territorio di Fatima, un nome di origine Musulmana – Fatima fu la figlia prediletta di Maometto – essendo stato il Portogallo a lungo occupato dai musulmani, un po’ come la nostra Sicilia. Nel mese di ottobre del 1915, quando la miglior gioventù europea era occupata a scannarsi metodicamente – senza alcun ragionevole motivo – su mille campi di battaglia, sui mari e sulle montagne del mondo, tre bambini, Lucia, Francesco e Giacinta, scorsero un angelo sospeso sopra agli alberi.

Lo raccontarono ai genitori ma questi non gli credettero  e gli proibirono di parlarne in giro. Nella primavera del 1916 l’angelo riapparve, dicendo: “Sono l’angelo della Pace, pregate con me”. Poi si prostrò davanti sino a toccar terra e per tre volte chiese di domandar perdono a Dio per tutti miscredenti. Poi scompare, per riapparire nell’estate dello stesso anno, esortandoli a pregare e offrire sacrifici. Raccomandò loro di accettare le sofferenze che il Signore avrebbe mandato. La terza apparizione dell’angelo cadde alla fine di settembre: portava un calice dal quale cadevano gocce di sangue, con delle ostie e chiese che prendessero la comunione e i ragazzini ubbidirono. Ma essi continuavano a tacere con i genitori.

La prima apparizione mariana cadde il 13 maggio 1917 e altre cinque seguirono, l’ultima del 13 ottobre fu seguita da decine di migliaia di spettatori – si disse settantamila – che osservarono, atterriti, il sole danzare e precipitate sulla terra.
Francesco morì presto, portato via dalla influenza spagnola nel 1918. La sua sorellina, Giacinta, lo sapeva perché la Signora glielo aveva anticipato e aveva aggiunto che anche lei avrebbe dovuto soffrire e poi morire – aveva addirittura mostrato loro le fiamme dell’inferno piene d’anime dannate – e infatti lasciò questo mondo il 20 febbraio 1920.
Dopo la morte dei suoi amati cuginetti, Lucia, che visse quasi un secolo e si fece suora nelle Carmelitane scalze, nel suo convento fu visitata varie volte dalla Madonna. Dopo ogni visita lei informava il vescovo di Leiria, suo superiore e pertanto esistono dei rapporti circa tutto ciò che le disse.

Terminiamo qui, non volendo accennare all’enigma dell’ultimo segreto di Fatima, del quale Garibaldi parla con concisione e obbiettività, per non guastare il piacere della lettura di questo libro, scritto con chiarezza, con semplicità e che si legge come un avvincente, un commovente, un veritiero, romanzo.

Luciano Garibaldi Fatima. Centro del Mondo Mimep-Doceti, 2017, 185 pagine.
ISBN 978-88-8424-413-0

 

Confucio sulle Ferrovie Italiane

Confucio (551 – 479 a.C.) soleva ripetere che quando le parole perdono il proprio significato, una società decade. Per questo uno dei suoi temi centrali d’insegnamento fu detto della “rettificazione dei nomi”.

Vi sono vari passaggi nel suo Libro dei Detti Lun Yu nel quale questo suo concetto viene presentato e discusso, basti qui la sua celebre esclamazione: “Ah, un recipiente angolare senza angoli!”
Questo passo viene interpretato con il fatto che quel tal recipiente aveva perso la sua forma originaria ma aveva mantenuto il suo nome, che lo definiva appunto…angolare.

Pensavo a Confucio durante un recente viaggio in treno, su di una Freccia Rossa, fra Verona e Milano e ritorno. Dopo ogni stazione la voce registrata di una donna ripeteva: “Preghiamo i signori viaggiatori di abbassare il volume dei propri cellulari e moderare il tono della voce”.
Moderare il tono? E che vuol dire? Intende dire il volume della propria voce e non il tono?
Il termine tono deriva dal greco antico τόνος (tonos, dal verbo τείνω ovvero teinō, allungarsi) e in linguistica il tono è un atto caratterizzato dalla variazione dell’altezza del suono di una sillaba.
In alcune lingue del mondo, come il cinese, tailandese e vietnamita, il tono è distintivo, permette di distinguere parole per il resto omofone.

In italiano l’intonazione ascendente caratterizza le frasi interrogative, quella piana caratterizza le frasi assertive, mentre una curva discendente indica un comando.

Dunque, la moderazione del tono che ci vien richiesta dalle Ferrovie Italiane vorrebbe costringerci a non usare il tono ascendente e dunque non far domande?