Si odono le muse di Massimo Coppa

Dopo i “Misteri di Ischia” che avevamo recensito in questo blog, esce un nuovo libro del giornalista Massimo Coppa, intitolato “Si odono le muse – Corso basilare di comunicazione giornalistica scritta.”

Si tratta di un manuale di giornalismo, nato da un corso tenuto dall’autore all’istituto d’Istruzione superiore “Cristofaro Mannella” di Ischia.

Vi leggiamo all’interno del libro una vivace raccolta di temi concernenti la stampa di giornali quotidiani e la composizione degli articoli. Questo è un testo che si rivolge specialmente agli studenti delle scuole superiori, ma che è anche valida lettura per ogni lettore digiuno in questa materia ma che aspira ad apprendere quei termini che troviamo spesso citati, spesso a vanvera, dai media nazionali. Si tratta, dunque, d’un libro adatto a studenti e a giovani giornalisti ma resta anche un’offerta fatta, come dicevamo qui sopra, all’arguto lettore di quotidiani nazionali.
Alla fine del volume si trovano anche delle domande tecniche formulate in forma di quiz, alle quali il lettore potrà rispondere.
“Si odono le Muse”, edito con Youcanprint, è ordinabile presso qualsiasi libreria fisica o presso i maggiori store di libri su Internet (Amazon, Mondadori, Ibs, Feltrinelli ecc.) 90 pagine, 9 euro.  Un testo da non perdere, per via della sua stringatezza e precisione.
Qui sotto trovate il link al popolare blog scritto, ormai da molti anni, da Massimo Coppa e nel quale si tratta di disparati argomenti: politica, economia e cultura.

http://blog.libero.it/massimocoppa/?nocache=1505121682

Euro e Roma Imperiale

L’uscita dall’euro in Italia vien vista come una cosa da leghisti o da neofascisti, non degna d’esser presa sul serio. Eppure il buon senso ci dovrebbe guidare verso uno studio più attento sui pro e sui contro di tale scelta, senza farci intimorire da accademici e uomini politici che pretendono di conoscere l’economia. La matematica non è né di destra né di sinistra, anche se viviamo in un’epoca nella quale gli economisti vengono scambiati per scienziati e statisti, mentre in realtà son solo delle persone che hanno razionalizzato la propria sete di lusso e di denaro. Questo fatto, a ben guardare, inficia la loro indipendenza di giudizio e a tal proposito citiamo l’economista JK Galbraith, il quale disse che: “In economia, speranza e fede coesistono con grandi pretese di scientificità e un forte desiderio di essere rispettati.” Infatti, una scienza incapace di predire eventi generali non è una scienza, ma una fede.

V’è chi dice che ai tempi di Roma un cittadino poteva viaggiare da un angolo all’altro dell’impero usando i propri denari d’argento, dunque una specie di euro sarebbe già esistito ma, in realtà, questo non è vero. Tale viandante aveva comunque bisogno dei banchi dei cambiavalute, proprio coloro che Gesù buttò fuori dal Tempio di Gerusalemme.
L’impero romano durò circa 500 anni e se analizziamo in dettaglio la loro politica monetaria scopriamo che esistevano diverse monete nelle varie province e che, pur avendo potuto unificarle tutte con un semplice decreto imperiale, non lo fecero mai e anzi incoraggiarono queste diversità.
Gaio (130 – 180) un celebre giurista romano, notò che: “La moneta, sebbene debba possedere lo stesso potere d’acquisto ovunque, è più facile averla in certe località con interessi inferiori, mentre è difficile da trovare in altri dove gli interessi sono alti.”
Un esempio fra i tanti, nel regno di Pergamo, che i romani conquistarono nel II secolo a.C. usavano monete d’argento note come cistofori e che continuarono a essere battute con poche differenze per secoli, infatti le troviamo ancora ai tempi di Adriano e Settimio Severo.
I romani fecero il contrario di quanto stanno facendo gli euroburocrati: lasciarono libere le province di far come gli pareva, purché non si ribellassero e osservassero il corpus delle leggi romane. Inoltre, ai tempi di Roma, la creazione di moneta era legata alla disponibilità di metalli preziosi, oro e argento e vili, come il rame e lo stagno, dunque per loro la ricchezza era una conseguenza del aggiungere valore e non del aggiungere nuova moneta.

L’idea dominante nel mondo, prima della grande depressione del 1929, fu che i singoli stati dovessero mantenere un cambio fisso e il successo dello standard aureo in vigore dal 1870 al 1913 aveva radicalizzato questa fallace opinione, rendendola diffusissima.
Con la crisi del 1913, che raggiunse poi l’apice nel 1929, s’ebbe la dimostrazione che questa teoria era sbagliata. Eppure, nel luglio 1944 a Bretton Wood, la mentalità dei legislatori era ancora a favore di un ritorno a un mitico Eden dei cambi fissi, e fu proprio lì che l’IMF fu concepito, per permettere un certo grado di flessibilità nei cambi. Com’era prevedibile, l’accordo non resse ai colpi di successive crisi e nel 1953 Milton Friedman propose di passare a un nuovo sistema di cambi flessibili.
Nel marzo1969, Harry Johnson – della London School of Economics e della University of Chicago – ribadì l’argomento di Friedman, ovvero che solo un alto grado di flessibilità nei cambi potrà permettere ai vari stati nazionali una tranquillità fiscale e che le svalutazioni e l’inflazione restavano il male minore, rispetto agli inutili tentativi di mantenere la parità.

Ebbene, la creazione del euro va esattamente in direzione opposta a questo, e fu la Francia la nazione europea che più di ogni altra spinse per attuarla, convincendo una riluttante Germania a seguirla. Georges Pompidou ne fece il perno della propria politica e nonostante tutte le crisi che avrebbero dovuto scoraggiare i presidenti francesi nel continuare a battere quella strada, essi perseverarono, credendolo uno strumento di contenimento della Germania. Il trattato di Maastricht del 1992, che segnò la nascita del euro, non tenne conto del principio di sussidiarietà, ossia il principio per il quale un’autorità di livello gerarchico superiore si sostituisce ad una di livello inferiore quando quest’ultima vien percepita come non in grado di compiere gli atti di sua competenza. Il resto è storia dei nostri giorni e, come disse Roland Barbou, parafrasando Orwell, in quegli anni si diede inizio al “groupthink” europeo, diviso in quattro parti: serve un leader che porta avanti la bandiera; vanno silenziate le critiche esterne (Nicholas Kaldor, Fiedman, Harry Johnson e molti altri studiosi anglosassoni); vanno silenziate le critiche interne (molti si allinearono dopo aver espresso dissenso, come il presidente della Bundesbank, Karl Otto Pohl); e, come conseguenza, si procede verso una operazione che comporta un grande – e irragionevole – rischio.
Ecco cosa disse Francois Mitterrand a Margareth Thatcher nel 1989: “Senza una valuta comune siamo tutti, noi e voi, alla mercé della Germania. Se alzano i tassi di interesse siamo costretti a seguirli e voi, che pure non siete nel sistema monetario, dovete fare lo stesso. L’unico modo per aver voce in capitolo è avere una banca centrale europea, così possiamo decidere insieme.”
Margareth Thatcher capì meglio di molti economisti che sedevano nel suo gabinetto che l’euro era un errore. Le bastò usare il buonsenso dei propri genitori che vendevano verdura e spinse la Gran Bretagna a restarne fuori: grazie a ciò non fecero la fine di Spagna e Irlanda nel 2009. Un’altra assurdità proposta dagli euroburocrati e poi accettata dai nostri legislatori è stato il pareggio di bilancio, addirittura posto nella Carta Costituzionale. Ogni artigiano avrebbe potuto spiegare ai legislatori che per lavorare e investire è obbligatorio far dei debiti, ma quella decisione fu un effetto del panico provocato dalla crescita dello “spread” causato da manovre speculative ancora non ben chiarite.
Chi sostiene che l’uscita dall’euro sia un salto nel buio potrebbe aver ragione, ma si dimentica di dire che anche chi vuol restare nell’euro brancola nelle tenebre, non sapendo che succederà ma dato che chi vi spiega le cose in televisione ci sta facendo soldi, a scapito della cessione della sovranità del proprio Paese, conquistata con il sangue dai nostri padri e dai nostri nonni, e preferisce mantenere le cose come stanno, sperando che poi le cose s’aggiusteranno strada facendo.
Uno degli architetti dell’euro, Otmar Issing, scrisse nel suo “The 50 Days That Changed Europe” che a Strasburgo, il 9 dicembre 1989, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la Germania disse sì all’unione monetaria per ottenere il permesso dal presidente Mitterrand per andare avanti con la propria riunificazione, anche se sapevano che senza una unificazione politica non si potrà avere divisa comune. Oggi anche Issing è pessimista sul futuro dell’euro e ammette: “Un giorno il castello di carte verrà giù.”

Pubblicato su La Nostra Storia di Dino Messina: http://lanostrastoria.corriere.it/2017/09/07/l-euro-e-limpero-romano/

Un turbighese a Pechino nel 1900

Nel mio romanzo storico intitolato The Dew of Heaven pubblicato dalla Cactus Moon di Tempe, Arizona, nel 2016, uno dei principali caratteri si chiama Gino Monteleone, un ufficiale del Genio, nativo di Enna, Sicilia. Fu inviato in Cina nel 1900 con altri 3.600 soldati italiani e cinque navi da guerra. Il loro compito era di liberare le legazioni diplomatiche, fra le quali quella italiana retta dal Ministro Giuseppe Salvago Raggi, assediate dai Boxer per 55 giorni a Pechino.
Assieme agli italiani stavano i contingenti militari inviati dal Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Germania e Austria. In totale circa 76.000 militari, che sbarcarono a varie riprese a Taku, vicino a Tianjin e poi marciarono su Pechino. A capo delle forse italiane stava l’ammiraglio conte Camillo Candiani d’Olivola, un grande uomo di mare, ricco d’esperienza e coraggioso.

Nel contingente italiano c’era anche un giovane bersagliere turbighese, Diego Sainaghi (1879-1962), che entrò a Pechino il 27 agosto 1900. Ecco una pagina presa dal diario di Gino Monteleone, nel quale accenna al suo incontro con il Sainaghi, avvenuto il 15 ottobre 1900:

Regolarmente i militari francesi, soprattutto zuavi e lanceri, si lanciavano avanti rispetto alle altre truppe della coalizione, per alzare le proprie bandiere. Un giorno, notando questo loro usuale comportamento, anche i nostri camerati tedeschi cominciarono a mostrarsi stanchi della loro arroganza.
Stavamo marciando e un francese ci urlò: “Ah, voilà, notre drapeau. Vive la France!”
Uno dei nostri soldati, un giovane robusto, uscì dalla nostra colonna e colpì il francese dritto sulla faccia con un potente pugno, che lo fece cadere disteso al suolo. Degli altri francesi si fecero avanti per picchiare il nostro compagno. E come ufficiale mi sentii obbligato a farmi avanti e fermare la rissa: parlai con fermezza al nostro soldato, facendo finta di rimproverarlo aspramente per quello che aveva fatto. Mi diede il suo nome, che cerimoniosamente annotai sul mio libretto, Diego Sainaghi si chiamava, un contadino di ventun anni di Turbigo, un villaggio a venticinque miglia da Milano. I militari francesi, vedendo che lo redarguivo aspramente, pensarono che lo facessi arrestare e, brontolando, se ne andarono via, portandosi il loro camerata mezzo morto sulle spalle.
Quella sera organizzammo una piccola festa in onore del soldato Sainaghi che – anche se lo ammonii di non farlo più – fu congratulato per aver messo fine a quella insopportabile presunzione gallica. Anche i tedeschi, che avevano assistito alla scena, mandarono delle scatolette di salsicce per festeggiarlo.
Anni dopo, seppi dal suo ufficiale superiore che aveva avuto un difficile ritorno a casa. Era sulla nave Montenegro quando scoppiò un’epidemia di tifo. Alcuni soldati morirono, ma lui sopravvisse all’infezione per via della sua forte fibra e fu sbarcato a Singapore, dove si riprese in un paio di mesi.
Venne congedato dall’esercito per motivi di salute e lasciato là senza una lira. Lui s’arruolò come cuoco su una nave diretta in Peru, dove rimase per un paio d’anni e vi aprì una gelateria ma poi, sentendo nostalgia di casa, ritornò al suo paese, senza aver mai prima spedito neppure una cartolina alla sua famiglia. Arrivato al paese scoprì che in chiesa dicevano messe per la sua anima, comunque fu fortunato perché la sua fidanzata aveva respinto gli altri spasimanti e i due, finalmente, si sposarono e vissero felici generando cinque figli.

 

Fantastoria sulla X MAS. Gli Assassini del Karma

SECOLO D’ITALIA – MERCOLEDI 9 GIUGNO 2004

UN LIBRO AL GIORNO

Fantastoria sulla Decima Mas

di NAZZARENO MOLLICONE

 

 

E’ STATO recentemente pub­blicato dalla Casa Editrice romana «Robin», nella collana «Biblioteca del Vascello», un avvincente libro di fantapolitica che ha anche avuto un discreto successo alla recente Fiera del libro di Torino.

Trattasi di «Gli assassini del karma», e l’autore è Angelo Paratico, un uomo d’affari italiano residente da decenni a Hong Kong che si diletta di scrivere articoli (pubblicati talvolta anche dal nostro giornale) e saggi su questioni cinesi ed in genere orientali, che, per la sua posizione, conosce e segue con attenzione.

Argomento di quest’ultima opera non è un complotto ordito dalle «forze del male» residenti in Corea del Nord e guidate dal dittatore comunista Kim-il-Sung. Costui si propone di attaccare con armi atomiche la Corea del Sud, suscitare in Cina il ritorno al potere dei comunisti della «rivoluzione culturale», terminare di distruggere il Tibet e scatenare quindi – per reazione – una specie di apocalisse mondiale.

è evidente come quest’opera si inserisca nel filone politico-culturale della difesa della civiltà occidentale, insieme alle forze spirituali esistenti anche in Oriente (il Tibet e il Dalai Lama, in particolare), dall’«asse del ma­le», gli «Stati-canaglia» come sono stati definiti da Bush dopo l’attentato alle Due Torri di New York.

Tuttavia, il pregio del testo è quello di lasciare questo tema nello sfondo, accennandolo appena, ma di concentrare l’attenzione del lettore su quello che di storico, di magico, di spirituale, di tradizionale ancora esiste in Oriente.

Ed ecco così intrecciarsi nella storia principale da un lato l’ef­ficiente azione dei servizi segreti italiani, i reduci di «Gladio», l’intervento tecnico dei superstiti subacquei incursori della «Decima Mas» con i loro «maiali»; dall’altro, la presenza incombente (anche se mai direttamente apparsa) del Dalai Lama, la mitica «Shangri-La» di «Orizzonte perduto», l’azione degli yeti (i cosiddetti abominevoli uomini delle nevi) e – soprattutto – un’approfondita ricerca sui diciotto anni mancanti della vita di Gesù Cristo, tra il suo dibattito al Tempio con i Rabbini all’età di dodici anni alla sua improvvisa comparsa a trent’anni in Palestina, al battesimo ricevuto da Giovanni Battista sul Giordano.

Tutto ciò è narrato in modo scorrevole, avvincente e compiuto. Anzi, se una critica può essere rivolta all’autore è proprio quella di essere stato troppo scorrevole, così come in genere sono i libri gialli in cui i lettori corrono subito alla conclusione ed alla scoperta dell’assassino senza soffermarsi sui particolari, e quindi non sono riletti.

«Gli assassini del karma», invece, se fosse approfondita e documentata la parte che potrebbe dirsi esoterica, sarebbe un ottimo libro anche di documentazione su aspetti sconosciuti dell’Oriente più nascosto: un po’ come il famoso «Bestie, uomini e dei» di Ferdinando Ossendowski che trattava, anche lui, della presenza del male sulla Terra costituito dal nascente bolscevismo e della presenza in Tibet di formidabili forze spirituali di resistenza.

Ne consigliamo quindi la lettura perché, al di là della trama svolta assai d’attualità può suscitare il desiderio di conoscere altro sui misteri dell’Oriente.

ANGELO PARATICO «Gli assas­sini del karma» – Robin ed. Roma, 2003

Sarà donna il prossimo Dalai Lama?

Sarà donna il prossimo Dalai Lama? In viaggio verso il Piccolo Tibet insieme con Tenzin Gyatso, che ha già espresso il desiderio di reincarnarsi in una bambina

L’aereo in partenza da Nuova Delhi è in ritardo. Notiamo strani movimenti di soldati nella parte anteriore del velivolo, dove stanno la prima classe e la cabina di pilotaggio. Alla fine ci muoviamo e si vola, diretti a Leh, la capitale del Ladak, che sorge a tremila e cinquecento metri d’altitudine. Sta incastonata su di un altopiano noto come Piccolo Tibet, la propaggine più remota e meno popolata del Kashmir indiano. Il pilota comincia a girare in circolo e ci dice nell’altoparlante che l’aeroporto, come spesso accade in questa stagione, è coperto da fitte nebbie. Oltre la barriera di montagne e di ghiacciai che si stagliano all’orizzonte, scorgiamo il Tibet e la Cina. Aggiunge che continuerà a girarvi sopra per una mezzora e, non appena s’aprirà un varco, tenteremo l’atterraggio, altrimenti si dovrà tornare indietro. La schiarita arriva e, con grande sollievo di tutti i passeggeri, le ruote toccano il suolo. Poco dopo, dalla scaletta anteriore, vediamo scendere un monaco dalla testa tonda e ben rasata. Porta indosso una veste color vinaccia, panneggiata come una toga romana. È il XIV Dalai Lama. La sua presenza ci era stata tenuta nascosta per evitare un attentato terroristico o, più semplicemente, che qualcuno lo andasse a disturbare. Tre vecchie auto l’attendono sulla pista. Un gruppo di donne e di uomini gli vanno incontro e il suo collo viene ricoperto da sciarpe di seta bianca, che chiamano kadak. Quello è il loro modo per dargli il benvenuto. Lui sorride e scherza, dimostrando meno dei suoi 74 anni. Poi montano sulle autovetture e partono, diretti a uno dei tanti monasteri della regione, dove egli intende pregare e riposare. Il suo corteo ci precede di qualche minuto E le strade che sono colme di tibetani vestiti a festa.

Gli spostamenti del Dalai Lama e la sua salute sono un segreto di Stato gelosamente custodito dal governo tibetano in esilio, che mantiene una commissione al proprio interno, nota come Cta (Central Tibetan Administration) perché segua da vicino tutti i problemi connessi alla sua figura. Il controllo si è fatto ancora più stretto dopo che, due anni fa, il suo nome venne trovato su di una lista di bersagli di Al Quaeda. La sua età avanza e la Cina sta aspettando che muoia, per potersi cavare questa spina dal piede, illudendosi che, una volta morto lui, il problema dell’autonomia tibetana si dissolverà. Un’illusione. In realtà il problema si frammenterà e si farà più radicale. È così importante per quel che simboleggia da far credere a molti che, se dovesse mancare improvvisamente, il Cta potrebbe tentare quanto fecero nel 1682 quando, alla morte di un suo predecessore, per 15 anni riuscirono a mantenere segreto il suo trapasso: il tempo necessario per trovare la sua nuova reincarnazione.

L’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso, è abituato a questa segretezza: mezzo secolo fa sfuggì dalle mani di Mao Tzetung, abbandonando di notte in suo palazzo del Norbulingka per traversare gli altopiani ghiacciati tibetani e poi raggiungere l’India e Dharamsala (che in lingua indi significa “casa per il riposo”) dove fondò il proprio governo in esilio. La sopravvivenza di questa loro sede esterna la devono solo alla pazienza dell’India, che resiste alle gravi minacce cinesi. In Nepal, dove esiste una grande comunità di rifugiati tibetani, il governo filo comunista si sta avvicinando sempre di più alla Cina e ne asseconda i desideri, respingendoli. Il Dalai Lama ormai ammette apertamente che il loro errore fu di non essersi resi conto che il mondo gli stava cambiava sotto ai piedi e di aver continuato con il loro splendido isolamento. Già nel 1990 introdusse un sistema democratico per l’elezione del parlamento in esilio: vuole che in futuro il destino del suo popolo sia deciso dalla base. Per questo motivo gli piace far notare che i comunisti cinesi, che lo accusano continuamente d’essere un ferrovecchio feudale, sono molto più indietro dei tibetani in quanto a pluralismo democratico. Grazie a questa maggiore democrazia, le voci critiche all’interno del suo movimento non mancano, soprattutto fra i giovani, che vorrebbero contrastare con maggiore fermezza le prepotenze cinesi. Il XIV Dalai Lama vede la propria morte come un’opportunità per la sua gente, come una sfida, non come una disgrazia. Perché tutti dovranno scegliere una nuova direzione, che li guiderà attraverso questo nuovo secolo.

Tenzin Gyatso nato nel 1935, fu identificato come una diretta reincarnazione dei suoi tredici predecessori all’età di due anni. Fu investito dei pieni poteri nel 1950 e, da allora, porta una tremenda responsabilità sulle proprie spalle, sia per i suoi concittadini che per i 150mila tibetani della diaspora. A questi fuoriusciti, che vivono per lo più in India, ogni anno s’aggiungono duemila e cinquecento profughi che riescono a valicare il munitissimo confine. Un certo numero di tibetani addirittura arrivano sino a Dharamsala solo per potergli parlare per pochi minuti e poi tentano il viaggio di ritorno. Questi incontri, che a volte vengono aperti ai giornalisti, sono sempre molto commoventi. Lui prega con loro, cercando d’infondere coraggio e speranza. Poi li invita a non odiare i cinesi, ma di pregare per loro. Non perde occasione di ripetere che non vuole la secessione dalla Cina, ma solo un’autonomia culturale e religiosa, dato che i cinesi hanno già investito miliardi di dollari in infrastrutture e in una ferrovia che corre da Pechino sino a Lhasa: un miracolo d’ingegneria. Apprezza lo sviluppo materiale e si duole di non poter compiere anche lui quel viaggio, sedendo comodamente in una carrozza e ammirando il paesaggio, con il riscaldamento aperto. Recentemente ha causato grande costernazione fra i propri seguaci, ribadendo che lui sarà l’ultimo Dalai Lama e che, nella sua prossima reincarnazione, desidera rinascere donna.

 

13 gennaio 2010, Secolo d’Italia

La Grande Mela Gialla, un articolo del 2012 scoperto solo ora.

La Grande Mela Gialla

Un ‘Angelo’ a Hong Kong…racconti di trenta anni di vita nella Grande Mela Gialla di Tiziana Cavallo.

20 Luglio 2012


L’incontro avviene in un luogo che ha del magico, soprattutto per chi e’cresciuto sperando di seguire le orme di grandi giornalisti e narratori.
Angelo e’seduto a un tavolo dell’FCC Foreign Corrispondents Club di Hong Kong e sorseggia pacato la sua acqua minerale.

La pacatezza, scopriro’ con lo scorrere piacevole delle chiacchiere, e’ una sua caratteristica: non esagera mai nei toni e nei modi e come ti racconta i suoi quasi 30 anni a Hong Kong equivale a leggere un libro immersi nella quiete di un parco, sotto l’ombra refrigerante accarezzati da un vento leggero ma pieno di sensazioni, ricordi, immagini lontane.

Angelo Paratico e’arrivato la prima volta nella Grande Mela Gialla nel 1983, aveva lasciato la sua Turbigo, nella Brianza italiana per aprire nuovi ponti commerciali con la Cina.
“In quegli anni era obbligatorio fare tappa qui per ottenere il visto per la Cina, e gia’allora la differenza tra Hong Kong e la ‘madre pratria’ era visibile e forte, andare in Cina in quegli anni, partendo da Hong Kong, era come andare a fare un safari nella Savana; inoltre qui tutti erano proiettati verso quel mercato, c’era un grande dinamismo, come oggi ma oggi si e’attenti anche al resto del mondo che da qui passa ancora come porta verso l’Oriente”.

Angelo oggi si occupa della parte commerciale di un’azienda italiana che produce denim – e lo produce in Italia per venderlo a aziende, anche italiane, che invece producono abbigliamento in Cina, dicesi paradossi! –. Il denim per me significa jeans e nello specifico Levi’s ma grazie alle parole di Angelo scopro un mondo: il denim migliore lo fanno i giapponesi, la’puoi trovare negozi di jeans vintage che costano anche 10 mila euro. Ma quello che mi stupisce e’che a inventare il jeans di moda siamo stati noi italiani, altro che americani. Adriano Goldschmiedt, co-fondatore della Diesel di Renzo Rosso, negli anni Sessanta a Cortina lancio’quella che poi divenne una moda immortale.

Angelo sa raccontare, e questa non e’una caratteristica di poco conto, quando sono arrivata a Hong Kong alcuni amici mi hanno detto “Se vuoi sapere tutto su questa citta’ devi parlare con Angelo Paratico”.
Ed eccoci qui, seduti all’FCC a pochi metri dal tavolo dove Angelo ha visto qualche volta Tiziano Terzani e dove sono passati tantissimi giornalisti molto amati. E sul mondo del giornalismo, soprattutto italiano, Angelo conosce molti aspetti nascosti, quelli che noi lettori, o noi ‘colleghi’ non conosciamo o diamo per scontato.

“Nel periodo della SARS ne ho viste di belle, il mondo dei media ha contribuito a costruire il problema. Certo non e’stato un bel momento, uscivamo per strada qui cercando di evitare ogni possibile contatto umano, la tensione era visibilissima e altissima ma tanto e’stato raccontato in modo non corretto”.
Vedo Angelo emozionarsi quando ricorda il 1997, l’anno del passaggio da colonia inglese a regione autonoma seppure ri-collegata alla ‘mamma’Cina, “ricordo che quel giorno pioveva a dirotto, aveva piovuto per tutti i mesi precedenti e i cinesi dicevano che era il cielo che piangeva per la felicita’di essere tornati alla madre patria, mentre gli inglesi invece piangevano davvero ma per il motivo opposto”.

Gli chiedo un po’di storia degli italiani qui, quando sono arrivati e come e’cambiata la comunita’ italiana, “i primi furono religiosi, missionari che hanno ancora oggi un ruolo decisamente importante; poi ci sono stati molti consoli italiani che hanno contribuito a diffondere la cultura italiana, come Volpicelli che era anche uno stimato cinologo; oggi gli italiani sono molti di piu’, la comunita’sta crescendo e anche il business, soprattutto la moda, gli accessori, la meccanica di precisione e il vino”.

L’acqua nella bottiglia sta finendo ma i suoi racconti sarebbero infiniti, “ Edda Ciano ha vissuto qui per un po’quando suo marito era console a Shanghai ed era solita giocare a canasta con le sue amiche inglesi”. Angelo, condisce il dialogo di piccole perle e ne ha tante che centellina a seconda dell’argomento.

Oppure le inserisce nei suoi romanzi, perche’tra le tante passioni – mi rivela che uno dei suoi posti preferiti a Hong Kong e’ Hollywood Road perche’ fa collezione di ceramiche antiche e quella strada e’un must per quel tipo di collezionismo – Angelo Paratico ha quella della scrittura “non so dirti – mi confessa – se la Cina mi ha spinto a scrivere o se proprio per questa passione sono venuto qui”.Tra l’altro per molti anni ha curato una rubrica sul Secolo D’Italia proprio dedicata all’Oriente e a Hong Kong.

Tra i suoi libri, che non tralasciano tra i paesaggi anche quello del suo paese di origine dove mi rivela che ama tornare spesso per riscoprire tradizioni e storie del passato, c’e’ “Black Hole” e “Ben” un romanzo storico, intrigante, che parla della pista inglese sulla morte del Duce e ha come protagonista una spia britannica spedita da Churcill in Italia sul finire della Seconda Guerra mondiale (vi rivelo che lo sto leggendo, quindi non voglio svelare nulla di piu’).
Ora sta lavorando a una nuova opera, in inglese ma come tutti gli scrittori e’ avaro di dettagli. L’acqua e’ finita. E anche la chiacchierata.

“Hong Kong e’il posto migliore per godersi la vita – chiosa Angelo – resta il mistero di cosa accadra’ tra qualche anno quando l’influenza cinese sara’ancora piu’forte”.

Un’ultima curiosita’ mi attanaglia “Ma dove sono i poveri a Hong Kong?”
“Ci sono e sono tantissimi, li puoi vedere di notte nelle zone centrali oppure basta che ti guardi intorno e vedi tutti quegli anziani, soli, e tristi che si aggirano per le strade…non hanno nessuno che li cura, che li aiuta”.

Il giorno dopo il mio sguardo su Hong Kong e’ diverso, ne vedo le ombre, e sono tante. Anche grazie ad Angelo e alla sua pacata ma illuminata visione della vita in questa parte dell’emisfero.

Il viaggio alla Tana di Giosafatte Barbaro, mercante veneziano

Giosafat Barbaro (anche Giosaphat o Josaphat) (1413–1494) fu un patrizio veneziano che visitò la Crimea e parte della Russia. Fu anche uomo politico, ambasciatore e archeologo. Scrisse un resoconto del suo viaggio alla Tana che è stato più volte ripubblicato.

 


Di messer Iosafa Barbaro, gentiluomo veneziano, il viaggio della Tana e nella Persia.

[Esordio]

La terra (secondo quello che con evidentissime dimostrazioni provano li geometri) in comparazione del firmamento è tanto picciola quanto un punto fatto nel mezo della circonferenzia d’un circolo; della quale, per esser una buona parte, secondo l’opinione d’alcuni, over coperta da acque over intemperata per troppo freddo o caldo, quella parte che s’abita è ancora molto minore. Nondimeno tanta è la picciolezza degli uomini, che pochi si truovano che n’abbiano veduto qualche buona particella, e niuno (se non m’inganno) è, il quale l’abbia veduta tutta. E quelli che n’hanno veduto pur qualche particella al tempo nostro, per la maggior parte sono mercanti, overo uomini dati alla marinarezza, ne’ quali due esercizii, dal principio suo per insino al dì presente, tanto i miei padri e signori veneziani sono stati eccellenti, che credo con verità poter dire che in questa cosa soprastiano agli altri. Imperoché, dopo che l’imperio romano non signoreggia per tutto come una volta fece, e che la diversità de’ linguaggi, costumi e religioni hanno come a dir passato e rinchiuso questo mondo inferiore, grandissima parte di questa poca la qual è abitabile saria incognita, se la mercanzia e marinarezza per quanto è stato il poter de’ Veneziani non l’avesse aperta. Tra li quali, s’alcuno è al dì d’oggi che s’abbia affaticato di vederne qualche parte, credo poter dir con verità d’esser io uno di quelli, conciosiaché quasi tutt’il tempo della gioventù mia e buona parte della vecchiezza abbia consumata in luoghi lontani, in genti barbare, fra uomini alieni in tutto dalla civiltà e costumi nostri, tra li quali ho provato e veduto molte cose che, per non esser usitate di qua, a quelli che l’udiranno, i quali, per modo di dire, non furono mai fuori di Venezia, forse parranno bugie. E questa è stata principalmente la cagione per la quale non m’ho mai troppo curato né di scriver quello che ho veduto, né eziandio di parlarne molto.

Ma, essendo al presente astretto da preghiere di chi mi può comandare, e avendo inteso che molto più cose di queste, che paiono incredibili, si truovano scritte in Plinio, in Solino, in Pomponio Mella, in Strabone, in Erodoto, e in altri moderni, com’è Marco Polo, Nicolò Conte, nostri Veneziani, e in altri novissimi, com’è Pietro Quirini, Alvise da Mosto e Ambrosio Contarini, non ho potuto far di meno che ancora io non scriva quello che ho veduto, prima ad onor del Signor Iddio, il quale m’ha scampato da infiniti pericoli; poi a contento di colui che m’ha astretto, e a utile in qualche parte di quelli che verranno dopo noi, specialmente se averanno d’andar peregrinando dove io sono stato; a consolazione di chi si diletterà di legger cose nuove, ed eziandio per giovamento della nostra terra, se per l’avvenire avrà di bisogno di mandar qualche uno in quei paesi. Onde io dividerò il parlar mio in due parti: nella prima narrerò il viaggio mio della Tana, nella seconda quello di Persia, non mettendo però né nell’uno né nell’altro a una gran giunta le fatiche, li pericoli e i disagi i quali mi sono occorsi.

[Viaggio nella Tana]

>Capitolo 1

Del fiume Erdil, altramente detto la Volga; i confini della Tartaria; de’ fiumi Elice e Danubio; d’Alania provincia, e perché sia così detta; costume de’ Tartari circa le lor sepolture; del monte Contebbe; di Derbent città. Come l’auttore, intendendo che nel monte predetto era nascosto un tesoro, andò con alcuni mercanti e gran numero d’uomini a cavar in detto monte, e le cose maravigliose che vi trovarono.

Del 1436 cominciai andar al viaggio della Tana, dove a parte a parte sono stato per spazio d’anni 16, e ho circondato quelle parti, così per mare come per terra, con diligenza e quasi curiosità. La pianura di Tartaria, a uno che fusse in mezo di quella, ha dalla parte di levante il fiume d’Erdil, altramente detto la Volga; dalla parte di ponente e maestro la Polonia; dalla parte di tramontana la Rossia; dalla parte d’ostro, la qual guarda verso il mar Maggiore, l’Alania, Cumania, Gazaria: i quali luoghi tutti confinano sul mar delle Zabache, ch’è la palude Meotide, e conseguentemente è posta tra li sopradetti confini. E acciò che io sia meglio inteso, io anderò discorrendo in parte del mar Maggiore per riviera, e in parte infra terra, fin ad un fiume domandato Elice, il qual è appresso Capha circa 40 miglia; passato il qual fiume si va verso Moncastro, dove si truova il Danubio, fiume nominatissimo: e di qui avanti non dirò cosa alcuna, per esser luoghi assai più domestici. La Alania è derivata da’ popoli detti Alani, li quali nella lor lingua si chiamano As: questi erano cristiani, e furon scacciati e distrutti da’ Tartari. La regione è per monti, rive e piani, dove si truovano molti monticelli fatti a mano, li quali sono in segno di sepolture, e ciascun di loro ha un sasso in cima grande con certo buso, nel quale mettono una croce d’un pezzo fatta d’un altro sasso. E di questi monticelli ce ne sono innumerabili, in uno de’ quali intendevamo esser ascoso grande tesoro, conciosiaché, nel tempo che messer Pietro Lando era consolo alla Tana, venne uno dal Cairo, nominato Gulbedin, e disse come, essendo al Cairo, avea inteso da una femina tartara che in uno di questi monticelli, chiamato Contebbe, era stato nascosto per questi Alani un gran tesoro; la qual femina eziandio gli aveva dati certi segnali, così del monte come del terreno. Questo Gulbedin si mise a cavare in questo monticello, facendo alcuni pozzi ora in un luogo e ora in un altro, e così perseverò per anni due e poi morì: onde fu concluso che per impotenzia esso non avesse potuto trovar quel tesoro.

Per la qual cosa del 1437, trovandoci la notte di s. Caterina nella Tana sette di noi mercanti in casa di Bartolomeo Rosso, cittadin di Venezia: cioè Francesco Cornaro (che fu fratello di Iacomo Cornaro dal Banco), Caterin Contarini (il quale dopo usò in Constantinopoli), Giovanni Barbarigo fu d’Andrea di Candia, Giovanni da Valle (il qual morì patron d’una fusta nel lago di Garda, ma prima, insieme con alcuni altri Veneziani, nel 1428 andò in Derbent, città sopra il mar Caspio, e fece una fusta, con consentimento di quel signore, e invitato da lui depredò di quei navilii i quali venivano da Strava, che fu quasi cosa mirabile, la qual lascierò per adesso), Moisè Bon d’Alessandro dalla Giudecca, Bartolomeo Rosso e io, con santa Caterina, la qual metto per l’ottava nelle nostre stipulazioni e patti; trovandoci dico nella Tana noi sette mercanti, in casa di detto Bartolomeo Rosso, nella notte di s. Caterina, tre de’ quali erano stati avanti di noi in quelle parti, e ragionando insieme di questo tesoro, finalmente ci accordammo e facemmo una scrittura (la qual fu di mano di Caterin Contarini, la copia della quale per insino al presente ho appresso di me) d’andar a cavare in questo monte. E trovammo 120 uomini da menare con noi a questo esercizio, a ciascuno de’ quali davamo tre ducati il mese per il meno.

E circa 8 giorni dopo noi sette, insieme con li 120 condotti, partimmo dalla Tana con la robba, vittuarie e instromenti, i quali portammo su quei zenà che s’usano in Rossia; e andammo sul ghiaccio per la fiumara della Tana, e il dì seguente giugnemmo lì, perch’è sul fiume, ed è circa sessanta miglia lontano dalla terra della Tana. Questo monticello è alto da cinquanta passa e di sopra è piano, nel quale ha un altro monticello simile ad una berretta tonda con una piega a torno, sì che due uomini sariano andati un appresso l’altro su per quel margine: e questo secondo monticello era alto 12 passa, e di sotto era di forma circolare come se fusse stato fatto a compasso, e occupava in diametro 8 passa. Principiammo a tagliare e cavare sul piano di questo monticello maggiore, il qual è principio del monticello minore, con intenzione d’entrar dentro da basso fino in cima, e di fare una strada larga e d’andar di longo. Nel principio del romper il terreno, quell’era sì duro e agghiacciato che né con zappe né con manare lo potevano rompere; pur, entrati che fussimo un poco sotto, trovammo il terreno tenero, e fu lavorato per quel giorno assai bene. La mattina seguente, ritornando a l’opera, trovammo il terreno agghiacciato e più duro che prima, in modo che ne fu forza per allora abbandonar l’impresa e ritornar alla Tana, con proposito però e ferma deliberazione di ritornarvi a tempo nuovo.

Circa l’uscita di marzo ritornammo con barche e navilii, con uomini da 150, e demmo principio a cavare: e in 22 giorni facemmo una tagliata di circa passi 60, larga passi 8 e alta da passa 10. Udirete qui gran maraviglia, e cose per modo di dire incredibili. Trovammo quello n’era stato predetto che trovaremmo, per il che ne facevamo più certi di quello che n’era stato detto, in modo che, per la speranza di ritrovare questo tesoro, noi, i quali pagavamo, portavamo meglio la zivera di quel che facevano gli altri, e io era il maestro di far le zivere. La maraviglia grande ch’avessimo fu che prima di sopra il terreno era negro per l’erbe, dopo erano li carboni per tutto: e questo è possibile, conciosiach’avendo appresso boschi di salci, potevano far fuoco su tutt’il monte. Dopo v’era cenere per una spanna, e questo ancora è possibile, conciosiach’avendo vicino il canneto e potendo far fuoco di canne, potevano aver cenere. Dopo v’erano scorze di miglio per un’altra spanna, e (perché a questo si potria dire che mangiavano paniccio fatto di miglio, e aveano serbati li scorzi da mettere in quel luogo) vorrei sapere quanto miglio bisognava ch’avessero a voler compire tanta larghezza quanta era quella del monticello di scorzi di miglio, alta una spanna. Dopo v’erano squame di pesci, cioè di raine e altri simili, per un’altra spanna, e (perché si potria dire che in quel fiume si truovano raine e pesci assai, delle squame de’ quali si poteva coprire il monte) io lascio considerare a quelli che leggeranno quanto questa cosa sia o possibile o verisimile: certo è ch’è vera. Onde considero che colui il qual fece fare questa sepoltura, che si chiamava Indiabu, volendo far queste tante cerimonie, le quali forse s’usavano a quei tempi, bisognò che si pensasse molto avanti, e che facesse ricogliere e riponere tutte queste cose.

Avendo fatta questa tagliata e non trovando il tesoro, deliberammo di fare due fosse intra il monticello massiccio, le quali fussero 4 passa per largo e per alto: e facendo questo trovammo un terreno bianco e duro in tanto che facemmo scalini in esso, su per i quali portavamo le zivere. Andando sotto circa cinque passa, trovammo in quel basso alcuni vasi di pietra, in alcuni de’ quali era cenere e in alcuni carboni; alcuni erano vacui, e alcuni pieni d’ossi di pesce de la schena. Trovammo etiam da 5 o 6 paternostri grandi come naranzi, i quali erano di terra cotta invetriata, simili a quelli che si fanno nella Marca, i quali si mettono alle tratte. Trovammo ancora un mezo manico d’un ramino d’argento picciolino, ch’avea di sopra a modo d’una testa di biscia. Venuta la settimana santa, cominciò a soffiare un vento da levante, con tanta furia che levava il terreno e le zoppe ch’erano state cavate e quelle pietre, e gittavale nel volto delli operarii, con effusione di sangue: per la qual cosa noi deliberammo di levarci e di non far più altra esperienza, e questo fu il lunedì di Pasqua.

Il luogo per avanti si chiamava le cave di Gulbedin, e, dopo che noi cavammo, è stato chiamato per sino a questo giorno la cava de’ Franchi, imperoch’è tanto grande il lavoro che facemmo in pochi giorni, che si potria credere che non fusse stato fatto in quel poco tempo da manco d’un migliaio d’uomini. Non avemmo altra certezza di quel tesoro, ma (per quanto intendemmo) se tesoro era lì, la cagione che ‘l fece metter lì sotto fu perché il detto Indiabu, signore di questi Alani, intese che l’imperatore de’ Tartari gli veniva incontra, e, deliberando di sepelirlo, acciò che niuno se n’accorgesse, finse di far la sua sepoltura secondo il loro costume, e secretamente fece mettere in quel luogo prima quello che a lui pareva, e poi fece fare quel monticello.

Capitolo 2

La fede de’ macomettani, onde avesse l’origine: come i Tartari furono astretti alla fede macomettana. Come Naurus, capitano d’Ulumahemet imperator de’ Tartari, venuto in divisione andò contra esso imperatore. Il modo di mandar avanti le scolte, e costume di presentar li signori.

La fede di Macometto principiò ne’ Tartari ordinariamente, mo sono anni circa 110: vero è che per avanti pur alcuni di loro erano macomettani, ma ognuno era in libertà di tener quella fede che gli piaceva, onde alcuni adoravano statue di legno e di pezze, e queste portavano sopra li carri. Il stringer della fede macomettana fu nel tempo di Hedighi, capitano della gente dell’imperator tartaro chiamato Sidahameth Can: questo Hedighi fu padre di Naurus, del quale ne parlaremo al presente. Signoreggiava nelle campagne della Tartaria del 1438 un imperatore nominato Ulumahemet Can, cioè gran Macometto imperatore, e aveva signoreggiato più anni. Trovandosi costui nelle campagne che sono verso la Rossia col suo lordo, cioè popolo, aveva per capitano questo Naurus, il quale fu figliuolo di Hedighi, dal quale fu astretta la Tartaria alla fede macomettana. Accadé certa divisione tra esso Naurus e il suo imperatore, onde si partì dall’imperatore con le genti che lo volsero seguitare e andò verso il fiume d’Erdil, dov’era uno Chezimahameth, ch’è dir Macometto picciolo, il qual era di sangue di questi imperatori. E, communicato così il consiglio come le forze, deliberarono ambidue d’andar contra questo Ulumahemet, e fecero la via appresso Citrachan e vennero per le campagne di Tumen; e venendo intorno appresso la Circassia, aviossi alla via del fiume della Tana e al colfo del mare delle Zabache, il quale insieme col fiume della Tana era agghiacciato. E, per esser popolo assai e animali innumerabili, fu bisogno ch’andassero larghi, acciò che quelli ch’andavano avanti non mangiassero lo strame e altri rinfrescamenti di quelli che venivano dietro. Onde un capo di queste genti e animali toccò un luogo chiamato Palastra, e l’altro capo toccò il fiume della Tana nel luogo chiamato Bosagaz, che viene a dire legno berrettin: la distanzia da uno di questi luoghi all’altro è di miglia 120, e tra questa distanzia camminava detto popolo, quantunque tutto non fusse atto al cammino.

Quattro mesi avanti che venissero verso la Tana noi l’intendemmo, ma un mese avanti che venisse questo signore cominciarono a venir verso la Tana alcune scolte, le quali erano di giovani tre o quattro a cavallo, con un cavallo a mano per uno: quelli di loro che venivano nella Tana erano chiamati avanti il consolo, e gli erano fatte carezze e offerte. Domandati dove andavano e quello ch’andavano facendo, dicevano ch’erano giovani ch’andavano a solazzo: altro non se gli poteva trar di bocca, e stavano al più una o due ore e poi andavano via. E ogni giorno era questo medesimo, salvo che sempre n’era qualcuno più per numero. Ma, come il signore fu approssimato alla Tana per cinque o sei giornate, cominciorno a venire da 25 in 50, con le sue arme ben in ordine, e avvicinandosi ancor più, a centinaia. Venne poi il signore, e alloggiò appresso alla Tana per un trar d’arco, dentro una moschea antica. Incontinente il consolo deliberò di mandargli presenti, e mandò una novenna a lui, una alla madre e una a Naurus, capitano dell’esercito. Novenna si chiama un presente di nove cose diverse, come saria a dir panno di seta, scarlatto e altre cose insino al numero di nove: e così è costume di presentare a’ signori di quel luogo. Volse ch’io fussi quello ch’andasse co’ presenti, e gli fu portato pane, vino di mele, bosa (ch’è cervosa) e altre cose per insino a nove. Entrati nella moschea, trovammo il signore disteso su un tapeto, appoggiato a Naurus capitano: egli era da 22 e Naurus da 25 anni. Presentati che gli ebbe, gli raccomandai la terra insieme col popolo, il quale dissi ch’era in sua libertà. Risposemi con umanissime parole. Dopo, guardando verso di noi, incominciò a ridere e a sbatter le mani l’una nell’altra, e dire: “Guarda che terra è questa, dove tre uomini non hanno più di tre occhi”. E questo era vero, conciosiaché Buran Taiapietra, nostro turcimano, aveva un occhio solo; un Giovanne greco, bastoniero del consolo, uno solo; e colui che portava il vino di mele similmente un solo. Tolta licenza da lui, tornammo alla terra.

Capitolo 3

Il modo che tengono le scolte nel vivere; della grand’abbondanza delle vettovaglie che conducono in campo; in qual maniera cammina l’esercito de’ Tartari. Degli uccelli chiamati gallinaccie.

Se fusse in questo luogo alcuno al quale paresse manco che ragionevole che dette scolte andassero a quattro, a dieci, a venti e trenta per quelle pianure, stando lontani da’ suoi popoli le belle dieci, sedici e venti giornate, e domandasse di che possono vivere, io gli rispondo che ciascuno di questi, il qual si parte dal suo popolo, porta un utricello di pelle di capretto pieno di farina di miglio macinata e impastata con un poco di mele, e hanno qualche scodella di legno; e qualche volta pigliano qualche salvaticina, ch’assai ne sono per quelle campagne ed essi le sanno ben pigliare, massimamente con gli archi: tolgono di questa farina, e con un poco d’acqua fanno certa pozione, e con quella si passano. E quando a qualche uno ho domandato quel che mangiano in campagna, all’incontro essi mi rispondono: “E che si muore per non mangiare?”, quasi che dica: “Abbia pur tanto che si passi la vita leggiermente, non mi curo d’altro”. Scorrono con erbe e radici e con quel che possono, pur che non gli manchi il sale: se non hanno sale la bocca se gli vessica e marcisce, in tanto che da quel male alcuni se ne muoiono; viengli eziandio flusso di ventre.

Ma ritorniamo là dove lasciammo il parlar nostro. Partito che fu questo signore, incominciò a venire il popolo con gli animali: e furono prima mandre di cavalli, a sessanta, cento, dugento e più per mandra; poi furono mandre di cameli e buoi; e dietro a queste, mandre d’animali minuti. E durò questa cosa da giorni sei, che tutt’il giorno, quanto potevamo guardare con gli occhi, da ogni canto la campagna era piena di gente e d’animali ch’andavano e venivano: e questa era solamente nelle teste, onde si può considerar quanto maggior sia stato il numero di mezo. Noi stavamo su le mura (conciosiaché tenevamo serrate le porte), e la sera eravamo stanchi di guardare, imperoché, per la moltitudine di questi popoli e bestiame, il diametro della pianura che occupavano era al modo d’una paganea di miglia 120. Questa parola è greca, la qual io già, essendo nella Morea in caccia con un signorotto, ch’avea menato seco cento villani, primamente intesi. Ciascuno di loro aveva una mazza in mano, e stavano lontani l’uno dall’altro da dieci passa, e andavano dando di questa mazza in terra e gridando per far saltar fuori le salvaticine; e li cacciatori, chi a cavallo e chi a piedi, con uccelli e cani, si mettevano alle poste dove a lor pareva, e quando era il tempo gettavano i loro uccelli o lasciavano i cani: e l’andare a questo modo chiamavano una paganea. In questa maniera, com’ho detto, camminava questo infinito popolo de’ Tartari. E fra gli altri animali che questo popolo così andando cacciava, erano pernici e alcuni altri uccelli che noi chiamiamo gallinaccie, i quali hanno la coda corta a modo di gallina, e stanno con la testa dritta come galli, e sono grandi quasi come pavoni, i quali simigliano eziandio nel colore, non intendendo della coda: onde (per esser la Tana fra monticelli di terreno e fosse assai, per spazio di dieci miglia intorno, dove già fu la Tana antica) maggior numero del consueto si venne ascondere fra detti monticelli e valli non frequentate. Una cosa è, che atorno le mura della Tana e dentro a’ fossi erano tante pernici e gallinaccie che pareva che tutti detti luoghi fossero cortivi di qualche buoni massari. Li putti della terra ne pigliavano qualcuna e davanle due per un aspro, che vien l’una otto baggattini nostri.

Capitolo 4

In che modo un frate di San Francesco pigliava grandissima quantità di gallinaccie. Del gran numero di gente ch’era nell’esercito de’ Tartari. Della maniera de’ carri e delle case di quelle genti, e come si fabrichino.

Ritrovandosi a quel tempo nella Tana un frate Therino dell’ordine di S. Francesco, con un rizaglio, facendo di due cerchi piccioli un grande, e ficcando un palo alquanto storto in terra fuor delle mura, ne pigliava dieci e venti al tratto: e vendendole trovò tanti denari che di quelli comprò un garzon circasso, al quale pose nome Pernice e fecelo frate. La notte ancora nella terra si lasciavano le finestre aperte con qualche lume dentro, e alcuna volta ne venivano per sino in casa. Di cervi e altre salvaticine si può considerare quanto era il numero, ma queste non venivano appresso alla Tana.

Dalla pianura ch’occupava questa gente si potria far una descrizione del numero di grosso quanti ch’erano: che, a un luogo detto Bosagaz, dov’era una mia peschiera, dopo andato giù il ghiaccio andando con una barca (il qual luogo era lontano dalla Tana circa 40 miglia), ritrovai li pescatori, li quali dissero aver pescato l’invernata e aver salate di molte morone e caviari, e ch’alcuni di questo popolo erano stati lì e avevano tolto tutti li pesci, salati e non salati (de’ quali alcuni erano che tra noi non si mangiano), per insino alle teste, e tutti li caviari e tutto il sale, il qual è grosso come quello da Gieviza, in modo che per maraviglia non s’aveva potuto ritrovare un grano di sale; delle botti etiam aveano tolte le doghe, forse per acconciar li suoi carri; oltre di questo tre macinette ch’erano lì da macinar sale, ch’aveano un ferretto in mezo, ruppero per torre quel poco di ferro. Quello che fu fatto a me fu fatto da per tutto ad ognuno, in tanto che a Giovanni da Valle (il qual ancora aveva una peschiera, e intendendo la venuta di questo signore aveva fatto fare una gran fossa, e messo da circa trenta carratelli di caviaro in essa, e l’avea coperta di terreno, sopra il quale poi, aciò che non se n’avvedessero, aveva fatto arder legne) trovarono le scosagne e non gli lasciarono cosa alcuna. In questo popolo sono innumerabili carri da due rote, più alte delle nostre, li quali sono affelciati di stuore di canne, e parte coperti con feltre, parte con panni, quando sono di persone da conto. Alcuni de’ quali carri hanno le sue case suso, le quali essi fanno in questo modo: pigliano un cerchio di legno, il diametro del quale sia un passo e mezo, e sopra questo drizzan altri semicirculi, i quali nel mezo s’intersecano; tra questi poi mettono le loro stuore di canna, le quali cuoprono o di feltro o di panni, secondo la lor condizione. E quando vogliono alloggiare, mettono queste case giù de’ carri e in esse albergano.

Capitolo 5

Come un Edelmulgh, cognato del signore, avuta licenza entrò nella città e alloggiò in casa di messer Iosafa Barbaro, e, fatta amicizia tra loro, esso messer Iosafa andò con lui al signore, e quello che gl’intravenne fra via. Il modo ch’osserva quella gente quando va al signore per aver udienza.

Due giorni dopo, partito questo signore, vennero a me alcuni di quei della Tana e mi dissero ch’io andassi alle mura, dov’era un Tartaro il quale mi volea parlare: andai, e mi fu detto da colui come lì da presso si ritrovava un Edelmulgh, cognato del signore, il quale volentieri (piacendo così a me) entraria nella terra e si faria mio conaco, cioè ospite. Domandai licenza al consolo, e ottenuta che l’ebbi andai alla porta e tolsilo dentro con tre de’ suoi, imperoché ancora si tenevano chiuse le porte. Lo menai a casa e fecigli onore assai, specialmente di vino, che molto gli piaceva: e in poche parole stette due giorni con me. Costui, volendo partire, mi disse volere ch’io andassi con lui, e ch’era fatto mio fratello, e che là dov’egli era io potevo ben andar sicuro; disse pur qualcosa a’ mercanti, de’ quali niuno era che non si maravigliasse. Deliberai d’andar con lui, e tolsi due Tartari con me di quelli della terra a piedi, e io montai a cavallo. Uscimmo della terra a tre ore di giorno: egli era imbriaco marcissimo, imperoch’avea bevuto tanto che gettava sangue pel naso, e quando io gli diceva che non bevesse tanto faceva certi gesti da simia, dicendo: “Lasciami bere, dove ne troverò io più?” Dismontati adunque su nel ghiaccio per passare il fiume Tanais, io mi sforzava d’andar dov’era la neve, ma esso, il qual era vinto dal vino, andando dove il cavallo lo menava capitò in luogo senza neve, dove il cavallo non poteva stare in piedi, imperoché i lor cavalli non hanno ferri, onde cascò; ed esso gli dava con la scoriata (perché non portano sproni), e il cavallo ora levava e ora cascava: e durò questa cosa forse per un terzo d’ora. Finalmente, passato il fiume, andammo all’altro ramo, e passammo ancor quello con gran fatica, per quell’istessa ragione. Ed essendo lui stanco, si pose a certo popolo che già s’era messo ad alloggiare, e lì albergammo per quella notte, forniti d’ogni disagio, come si può pensare.

La mattina seguente cominciammo a cavalcare, ma non con quella gagliardezza ch’avevamo fatto il giorno avanti. E passato ch’avemmo un altro ramo di questo fiume, camminando sempre alla via ch’andava il popolo, il quale era per tutto come formiche, cavalcato ch’avemmo ancora due giornate, ci approssimassimo al luogo dov’era il signore: e quivi gli fu fatto da ognuno molto onore e datogli di quel che v’era, come carne, paniccio e latte e altre cose simili, in modo che non ci mancava cosa alcuna. Il giorno seguente, desiderando di vedere come cavalcava questo popolo e che ordine teneva nelle sue cose, viddi tante e tanto mirabil cose che reputo che, volendo scrivere di passo in passo quello ch’io potria, farei un gran volume. Giugnemmo dov’era l’alloggiamento di questo signore, il quale trovai sotto un padiglione, e d’ogn’intorno genti innumerabili, delle quali quelli che volevano audienzia erano inginocchioni, tutti separati l’uno dall’altro, e mettevano l’arme sue lontane dal signore un tratto di pietra: a qualcuno de’ quali il signore parlava, e domandando quel ch’esso voleva, tuttavia gli faceva atto con la mano che si levasse; levavasi e veniva più avanti, lontano però da lui per otto passa, e di nuovo s’inginocchiava e domandava quello che a lui piaceva. E così si faceva per insino che si dava audienzia.

Capitolo 6

In che modo si faccia ragione nel campo. Gli uomini da fatti come s’espongano a’ pericoli. Come quarantacinque Tartari andarono ad assalir cento cavalli de’ Circassi, ch’erano nascosi in un bosco per far correrie, e molti di quelli ammazzarono e gran parte ne presero.

La ragione si fa per tutt’il campo alla sproveduta, e fassi a questo modo. Quando un ha da fare con un altro di qualche differenza, altercandosi con esso di parole, non però al modo che fanno questi di qua ma con poca ingiuria, si levano ambidui, e, se più fussero, tutti; e vanno a una via dove meglio gli pare, e al primo che truovano il quale sia di qualche condizione dicono: “Signore, fanne ragione, perché siamo differenti”; ed egli subito si ferma e ode quello che dicono, e poi delibera quello gli pare senz’altra scrittura, e di quello che ha deliberato niuno parla. Concorrono a queste cose molte persone, alle quali, fatta la deliberazione, esso dice: “Voi sarete testimonii”. Di simili giudicii tutt’il campo continuamente è pieno. E se qualche differenza gli occorresse in via, osservano quest’istesso, togliendo per giudice quello che scontrano, facendolo giudicare.

Viddi un giorno, essendo in questo lordo, una scodella di legno roversciata in terra, e andai là, e levandola trovai che sotto v’era paniccio cotto. Mi voltai verso un Tartaro e gli domandai: “Che cosa è questa?” Mi rispose esser messa per hibuthperes, cioè per gli idolatri. Domandai: “E come, sonvi idolatri in questo popolo?” Rispose: “O, o, ne sono assai, ma sono occulti”.

Principierò dal numero del popolo, e dirò d’aviso, imperoché numerarli non era possibile, esplicando nondimeno manco di quello ch’io stimo. Credo e fermamente tengo che fussero anime trecentomila in tutt’il lordo, quando è congiunto in un pezzo: questo dico perché parte del lordo avea Ulumahemeth, com’abbiamo detto di sopra. Gli uomini da fatti sono valentissimi e animosissimi, in tanto ch’alcun di loro per eccellenzia è chiamato talubagater, che vuol dire matto valente: il qual nome gli accresce tra ‘l vulgo come appresso di noi savio over il bello, onde si dice Pietro tale il savio e Paulo tale il bello. Hanno questi tali una preminenzia, che tutte le cose che fanno, ancora che in qualche parte siano fuori di ragione, si dicono esser fatte bene, che, derivando da prodezza, a tutti par che facciano il suo mestiero. E di questi molti ve ne sono (se sono in fatti d’arme) che non stimano la vita, non temono pericolo, si cacciano avanti e s’espongono ad ogni rischio senza ragione alcuna, di modo che li timidi pigliano animo e diventano valentissimi. A me par questo lor cognome esserli molto proprio, perché non veggio che possa esser alcuno valent’uomo se non è pazzo. Non è, per la fede vostra, pazzia, ch’uno voglia combattere contra quattro? Non è pazzia ch’uno con un coltello sia disposto di combattere contra più, i quali abbiano spade?

Dirò a questo proposito quello ch’una volta m’intravenne, essendo alla Tana. Stando io un giorno in piazza, vennero alcuni Tartari nella terra e dissero che in un boschetto lontano circa tre miglia erano ascosti da cento cavalli di Circassi, i quali aveano deliberato di fare una correria per insino alla terra, secondo il lor costume. Io sedeva a caso nella bottega d’un maestro di freccie, nella quale era anche un Tartaro mercante, ch’era venuto lì con semenzina. Costui, inteso ch’ebbe questo, si levò e disse: “Perché non andiamo noi a pigliarli? Quanti cavalli sono?” Gli risposi: “Cento”. “Or ben, – diss’egli, – noi siamo cinque, voi quanti cavalli sarete?” Risposi: “Quaranta”. Ed egli: “I Circassi non sono uomini ma femine; andiamo a pigliarli”. Udito che io ebbi questo, andai a ritrovar Francesco da Valle, e gli dissi quello che costui m’aveva detto, tuttavia ridendo. Mi domandò se mi bastava l’animo d’andare; gli risposi di sì: onde ci mettemmo a cavallo, e per acqua ordinammo ch’alcuni nostri uomini venissero, e sul mezogiorno assaltammo questi Circassi, li quali stavano all’ombra, alcuni de’ quali dormivano. Volse la mala ventura che, un poco avanti che noi giugnessimo lì, il trombetta nostro sonò, per la qual cosa molti ebbero tempo di scampare; nondimeno, fra morti e presi, n’avemmo circa quaranta. Ma il bello fu, al proposito de’ matti valenti, che questo Tartaro, il quale voleva che gli andassimo a pigliare, non rimase alla preda, ma solo si mise a correr dietro a quelli che fuggivano. E gridandogli noi: “Ma he, torna, ma he, torna”, ritornò circa un’ora dopo; e giunto si lamentava e diceva: “Ohimè, che non n’ho potuto pigliare alcuno”, dolendosi molto forte. Considerate che pazzia era quella di costui, che se quattro di loro se gli fussero rivoltati l’averiano sminuzato; e di più, riprendendolo noi, se ne faceva beffe. Le scolte delle quali ho fatto menzione di sopra, che vennero avanti il campo alla Tana, così andavano avanti questo campo in otto parti diverse, per saper quello che da ogni lato gli avesse potuto nuocere, lontan molte giornate, secondo il bisogno del campo.

Capitolo 7

Delle uccellagioni e cacciagioni de’ Tartari; della gran moltitudine d’animali ch’appresso di loro si truovano, massime cavalli, buoi, cameli da due gobbe e altri.

Alloggiato ch’è il signore, subito mettono giù li bazzari e lasciano le strade larghe: s’è di verno, tanti sono i piedi degli animali che fanno grandissimo fango; s’egli è di state, fanno grandissima polvere. Fanno di subito (messo ch’hanno giù li bazzari) li lor fornelli, e arrostono e lessano la carne, e fanno i lor sapori di latte, di buttiro e di cacio. Hanno sempre qualche salvaticine, e massimamente cervi. Sono in quell’esercito artegiani di drappi, fabri, maestri d’arme e d’altre cose e mestieri che gli bisogna. E s’alcuno mi dicesse: “Come, vanno costoro come zingani?”, rispondo di no, conciosiach’eccetto il non esser circondati di mura tali alloggiamenti paiono grossissime e bellissime città. Ritrovandomi, a questo proposito, un giorno alla Tana, sopra la porta della quale era una torre assai bella, ed essendo appresso di me un Tartaro mercante il quale guardava la torre, gli domandai: “Ti pare una bella cosa questa?” Ed egli, guardandomi e sorridendo, disse: “Poh, ch’ha paura fa torre”. E in questo mi pare che dicano il vero.

Ma perché ho detto de’ mercanti, tornando al fatto nostro di quest’esercito, dico che sempre in esso si ritrovano mercanti che vi portano robbe per diverse vie, e ancora di quelli che passano pel lordo con intenzione d’andare in altro luogo. Questi Tartari sono buoni strozzieri, hanno girifalchi assai, uccellano a camelioni (che da noi non s’usano), vanno a cervi e ad altri animali grossi. Portano li detti girifalchi in una mano, sul pugno, e nell’altra hanno una crozzola, e quando sono stanchi mettono la crozzola sotto la mano, imperoché sono due tanto più grossi che non è un’aquila. Alle volte passa qualche stormo d’oche sopra quest’esercito, e quelli del campo tirano alcune freccie grosse un dito, storte e senza penne, le quali, come sono andate in aria tant’alto quanto la forza del braccio ha potuto, si voltano e vanno in traverso, scavezzando dove giungono e collo e gambe e ali. Tal volta pare che di queste oche ne sia pieno l’aere, le quali, per il gridar del popolo, si storniscono e cascano giù.

Dirò (poi che siamo in parlar d’uccelli) una cosa, la quale mi par notabile. Cavalcando per questo lordo, sopra una riva d’un fiumicello ritrovai uno, il quale mostrava esser uomo di conto, che stava a parlare co’ suoi famigli. Costui mi chiamò e fecemi dismontare avanti di sé, domandandomi quello ch’io andava facendo. E rispondendogli io al bisogno, mi voltai e viddi appresso di lui quattro over cinque di quell’erbe che noi chiamiamo garzi, sopra le quali eran alcuni cardellini. E comandò a uno de’ famigli che ne pigliasse uno, il quale tolse due sete di cavallo e fece un laccio e lo messe sui garzi, e ne prese uno e portollo al suo signore. Disse egli: “Va’ cuocilo”, e il famiglio presto lo pelò, e fece un spedo di legno, e arrostitolo glielo portò davanti. Costui lo tolse in mano, e guardandomi disse: “Non sono in luogo ch’io ti possa far onore e cortesia qual tu meriti, ma faremo carità di quello ch’io ho e di quello m’ha dato il nostro Signore Iddio”. E ruppe questo cardellino in tre parti, delle quali una ne diede a me, una mangiò esso, e l’altra, ch’era molto poca, la diede a colui il quale l’avea preso.

Che diremo noi della grande e innumerabile moltitudine d’animali i quali sono in questo lordo? Sarò io creduto? Sia però quel che si voglia, ch’ho deliberato di dirla. E, principiando da’ cavalli, dico che sono alcuni del popolo, mercanti di cavalli, i quali gli cavano dal lordo e gli menan in diversi luoghi: e una caravana, la qual venne in Persia prima ch’io mi partissi di lì, già ne condusse 4000. E non vi maravigliate, perché, se voleste in un giorno in questo lordo comprar mille over duemila cavalli, gli trovareste, perché sono in mandre come le pecore. E andando nella mandra si dice al venditore che si vuol cento cavalli di questi, ed esso ha una mazza con un laccio in capo, ed è tant’atto a quest’esercizio che, tanto tosto che colui che compra gli ha detto: “Pigliami questo, pigliami quello”, gli ha messo il laccio in capo e l’ha tirato fuori degli altri e messo in disparte: e in questo modo ne piglia quanti e quali egli vuole. M’è avvenuto scontrare in viaggio de’ mercanti, i quali menano questi cavalli in tanto numero che cuoprono le campagne, e par cosa mirabile. Il paese non produce cavalli troppo da conto: sono piccioli, hanno la pancia grande, non mangiano biada, e quando che gli conducono in Persia la maggior laude che gli possano dare è che mangiano biada, imperoché, se non ne mangiano, non possono portar la fatica al bisogno. La seconda sorte d’animali ch’hanno sono buoi bellissimi e grandi, in tanto numero che satisfanno eziandio alle beccarie d’Italia: e vengono alla via di Polonia, e di lì per la Valacchia in Transilvania, e poi in Alemagna, dalla qual s’indrizzano in Italia. Portano in quel paese li buoi soma e basti, quando se n’ha di bisogno. La terza sorte d’animali ch’hanno sono cameli da due gobbe per uno, grandi e pelosi, i quali si conducono in Persia e si vendono ducati 25 l’uno, imperoché quelli di levante hanno una gobba sola e sono piccioli, e si vendono ducati dieci l’uno. La quarta sorte d’animali sono castroni grossissimi e alti in gambe, con un pelo longo, i quali hanno code che pesano 12 libre l’una: e tal n’ho veduto che si strascina una ruota dietro tenendo la coda sopra, quando per piacere qualcuno gliela liga. De’ grassi di queste code condiscono tutte le lor vivande e l’usano in luogo di butiro, ma non s’agghiaccia in bocca.

Capitolo 8

Il modo ch’usa l’esercito de’ Tartari circa il seminar le biade, e della fertilità di quei terreni. Come Chezimahumeth, discacciato Ulumahemeth, si fece imperator di quel popolo. In che mirabil modo l’esercito passa il fiume della Tana.

Non so chi sapesse dir quello che di presente dirò, salvo chi l’avesse veduto, imperoché potresti domandare: tanto popolo di che vive? Se cammina ogni giorno, dov’è la biada che mangiano? Dove la truovano? E io che l’ho veduto rispondo che fanno in questo modo. Circa la luna di febraio fanno far gride per tutt’il lordo che ciascuno che vuol seminare si metta in ordine delle cose che gli fa di bisogno, conciosiach’alla luna di marzo s’abbia da seminar nel tal luogo, e che a tal dì della tal luna si metteranno a cammino. Fatto questo, quelli ch’hanno voglia di seminare o far seminare s’apparecchiano e accordansi insieme, e caricano le semenze su carri, e menano gli animali che gli fanno bisogno, insieme con le moglie e figliuoli o parte d’essi, e vanno al luogo deputato, ch’è per la maggior parte due giornate lontano dal luogo dove nel tempo della grida si ritrova il lordo, e quivi arano, seminano, e stanno per fino ch’hanno fornito di far quello che vogliono; poi se ne ritornano nel lordo. L’imperatore col lordo fa come suol far la madre quando manda li figliuoli a spasso, la qual sempre tien loro gli occhi addosso, imperoché va circondando questi seminati, ora in qua e ora in là, non s’allontanando da essi più di quattro giornate, per insino che le biade sono mature. Quando sono mature non va col lordo lì, ma solamente vanno quelli ch’hanno seminato e quelli che vogliono comprare i frumenti, con barri, buoi e cameli e quello di ch’hanno bisogno, come eziandio fanno alle lor ville. I terreni sono fertili: rendono di frumento cinquanta per uno, il quale è grande com’il Padovano; di miglio cento per uno, e alle volte hanno tanta ricolta che la lasciano in campagna.

Dirò in questo luogo a proposito questo: si ritrovò un figliuolo d’Ulumahemet, il quale, avendo signoreggiato alquanti anni e dubitando d’un suo fratel cugino, il qual era di là dal fiume d’Erdil, per non si privar di parte del popolo, la qual averia convenuto stare su le seminagioni con suo espresso pericolo, undici anni continui non volse che si seminasse, e in quel tempo tutti vissero di carne e di latte e d’altre cose, quantunque nel bazzaro fusse qualche poco di farina e di paniccio, ma cari. E domandando io loro come facevano, se ne ridevano, dicendo ch’aveano carne. E nondimeno fu discacciato da quel suo cugino, perciò che il detto Ulumahemeth, sentendo esser arrivato Chezimahumeth ne’ suoi confini, non gli parendo di poter resistere, lasciò il lordo e fuggì co’ figliuoli e altri suoi; e Chezimahumet si fece imperatore di tutto quel popolo, e ritornò verso il fiume della Tana nel mese di giugno, e passò circa due giornate sopra di quella, con tutt’il numero del popolo, di carri, d’animali ch’egli aveva. Cosa mirabile da credere, ma più mirabile da vedere, imperoché tutti passano senza strepito alcuno, con tanta sicurtà quanta s’andassero per terra. Il modo che servano in questo passare è che quei ch’hanno il potere mandano de’ loro avanti, e fanno far zattere di legnami secchi, de’ quali appresso li fiumi ne sono boschi assai; fanno eziandio far fasci di canne e di pavera, e mettono detti fasci sotto le zattere e sotto li carri: e a questo modo passano, tirando li cavalli che nuotano dette zattere e carri, i quali cavalli sono aiutati da alcuni uomini nudi.

Io circa un mese dopo, navigando pel fiume verso certe peschiere, mi scontrai in tante zattere e fascine che venivano a seconda (le quali erano state lasciate da costoro) ch’appena potevamo passare, e viddi oltre di questo per le rive di quei luoghi tant’altre zattere e fascine che mi facevano stupire. Giunti che fussimo alle peschiere, trovammo che in quei luoghi avevano fatto peggio che a quelli de’ quali ho scritto di sopra.

Capitolo 9

Come Edelmug, cognato dell’imperatore, menò un suo figliuolo a messer Iosafa e dettegli quello in figliuolo. Come esso messer Iosafa liberò in Venezia due Tartari ch’erano schiavi, uno de’ quali per longhissimo tempo avanti aveva anco liberato dal fuoco, ritrovandosi allora nella Tana.

In quel tempo (per non mi dimenticar degli amici) Edelmug, cognato dell’imperatore, ritornato per passar il fiume (com’abbiamo detto di sopra), venne alla Tana e menommi un suo figliuolo, e subito m’abbracciò e disse: “Io t’ho portato questo figliuolo, e voglio che sia tuo”. E incontinente trasse di dosso a detto figliuolo uno subbo ch’egli avea e messelo indosso a me, e mi portò a donar otto teste di nazion rossiana, dicendomi: “Questa è la parte della preda ch’io ho avuta in Rossia”. Stette due giorni meco, ed ebbe da me all’incontro presenti convenienti.

Sono alcuni i quali, partendosi da altri con opinion di non ritornar mai più in quelle parti, facilmente si dimenticano delle amicizie, dicendo che mai più non si vederanno insieme, e di qui viene che molte fiate non usano li modi che doveriano usare; i quali certamente, per quell’esperienza ch’io ho, non fanno bene, conciosiaché si soglia dire che monte con monte non si ritrova, ma sì ben uomo con uomo. Accadettemi, nel mio ritornar di Persia insieme con l’ambasciator d’Assambei, voler passare per Tartaria e per Polonia per venire a Venezia, quantunque poi io non facessi questo cammino. Allora avevamo in compagnia nostra molti Tartari mercanti. Domandai quel che fusse di questo Edelmulg: e mi fu detto ch’era morto e ch’avea lasciato un figliuolo, il qual si nominava Hagmeth, e dettemi contrasegni dell’effigie, in modo che, sì pel nome come per l’effigie, conobbi esser quello che il padre m’avea dato per figliuolo. E, come diceano quei Tartari, costui era grande appresso l’imperatore, sì che, se passavamo oltre, senza dubbio capitavamo nelle sue mani: e rendomi certo che da lui avrei avuta ottima compagnia, perché io l’avea fatta al padre e a lui. E chi avria mai stimato che trentacinque anni dopo, in tanta distanzia di paesi, si fussero ritrovati un Tartaro e un Veneziano?

Aggiugnerò questa cosa (quantunque non fusse in quel tempo), perché fa a proposito di quello ch’io ho detto. Del 1455, essendo in un magazino di mercanti da vino in Rialto e scorrendo per quello, viddi dietro alcune botti da un capo due uomini in ferri, i quali alla ciera conobbi ch’erano tartari. Io domandai loro chi fussero: mi risposero essere stati schiavi di Catelani, ed esser fuggiti con una barchetta, e che in mare erano stati presi da quel mercante. Allora io subitamente andai a’ signori di notte e feci querela di questa cosa, onde presto presto mandarono alcuni officiali, i quali gli condussero all’ufficio e in presenza del detto mercante gli liberarono, e condennarono il mercante. Tolsi li detti Tartari e menaimeli a casa, e domandati chi fussero e di che paese, uno di loro mi disse ch’era della Tana e ch’era stato famiglio di Cozadahuth, il quale io conobbi già, perché era commarchier dell’imperatore, il qual faceva scuoter da lui il dazio delle robbe che si conducevano alla Tana. Guardandolo nella faccia mi parve raffigurarlo, perciò ch’era stato assai volte in casa mia. Domandai che nome esso avea: dissemi Chebechzi, che in nostra lingua vuol dire semoliero o burattatore. Lo guardai e dissigli: “Mi conosci tu?” Ed egli: “No”. Ma, tantosto che mentovai la Tana e Iusuph (che così mi chiamavano là in quelle parti), si gittò a’ miei piedi e volsemeli baciare, dicendo: “Tu m’hai due volte scampato la vita: questa n’è una, imperoch’essendo schiavo io mi teneva per morto; l’altra, quando si bruciò la Tana, che facesti quel buso nelle mura pel quale uscirono fuori tante persone, nel cui numero fu mio padrone e io”. Ed è vero, perché, quando fu il detto fuoco alla Tana, io feci un buso nelle mura all’incontro di certo terreno vacuo, dove si vedeano molte brigate insieme, pel quale furono tratte fuori da 40 persone, e fra essi fu costui e Cozadahuth. Tennili ambidui in casa circa due mesi, e al partir delle navi della Tana io gl’inviai a casa loro. Sì che niuno mai debbe, partendosi da altri con opinione di non ritornar mai più in quelle parti, dimenticarsi delle amicizie come che se mai più non s’avessero da vedere insieme: possono accadere mille cose ch’averanno a rivedersi, e forse quello che più può avrà ad aver bisogno di colui che manco puote.

Ritornando alle cose della Tana, scorrerò per ponente e maestro, andando alla riva del mare delle Zabache all’uscir fuori a man manca, e poi qualche parte sul mar Maggiore, per insin alla provincia nominata Mengrelia, prima detta Colcho, poi Lazia Mengrelia.

Capitolo 10

Della regione Cremuch e del signore di quella; del vivere e costume di quelle genti. Di diversi altri paesi. Della provincia Mengrelia; del signor di quella, e della natura di quel paese e degli uomini. Tetari: che cosa significa. Dell’isola di Capha.

Partendomi adunque dalla Tana, circa la riva del detto mare fra terra tre giornate si truova una regione chiamata Cremuch, il signor della quale ha nome Biberdi, che vuol dire Diodato. Costui fu figliuolo di Chertibei, che significa vero signore. Ha molti casali sotto di sé, i quali fanno al bisogno duemila cavalli; vi sono campagne belle, boschi molti e buoni e fiumi assai. Li principali di questa regione vivono d’andar rubbando per le campagne, e specialmente le caravane che passano da luogo a luogo. Hanno buoni cavalli. Essi sono valenti uomini della persona e d’astuto ingegno, e somigliano nel volto agl’Italiani. Biade in quella regione sono assai, e similmente carne e mele, ma non v’è del vino. Dietro a questi sono paesi di diverse lingue, non però molto lontani l’uno dall’altro, cioè le Chippiche, Tatacosia, Sobai, Cheverthei, As, cioè Alani, de’ quali abbiamo parlato di sopra: e questi vanno scorrendo per insino alla Mengrelia, per spazio di 12 giornate. Questa Mengrelia confina con Caitacchi, che sono circa il monte Caspio, e parte con la Zorzania e col mar Maggiore, e con quella montagna che passa nella Circassia; e da un lato ha un fiume chiamato Phaso, che la circonda e viene nel mar Maggiore. Il signor di questa provincia ha nome Bendian: ha due castelli sul detto mare, uno chiamato Vathi e l’altro Sevastopoli, e oltre d’essi altri più castellucci e brichi. Il paese è tutto sassoso e sterile: non ha biade d’altra sorte che paniccio; il sale li vien condotto da Capha. Fanno qualche poche tele e molto cattive, che son alcune di canapo e altre d’ortica.

È gente bestiale: il segno di ciò è ch’essendo a Vathi, dove, partito da Constantinopoli con una palandiera di Turchi per andar alla Tana, capitai insieme con un Anzolin Squarciafico genovese, era una giovane, la quale stava in piedi sopra una porta, alla quale questo Genovese disse: “Surina, patroni cocon?”, che vuol dire: “Madonna, è il padrone in casa?” (intendendo per questo il marito); essa rispose: “Archilimisi”, che vuol dire: “Ei verrà”. Ed egli la pigliò nelle labbra e, mostrandola a me, diceva: “Guarda bei denti ch’ha costei”, e mi mostrava anche il seno e le toccava le mammelle; ed ella non si turbava né si moveva punto. Entrammo poi in casa e ci mettemmo a sedere, e questo Anzolino, mostrando d’aver pulici nelle mutande, le fece d’atto ch’andasse a cercare: ed ella se ne venne con grande amorevolezza, e cercò intorno intorno con somma fede e castità. In questo mezo venne il marito, e costui cacciò mano alla borsa e disse: “Patroni, tetari sicha?”, che vuol dire: “Padrone, hai tu denari?”. E, facendo egli atto di non n’aver addosso, gli diede alcuni aspri, de’ quali esso dovesse comprare qualche rinfrescamento: e così andò. Dopo stati un pezzo, andammo per la terra a solazzo, e questo Genovese faceva in ogni luogo quello che li piaceva, secondo li costumi di quel paese, senza che niuno gli dicesse peggio di suo nome: onde si vede che son ben gente bestiale. Per questa ragione i Genovesi che praticano in quel paese hanno fra loro un costume di dire: “Tu sei mengrello”, quando vogliono dire a qualcun: “Tu sei pazzo”. Ma poi che io ho detto che tetari significa denari, non voglio lasciar di dire che propriamente tetari vuol dir bianco, e per questo colore intendendo i denari d’argento, i quali sono bianchi. I Greci ancora chiamano aspri, che vuol dir bianco; i Turchi akcia, che vuol dir bianco; Zagatai tengh, che vuol dir bianco. E a Venezia altre volte si facevano, e si fanno ancora al presente, denari che si chiamano bianchi; in Spagna ancora sono monete ch’hanno nome bianche. Sì che noi vedemo che diverse nazioni s’accordano a chiamar una istessa cosa con un nome che ciascuna le pone nel suo proprio linguaggio: nondimeno tutte riguardano la medesima ragione e significato.

Ritornando da capo alla Tana, passo il fiume dov’era l’Alania, com’ho detto di sopra, e vo discorrendo pel mare delle Zabacche a man destra, andando in fuori per insino all’isola di Capha, dove si truova uno stretto di terreno chiamato Zuchala, che congiugne l’isola con terra ferma, come fa quello della Morea, detto d’Esimilla. Quivi si truovano saline grandissime, le quali si congelano da lor posta. Scorrendo la detta isola, prima sul mar delle Zabacche è la Cumania, gente nominata da’ Cumani; poi il capo dell’isola dov’è Capha era Gazaria: e per insino a questo giorno il pico col quale si misura, cioè il braccio, alla Tana e per tutte quelle parti è chiamato il pico di Gazaria.

Capitolo 11

Del signore detto Ulubi, e i luoghi da lui signoreggiati. Della perdita di Capha, e in qual modo pervenne nelle mani di Mengligeri, poi d’Ottomano, e con che arte di nuovo in detto Mengligeri. Il modo ch’osservano in trarre al pallio. Della presa e liberazione di Mardassa Can.

La campagna di quest’isola di Capha è signoreggiata per Tartari, i quali hanno un signore chiamato Ulubi, che fu figliuolo d’Azicharei. È buon numero di popolo, e fariano a un bisogno da tre in quattromila cavalli. Hanno due luoghi murati, ma non forti, uno detto Solgathi, il qual essi chiamano Chirmia, che vuol dire fortezza, e l’altro Cherchiarde, che nel lor idioma significa quaranta luoghi. In quest’isola è prima, alla bocca del mar delle Zabacche, un luogo detto Cherz, il quale da noi si chiama Bosforo Cimerio; dopo è Capha, Soldadia, Grusui, Cimbalo, Sarsona e Calamita, tutte al presente signoreggiate dal Turco: delle quali non dirò altro, per esser luoghi assai noti. Solo voglio narrare la perdita di Capha, secondo ch’io ho inteso da un Antonio da Guasco genovese, il quale si ritrovò presente e fuggì per mare in Zorzania, e di lì se ne venne in Persia nel tempo ch’io mi vi ritrovava, acciò che s’intenda in che modo questo luogo è capitato nelle mani de’ Turchi.

Ritrovavasi in quel tempo esser signore di quel luogo, cioè nella campagna, un Tartaro nominato Eminachbi, il quale avea ogn’anno da quelli di Capha certo tributo, cosa in quei luoghi consueta. Accadettero fra lui e questi di Capha certe differenze, per le quali il consolo di Capha, che in quel tempo era genovese, deliberò di mandare all’imperator tartaro e di chiamare uno del sangue di questo Eminachbi, col favore del quale voleva cacciare Eminachbi di signoria. Avendo adunque mandato un suo navilio alla Tana insieme con un ambasciatore, questo ambasciatore andò nel lordo dove era l’imperatore de’ Tartari, e ritrovato ch’ebbe uno del sangue di questo Eminachbi, nominato Mengligeri, con promissione lo condusse a Capha per la via della Tana. Eminachbi, intendendo questo, ricercò di pacificarsi con quelli di Capha, con patto che mandassero indietro il detto Mengligeri. E non volendo quelli di Capha simil patto, Eminachbi, dubitando del fatto suo, mandò un ambasciatore all’Ottomano, promettendogli, se mandava la sua armata lì, la qual oppugnasse da mare, ch’egli oppugneria da terra e gli daria Capha, la quale volea che fusse sua. L’Ottomano, il qual era desideroso d’aver tale stato, mandò l’armata e in breve ebbe la terra, nella quale fu preso Mengligeri, e mandato dall’Ottomano stette in prigione molti anni.

Non molto dopo Eminachbi, per la mala compagnia ch’avea da’ Turchi, cominciò a esser malcontento d’aver data la terra all’Ottomano, e non lasciava entrar nella terra alcuna sorte di vettovaglie: onde cominciò a esser gran penuria di biade e di carne, in modo che la terra era poco meno ch’assediata. Fugli ricordato che, se mandava Mengligeri a Capha, tenendolo dentro della terra con qualche guardia cortese, la terra averia abbondanza, perciò che Mengligeri era molto amato dal popolo di fuori. L’Ottomano, giudicando che ‘l ricordo fusse buono, lo mandò: e, tanto tosto che si seppe ch’era giunto, venne nella terra grande abbondanza, perché era amato ancora da quelli di dentro. Essendo tenuto costui in guardia cortese, sì che poteva andare per tutto dentro della terra, un giorno fu tratto un pallio con l’arco. Il modo di trar al pallio in quel luogo è questo: attaccano a un legno messo in traverso sopra due legni drizzati in piedi, a sembianza d’una forca, con qualche spago sottile, una tazza d’argento; e quelli ch’hanno a trar per avere il pallio hanno le lor freccie col ferro di mezaluna tagliente, e corrono a cavallo con l’arco per sotto questa forca, e quando ch’hanno passato un pezzo in là, correndo tuttavia il cavallo alla dritta, si voltano indietro e traggono allo spago, e quello che getta giù la tazza ha vinto il pallio.

Mengligeri adunque, tolta questa occasione del trar del pallio, fece che cento cavalli de’ Tartari, co’ quali esso avea intelligenza, s’ascondessero in certa vallicella ch’era fuori della terra poco lontano, e, fingendo volere anch’egli trar al pallio, prese il corso e fuggì dentro de’ suoi. Incontintente che questa cosa fu intesa, la maggior parte dell’isola lo seguitò, e con essi bene in punto se n’andò a Solgathi, terra lontana da Capha sei miglia, e la prese. Crescendo poi il popolo a sua ubbidienza, andò a Cherchiarde e quella similmente prese: e ammazzato Eminachbi si fece signore di quei luoghi. L’anno seguente deliberò d’andar verso di Citracan, luogo lontano da Capha 16 giornate, signoreggiato da un Mordassa Can, il quale in quel tempo era col lordo sopra del fiume Erdil. E fece giornata con lui e preselo e tolse il popolo, buona parte del quale mandò all’isola di Capha; ed egli rimase a invernar sopra il detto fiume. Ritrovavasi in quel tempo esser alloggiato qualche giornata lontano un altro signor tartaro, il quale, inteso che costui invernava in quel luogo, essendo il fiume agghiacciato, deliberò d’assaltarlo all’improvista e lo ruppe, e ricuperò Mordassa, il qual era tenuto prigione. Mengligeri, essendo rotto, ritornò a Capha mal in ordine. Nella primavera seguente Mordassa col suo lordo venne a trovarlo fino a Capha, e fece alcune correrie e danni dentro dell’isola: ma, non potendo aver le terre a sua ubbidienza, tornò indietro.

Nondimeno mi fu detto ch’egli di nuovo faceva esercito, con intenzione di ritornare all’isola e discacciare Mengligeri: e questo è vero in sé, ma cagione d’una bugia, imperoché coloro che non intendono donde procedano le guerre ch’hanno tra loro questi signori, e non sanno che differenza sia tra il gran Can e Mordassa Can, intendendo che Mordassa Can fa nuovo esercito con intenzion di ritornar all’isola, si danno ad intendere e dicono che il gran Can viene per la via di Capha a posta dell’Ottomano, con proposito d’andar per la via di Moncastro nella Valachia e Ungaria e dove vorrà l’Ottomano: la qual cosa è falsa, quantunque s’abbia per lettere da Constantinopoli.

Capitolo 12

Della Gotia e Alania; della favella de’ Goti; de’ popoli gotalani, e onde sta derivato questo nome. Della terra detta Citracan; della grandezza de’ talponi che nascono in quei boschi. D’una terra detta Risan, e della fertilità di quel paese. Di Colona città. Del fiume Mosco e Mosco città, e del sito e abbondanzia di quella.

Dritto dell’isola di Capha d’intorno, ch’è sul mar Maggiore, si truova la Gotia e poi l’Alania, la qual va per l’isola verso Moncastro, com’abbiamo detto di sopra. Goti parlano in todesco: so questo perché, avendo un famiglio todesco con me, parlavano insieme e intendevansi assai ragionevolmente, così come s’intenderia un Furlano con un Fiorentino. Da questa vicinità de’ Goti con Alani credo che sia derivato il nome di Gotalani. Alani erano prima in quel luogo: sopravennero Goti e conquistorno quei paesi, e fecero una mistura del nome loro col nome degli Alani, e si chiamarono Gotalani, sì come quelle genti erano mescolate con queste. Tutti questi fanno alla greca, e similmente i Circassi. E perché abbiamo fatto menzione di Tumen e di Citracan, non volendo pretermettere né anche di questi luoghi le cose che sono degne di memoria, dicemo che da Tumen andando per greco e levante sette giornate lontano si truova il fiume Erdir, sopra il qual fiume è Citracano, la quale al presente è una terricciola quasi distrutta: pel passato fu grande e di gran fama, imperoché, prima che fusse distrutta dal Tamberlano, le spezie e le sete che al presente vanno in Soria andavano in Citracan, e da quel luogo alla Tana, dove si mandava solamente da Venezia sei e sette galee grosse per il levar di dette spezie e sete. E in quel tempo né Veneziani né altra nazione citramarina facea mercanzia in Soria.

L’Erdil è fiume grossissimo e larghissimo, il qual mette capo nel mar di Bachù, lontano da Citracan circa miglia 25: e così esso fiume come il mare hanno pesci innumerabili, ma in esso mar si truovan schenali e morone assai, il qual fa anche sale assai. Per il fiume a contrario d’acqua si può navigare infino appresso il Moscho, terra di Rossia, a tre giornate: e ogn’anno quelli del Moscho vanno con lor navilii in Citracan a torre il sale, e vi è la via facile, perché il Moscho fiume va in quello che è nominato Occa, che discende nel fiume Erdil. Trovansi in questo fiume isole assai e boschi, delle quali isole ve n’è alcuna che volge trenta miglia. I boschi fanno talponi, che d’un pezzo cavato ne fanno barche che portano otto e dieci cavalli e altrettanti uomini. Passando questo fiume e andando per ponente maestro alla via del Moscho, presso però delle rive, quindici giornate continue, si truovan popoli di Tartaria innumerabili. Ma scorrendo verso maestro s’arriva a’ confini della Rossia, dove si truova una terricciola chiamata Risan, la quale è d’un cognato di Giovanni duca di Rossia. Tutti sono cristiani e fanno alla greca; il paese è fertile di biade, carne e melle e altre buone cose; fassi eziandio bossa, che vuol dir cervosa; truovansi boschi e casali assai. Andando un poco più oltre si truova una città chiamata Colona. E l’una e l’altra di queste due sono fortificate di legname, del quale medesimamente sono fatte tutte le case, imperoché in quei luoghi non si truova gran fatto pietre.

Tre giornate lontano si ritruova il detto Moscho, fiume notabile, sopra il quale è una città nominata Moscho, dove abita il detto Giovanni duca di Rossia. Il fiume passa per mezo la terra e ha alcuni ponti; il castello è sopra certa collina, e d’ogn’intorno è circondato da boschi. La fertilità delle biade e della carne che è in questo luogo si può comprender da questo, che non vendono carne a peso, ma ne danno tanta ad occhio, che certo se ne ha quattro libre al marchetto. Le galline s’hanno settanta al ducato; l’oche tre marchetti l’una. È tanto gran freddo che eziandio lì il fiume s’agghiaccia. Il verno sono portati porci, buoi e altri animali scorticati e messi in piedi, duri come sassi, in tanto numero che chi ne volesse 200 al giorno li potria comprare: tagliar non si possono perché sono duri come marmi, se non si portano in stufa. Frutti, da qualche pochi pomi e noci e nocelle salvatiche in fuora, non si truovano.

Quando vogliono andare da luogo a luogo, specialmente s’il camino è per esser lungo, camminano il verno, perché tutto è agghiacciato, e hanno buon camminar, salvo che da freddo. Portan allora sopra li sani (i quali satisfanno a loro come a noi li carri, e dal canto di qua si chiamano travoli over vasi) quello che vogliono, con grandissima facilità. La state, per esser fanghi grandissimi e moscioni assaissimi, i quali procedono dalli boschi molti e grandi che vi sono, la maggior parte dei quali è inabitabile, non ardiscono andar troppo lontano.

Non hanno vino, ma alcuni fanno vino di mele, alcuni di cervosa di miglio, nell’uno e l’altro dei quali mettono fiori di bruscandoli, i quali danno un stuffo che stornisce e imbriaca come il vino. Non è da preterire con silenzio la provisione che fece il detto duca, vedendo essi essere grandissimi imbriachi e per imbriachezza restar di lavorare e di far molte altre cose che gli sariano state utili: fece un bando che non si potesse far né cervosa né vin di mele, né usar fiori di bruscandoli in alcuna cosa, e con questo modo gli ha fatti mettere al ben vivere.

Capitolo 13

D’una terra chiamata Cassan. De’ Moxii popoli, e della religion e viver loro. Di Novogradia città. Di Trochi e Lonin castelli. D’una terra detta Varsonich. Di Mersaga e Brandinburg città. Del re di Zorzania; della fertilità, costumi e abiti di quel paese. D’una terra detta Zifilis.

Possono ora esser 25 anni, pagavano i Rossiani per il passato tributo all’imperator tartaro; di presente hanno soggiogata una terra chiamata Cassan, che in nostra lingua vuol dire caldiera, la quale è sul fiume Erdil, andando verso il mar di Bachù a man sinistra, lontana dal Mosco cinque giornate. Questa terra è mercantesca, della quale si tragge la maggior parte delle pellettarie che vanno al Mosco, in Polonia, in Prusia e in Fiandra: le qual pellettarie però vengono da parte di tramontana e greco, dalle regioni di Zagatai e di Moxia, i quali paesi di tramontana sono posseduti da’ Tartari, che per il più sono idolatri, così come ancora sono i Moxii.

Ho qualche pratica delle cose de’ Moxii, e per tanto dirò della lor fede e condizione quello che io intendo. Certo tempo dell’anno sogliono torre un cavallo, il quale essi mettono nella campagna, a cui ligano tutti quattro i piedi a quattro pali, e similmente la testa a un palo, fitti in terra. Fatto questo viene uno col suo arco e freccie, e mettesi lontano in intervallo conveniente, e tirargli alla via del cuore tanto che lo ammazza; poi lo scortica e fanno della pelle un utre; della carne fanno tra loro certe cerimonie e poi la mangiano. Poi empiono questa pelle tutta di paglia, e la cuciono sì fattamente che pare intiera, e per ciascuna delle gambe mettono un legno dritto, accioché possa stare in piedi come vivo. Finalmente vanno ad un arbore grande e gli tagliano quei rami che a lor pare, e di sopra fanno un solaro, sul quale mettono questo cavallo in piedi: e così lo adorano, offerendogli zebelini, armelini, dossi, vari, volpi e altre pellettarie, le quali appiccano a quest’arbore sì come noi offeriamo candele, in modo che questi arbori sono pieni di simili pellettarie. Buona parte del popolo vive di carne, e per lo più di carne salvatica, e di pesci che prendono in quei fiumi che sono nel loro paese.

Abbiamo detto dei Moxii; dei Tartari non abbiamo altro da dire se non che quelli di loro che sono idolatri adorano statue, le quali portano sopra dei lor carri: quantunque si trovano alcuni, i quali hanno per costume di adorar quello animale ogni giorno che uscendo di casa primamente scontrano. Il duca ha soggiogata anche Novogradia, che vuol dire in nostra lingua nove castelli, la quale è terra grandissima, lontana dal Mosco alla via di maestro giornate otto. Governavasi prima a popolo, ed erano uomini senza alcuna ragione; avevano tra loro molti eretici. Al presente scorre via così piano piano nella fede catolica, conciosiaché alcuni credano, alcuni no; ma vivono con ragione e ci si fa giustizia.

Partendo dal Moscho verso Polonia vi sono giornate 22 insino all’entrar nella Polonia. Il primo luogo che si truova è un castello chiamato Trochi, al quale non si può andare, partendo da Moscho, se non per boschi e per colline, imperoché è quasi luogo deserto. Vero è che caminando a luoghi a luoghi, ove sono stati alloggiamenti per avanti, si truova esservi stato fatto fuoco, e ivi li viandanti possono riposare e far fuoco se vogliono. Alcune fiate, ma molto poche, si truova fuor di mano qualche villetta. Partendo da Trochi si truovano similmente boschi e colline, ma insieme eziandio alcuni casali, e lontano da Trochi nove giornate si truova un castello chiamato Lonin. Si entra poi nel paese di Lituania, dove si vede una terra chiamata Varsonich, la quale è d’alcuni signori, sottoposti però a Cazmir, re di Polonia. Il paese è abbondante e ha castelli e casali assai, ma non da gran conto. Da Trochi in Polonia sono giornate sette, ed è buono e bel paese. Trovasi poi Mersaga, assai buona città, e ivi finisce la Polonia: dei castelli e terre della quale, per non ne aver io notizia, non dirò altro se non che il re con li figliuoli e tutta la casa sua è cristianissimo, e che il suo figliuol maggiore di presente è re di Boemia. Usciti della Polonia, a quattro giornate troviamo Frankfort, città del marchese di Brandinburg, ed entriamo nell’Alemagna, della qual non dirò altro, per esser luogo domestico e inteso da molti.

Resta ora che diciamo qualche cosa della Zorzania, la quale è all’incontro dei luoghi sopra detti e confina con la Mengrelia. Il re di questa provincia si chiama Pancrazio: ha bel paese, e fertile di pane, di vino, di carne, di biade e d’altri frutti assai. Fassi gran parte di vini sugli arbori, come in Trabisonda. Gli uomini sono belli e grandi, ma hanno sozzissimi abiti e costumi vilissimi. Vanno tosi e rasi il capo, salvo che intorno lassano un poco di capelli, a similitudine di questi nostri abbati, che hanno buona entrata; portano mustacchi, ai quali si lasciano crescer li peli sotto la barba, a lunghezza di una quarta d’un braccio. In capo portano una berrettuzza di diversi colori, in cima della quale è una cresta; in dosso portano giubbe assai lunghe, ma strette e fesse di dietro infino alle natiche, imperoché altramente non potriano montare a cavallo: nella qual cosa non li biasimo, perché vedo che ancora i Francesi l’usano. In piedi e gambe portano stivali, i quali hanno la suola fatta in modo che, quando stanno in piedi, la punta e il calcagno toccano in terra, ma in mezo sono tanto alti da terra che si potria cacciare il pugno per sotto la pianta senza farsi male: e di qui viene che, quando caminano a piedi, caminano con fatica; gli biasmaria in questa parte, se non fusse che io so che ancora li Persiani l’usano.

Circa il mangiare, secondo che io ho veduto a casa di uno delli principali, servano questo modo: hanno certe tavole quadre circa mezo braccio, con un orlo cavato intorno; in mezo di queste mettono una quantità di paniccio cotto senza sale e senza altro grasso, e questo scusa in luogo di minestra; in un’altra simil tavola mettono carne di cinghiaro brustolata, e tanto poco arrostita che, quando la tagliavano, sanguinava: essi mangiavano di buona voglia, io non ne poteva gustare, e però me ne andava fingendo di mangiar con quel paniccio; del vino ne era abbondanzia, e andava intorno alla polita; altra sorte di vivande non avemmo. Vi sono in questa provincia montagne grandi e boschi assai. Ha una terra chiamata Tiflis, d’avanti la quale passa il fiume Tygris, la quale è buona terra, ma male abitata; ha eziandio un castello nominato Gori; confina con il mar Maggiore.

E questo è quanto io ho a narrare circa il viaggio mio della Tana e di quei paesi, insieme con le cose degne di memoria di quelle parti. Seguita che (tolto un altro principio) prenda la seconda parte, e metta le cose appartenenti al viaggio mio di Persia.

Il fine del viaggio alla Tana.

[Viaggio nella Persia]

Capitolo 1

Del presente mandato per la illustrissima Signoria di Venezia ad Assambei, signor della Persia. Del castello chiamato Sigi. Del porto e castello nominati Curcho. Dell’armata della illustrissima Signoria di Venezia per andar contra Ottomano.

Essendo la nostra illustrissima Signoria in guerra con l’Ottomano del 1471, io, come uomo uso a stentare e pratico tra gente barbara, e desideroso di ogni bene della illustrissima Signoria, fui mandato insieme con uno ambasciadore di Assambei, signor della Persia, il quale era venuto a Venezia a confortar la illustrissima Signoria che volesse proseguir la guerra contra il detto Ottomano; conciosiaché ancor esso con le sue forze gli saria venuto contra. Partimmo adunque da Venezia con due galee sottili, e dietro di noi vennero due galee grosse cariche di artiglierie, gente da fatti e presenti, che mandava la detta illustrissima Signoria al detto signor Assambei, con commissione che io mi appresentassi al paese del Caraman e a quelle marine, e venendo, over mandando lì Assambei, gli donassi tutte le dette cose. Le artiglierie furono bombarde, spingarde, schioppetti, polvere da trarli, carri e ferramenti di diverse sorti, per valuta di ducati 4000. Le genti da fatti furono balestrieri e schioppettieri 200, sotto quattro contestabili, col lor governatore, che era Tommaso da Imola, il quale aveva dieci provisionati sufficienti ad ogni governo. Li presenti furono lavori e vasi d’argento per il valor di ducati 3000, panni d’oro e di seta per il valore di ducati 2500, panni di lana in scarlatto e altri colori fini per il valor di ducati 3000.

Giunti che fummo all’isola di Cipro, entrammo in Famagosta e insieme ci appresentassimo a quel re: uno ambasciador del papa, uno del re Ferdinando, e noi due, cioè l’ambasciador del signor Assambei e io. Dove informandone se per il paese del Caraman securamente si poteva passare in Persia, trovammo tutte le terre da marina e fra terra essere occupate dall’Otomano, per la qual cosa ne fu necessario dimorare un certo tempo in Famagosta. Nel qual tempo, desiderando di proseguire il camin mio, più volte insieme con l’ambasciador del Caraman, il quale aveva ritrovato in Cipro, me n’andai con una galea sottile alle riviere del Caraman, lassando tuttavia gli altri ambasciadori in terra. Una di queste volte capitai a un porto dove è certo castello chiamato Sigi, e ivi fummo a parlamento con un signor di quel luogo, detto Cassambeg, il quale, benché gli fussero state tolte tutte le sue fortezze, nientedimeno aveva pur qualche centenaro di cavalli e di gente, che andavano per il paese quasi vagabondi, i quali lo seguitavano. Un fratello maggior di questo signore, nominato Pirameto, se n’era andato ad Assambei, per aver soccorso da lui contra l’Otomano. Parlando noi con questo che avevamo trovato lì del pensier nostro, tra l’altre cose ne disse che con grande allegrezza ne aveva aspettati, e mostronne lettere di Assambei, nelle quali si conteneva che dovesse star di buon animo, imperoché presto verrebbe l’armata dei signori veneziani, con la quale sperava che si ricuperaria lo stato, e specialmente i luoghi di marina.

Io, inteso che l’armata nostra si doveva appresentare a quelle parti, ordinai che le galee che erano rimase a Famagosta dovessero venire a Sigi. In questo mezo intesi che ‘l nostro capitan generale, messer Pietro Mozenico, insieme con li proveditori messer Vittor Soranzo e messer Stefano Malipiero, con altre galee e capitani, erano arrivati nel porto de Curcho, che appresso gli antichi era Corycus, dove è un bel castello chiamato Curcho, e incontinente gli mandai Agostino Contarini sopracomito a dir che, se doveva torre impresa alcuna, a me pareva che esso dovesse venire a Sigi, dove io mi ritrovava, perché più facilmente si conseguirebbe vittoria; nondimeno, parendo a lui altramente, comandasse, che ubidirei. Sigi è lontano dal Curcho non più che XX miglia, onde, avendo inteso il capitan generale quello che io gli mandava a dire, quantunque già avesse principiato a bombardare il Curcho, si levò con l’armata e venne a Sigi. In quest’armata erano galee 56, e due galee sottili e due grosse le quali io aveva, che fanno 60, tutte della illustrissima Signoria; galee XVI del re Ferdinando, galee cinque del re di Cipro, galee due del gran maestro di Rodi, galee XVI del sommo pontefice, le quali però erano rimase a Modon: che sono in tutto galee 99. Nelle galee nostre erano cavalli 440, con i loro stradiotti, cioè otto per galea, eccetto che in cinque galee che non avevan cavalli. Giunti nel porto mettemmo i cavalli in terra e buona parte della gente, i quali cominciarono a prepararsi.

Capitolo 2

Come il castello Sigi si rendette a patti, e come, usciti fuora il signor e gli altri, contra il voler del capitano furono saccheggiati; ma subito, di ordine di esso capitano, trovato tutte le persone e robe depredate, furono restituite ad esso signore.

Il dì seguente il capitano mandò per me, e dissemi che gli pareva che quel castello fusse molto forte e, per rispetto del sito, quasi inespugnabile, essendo posto nella sommità d’un monte, e domandommi quel che mi pareva: gli risposi esser vero che era fortissimo, ma eziandio questo non falso, che dentro non ci si ritrovavano se non al più XXV uomini da fatti, i quali avevano a guardare e difendere d’ogn’intorno lo spazio d’un miglio, onde certamente io mi credeva che, proseguendo l’impresa, presto s’averia. Stette molto sospeso e non mi fece risposta alcuna, ma due ore dopo mi mandò il suo almiraglio a dire che aveva deliberato di tor l’impresa. Fecemi stare di buona voglia, e subitamente me n’andai; e di questo diedi notizia a Theminga, capitan del Caramano, il quale similmente si rallegrò tutto e volse che io andassi a riferire questo istesso al suo signore: e così feci. E ritornato dal detto Theminga, me ne venni al nostro capitano, e cominciammo a mettere in ordine le cose opportune alla oppugnazione.

La mattina seguente, circa ore quattro di giorno, Theminga mi disse che gli era venuto uno dal castello, offerendo di darglielo, se noi volevamo salvar le persone e le robe. Ne feci motto al nostro capitano, il quale mi ordinò ch’io dovessi promettere a quel tale, per mezo di Theminga, che egli con le sue persone e robe sariano salvi e, non volendo stare in quel luogo, sariano condotti a salvamento dove a loro piacesse. Avendo riferito questo a Theminga, egli volse ch’io andassi a parlare col signore di quel castello, che era detto Mustafà, ed era nativo della Caramania: e per tanto andai alla porta, appresso la quale era una fenestra quadra, e parlai col signore, il quale era venuto lì. E dopo molte parole esso mi disse che, servandogli il nostro capitano la promessa di farlo sicuro con le persone e robbe, era contento di dargli il castello. E, fattogli la detta promessa, aperse le porte, e lassò entrar me, l’armiraglio e tre compagni di galea, insieme col nostro interprete. Dimandai dove voleva essere; mi rispose che desiderava andare in Soria e, per andar più sicuro, d’esser condotto con una delle nostre galee, lui, la moglie e la sua roba: e così gli promessi, ed egli incontinente seguitò di insaccar le sue robe, delle quali per avanti gran parte aveva insaccato. Uscito esso con le sue robe fuor della porta, e dietro a lui gli altri i quali erano nel castello con tutto il suo, i quali potevano essere da 150 in tutto, e discendendo giù del monte, si riscontrò col nostro capitano, il qual veniva suso con una buona ciurma di galeotti per ricevere il castello: ai quali galeotti non valsero né comandamenti né minaccie del capitano che, vedendo queste robe, non si mettessero a far preda, sì delle robe come delle persone. Puossi considerare l’affanno che ebbe il capitano e i proveditori e tutti coloro che avevano intelletto, specialmente essendogli stata fatta per lor nome così larga promessa.

Tolto adunque il castello ritornai alla galea, e la sera sul tardi il capitano mandò per me, e con grande amaritudine si condolse del caso intravenuto: e volse che io andassi a trovar nel campo il capitano del Caraman, e in escusazion sua dicessi quello che mi pareva conveniente circa la disubidienzia e furia delli detti galeotti, e di quello che esso aveva in animo di fare in favor di quelli che erano stati rubbati, e contra di quelli che avevano rubbato. Tornato adunque alla marina, ritrovai che l’interprete mio aveva un asino carco di roba, al quale io feci tor le robe incontinente e dar di molte botte. Dapoi me n’andai da Theminga, capitano del Caraman, e iscusato che io ebbi la cosa col modo che mi era stato dato, concludendo gli promessi che ‘l dì seguente da mattina al tutto si faria provisione: esso mi accettò con buona cera, dicendo che gli dispiaceva che ‘l signor di Sigi insieme con tutti i suoi, i quali erano ribelli del suo signore, non fusse stato morto. Io, veduto che di quello ch’era seguito non si prendeva molta molestia, incominciai ad adattare la cosa, dicendo che quello gli era stato promesso bisognava che fusse atteso, e che quello era seguito era seguito per la furia bestiale dei galeotti, con grandissimo dispiacere del capitano e proveditori e di tutti li sopracomiti. Ritornato che fui al nostro capitano, fu da lui commesso a messer Vettor Soranzo, insieme con alcuni sopracomiti, il cargo della ricuperazione delle persone e delle robbe tolte contra la fede che noi gli avevamo data.

E la mattina per tempo furno fatte gride, con asprissime pene, che tutti dovessero appresentare e mettere in terra le persone e le robbe tolte, e oltra di questo furono ricercate con grandissima diligenzia tutte le galee. Le persone furono ritrovate tutte, e delle robe una buona parte, delle quali, massimamente di quelle che eran minute, fu fatto un grandissimo monte, e di quello cavate da parte tutte le robe che erano del signore, sì quelle che si trovavano in sacchi come quelle che si trovavano fuor di sacchi. Dapoi tutte insieme furono portate nella galea di messer Vettor Soranzo proveditore, percioché in essa era entrato quel signore insieme con la sua donna, alla qual fu appresentato tutto quello che si ritrovava. Le robe che erano del popolo tutte insieme furono consegnate al lor capitano, il qual fece far la grida che ognuno venisse a tor le sue: e così vennero.

Capitolo 3

Come duoi fratelli del signor Mustafà fecero smontar esso signore col suo aver apresso di loro, e poco dipoi, fattolo morire, un di loro prese la cognata per moglie. Della presa del castello Curcho e restituzion di quello al Caramano. Come Silephica, anticamente chiamata Seleucia, si rendette a patti.

Era commune opinione che questo signore avesse tesoro grande, lassatogli dal padre: e, per quello che si poté vedere, fra pietre preziose, perle, oro, argento e panni, erano decine di migliaia di ducati. E in segno di ciò un sopracomito candiotto, il quale aveva avuti due sacchi di dette robe, e uno ne aveva restituito e con l’altro se n’era andato a Rodi, morendo in quel luogo, ordinò che, per quello esso aveva avuto di conto del detto signore, gli fussero restituiti ducati 800. Fatto questo, due fratelli di questo signore lo vennero a trovare in galea, e con lor ragioni, promissioni e persuasioni tanto fecero, che si contentò di smontare in terra con tutto il suo: e poco dopo la partita delle galee lo fecero morire. E come che questo fusse stato poco male, uno d’essi tolse per moglie la donna, che era sua cognata.

L’armata ritornò al Curcho sopranominato e, dismontata che fu la gente in terra, furon messe le bombarde ai suoi luoghi, per oppugnare eziandio questo castello, nel quale erano per guardia le genti dell’Ottomano. Era gionto in quello istesso tempo a quel luogo il signor Caraman con le sue genti, e, tolta la prima cinta de’ muri, si dettero a patti, salve le persone e le robe: e così avessimo il castello e lo restituimmo al Caraman. Dopo questo, io me n’andai a Silephica, terra famosa, che si chiamava anticamente Seleucia, con alcuni del Caramano: la quale per il simile era occupata dall’Ottomano. E dissi a quelli ch’erano dentro che volessero render la terra, che sariano salve le robe e le persone, e che, se si lasciavano dar la battaglia, forse lo vorrebbono fare, che non si accettaria, ma che tutti anderiano per fil di spada. Mi fu risposto che io andassi alla buon’ora, e che domattina essi mandariano a dire al Caramano quale era l’intenzion loro. Il dì seguente gli mandarono a dire che erano contenti di dargli la terra, e che andassero presto, imperoché gliela consegnariano: e così fecero.

Il nostro capitano dapoi con tutta l’armata se ne tornò in Cipro, e si mise a star presso a Famagosta per provedere al governo di quell’isola, imperoché il re Zacho era mancato di questa vita, nel tempo che noi eravamo nelle terre del Caraman. Fatte le debite provisioni, dopo alcuni giorni si levò e andossene verso l’arcipelago. Io rimasi nel porto di Famagosta, con tre galee sottili e due grosse, insieme con li contestabili e fanti che mi erano stati dati dalla illustrissima Signoria: dove stetti per certo tempo. Giunsero in questo mezo due galee del re Ferdinando, sopra le quali era l’arcivescovo di Nicosia, di nazione catelano, e con lui un messo del detto re, i quali dovevano trattar di contragger matrimonio di una figliuola naturale del re Zacho con un figliuol naturale del detto re Ferdinando.

E stando in dette pratiche, una notte sottosopra incominciorno a sonar campane nell’arme, e il vescovo si ridusse con quelli che ‘l seguitavano alla piazza ed ebbe la terra, e poco dopo ebbe Cerines e quasi tutta l’isola a sua ubbidienza. Il nostro capitan generale, avendo inteso che due galee, le quali venivano da Napoli col detto vescovo, andavano verso levante, sospettò che dovessero andar in Cipro, e mandò messer Vittor Soranzo proveditor con diece galee sottili. Il qual, gionto a Famagosta, ritrovò una di quelle galee nel porto; e, dopo molti parlamenti fatti insieme, fu fatta col vescovo e co’ suoi seguaci certa composizione, che restituissero la terra e tutto quello che avevano tolto, e che se n’andassero alla buon’ora: e così fu fatto, e l’ambasciator del re Ferdinando se ne ritornò a Napoli, quello del sommo pontefice rimase a Famagosta.

Io con l’ambasciator di Assambei, che desideravo andare al mio camino, insieme col mio cancelliero montai su una galea sottile, e ambedue le galee grosse, le quali avevano le artiglierie e li presenti sopranominati, per comandamento della illustrissima Signoria ordinai che andassero in Candia: delle quali parte rimasero lì e parte furono rimandate a Venezia, e li fanti feci restare a custodia della isola di Cipro. E io ritornai al Curcho, del quale, perché non ho posto il sito, al presente ne parlerò.

Capitolo 4

Del sito del Curcho, e quello che produce. Di Seleucia città, e bellissimo sito di quella. Del fiume Calycadnus. D’uno teatro simile a quello di Verona.

Questo Curcho è sul mare; ha per mezo verso ponente uno scoglio che volge un terzo di miglio, che era appresso gli antichi Eleusia, sul quale per avanti soleva essere un castello. Mostra d’essere stato forte, bello e ben lavorato, ma di presente in gran parte è rovinato; ha su le porte maestre certe inscrizioni di lettere, le quali mostravano d’esser belle e simili all’armene, pur in altra forma di quella ch’usano gli Armeni di presente, conciosiaché gli Armeni che io avevo con me non le sapessero leggere. Il castel rotto è lontano dal Curcho alla via della bocca del porto un trar di balestra, ma il Curcho è parte edificato su un sasso, e parte scorre su la spiaggia verso il mare: il sasso su nel quale è dalla parte di levante è tagliato in un fosso alto equale. Il sabbione verso la spiaggia ha un muro scarpato grossissimo, da non potere essere offeso da bombarde; nel castello ne è un altro, con le sue mura grossissime e torri fortissime, il qual tutto cinge due terzi d’un miglio, e anche questo ha sopra le porte, le quali sono due, certe inscrizioni di lettere armene. Ogni stanza di questo castello ha la sua cisterna d’acqua dolce, e nei luoghi publici quattro cisterne tanto grandi, tutte d’acqua dolce perfettissima, che serviriano ad ogni gran città.

Nell’uscire della porta ch’è verso levante, per una strada lontana un trar d’arco dal castello, si truovano arche di marmi d’un pezzo, buona parte delle quali sono rotte da un capo: e queste sono sì da uno come dall’altro canto della strada, e durano insino a una certa chiesa mezo miglio distante, la qual mostra essere stata assai grande, e ben lavorata di colonne di marmo grosse e d’altri eccellenti lavori. I luoghi circonstanti al castello sono montuosi e sassosi, simili a quelli dell’Istria, abitati per quel tempo da gente del signor Caraman. Vi nasce frumento assai e gottoni, e vi è gran copia di bestiame, spezialmente di buoi e cavalli, e vi sono frutti perfettissimi di più sorte. L’aere, per quel ch’io viddi, è molto temperato; di presente non so come si stia, imperoché sono stati distrutti dall’Ottomano. A costa della marina sono due castelli: il sopradetto Sigi, edificato sopra un monte, e un altro, i quali sono fortissimi. Il primo è lontano dal mare un trar d’arco, l’altro è lontano da questo miglia sei, ed è posto appresso il mare ed è assai forte.

Partendo dal Curcho e andando verso maestro, 10 miglia lontano si trova Seleuca, cioè Seleuzia, che è lontana dal mare cinque miglia, la quale è in cima d’un monte sotto il quale passa un fiume, appresso li antichi Calycadnus, che mette in mare appresso il Curcho, simile di grandezza alla Brenta. Appresso questo monte è un teatro, nel modo di quel di Verona, molto grande, circondato di colonne d’un pezzo, con li suoi gradi intorno. Ascendendo in monte per andare nella terra, a man manca si veggono assaissime arche, parte d’un pezzo, com’è detto di sopra, separate dal monte, e parte cavate nel proprio monte. Ascendendo più in su si truovano le porte della prima cinta della terra, che sono quasi alla sommità del monte, le quali hanno un torrione per lato, e sono di ferro, senza legname alcuno, alte circa quindici piedi, larghe la metà, lavorate politissimamente, non meno che se fussero d’argento: e sono grossissime e forti. Il muro è grossissimo, pieno di dentro, con la sua guardia davanti, il quale di fuora è carico e coperto di terreno durissimo, tanto erto che per esso non si può ascendere alle mura. Il qual terreno gli va d’ogn’intorno, ed è tanto largo dalle mura che da basso circonda tre miglia, e in cima il muro non circonda più di uno, ed è fatto a similitudine d’un pan di zuccaro. Dentro di questa cinta è il castello di Seleuca, con le sue mura e torri piene, tra ‘l quale e le mura della prima cinta è tanto terreno vacuo che a un bisogno faria da 300 stara di frumento: è distante la cinta dal castello passi 30 e più. Dentro del castello è una cava quadra fatta nel sasso, profonda passa cinque, longa 25 e più, larga circa sette: in questa erano legne assai da monizione e una cisterna grandissima, nella quale non è mai per mancare acqua. E questa terra è nell’Armenia minore al presente, ma anticamente era nella Cilicia, che fu presa da’ Turchi quando occuparono il restante dell’Asia minore, a’ quali fu levata da Rubino e Leone, fratelli d’Armenia, circa il 1230: e la ridussero in regno, e da loro fu detta Armenia, la quale Armenia si estende infino al monte Tauro, chiamato nel lor linguaggio Corthestan.

Capitolo 5

Della città Tarso, anticamente detta Tarsus; il sito e signor di quella. D’una terra detta Adena, e quello produce. D’un grossissimo fiume chiamato Pyramo. D’un notabil modo di ballar e cantar d’alcuni peregrini macomettani. D’una terra detta Orphea.

Stetti certo tempo in questo luogo e poi mi aviai al camino di Persia, caminando (quantunque vi sia altra via) per la marina: e in una giornata non grande usci’ fuora delle terre del Caraman. Il primo luogo ch’io ritrovai è Tarso, anticamente Tarsus, buona città, il signore della quale è Dulgadar, che fu fratello di Sessuar: il paese è sottoposto al soldano, quantunque sia pur nell’Armenia minore; la terra volge 3 miglia. Ha una fiumara davanti, detta dagli antichi Cydnus, sopra la quale è un ponte di pietra in volti per il quale si esce della terra, e questa fiumara le va quasi attorno. In essa è un castello scarpato da due lati di una scarpa alta passi 15, la quale è di pietre tutte lavorate a scarpello; davanti è un luogo piano, quadro ed eminente, al qual si va per il castello con una scala, ed è tanto longo e largo che terrebbe suso 1000 uomini. La terra è posta su un monticello non molto alto. Una giornata lontano si trova Adena, così nominata anco dagli antichi, terra molto grossa, davanti della quale è un fiume grossissimo, detto dagli antichi Pyramus, il qual si passa per un ponte di pietra in volto longo passi 40. Sul qual ponte essendoci noi accompagnati con certi suffi, cioè, parlando in nostro linguaggio, peregrini, alla guisa de’ quali tutti noi eravamo vestiti, questi suffi cominciarono a ballare in spirito, cantando uno di loro delle cose celestiali e della beatitudine di Macometto, principiando lentamente e adagio e sempre andando stringendo più la misura. E quelli che ballavano, ballando secondo la misura della voce, fra lo spazio d’un quarto d’ora affrettavano tanto i passi e i salti che parte di loro cadevano col corpo in suso e tramortivano lì. Era concorsa a tale spettacolo assai gente, e li compagni levavano quelli che erano caduti e li portavano agli alloggiamenti, e quasi in ogni luogo dove si abitava; e alcune fiate eziandio nel viaggio facevano cotal dimostrazioni, come se fussero sforzati a farle.

La terra di Adena, e similmente il paese, fa di molti gottoni e gottonina; è ancora essa del soldano, posta medesimamente nell’Armenia minore. Lasso di dire le ville e i castelli rotti che si ritrovano infino su l’Eufrate, per non aver cosa molto memorabile. Giunti all’Eufrate, che divideva lo stato del re di Persia da quel del soldano, ritrovammo un navilio del soldano, il qual portava da sedici cavalli in suso. Era navilio molto strano, col quale passammo il fiume, appresso il quale sono certe grotte nel sasso, dove per i mali tempi si riduce chi di lì passa; dall’altro lato sono alcune ville di Armeni, dove alloggiammo una notte. Passato il fiume capitassimo a una terra nominata Orpha, la quale è del signore Assambei ed era governata da Balibech, fratello del detto signore. Fu già gran terra, ora è quasi tutta ruinata dal soldano, nel tempo che ‘l signore Assambei andò all’assedio del Bir. Ha un castello sul monte assai forte. In questo luogo il signore si avidde ch’io era e mostrò di vedermi volentieri, al quale io diedi le mie lettere: ed ebbero buon ricapito. Non voglio dire altro di questa terra, per essere stata distrutta, e dove eziandio il signore abita con sospetto.

Capitolo 6

Della città Merdin, e mirabil sito e altezza di quella. Le parole che usò un peregrino a messer Iosafa circa il sprezzar del mondo. Della città Asiancheph, e sue altissime abitazioni; di un gran fiume e mirabil ponte che vi è posto sopra.

Giugnemmo poi alla radice d’un monte, il qual è sopra un altro monte, e ha una città chiamata Merdin, alla quale non si può andar se non per una scala fatta a mano, i gradi della quale sono di pietra viva, di passi quattro l’uno con le sue bande, e dura per un miglio; al capo di questa scala è una porta, e poi la strada che va nella terra. Il monte d’ogn’intorno cola acqua dolcissima, e per tutta la terra sono fontane assai. E nella terra è un altro monte, il quale quasi tutto intorno è una rocca alta da passi cinquanta in suso, nell’ascender del quale si trova una scala simile alla sopradetta. Non ha questa terra altre mura che quelle delle case; è lunga un terzo di un miglio; ha da fuochi 300 dentro, e in essi popolo assai. Fa lavori di seta e di gottoni assaissimi, ed è similmente del signore Assambei. Sogliono dire i Turchi e i Mori che tanto è alta che coloro li quali vi abitano non veggono mai volare uccelli sopra di sé. In questo luogo albergai in un ospitale il quale fu fatto per Ziangirbei, fratello del signore Assambei, e dove tutti quelli che vi vanno hanno da mangiare: e se sono persone che paiano da qualche conto, gli vengono messi sotto ai piedi tapeti da più di ducati cento l’uno.

Voglio dir qui una cosa assai rara, e nelle parti nostre rarissima, la quale m’intravenne. Stavomi un giorno solo sedendo nell’ospitale, ed ecco che viene a me uno carandolo, cioè un uomo nudo, toso, con una pelle di capriuolo davanti, bruno, di anni circa trenta, e si pose a sedere appresso di me, e tolsesi di tasca un suo libretto e incominciò a legger divotamente con buoni gesti, come se a nostro modo dicesse l’ufficio. Non molto dopo mi si fece ancor più appresso, e dimandò chi io era; e rispondendogli io che era forestiero, mi disse: “Ancor io son forestiero di questo mondo, e così siamo tutti noi: e però l’ho lassato, e fatto pensiero di andarmene in cotal modo insino alla mia fine”, con tante altre buone ed eleganti parole, che a me faceva una gran maraviglia, confortandomi al ben vivere, al viver modestamente e a disprezzare il mondo, dicendo: “Tu vedi come io me ne vado nudo per lo mondo. Ho visto gran parte di esso, e niente ho ritrovato che mi piaccia, per la qual cosa ho deliberato d’abbandonarlo al tutto”.

Partendoci da Merdino cavalcammo giornate sei insino ad una terra del signore Assambei la qual si chiama Assanchif: e prima che vi si giunga si vedono nella costa d’un monte piccolo, a man destra, abitazion d’uomini infinite, cavate nel proprio monte, e a mano sinistra si ritrova il monte, sopra il quale è edificata la detta terra, alla cui radice sono anche grotte, dove abita gente assai. Le qual grotte per tutta una faccia del detto monte sono innumerabili, tutte assai alte da terra, con le loro strade che guidano alle dette abitazioni, alcune delle quali sono alte più di passa trenta, di modo che, quando vanno con le persone e animale per le dette strade, par che caminino in aere, tanta è la loro altezza. Continovando il camino e voltandosi a man manca si va nella terra, nella quale si ritrovano mercanti di gottoni e d’altri mestieri: è terra di passo assai frequentato. Volge un miglio e mezo col suo borgo, nel quale si trovano molte belle abitazioni e alcune moschee. Di qui si passa un fiume il cui nome è Set, già fu detto Tigris, bello e profondo, largo, infino a quel luogo, da passi 30, per un ponte di legnami grossi, i quali per forza di peso stanno sopra le teste che toccano terra, imperoché per la profondità del fiume non possono sostentarsi in acqua.

Capitolo 7

D’una terra detta Sairt e di due fiumi, uno chiamato Betelis, l’altro Issa.

Passato questo monte ce ne andammo per campagne e per luoghi montuosi, non troppo né alti né asperi, lontano dai quali due giornate, andando quasi verso levante, si ritrova una terra detta Sairt, la quale è fatta in triangolo, e da una delle parti ha un castello assai forte, con molti torrioni, parte delle mura della quale sono ruinate. Dimostra essere stata terra bellissima: volge tre miglia; è benissimo abitata, ornata di case, di moschee e di fontane bellissime. Nella qual volendo entrare, passammo due fiumi per due ponti di pietra di un volto l’uno, sotto li quali passeria un gran burchio delli nostri con tutto il suo arbore, e ambidue sono fiumi grossissimi e veloci: uno si chiama Betelis, l’altro Issan. E per infino a questo luogo si estende l’Armenia minore. Non si trovano gran monti né gran boschi, né ancor case diverse dalla consuete; sonvi per la regione ville assai. Vivono di agricoltura, come si fa di qui; hanno frumenti e frutti e gottoni assai, buoi, cavalli e altri animali assai. Hanno oltra di questo capre in copia, le quali pelano ogni anno, e di quella lana fanno ciambellotti: le quali essi governano e tengono lavate e nette.

Capitolo 8

Del monte Tauro. Curdi, popoli crudelissimi. D’una terra detta Chexan. Di Choy e Tauris città.

Ora cominciaremo a entrare nel monte Tauro, il qual principia verso il mar Maggiore, nella parte di Trabisonda, e vassene per levante e sirocco verso il sino Persico. All’intrare di questo monte sono monti altissimi e aspri, abitati da certi popoli i quali si chiamano Curdi, che hanno uno idioma separato dalli circonvicini, e sono crudelissimi, non tanto ladri quanto assassini. Hanno castelli assaissimi, edificati su le rupi e brichi, a fin di star sui passi e robar li viandanti: molti dei quali però sono stati ruinati dalli signori, per i danni che hanno fatto alle caravane le quali passano di lì. Ho fatto della condizion loro qualche isperienza, imperoché, essendo con certi compagni adì quattro d’aprile 1474 levato da una terra nominata Chexan, la quale è d’un signore sottoposto al signore Assambei, circa meza giornata lontano dalla terra, avendo in compagnia l’ambasciador del signore Assambei, sopra di una alta montagna fussimo assaltati da questi Curdi, e il detto ambasciadore e il mio cancelliero insieme con due altri furono morti, io e due altri feriti; ne tolsero le some e tutto ciò che trovarono. Io, essendo pur a cavallo, mi tolsi del cammino e fuggi’ solo; quelli due feriti mi vennero poi a trovare, e insieme ci accompagnammo con uno califo, cioè capo de’ peregrini, e camminassimo al meglio che potessimo.

Il terzo giorno dopo giugnemmo a Vastan, città ruinata e male abitata, di circa 300 fuochi; due giornate lontano ritrovassimo una terra nominata Choi, la quale ancora essa era ruinata, e faceva da fuochi 400: vivono di artificii e di lavorar la terra. Essendo circa la fine del monte Tauro, deliberai di separarmi da questo califo: tolsi uno dei suoi compagni per mia guida, e in tre giornate fui appresso di Tauris, città famosissima. Essendo su la campagna, ritrovai certi Turcomani, i quali erano accompagnati con alcuni Curdi, che venivano verso di noi, li quali dimandarono dove noi andavamo; io li risposi che andava a ritrovare il signore Assambei, con lettere indrizzate a sua signoria. Richiesemi uno di loro che gliele mostrassi: e dicendogli io mansuetamente che non era onesto ch’io le dessi nelle sue mani, alzò un pugno e percossemi una mascella tanto fortemente che quattro mesi dopo mi durò quel dolore; batterono eziandio il mio interprete, e lascionne molto malcontenti, come si può pensare.

Capitolo 9

Come messer Iosafa gionse al signor Assambei, e l’accetto e presente ch’esso signor li fece; e descrivesi l’abitazione d’esso signore. D’una festa che si suol fare in piazza.

Gionti che fussimo a Tauris, che già fu detta Ecbatana, capo della Media, capitassimo in un caversera, cioè secondo noi fontego, donde io feci sapere al signore Assambei, il quale si ritrovava lì, che io era gionto e che desideravo d’andare alla sua presenzia. E subito la sequente mattina, mandando egli per me, mi appresentai a lui, così mal in ordine che mi rendo certo che tutto quello che io avevo in dosso non valeva duoi ducati. Videmi volentieri, e di primo mi disse ch’io fussi il ben venuto, e che ben egli aveva inteso la morte del suo ambasciadore e degli altri due e de l’assassinamento fatto a noi, promettendo di provedere a tutto in modo tale che non avessimo alcun danno. Poi gli appresentai la lettera di credenza, la qual sempre tenevo in petto: fecela leggere a me, conciosiaché altri non si ritrovassi appresso di lui che la sapesse leggere, e interpretar da uno interprete. Inteso che ebbe quello ch’ella diceva, rispose che io dovessi andare alli suoi (parlando a nostro modo) consiglieri, e che dicessi tutto quello che n’era stato rubbato, e che lo mettessi in nota, e altro, se io aveva da dire; e poi che me n’andassi alla mia abitazione, dove, quando gli pareria tempo, manderia per me.

Il luogo dove ritrovai questo signore stava in questo modo: prima aveva una porta, e dentro di essa un spazio quadro di quattro over cinque passi, dove sedevano li suoi primi da otto in dieci; eravi poi un’altra porta appresso di questa, su la quale stava un uomo, per guardia di essa porta, con una bacchetta in mano. Entrato che fui in questa porta, trovai un giardino quasi tutto prato di trifoglio, murato di terreno, dalla banda dritta del quale è un lastricato; poi circa passa trenta è una loggia, a nostro modo in volto, alta da quel lastricato quattro over sei scalini. In mezo di questa loggia è una fontana simile a un canaletto, sempre piena; e nell’entrar di detta loggia, a man sinistra, stava il signore a sedere su un cussino di broccato d’oro, con un altro simile dietro alle spalle, allato del quale era un brocchiero alla moresca con la sua scimitarra: e tutta la loggia era coperta di tapeti; attorno sedevano li suoi primi. La loggia era tutta lavorata di musaico, non minuto come usiamo noi, ma grosso e bellissimo, di diversi colori.

Il primo giorno che mi ritrovai in quel luogo vi erano alcuni cantori e sonatori, con arpe grandi un passo, le quali essi tenevano riverso, cioè capi a piedi, leuti, ribebe, cimbali, pive e canti di voci pieni di dolce concento. Il dì seguente mi mandò a vestir due veste di seta, le quali furono un subbo fodrato di varo e giubbo, un fazzuol di seta da cingere, una pezza di bambagio sottile da mettere in capo, e ducati 20; e mandommi a dire che io andassi al maidan, cioè alla piazza, a vedere il tanfaruzo, cioè la festa. Andai lì a cavallo, e trovai su quella piazza circa uomini 3000 a cavallo, e a piedi più di due volte tanto; e li figliuoli del signore stavano ad alcune finestre. Quivi furon portati alcuni lupi salvatichi, legati per un piè di dietro con alcune corde, i quali ad uno ad uno erano lasciati andare insino a mezo la piazza; poi uno atto a ciò si faceva avanti alzando le mani per dargli, e il lupo all’incontro gli andava alla via della gola: ma, per esser colui molto atto e per sapersi schifare, non lo brancava se non nei bracci, dove non gli poteva far male, per non poter trapassar coi denti quelle giubbe di che era vestito. Li cavalli per paura fuggivano fra gli altri, e molti d’essi cascavano sottosopra, parte in terra e parte in quell’acqua la qual passa per la città; e quando avevano stanco un lupo, ne facevano venire un altro: e questa festa facevano ogni venere.

Capitolo 10

D’un nobilissimo presente mandato da un signor dell’India al signor Assambei.

Finita la festa, io fui condotto al signore nel luogo detto di sopra, e fui fatto sedere in luogo onorato. E sedendo tutti quelli che potevano sedere in questa loggia, e gli altri secondo le lor condizioni, in su tapeti alla moresca, furon messi mantili attorno su ne’ tapeti, e avanti di ciascheduno fu posto un bacil d’argento, nel quale era una inghistara di vino e uno ramin d’acqua e una tazza, tutte d’argento. Vennero in questo mezo alcuni con certi animali che erano stati mandati da un signor d’India, il primo dei quali fu una leonza in catena, menata da uno che aveva pratica di simil cose, la quale, in suo linguaggio chiamata baburth, è simile a una leonessa, ma ha il pelo vermiglio, vergato tutto di verghe negre per traverso; ha la faccia rossa con tacche bianche e negre, il ventre bianco, la coda simile a quella d’un leone; mostra d’esser bestia molto feroce. Poi fu condotto un leone e messo con la leonza un poco da largo, e subito la leonza si messe guatta per voler saltar, come fanno le gatte, adosso al leone: se non che colui il qual l’aveva a mano la tirò da lontano. Furono poi menati due elefanti, i quali, quando furono per mezo il signore, a certa parola che gli disse colui che gli menava guardarono il detto signore abbassando la testa con una certa gravità, come se gli volsero far riverenza. Il maggior di questi fu menato poi a un arbore che era nel giardino, grosso quanto è un uomo a traverso, e dicendo colui che l’aveva in catena certa parole, mise la testa al detto arbore e dettegli alcune scoriate, poi si voltò all’altra parte e fece il simile, in modo che lo cavò.

Fu menata poi una zirafa, la quale essi chiamano zirnafa, over giraffa, animale alto in gambe quanto un gran cavallo e più: ha le gambe di dietro mezo piè più corte di quello che sono quelle davanti; ha l’unghia fessa come il bue; ha il pelo quasi pavonazzo; per tutta la pelle sono quadri negri, grandi e piccoli secondo il luogo; il ventre è bianco, con un pelo assai longhetto; la coda ha pochi peli, come la coda dell’asino; ha corna piccole, simili a quelle d’un capriuolo; ha il collo lungo un passo e più; ha la lingua lunga un braccio, pavonazza e tonda come una anguilla: tira con la lingua erba e rami dall’arbore che ha da mangiare, con tanta prestezza che a mala pena si vede. La testa è simile a quella d’un cervo, ma più polita, con la quale stando in terra giugne alto 15 piedi; ha il petto più largo che un cavallo, ma la groppa stretta come quella d’un asino; mostra d’essere animal bellissimo, non però da portar pesi. Dopo questo furono portati in tre gabbie tre para di colombi bianchi e negri, simili alli nostri, eccetto ch’aveano il collo un poco lungo, a similitudine dell’oca: delli quali credo che in quel luogo ne sia gran penuria, perché altramente non gli averian portati. Dietro a questi furon portati tre papagalli dal becco grande, di diversi colori, e due gatti di quelli che fanno il zibetto.

Io mi levai poi, e andai in una camera dove mi fu dato da mangiare; mangiato che ebbi, colui che era sopra li ambasciatori mi dette licenzia, e dissemi ch’io andassi nella buon’ora. Poco dopo ch’io fui giunto a casa fu mandato per me, e ritornato al signore fui domandato perché m’era partito: risposi ch’el meimandar mi avea dato licenzia, e il signore, indegnato contra di costui, lo fece chiamare e in sua presenzia distendere e battere; otto giorni dopo, per mia intercessione, fu tolto in grazia. Il giorno dietro che costui fu battuto, il signore mi fece chiamare la mattina: andai e lo trovai nel luogo sopradetto, e fui posto a sedere dove ero stato posto prima. In questo giorno (per esser giorno di festa, e per la venuta degli ambasciadori d’India) furon fatti molti onorevoli trionfi. E prima i suoi cortigiani furon vestiti di panni d’oro e di seta e di ciambellotti di diversi colori: erano a sedere nella loggia circa 40 dei più onorevoli, negli anditi circa 100, di fuora de li anditi circa 200, tra le due porte circa 50, nella piazza attorno a torno circa 20000, tutti a sedere con aspettazion di mangiare, in mezo dei quali erano cavalli circa 4000. Stando in questo modo vennero gli ambasciadori d’India, i quali furon posti a sedere per mezo il signore, e incontinente s’incominciarono a portar li presenti, i quali passavano dinanzi al signore e a quelli che erano in sua compagnia, li quali furono li sopradetti. Dipoi circa uomini 100 l’un dietro all’altro, i quali avevano sopra le braccia cinque tolpani per uno, cioè cinque pezze di tele bombacine sottilissime, delle quali si fanno quelle sesse da mettere in capo: vagliono cinque in sei ducati l’una. Dapoi vennero sei uomini che avevano sei pezze di seta per uno in braccio; poi vennero nove, ciascuno dei quali aveva in mano una tazza d’argento, nelle quali erano pietre preziose, come dimostrerò di sotto. Dietro a questi vennero alcuni con catini e piadene di porcellana, poi alcuni con legni di aloè e sandali grossi e grandi; e poi vennero circa 25 colli di specie, portati con stanghe e corde, a ciascuno dei quali erano quattro uomini. Passati questi fu portato da mangiare ad ognuno. Dopo il mangiare, il signore dimandò a questi ambasciadori se nelle parti d’India vi era altro signor che ‘l suo che fusse mossulman, che vuol dir macomettano: risposero che ne erano due altri, e tutto il resto erano cristiani.

Capitolo 11

Delle gioie mandate dal signor dell’India sopradetto al signor Assambei, di che qualità fussero; e di molte preziosissime gioie del signor Assambei, per lui mostrate a messer Iosafa.

Il dì seguente il signore mandò per me, e dissemi che voleva darmi un poco di tanfaruzo e mostrarmi le gioie che gli erano state mandate da questo signore d’India: e primamente mi fece dare in mano un dital d’arco d’oro, che aveva in mezo un rubino di caratti due e intorno alcuni diamanti; due anelli d’oro con due rubini di caratti quattro; due fili di perle 60, di caratti cinque l’una; perle 24 legate in peroli di caratti sette l’una, bianche ma non ben tonde; un diamante in punta di caratti 20, non troppo netto ma di buona acqua; due teste d’uccelli morti in camino, i quali mostravano d’esser molto diversi dagli uccelli delle bande nostre.

Mostrate che mi ebbe queste gioie, esso mi domandò quel che mi pareva di questo presente, soggiugnendo: “Me l’ha mandato un signor di là dal mare”, cioè di là dal colfo di Persia. Gli risposi che ‘l presente era bellissimo e di grandissimo pregio, ma non però tanto grande che egli non ne meritasse molto maggiore. Dopo questo esso mi disse: “Io ti voglio mostrare ancor le mie”, e comandò che fusse tolta una tachia di seta da putto e che mi fusse data in mano. Io subito tolsi il fazzoletto in mano per pigliarla col fazzoletto e non la toccar con le mani, al quale atto esso mi guardò e, voltatosi ai suoi, sorridendo disse: “Guarda Italiani”, come se laudasse la maniera e modo mio nel tor quella tachia. In cima di questa tachia era un balasso forato della forma di un dattilo, netto e di buon colore, di caratti cento, attorno del quale erano certe turchese grandi ma vecchie, e certe perle grosse, ancora esse vecchie. Dietro a questo fece portare alcuni vasi di porcellana e di diaspro molto belli. Un’altra volta ch’io fui con esso, lo ritrovai in una camera sotto un paviglione, e allora mi dimandò quello mi pareva di essa, e se di così fatte se ne facevano nei luoghi dei Franchi; gli risposi che me ne pareva benissimo, e che non era da far comparazione tra i nostri luoghi e i suoi, conciosiaché molto maggior potenzia sia la sua che la nostra, e che da noi non si usano simil camere: e in vero era bellissima, ben lavorata di legnami, in modo di una cuba fasciata di panni di seta ricamati e dorati, e il pavimento tutto era coperto di bellissimi tapeti; poteva volger da quattordici passi. Sopra di questa camera era una tenda quadra, grande, ricamata, distesa in forza di quattro arbori, la quale gli faceva ombra; tra la quale e la cuba era un bel paviglione di boccascin, dalla parte di dentro tutto lavorato e ricamato. La porta della camera era di sandali a tarsia con fili d’oro e radici di perle, per dentro lavorata e intagliata.

Il signore sedeva insieme con certi suoi principali, e aveva avanti un fazzuolo ingroppato, il quale esso sciolse e ne trasse una filza di 12 balassi simili a olive, netti, di buon colore, di caratti da 50 in 57 l’uno. Dietro a questo tolse un balasso di oncie 2 e meza in tavola, di una bella forma, grosso un dito, non forato, di color perfettissimo, in un canton del quale erano certe letterine moresche. Dimandai che lettere erano quelle, ed esso mi rispose che erano state fatte per un signore, ma dapoi altri signori, ed egli similmente, non ci aveva voluto metter lettere, che in tutto saria stato guasto. Mi domandò poi quello che a mio giudizio poteva valer quel balasso; io lo guardai e sorrisi, ed egli a me: “Di’, che te ne pare?” Risposi: “Signore, io non ne vidi mai simile, né credo che se ne trovi alcuno che gli possa stare a parangone; e se io gli dessi preggio e il balasso avesse lingua, mi dimanderia se io ne avessi mai più veduto simili, e io saria constretto a rispondergli di no. Credo, signore, che non si possa appregiar con oro, ma con qualche città”. Guardommi e disse pian: “Cataini Cataini, tre occhi ha il mondo: due ne hanno i Cataini e uno i Franchi”. Baldamente disse bene il vero; e voltandosi verso li circonstanti disse: “Ho dimandato a questo ambasciadore quello che può valer questo balasso, e mi ha fatto la sì fatta risposta”, replicandoli tutto quello ch’io gli aveva detto.

Questa parola “Cataini Cataini” aveva udito io per avanti da uno ambasciador dell’imperador de’ Tartari, il quale ritornava dal Cataio del 1436, il qual facendo la via della Tana, io l’accettai in casa con tutti li suoi, sperando aver da lui qualche gioia. E un giorno, ragionando del Cataio, mi disse come quei capi della Porta del signore sapevano chi erano Franchi; e dimandandogli io se era possibile che avessero cognizion di Franchi, disse: “E come non la debbiamo aver noi? Tu sai come noi siamo appresso a Capha, e che di continuo pratichiamo in quel luogo, ed essi vengono nel nostro lordo”. E soggiunse: “Noi Cataini abbiamo due occhi, e voi Franchi uno”; e voltandosi verso i Tartari i quali erano lì soggiunse: “E voi nessuno”, sorridendo tuttavia. E però meglio intesi il proverbio di questo signore, quando usò quelle parole.

Fatto questo mi mostrò un rubino di oncia una e meza, alla forma di una castagna, tondo, di bel colore e nettezza, non forato, legato in un cerchio d’oro, il quale a me parve cosa mirabile, per esser di tanta grandezza. Mostrommi poi più balassi, gioiellati e non gioiellati, fra li quali ne era uno a tavola quadra, a modo di una bochetta, sul quale erano cinque balassi in tavola, e fra essi quello di mezo di caratti circa trenta, gli altri di caratti 20, in mezo dei quali erano perle grosse e turchesi grandi, ma non di gran conto, imperoché erano vecchie. Dopo questo fece portare alcuni subbi di panno d’oro e di seta e di ciambellotti damaschini, fodrati di seta e di armellini e di zibellini bellissimi, e dissemi: “Questi sono delli panni della nostra terra di Iesdi; i vostri sono belli, ma pesano un poco troppo”. Fece poi portare alcuni tapeti bellissimi, lavorati di seta.

Il dì seguente fui da esso, e fecemi andar da presso e disse: “Io voglio che tu abbi un poco di tanfaruzo”, e dettemi in mano un camaino della grandezza di un marcello, nel quale era scolpita una testa di donna molto bella, con capelli di dietro e con una ghirlandetta attorno. E dissemi: “Guarda, è questa Maria?” Risposi di no, ed esso replicò: “Mo, chi è ella?” E io gli dissi che era figura di qualcuna delle dee antique che adoravano i burpares, cioè gl’idolatri. Dimandommi come io lo sapeva, e io risposi che la conosceva, imperoché questi lavori furon fatti avanti l’avvenimento di Giesù Cristo. Scorlò un poco la testa e non disse altro. Poi mi mostrò tre diamanti, uno di caratti 30, di sotto e di sopra nettissimo, gli altri di caratti 10 in 12, tutti in punta, e dissemi: “Sonvi di sì fatte gioie da voi?” E dicendogli io di no, tolse in mano un mazzo di perle di fili 40, in ciascuno dei quali erano perle 30, di caratti cinque in sei l’una, la metà di esse tonde e belle, il resto da gioiellar, non disconce. Poi fece mettere in un bacile d’argento circa perle 40, simili a peri e zucche, di caratti 8 in 12 l’una tutte, non forate e di color bellissime, e soggiunse così ridendo: “Io te ne mostraria una soma”. Questo fu a una festa di notte, secondo la loro usanza, che fu alla circuncisione di due suoi figliuoli.

Capitolo 12

Li ricchi padiglioni che furono mostrati a messer Iosafa, e li vestimenti e selle ch’erano in due di quelli per donar via. D’una eccellente collazione portata avanti il signore, e d’una solenne festa per lui fatta; li giuochi che v’intravennero, e che pregi furon dati a’ giuocatori.

Il dì seguente, andando per esser con lui, lo ritrovai nella terra in uno campo grande, nel quale prima erano stati seminati frumenti, e dipoi per fare una festa segati in erba, e pagati a quelli di chi erano. In quello erano drizzati molti paviglioni, e il signore, voltosi verso alcuni di quelli che erano con esso lui, disse: “Andate e mostrategli questi paviglioni”. Erano in numero circa cento, dei quali me ne furono mostrati circa 40 dei più belli. Tutti avevano le lor camere dentro, e le coperte stratagliate di diversi colori, e in terra tapeti bellissimi, tra i quali e quelli del Cairo e di Borsa, al mio giudizio, è tanta differenza quanta è tra li panni di lana francesca e quelli di lana di San Matteo. Mi fece poi entrare in due paviglioni, i quali erano pieni di vestimenti secondo la loro usanza, di seta, e d’altre sorti di panni messi in un cumulo, da una delle bande dei quali erano molte selle fornite d’argento, e mi dissero: “Tutti questi fornimenti il dì della festa saranno donati via dal signore”; le selle erano 40. Mi mostrarono eziandio due porte lavorate, grandi, di sandali, di piedi sei l’una, intagliate con oro e radici di perle per entro, a lavor di tarsia; poi me ne tornai al signore, dal quale tolsi licenzia.

Il seguente giorno lo ritrovai a sedere nel suo luogo usato, dove gli furono portate otto piatene grandi di legno, in ciascuna delle quali era un pan di zuccaro candì fatto in diversi modi, di peso di libbre otto l’uno; attorno erano tazzette con confezioni di diversi colori, ma per la maggior parte di trezie. Poi furon portate piatene assai con altre confezioni: queste otto ordinò a cui si dovessero dare, nel numero dei quali io fui il primo; valevano per certo da quattro in cinque ducati l’una. Il resto fu dispensato fra gli altri secondo la condizion loro. Il seguente giorno lo ritrovai sedere insieme con persone più di 15000, e i principali tutti avevano tende di sopra il capo, e da cinque over sei stavan avanti il signore in piedi, e il signor comandava loro dicendo: “Andate a vestire i tali e i tali”, nominandogli. I quali andavano da quei tali e gli levavano da sedere, e gli menavano ai paviglioni dove erano li vestimenti, e gli vestivano secondo la lor condizione: e ad alcuni davano le dette selle, ad alcuni altri davano cavalli, li quali, a mio giudicio, furono da 40; li vestimenti circa 250, fra i quali fui ancora io.

Fatto questo vennero alcune femine, e cominciarono a ballare e a cantare insieme con alcuni che sonavano. Eravi su uno tapeto un cappello a guisa d’un pan di zuccaro, il quale aveva per sopra frappe e baronzoli al modo di cappelli de zubiari, e poco lontano stava uno a guardar quel che comandava il signore, il quale mostrò a chi doveva esser posto in capo quel cappello: e incontinente colui lo tolse e andò dinanzi a quell’altro, il quale si levò in piedi e, cavatosi la sessa, si mise quel cappello, che certo non era uomo di buona vista che non fusse paruto un brutto e deserto, e avendolo in capo venne avanti al signore ballando come sapeva. E il signore fece di atto a quello che stava lì in piedi e disse: “Dagli una pezza di camocato”, ed egli si tolse questa pezza e menavala attorno del capo di colui che ballava col cappello e degli altri uomini e femine, e dicendo alcune parole in onor del signore la gittava avanti li sonatori. Continuò questo ballare e gittar di pezze insino a ore 23, e per quanto io potei numerare in questo tempo tra damaschini, boccassini, ciambelotti, camocati e altri simili, furono donati da pezze 300, e da cavalli cinquanta.

Fatto questo cominciarono a giuocare alle braccia in questo modo: venivano dinanzi al signore dui nudi, con mutande di camozza fino alle cavecchie; non si afferravano a traverso, ma cercavano di pigliarsi su la coppa, e l’uno e l’altro si schifava da tal presa. Pur, quando uno aveva preso l’altro nella coppa, colui ch’era preso, non si potendo prevalere altramente, s’abbassava quanto più poteva e lo pigliava per la schiena e alzavalo, e cercava di gettarlo con la schiena in giù, imperoché altramente non s’intendeva esser gettato; in tanto che molti, li quali si lasciavano gettar giù in quattro, dopo gettavano il compagno in schena e vincevano. Presentossi allora avanti il signore uno di questi nudi, tanto grande che pareva un gigante. Il signore gli comandò che dovesse giuocare, dicendo: “Trovati un compagno”, ed egli s’inginocchiò avanti e disse alcune parole. Domandai quello ch’egli avea detto: mi fu risposto ch’avea domandato di grazia al signore che non lo facesse giuocare, perché altre fiate avea giuocato e nello stringere avea morti alcuni; e il signore gli fece la grazia. Questo giovane era bello e ben fatto, d’anni circa trenta. A questi giuocatori furono donati cavalli, e dopo ch’io fui partito durò infino a due ore di notte cotal festa, e furono donate altre cose assai. In quel tempo fu adornata tutta quanta la terra, e spezialmente il bazzaro, imperoch’ognuno metteva fuori le sue robbe. Fu eziandio posto un pregio di corridori a piedi, i quali avevano a correre un miglio e mezo, non di tutto corso ma d’un buon trotto. Essendo spogliati, nudi e unti tutti di grasso per conservazione de’ nervi, con una mutanda di cuoio per uno, cominciavano da un capo di certo spazio, e quando che trottando erano giunti all’altro capo toglievano da alcuni deputati una freccia bollata per dare ad intendere a coloro i quali, per esser molto lontani, non l’averiano potuto vedere, ch’erano giunti al termine; e trottando indietro, quando erano giunti al termine, anche lì toglievano una freccia. E così facevano per buon spazio di tempo, tanto quanto le gambe gli portava, e colui il quale più volte faceva questo cammino avea il pregio. Costoro a’ quali fu proposto simil pregio sono corrieri del signore, che camminano discalzi e quasi nudi, e non cessano mai di trottare le belle dieci giornate continove.

Capitolo 13

Come il signor Assambei andò alla campagna; d’un suo figliuolo che venne a visitarlo, e del presente fattoli per lui e suoi baroni; e come il signor cavalcò con gran prestezza verso Siras, intendendo quella città esser stata occupata per un altro suo figliuolo. Del modo e ordine del suo cavalcare.

Fatte queste feste, il signor deliberò d’andare alla campagna con le sue genti, secondo il lor costume, e domandommi s’io voleva andare con esso e stentare, o rimaner lì e darmi buon tempo. Gli risposi che più grato m’era d’esser dove egli si ritrovava, con ogni fatica e disagio, che dove egli non si ritrovava, con ogni riposo e abbondanza: parve che gli fusse molto grata questa risposta, e in segno di ciò incontinente mi mandò un cavallo, con un padiglione e denari. Partito adunque della città con la sua gente, cavalcò verso quelle parti dove intendeva esser migliori erbe e acqua, facendo da principio da miglia dieci in quindici il giorno; e con lui andorno tre suoi figliuoli. Chi volesse notare tutte le cose degne da notare torria una difficile impresa, e diria qualche volta cose poco meno che incredibili; onde io le noterò in parte, e del resto lascierò la cura a scrittori più diligenti, overo ad indagatori di queste cose più curiosi di quello che sono stato io. Essendo adunque in campagna, un suo figliuolo, il quale stava nelle parti di Bagdath, cioè Babilonia, insieme con la madre lo venne a visitare, e fecegli presentare venti cavalli bellissimi, cameli cento e alcuni panni di seta. Dopo per i baroni del detto figliuolo gli furno presentati cameli e cavalli assai, e in quel medesimo instante in mia presenza il detto signore gli donò a chi gli piacque; poi fu portato da mangiare.

Non molto dopo, essendo in campagna, gli venne nuova come un altro suo figliuolo, nominato Gorlumahumeth, avea occupato Siras, terra grande sottoposta al padre: e questo perché gli era stato detto che il detto suo padre era morto, ed egli voleva la terra per sé. Sentita questa novella, incontinente il signor si levò e con tutta la sua gente se n’andò a Siras, la quale era lontana dal luogo dove noi eravamo miglia 120: e andò con tanta prestezza che da mezzanotte per infino al vespero seguente facemmo miglia 40, che a pena in tre giorni s’averia giunto lì. Chi potria credere che tanto popolo, cioè maschi, femine, putti in cuna, potessero far tanto cammino portando tutte le lor robbe seco, con tanto modo e ordine, con tanta dignità e pompa, che mai non gli mancasse il pane e rarissime volte il vino, il quale per il simile mai non saria mancato, se non fusse che buona parte di loro non ne beve; e oltre di questo abbondasse di carne, di frutti e di tutte l’altre cose necessarie? Io che l’ho veduto non solamente lo credo ma lo so, e acciò che quelli i quali vi capiteranno intendano s’io scrivo il vero o no, e quei che non hanno volontà di capitar là possano credere, io ne farò di ciò special menzione.

Li signori e uomini da fatti, i quali sono col signore, e hanno seco le moglie, i figliuoli, i famigli, le fantesche e le facultà, sogliono avere nel suo comitato cameli e muli assai, il numero de’ quali metterò qui di sotto. Questi portano li putti da latte in cuna su l’arcione del cavallo, e la madre over balia cavalcando gli latta; le cune sono una più l’altra manco bella, secondo le condizioni de’ padroni, co’ lor felci di sopra lavorati d’oro e di seta. Con la man sinistra tengono la cuna e con quell’istessa la briglia; con la destra cacciano il cavallo battendolo con una scorreggiata, la quale gli è legata al dito picciolo. Li putti che non sono da latte portano pure a cavallo, su alcune pergolette che sono di là e di qua coperte e lavorate secondo le lor condizioni. Le donne vanno a cavallo, accompagnate l’una con l’altra, con le lor fantesche e famigli avanti secondo il grado loro. Gli uomini da fatti seguono la persona del signore, e sono tutti di tanto numero che da un capo all’altro di questa gente è una meza giornata. Le donne vanno col volto coperto di tela tessuta di seta di cavallo, così per non esser vedute come eziandio per non ricever polvere negli occhi cavalcando per luogo polveroso, e per non essere offese nella luce cavalcando contra il sole quando è bel sereno.

Capitolo 14

La rassegna delle genti ch’erano col signore, col numero de’ padiglioni, cameli, muli e mandrie d’animali e più altre cose.

Fu fatta in quel tempo la mostra della gente e degli animali, in questo modo: in una campagna grandissima fu circondata da cavalli, che l’uno toccava la testa dell’altro, con gli uomini su, parte armati e parte no, una superficie circa di 30 miglia, li quali stettero così dalla mattina insino a 24 ore. Era qualcuno ch’andava sopravedendo e facendo la descrizione: non però che togliesse in nota il nome né i segni de’ cavalli, come si suol fare di qua, ma solamente domandava chi erano i capi, e guardavano il numero e com’erano in ordine, e scorreva. Io con un famiglio, scorrendo presto, andavo contando con alcuni grani di fava, i quali gittavo nella scarsella quando avevo numerata una cinquantina. Fatta poi la mostra feci la descrizione, e trovai il numero e qualità dell’infrascritte cose, le quali metterò secondo l’ordine ch’io ho in scrittura: padiglioni 6 mila, cameli 30 mila, muli da soma 5 mila, cavalli da soma 5 mila, asini 20 mila, cavalli da conto 20 mila.

Di questi cavalli circa duemila erano coperti di certe coperte di ferro a quadretti, lavorati d’argento e d’oro, legati insieme con magliette, le quali andavano quasi in terra; per sotto l’oro avevano una frangia. Gli altri erano coperti alcuni di cuoio al nostro modo, alcuni di seta, alcuni di giubbe lavorate tanto densamente ch’una freccia non l’avria passate. Le coperte da dosso dell’uomo erano tutte nel modo d’una delle soprascritte di ferro. Quelle ch’abbiamo detto prima si fanno in Beschent, che in nostra lingua vuol dire cinque ville, la qual è una terra che volge due miglia ed è su un monte, nella quale non abita alcuno salvo quelli dell’arte: e se alcun forestiero vuol imparar l’arte, è accettato con sicurtà di mai non si partir di lì, ma stare insieme con gli altri e far l’arte. Vero è che eziandio altrove si fanno simili lavori, ma non così sufficienti.

Muli da conto 2 mila, mandrie d’animali minuti 20 mila, animali grossi 2 mila, leopardi da caccia cento, falconi gentili e villani dugento, levrieri 3 mila, bracchi mille, astori cinquanta, uomini da spada 15 mila, famigli, camelieri, bazzariotti e simili, con spada 2 mila, con archi mille; possono essere in somma uomini a cavallo da fatti 25 mila, villani pedoni con spade e archi 3 mila, femine da conto e mezzane in somma diecimila, fantesche 5 mila, putti e putte da dodici anni in giù 6 mila, putti e putte in cune e pergole cinquemila. In questo numero d’uomini e cavalli sono lancie circa mille, targhette 5 mila, archi circa diecimila; il resto chi con una cosa chi con un’altra.

Ne’ bazzari sono le cose sottoscritte con li loro prezzi e maestri, e primamente i maestri da far vestimenti, calzolai, fabri, maestri da selle, da freccie e da tutte le cose che bisognano al campo in gran numero. Poi sono quelli che fanno pane e tagliano carne, e che vendono frutti e vino e altre cose, con grandissimo ordine, che di tutto si truova; vi sono eziandio speziali assai. Il pane costa poco più di quello che costa in Venezia; il vino costa a ragione di ducati quattro la nostra quarta, non perché nel paese non ve ne sia, ma perché in buona parte non ne usano. Carne a ragion di tre e quattro marchetti la libra, formaggio marchetti tre, risi marchetti 2 e mezo, frutti d’ogni sorte marchetti tre, similmente i melloni, dei quali se ne trovano che pesano libre 24 in 30 l’uno; biada da cavalli a ragion di marchetti otto la prebenda; la ferratura d’un cavallo a ragion di marchetti 36; di cinghie, feltri, corami, selle e altri fornimenti da cavallo è gran carestia. Cavalli da vendere non si trovano, salvo che ronzini, i quali vagliono ducati otto in dieci l’uno: vengono di Tartaria (come abbiamo detto di sopra) mercanti con cavalli 4000 in 5000 in un chiappo, i quali sono venduti da quattro, cinque in sei ducati l’uno, e sono da soma e piccioli.

Nel numero de’ cameli soprascritti ne sono 8000 da due gobbe: hanno le lor coperte lavorate, con campanelle, sonagli e paternostri di più sorti. Di questi (secondo la condizion delle persone) tal ne ha dieci, tal venti, tal trenta, legati uno in capo dell’altro, e per pompa ciascuno mena li suoi, né mai vi mette alcuno suso. Gli altri cameli da una gobba portano i paviglioni e le robe delli patroni in casse, sacchi e some; similmente nel numero dei muli soprascritti ne sono da 2000 che non portano cosa alcuna ma sono menati per pompa, coperti con coperte belle e lavorate meglio di quello che sono le coperte dei cameli. A questo istesso modo sono, nel numero de’ cavalli soprascritti, da 1000 così adornati.

E quando si cammina di notte col popolo, uomini da conto, e similmente le donne, si fanno portare avanti lumiere al nostro modo, le quali sono portate da famigli e fantesche. Quando il signor cavalca, vanno avanti di lui cavalli 500 e più, dinanzi ai quali vanno alcuni corrieri, con una bandiera in mano bianca e quadra, gridando: “Largo, largo”, e tutti escono della strada facendo largo. Questo è una parte di quello che ho veduto circa il modo, ordine e degnità e pompa che usano queste genti col suo signore nel lor campo quando stanno alla campagna, ed è molto meno di quello potria dire.

Capitolo 15

D’una terra detta Soltania; d’una gran moschea che vi è dentro, particolarmente descritta. D’un’altra terra chiamata Culperchean. Della severità usata per il detto signor contra un suo suddito.

Io in quel tempo, per non mi sentir bene, mi parti’ di campo e andai fuor di man circa meza giornata a Soltania, che in nostro idioma vuol dir imperiale. Questa è una terra la qual mostra essere stata nobilissima, ed è del detto signore: non ha mura, ma un castello murato, il quale è ruinato per essere stato distrutto già quattro anni avanti da un signore chiamato Giausa. Volge il castello un miglio; di dentro ha una moschea alta e grande, in quattro crociare di quattro volti alti, con la cuba grande, la quale è maggiore di quella di San Giovanni e Paolo da Venezia di tre tanta larghezza: uno dei quali volti in capo ha una porta di rame alta tre passi, lavorata a gelosie. Dentro vi sono sepolture assai delli signori che erano a quel tempo. Per mezo di questa porta n’è un’altra simile, e dai lati due altre minori, una per lato in croce, in modo che la cuba grande ha quattro porte, due grandi e due picciole, le balestrate delle quali sono di rame, larghe tre quarti di un braccio e grosse mezo braccio, intagliate col borio a fogliami e disegni a lor modo bellissimi, per dentro dei quali è oro e argento battuto, che in vero è cosa mirabile e di valore grandissimo. Le gelosie delle porte che ho detto di sopra stanno in questa guisa: sono alcuni pomi grandi come pani, alcuni piccioli come narancie, con alcuni bracciuoli i quali brancano l’un pomo e l’altro, come mi ricordo aver già veduto scolpito in legno in qualche luogo. La manifattura dell’oro e dell’argento è di tanto magisterio che non è maestro dalle bande nostre che gli bastasse l’animo di farla, se non in gran tempo. La terra è assai grande, circonda miglia quattro, è fornita bene di acque: e se da altro non si potesse comprendere, dal nome solo s’intende che è stata molto notabile. Al presente è male abitata: può far da anime 7000 in 10000 e forse più.

Stando nella detta terra, fui avisato come il signore, avendo sentito quello di che ho fatto menzione di sopra, che un suo figliuolo aveva occupata Siras, si levava di lì con la sua gente per seguire il cammino verso Siras, e incontinente mi levai da Soltania, dove allora mi ritrovavo, e andai a Culperchean, che vuol dire in nostra lingua schiavo del signore; terra picciola, ma tale che mostra pur aver avuti di buoni edificii, per le ruine che vi si veggono. Volge due miglia, e fa fuochi circa 500. Nel qual luogo morì il mio interprete, e da quel tempo indietro, mentre ch’io stetti in quel paese, che fu circa cinque anni, mai trovai alcuno ch’avesse la lingua, e però fu necessario che io, il quale la intendeva, facessi l’ufficio dell’interprete, oltra il costume degli altri ambasciadori. Partito di lì me n’andai verso il signore, il quale sollecitava il suo cammino a Siras.

Un giorno, essendo con esso, viddi una gran severità di questo signore. Eravi appresso di lui uno chiamato Coscadam, di anni circa 80, gagliardo però della persona, il quale aveva da circa cinque over sei figliuoli, tutti onorati dal signore, ed esso era uomo di grado appresso il detto signore. Comandò che costui fusse preso, per avere inteso che Gorlumahumeth suo figliuolo, che aveva occupato Siras, gli aveva scritto alcune lettere, le quali esso non gli aveva voluto mostrare; e prima gli fece rader la barba, e poi comandò che fusse portato alla beccaria e che fusse spogliato e, tolti due uncini di quelli con li quali si appicca la carne, gli fussero ficcati dietro alle spalle uno per lato, e che così fusse appiccato a basso dove si appicca la carne, essendo tuttavia vivo: il quale de lì a due ore morì. E per quanto io intesi questo Gorlhumaumeth, inteso che ‘l padre veniva a Siras, si era levato di lì e stavasi di fuora, e scriveva a un suo zio pregandolo che lo raccommandasse al padre, ch’egli era apparecchiato di stare dove il padre voleva, pur che gli desse da vivere.

Capitolo 16

La qualità della region di Persia. Il modo che usano Persiani di condur l’acqua di lontano quattro e cinque giornate. Superstizione che usano per guarir della febre e altre infirmità.

Tutta questa provincia della Persia fino a qui, per la via che noi abbiamo cavalcata, è paese deserto, cenericcio, cretoso, scoglioso e petroso e di poche acque: e di qui viene che dove si trovano acque sono qualche ville, in gran parte però distrutte, ciascuna delle quali ha un castello fatto di terreno. Le sementi, le vigne e i frutti sono fatti per forza di acque, in modo che dove non si hanno acque male vi si può abitare; sogliono menarle per sotto terra quattro e cinque giornate lontano dalli fiumi, d’onde le tolgono e le menano in questo modo. Vanno al fiume e fanno appresso una fossa simile a un pozzo, poi vanno cavando al dritto verso il luogo dove la vogliono condurre, con la ragion del livello, sì che abbia a descendere un canaletto il qual sia più profondo che non è il fondo della fossa detta di sopra, e quando hanno cavato circa 20 passa di questo canaletto fanno un’altra fossa simile alla prima, e così di fossa in fossa menano per quei canali l’acqua dove che vogliono, over fanno (per dir meglio) l’alveo e acquedutto per il quale si possa menare. Quando hanno fornito quest’opera, aprono il capo della cava verso il fiume e le danno l’acqua, la quale per quei loro acquedutti conducono nella terra e dove vogliono, menandola per le radici dei monti e togliendola alta nel fiume, imperoché, se non facessero in cotal modo, non ci potriano stare, attendendo che quivi rare volte piove. Dicendo io a quelli dell’esercito che ‘l paese loro era molto sterile, mi rispondevano che non mi dovessi maravigliare, perché la via che facevano era fresca, nella qual si trovavano miglior erbe, ed era in paese molto più sano.

In queste parti non ci sono boschi né arbori, dico pur uno, salvo che fruttari, che piantano dove gli posson dare acqua, che altramente non s’appigliariano. I legnami con li quali fanno le case sono albare, delle quali tante ne piantano in luoghi acquosi che sono bastanti al lor bisogno: e però hanno tra loro ottimi marangoni, i quali dalla necessità sono astretti a sparagnare; e d’un legno che volge due palmi, segato in tavole, fanno una porta di duo passa lunga, soazata e tanto ben lavorata di fuora via e ben commessa che certo è una maraviglia, e in questo modo fanno eziandio balconi e altri lavori all’uso domestico necessarii; vero è che di dentro via si veggono li pezzi. Di questi legni fanno eziandio le case. E a confermazione che non ci siano altri arbori né piccioli né grandi, né in monte né in piano, ho ritrovato alcune fiate uno arbusto de spini, al quale per un miracolo ho veduto legare pezze e stracci assai, con li quali si danno ad intendere di guarire da febre e altre infirmitadi. Nel campo, quantunque ci sia gente assai, non si truova uno che si lamenti: tutti stanno di buona voglia, cantano, sollazzano e ridono.

Capitolo 17

D’una terra nominata Saphan, e d’alcune notabili antichità che in essa si trovano. Della città detta Cassan, e i lavori che si fanno in quella. Di Como città e quello produce. Di Iexdi, e costumi di quei mercanti nel vender le lor robbe.

Seguendo il cammino trovammo una terra nominata Saphan, la quale è stata mirabile, e infino al presente è murata con terreno e fossi; volta circa miglia quattro, e mettendo in conto li borghi circa miglia dieci; nelli borghi sono così belli edificii come nella terra.

Intesi che, per esser numerosa di popolo e per aver molta gente da fatti e per esser ricca, qualche volta non dava così ubbidienza al suo signore; e che ora anni venti, essendo signor della Persia uno chiamato Giausa, il quale fu a questa terra per volerla mettere in ubbidienza, esso, acconciate le cose sue, si partì. Ma poco dopo, avendo ribellato, mandò il suo esercito, commandando a tutti quelli dell’esercito che nel ritorno portassero una testa per uno, saccheggiata e brusciata che avessero la terra; i quali ubbidirono alla polita, in tanto che, sì come io essendo in quelle parti senti’ parlare a molti di quelli che erano stati in quello esercito, alcuni i quali non trovarono così teste di maschi si mettevano a tagliar le teste delle femine e le radevano il capo per ubbidire: di qui viene che tutta la ruinorno e dissiporno. Al presente per la sesta parte si abita. Ha molte antiquità grandi e notabili, fra le quali questa tiene il principato, che in essa è una cava quadra con acqua dentro alta un passo, viva e netta e buona da bere, d’intorno la quale è una riva, e attorno di essa colonne con li suoi volti, stanze e luoghi innumerabili da mercanti con le lor mercanzie: il quale luogo la notte si tien serrato per sicurtà delle robbe. Altre più cose e lavori belli si ritrovano in questa terra, della quale al presente non dirò altro che questo, che in quel tempo (per quel che dicono alcuni) aveva da 150000 anime in suso.

Trovammo poi Cassan, città ben popolata, nella quale per la maggior parte si fanno lavori di seta e gottoni, in tanta quantità che chi volesse in un giorno comprar per 10000 ducati di questi lavori gli troveria; volge circa miglia tre, è murata, e di fuora ha bei borghi e grandi. Giugnemmo poi a Como, città mal casata, la quale volge sei miglia ed è murata; non è terra di mestiero, ma vivono di lavorar la terra, fanno vigne e giardini assai, e melloni perfettissimi, taluno dei quali pesa libre trenta: sono verdi di fuora e dentro bianchi, dolci quanto un zuccaro; fa fuochi ventimilia.

Seguendo più oltra trovammo Iesdi, terra di mestieri, come sarian lavori di seta, gottoni, ciambellotti e altri simili; volge circa miglia cinque, è murata, ha borghi grandissimi, e quasi tutti tessono e lavorano di diversi mestieri. Delle sete che vengono da Strava e da l’Azi e dalle parti che sono verso i Zagatai, verso il mar di Bachù, le migliori vengono a Iesdi, la qual poi fornisce dei suoi lavori gran parte dell’India, della Persia, dei Zagatai, dei Cini e Macini, parte del Cataio, di Bursa e della Turchia, di modo che chi vuol buoni panni della Soria e belli e buoni lavori tolgono di questi. E quando va un mercante a questa terra per lavori va nel fontego, nel quale attorno attorno sono botteghini, e in mezo un altro luogo quadro pur con botteghe: ha due porte con una catena, accioché in esso non entrino cavalli. Questo e altri mercanti entrano, e se vi cognoscono alcuni vanno a sedere lì; se non, seggono dove lor piace in questi botteghini, ciascun dei quali è sei piedi per quadro; e quando sono più mercanti, seggono uno per botteghino. A un’ora di giorno vengono alcuni, con lavori di seta e d’altre sorti in braccio, e passano intorno non dicendo altro; ma i mercanti che stanno lì, se veggono cosa che piaccia loro, gli chiamano e guardanla da presso se gli piace: il pregio è scritto su una carta attorno il lavoro. Piacendogli il lavoro e il pregio, lo toglie e gittalo dentro nel botteghino. E queste cose si spacciano in un tratto senza far altre parole, imperoché colui che ha data la robba, conoscendo il patron del botteghino, se ne parte senza dir altro. E questo mercato dura fino a ora di sesta; a ora di vespero vengono i venditori e tolgono i lor dinari. Se qualche fiata non trovano chi compri le lor robbe per il pregio notato attorno, hanno costume di abbassare il pregio e ritornare un altro giorno.

Dicesi che quella terra vuole al giorno due some di seta, che sono al modo nostro libre mille di peso. Di lavori di ciambellotti e gottoni e altri simili non dico altro, perché da quelli di seta che si fanno si può far stima quanto più si faccia di quell’altre cose.

Capitolo 18

Della bella città di Siras, e delle mercanzie che vi si truovano. Della terra detta Eré; di Cini e Macini provincie. Della provincia del Cataio: la liberalità che si usa in quel paese verso i mercanti; del luogo ove sta il signore; il modo ch’egli tiene in spacciar gli ambasciatori; della sua gran giustizia.

Tutto il cammino fin qui fatto si drizza alla via di scirocco; tornerò per la via di levante, perché, partito da Tauris, fin a Spahan son venuto quasi per levante. E prima dirò di Siras, terra di sopra nominata, la quale è l’ultima della Persia alla via di levante ed è terra grandissima: volge con i borghi da miglia venti; ha popolo innumerabile, mercanti assaissimi, perché tutti li mercanti che vengono dalle parti di sopra, cioè da Eré, Sammarcant e da lì in suso, volendo venir per la via della Persia passano per Siras. Qui capitano gioie assai, sete, spezie minute e grosse, reobarbari e semenzine. È del signore Assambei, circondata di muri di terreno assai alti e forti e di fossi, con le sue porte, ornata di assaissime e bellissime moschee e case, ben adornate di mosaico e altri ornamenti; fa da 200000 anime e forse più; si sta in essa sicuramente, senza vania di alcuno.

Partendosi di qua si esce della Persia e vassi ad Eré, terra posta nella provincia di Zagatai. Questa terra è del figliuolo che fu del soldano Busech: è grandissima, minor però un terzo che non è Siras; lavora di sete e d’altri lavori come Siras. Non dico dei castelli, terricciole e ville assai poste a questa via, per non aver cosa memorabile. Vassi poi per greco, camminando per luoghi deserti e sterili dove non si truovano acque, salvo che di pozzi fatti a mano; erbe poche si hanno, boschi manco: e dura questo cammino quaranta giornate. Poi si ritruova in quella istessa provincia di Zagatai Sanmarcant, città grandissima e ben popolata, per la qual vanno e vengono tutti quelli di Cini e Macini e del Cataio, o mercanti o viandanti che siano: in essa si lavora di mestieri assai, i signori della quale furon figliuoli di Giausa. Non passo più avanti a questa via, ma, perché l’intesi da molti, dico che questi Cini e Macini sono due provincie grandissime, e sono idolatri. La loro regione è quella dove si fanno i catini e le piadene di porcellana. In questi luoghi sono gran mercanzie, massimamente gioie e lavori di seta e d’altra sorte.

Di lì si va poi nella provincia del Cataio, della qual dirò quello ch’io so per relazione di uno ambasciador del Tartaro, il quale venne di là ritrovandomi io alla Tana. Essendo un giorno con lui a parlamento di questo Cataio, mi disse che, passando i luoghi prossimamente scritti, entrato che egli fu nel paese del Cataio, sempre gli furon fatte le spese di luogo in luogo, fin che giunse a una terra nominata Cambalù, dove fu ricevuto onorevolmente e datogli stanza: e così dice che sono fatte le spese a tutti li mercanti che passano de lì. Poi fu condotto dove era il signore, e gionto alla porta fu fatto inginocchiar di fuora: il luogo era a piè piano, largo e lungo molto, in capo del quale era un pavimento di pietra, e su esso il signore a sedere sopra una sedia, il quale voltava le spalle verso la porta. Dai lati erano quattro a sedere volti verso la porta, e da quella insino dove erano questi quattro, di qua e di là, stavano alcuni mazzieri in piedi con bastoni d’argento, lassando in mezo a modo d’una calle, nella quale per tutto erano alcuni turcimani, sedendo sui calcagni come fanno di qua da noi le femine. Ridotto l’ambasciadore a questa porta, dove ritrovò le cose ordinate nel modo scritto di sopra, gli fu detto che parlasse quel che esso voleva: e così fece la sua ambasciata, la quale i turcimani di mano in mano esponevano al signore, overo a quelli quattro che gli sedevano allato. Fugli risposto che fusse il ben venuto, e dovesse ritornare allo alloggiamento, dove se gli faria la risposta: per la qual cosa non gli fu più bisogno ritornare al signore, ma solamente conferir con alcuni di quelli del signore, li quali erano mandati a casa e referivano di qua e di là quello faceva bisogno, di modo che presto fu spacciato e gratamente.

Uno dei famigli di questo ambasciadore e un suo figliuolo, i quali ambidui erano stati con esso, mi dissero cose mirabili della giustizia che si faceva in quel luogo; fra le quali questa ne è una, che essendo un giorno in madian, che vuol dire in piazza, a una femina che portava una zara di latte in capo uno venne e tolse la zara, e cominciando a bere lei si mise a gridare: “O povere vedove, a che modo possiamo portar le nostre robbe a vendere?” Subito costui fu preso e con la spada tagliato a traverso, in modo che si vedeva a un tratto uscire sangue e latte delle budelle. E questo istesso mi affermò poi il detto ambasciatore, e soggiunse che, lavorando certa femina gottoni a molinello, aveva tratto fuora una spuola e messola di dietro appresso di sé: uno che passava a caso di là tolse questa spuola e andossene a la buon’ora; ella si voltò e, veduto che l’ebbe, cominciò a gridare, e le fu detto: “Colui che va in là è quello che te l’ha tolta”. Costui subitamente fu preso, e per il simile tagliato a traverso.

Dicesi che non solamente nella terra, ma di fuora d’ogn’intorno dove capitano viandanti, si truovano suso qualche sasso o altro luogo cose perdute per altri viandanti e per altri trovate, e che niuno è così ardito che gli basti l’animo di torle per sé. E di più se uno, essendo in camino, fusse addimandato da qualcuno che esso avesse sospetto, o di chi troppo non si fidasse, dove va, andandosi a lamentare colui che è dimandato di tal parole e di cotal dimanda, bisogna che colui che ha domandato truovi qualche cagione lecita di questa sua domanda, altramente è punito. Per le qual cose si può comprendere che questa terra è terra di libertà e di gran giustizia.

Capitolo 19

Il modo che si osserva circa le mercanzie. Della moneta e religion de’ Cataini. Della città detta Cuerch. Di una fossa d’acqua qual dicono aver gran virtù contra la lebra e contra le cavallette, e di alcuni uccelli ch’ammazzano le cavallette.

Circa il fatto delle mercanzie, intesi che tutti li mercanti che vengono in quelle parti portano le lor mercanzie in quei fonteghi, e li deputati a ciò le vanno a vedere, ed essendovi cosa che piaccia al signore pigliano quel che gli piace, dando loro all’incontro altre robe per il valsente di essa; il resto rimane in libertà del mercante. A minuto in quel luogo si spende moneta di carta, la quale ogn’anno si muta con nuova stampa, e la moneta vecchia in capo dell’anno si porta alla zecca, dove gli è data altratanta di nuova e bella, pagando tuttavia duo per cento di moneta d’argento buona; e la moneta vecchia si gitta in fuoco. L’argento e l’oro si vendono a peso, e si fanno anche di questi metalli certe monete grosse.

La fede di questi Cataini stimo che sia pagana, quantunque molti di Zagatai e d’altre nazioni le quali vengono di là dicano che sian cristiani; imperoché dimandandogli io in che modo sanno che siano cristiani, mi risposero che nelli lor tempii essi tengono statue come facciamo noi. Accadettemi nel tempo ch’io era nella Tana, stando il detto ambasciadore insieme con me, come ho detto di sopra, che mi passò davanti un Nicolò Diedo, nostro Veneziano vecchio, il quale alle fiate portava una veste di panno fodrata di cendado a maniche aperte (come già si usava in Venezia), sopra uno giuppon di pelle, con un capuccio in spalla e cappello di paglia in capo da soldi quattro. E incontinente, veduto che gli ebbe, detto ambasciadore disse con maraviglia: “Questi sono degli abiti che portano i Cataini; somigliano quelli della vostra fede, perché portano l’abito vostro”.

In quel paese non nasce vino, per essere la regione molto frigida; d’altre vettovaglie ve ne nascono assai. Questo, insieme con molte altre cose le quali di presente io lascierò, è quello ch’io so, per relazione del detto ambasciadore del Tartaro e delli suoi familiari, quanto appartiene alla provincia del Cataio, dove io personalmente non sono stato.

Tornerò da capo a Tauris, e così come di sopra ho detto quello che si truova camminando tra greco e levante, così di presente dirò quello che si truova camminando tra levante e scirocco. Prima noi ritroviamo una città la qual si chiama Cuerch, lassando certi castelli li quali si veggono prima che si arrivi a detta città, dei quali non abbiamo cosa alcuna memorabile da dire. In questa città è una fossa d’acqua nel modo di una fontana, la quale è guardata da quelli suoi thalassimani, cioè preti: quest’acqua dicono che ha gran virtù contra la lebra e contra le cavalette, dell’uno e dell’altro dei quali incommodi io n’ho veduto qualche non voglio dir esperienza, ma credulità di alcuni. In quelli tempi passò un Francioso con alcuni famigli e guide mori per quella via, il quale sentiva di lebbra, e per quanto intendemmo andava per bagnarsi nella detta acqua: quel che poi seguisse io nol so, ma publicamente si diceva che molti n’eran sanati. Essendo ancora io in quel paese, venne uno Armeno, mandato, molto avanti che io prendessi il cammino a quelle parti, dal re di Cipro per tor di quell’acqua. E di ritorno, essendo io nella campagna, due mesi dopo ch’io era giunto in Tauris, ritornò con quell’acqua in un fiasco di stagno, e stette con me due giorni; poi se n’andò alla sua via e ritornò in Cipro, nel qual luogo nella ritornata mia trovandomi io, vidi quello istesso fiasco di acqua appiccato su un bastone il quale era porto fuora di certa torre, e intesi dagli uomini del paese che per quell’acqua non avevano più avute cavallette. Dove eziandio vidi alcuni uccelli rossi e negri, i quali si chiamano uccelli di Macometto, che hanno costume di volare in frotta come li stornelli, i quali, per quello ch’io intesi essendo pure in Cipro alla tornata mia, quando vengono cavallette, che se ne truovano, tutte le amazzano, e in qualunque luogo sentono essere di detta acqua volano verso esso, così come affermano tutti li paesani. Questa città Cuerch è picciola ma di passo, imperoché per essa passa chi va al mare, cioè al seno Persico.

Capitolo 20

Delle città di Ormus e Bagdeth. D’una sorte di pomi cotogni e granati differenti da’ nostri, e che altri frutti produce detta Bagdeth. Della città di Calicut. D’una terra chiamata Lar e del fiume Bindumir.

In questo mare si ritrova una isola nella quale è una città nominata Ormus, lontana da terra ferma da 18 in 20 miglia: volge la isola circa miglia 60; la terra è grande e ben popolata. Non ha altr’acqua che quella dei pozzi e delle cisterne, e quando gli manca quella sogliono andare a torne in terra ferma, dove eziandio hanno le lor sementi. Paga tributo al signore Assambei; lavora lavori di seta assai. I mercanti che vanno de l’India in Persia, o di Persia in India, in buona parte danno di capo in quest’isola. Il signore si chiama soltan Sabadin: manda certe sue barche alla via dell’India a pescar ostreghe da perle, e ne prendono assai; ed essendo io ivi, due mercanti che venivano da l’India capitarono ivi con perle, gioie, lavori di seta e specie.

In questo colfo Persico mette capo l’Eufrate, fiume nominatissimo, sul quale circa sei giornate in suso è Bagadeth, cioè Babilonia vecchia, la quale è stata famosa, come ciascuno intende, se ben di presente in gran parte è distrutta: può far da fuochi diecimila, ed è abbondante del vivere. Ha de’ frutti, come sariano dattali, pistacchi e altri simili, in gran quantità e molto buoni, fra li quali si ritrovano cotogni del sapore e grandezza delli nostri. Trovasi eziandio pur cotogni i quali non hanno quel duro di dentro che suole avere il cotogno, ma sono al mangiare come sariano peri ghiacciuoli, dolcissimi. Truovasi una sorte di pomi granati non troppo grandi, ma per la maggior parte con la scorza sottile, i quali si curano come si curano le narancie, e nelli quali né più né meno si possono cacciar li denti come si faria in un pomo, imperoché non hanno quelle tramezadure in mezo, eccetto che un poco nel fondo: il sapore è misto di dolcezza con alquanto di garbetto, e sono o senza quel poco legnetto che hanno gli altri dentro del grano, o con così tenero che non si sente in bocca, né è bisogno di sputar niente fuora più di quel che è chi mangiasse uva passa. Fanno ancora zuccari, e di essi buone confezioni, massimamente siroppi, dei quali ne forniscono la Persia e altri luoghi.

Ritornerò ad Ormus, e parlerò qualche cosetta dei luoghi i quali gli sono all’incontro, i quali sono di là dal detto colfo verso tramontana, la quale è dalla banda della Persia, e da l’altra parte è l’Arabia. In quei luoghi sono macomettani; il colfo è longo miglia 300 e più, e i luoghi di là dal colfo che sono de l’India sono posseduti da tre signori macomettani: il resto de l’India tutto è posseduto da alcuni re macomettani. Andando a terra a terra via per scirocco e ostro, uscendo del colfo, si truova una città chiamata Calicuth, città di fama grandissima, la quale è come una stapola over ospizio di mercanti di diversi luoghi, come saria dire di quelle che vengono dentro al colfo, del Cataio e di tutte quelle parti, dove sempre si ritruovano navili assai e grandi, conciosiacosaché non faccia gran fatto fortune. La terra è di passo, mercantesca d’ogni ragione, grande e popolosa.

Ritornando su la riva predetta, all’incontro di Ormus, si ritruova una terra chiamata Lar: è terra grossa e buona, fa da 2000 fuochi ed è mercantesca e di passo, imperoché quelli che vanno e vengono per questo colfo sempre danno di capo a questa terra. Truovasi poi Siras, della quale abbiamo parlato di sopra, e scorrendo via si va ad una grossa villa chiamata Camarà; poi, una giornata lontano, si truova un ponte grande disopra il Bindamir, il quale è fiume molto grande: questo ponte si dice che lo fece fare Salomone.

Capitolo 21

Di un monte nella cui sommità è un mirabil edificio, con quaranta colonne di notabil grandezza e grossezza, e di molte figure che vi sono scolpite. D’una villa detta Thimar, e d’un’altra nella quale si dice esser sepolta la madre di Salamone, e di luoghi Dehebet e Vergau.

Alla villa di Camarà si vede un monte tondo, il quale da un lato mostra d’esser tagliato, e fatto in una faccia alta circa sei passa. Nella sommità del monte è un piano, e attorno vi sono colonne quaranta, le quali si chiamano Cilminar, che vuol dire in nostra lingua quaranta colonne, ciascuna delle quali è longa braccia 20, grossa quanto abbracciano tre uomini, una parte delle quali sono ruinate: e per quello che si vedeva fu già un bello edificio. Questo piano è tutto un pezzo di sasso, sul quale sono scolpite figure d’uomini assai grandi, come giganti, e sopra di tutte è una figura simile a quelle nostre che noi figuriamo Dio padre, in uno tondo, la quale ha un tondo per mano, e sotto la quale sono altre figure picciole; davanti la figura di un uomo appoggiato ad un arco, la qual si dice esser figura di Salomone. Più sotto ne sono molte altre, le quali pare che tengono li lor superiori di sopra; e di questi minori uno è il quale par che abbia in capo una mitria di papa, e tien la mano alta, aperta, mostrando di voler dare la benedizione a quelli che gli sono di sotto, li quali guardano a essa e pare che stiano in certa aspettazione di detta benedizione. Più avanti è una figura grande a cavallo, che par che sia d’un uomo robusto: questa dicono essere di Sansone; appresso la quale sono molte altre figure vestite alla francese, e hanno capelli lunghi. Tutte queste figure sono di un mezo rilievo.

Due giornate lontano da questo luogo è una villa nominata Thimar, e di lì a due giornate un’altra villa dove è una sepoltura nella quale dicono esser stata sepolta la madre di Salomone, sopra la quale è fatto un luogo a modo di una chiesiola, e sonvi lettere arabice le quali dicono, sì come da quelli di quel luogo intendemo: “Messer Suleimen”, che vuol dire in nostra lingua tempio di Salomone; la porta del quale guarda in levante. Di lì a tre giornate si viene ad una villa chiamata Dehebeth, nella quale si lavorano assai terreni per produrre gottoni. Due giornate più oltra si viene a un luogo detto Vargau, il quale per il passato fu terra grande e bella; di presente fa fuochi mille, e in esso si lavorano pur terre e gottoni come di sopra.

Capitolo 22

Di Deisser, Iesdi, Gnerde (ove abitano gli Abraini), Naim, Naistan, Hardistan, Como, Sava, Euchar, e più altre terre, e quanto siano distanti una dall’altra; e la quantità delle pernici che in quelle si trovano.

Quattro giornate più in là si truova una villa nominata Deisser, e tre giornate di là un’altra villa nominata Tasté, dalla qual caminando una giornata si truova Iesdi, della quale abbiamo assai parlato di sopra. Di lì si va a Meruth, terra picciola, e due giornate più in là è una villa detta Gnerde, nella quale abitano alcuni nominati Abraini, i quali, a mio giudizio, o sono discesi da Abraam, overo hanno la fede di Abraam: questi portano in capo capelli lunghi. Due giornate più oltra si ritrova una terra la quale è chiamata Naim, terra male abitata: fa da 500 fuochi; di là della quale due giornate si trova una villa detta Naistan, e di lì a due giornate Hardistan, terra picciola, la qual può fare da 500 fuochi, tre giornate lontano della quale si vede Cassan, della quale abbiamo parlato di sopra; e di lì a tre giornate Como sopra nominata; una giornata lontano Sava, la quale fa da fuochi mille: in tutti li quai luoghi si lavorano terre e fanno lavori di gottoni. Tre giornate lontano da Sava si truova una terra picciola chiamata Euchar, e tre giornate che si facciano più in là Soltania detta di sopra, della quale sette giornate lontano è Tauris.

Da questo luogo ancora chi si partisse e andasse sopra il mare di Bachù per la parte di levante, la quale è della provincia di Zagatai, troveria le infrascritte terre: da Tauris a Soltania sette giornate, da Soltania ad Euchar tre giornate, da Euchar a Sava quattro giornate, da Sava a Coi (terra picciola) sei giornate, da Coi a Rhei (terra picciola e male abitata) tre giornate, da Rhei a Sarri (pur terra picciola) tre giornate, da Sarri a Sindan (terra picciola) quattro giornate, da Sindan a Tremigan (terra picciola) quattro giornate, da Tremigan a Bilan sei giornate. Poi si trova Strava, della qual si denominano le sete chiamate stravaine: questa terra è appresso il mar di Bachù, ha sito non molto sano, fa poco frumento; il suo mangiare è di risi, dei quali eziandio ne fanno il pane. Nella quale, e in tutte a lei sottoposte, in ogni luogo dove si ritrovano acque, fanno e traggono la seta de’ fillisei; e per le ripe di quei fiumi sono le loro casuppole con le lor caldare della seta, imperoché tengono gran quantità di vermi da seta, e hanno gran copia di morari bianchi. In questi luoghi si ritrovano pernici innumerabili, di modo che, quando il signore o altra nobil persona fa pasti, si cuocono di queste pernici, e a ciascuno si dà una scodella di risi e due pernici: di maniera che tutto il popolo mangia pernici, le quali appresso di loro non sono in pregio. In sul lito del predetto mare si trovano più terre, cioè Strava, Lahazibenth, Mandradani e altre, le quali al presente non dico; e in queste terre sono le miglior sete che venghino di quel luogo.

Capitolo 23

I luoghi che si trovano caminando da Trabisonda a Tauris: di Trabisonda città, Baiburth, Arzengan; d’un ponte di pietra di archi 17 fatto sul fiume Eufrate; di Carpurth, Moscont, Thene, Halla, Pallu, Amus, e le cose che producono.

Non mi pare inconveniente, essendo in luogo assai vicino, di voler dir eziandio quello si trova andando da Trabisonda a Tauris, caminando per scirocco. E primamente di Trabisonda dico che è stata una buona e grossa terra sul mar Maggiore, il cui signore per avanti aveva titolo d’imperatore, imperoché era fratello dell’imperatore di Costantinopoli, e voleva anch’egli esser chiamato imperatore: dalla qual cosa procedette che i successori, quantunque non fussero fratelli dell’imperatore, di mano in mano si hanno dato o (per dir meglio) tolto questo titolo d’imperio. Di questa terra non dico altro, per essere assai nota a tutti. Partendo da essa per andare a Tauris, e come abbiamo detto di sopra caminando per scirocco, si trovano molte ville e castellucci; vassi eziandio per monti e per boschi disabitati. Il primo luogo notabile che si trova è un castello in piano, in una valle d’ogn’intorno circondata di monti, nominata Baiburth: castel forte e murato, di territorio molto fruttifero. Può fare da basso del castello da 1500 fuochi; è del signore Assambei.

Cinque giornate più in là si trova Arzengan, la quale è stata gran città, ma di presente per la maggior parte è destrutta. Caminando tra levante e sirocco due miglia più in là si trova lo Eufrate, fiume nominatissimo, il quale si passa per un ponte di pietra cotta di 17 archi, bello e grande. Poi si trova un castello nominato Carpurth, il quale è cinque giornate lontano da Arzengan. In questo luogo era la moglie del signore Assambei, quella che fu figliuola dell’imperator di Trabisonda, detta Despinacaton. È luogo forte, e la maggior parte è abitata da Greci e caloieri assai, i quali stanno in compagnia della detta donna. Trovansi in via molte ville e castellucci; poi si trova un castello detto Moschont e un altro detto Halla e un altro detto Thene, tutti forti e ben murati, ciascuno dei quali ha da basso circa 500 fuochi, e a parte dei quali va da presso un fiume grosso, il quale si passa con le barche, e viene non molto lontano da Carpurth sopranominato. I popoli abitanti sotto le giurisdizioni di questi castelli sono nominati Coinari, che in nostra lingua vuol dire mandrieri.

Poi, caminando alla via di levante, si arriva a un castello murato il quale è su un sasso, chiamato Pallu: fa da basso da 300 fuochi, di sotto il quale passa un fiume. Andando pur per la via di levante quattro giornate più in là si arriva ad un castello nominato Amus, il quale è in campagna, male abitato. In tutto il paese di Trabisonda e nei confini si fanno vini assai: le vigne se ne vanno per gli arbori senza esser bruscate; una delle nostre botte continovamente in quel luogo val meno d’un ducato. Li boschi sono pieni di nocelle, della sorte di quelle di Puglia, e d’altri frutti assai buoni. In alcune parti fa certi vini nominati zamora.

Capitolo 24

D’un castello nominato Mus e d’un altro detto Alhart. Di Ceus, Herzis e Orias castello. Di tre laghi, con l’ampiezza di quelli. Di Tessu e Zerister città, e i lavori che in detti luoghi si fanno.

Di là si entra nella Turcomania, la quale era prima Armenia maggiore. Ora quelli che nascono in essa sono chiamati Caracoilù, che vuol dir in nostra lingua castroni negri, così come la provincia di Persia e di Zagatai si chiamava Accorlù, che vuol dire nel nostro idioma castroni bianchi: i quali nomi tra loro sono nomi di parte, come saria a dir tra noi rosa bianca e rosa rossa, over guelfi e ghibellini, over zamberlani e strumieri, sotto i quai titoli vi sono grandi partigiani. Trovasi poi un castello nominato Mus, fra certe montagne, piccolo ma forte, il quale è posto in monte, ha da basso una città che volta circa tre miglia, e fa popolo assai. Tre giornate più in là si trova un luogo detto Alhart, bel castello e forte, il quale è sopra un lago longo miglia centocinquanta, e dove è più largo è largo cinquanta miglia. Dalla parte di tramontana, lontano da questo lago miglia quindeci, si trova un altro lago, il quale volge circa miglia ottanta, attorno del quale vi sono alcuni castelli. Sotto Alhart è una terra, la qual fa da mille fuochi. In ambidui questi laghi sono molti navilii, i quali navigano nel mar Caspio al lor viaggio; evvi ancora sopra questo secondo lago una terra nominata Ceus, buona terra e murata.

Una giornata lontano andando per la marina si trova una terra detta Herzis, la quale ha un fiume che si passa per un ponte di cinque volti; e da Ceus fino ad Herzis sono 4 altri ponti simili a questo, per i quali si passa il fiume. In Herzis è la sepoltura della madre di Giausa, che fu signore della Persia e di Zagatai. Lontano da questo lago miglia 5 si va ad Orias, castello forte posto sopra un monticello. Il lago continua per levante meza giornata, nella qual si va a Coi città, non quella della quale abbiamo parlato di sopra, ma un’altra di quel nome; cinque giornate lontano dalla quale si trova una campagna dove è una gran città, altre volte destrutta per il Tamberlano. Trovansi eziandio molte ville, e dietro ad esse un altro lago, longo miglia 200 e largo miglia trenta, nel quale vi sono alcune isole abitate. Finalmente si trovano due città, Tessu e Zerister, le quali tra ambedue fanno da tremilia fuochi. Altre cose memorabili non abbiamo vedute in questi luoghi, salvo che in tutti si fanno lavori di gottoni, di tele, di canape, di grisi, di schiavine assai, e qualche poco di lavori di seta. Hanno carne assai, massimamente di castroni, e vini e altri frutti assai, i quali essi conducono in mar Maggiore, nelle terre che sono lì attorno.

Capitolo 25

Della città Sammachi e del signor di quella. Di Derbent parimente città, altramente detta Thamicarpi, e per qual cagione, e del suo sito. De’ popoli detti Caitacchi.

Tornando da capo a Tauris, e caminando per greco e levante, e scorrendo qualche volta per tramontana, e toccando un poco di maestro, pretermettendo eziandio tutto quello che si trova in mezo, per non essere terre da conto né degne delle quali si faccia menzione, dico che dodici giornate lontano si truova Sammacchi, la qual città è nella Media, nel paese di Thezichia, il signor della quale si chiama Sirvansa. Faria questa terra ad un bisogno da otto in diecimillia cavalli. Confina sul mar di Bachù per giornate sei, il quale gli è a man dritta, e con Mengrelia da man sinistra verso il mar Maggiore e Caitacchi, i quali sono circa il monte Caspio. Questa è buona città: fa da quattro in cinquemila fuochi; lavora lavori di seta e gottoni e d’altri mestieri, secondo i lor costumi. È l’Armenia grande, e buona parte degl’abitatori sono armeni.

Partendo di qui si va a Derbent, terra (come si dice) edificata da Alessandro, la qual è sul mar di Bachù, un miglio lontana dal monte, e ha sul monte un castello, e poi se ne viene al mare con due ale di muro insino in acqua, di modo che le teste dei muri sono due passa sotto acqua; la terra è da una porta all’altra larga mezo miglio, i muri della quale sono di sassi grandi alla romana. Derbent in nostro idioma vuol dir stretto, e da molti i quali intendono la condizione del luogo è chiamato Thamircapi, che vuol dir in nostra lingua porta di ferro: e certo che colui che gli pose questo nome gli pose nome molto conveniente, conciosiaché questa terra divida la Media dall’Albania, che ora è parte di Tartaria, di modo che chi vuol partir di Persia, di Turchia, di Soria e delli paesi che si trovano di lì in suso, e passar nella Tartaria, convien ch’entri per una porta di questa terra ed esca per l’altra; la qual cosa, a chi non intendesse il sito dei luoghi, pareria mirabile e poco meno che impossibile.

La cagion di questo è che dal mar di Bachù al mar Maggiore per via dritta (come saria per l’aere) sono cinquecento miglia, e tutto questo terreno è pieno di montagne e di valli, bene abitate in qualche luogo d’alcuni signorotti, nelli cui territorii nessuno è che ardisca d’andare, per paura di non esser rubati; ma nella maggior parte sono disabitate. Onde, quando qualcuno deliberasse (volendo far questo camino) di non passar per Derbent, gli saria necessario andasse prima in Zorzania, poi in Mengrelia, la qual è sul mar Maggiore, ad un castello nominato Alvati, dove si trova una montagna altissima; e lì converria che lasciasse i cavalli e che se n’andasse a piedi su per brichi, tanto che tra l’ascendere e descendere caminasse due giornate, e poi a basso troverebbe la Circassia, della quale abbiamo parlato di sopra nella prima parte. Il qual passo è usato solamente da quelli che stanno alli confini, né per quella distanzia s’intende ch’alcuno vi passi, da essi in fuori, per esser luogo incommodissimo. Onde (tornando a proposito) la cagion del stretto è che il mare mangia infino là presso la montagna dove è Derbent; di lì avanti è spiaggia e molto poco terreno: ed è questo stretto lungo circa miglia sessanta, pur alquanto abile a cavalcare. Da là indietro, voltando a man sinistra, il monte volta, e puossi andar sopra il monte, il quale anticamente si nominava monte Caspio: dove si riducono i frati di S. Francesco e qualche nostro prete alla latina. Li popoli che abitano in questi luoghi si chiamano Caitacchi, come è detto di sopra: parlano idioma separato dagli altri; sono cristiani molti di loro, dei quali parte fanno alla greca, parte all’armena e alcuni alla catolica.

Capitolo 26

D’una città detta Bachal. D’una montagna che butta olio negro. Del signor Tumambei, e di che maniera siano le case sotto la signoria di quello. Il modo della visita che si faceva ad un figliuol dell’imperator tartaro, che si ritrovava appresso il signor Tumembei. Della crudeltà che usò certa setta de macomettani contra cristiani.

Sul mare da questa parte è un’altra città nominata Bacha, dalla quale è detto il mare di Bacha, appresso la quale è una montagna che butta olio negro di gran puzza, il qual si adopera ad uso di lucerne la notte, e ad unzione di cameli due volte l’anno, perché non gli ungendo diventano scabiosi. Nella campagna del monte Caspio signoreggia un Tumambei, che in nostra lingua vuol dire signore di diecimila, sotto la signoria del quale s’usano case della forma di una berretta, simili in tutto e per tutto a quelle delle quali abbiamo parlato nella prima parte, fatte d’un cerchio di legno forato intorno intorno, di diametro d’un passo e mezo, nel qual ficcano certe bacchette che nella parte superiore tutte divengono in uno circuletto piccolo, e poi tutto cuoprono di feltro o di panni, secondo la lor condizione; e quando non piace loro d’abitare in un luogo, tolgono le dette case e le mettono su carri, e vanno ad abitare altrove.

Ritrovandomi io da questo signore, giunse lì un figliuolo dell’imperator tartaro, il quale aveva tolto per moglie una figliuola di questo signore, il padre del quale nuovamente era stato scacciato di signoria. Costui si era posto in una di simil case e stavasi a sedere in terra, e alla giornata era visitato da alcuni del suo paese, e ancora da qualcuno del paese dove si ritrovava. Il modo di questa visitazione era che, quando giungevano appresso la porta un tiro di pietra con mano, se avevano arme le mettevano in terra, e fatti alcuni passi verso la porta s’inginocchiavano: e questo facevano due e tre volte, andando sempre più avanti, pur che stessino da lontano almeno dieci passa; e in quel luogo dicevano il fatto loro, e avuta che avevano la risposta ritornavano indietro, non voltando le spalle al signore. Io fui qualche volta col signore Tumambei, la vita del quale, per quello ch’io vidi, era un continuo stare in bevarie: e beveva vino di ottimo mele.

Poi che abbiamo detto delle cose del monte Caspio e della condizione di quelli che abitano lì intorno, non sarà mal fatto, e reputo che sia a proposito della nostra fede, che io reciti una istoria intesa novamente da un frate Vicenzo dell’ordine di San Dominico, nato in Capha, il qual era stato mandato per certe facende nelle parti di qua, e partì già mesi dieci da quelle parti. Disse costui che si partì del paese del soldano certa setta di macomettani, con fervor della sua fede gridando alla morte de’ cristiani, e quanto più camminavano verso la Persia più s’ingrossavano. Questi ribaldi presero la via verso il mar di Bachù e vennero a Sammachi, e poi in Derbent e di lì in Tumen, ed erano parte a cavallo e parte a piedi, parte armati e parte senza arme, in grandissimo numero. Capitorno ad un fiume nominato Terch, che è nella provincia di Elochzi, ed entrorno nel monte Caspio, dove sono molti cristiani catolici: e in ogni luogo dove hanno trovato cristiani, senza alcuno rispetto hanno morti tutti, femine, maschi, picciolini e grandi. Dopo questo scorsero nel paese di Gog e Magog, i quali pur sono cristiani ma fanno alla greca, e di questi fecero il simile. Poi tirorno verso la Circassia, camminando verso Chippiche e verso Carbathei, che ambidue sono verso il mar Maggiore, e similmente fecero in quei luoghi, insin che quelli di Tetarcossa e di Cremuch furono alle mani con essi, e li ruppero con tanto gran fracasso che non ne scamparono venti per centenaio, i quali fuggirono alla malora nel lor paese. Sì che potemo intendere a quanto mala condizione si ritrovano i cristiani che abitano ivi intorno. Questo fu del 1486.

Dirò di Derbent una cosa la qual par maravigliosa: da una porta andando a questo luogo insino sotto le mura, si trovano uve e frutti d’ogni sorte, e specialmente mandole; dall’altra porta non sono né frutti né arbore alcuno, eccetto che cotognari salvatichi, e questo dura per dieci, quindici e venti miglia da quel canto, e ancora più oltra. Vidi, essendo in quel luogo, in un magazino due ancore di ottocento e più libre l’una, che mi dimostra nel passato essere stati usati in quelle parti navilii molto grossi; al presente le maggiori ancore che si trovano sono 150 per insino a 200 libre l’una.

Capitolo 27

Come il signor Assambei andò contra la Zorzania e, depredati alcuni luoghi, venne in composizione col re di quel paese e col re Gargara, che confina con lui. Di Tiflis e Gory, luochi della Zorzania. Di Scander, Loreo, Gori. Del monte Noè. Del castello detto Cagri.

Avendo narrato fin qui quelle cose che appartengono a quelle regioni, delle quali una parte ne ho udite, ma la maggior parte con gli occhi proprii ho vedute, ritornerò a Tauris, e narrerò quello che feci col signore Assambei, il quale, partendosi da Tauris, fece sparger voce di voler andar contra l’Ottomano, quantunque io per segnali che vedevo non lo credessi. Eravamo in tutto, quanto posso stimare, uomini da fatti a cavallo da 20 in 24000, uomini da fatti a piedi da quattro in cinquemila, uomini che venivano per sussidio del campo circa seimila; di donne, putti e famigli non dico altro, per averne detto sufficientemente di sopra. Adunque, camminato che avemmo giornate sette, ci voltammo a man dritta incontra la Zorzania, nelli confini del mar Maggiore, nella quale entrammo perché il signore aveva volontà di depredarla. Il quale mandò avanti li loro corridori, secondo il lor costume, che furono da cavalli cinquemila, i quali si facevano più avanti che potevano tagliando e bruciando i boschi, imperoché avevamo da passare montagne grandi e boschi grandissimi. Noi vedevamo i fuochi da lontano e sapevamo che via avevamo da tenere, e insiememente trovavamo la via fatta. Due giornate dentro alla Zorzania giungemmo a Tiflis, la quale, per esser non solamente essa ma tutta la regione di questa parte di qua abbandonata, avemmo senza contrasto.

Passando più oltra andammo a Gori e ad alcuni altri luoghi circonstanti, i quali tutti furono depredati: e fatto quest’istesso d’una gran parte della regione, il signor Assambei venne a composizione col re Pancrazio, re della Zorzania, e con Gorgora, il qual confina con questo re, che gli dessero 16000 ducati, e lasseria loro tutto il paese eccetto Tiflis. Onde, volendo pagare il re Pancrazio e Gorgora questi danari, mandorno quattro balassi, i quali erano ragionevoli, non così grandi né così belli come quelli che si mostrano su l’altar di San Marco in Venezia, ma di quella sorte. Il signore Assambei, avuti questi quattro balassi, mandò per me, che io gli dovessi vedere e stimare: e prima ch’io andassi dal detto signore, gli ambasciadori del re Pancrazio e di Gorgora, che avevano portati li balassi, mi mandarono a dire ch’io dovessi far buona stima, essendo ancora essi cristiani. Giunto ch’io fui al signore mi fece dar quelli balassi, e guardandone uno diligentemente fui dimandato dal signore Assambei quel che valeva quello; e rispondendogli: “Signor, egli vale 4000 ducati”, ei se ne rise e disse: “Sono molto cari nel tuo paese, non voglio balassi ma voglio danari”. Le anime che in quel tempo furon tolte de’ detti luoghi dicevano esser da quattro in cinquemila. I luoghi i quali noi scorressimo furono a man manca, verso la region di Gorgora: Cotathis, castello del re Pancrazio, il quale ha una terricciola sopra un monticello con un fiume davanti che si chiama il Fasso, già nominato Phasis, che mette nel mar Maggiore, e si passa per un ponte di pietra assai grande; Scander, castello assai forte, e giornate quattro lontano da Gori, il qual ha un fiume assai grande.

Poi, passata un’alta montagna, ritornammo nel paese d’Assambei, il quale è nell’Armenia maggiore, e tre giornate lontano ritrovammo il castello Loreo, quattro giornate lontano dal quale trovammo il monte di Noè, quello dove l’arca dopo il diluvio si riposò, il quale è sopra un monte altissimo, che ha una gran pianura che può volger due giornate: continuamente il verno e l’estate ha neve su; davanti del quale è un monte picciolo, anch’egli carico di neve. Due giornate lontano è un castello nominato Cagri, e questo è abitato dagli Armeni d’ogn’intorno, i quali fanno alla catolica; e ha più ville intorno, che tutte fanno alla catolica, e monasterii, il principal dei quali si chiama Alengia. Ha da cinquanta monachi osservanti della regola di San Benedetto; dicono messa al modo nostro nella lor lingua. Il prior del detto monastero, dopo la ritornata mia a Venezia, mancò, e venne uno di quelli di lì, il quale capitò a San Giovanne e Paulo in Venezia, e mi venne a ritrovare a casa, per esser raccomandato, mediante la intercession mia, dalla illustrissima Signoria nostra al sommo pontefice, che lo facesse priore del detto monastero, imperoché era fratello del prior morto.

Capitolo 28

Della morte del signor Assambei, e come tre de’ suoi figliuoli fecero strangolar il quarto loro fratello e, divisa tra lor tre la signoria, il secondo fratello fece ammazzar il maggiore. De’ castelli Cymis Cassegh e Arapchir. Della città chiamata Malathia. Quello intravenne a messer Iosafa con un gabelliero e con certi Mamalucchi. D’un luoco detto Syo.

Fatta ch’ebbe il signor Assambei col re Pancrazio e Gorgora la sopradetta composizione, e avuto ch’ebbe i ducati 16000, deliberò di ritornare a Tauris; e io, il qual vedevo che non aveva un minimo pensiero d’andar contra l’Ottomano, presi licenzia, con intenzion di ritornarmene a casa per la via di Tartaria. E me ne veniva con uno ambasciador del detto signor Assambei, accompagnato da molti Tartari mercanti, dai quali intesi quello ch’io ho scritto nella prima parte, che Hagmeth figliuolo di Edelmulg, nepote dell’imperator de’ Tartari, dopo la morte del padre era fatto grande appresso il detto imperatore, il quale Hagmeth dal proprio padre m’era stato dato per figliuolo; e desideravo di seguire il cammino a quella via, rendendomi certo che da lui averia avuto ottima compagnia. Ma, per le guerre le quali erano in quelle parti, non mi bastò l’animo di seguire il cammino, onde mi fu necessario di mutare il pensiero e ritornare a Tauris, la qual cosa fu del 1478.

Tornato ch’io fui ivi, ritrovai il signor Assambei infermo, il quale la notte dell’Epifania morì. Aveva quattro figliuoli, tre d’una madre e uno d’un’altra: quell’istessa notte li tre fratelli uterini fecero strangolare il quarto, che non era uterino, giovane di venti anni, e fra lor tre partirono la signoria; dapoi il secondo fratello fece ammazzare il maggiore, e rimase lui signore, di modo che signoreggia fino al presente. Essendo le cose tutte in combustione, io, che avevo avuto buona licenzia dal padre, e dai figliuoli vivendo il padre, mi accompagnai con uno Armeno, il quale andava in Arsengan, dove egli abitava. Menai con me un garzon schiavone, il qual solo mi restava di tutti quelli ch’io avevo menati con me in quel paese. Mi vesti’ dei drappi che io avevo poveri e miserabili, e cavalcammo di continuo con celerità, per il dubbio che avevamo delle novità, le quali sogliono accadere quando muoiono simili signori. A’ 29 d’aprile giungemmo in Arsengan, nel qual luogo stetti circa un mese, aspettando una caravana che andava in Aleppo. Partendo da questo luogo ritrovammo Cimis Casseg, Arapchir, che sono castellucci. Poi giungemmo ad una città nominata Malathia, la quale è buona e mercantesca, da Arsengan alla quale sono montagne e valli assai, e vie petrose e cattive: vero è che pur si ritrovano alcuni casali e luoghi abitati, ma non molti.

Essendo in questa terra in uno fondaco, con quelli della caravana coi quali mi ero accompagnato, colui della gabella, il quale era ivi, andava sopravedendo chi erano quelli che dovevano pagare. E io in questo mezo me ne stavo in un luogo rimoto aspettando che la caravana si levasse, ed ecco che uno della detta caravana mi si fece appresso e disse: “Che fai tu? Quel della gabella vuol che tu paghi cinque ducati, perché ha inteso che tu vai a Goz (che in nostro idioma vuol dire Gierusalem); va’ a far tua scusa”. Andai, e trovai che sedeva su un sacco, e dimandai quel che egli voleva da me. Rispose: “Va, paga cinque ducati”. E dicendogli tutti quelli della caravana (perché così avevano inteso da me) ch’io andava a Sio a trovare uno mio figliuolo, e iscusandomi, pur voleva costui ch’io pagassi. Sio è luogo molto nominato nella Persia, e in tutte quelle parti è chiamato Sephex, che vuol dir in nostro idioma mastico, perché lì nasce il mastice, il quale in quelle parti è molto adoperato. In questo mezo uno il quale, per quello ch’io stimavo, doveva esser domestico di questo della gabella, disse: “Deh, lassalo stare”; ed egli: “Voglio che paghi”, stando tuttavia col capo inchinato a terra. Onde colui gli dette delle mani sotto il naso e dissegli: “Va’ col diavolo”. E incontinente gli cominciò a uscire il sangue del naso, e colui della gabella disse a quello che gli aveva dato: “O matto, sempre tu fusti matto”, e tirandomi fuor della turba disse: “Vatti con Dio”. E io montai a cavallo e andai con la caravana. Questa Malathia è del soldano.

Camminando trovammo più castelli e ville e belli paesi, e passato l’Eufrate giungemmo in Aleppo, della qual terra non parlerò, per esser luogo assai domestico e molto noto: è terra grandissima e molto mercantesca. Partendomi da quel luogo mi fu dato per li nostri mercanti uno mucharo, che vuol dire in nostro idioma guida, col quale io e il famiglio ci partimmo per venire alle marine, cioè a Baruto. Essendo su la marina per mezo Tripoli trovammo una gran frotta di Mammalucchi, i quali giuocavano all’arco, alcuni dei quali, visto ch’ebbero la guida, cominciarono a stringere li lor cavalli per andarmi avanti. Io, che mi accorsi che avevano voglia di farne qualche male, comandai al famiglio che dovesse andare avanti insieme con la guida, e pian piano io gli veniva dietro. Giunto ch’io fui appresso questi Mammalucchi, i quali già m’erano andati avanti per due tratti d’arco, passai di lungo un pochetto, e incontinente uno di essi mi chiamò e dissemi: “Padre, odi”. Io, mostrandomi di buona ciera, mi accostai e dissigli: “Che vi piace?” Ed egli a me: “Dove vai?” Al quale dissi: “Vo dove la mia mala fortuna mi porterà”. Mi domandò per che cagione io usava simili parole, e io gli risposi che l’anno passato avevo venduto un ligaccetto di seta a certo mercante, e ora era venuto in Aleppo per avere i miei danari, e non l’avendo trovato avevo inteso che gli era andato a Baruto, siché andava cercando la mia povertà. Mossesi a pietà, udito che ebbe questo, e disse: “O poveretto, andate con Dio”. Io tolsi del cammino e raggiunsi la guida, che come mi vidde incominciò a ridere e dire: “Ha, ha, ha”, volendo per questo significare ch’io avevo saputo uscire delle mani di quei Mammalucchi, imperoché né egli sapeva turchesco né io moresco. In questo giungemmo a Baruto, e ivi a pochi giorni venne una nave di Candia, con la quale di suo ritorno passai in Cipro, e di quel luogo, con l’aiuto del Signor Dio, me ne venni a Venezia.

Capitolo 29

Della superstizione d’alcuni. Il costume di quelle genti quando si fa la commemorazione de’ morti, e delle lor sepolture.

Parmi ragionevole, dapoi ch’io ho detto le cose appartenenti al cammino, ch’io dica eziandio le cose appartenenti alcune a soperstizione, e alcune a simulazione di religione, e alcune alla mala compagnia che hanno li cristiani in quei luoghi ch’io viddi. Essendo adunque per camminare verso Sammacchi, alloggiai a uno spedaletto nel quale era una sepoltura, sotto un volto di pietra; appresso questa sepoltura era un uomo di tempo, con barba e capelli lunghi, nudo, salvo che con una pelle era un poco coperto davanti e di dietro, il quale stava a sedere in terra sopra un pezzo di stuora. Io lo salutai e dimandai quel ch’esso faceva: mi rispose che vegghiava suo padre, e io gli domandai chi era suo padre. Ed egli a me: “Padre è chi fa bene al prossimo; con questo che è in questa sepoltura io sono stato trenta anni, hogli fatto compagnia in vita, e gliela voglio fare ancora dopo la morte, di modo che voglio, quando morrò, esser sepelito ancora io in questo luogo. Ho veduto del mondo assai, ora ho deliberato di star così fino alla morte”.

Un altro, ritrovandomi in Tauris il giorno della commemorazion dei morti, nel qual giorno eziandio appresso di loro era la commemorazion de’ morti, viddi stando in un cimiterio un poco lontano, che stava a sedere appresso una sepoltura e aveva molti uccelli addosso, ma specialmente corvi e cornacchie; e credendomi io che fusse un corpo morto, dimandai a quelli che erano meco che cosa era quella ch’io vedevo: mi risposero che era un santo vivo, a cui non si trovava in quel paese un altro simile. “Vedete voi quelli uccelli? Ogni giorno vanno a mangiar ivi, e come egli ne chiama uno egli viene, perché è un santo”. E soggiunse: “Andiamo più presso, che vederete”. Andammo adunque appresso di lui meno d’un tratto di pietra con mano, e vedemmo che aveva certi scodellotti di vivande e d’altri cibi, e che questi uccelli gli volavano fino nel volto per mangiare, ed egli li cacciava via con le mani, e qualche volta ad alcuno d’essi porgeva qualche cibo: del quale coloro mi dissero molti miracoli, secondo il giudicio loro, i quali appresso d’ognuno che abbia buono intelletto sono tutte pazzie.

Un altro ne viddi, essendo il signor Assambei nell’Armenia maggiore, che al presente si chiama Turcomania; un giorno che ‘l detto signore era messo in ordine di levarsi per venire in Persia e andar contra il signor Giausa, signor della Persia e di Zagatai, insino alla città di Heré, e mangiava insieme con la sua corte, ne viddi un altro, il quale tirò d’un bastone che aveva in mano nelli catini ne’ quali essi mangiavano, e disse alcune parole, e rottoli tutti (questo era matto di buona materia), il signore dimandò quello che aveva detto. Gli fu risposto da quelli che l’avevano inteso che aveva detto che ‘l signor doveva esser vittorioso, e romper il nimico sì come egli aveva rotti quei catini. Il signore disse: “È vero?” E confermato che ebbero quelli che l’avevan detto che era vero, commandò che fusse governato insin ch’esso ritornasse, promettendogli che gli faria onore e buona compagnia. Andò, ruppe, conquassò e uccise il nimico, e prese tutta la Persia insino ad Heré, e ridusse tutti d’ogn’intorno a sua ubbidienzia; e non si essendo dimenticato della promessa, lo fece raccogliere e trattare onorevolmente. Otto mesi dopo la detta vittoria io mi ritrovai ivi, e viddi in che modo era trattato. Costui ogni giorno, a tutti coloro che a ora debita andavano alla sua porta (fussero in quanto numero si volessero), faceva dar da mangiare, facendogli prima sedere in modo d’un circolo: e mettendo una volta con l’altra, non eran né meno di 200 né più di 500, ed egli ogni giorno aveva da vivere e da vestire assai bene. Quando il signore cavalcava per le campagne, era messo su un mulo con un subo in dosso, con le braccia e mano sotto il subo, le qual mani gli erano legate davanti, perché alle fiate era usato di far qualche pazzia pericolosa; a piedi gli andavano appresso molti di quelli dravis. Essendo un giorno io sotto il padiglione di un Turco amico mio, capitò ivi uno di quelli dravis, al quale questo Turco dimandò come faceva il dravis, e se faceva pazzie e se parlava e se mangiava; ed egli rispose che faceva secondo l’usanza, alcune fiate pazzie secondo la luna, e che stava tal volta due e tre giorni che non mangiava e faceva pazzie sì che bisognava legarlo, e che parlava ben ma male a proposito, e che mangiava quello che gli era dato, e alcune fiate si stracciava i drappi di dosso. E soggiunse: “Un giorno andammo dal signore che era in Spaham, il quale lo mandò in palazzo che già fece fare Gurlomahumeth, dove stemmo da quattro o cinque giorni; volendoci partire gli dicevano: “Andiamo via”, ed egli rispondeva: “Io voglio star qui”; pur tanto facemmo che lo menammo via”. E da costui intesi in che modo passò la novella quando trasse del bastone nelli catini, il quale la disse ridendo. Dimandò il Turco amico mio come facevano di danari, facendo tanta spesa; ed egli rispose che li era stato deputato una certa quantità, e se più gli bisognava più se gli dava: di modo che si può concludere che li pazzi abbiano buon partito appresso di loro, e che con poca fatica e poche operazioni buone la brigata si acquisti opinion di santi.

Sopra le sepolture, quando fanno la commemorazione de’ lor morti, si truova gran moltitudine di maschi e di femine, vecchi e putti, i quali seggono a grumi con li lor preti e con le lor candele accese, i qual preti o leggono over orano nella lor lingua, e fornito che hanno di leggere o d’orare si fanno portar da mangiare in quel luogo: e per tanto per le strade sempre vanno e vengono molte persone da quei cimiteri. Il luogo dove sono volge da quattro in cinque miglia, e per le strade che menano a questo luogo sono poveri che domandano limosina, alcuni dei quali eziandio si offeriscono di dire qualche orazione a utilità delli benefattori. Le sepolture hanno certi sassi sopra drizzati in piedi, con lettere che dinotano il nome del sepolto, e alcune hanno qualche cappella di muro sopra. E questo basti delle cose appartenenti alle superstizioni.

Capitolo 30

Della simulata religione d’alcuni infideli, e come i cristiani siano da loro maltrattati.

Di quelle ch’appartengono a simulazione di religione ne dirò una, e volesse Dio che fra noi cristiani over non si trovasse simil simulazioni, overo fusser punite come fu questa la qual dirò, che mi par che ‘l primo saria buono, e il secondo non cattivo. Trovossi un macomettano, a lor modo santo, il quale andava nudo come vanno le bestie, predicando e parlando delle cose della lor fede. Costui, avendo fatto già un buon credito, e avendo acquistato un gran concorso di popoli idioti che ‘l seguitavano, non si contentando di quel ch’aveva, disse che voleva farsi serrare in un muro e starvi quaranta giorni digiuno, affermando che gli bastava l’animo d’uscir sano e di non aver per questo offesa alcuna al corpo. Volendo adunque far questa isperienza, fece portar pietre cotte alla foresta, delle quali, con gesso che in quelle parti si adopera per calcina, si fece far una casetta rotonda, nella qual fu murato. E ritrovandosi nel fine di quaranta giorni vivo e sano, tutti gli altri si stupivano. Uno, il quale era più accorto, sentì che in quel luogo era stufo di certo sapore di carne, e facendo cavare trovò la magagna. Venne la cosa ad orecchie del signore, il qual lo messe nelle mani del cadi lascher; fu ritenuto eziandio un certo suo discepolo, il quale senza troppo tormento confessò che aveva forato il muro da una parte all’altra e messovi un cannoncino, per il quale di notte gl’infondeva brodi e altre cose sostanziali: e ambidui furono fatti morire.

Quanto alla mala compagnia ch’hanno i cristiani in quei luoghi ch’io viddi, reciterò quello ch’io intesi del 1478, del mese di decembre, da uno Pietro di Guasco genovese, nato in Capha, il quale nel tempo ch’io era in Persia venne ivi e stette con me circa tre mesi. Costui, domandato delle novelle di quelle parti, mi disse che un giorno, essendo in Tauris uno Armeno chiamato Chozamirech, ricco mercante, in bazarro, a certa sua bottega di orefice, venne ivi uno azi, a lor modo santo, e dissegli che dovesse rinegar la fede di Cristo e farsi macomettano. E rispondendogli costui umanamente, e suadendogli che non gli desse impaccio, pur perseverava e importunava ch’ei rinegasse. Costui gli mostrò certi danari, con intenzione di darglieli accioché lo lasciasse stare, ed esso gli disse: “Non voglio danari, ma voglio che tu rinieghi”. Rispondendogli Chozamirech che non voleva rinegare, ma voleva stare nella sua fede di Giesù Cristo, così come era stato fino a quel tempo, quel ribaldo si voltò, e tolse la spada di vagina ad uno ch’ivi era, e detteli su la testa in modo che l’ammazzò, e fuggì via. Un figliuolo di costui di circa anni trenta, il qual era in bottega, cominciò a piangere, e uscito di bottega andò verso la porta del signore e feceglielo sapere. Il signore, mostrando d’aver molto per male questa cosa, ordinò che fusse preso e mandollo a cercare: il quale fu trovato due giornate lontano da Tauris, in una città nominata Meren, e fu portato avanti il signore, il quale subito si fece dare un coltello e con la sua propria mano l’ammazzò, e commise che fusse gittato in piazza e lasciato, accioché i cani lo mangiassero, dicendo: “Come? La fede di Macometto cresce in questo modo?” Approssimandosi la sera, molti del popolo, che erano più zelanti della lor fede, andarono da uno Darviscassun, il quale era in guardia della sepoltura d’Assambei, padre del moderno signore, ed era come saria dir da noi prior dello spedale, uomo da conto e apprezzato, il quale era stato tesoriero del signor passato; e a costui dimandarono licenzia di poter levar quel corpo, che i cani la notte non lo mangiassero; egli, non pensando più oltra, dette loro licenzia, e il popolo lo tolse e lo sepellì. Inteso ch’ebbe questo il signore, che presto fu, imperoché la piazza è vicina al palazzo, comandò che Darviscassun fusse preso e menato da lui, al quale disse: “Ti basta l’animo di commandare contra il mio comandamento? Orsù, che sia morto”; e subito fu morto. Dopo questo disse: “Poi che ‘l popolo ha fatto contra il mio comandamento, tutta questa terra porti la pena e sia messa a sacco”. E così la sua gente cominciò a saccheggiar la terra, con uno spavento e romor grandissimo di tutti: durò questa cosa da tre in quattro ore. Poi comandò che dovessero lasciar stare di saccheggiar più oltra, e dette a tutta la terra taglia di certa somma d’oro. Finalmente fece venire a sé il figliuolo di questo Chozamirech, e lo confortò e accarezzò con buone e umane parole. Era Chozamirech uomo ricchissimo e di ottima fama.

E questo basti quanto alle cose della mala compagnia ch’hanno li cristiani in quei luoghi, e quanto alla fine di questa seconda parte, e conseguentemente di tutta l’opera descritta per me, con quel miglior ordine che ho potuto, in tanta varietà di cose, de’ luoghi e de’ tempi: e fornita di scrivere adì 21 di decembre 1487, a laude del Signor nostro Giesù Cristo, vero Dio e vero uomo, al quale noi cristiani, e specialmente nati nell’illustrissima città nostra di Venezia, siamo molto più obligati di quello che sono queste genti barbare, aliene dal suo culto e piene di mali costumi.

Il fine del viaggio di messer Iosafa Barbaro alla Tana e nella Persia.

Lettera a P. Barocci

Lettera del medesimo auttore scritta al reverendissimo monsignor Piero Barocci, vescovo di Padova, nella qual si descrive l’erba del baltracan, che usano i Tartari per lor vivere.

Reverendissimo Monsignor, Signor mio osservandissimo, avendo inteso da messer Anzolo mio fratello, che è stato con Vostra Signoria reverendissima molti giorni a piacere in quelli monti ameni del Padovano, come ella si diletta grandemente d’intender la natura delle erbe, e massimamente di quelle che non sono così note a ognuno, ho voluto, per non mancar al debito della servitù che ho con Vostra Signoria reverendissima, scriverle e darle notizia ancor io di una, che al presente mi occorre fra molte altre che ho vedute nelle parti di Tartaria, quando fui al viaggio della Tana. E le dico che i Tartari hanno un’erba nel lor paese, che la chiamano baltracan, la qual mancandogli patiriano grandemente, né potriano andar da loco a loco, massimamente per quelli gran deserti e solitudini dove non si truova da mangiar, se non fusse questa che li mantiene e dà vigore; la qual come ha fatta il suo gambo, tutti li mercanti e genti che voglion far lungo cammino si mettono sicuramente in viaggio, dicendo: “Andiamo, che è nato il baltracan”. E se qualche loro schiavo fugge quando il baltracan è nato, restano di seguitarlo, perché sanno che ha potuto trovar da viver per tutto. E quando camminano con il loro lordo ne portano sopra i carri e sopra le groppe de’ cavalli per il lor vivere e anco in spalla, né par lor grave, tanto il suo sapore diletta a tutti. Noi mercanti ch’eramo nella Tana, come n’era portata nella terra, subito ne pigliavamo e andavamo mangiando. E non voglio restar di dir ch’essendo poi tornato a Venezia, fui mandato proveditore in Albania, dove, cavalcando verso Croia con 500 persone, viddi da un canto della strada di questo baltracan, e fecimene dare e cominciai a mangiarne, e anche tutta la brigata ne volse gustare: e gustato venne in tant’uso che dapoi ognuno ne portava fasci, chi a cavallo e chi a piedi in spalla, non tanto per necessità quanto per il suo buon gusto e buon sapore, di modo che gli Albanesi andavano poi gridando: “Baltracan, baltracan”. Dipoi trovandomi anche in Padovana, nella villa di Terrarsa, viddi di questo baltracan. E accioché Vostra Signoria reverendissima lo possa conoscere come fo io, quando le paresse di volerne trovare in quei monti, le descriverò qui brevemente con parole la sua forma. Esso fa una foglia come fanno le rape; in mezo fa un gambo grosso più di un dito, e al tempo della semenza vien alto più d’un braccio; e questo gambo, facendo la foglia su per il gambo, la fa una quarta lontana l’una dall’altra, e fa poi la semenza come il finocchio, ma più grossa: ha fortore, ma è di buon sapore. E quando è la sua stagione si scavezza fin al tenero, e fin al tenero si va scorzando come il pampano della vite. Ha l’odor di narancia, alquanto mostoso, e la natura sua par che non richieda altro sapore, né al mangiarlo ha di bisogno di sale. E tengo che al tempo del seminare ella si possa seminare come gli altri semi, e massimamente in luogo temperato e di buon terreno. Ogni gambo fa una radice da per sé, e il gambo ha un poco di busetto dentro, e la scorza del gambo è verde e tragge al giallo. E penso che chi non lo sapesse conoscere per altri segni, con facilità lo potria conoscere avvertendo alla semenza. Oltra di ciò, li Tartari e tutti quelli che la conoscono pigliano le foglie sue e le fanno insieme con acqua bollire in una caldiera, e bollita la mettono nei lor vasi e, lasciatola raffreddare, ne beono come se fusse vino, e dicono ch’ella è molto rifrescativa: e così essere lo so io per prova.

E a Vostra Signoria reverendissima mi raccomando.

In Venezia, alli 23 di maggio 1491.
Servitor di Vostra Signoria reverendissima Iosafa Barbaro.

 

Francisco Pizarro e la conquista del Perù

Pizarro ‹pitℎàrro›, Francisco. – Conquistatore (Trujillo, Estremadura, 1475 circa – Lima 1541). Il suo nome è indissolubilmente legato al ricordo di una delle imprese più temerarie delle conquiste spagnole in America. Determinato a conquistare il Perù, organizzò, a partire dal 1524, alcune spedizioni insieme a D. de Almagro (1475-1538). Ottenuto il sostegno della corona spagnola (1529), nel 1532 P. attaccò l’Impero inca che, minato dai contrasti interni, non oppose resistenza. Conquistata Cuzco (1533), nel periodo successivo P. consolidò il suo potere sul territorio con un susseguirsi di stragi e devastazioni. Entrato in conflitto con Almagro, dopo la morte di questi (1538), venne infine anch’egli ucciso.

Vita e attività
Di umili natali, poco si sa della sua infanzia e gioventù: figlio naturale di Gonzalo Pizarro, che combatté in Italia agli ordini del Gran Capitano raggiungendo il grado di colonnello di fanteria, ebbe un’adolescenza triste e fu costretto a fare il guardiano di maiali. Fuggito a Siviglia, poté imbarcarsi e si recò giovane in America e da Santo Domingo prese parte a spedizioni nel Golfo di Darién (1508) e nel Mare del Sud (1513); al seguito di Pedrarias Dávila, si stabilì poi a Panama. Qui le notizie riportate da Pascual de Andagoya, reduce dalla spedizione (1522) sulle coste del Pacifico, intorno all’esistenza di un potente e ricchissimo regno del Birú o Pirú, lo indussero a tentarne la conquista, associandosi a tale scopo con D. de Almagro e con F. de Luque. Un primo tentativo ebbe luogo nel novembre 1524; P. partì da Panama con una prima nave, sbarcò sulla costa ecuadoriana a Puerto de la Hambre, sostenne scontri con gli Indios e ritornò quindi a Panama, dove si riunì con Almagro, che a sua volta aveva seguito lo stesso itinerario. Rinnovata nel marzo 1526 l’associazione coi due compagni e avuto, con promesse di parte del bottino, il consenso del governatore P. Dávila, P. diede inizio alla seconda spedizione. Toccata la foce del fiume San Juan, la Baia di San Mateo e il porto di Tacámez, P. sostò nell’Isola del Gallo, poi passò nell’Isola della Gorgona in attesa di rinforzi. Insieme con Almagro visitò poi l’Isola di Santa Clara e Túmbez nel Golfo di Guayaquil e raggiunse il porto di Santa, donde, raccolte ulteriori notizie sulle ricchezze degli Incas, ritornò a Panama (1527). Recatosi quindi in Spagna (1528), ottenne dal re le «capitolazioni» (1529) che regolavano la conquista delle nuove terre e lo nominavano capitano generale e governatore di queste (denominate ufficialmente Nuova Castiglia). Preparata una terza spedizione, nel genn. 1531 P. partì da Panama, sbarcò nella Baia di San Mateo e giunse a Túmbez, dove ebbe conferma della situazione caotica dell’impero incaico, diviso tra i partigiani di Huáscar e quelli di Atahualpa, e seppe della presenza di quest’ultimo nella vicina città di Cajamarca. Senza attendere l’arrivo di Almagro, P. raggiunse rapidamente la città, e con meno di 200 uomini s’impadronì a tradimento di Atahualpa (15 nov. 1532), malgrado i suoi 40.000 soldati. L’impero incaico cadde così in un giorno; Atahualpa restò qualche mese prigioniero, fece consegnare un enorme riscatto, ma non evitò la condanna a morte (ag. 1533). L’entrata di P. a Cuzco (15 nov. 1533) e il saccheggio della città furono seguiti dalla nomina a imperatore di Manco Cápac II e dal consolidamento della conquista: Almagro partì alla conquista del Cile, mentre P. fondò Lima (genn. 1535), Trujillo e altri minori stabilimenti di coloni in vari punti dell’impero. Gli Indios frattanto si sollevarono e assediarono Cuzco (1536); il ritorno di Almagro, che, pur liberando la città, catturò due fratellastri di P. (1537) e sostenne che la città era compresa nella sua giurisdizione, diede inizio alla guerra tra i due conquistadores. Almagro fu presto battuto in battaglia a Las Salinas dai seguaci di Pizarro e condannato a morte (1538). Tre anni dopo i partigiani di Almagro, raccoltisi intorno al figlio di questo, Diego detto el Mozo, penetrarono nel palazzo dell’adelantado a Lima e uccisero Pizarro a pugnalate.

(Enciclopedia Treccani)

 

DISCORSO SOPRA IL DISCOPRIMENTO E CONQUISTA DEL PERÙ

Ora che abbiamo finite le narrazioni che da noi si son potute aver del discoprimento e conquista della Nuova Spagna fatta per il signor Fernando Cortese, si comincierà a dire di quella parte di terra ferma sopra il mar del Sur chiamata il Perù, la quale al presente è discoperta intorno intorno con diverse navigazioni, e tien di larghezza mille leghe e di lunghezza 1200 e di circunferenza 4065. Dico, cominciando da quella parte di detta terra ferma che si ristringe tanto fra il mar del Nort e quello del Sur, che non vi è di spazio più che 60 leghe, cioè dalla città del Nome di Dio, ch’è verso levante, a quella del Panama, che è verso ponente, il qual Panama sta in gradi otto e mezzo di sopra dell’equinoziale: e se questo stretto di terra di 60 leghe fussi tagliato, tutto il Perù della grandezza che abbiamo detto sarebbe isola e corre da questi gradi otto e mezzo di sopra l’equinoziale fino a 52 sotto il polo antartico, dove è il stretto di Magalianes. Ora di questo gran pezzo del mondo di nuovo trovato vi sono stati varii discopritori, perché di quella parte che guarda verso levante nel mare del Nort si son vedute varie navigazioni nel libro del signor Pietro Martire, e della terra del Brasil per le navi de’ Portughesi, e della navigazion scritta per il signor Antonio Pigafetta; e avendosi letto il discoprir che fece Vasco Nunez di Balboa del mar del Sur, si proseguiranno le narrazioni del conquistare del detto paese del Perù, fatto d’alcuni capitani spagnuoli. E però dico, avendo Pedrarias d’Avila fondato la città del Panama, come s’è letto, si trovarono fra gli abitatori di detto luogo due cavalieri ricchissimi per l’imprese passate, che, desiderosi di non stare in ozio, s’accordarono di mandar a discoprire più oltre la terra che correva sopra il detto mar del Sur verso ponente: e questi furono Francesco Pizarro e Diego d’Almagro; e determinarono che un di lor andasse in Spagna a farsi dar la governazion della terra che scoprissero, che fusse commune fra loro; e andatovi il Pizarro, promettendo gran tesori alla Maestà cesarea, fu fatto capitano generale e governatore del Perù e della Nuova Castiglia, che così fu chiamato detto paese. Condusse di Spagna detto Francesco quattro suoi fratelli, cioè Ferrando, Gonzalo e Giovan Pizarro e Francesco Martin d’Alcantara, fratello di madre. Giunti questi Pizarri nel Panama con gran fausto e pompa, non furon ben veduti dall’Almagro, qual si vedea escluso dagli onori e titoli, essendo compagno dell’impresa: e furono in grandissima discordia; pur, intravenendo molti gentiluomini, e specialmente quelli venuti di Spagna nuovamente, s’accordorno insieme, promettendoli il Pizarro di procurargli un’altra governazione nella detta terra.

Or l’Almagro, acquietatosi, dette 700 pesi di oro, l’armi e vettovaglie che avea al Pizarro, qual andò a far l’impresa, come si vedrà nelle sotto scritte tre narrazioni. E veramente questi due capitani meriterebbono grandissime lodi di questa così gloriosa impresa, se alla fine per avarizia, accompagnata con l’ambizione, non si fossero ribellati contro alla Maestà cesarea, e tra loro non avessin fatto molte guerre civili con li Spagnuoli medesimi, le quali ebbero infelice e sfortunato esito. E tutti quelli che si trovarono alla morte del caciche Atabalipa, nominati nelle infrascritte relazioni, fecero cattivo fine, come si vedrà nel quarto volume di queste navigazioni. E accioché si sappin le condizioni di detti due cavalieri, dico che Diego d’Almagro era nativo della città d’Almagro in Spagna, il padre del qual non si seppe, ancor che lui procurasse d’intenderlo, poiché si vidde ricco. Non sapeva leggere, ma era valente, diligente e amico d’onore, e desideroso d’esser lodato, e sopra tutto liberalissimo. e per questa causa tutti i soldati l’amavano fuor di misura, perché dall’altro canto era molto aspro e di parole e di fatti. Donò più di centomila ducati del suo a quelli che furono con lui all’impresa de Chili: liberalità più tosto di prencipe che di soldato. Alla fine per ambizione di signoreggiare venne alle mani con Francesco Pizarro, qual lo fece prender da Hernando Pizarro suo fratello e, posto in prigione nel Cusco, lo fece strangolare, e poi in su la piazza gli fece tagliar la testa, nell’anno 1538. Mai ebbe moglie, ma di una Indiana nel Panama ebbe un figliuolo del suo nome medesimo: fecegli insegnare e ammaestrarlo con ogni diligenza, riuscì un valente cavaliero e più che alcuno altro nato d’Indiana, ma alla fine fu fatto morir per le mani di detti Pizarri.

Francesco Pizarro fu figliuolo naturale di Gonzalo Pizarro, capitano in Navarra. Nacque nella terra di Trugillo, e fu da sua madre posto sopra la porta d’una chiesa: pur, riconosciuto dal padre doppo alcuni giorni, lo pose a stare in villa alle sue possessioni. Non seppe leggere, e vedendosi in quel stato, essendo grande, sdegnatosi si partì e venne in Sibilia, e de lì nell’Indie. Stette in S. Domenico, e passò ad Uraba con Alfonso d’Hoieda e Vasco Nunez di Balboa, a discoprire il mar del Sur, e con Pedrarias d’Avila nel Panama. Costui possedette più oro e argento che alcun Spagnuolo over capitano che sia mai stato per il mondo; non era liberale né scarso, né si vantava di quel che donava, ma era sollecito molto del util del re; giocava largamente con ogni sorte d’uomini senza far differenza d’alcuno. Non vestiva riccamente, ancorché alcune fiate portassi una vesta foderata di martori, che Fernando Cortese li mandò a donare; si dilettava di portare le scarpe e il cappello di seta di color bianco, perché così portava il gran capitan Consalvo Ferrando. Fu uomo grosso, non seppe leggere, fu animoso, robusto e valente, ma negligente in guardare la sua vita, perché li fu detto e fatto intendere che Diego d’Almagro, al quale avea fatto morire il padre, come è detto, trattava di farlo ammazzare, ed egli non lo volse mai credere, finché i congiurati non gli furono adosso nella città de los Reyes e con le spade lo finirono: e fu del 1541, a’ 24 di zugno.

Gonzalo Pizarro, dapoi la morte di Diego d’Almagro e di Francesco suo fratello, si ribellò contra alla Maestà cesarea e si fece chiamar re del Cusco; e dapoi molti conflitti con capitani di Cesare, fu preso e fattogli tagliar la testa nella città de los Reyes del 1548. E non è fuor di proposito di considerare come tutti i capitani che furon al discoprimento del Perù e alla morte del cacique Atabalipa feciono mala fine: perché Giovan Pizarro, fratello di Francesco, fu morto dagli Indiani nel Cusco; e Francesco Pizarro e suoi fratelli feciono strangolare Diego d’Almagro; e Diego d’Almagro suo figliuolo fece ammazzare Francesco Pizarro; e il licenziado Vacca di Castro fece tagliar la testa al detto Diego; e Blasco Nunez Vela fece prigione Vacca di Castro, il qual non è ancor fuor di prigione di Spagna; Gonzalo Pizarro amazzò in battaglia Vasco Nunez; e Gasca giustiziò Gonzalo Pizarro, e mandò preso in Spagna l’auditore Cepeda, perché gli altri suoi compagni erano morti: di sorte che chi volesse andare dietro raccontando troveria più di 150 capitani, uomini con carico di governo e di giustizia e d’eserciti, esser periti, alcuni per mano d’Indiani, altri combattendo fra loro, ma il più di lor fatti appiccare. Gl’Indiani di quel paese, uomini vecchi e prudenti, e molti Spagnuoli dicono queste morti e guerre procedere dalla constellazione della terra e dalla ricchezza di quella; ma li più prudenti l’attribuiscono alla malizia e avarizia degli uomini, ancorché dicono che, dapoi che s’arricordano (ancora che abbino cento anni), mai mancò la guerra nel Perù, perché Guainaca, Opanguy suo padre, ebbero continuamente guerra co’ suoi vicini per signoreggiar soli quella terra, e Guaxcar e Atabalipa fratelli combatterono sopra il dominare quanto potettono, e Atabalipa ammazzò Guaxacar suo fratello maggiore, e Francesco Pizarro amazzò e privò del regno Atabalipa per traditore. E quanti procurarono la morte del detto fecero la sua fine infelice e dolorosa, come è sopra detto; e il reverendo fra Vicenzio Valverde, che fu alla presa del Cusco, come si leggerà, fu fatto vescovo del Cusco, e alla fine, fuggendo da Diego d’Almagro, fu fatto morir dagl’Indiani dell’isola della Puna. Hernando di Soto, partito dal Perù e andato nel paese della Florida, fu morto dagl’Indiani; e Hernando Pizarro, se ben non si trovò alla morte d’Atabalipa, pur fu mandato prigion in Spagna in la Mota di Medina del Campo, per causa della morte d’Almagro.

Sopra tutta questa regione del Perù sono state fondate diverse città, alle quali è stato posto i nomi di quelle città di Spagna, e a ciascuna assegnato il suo vescovo, come la città de los Reyes sopra il mar del Perù è fatto arcivescovado, e li suoi suffraganei sono il vescovo del Cusco, del Quito, Carcas e Tumbez, e ogni dì si va nobilitando. Tutta questa regione del Perù è divisa in tre parti, cioè pianura, montagna e andes. La pianura è molto calida e arenosa e s’estende lungo la marina, e cominciando da Tumbez non vi piove né tuona né vi vengono saette, e corre di costa 500 leghe o più, e di larghezza fino in dieci o dodeci, fin al piede della montagna; e gli uomini si servon, tanto per il bere quanto per lo irrigare i terreni lavorati e seminati, delli fiumi e fontane che descendon dalli sopradetti monti, quali non s’allontanano 15 o 20 leghe dal mare. La montagna è una schiena di monti altissimi che corre 700 o più leghe, su le quali vi piovono grandissime acque e vi nevica in gran copia, ed è molto fredda; e gli abitatori che stanno fra quel freddo e caldo sono per la maggior parte guerci o ciechi, ed è gran maraviglia che fra tanti uomini non ve se ne trova a pena due soli che non sieno ciechi o guerci. Queste son le più asprissime montagne che si trovino al mondo, e hanno principio nella Nuova Spagna e più oltra, ed entrano fra il Panama e il Nome di Dio, e s’estendon sino al stretto di Magalianes; da’ quali monti nascon grandissimi fiumi, che descendon nel mar del Sur e nel mar del Nort, com’è il fiume della Plata e del Maragnon. Andes son valle molto popolate e ricchissime d’oro e d’argento e d’animali, ma non s’ha di queste tanta notizia come della montagna e della pianura.

E questa narrazione con brevità abbiamo voluto discorrer per satisfazione de’ lettori, la qual più distintamente leggeranno nel 4to volume.

RELAZIONE D’UN CAPITANO SPAGNOLO DELLA CONQUISTA DEL PERÙ.

Capitolo 1

Come il signor Francesco Pizarro e il signor Hernando suo fratello, desiderosi di scoprir cose nuove nel mar del Sur, partitisi di Panama, dopo trovate molte terre e città, venuti in notizia d’Atabalipa cacique, il qual aveva distrutto il paese del Cusco suo fratello e minacciava i cristiani, mandorono contra lui Hernando di Soto capitano. E de’ costumi di quelli abitatori.

Sì come nelli precedenti libri s’è veduto chiaramente nella terra ferma dell’Indie occidentali, gradi sette sopra la linea dell’equinoziale, nelle provincie d’Esquegua e Uracca è la terra tanto stretta che da mar a mar non è più di diciotto in venti leghe, che a miglia quattro per lega sariano circa ottanta miglia, di modo che chi stesse in su la più alta sommità delle montagne d’Esquegua e guardasse verso tramontana vederebbe il mar che si chiama del Nort, e voltandosi all’opposito verso mezzodì vederebbe il mar del Sur. Nelle quali parti sono stati fatti abitar dal signor Pedrarias, capitano dell’imperatore, duoi porti molto commodi nella navigazione di quelli mari, cioè nel mar del Nort, qual vien verso Spagna, una città con un porto detto il Nome di Dio, e nell’altro mar del Sur Panama, città e porto antico degli Indiani, ma al presente pieno di cristiani con il suo vescovo. In questa città adunque trovandosi il valoroso cavaliero Francesco Pizarro capitano, con suo fratello il signor Hernando Pizarro, desiderosi di scoprir cose nuove in questo mare del Sur, cioè di mezzodì, fabricorono alcuni navilii, avendovi abbondanzia grandissima di legnami e altre cose necessarie a tale impresa, e pensorono d’andar tanto navigando che trovassero l’isole delle Molucche, dove nascono tutte le specierie. Ma la fortuna fu loro molto più favorevole di quel che pensorono, perché avanti trovorono tanti ori e argenti che dimenticorono d’andar a trovar dette Molucche, e fu il viaggio in questo modo, secondo che da persona prudente e pratica che vi fu presente brevemente è descritto.

Nel anno 1531 del mese di febraio noi imbarcammo nel porto di Panama, il quale è in terra ferma dell’Indie gradi sette sopra l’equinoziale, nel mar del Sur, cioè verso mezzodì, e fummo dugentocinquanta uomini a piè e ottanta a cavallo, sotto il capitano e valoroso cavalier Francesco Pizarro. E navigando per il detto mare quindeci giorni, dismontammo in una spiaggia che al presente si chiama San Matteo, e dismontati in terra andammo circa cento leghe, che a quattro miglia per lega sono quattrocento miglia, conquistando sempre molti luoghi abitati da Indiani, e arrivammo ad una terra chiamata Coaque, qual è sotto la linea equinoziale, dove trovammo qualche poco d’oro e qualche pietra di smeraldo. In questa terra s’ammalorno assai delli nostri. E quindi passammo ad una isola allora chiamata la Pugna, oggi Sant’Iago, due leghe lontana da terra ferma, di circuito di leghe quindeci, molto popolata e ben cultivata, e per questo abondantissima di vettovaglie: e il cacique dell’isola, volendoci far piacere, ci mandava delle vettovaglie, e avanti di quelli che le portavano erano persone che sonavano di diversi instrumenti; nella qual stemmo cinque o sei mesi, dove morirono otto o dieci de’ nostri. De lì con navili attraversammo e arrivammo in terra ferma alla città di Tumbez, dove stemmo tre mesi, e di quindi andammo ad una terra detta Tangarara, nella quale facemmo un ridotto per abitare, qual chiamammo San Michele; nel qual luogo cominciammo aver notizia d’un gran cacique over signor nominato Atabalipa, e d’un suo fratello chiamato Cusco, con il qual faceva guerra, e dalli capitani d’Atabalipa fu seguitato con grande esercito, tanto che fu fatto prigione. In questo tempo che costoro guerreggiavano, arrivò il signor Francesco Pizarro con sessanta cavalli e novanta fanti, perché gli altri restorono nel ridotto di San Michele. Quando Atabalipa intese che venivano li cristiani, mandò un capitano a spiar che gente eravamo. Questo capitano venne verso il nostro campo, e non gli bastò l’animo, con le genti che aveva, combatter con esso noi, ma subito ritornò indreto a dar risposta al suo signore, con dirgli che se gli desse più gente, che ritorneria a combattere. Il cacique gli rispose, secondo che dipoi ci fu detto, che più sicuramente prenderia li cristiani quando loro arrivassero dove lui era.

Intendendo il signor governator Francesco Pizarro che questo cacique andava acquistando quel paese con gran numero di gente, determinò d’andarlo a trovar con quella poca gente che avea, che eravamo in tutto 150, tra li quali erano circa sessanta a cavallo; e così andammo a trovar questo cacique, il quale minacciava di venire ad assaltarci, onde il governator volse andar a trovar lui. E giunti ad un luogo detto Piura, il governator trovò un capitano suo fratello, qual avea mandato avanti con quaranta tra fanti e cavalli, e da lui seppe come tutti quelli caciqui over signori lo minacciavano con Atabalipa. Qui s’informò il governatore dagli Indiani, dalli quali intese come questo cacique Atabalipa stava in una terra chiamata Caxamalca, dove l’aspettava con molta gente; e dimandando del cammino e come il paese era abitato, intese da quelli e da una Indiana che menavamo con esso noi che in quel cammino erano assai luoghi disabitati, e che v’era una montagna nel passar della quale, per esser molto alta, si sentiva gran freddo per cinque giornate, e che duoi giorni non troveremmo acqua. Nientedimeno il signor governator si partì con le sue genti molto allegro, ma sette delli suoi fanti se ne ritornorono al ridotto, avendo paura del cammino, per esser cattivo e con poca acqua: ma il gran desiderio del signor governator e della sua compagnia, che avevano da servir la cesarea Maestà, fece che non ricusorno a travaglio o a fatica che potessino avere. E andorono ad un luogo lontano da quello due leghe, dove quattro giorni avanti era arrivato il signor capitano Hernando Pizarro per pacificare quel cacique. Quando il governator arrivò a questo luogo, intese che tre giornate lontano da quel luogo era una terra detta Caxas, nella quale erano alloggiati molti Indiani, uomini da guerra, e avevano accumulati molti tributi, con li quali Atabalipa forniva il suo campo. Hernando Pizarro volse andarlo a trovare, ma il governator non gli volse dar licenzia e mandò Hernando di Soto, con molto sospetto per la poca gente che avevano, e gli dette cinquanta over sessanta uomini, con dirli che l’aspetteria in un luogo che si chiama Caran, e che lo venisse a trovare o gli mandasse alcun fra dieci giorni.

Il capitano Hernando di Soto si partì con la detta gente verso il detto luogo di Caxas, e arrivandogli appresso seppe che la gente di guerra era stata sopra una montagna aspettandoli, donde s’erano partiti. Arrivarono costoro al luogo, ch’era grande, e in alcune case molto alte trovarono gran quantità di maiz, ch’è uno grano come ceci bianco del quale fanno pane, e molte scarpe, e l’altre case erano piene di lana; e trovorono più di cinquanta donne, che non facevano altro che vesti, e similmente vino di maiz, cioè di quel grano, per gli uomini da guerra, del qual vino per le case non era poca quantità. Le vesti che facevano erano di tale finezza che noi pensavamo che fussino di seta, lavorate con figure d’oro tirato o battuto, benissimo commesso. Le donne vestono veste lunghe, talmente che le strascinano per terra; gli uomini portano certe camicie corte senza maniche e son brutti. Il mangiar loro è quasi di cose crude, eccetto il maiz, che cuocono. Sacrificano ogni mese le più care cose che abbino, e alcuna volta li proprii figliuoli, ad uno idolo, il volto del quale bagnano con il sangue, e ancora le porte delle moschee. Questa terra era molto destrutta per la guerra che gli avea fatto Atabalipa, e sopra gli arbori erano molti Indiani ascosi, li quali non se gli erano voluti dare: tutti questi popoli avanti erano sotto il Cusco, e quello tenevano per signore e pagavangli tributo. Il capitano allora mandò a chiamar il cacique di quel luogo, qual subito venne, dolendosi molto fortemente d’Atabalipa, che così gli aveva destrutta la terra e mortogli molta gente, che di dieci o dodecimila Indiani che aveva non gli eran rimasti più che tremila; e che nelli giorni passati era la gente da guerra in quel luogo e, come seppono che vi venivano li cristiani, per paura di quelli se n’erano partiti. Allora il signor capitano disse a tutti che stessero in buona pace con li cristiani e fussero vassalli dell’imperatore, e che non avessero paura d’Atabalipa. Il cacique ebbe molto piacere di tal cosa, e subito aperse una casa di quelle ch’erano serrate e poste in guardia per Atabalipa, e cavò di quella quattro o cinque donne e dettele al capitano, perché servissero alli cristiani in apparechiarli da mangiar per il cammino. Dell’oro dissero che non ne avevano, perché tutto l’aveva tolto Atabalipa; pur gli dette quattro o cinque tegole, che sono piastre tonde d’oro di minera.

Capitolo 2

Del presente mandato per Atabalipa a’ cristiani, e quello gli fu dato e risposto all’incontro. E come il governatore, passate certe montagne molto difficili, arrivò alla città chiamata Caxamalca, dove era il campo del detto cacique.

In questo mezzo venne un capitano d’Atabalipa. Il cacique ebbe gran paura e levossi in piede, non avendo ardimento di star a sedere avanti quello, ma il signor Hernando di Soto se lo fece sedere appresso. Questo capitan portava un presente alli cristiani da parte d’Atabalipa: il presente era due fontane di pietra fatte a modo di fortezza, per bere, e due some d’uccelli che parevano oche scorticate secche, delli quali in quel paese fanno gran conto, perché ne fanno polvere e con quella si profumano. Il capitan Hernando di Soto si partì di quel luogo, menò seco quel capitano d’Atabalipa e andò a trovare il governatore, qual ebbe molto piacer di veder quel capitano, e dettegli una camicia molto ricca e due coppe di vetro, le quali presentasse al suo signore, e gli dicesse che egli era suo amico e che averia piacer di vederlo, e che se aveva guerra con alcuno, che l’aiutarebbe. Partissi il capitano alla volta del suo signore, e dopo duoi giorni si partì il governatore per andarsi ad incontrar con Atabalipa. E trovò per il cammino destrutto quasi tutto il paese, e i caciqui fuggiti, che tutti erano ridotti con il suo signore; e andando per quel cammino, ch’era la maggior parte fatto con argini di terra da ogni banda e pien d’arbori che facevano ombra, di due in due leghe trovavano alloggiamenti con alcuni condotti d’acque per commodità delli viandanti. E arrivando appresso alla montagna, Hernando Pizarro e Hernando di Soto andarono avanti con alquanta gente, e passarono un fiume grande notando, perché avevano inteso che in un luogo avanti era molta ricchezza. Arrivati al luogo circa al far della notte, trovammo la maggior parte della gente ascosa, e mandammo a dirlo al governatore. L’altro giorno la mattina passò il fiume il governatore con tutta la gente. E avanti che arrivassimo al luogo pigliammo duoi Indiani, li quali, per saper nuova del cacique Atabalipa, il capitano ordinò che fussero legati a duoi pali, perché avessero paura, nel domandarli. Uno di quelli disse che non sapeva cosa alcuna d’Atabalipa, ma che l’altro pochi giorni avanti aveva lassato con Atabalipa il cacique di quel luogo. Dall’altro sapemmo che nel cammino che va alla provincia del Cusco erano gran terre e abbondanti, e che in una bellissima valle era una città chiamata Caxamalca, dove stava il gran cacique Atabalipa, figliuolo del gran Cusco vecchio, il quale era il maggior signore che si trovasse fra gli Indiani; e che quella Caxamalca era la maggior terra di quella provincia del Cusco, o vero Perù, e che Atabalipa con molta gente aspettava li cristiani in essa; e che molti Indiani guardavano duoi mali passi ch’erano in su la montagna, e che portavan per bandiera la camicia che il governatore aveva mandato al cacique Atabalipa, e che non sapeva altra cosa più di quello ch’aveva detto: né con fuoco né con altro tormento disse più di questo. I capitani dissero al governatore quello che dalli duoi Indiani avevano sentito; duo giorni dapoi partimmo da quel luogo.

Il governator lasciò quel buon cammino fatto con gli argini sopradetti e prese altro cammino, che non era tanto buono, e arrivando a piè della montagna fece la sua retroguarda, e lasciò con quella un capitan chiamato Salcedo, perché è uomo di buona guardia e ardito nella guerra, e lui si partì con altri capitani e gente più espedita, raccomandandosi a Dio. E incominciò a montar su per la montagna, ch’era molto alta, e nel montar trovò una forte terra murata, la qual passata, al far della notte arrivò ad un luogo una lega di là da quella fortezza, dove eran case fatte di calcina e pietre per alloggiar il signor di quella terra: e la retroguarda arrivò la sera alla fortezza. Il seguente giorno restava una montagna molto alta ch’era sopra quel luogo, e il cammino era per quella; partimmoci avanti al levar del sole, accioché gli Indiani non c’impedissero la strada, dove era un passo molto cattivo, al qual fu ordinato che fussero tutti li capitani con le sue genti. Dapoi che avemmo montato, ebbe il signor governator molto piacere, perché pensava che gl’Indiani l’avessino preso, come l’Indiano che tormentammo col fuoco ci aveva detto: e quivi aspettò il governator la retroguardia, accioché andassimo tutti uniti, parendoci aver montato il più alto della montagna fredda, e subito la retroguardia arrivò. In quella notte vennero duoi Indiani con dieci overo dodeci pecore, per comandamento d’Atabalipa, e quelle detteno al governatore, il qual li dette molte cose e li rimandò. In quella montagna dimorammo cinque giorni, dipoi partimmo alla volta del campo d’Atabalipa, e un giorno avanti che arrivassimo al campo, venne da sua parte un messo e portò un presente di molte pecore cotte e pan di maiz e vasi con vino detto chicha. E avendo il governator mandato un Indiano, il qual era cacique de’ luoghi dove eravamo alloggiati, grande amico delli cristiani, questo cacique andò fino al campo d’Atabalipa, le guardie del quale non lo lascioron passare, anzi lo domandorono donde veniva il messaggier de’ diavoli, ch’erano venuti per tanto cammino e non trovavano chi gli ammazzasse. Il cacique gli pregò che lo lasciassino andar a parlar con Atabalipa, perché quando alcun nunzio andava alli cristiani gli era fatto molto onore. Loro per questo non lo lasciarono andar avanti, e quella notte tornò a dormir dove il governator era arrivato con la sua gente, e fece avisato il governatore che nissuna cosa da mangiar che Atabalipa mandasse mangiassero: e così fu fatto, che tutta la vivanda che Atabalipa mandò fu data agli Indiani che portavano le bagaglie. Avanti l’ora di vespro arrivammo a vista della terra, che è molto grande, e trovammo molti pastori e beccari del campo d’Atabalipa, e vedemmo che sotto la terra circa una lega era una casa circondata d’arbori, intorno della qual da ogni banda era coperta d’alcuni panni bianchi come tende o padiglioni più che mezza lega. Quivi era il campo dove Atabalipa stava ad aspettare alla pianura, e così arrivammo alla terra.

Capitolo 3

Della città di Caxamalca e del palazzo d’Atabalipa; del vestire ed esercizii delle donne e degli uomini di quel luogo.

Questa terra Caxamalca è la principale di questo luogo, posta a piè d’una montagna, in una valle circundata da colline, ed è di circuito circa quattro miglia. Passangli appresso duoi bellissimi fiumi, sopra ciascuno de’ quali è un ponte, per il quale s’entra nella città per due porte; ma da una banda, avanti che s’entri nella terra, è un gran palazzo circundato da muri ad uso di tempio, nella corte del quale, ch’è grande, sono piantati varii arbori, li quali fanno ombra: e questo palazzo dicono esser la casa del sole, quale adorano, nella quale quando entrano si scalzano, e simile a questa se ne trovano quasi avanti a ciascuna terra grande. Ma dentro alla terra sono circa 2000 case distinte in strade diritte a filo, la lunghezza delle quali è circa passi 200, con muri di pietra forti e alte passa tre; dentro sono ben partite, con fonte d’acque, molte belle. In mezzo è una piazza maggior che alcuna di Spagna, tutta serrata intorno, avanti la quale è una fortezza di pietre, con una scala per la quale si va di piazza alla detta fortezza. Da una banda di questa piazza è il palazzo del signore Atabalipa, molto maggiore di tutti gli altri, con giardini e loggie grandissime, dove il signore stava tutto il giorno; le abitazioni tutte eran dipinte di diversi colori, e fra gli altri d’uno colore rosso che pareva cinabro. In una delle abitazioni over loggia erano due grandi fontane ornate di piastre d’oro, in una delle quali per uno cannone entra acqua calda, talmente che non vi si poteva tener la mano, nell’altra entra acqua freddissima. Escono queste acque della montagna vicina, ed entrano nel palazzo per cannoni, de’ quali escono e mescolansi insieme e si spargono per tutta la terra, e servono alli servizii necessarii per ciascuno. Gli abitatori sono gente assai netta e le donne molto oneste, le quali portano sopra lor veste certe cinture lavorate sottilmente, con le quali si fascian quasi tutto il corpo; sopra queste portano a modo d’un manto, il quale le cuopre dalla testa insino a mezza gamba; gli uomini vestono certe camiciette senza maniche. Gli esercizii loro sono tingere in casa lane e bambagia, per fare quel tanto di tele che gli fa di bisogno; fanno ancora calze di lana e altre, in tal modo che gli scusano scarpe.

E primieramente entrò il signor Hernando Pizarro con alquanta gente, e faceva tempesta molto grande. Nella terra era molto poca gente, che potevan esser da quattrocento in cinquecento Indiani, che guardavan le porte delle case del cacique Atabalipa, ch’erano piene di donne che facevano chicha, cioè vino, per il campo d’Atabalipa. Subito s’alloggiò il signor governator con le sue genti, con molto timor della quantità grande degl’Indiani che erano nella pianura. Ciascuno delli cristiani dicevano che fariano più che Orlando, perché non aspettavano altro soccorso se non quel di Dio.

Capitolo 4

Come il signor Hernando Pizarro e Hernando di Soto andorono a parlar al cacique Atabalipa, e in che modo trovarono ordinati gli squadroni e tutto il campo, e quello esercito esser da ottantamilla uomini.

Il signor Hernando Pizarro e Hernando di Soto domandarono licenzia al signor governator, che li lasciasse andar con cinque o sei a cavallo e con il turcimano a parlar con il cacique Atabalipa, e vedere come stava alloggiato il suo campo. Il governator li lasciò andare, benché contra sua voglia, e loro andorono al campo, che era una lega lontano. Tutto il campo dove il cacique stava da una parte e dall’altra era circundato da squadroni di gente, picchieri, alabardieri e arcieri, e un altro squadrone era d’Indiani con frombe, e alcuni con certe mazze di lunghezza d’un braccio e mezzo e grosse come una asta di giannetta, con una palla tonda in cima grossa un pugno, nella quale sono fitte cinque o sei punte di pietra dura grosse un deto: e queste adoprano a due mani. Li principali portano le mazze e alcuni accette d’oro e d’argento, altri portano lancette per tirare a modo di partigianette, quelli della retroguardia portano lancie lunghe circa palmi trenta, e in un delli bracci portano una manica ripiena di bambagia; e alcuni hanno in testa celate che gli cuoprono infino sopra gli occhi, fatte di canne tessute con molta bambagia, tal che di ferro non sarebber tanto forti. Li cristiani che andavano passorono per mezzo di loro, senza che alcuno facesse movimento, e arrivorno dove stava il cacique, e trovaronlo che sedeva alla porta del suo alloggiamento, con molte donne dietro: e niuno Indiano ardiva stargli a torno. E arrivò Hernando di Soto con il cavallo sopra di lui, e lui stette quieto senza far movimento alcuno: e gli arrivò tanto appresso che il cavallo con le nari gli sventolava un fiocco che lui teneva legato in su la fronte, di lana, tanto fino che pareva di seta chermisi, e mai si mosse. Il capitan Hernando di Soto si cavò uno anello di deto e glielo dette, in segno di pace e amore da parte delli cristiani, e lui lo prese con poca estimazione. E subito venne Hernando Pizarro, che era rimasto alquanto adietro, per metter tre over quattro cavalli in un luogo dove era un mal passo; e portava in groppa del cavallo un Indiano, che era il turcimano. E arrivò al cacique, con poca paura di lui e delle sue genti, e gli disse ch’alzasse il capo, qual teneva molto basso, e gli parlasse, poiché era suo amico e lo veniva a vedere, e pregollo che la mattina poi fusse a veder il governator, che desiderava molto di vederlo. Il cacique li disse con la testa bassa che andrebbe la mattina a vederlo. Disse il capitano, perché venivan stracchi del cammino, ch’ei comandasse che li fusse dato da bere. Il cacique chiamò due Indiane, qual portarono due gran coppe d’oro per dargli da bere: e quelli per contentarlo finsono di bere, ma non beverono, e si espedirono da lui. Hernando di Soto rimesse il cavallo molte fiate alla volta d’uno squadrone de’ picchieri, e loro si ritirorno un passo indrieto. Dapoi, partiti li cristiani, loro pagorono bene quelli che s’erano ritirati indrieto, che ad essi e sue mogliere e figliuoli comandò il cacique che fusse tagliata la testa, dicendoli che dovevano andar avanti e non tornar indrieto, e che a tutti quelli che ritornasseno indrieto comanderia fusse fatto il medesimo. Li capitani ritornorno al signor governatore, e li disseno quel che era seguito del cacique, e che li pareva che la gente ch’egli aveva potriano esser da quarantamila uomini da guerra: e questo dissono per dar animo alla gente, perché erano più di ottantamila, e dissono ancora quello che gli aveva detto il cacique.

Capitolo 5

Come Atabalipa mosse il suo campo contra il governatore, e in che modo fusse ordinato l’uno e l’altro campo, e come s’appiccò la battaglia, nella qual furono rotti e posti in fuga gl’Indiani e preso il signore.

Alloggiata quella notte la gente, non fu picciolo né grande, a piedi né a cavallo, che tutta quella notte non andassino con le sue arme facendo le guardie, e similmente il buon vecchio del governatore, qual andava facendo animo alla gente, che in quel giorno tutti fussero valenti. L’altro giorno da mattina non faceva altro che andare e venire messi al campo di Atabalipa, qual una volta diceva di voler venire con le armi, altra volta di venir senza quelle. Il governatore gli mandò a dir che venisse come volesse, che gli uomini parevano buoni con le sue armi. All’ora di mezzogiorno si cominciò a partire con il suo campo, con tanta gente che tutti i campi erano pieni; e tutti questi Indiani portavano una diadema grande di oro e d’argento, come una corona, in testa, e venivano tutti vestiti con gli suoi vestimenti. All’ora di vespro erano arrivati tutti alla città, alla porta della quale era fermo il cacique, e ivi stette aspettando le sue genti accioché tutti intrassero uniti; il quale, quando tutti furono arrivati, fatta la sua ordinanza, mosse con tutta la sua gente per andar avanti in questo modo. Avanti andavano quattrocento Indiani vestiti tutti ad una livrea, li quali niente altro facevano che nettare la strada, levando via tutte le pietre o paglia che trovavano per il cammino donde doveva passar il signor, portato in lettica; e sotto quelle veste a livrea portavano certe mazocchie secretamente, con giubboni forti, con frombe e pietre fatte a posta per quelle. Dopo questi venivan tre squadre vestiti ad un’altra livrea, li quali andavano cantando e ballando; questi seguitava altra gente armata e con diademe d’oro e d’argento in testa: fra questi era il gran cacique Atabalipa, vestito d’una veste di lana finissima, che pareva di chermisì, con oro tirato over battuto benissimo tessuto. La lettica sopra la quale era portato era molto alta e maravigliosa, perché era foderata di penne di pappagallo di diversi colori e ornata di pietre preciose tutte legate in oro e argento, portata da Indiani vestiti di penne di pappagallo di diversi colori; dietro alla quale venivan due altre ricchissime, nelle quali eran altri personaggi principali appresso il signore, benché avesse qualche sospetto lui e tutta la sua gente. Il signor governator li mandò subito un uomo, pregandolo che venisse dove lui stava, dandoli sicurtà che non riceverebbe alcun danno né dispiacere: per tanto che ben poteva venir senza paura, ancor che ‘l cacique non mostrasse averne.

Il governator avea alloggiate le sue genti in case molto grandi, che era lunga ciascuna di quelle più di dugento passi, e uniti in una di queste case stava il signor Hernando Pizarro con quatordeci o quindeci a cavallo, nell’altra stava il signor Hernando di Soto con altri quindeci o sedeci a cavallo, similmente stava Belcazar con altretanti, poco più o manco; nell’altra stava il signor governator con duoi o tre a cavallo e con venti o venticinque uomini a piedi; e tutta l’altra gente stava alla guardia delle porte d’una fortezza molto forte, che alcun non intrasse dentro, la qual era in mezo la piazza: e in quella Pietro di Candia, capitano per sua Maestà, con otto o nove schiopetti e quattro pezzi piccioli d’artiglieria che guardavan quella fortezza, qual tenevan per comandamento del governatore, il quale avea loro comandato che se fino a dieci indiani intrassero in quella, che gli lasciasse intrare, ma più no. Quando il cacique arrivò in su la piazza, disse: “Dove sono questi cristiani? Mi pare che siano tutti ascosi, che non ne appar alcuno”. In questo mezzo introrono sette o otto Indiani in quella fortezza, e un capitano con una picca molto lunga, con una bandiera, fece un segnal che venissero con le armi, percioché li picchieri che venivano adietro portavano le picche di quelli che andavano avanti, e così parevano senza armi, e pur venivano con quelle. Allora un frate dell’ordine di S. Domenico, con una croce in mano, volendoli dire alcuna cosa di Dio, gli andò a parlare e gli disse che li cristiani erano suoi amici, e che ‘l signor governator desiderava che lui venisse nel suo alloggiamento a vederlo. Il cacique gli rispose che ‘l non passaria più avanti, fintanto che li cristiani non gli rendessero tutto quello che gli avean tolto in tutta la terra, e che poi faria tanto quanto gli venisse in volontà. Lasciando il frate tal pratiche, con un libro qual portava in mano gli cominciò a dir le cose di Dio che li parevano a proposito, ma lui non le volse accettare, e domandandogli il libro, il padre glielo dette pensando che lo volesse baciare, e lui presolo lo buttò addosso le sue genti. L’Indiano che era turcimano, sendo presente quando gli diceva quelle cose, subito corse e prese il libro e dettelo al padre, il quale si ritornò subito indrieto gridando: “Saltate fuora, saltate fuora, cristiani, e venite a questi nemici cani, che non voglion accettar le cose di Dio, che m’ha gettato il cacique in terra il libro della nostra santa legge”. In questo il governatore fece sonar le trombe e dette segno al bombardiero che scaricasse l’artiglieria, il che fu fatto; e gli Spagnuoli a piedi e a cavallo uscirono con tanta furia addosso agli Indiani che quegli, udito lo spaventevole strepito dell’arteglieria e veduto l’impeto delli cavalli, si misono in fuga, e quelli che erano montati in su la fortezza non discesero donde eran montati, ma ne furon buttati a terra; e similmente uscì il governatore con quella gente a piedi che avea seco, e andò a drittura alla lettica nella quale era il signor Atabalipa. E molti di quelli a piedi che andavano avanti si ritirarono alquanto da lui, vedendo che con il signor governatore erano molti Indiani suoi nemici, per il che il signor governatore s’approssimò con le sue genti alla lettica, ancorché non lo lasciassero arrivare, perché molti Indiani, alli quali eran state tagliate le mani, con le spalle tenevano la lettica del signore: ma poco giovò il loro sforzo, perché tutti furono morti, insieme con altri signori li quali eran portati in lettica, e il signor fu preso per il governator, il quale, fatto cuore, con quelli pochi pedoni che aveva e con la gente a cavallo uscì alla campagna. E molti di loro si misero a seguitare gl’Indiani che andavano fuggendo, li quali eran tanti che per fuggir detteno in un muro di sei piedi di grossezza e più di quindeci di lunghezza e altezza d’un uomo, e quello rovinorno, sopra le quali ruine caddero molti da cavallo; e in spazio di due ore, che non era più giorno, tutta quella gente fu posta in rotta, e veramente non fu per le nostre forze, che eravamo pochi, ma solo per la grazia di Dio. Rimasero in quel giorno morti da sei over settemila Indiani, oltra molti che aveano tagliate le braccia e molte altre ferite; e in quella notte andò circuendo la gente a cavallo e a piedi la terra, perché si vedevan cinque overo seimila Indiani in una montagna che soprastava alla terra, delli quali avevamo qualche sospetto. E accioché li cristiani si tornassero in campo, comandò il governatore che si tirasse un colpo d’artiglieria, il qual tratto, subito ritornorno quelli che erano sparsi per il campo, dubitando che gl’Indiani non gli assaltassero e similmente gli uomini da piedi.

Capitolo 6

Come il signor governatore fece gran carezze al cacique Atabalipa, e la grandissima quantità d’oro e d’argento che esso cacique promise per suo riscatto; e come, essendo così prigione, intendendo che dalle sue genti era stato preso un suo fratello chiamato Cusco, al quale di già aveva tolto il regno, lo fece ammazzare.

Essendo passate quattro o cinque ore della notte, il governatore stava molto allegro per la vittoria che Dio gli aveva dato, e al contrario il cacique stava molto maninconioso. Al qual domandando il governatore la causa, e dicendogli che non doveva aver affanno di noi altri cristiani, che noi non eravamo nati nelle sue terre, ma molto lontani da quelle, e che per tutte le terre donde eramo venuti erano molto gran signori, li quali tutti ci avevamo fatti amici e vassalli dell’imperatore per pace o per guerra, e che lui non avesse paura per esser stato preso da noi, il cacique rispose mezzo ridendo che non stava pensoso per quello, ma perché ebbe pensiero di prender il governatore, la qual cosa gli era riuscita al contrario, e per tal causa stava con tanto dolore; ma che di grazia domandava al signor governatore che se ivi era alcun Indiano de’ suoi, che lo facesse venire, perché voleva parlar con lui. Subito comandò il signor governatore che fussero menati duoi Indiani principali di quelli che aveva presi nella battaglia, a’ quali il cacique gli domandò che quantità di gente era morta della sua; loro risposono che tutti li campi erano pieni di morti. Allora quello subito mandò a dire a tutta la gente che era rimasta che non fuggissero, anzi che lo venissero a trovare, poiché non era morto, e che era in mano delli cristiani, li quali gli pareva fussero buona gente: per tanto comandava loro che lo venissero a servire. Il governatore dimandò al turcimano quello che aveva detto il cacique, quale gli dichiarò il tutto. Il governatore allora, fatta una croce, la dette al cacique, dicendogli che ordinasse che tutta la sua gente, così unita come separata l’un dall’altro, ne portasse una in mano simile a quella, perché li cristiani a cavallo e a piedi usciriano la mattina seguente al campo e amazzariano tutti quelli che trovassero senza quel segnale.

Quella sera il signor governatore fece sedere alla sua tavola questo gran cacique Atabalipa con gran carezze, e volse che fusse servito dalle sue donne, che erano state prese, e comandò che gli fusse parato un ricco letto in quella camera dove dormiva lui, lasciandolo dislegato, ma con guardie. Era questo signore d’anni trenta in circa, ben disposto della persona, un poco grasso, con labra grosse e con occhi incarnati come di sangue, e parlava con molta gravità. Il padre fu chiamato Cusco, signor di quel paese, il quale era di circuito di circa trecento leghe, del quale cavava gran tributo. La patria e signoria sua non era questa provincia, ma una altra lontana molto di qui, chiamata Guito, della qual partendosi e arrivando in questo paese ci si volse fermare, per averlo trovato bello, abbondante e ricco, e pose nome ad una delle città principali Cusco, dalla quale fu poi così chiamata tutta la provincia. Fu temuto e ubbidito, e doppo la morte fu tenuto per iddio, e in molte terre gli furon fatte statue; ebbe cento figliuoli fra maschi e femine, fra’ quali fu Atabalipa e un altro chiamato parimente Cusco, lasciato dal padre erede della signoria, con il quale in questo tempo Atabalipa faceva guerra, e avevagli tolto tutto lo stato.

L’altro giorno da mattina uscirono tutti li cristiani al campo con molto ordine, e trovorono molti squadroni d’Indiani: il primo di tutti portava in mano una croce, per gran paura che avevano. E si ragunò assai oro, che era in alcuni padiglioni e sparso per li campi, e similmente molti panni: questo medesimo ragunorno li negri e Indiani da servizio, perché gli altri stavano in ordinanza guardando le sue persone. E accumulò cinquantamila pesi d’oro, che val ciascun peso un ducato largo e duoi carlini, e settemila marche d’argento, e molti smeraldi; di che il cacique mostrava esser contento, e disse al governatore che questi ori erano della sua credenziera per la sua tavola, che ben sapeva quel che andavano cercando. Il governator rispose che dalla gente di guerra non si cercava altro che oro, per sé e per il suo signor imperadore. Il cacique disse che lui gli daria tanto oro quanto staria in una stanza da parte che ivi era, fino un segno bianco che v’era, tanto alto che un uomo ben grande non v’arrivava ad un palmo appresso: ed era di 25 piè di lunghezza e quindeci di larghezza. Allora gli dimandò il governatore quanto argento gli daria. Il cacique rispose che condurria diecimila Indiani, che fariano un serraglio in mezzo della piazza, e che lo impieria tutto di vasi d’argento, cioè olle, pignatte, secchi e altri vasi: e questo li daria accioché lo rimettesse in sua libertà. Il governator gli promesse, ma con questo, che non facesse alcun tradimento a’ cristiani, e li dimandò in quanti giorni faria portar quell’oro che diceva; al quale rispose che in quaranta dì seguenti si porteria, e perché la quantità era molta, che manderia ad una provincia chiamata Chinca, e da quella faria portar l’argento che aveva comandato. In questo passò un spacio di venti giorni, che non venne oro, in capo delli quali portorono otto cantari fatti d’oro, che sono come pignatte grandi, con molti altri vasi e altre piastre.

Allora intendemmo come questo cacique aveva preso Cusco, suo fratello di padre, ma non di madre, qual era maggior signor di lui. E il medesimo Cusco, venendo condotto preso, seppe come li cristiani avevano preso suo fratello Atabalipa, e disse a quelli che lo menavano: “Se io vedessi li cristiani io saria signore, per questo ho gran desiderio di vedergli; e io so che mi vengono a cercare, e che Atabalipa ha lor promesso gran quantità d’oro che io avevo per dar loro, ma io gli daria quattro volte tanto e loro non mi ammazzeriano, come penso che costui farà”. Subito che Atabalipa intese quel che suo fratello Cusco aveva detto, ebbe gran paura che, sapendo questo, li cristiani non lo facessino subito morire e facessino signor suo fratello. Per questo comandò che subitamente fusse morto, e così fu fatto, che non li giovò il molto timor messo ad Atabalipa dal governatore, quando seppe che un suo capitano lo tenea prigione, con dirgli che non lo lasciasse ammazzare, ma che lo facesse venir al loro alloggiamento. Atabalipa si pensava esser signore perché aveva conquistato quel paese, e pochi giorni avanti, in una provincia che si chiama Gomacuco, aveva fatto morir assai gente e aveva preso un altro suo fratello, qual aveva giurato di bever con la testa del detto Atabalipa: ma, per il contrario, Atabalipa bevea con la sua, il che io viddi, e tutti quelli che si trovorno con il signor Hernando Pizarro. E viddi la testa con la pelle, la carne secca e li suoi capegli, e aveva li denti serrati, e tra quelli aveva una cannella d’argento, e in cima della testa teneva una coppa d’oro appiccata, con un buco che entrava nella testa: quando li veniva in memoria della guerra che suo fratello l’aveva fatta, mettevano gli schiavi la chicha in quella coppa, la qual usciva per la bocca e per la cannella, donde bevea Atabalipa.

Capitolo 7

Come il signor Hernando Pizarro, andando ad una moschea, qual si diceva esser molto ricca d’oro, trovò in diversi luoghi grandissima quantità d’oro, datogli per alcuni capitani d’Atabalipa per riscattarlo. E come spogliorono il tempio del Sole, coperto di lastre d’oro, e similmente molte case e pavimenti e muri, i quali erano coperti d’oro e d’argento.

In questi giorni fu portato certo oro, e di già il signor governatore aveva inteso come in quella terra era una moschea molto ricca, nella quale era molto più oro di quello che ‘l cacique gli aveva promesso, perché tutti li caciqui di quelli paesi adoravano in quella, e similmente il detto Cusco, li quali venivano ad intendere quello che avevano a fare, e molti dì dell’anno venivano ad un idolo che avevano fatto, e gli davano da bere in uno smeraldo concavo. Sapendo questa cosa il signor governatore e tutti gli altri cristiani che v’erano presenti, il signor Hernando Pizarro dimandò di grazia al governator suo fratello che li desse licenzia di poter andar a quella moschea, perché voleva veder quel falso iddio, o per dir meglio quel demonio, poiché aveva tanto oro. Il governator li dette licenzia, e menorono alcuni Spagnuoli con loro, con i quali il demonio poteva aiutarsi molto poco: e questo fu l’anno 1533. Il signor governatore e tutti quelli che restammo ci trovavamo ogni giorno in molto travaglio, perché il traditor d’Atabalipa faceva continuamente venir gente contra di noi, quali venivano, ma non bastava lor l’animo d’assaltarci.

Arrivò il signor Hernando Pizarro ad un luogo detto Guamacuco, e vi trovò oro che portavano per riscatto del cacique Atabalipa, che poteva esser da 100 mila castigliani d’oro, e scrisse al governatore che mandasse per quello oro, accioché venisse con buona guardia. Il governatore mandò tre uomini a cavallo che lo accompagnassero, a’ quali arrivati consegnò l’oro, e passò avanti al cammino della moschea, e coloro si tornorono al governatore. E nel cammino accadé che li compagni che portavano l’oro vennero insieme alle mani per alcuni pezzi d’oro, e uno tagliò un braccio all’altro: il che non averia voluto il governatore per tutto il detto oro.

Stando nella città di Caxamalca quaranta giorni il governator senza speranza d’aiuto, venne Diego d’Almagro con cento e cinquanta Spagnuoli in nostro soccorso, dal quale intendemmo che voleva far abitare un porto vecchio detto Cancebi, ma, come intese che noi avevamo trovato tanto oro, come fedel servitor dell’imperadore venne in nostro soccorso. Il cacique Atabalipa in questo tempo disse al governatore che l’oro non poteva venir così presto, perché, stando lui prigione, gli Indiani non lo ubbidivano, e che mandasse tre cristiani al paese Cusco, che questi portariano molto oro e disforniriano certe case che di lame d’oro erano coperte, ne portariano ancora molto che si trovava in Xauxa, e che potevano andare sicuri, perché tutto il paese era suo. Il governatore vi mandò uomini, raccomandandogli a Dio, li quali cristiani menorono assai Indiani che li portavano in hamacas, quale è a modo d’una lettica, ed erano molto ben serviti. E arrivorono al luogo detto Xauxa, dove stava un grande uomo, capitano di Atabalipa, qual era quello che prese il Cusco, e aveva tutto l’oro in suo potere, e dette alli cristiani trenta cariche d’oro, delle quali ciascuna pesava libre cento. E loro ne fecero poco conto e, mostrando che avevano poca paura di lui, gli dissero che era poco, e lui ordinò che li fussino date altre cinque cariche d’oro, il qual oro mandorono dove stava il signor governator, per un suo negro che avevano menato seco. E li detti volsero andar avanti e arrivarono alla città del Cusco, dove trovarono un capitano d’Atabalipa che si chiamava Quizquiz, che vuol dir in quella lingua barbiero. Costui fece poca stima delli cristiani, ancora che si maravigliasse non poco di loro, e per questo fu uno delli nostri che volse approssimarsi a lui e dargli delle ferite, pure non lo fece per la molta gente che teneva. Allora il capitano disse loro che non gli dimandassero molto oro, e che se non volevano restituir il cacique per quel tanto che gli dava, che lui l’andarebbe a tuor di sua mano: e subito gli inviò ad uno tempio del Sole, che loro adorano. Questo tempio era volto a levante, coperto di piastre d’oro. Li cristiani andorono al detto tempio e senza aiuto d’alcuno Indiano, perché loro non gli volevano aiutare, essendo quello tempio del Sole, dicendo che moririano, li cristiani determinarono con alcuni picchetti di rame disfornir quel tempio, e così lo spogliarono, secondo che poi di bocca loro ci dissono. E oltra questo furono ragunate ancora molte olle o pignatte d’oro, con le quali usano cucinare in quel luogo, e portate alli cristiani per riscatto del suo signore Atabalipa.

In tutte le case dove abitorono dicono che vi era tanto oro che era maraviglia. Entrorono in una casa dove fanno li loro sacrificii, dove trovarono una sedia d’oro: questa sedia era tanto grande che pesava 19 mila pesi, nella quale potevano seder duoi uomini. In un’altra casa molto grande, nella quale giaceva morto il Cusco vecchio, il pavimento della quale e li muri eran coperti di piastre d’oro e d’argento, trovarono molti cantari over giarre di terra coperte di lame d’oro che pesavano molto, e non gli volsono rompere per non far dispiacere agli Indiani; nella qual casa erano molte donne, ed eranvi duoi Indiani morti, a modo d’imbalsamati, appresso delli quali stava una donna con una maschera d’oro sul viso, facendogli vento con uno ventaglio per la polvere e per le mosche, e li detti Indiani morti avevano in mano un baston molto ricco d’oro. La donna non volse che intrassero dentro se non si discalzavano, e discalzandosi andarono a veder quelli corpi secchi, e levarono loro datorno molti pezzi d’oro; né del tutto gli spogliorono, perché il cacique Atabalipa gli aveva pregati che non gli spogliassero del tutto, dicendo che quel era suo padre, il Cusco vecchio: e per questo non ne volsero tuor più. E così caricorono il suo oro, e il capitan che v’era li dette tutte le cose necessarie per condurlo via. Li cristiani trovorono in quel luogo tanto argento che dissono al governatore che v’era una casa grande quasi piena di cantari e tinacci grandi e vasi e molte altre pezze, e che molto più n’avrian portato, ma temevano di non dimorar troppo, perché erano soli e più di dugento e cinquanta leghe lontani dagli altri cristiani; ma dissero che avevano serrato la casa e le porte di quella, e messovi un sigillo per la Maestà dell’imperatore e per il governatore Francesco Pizarro, e ordinatovi guardie d’Indiani. E fatto un signore in quel luogo, come gli era stato comandato, presono il suo cammino con le pezze dell’oro bellissime che portavano, tra le quali era una fontana grande d’oro fatta di molti pezzi, la qual pesava più di dodecimila pesi. Questa e molte altre cose portarono.

Capitolo 8

Di certi ponti sopra i fiumi, e come le ferrature, per averne mancamento, furono fatte d’oro e d’argento. Della città di Pachalchami e sua moschea, e le cose in quella ritrovate. Della città di Xauxa e d’un luogo grandissimo. Come Chulicuchima capitano col signor Hernando portarono l’oro del riscatto d’Atabalipa, e con quanta riverenzia vadino gl’Indiani al suo signore.

Lascio di parlare di costoro, che venivano per il suo cammino, e dirò del signor Hernando Pizarro, il quale andava alla volta della moschea. Nel qual viaggio, che fu di molte giornate, trovarono molti fiumi, sopra ciascuno delli quali sempre trovorono duoi ponti fatti vicini l’uno all’altro, in questo modo: avean fatto nel mezzo del fiume una pila, la quale appariva molto sopra l’acqua, per sostegno del mezzo del ponte, perché da una parte e dall’altra del fiume erano appiccate corde fatte di stroppe di salcio, grosse come un ginocchio, le quali alle rive eran legate a grossi sassi, discosto l’una dall’altra la larghezza d’un carro; a queste per traverso eran legate corde forti e ben tessute di cotone, e, perché il ponte stesse forte, appiccavano dalla parte di sotto a queste corde sassi molto grandi. Uno di questi ponti serviva alla gente comune e stava sempre aperto, l’altro alli signori e capitani, e questo stava sempre serrato, e fu aperto quando passò il signor Hernando Pizarro. E arrivò con molto travaglio, perché pensorono non condur mai alcuni cavalli, per mancamento di ferrature per il mal cammino, perché passorono per molte montagne, la strada delle quali era fatta a mano come una scala; ma il signor Hernando comandò agli Indiani che facessino ferrature d’oro e d’argento, e così li chiodi, e in questo modo condussero li suoi cavalli al luogo dove era la moschea, ad una città la quale è maggior di Roma, detta Pachalchami. Nella qual moschea è una camera molto brutta e sporca, dove è un idolo fatto di legno molto brutto, il qual dicono essere lo Dio loro, e che questo fa nascere tutto quello di che vivono, alli piedi del qual tengono offerte alcune gioie, massime smeraldi legati in oro; e hannolo in tanta venerazione che vogliono che sol quelli lo vadino a servire che da quello (come dicono) son chiamati, e dicono che nessuno è degno di toccarlo con mano, né ancora li muri della casa sua. Non è da dubitar che il diavolo non entri in quel idolo e parli con quelli suoi ministri, e dichi loro quel che hanno a dir per il paese. Vengono a questo idolo con grandissima divozione gl’Indiani di lontano trecento leghe, e gli offeriscono oro e argento e gioie, e subito che arrivano presentano il dono al portinaro, e lui entra dentro e parla con l’idolo e porta fuora la risposta. Avanti che alcuno ministro vadi a servirlo, bisogna che ‘l sia puro e casto, e che digiuni e non tocchi donna. Tutto il paese di Catamez che è lì intorno è devotissimo di questa moschea, e per questo vi portano ogni anno tributo, e l’idolo fa loro intendere che lui è loro Iddio, e che tutte le cose del mondo sono nelle man sue, e che niente adviene agli uomini che non sia di sua volontà: per il che gli Indiani della moschea e della città di Pachalchami erano in grandissima paura, perché il capitano Hernando Pizarro con gli Spagnuoli senza alcun rispetto erano entrati a vederlo, e per questo dubitavano gli Indiani che, dapoi usciti gli Spagnoli, l’idolo non gli distruggesse.

Di questa moschea cavorono molto poco oro, perché l’avevano tutto ascoso, e trovorono una cava molto grande donde avevano tratto l’oro, e li luoghi dove stavano li cantari che gli aveano levati, di sorte che mai poterono trovare dove l’oro fusse. In un’altra casa viddero un poco d’oro ad una Indiana che guardava la casa, che l’aveva gettato in terra; trovorono similmente certi morti che erano in detta moschea; tal che non poterono averne più di trentamila pesi, e da un cacique di Chicha ne ebbero tanto che arrivorono alla somma di quarantamila pesi. E stando quivi gli mandò Chilicuchima, che era il capitano che prese il Cusco, messi, e fecegli intendere che avea molto oro per portar per riscatto del suo signore Atabalipa, e che si partirebbe da quel luogo di Xauxa, quale è una città molto grande fondata in una bella valle, e ha l’aere molto temperato, e che s’accompagneria con il signor Hernando Pizarro, e che insieme anderiano a veder il governatore. Hernando Pizarro si partì, pensando che fusse la verità quel che gl’Indiani dicevano, ma, essendo andato quattro o cinque giornate, seppe che non veniva il capitano, e deliberò con la gente che aveva andarsene al luogo del capitano, che era con gran gente, e così fece, e trovatolo gli disse che venisse a veder il signor governatore e il suo cacique Atabalipa. Lui rispose che non voleva partirsi di quel luogo, essendogli stato così comandato dal suo signore. Allora Hernando Pizarro gli disse che, se non voleva venire, lo menerebbe per forza, e mise in ordine quella poca gente che avea, perché era in una piazza grande e pensava, ancora che fussero molti, di vendicarsi di loro, perché quelli che erano con lui erano valenti uomini. Il capitan indiano, quando vidde quella gente messa in ordine, deliberò andar con lui. Il quale partito, avanti che arrivasse dove stava il signor governator in Caxamalca con il cacique Atabalipa, sei leghe lontano, trovò un lago d’acqua dolce, che era di circuito circa dieci leghe, con le rive tutte piene d’arbori verdissimi e tutto abitato intorno da casali d’Indiani, quali sono pastori, con pecore di diverse sorti, cioè alcune picciole come le nostre e altre tanto grandi che l’adoperano in portare le cose che gli fa di bisogno, per somieri. In questo lago sono uccelli di diverse sorti e similmente pesci, dal quale nasce un fiume bellissimo, il qual si passa con un ponte fabricato nel modo detto di sopra, dove stanno certi Indiani a torre un certo tributo da tutti quelli che passano. Giunti a Caxamalca, dove era il governatore e Atabalipa, il capitano Chilicuchima, avanti che entrasse nella stanza dove sedeva il cacique Atabalipa suo signore, prese da un Indiano di quelli che lui menava seco una carica mezzana e se la messe sopra le spalle, e il medesimo fecero tutti gli altri principali che lo seguitavano; ed entrati dentro, subito come lo vidde alzò tutte due le mani verso il sole, ringraziandolo che gli avesse fatto veder il signore suo, e subito piangendo si buttò in terra e con molta riverenzia pian piano s’accostò a lui e gli baciò le mani e i piedi, e il simile fecero gli altri Indiani principali. Atabalipa allora mostrò grandissima maestà e, ancora che sapesse che non aveva uomo in tutto il suo paese che lo amasse più di Chilicuchima, non lo volse però guardare nella faccia, ma stette con una gravità mirabile, né fece alcun atto o dimostrazione, non altrimenti che se gli fusse venuto avanti il più vil Indiano suo suddito. Questo atto di caricarsi le spalle quando vanno a veder gli suoi signori dimostra una gran riverenzia che gli hanno.

Capitolo 9

Come Chilicuchima, doppo molte minaccie, confessò dove fusse l’oro del Cusco vecchio. Della provincia chiamata Guito. Come Atabalipa aveva deputato molte case per fondere l’oro e l’argento; come si cavi l’oro delle minere del piano e in alcune montagne.

Questo cacique Atabalipa non ebbe grata la venuta del suo capitano, ma, essendo molto astuto, finse d’averne avuto piacere. Il governatore gli dimandò dell’oro del Cusco, perché quel capitano era quello che l’aveva preso: quello rispose, sì come Atabalipa l’aveva avisato, che non avevano altro oro, e che quello che avevano tutto l’avevano portato. Tutto quel che diceva era falso, e tirandolo da parte Hernando di Soto lo minacciò che, se non diceva la verità l’abbrucciarebbono; lui gli rispose quel che prima aveva detto, donde subito ficcorono un palo, al qual lo legorono, e portorono molte legne e paglia, dicendo pure che se non dicesse la verità l’abbrucciarebbono. Chilicuchima fece chiamar il suo signore, il qual venne con il governatore, e parlò con lui, e finalmente gli disse che voleva dire la verità alli cristiani, perché non dicendola l’abbrucciarebbono. Atabalipa gli disse che non dicesse cosa alcuna, perché essi tutto quello facevano per farli paura, che non avriano ardimento d’abbrucciarlo: e così gli dimandorono un’altra volta dell’oro, e lui non lo volse dire. Ma, subito che gli misero un poco di fuoco intorno, disse che menassero via quel cacique suo signore, perché lui gli faceva cenno che non dicesse la verità: e così lo menorono via, e subito disse che per comandamento del cacique Atabalipa lui era venuto tre o quattro volte con molta gente per assaltare li cristiani, il qual dipoi ordinava loro che tornassero indietro, per paura che, conoscendo i cristiani li suoi tradimenti, non l’ammazzassero. Similmente gli dimandorono un’altra volta dove era l’oro del Cusco vecchio. Lui gli disse che nel medesimo luogo del Cusco era un capitano chiamato Quizquiz, e che questo capitano aveva tutto l’oro, perché niuno ardisce accostarsi a lui, che, ancora che sia morto, fanno il suo comandamento così integramente come se ‘l fusse vivo, e così gli danno da bere e spandono tutto quel vino che gli vogliono dar a bere lì intorno, dove il corpo del Cusco vecchio è posto; e similmente disse quel capitano indiano che in quella terra più a basso, dove il cacique Atabalipa suo signor aveva alloggiato il suo esercito, era un padiglione molto grande, nel quale il cacique aveva molti cantari over ghiare grandi e altre diverse pezze d’oro di molte sorti. Questo e molte altre cose disse quel capitano indiano alli cristiani che quivi erano, le quali io non sapria dire, per non essermi trovato presente. Poiché costui ebbe così detto, subito lo menorono alla casa del signor Hernando Pizarro, e gli facevano una diligente guardia, perché così era necessario, imperoché più ubbidiva la maggior parte della gente al comandamento di questo capitano che al medesimo Atabalipa suo signore, perché era molto valent’uomo in guerra e aveva fatto molto male in quella provincia: ed era il detto capitano molto sdegnato contra Atabalipa suo signore, dicendo che per sua causa l’avevano mal trattato. Il cacique non gli mandava da mangiare né altra cosa alcuna, per causa del molto sdegno che contra lui teneva per quel che aveva detto, ma il signor capitano che l’aveva in casa gli dava ben da mangiare, e lo faceva servire e davagli quanto gli faceva di bisogno; e ancor che fusse così mezzo abbrucciato, molti di quelli Indiani l’andavano a servire, perché erano suoi famigliari. E questo capitano era nativo d’una provincia chiamata Guito, della qual il medesimo Atabalipa era signore.

Questo paese è molto piano e ricco, gli uomini sono molto valenti: con queste genti conquistò Atabalipa la terra del Cusco, della qual gente uscì il Cusco vecchio, quando cominciò a signoreggiare tutta quella provincia. In su questo ragionamento il cacique Atabalipa disse che aveva molte case deputate a fonder l’oro e l’argento, e che l’oro delle minere del piano era minuto, perché le mine del paese del monte erano di quelle bande del Cusco, ed erano più ricche, perché cavano di quelle l’oro in maggiori grani, e non bisognava lavarlo, ma lo ricoglievano nel fiume lavato; e come in alcune montagne cavano l’argento con poca fatica, e che un uomo ne cava in un giorno cinque o sei marche. Cavasi mescolato con piombo, stagno e zolfo, e poi si fa ben netto; e per cavarlo gli uomini appiccano fuoco grandissimo nelli monti, e subito che il zolfo è acceso l’argento scorre in pezzi.

Capitolo 10

La grandissima quantità d’oro portata al signor governatore, e il presente per lui mandato alla cesarea Maestà, e come fu diviso detto oro e quanto toccasse a ciascuno. Del tradimento ch’aveva ordinato Atabalipa e della morte di quello, e come fu fatto signor di quella terra il figliuol maggiore del Cusco vecchio, con gran sodisfazione e giubilo di tutta la città.

Lascio di parlare più oltre di questo. Dirò delli cristiani che vennero dal Cusco, li quali entrorono in campo del governatore con più di cento e novanta Indiani carichi d’oro, e ne portorono venti cantari e altre pezze grandi, che v’era tal pezzo che con fatica dodeci Indiani lo portavano, e similmente portorono altri pezzi che cavorono delle case. Dello argento ne portorono poco, perché così comandò loro il signor governatore, che non portassero argento ma oro, perché il cacique si doleva che non trovava Indiani che portassero l’oro, del quale alli giorni passati era stato portato non poca quantità. Aveva il signor governatore mandato duoi uomini al padiglione che il capitano indiano gli aveva detto, quali tornorono similmente con assai oro, del quale in una casa grande avevano in molti luoghi trovati monti grandi di diversi caratteri e pezzi minuti. Il governatore fece fondere tutto il minuto, tra ‘l quale furono alcuni grani grandi come castagne e altri maggiori, e alcuni di peso di libra e altri di maggior peso: e di questo fo fede, perché io ero guardiano della casa dell’oro e lo viddi fondere; ed eravi più di 90 tegole come piastre d’oro di minera, che alcune erano di buoni caratti: molte se ne fonderono, e furono fatte verghe, e altre si spartirono tra la gente. In questa casa erano più di 200 cantari d’argento grandi che aveva fatti portare il cacique, ancor che il governatore non l’avesse ordinato, ma v’erano molte pignatte e cantari piccioli e altri pezzi molto belli: e parmi che l’argento che io viddi pesare fusse cinquantamila marche, poco più o manco. Era oltra questo in questa casa ottanta cantari d’oro tra grandi e piccoli, e altri pezzi molto grandi; eravi ancora un monte più alto d’un uomo di quelle piastre, che erano tutte fine, di molto buon oro; ben che, per dire il vero, in questa casa in tutte le stanze erano monti grandi d’oro e d’argento.

Messe insieme il signor governatore tutto quell’oro e fecelo pesare, presenti gli officiali di sua Maestà; il che fatto, furono elette persone che facessino le parti per la compagnia. E mandò il governatore un presente alla Maestà cesarea, che fu di centomila pesi, poco più o manco, in certe pezze che furono quindeci cantari e quattro pignatte, che tenevano duoi secchi d’acqua per ciascuna, e altre pezze minute che erano molto ricche: ed è la verità che, dapoi partito il signor capitano, fu portato molto più oro di quello era restato, che fu partito. Il signor governatore fece le parti, e toccò a ciascuno fante a piè quattromila e ottocento pesi d’oro, che sono ducati 7208, e agli uomini a cavallo il doppio, senza altri vantaggi che gli furono fatti. Dette il signore governatore alla gente che venne con Diego d’Almagro dell’oro della compagnia, avanti che fussero fatte le parti, venticinquemila pesi, perché n’aveva di bisogno; e a quelli cristiani che erano restati in quel luogo dove aveva fondato il ridotto di San Michele dette duamila pesi d’oro, accioché lo partissero, che ne toccò dugento pesi a ciascuno. E dette a tutti quelli che erano venuti con il capitano molto oro, di sorte che ad alcuni mercatanti dette due o tre coppe grandi d’oro, accioché ciascuno n’avesse parte, e a molti di quelli che l’avevano guadagnato dette manco di quello che lor meritavano: e questo dico perché a me così fu fatto. Subito ne furono molti, tra li quali fui io, che domandarono licenzia al signor governatore per venirsene in Castiglia, alcuni per dar relazione alla Maestà dell’imperadore del paese, altri per veder suo padre e sua mogliera: e fu dato licenzia a venticinque compagni, quali si partirono.

In questi dì, come seppe il cacique che volevano portar via l’oro del paese, comandò molte genti per molte parti, alcuni che venissero contra li cristiani che andavano ad imbarcarsi, e altri per venir contra il campo del governatore, per veder se poteva esser liberato: e questa era una gran moltitudine di gente, però la maggior parte veniva per forza o per tema che avevano. Come il signor governator fu di tal cosa informato, parlò al cacique adirato, dicendogli che li portamenti suoi erano molto tristi, poiché senza causa faceva venir gente contra di noi. Pochi giorni avanti erano venuti al nostro campo duoi Indiani figliuoli del Cusco vecchio, fratelli di Atabalipa da canto di padre e non di madre: questi vennero molto ascosamente, per timor di suo fratello. Quando il governatore seppe che erano figliuoli del Cusco vecchio, fece loro molto onore, perché nell’aspetto mostravano esser figliuoli di gran signore. Dormivano costoro appresso il governatore, perché non avevano ardimento di dormir in altra parte, per timor di Atabalipa. Un di questi era natural signore di quella terra, la quale gli rimaneva doppo la morte di suo fratello. In questi medesimi giorni vennero nuove che la gente di guerra era molto propinqua, e per tal causa noi stavamo molto vigilanti: e una notte vennero alcuni Indiani fuggendo d’un luogo che era lì vicino, dicendo che gli Indiani venivano per far guerra e che avevano rovinati loro li maizali, che sono campi dove nasce il grano del maiz, e che venivano per assaltare il campo de’ cristiani, e che per questo loro venivano fuggendo. Come questo seppe, il signor governatore fece consiglio con li suoi capitani e con gli officiali di sua Maestà, e determinorono di far morir subito Atabalipa, il qual lo meritava. Menoronlo adunque al far della notte nella strada e legoronlo ad un palo, e per comandamento del signor governatore lo volsero abbrucciar vivo; ma volse Iddio convertirlo perché disse che voleva esser cristiano, e per questo lo fecero strangolare in quella notte, la qual con molte altre era passata che le nostre genti non avevan dormito, per timor degli Indiani e di questo cacique. Il governator providde che fusse fatto la guardia al detto cacique morto, e il giorno seguente da mattina il sepelirono in una chiesa che avevano quivi, dove molte femine indiane si volevano sepelir vive con lui.

Venti giorni avanti che morisse Atabalipa, non si sapendo cosa alcuna dell’esercito che aspettavano, ed essendo Atabalipa una sera molto allegro e parlando con alcuni Spagnuoli, apparse in aere verso la città del Cusco a modo d’una cometa di fuoco, la quale stette gran parte della notte, e come Atabalipa l’ebbe veduta disse: “Presto morirà un gran signore di quel paese”. E questo fu lui. Della morte di questo cacique s’allegrò tutto quel paese, e non potevan creder che fusse morto; subito che la nuova andò alla gente di guerra, immediate ciascuno tornò a casa sua perché erano venuti per forza. Il signor governator fece far signor di quella terra il figliuolo maggiore del Cusco vecchio, con condizione che restassino, lui e tutta la sua gente, per vassalli dell’imperadore: e così loro promisero di fare. Subito che il figliuol del Cusco vecchio fu fatto signore, le genti del paese alzorno le mani al sole, ringraziandolo che gli avea dato il suo signor naturale; e fu messo in possessione dello stato, e messongli un fiocco molto ricco legato con una cordella intorno alla testa, il quale gli veniva tanto su la fronte che gli copriva quasi gli occhi: e questa è la corona che porta quel che è signor del paese del Cusco, e così portava Atabalipa. Il che poiché fu fatto, venne gran moltitudine di gente per servirci, e questo per comandamento di questo signor nuovo. Similmente s’allegrò della morte d’Atabalipa il capitan Chilicuchima, dicendo che per causa sua era stato mezzo abbrucciato, e che daria tutto l’oro di quella terra, che n’avevan gran quantità, e molto più di quello che Atabalipa aveva dato, perché quello che avevan fatto signore era natural signore di quella terra: e in quel giorno menorono quattro cariche d’oro e certe coppe grandi.

Alcuni giorni avanti che Atabalipa morisse, aveva ordinato che fussero portati una statua d’un pastor con le pecore d’oro e altri pezzi molto ricchi: e questo tutto veniva per conto della gente nostra di campo; ma il signor governatore fu consigliato che non facesse portar allora quell’oro, accioché quelli che si partivano e tornavano in Castiglia non n’avessero la lor parte. Il che inteso dal cacique, come io e molti altri udimmo dire, disse al signor governatore che non facesse ritornar quell’oro indietro, perché n’aspettava ancora molte maggior pezze, le quali dovevan portar più di dugento Indiani. Alle quali parole d’Atabalipa rispose il governatore che erano per andar in quel paese, e che tutto lo raccoglierebbeno: e tutto questo faceva accioché non s’avesse a partire con quelli che andavano in Castiglia. Io dico che viddi restar una gran casa piena di vasi d’oro e altri pezzi, dapoi che fu fatta la sopradetta divisione, li quali vasi si doveano partire fra noi che tornavamo in Castiglia, essendoci trovati nella battaglia, con tante fatiche con quante di sopra è stato narrato. E più dico che io viddi pesare e restar lì del quinto di sua Maestà, senza quello che portò il signor Hernando Pizarro, più di cento e ottantamila pesi.

Capitolo 11

Del paese chiamato Collao, dov’è un gran fiume dal qual si cava oro, e come si raccolga, in una isola del qual fiume si dice trovarsi una casa grande fabricata tutta d’oro. E come il signor governatore mandò all’imperadore la parte dell’oro e argento aspettante a sua Maestà, quali furono discaricati in Sibilia con grande admirazione di tutta la città.

Questo non voglio restar di dire, che disse il cacique Atabalipa che era un paese detto Collao, dove è un fiume molto grande, nel quale è una isola dove sono certe case, tra le quali n’era una molto grande tutta coperta d’oro, fatto in modo di paglia, della quale alcuni Indiani venuti da quell’isola ne portarono una brancata; li travi e tutto il resto ch’era in casa, tutta era coperta di piastre d’oro, e che v’era il pavimento fatto con grani d’oro, così come lo trovavano nelle minere. E questo udi’ dire al cacique e alli suoi Indiani, che erano di quella terra venuti a vederlo, presente il signor governatore. Disse di più il cacique che l’oro che si cava di quel fiume non lo ricogliono con bateas, che sono a modo d’uno bacil da barbiere con li manichi, dove lavano l’oro nell’acqua; anzi fanno in questo modo, che mettono la terra cavata della minera in un luogo a modo d’una fossa appresso l’acqua, e con una ruota cavano l’acqua del fiume e la fanno andar in quella fossa, e così lavano la terra: la qual lavata levano via l’acqua e ricogliono i grani dell’oro, che sono molti e grandi. E questo io l’ho udito dire molte volte, perché tutti quelli Indiani della terra di Collao, li quali io domandavo, dicevano così esser la verità.

Il governator Francesco Pizarro dette a noi che venivamo in Castiglia tutto l’oro e l’argento che era della parte della Maestà dell’imperadore. E dalla provincia del Cusco over del Perù, donde partimmo per andare ad imbarcarci alla marina, camminammo dugento leghe per terra, dove arrivati montammo in nave e navigammo per il mare del Sur fino al porto della città di Panama in quindeci giorni, dove dismontati fummo accettati con grandissima allegrezza e ammirazione di tutti, per la gran quantità dell’oro che viddero. Il signor governatore Pedrarias ci providde di tutte le cose necessarie per portar detto oro e argento quelle ottanta miglia per terra fino alla città del Nome di Dio, che è sopra l’altro mar del Nort, che vien in Spagna, come nel principio di questo libro è detto. Giunti che fummo alla città del Nome di Dio e imbarcati, venimmo all’isola Spagnuola e arrivammo alla città di San Domenico, che è nella parte dell’isola che guarda verso mezzodì: e questo viaggio facemmo in otto giorni. Dove, tolti li rinfrescamenti necessarii per venir alla volta di Spagna, voltammo le prore verso levante, tenendole sempre tra greco e levante, e navigammo da cinquantadui giorni, e facemmo 1350 leghe fino alli liti di Spagna, dove è San Luca di Barameda in sul fiume di Guadachibir, secondo la ragione che facevano li pilotti nostri, ancorché io penso che fussero molte più: e avemmo buonissimo tempo, e arrivammo alla città di Sibilia, dove tutte le navi sogliono discaricare le robbe che portano dall’Indie. In questo viaggio dall’isola Spagnuola non toccammo se non l’isole delle Canarie, ancorché alcuni tocchino l’isole degli Azori, e come fummo allontanati da terra cinquecento in seicento miglia, trovammo il mar basso, né dubitammo più di fortuna, perché i venti non fanno fortuna se non appresso terra, cioè appresso l’isola Spagnuola over appresso i liti di Spagna, dove il mar è profondissimo; e navigammo gran parte con l’instrumento del quadrante, con il sole, finché, appressandoci al nostro abitabile, cominciammo a reggerci con la tramontana. Questa navigazione è molto sicura, per infiniti pilotti che sono pratichi di quella. Arrivammo in Sibilia alli quindeci giorni di gennaio 1534, dove furono discaricati tutti gli ori e argenti, con grandissima ammirazione di tutta la città e d’infiniti mercatanti fiorentini, genovesi e veniziani, li quali tutti corsono a veder tal cosa: e dipoi, avendone scritto per il mondo, io non ne dirò altro, salvo che tutti noi con la parte delli nostri ori partimmo e andammo a casa nostra, dove fummo ricevuti con quella allegrezza che ognun si può pensare.

 

Il viaggio di Annone, un esploratore cartaginese

Annóne il Navigatore

Navigatore cartaginese, forse della seconda metà del 5º sec. a. C. noto per il periplo intorno alle coste occidentali dell’Africa.
Fu autore di un famosissimo periplo intorno a parte delle coste occidentali dell’Africa. La sua identificazione con qualcuno dei tanti Cartaginesi che portarono quel nome non è molto sicura: considerando tuttavia che Plinio (Nat. Hist., II, 169) dice che il viaggio di lui avvenne Carthaginis potentia florente e nello stesso tempo del viaggio d’Imilcone nell’Atlantico settentrionale, e che esistettero un Annone e un Imilcone fratelli, figli di Amilcare morto ad Imera, e che anzi essi furono ai loro tempi, insieme col fratello Gisgone e tre loro cugini, a capo (secondo Giustino, XIX, 2,1) della cosa pubblica in Cartagine, sembra abbastanza probabile l’ipotesi che precisamente quell’Annone fosse il grande navigatore. Tanto più che il periplo d’Annone è sconosciuto ad Erodoto, mentre appare noto a Promato di Samo (citato da Aristotele), ad Eforo, ecc.

Partì adunque da Cartagine con una flotta di sessanta navi a cinquanta remi e trentamila fra uomini e donne (numero probabilmente assai esagerato) per navigare al di là delle colonne d’Ercole e fondare colonie nei paesi che avrebbe esplorato. La prima di queste colonie fu Timiaterio (attuale Mehdia alla foce del Sebu). Di là il viaggio proseguì sino al promontorio Soloente (Capo Ghir o Capo Cantin?), dove si costruì un tempietto a Posidone; da capo Soloente in mezza giornata di viaggio i navigatori giunsero ad uno stagno vicino al mare, pieno d’elefanti e d’altre belve. Un giorno di navigazione più oltre si fondarono presso il mare Carico Tico, Gitte, Acra, Melitta ed Arambi, tutte a nord del fiume Lisso (Draa). Di qui si spinsero poi i Cartaginesi sino all’isola di Cerne (Herne o Arguin?) dove stabilirono l’ultima colonia: distava Cerne dalle colonne d’Ercole quanto le colonne da Cartagine. Dopo Cerne il viaggio divenne di sola esplorazione. Pel fiume Crete o Cremete (Senegal?) si giunse ad un gran lago, con tre isole maggiori di Cerne e colle rive più lontane dominate da alti monti, popolati da uomini vestiti di pelli ferine che lanciando sassi impedirono ai Cartaginesi l’approdo. Oltre Cerne, in direzione di mezzodì, approdarono i Cartaginesi dopo dodici giorni ad una regione di grandi e selvosi monti (Capo Bianco o Capo Verde o Sierra Leone?), donde in altri sette giomi di navigazione arrivarono a un vasto seno, detto Corno d’Espero (oltre Capo Palmas, Golfo di Guinea?), in cui era una grande isola con un lago marino, contenente a sua volta un’altra isola, nella quale non si trovavano che selve, da cui, però, la notte si levavano in mezzo a splendore di fuochi alti suoni di timpani e schiamazzi di voci. Partiti di là, i naviganti costeggiarono una terra infiammata, donde torrenti di fuoco si riversavano in mare, e procedendo poi altri quattro giorni vedevano un’altra terra pure infiammata con in mezzo un fiammeggiante picco che sembrava toccare il cielo: questo picco aveva nome Carro degli Dei (M. Camerun? ancora oggi esso è vulcanico). Di là in tre giorni di navigazione arrivarono al Corno di Noto (Gabon?) dove in una isola conformata come la precedente trovarono uomini selvaggi: nessuno d’essi poterono prendere, bensì tre loro donne, che gl’interpreti chiamarono Gorille; le uccisero e scuoiarono, portandone le pelli a Cartagine. Il viaggio non proseguì oltre per mancanza di viveri.

La relazione di quel viaggio fu da Annone scritta naturalmente in punico; probabilmente sul principio del sec. IV a. C. venne tradotta in greco. Il testo greco ci giunse nel famoso codice paradossografico 398 di Heidelberg e venne pubblicato per la prima volta l’anno 1533 a Basilea.
La migliore edizione è ancora quella di C. Müller, in Geographi Graeci Minores, I, Parigi 1853, pp. XVIII-XXXIII e 1-14; veggasi pure in Fischer, De Hannonis Carthag. periplo, Lipsia 1893.
Bibl.: Un buon articolo riassuntivo è quello del Daebritz, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl. der classischen Altertumswiss., VII, coll. 2360-63; cfr. anche G. De Sanctis, Storia dei Romani, III, i, Torino 1916, p. 32, n. 86; O. Meltzer e U. Kahrstedt, Geschischte der Karthager, I, Berlino 1879, pp. 229 segg.
(Enciclopedia Treccani)

 

 

 

LA NAVIGAZIONE DI ANNONE, CAPITANO DE’ CARTAGINESI, NELLE PARTI DELL’AFRICA FUORI DELLE COLONNE D’ERCOLE, LA QUALE SCRITTA IN LINGUA PUNICA EGLI DEDICÒ NEL TEMPIO DI SATURNO, E DAPOI FU TRADOTTA IN LINGUA GRECA E ORA NELLA TOSCANA.

I Cartaginesi deliberarono che Annon dovesse navigar fuori delle colonne di Ercole ed edificar delle città libifinice. Egli navigò con sessanta navilii penticontori, cioè fusse de cinquanta remi, conducendo seco gran moltitudine di uomini e di donne al numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro apparecchio.

Giunti alle colonne le passammo, e avendo navigato di fuori per due giornate, edificammo la prima città, nominandola Thymiaterio, intorno della quale era una grandissima pianura. Dipoi volgendoci verso ponente, giugnemmo ad un promontorio dell’Africa detto Soloente, tutto pieno di boschi, ed avendo quivi edificato un tempio a Nettunno, di nuovo navigammo meza giornata verso levante, finché arrivammo ad una palude che giace non molto lontana dal mare, ripiena di lunghe e grosse canne: ed eranvi dentro elefanti, e molta copia d’altri animali, che andavano pascendo. Poi che avemmo trapassata la detta palude quanto saria il navigar d’una giornata, edificammo alcune città nella marina, per proprio nome chiamandole Muro Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arambe. Ed essendoci partiti di là, venimmo al gran fiume Lixo, che discende dall’Africa, appresso il quale stavano a pascere i loro animali alcuni uomini pastori detti Lixiti, co’ quali dimorammo insino a tanto che si dimesticarono con esso noi. Nella parte al loro di sopra abitavano i Negri, che non vogliono commercio con alcuno: e il lor paese è molto salvatico e pieno di fiere, ed è circondato da monti altissimi, dai quali dicono discendere il fiume Lixo, e intorno a’ monti abitarvi uomini di varie forme, che hanno i loro alberghi nelle grotte e nel correr sono più veloci dei cavalli, secondo che dicevano i Lixiti. Dai quali avendo noi tolti alcuni interpreti, navigammo presso di una costa deserta verso mezzogiorno per due giornate, e di là poi di nuovo volgemmo una giornata verso levante, dove nell’intima parte del colfo trovammo una isola piccola, che di circoito era cinque stadii, la qual facemmo abitare nominandola Cerne. E per lo spazio della navigazione fatta giudicavamo che l’isola fusse a diritto di Cartagine, percioché ne pareva simile la navigazione da Cartagine insino alle colonne e dalle colonne insino a Cerne. Dalla quale partendoci e navigando per un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude, che aveva tre isole maggiori di Cerne; dalle quali avendo navigato per ispazio d’un giorno, arrivammo nell’ultima parte della palude, di sopra la quale si vedevano montagne altissime che le soprastavano, dove erano uomini salvatichi vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandosi dismontare in terra. Dipoi, navigando via di là, venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di cocodrilli e di cavalli marini; di qui volgendoci di nuovo a drieto, ritornammo a Cerne.

Navigammo poi di là per dodici giornate verso mezogiorno, non ci allontanando troppo dalla costa, la qual tutta era abitata dai Negri, che senza punto aspettarci da noi si fuggivano, e parlavano di maniera che neanche i Lixiti che erano con esso noi gl’intendevano. L’ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti pieni di grandissimi arbori, i legni dei quali erano odoriferi e di varii colori. Avendo noi adunque navigato due giorni presso di questi monti, ci trovammo in una profondissima voragine di mare, da un lato del quale verso terra vi era una pianura, dove la notte vedemmo fuochi accesi d’ogn’intorno, distante l’uno dall’altro alcuni più alcuni meno.

Quivi avendo fatto acqua, navigammo presso di terra più avanti cinque giornate, tanto che giugnemmo in un gran colfo, il quale gl’interpreti ci dissero che si chiamava il corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell’isola una palude che pareva un mare, e in questa vi era un’altra isola: nella quale essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi, ma di notte molti fuochi accesi, e udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e di timpani, e oltra di ciò infiniti gridi. Di che noi avemmo grandissimo spavento, e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonar l’isola; onde velocissimamente navigando passammo presso di una costa di odori, dalla quale alcuni rivi infocati sboccavano in mare, e nella terra per l’ardente caldezza non si poteva camminare. Per la qual cosa spaventati subitamente facemmo vela, e in alto mare trascorsi a lungo per ispazio di quattro giornate, vedevamo di notte la terra piena di fiamme e nel mezo un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, il qual pareva che toccasse le stelle: ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo, chiamato Teonochema, cioè Carro degli Dei.

Ma avendo poi per tre giornate navigato presso dei rivi infocati, giugnemmo in un colfo che si chiama Notuceras, cioè corno di Ostro, nella intima parte del quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude, e in essa vi era un’altra isola piena di uomini salvatichi, e le femmine erano assai più, le quali avevano i corpi tutti pelosi e da gl’interpreti nostri erano chiamate gorgone. Noi, avendo perseguitato degli uomini, non ne potemmo prender niuno, percioché tutti fuggiron via in alcuni precipizii e con le pietre facevano difesa; ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali, mordendo e graffiando quei che le menavano, non gli volevano seguitare: onde essi avendole ammazzate, le scorticammo e le pelli portammo a Cartagine, percioché, essendoci mancate le vettovaglie, non navigammo più innanzi.

[Discorso sopra la navigazione]

DISCORSO SOPRA LA NAVIGAZIONE DI ANNONE CARTAGINESE, FATTO PER UN PILOTTO PORTOGHESE.

Questa navigazione di Annon cartaginese è una delle più antiche delle quali si abbia notizia, e fu molto celebrata dalli scrittori così greci come latini, e Pompeio Mella e Plinio ne fanno menzione nelli lor libri. Né si trova scrittor più antico che narri così particularmente della costa dell’Africa verso ponente, della qual Pomponio scrivendo dice queste parole: “Fu già dubbio se oltra l’Africa si ritrovasse mare, overo se quella parte del mondo si estendesse in infinito infruttuosa e sterile, benché Annone cartaginese, mandato dalla sua republica a scoprire e a considerare tutta la costa dell’Africa, essendo uscito dallo stretto di Gibralterra e avendo navigato grandissima parte di quella, ritornando a Cartagine dica che non vi era mancato mare da navigar, ma vettovaglie da mantener le ciurme”.

Similmente Plinio, parlando dell’Africa e del monte Atlante, segue in questo modo: “Il monte Atlante, posto nel mezzo dell’arene, s’inalza fino al cielo, ed è aspro e squalido da quella parte che guarda verso il mare, da lui cognominato Atlantico; ma verso l’Africa è tutto vestito di arbori, ombroso e lieto, e bagnato da molte belle e fresche fontane, nascendovi sempre ogni sorte di frutti senza fatica o coltura degli uomini, e in tanta abbondanza che da ogni tempo gli abitatori ponno saziare li loro delicati appetiti. Fra il giorno niuno degli abitatori si vede, e vi è tanto silenzio che per quella orrenda solitudine, nel cuore di quelli che vi approssimano, nasce un certo religioso timore, oltra che sono spaventati vedendo quello elevato sopra le nuvole e vicino al cielo della luna, e di notte lampeggiare di molte e varie fiamme, e per la lascivia e morbidezza de’ satiri e degli egipani risuona di piffari, di fistole e organetti, con cembali e tamburi. Vengono affermate le sopradette cose da celebratissimi auttori, e oltra quello che si legge che Ercole e Perseo fecero sopra quel monte, dicono che a penetrarvi vi è uno spazio grandissimo e incerto. Si truovano ancora nelli memoriali di Annone, capitano de’ Cartaginesi nel tempo che la sua republica fioriva, come dal senato suo li fu commesso che con l’armata andasse a scoprire e ben considerare tutta la costa di fuori dell’Africa. E molti greci e latini scrittori, seguendo lui, dissero molte cose fabulose e incredibili, affermando molte città esser state edificate per comandamento e industria del detto Annone, delle quali né memoria né pur alcun vestigio ne rimane”.

Ancora il detto Plinio, scrivendo dell’isole Gorgone, dice: “Venne a queste isole Annone, capitano de’ Cartaginesi, e scrisse che le femmine hanno i corpi del tutto pilosi, e che gli uomini scamparono per la velocità del correre. E per miracolo e perpetua memoria ch’egli fusse stato nelle dette isole, portò due pelli di gorgone e lasciolle nel tempio di Giunone, le quali durarono insino al tempo della rovina di Cartagine. Oltra di queste sono due altre isole dette Esperide. E tanto sono tutte queste cose incerte, che Stazio Seboso scrisse che dalle isole delle Gorgone, navigando oltra il monte Atlante, sono giornate quaranta fino alle Esperide, e dalle Esperide fino al corno di Espero una giornata. L’isole ancora della Mauritania sono incognite, eccetto alcune poste all’incontro delli popoli Autololi, scoperte da Iuba re di quel paese, nelli quali cominciò a cavar la porpora getulica”.

In questa navigazione di Annone ancor che vi siano molte cose che alla prima vista pareno a chi le legge fabulose, nondimeno chi trascorre li libri degli istorici greci comprende ch’egli determinatamente le volse scriver a questo modo. Né è parte del mondo della quale appresso detti scrittori vi siano più vecchie memorie che di questa costa d’Etiopia, posta sopra il mare Oceano verso ponente appresso il monte Atlante, li Negri abitatori della quale dicono che per la felicità dell’aere e per la loro umanità, pietà e amorevolezza verso i forestieri, furono degni di tanta laude sopra tutte l’altre genti, e che l’origine dei Dei vien detta esser processa da loro. E Omero chiama l’Oceano padre degli Dei, e quando introduce Giove che vogli andar a recrearsi, dice che ‘l va a trovare l’Oceano e alli conviti delli boni e religiosi Negri.

Narrano ancora in questa parte de l’Etiopia esser state fatte molte imprese e guerre, e che vi era una nazion di femmine che signoreggiavan, dette gorgone, quali abitavano in una isola, la quale per esser verso ponente si chiamava Espera. E che questa isola era nella palude detta Tritonide, appresso il mare Oceano e vicina ad un monte altissimo di tutta quella costa, detto Atlante; e che Perseo figliuolo di Giove vi andò con esercito e, combattendo con quelle, uccise la loro regina, detta Medusa; e che similmente dapoi Ercole vi fu ad espugnarle, e le rovinò del tutto. E per esser questa cosa tanto famosa e illustre per così gran capitani di guerre, Annone, dapoi fabricate le città a sé commesse, la volse scorrere e menar seco quegli uomini Lixiti, i quali sapeva che avean pratica di quella costa, e in molti luoghi seppeno dir li nomi dei colfi, dei monti e di quelle femmine.

Polibio similmente, gravissimo filosofo e istorico, che avea letta questa navigazione e le cose scritte di questa costa, desiderò ancora esso di vederla, percioché, trovandosi maestro di Scipione, lo volse accompagnar alla espugnazion di Cartagine, dove si fece dar alcuni legni con li quali, uscito fuori del stretto di Gibralterra, scorse tutta la detta costa fino all’equinoziale, per quanto si può comprendere dalli detti di Plinio e di Strabone: e ne scrisse particularmente, ma questi suoi libri sono del tutto perduti. Ptolemeo, che fu molto tempo dapoi Pomponio Mella e Plinio, la volse descriver ne’ libri della sua “Geografia”, mettendovi li gradi, conoscendo in quella molte cose esser verissime. Al qual auttore non è da imputar che, parlando dell’Africa, non iscrivesse che ‘l mar la circondi, avendo quel gentiluomo romano di Marco Varrone detto in verso: “Clauditur Oceano, libyco mare, flumine Nilo”; conciosiacosaché, essendo stato affermato per alcuni scrittori greci che un certo Eudoxo, al tempo delli re Ptolemei di Alessandria, aver voluto navigarvi intorno, questa tal navigazione era stata tenuta per favola e cosa vana. E Strabone, scrittor celebratissimo, si affatica con tutto il suo ingegno nel suo libro secondo di confutarla e dimostrar che non abbia potuto essere: il qual fu nel tempo di Augusto e di Tiberio, quando fiorivano le lettere in Italia e in Grecia. E questa fu la cagione che Ptolemeo, che fu 143 anni dopo Cristo, non ebbe ardir di affermar ch’ella si potesse navigar intorno, ma pose luoghi deserti e pieni di arena, tutti abbruciati dal sole.

Nondimeno ai tempi presenti si conosce apertamente quanta poca cognizione aveano gli antichi come stessero le parti del mondo, e vedendosi in questa navigazion di Annone molte parti degne di considerazione, ho giudicato dover esser di sommo piacere agli studiosi se ne scriverò di alcune poche, che altre volte io notai in certi miei memoriali, avendole udite ragionare da un gentil pilotto portoghese di Villa di Condi, il cui nome per convenienti rispetti si tace. Con costui adunque, il quale era venuto in Venezia con una nave carica di zuccari dell’isola di San Tomé, il conte Rimondo della Torre, gentiluomo veronese, che similmente si trovava in Venezia a piacere, ebbe grandissima famigliarità e amicizia, conoscendolo persona perita non solamente dell’arte del mare, ma ancora, per le lettere e per il molto legger di diversi auttori, pieno di molta cognizione, e sopra tutto delle tavole di Ptolemeo, le quali gli avea molto familiari. E tutto il tempo ch’egli stette in Venezia, di continuo lo volse aver in casa sua, percioché si dilettava d’intendere queste nuove navigazioni, quanto altro uomo che sia stato a’ tempi nostri. E questo pilotto, avendo fatti molti viaggi all’isola di San Tomé, qual è sotto la linea dell’equinoziale, non avea lassato porto, fiume o monte della costa dell’Africa verso ponente, che non l’avesse voluta vedere e descrivere con tutte l’altezze e lunghezze e numero di leghe: e aveane sopra certe sue carte fatta memoria, di sorte che ne parlava molto particularmente e sensatamente. Ora, avendo il conte Rimondo letto il viaggio sopradetto, questo pilotto ne prendeva sommo piacere, e si stupiva come, essendo già duomila anni stato scoperto tanto avanti questa costa, niun principe poi l’abbia voluta far navigare e riconoscere, se non da cento anni in qua, al tempo del signor infante don Henric di Portogallo. E gli pareva ben gran cosa come questo capitano Annone avesse avuto tanto ardire di passar tanto avanti, il quale (per il conto ch’esso faceva secondo le tavole di Ptolemeo, che descrive il corno del Noto over Ostro) era arrivato quasi un grado appresso l’equinoziale, non avendo né bossolo né carta da navigare, cose trovate lungo tempo dapoi.

Ma si vede che questo capitano fu molto prudente, percioché, desiderando di sodisfar alli comandamenti de’ Cartaginesi e poi di scoprir securamente quanto più li fosse possibile di questa costa, volse navigar con legni piccoli, cioè fuste di cinquanta remi, per poter andare sempre appresso terra, sapendo esservi infiniti fiumi, paludi e luochi bassi, e non volendo allargarsi in mare, poter facilmente adoperar quelle ora con remi ora con le vele. E appresso queste 60 fuste è necessario che gli avesse degli altri legni, per condur le vettovaglie e tanto numero di gente, come in tutte l’armate presenti tutto il giorno è consueto di fare. E navigato ch’ebbe tre giorni e mezzo, li parse edificar le città libifenici, chiamate così conciosiaché i Cartaginesi anticamente aveano avuto origine di Fenicia, qual è una provincia alle marine della Soria, dove è Barutti, Saeto e il Suro, dette dagli antichi Berytus, Sidon, Tyros. E ora, volendo che dette città edificate in Libia si cognoscessero esser sue colonie, le chiamarono libifenici.

E diceva il detto pilotto che non ci dovevamo maravigliare se, scorrendo questa costa dell’Africa gran parte verso mezzogiorno, questo capitano dica alcune fiate navigar verso ponente o ver verso levante, conciosiacosach’in questa costa vi siano molti colfi e promontorii, dove è necessario di parlar in questo modo, e l’arte della marinarezza non si sapeva a quelli tempi nella perfezione ch’ella si sa al presente. Ora scrivendo Annone che, partito dalle colonne di Ercole, ch’è lo stretto di Gibralterra, avea navigato lungo la costa duo giorni e quivi edificato Thymiaterio, detto pilotto diceva a suo iudicio questo luogo poter esser dove al presente è la città di Azamor, gradi 32 e mezzo sopra l’equinoziale, intorno la quale è una bellissima e grandissima pianura, la quale scorre fin in Marocco. Dapoi del detto luogo, navigando verso ponente, vanno al promontorio Soloente, che potria esser il Capo di Cantin, il qual corre verso garbin e quarta di ponente gradi 32. Si voltano dapoi verso levante, il che è che, voltandosi il Capo di Cantin, la costa se incolfa grandemente maestro e sirocco e quarta di levante, e in quel colfo trovano quella gran palude, percioché ve ne sono di grandissime, per cagione d’infiniti fiumi; la qual passata, edificarono quelle città per esequir l’ordine del senato cartaginese e liberarsi da quella moltitudine di gente. Le quali città non può pensare che fossero altrove se non dove sono alcuni luoghi del regno di Marocco, come Azzaffi, Goz, Aman, Mogador, Tefethna. Poi passano il Capo di Ger e trovano il gran fiume Lixo, ove dicono gli scrittori greci e latini che Anteo, qual combatté con Ercole, avea il suo palazzo, e ivi erano li giardini delle Esperide. Ma essendo infinita varietà fra detti scrittori ove sia ditto fiume, el prefato pilotto diceva volersi accostar all’opinion di Ptolomeo, che lo mette gradi 29 sopra l’equinoziale, e però pensava quello poter esser il fiume che da la regione per donde il passa è chiamato Sus, e va in mare a Messa, ed e in gradi 29 e mezzo. E qui sopra il mare si vede cominciar il monte Atlante minore, qual scorre per levante da un capo all’altro la Barberia, dividendola con diversi brazzi in molte provincie: e fino qui si pensa che penetrassero i Romani, né più oltra passassero per esservi grandissime solitudini e deserti. Ove veramente sia l’Atlante maggiore, qual Ptolemeo mette in gradi ventitre, e Plinio dice esser in mezzo delle arene così alto, questo non si poter congetturar al presente.

Dapoi par che detto capitano scorresse Capo de Non e Capo del Boiador, e giongesse a Capo Bianco gradi ventiuno, ch’è tutta spiaggia deserta e arenosa, e quivi, voltato a torno detto capo verso levante per mezza giornata, venisse all’isola d’Argin, sopra la quale al presente è fabbricato un castello del serenissimo re di Portogallo: la qual, per esser piccola di circuito e appresso terra, detto pilotto diceva poter esser l’isola nominata da Annone Cerne. Ma com’ella sia per mezzo di Cartagine, non correndo nel paralello di longitudine né essendo in quell’altezza, non se può congetturar altramente, salvo che, non sapendosi allora queste altezze de’ gradi, detto capitano volesse dir che tanto cammino era da Cartagine alle colonne, quanto dalle colonne a questa isola Cerne: il che e vero, e chi compasserà sopra le carte troverà esser tanto da Cartagine allo stretto di Gibralterra, quanto dal detto stretto al colfo d’Argin. E ancor che l’isola Cerne sia posta da Ptolemeo in venticinque gradi, e Argin sia in venti, si conosce manifestamente che li gradi di detto auttore sono stati variati da coloro che trascrissero il libro: come nelli gradi delle isole Fortunate, le quali si sa certo esser le Canarie, conciosiacosaché tutti gli scrittori le mettino vicine alla Mauritania, e sono in 27 e 28 gradi, e nondimeno sopra i libri di Ptolomeo sono poste in 17 e 18 gradi.

E discorreva il detto pilotto dell’isole dette al presente di Capo Verde, che sono 17 in 18, che potriano forse esser le Esperide, ancora che un gran gentiluomo e dottissimo istorico delle Indie occidentali, detto il signor Gonzalo Hernandez di Oviedo, si affatichi di provar nelli suoi libri che tutte l’isole trovate in dette Indie siano le Esperide. Ma essendovi tanta varietà e dubietà fra gli scrittori antichi, non si poteva affermare la verità; né si doveva alcuno maravigliare, diceva il detto pilotto, che Annone non facesse menzione di dette isole Fortunate, perché prima lui andando a terra terra con legni piccoli, non avea potuto vedere, poi sapeva il bando e diviedo ch’era in Cartagine di nominarle. Percioché Aristotele scrive che, essendo stata trovata da Cartaginesi una delle dette isole piena e copiosa di acque e de ogni sorte de frutti, infinite persone volevano andarvi ad abitare, onde il senato de’ Cartaginesi, dubitando di disabitar la sua città, ordinò che sotto pena della vita niuno vi andasse, e che quelli che vi erano non si partissero, né più di quelle si potesse parlare.

E per tornare alla isola di Cerne, par che di là entrassero per il fiume grande di Chrete e giugnessero ad una palude dove erano tre isole, e di là venissero fin sopra la costa, dove si vedevano quei monti, e che poi, entrati in uno altro fiume grandissimo, dove erano li cocodrilli e cavalli marini, di nuovo ritornassero in Cerne. Diceva il detto pilotto in questo colfo di Argin esservi infiniti fiumi, alcuni delli quali (come è quel di San Giovanni) per la sua grandezza si dividono in due rami, quali sboccando in mar sempre vanno atterrando: e per questo vi sono di grandissime paludi, drieto le quali si può navigar per molte miglia; e chi va all’insuso per un di detti rami, passate le paludi, trova il fiume principale, e al ritorno a seconda può venir per l’altro ramo al mare. E che questo capitano dovette voler veder quel che vi era fin sopra la costa, e andatovi con queste sue fuste per un di detti rami, dapoi per l’altro ritornò in Argin. E nel sopradetto fiume di San Giovanni fin al presente si vedono cavalli marini e cocodrilli, e dove sbocca vi sono molti bassi, e corre gradi 20 di altezza.

Dice dipoi che arrivarono appresso alcuni monti alti e pieni di alberi, che erano di varii colori e odoriferi. In questo luogo diceva il detto pilotto comprendersi chiaramente che ‘l prefato capitano era arrivato a Capo verde, il quale è gradi 14, pieno di bellissimi e altissimi arbori, ed è il più bello e segnalato capo che sia in tutta questa costa di Etiopia. Partiti poi di qui, par che trovino un fondo di un grandissimo mare: il detto pilotto diceva poter esser in questo modo, che, prolungandosi detto Capo Verde molto in mare, chi lo volta corre per la costa verso il fiume di Santa Maria maestro e sirocco, e quivi li paresse quella voragine di mare, per causa delli legni piccoli con li quali navigavano. Vanno poi verso il rio Grande, ch’è gradi quindeci, il qual pensa che sia un ramo del fiume Niger, e perché mena sempre torbida l’acqua dove sbocca in mare, è cagione che vi siano molte isole appresso la costa. E in quel luogo il capitano Annone trovò quella campagna, sopra la qual si vedevano fuochi da ogni banda elevarsi e maggiori e minori. Questi fuochi diceva detto pilotto vedersi infino al presente da tutti quelli che navigano la costa di Senega e Ghinea e delle Meleghette, conciosiacosaché i Negri che abitano alle marine e colli vicini a quelle sentono grandissimo caldo, e per questo stanno nascosi tutto il giorno nelle case loro, quando il sol è in questi nostri segni settentrionali, e hanno il maggior giorno dodici ore e mezza; e che come si fa notte, con facelle e legni accesi che ardono come torchi, si veggono andar or qua or là faccendo le lor bisogne: e di lontano in mare apparono simil fuochi, e si sentono molti romori e strepiti di corni e d’altro che fanno i detti Negri.

Dapoi passano nel colfo di Espero, dov’era quella grande isola qual potria esser una di quelle che si chiama al presente degli Idoli, e vedevano medesimamente i fuochi e udivano gli strepiti de’ cembali; e poi trapassano li fiumi ardenti, fin che giungono a quel monte altissimo chiamato il Carro degli Dei, per toccar con le fiamme il cielo. A questo passo il detto pilotto diceva che non si poteva dir che altra montagna altissima si vegga, navigando drieto detta costa da gradi 8 infino alla linea, se non la nominata Serra Liona, la qual è gradi 8 sopra la detta linea; e ancor che sia lontana dal mare molte miglia, nondimeno per la sua altezza appare e si vede grandemente in mare, avendo circondata sempre la cima da foltissime nebbie, che causan di continuo saette e tuoni, i quali fanno che di notte appareno quei fuochi che par che tocchino il cielo. E discorreva che per sua opinione questa montagna era quella che intende Annone, Plinio e Ptolomeo per il Carro degli Dei, né si guardi alla varietà de’ gradi, che ‘l Carro degli Dei sia posto da Ptolomeo gradi 5 e questa Serra Liona in gradi 8, che, come di sopra è stato detto, tutti i gradi sono stati variati dal tempo e dalla negligenzia degli scrittori. Ma li gradi che sono stati osservati dalli presenti marinari, per ordine dei suoi re, sono verissimi e giustissimi. Come poi trovassero tutta la costa infocata con fiumi di fuoco che sboccavano in mare, questa parte diceva il pilotto esser stata scritta a suo iudicio determinatamente da Annone, e non per favola, percioché, volendo dimostrar a chi leggeria la sua navigazione esser vero ch’egli fusse giunto appresso la linea dell’equinoziale, la quale gli antichi, e massimamente quelli che erano grandi e istimati nelle lettere, affermavano esser bruciata dal sole e non esservi altro che fuoco, volse scrivere che avea veduto tutta la costa ardere di odori e di profumi con li fiumi di fuoco. Che s’egli avesse detto la verità, che in li luoghi appresso l’equinoziale vi è una temperie di aere grande e ogni cosa verde e amena, saria stato tenuto per bugiardo, e consequentemente che non vi fusse stato.

Al fine pervengono nel colfo che si chiama corna di Ostro, il qual da Ptolemeo è posto grado uno appresso l’equinoziale, e di longitudine 79. Diceva il detto pilotto che questi gradi 79 dimostrano evidentemente, a ciascuno che abbia un poco di pratica de’ gradi, che sono del tutto falsi, percioché questa costa, che comincia a Serra Liona, corre maestro e sirocco infino a Capo delle Palme, ed è in gradi 4 sopra l’equinoziale; e dal Capo delle Palme infino all’isola al presente detta di Fernando da Po corre levante e ponente, dov’è il rio de los Camerones in terra ferma: e tutto questo tratto è come un colfo, il qual veramente si può creder che intendesse Ptolemeo esser il corno d’Ostro, perché è vicino alla linea, e corre di longitudine gradi 33. Nella estremità del quale trovorno l’isola che avea la palude, nella qual vi era un’altra isola piena di uomini e femine salvatiche: e questa isola esser quella di detto Fernando, per esser in capo di questo colfo e vicina alla costa, la quale in quel luoco si volge verso mezzodì. E tutta la descrizione di questo capitano era simile a quella per alcuni scrittori greci, quali, parlando dell’isola delle Gorgone, dicono quella esser un’isola in mezzo de una palude; ma in questa isola di Fernando non si vede altro che un laghetto vicino al mare due miglia, molto ameno per infinite fontane d’acqua dolce che vi correno dentro. E conciosiacosaché avea inteso che li poeti dicevan le gorgone esser femine terribili, però scrisse che le erano pelose: che veramente questa tal specie di femine vi fusse al tempo di Annone, e che al presente non si veda, diceva il detto pilotto che non si dovea l’uomo maravigliare, conciosiacosaché la revoluzion del cielo va di continuo alterando le cose di questo mondo, e questi e simili altri monstri sono sottoposti, come tutto il resto, a varie mortalità e mutazioni. E affermava aver parlato con uno pilotto della terra sua di Condi, persona prudente e degna di fede che avea fatto molti viaggi verso Calicut, qual li disse che, passando una fiata appresso la costa dell’Etiopia di là dal Capo di Buona Speranza, andò lui con alcuni marinari a far acqua ad un luoco della detta costa che si chiama Las Corrientes, e vi corre sopra il tropico di Capricorno ed è per mezzo l’isola di San Lorenzo; e come giunsero in terra viddero un corpo morto grande, buttato dalla fortuna sopra la spiaggia, con le mani, piedi e corpo simile in tutto all’uomo, eccetto che era tutto coperto di squamme e li capelli erano come fili durissimi sottili; e che è possibile che, trovandosi questi tal monstri nel mare, altre volte ne siano stati sopra la terra. Ma a detto pilotto pareva più verisimile di pensare che, avendo Annone inteso nei libri de’ poeti (quali appresso gli antichi erano in somma venerazione) esser scritto come Perseo era stato per aere a questa isola, e di quivi reportata la testa di Medusa, essendo egli ambizioso di far creder al mondo che lui vi fusse andato per mare, e dar riputazion a questo suo viaggio di esser penetrato fino dove era stato Perseo, volesse portar due pelli di gorgone e dedicarle nel tempio di Giunone: il che li fu facil cosa da fare, conciosiacosaché in tutta quella costa si truovino infinite di quelle simie grandi, che pareno persone umane, dette babuini, le pelli delle quali poteva far egli credere ad ogniuno che fussero state di femmine.

Queste e simil cose andava discorrendo il detto pilotto sopra questa navigazione di Annone, la qual, per la pratica che avea di quella costa, si sforzava di accordar con le navigazion moderne. Aggiungendo che, se li serenissimi re di Portogallo non avessero del tutto proibito il contrattar sopra questa costa di Etiopia con Negri (percioché non vi lassano andar se non quelli che hanno l’appalto, i quali sono pochi e appresso ignoranti), facilmente col tempo si saria penetrato fra terra in diversi luochi di detta costa, e venuto in cognizione delli monti, fiumi e paesi di quelli che abitano fra terra. Ma lo andarvi è del tutto proibito dai detti re, né vogliono che si sappian né queste né molte altre cose. E sopra tutto è vietato il poter navigar oltra il Capo di Buona Speranza a dritta linea verso il polo antartico, dove è opinione appresso tutti li pilotti portoghesi che vi sia un grandissimo continente di terra ferma, la qual corra levante e ponente sotto il polo antartico. E dicono che altre volte uno eccellente uomo fiorentino, detto Amerigo Vespuccio, con certe navi dei detti re la trovò e scorse per grande spazio, ma che dapoi è stato proibito che alcun vi possa andare.

Queste sono le cose che con la piccolezza del nostro ingegno abbiamo saputo raccoglier dai ragionamenti del detto pilotto, le quali, se non satisfaranno così a pieno a chi le leggerà come la grandezza della materia richiede, saranno almeno come uno stimolo ad eccitar qualche sublime ed elevato ingegno a pensarvi più diligentemente sopra.

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Il Viaggio di Odorico da Pordenone in India, Cina, Tibet

 Odorico Mattiuzzi da Pordenone(Villanova di Pordenone, 1265 – Udine, 14 gennaio 1331)

 

ODORICO da Pordenone. – Secondo il cronista trecentesco Giovanni di Viktring, nacque a Pordenone da una delle famiglie lasciate a presidio della cittadina friulana da Ottocaro II, re di Boemia nei primi anni Settanta del Duecento. Forse da questo ebbe origine la voce, non confermabile, che Odorico fosse di stirpe boema. Sicuramente non nacque dalla famiglia Mattiussi-Mattiuzzi e nemmeno nel 1265, data proposta da padre Girolamo Golubovich, mosso da preoccupazioni ostili alla supposta ascendenza boema di Odorico. Preferibile è la tradizione che lo vuole nato nei primi anni Ottanta del secolo XIII, rafforzata dalla ricognizione medica sui resti parzialmente mummificati del corpo (2002). Se all’epoca della morte (1331) Odorico poteva avere circa 50 anni, si può calcolare che fosse nato attorno al 1280.

Gli agiografi trecenteschi dicono che entrò giovanissimo tra i frati minori. Mancano conferme, ma è forte la suggestione di riconoscere in lui un «Odolricus puer fratrum Minorum», che fu testimone con altri quattro frati a un atto redatto a Gemona del Friuli il 9 febbraio 1296 (Tilatti, 2004, p. 6). Se così fosse, gli scarni lineamenti biografici dell’agiografia troverebbero conforto.

Odorico vivente è nominato in tre atti notarili (1316, 1317 e 1318) nei quali appare, come teste o attore, in diverse località del Friuli: Cividale, Castello di Porpetto, Portogruaro. La qualità dei negozi giuridici, gli attori e i testimoni svelano il prestigio e le relazioni di alto livello sociale e istituzionale nelle quali era inserito e lasciano pensare che avesse contatti con la curia avignonese. Tale possibilità darebbe senso istituzionale al successivo viaggio in Oriente, data l’attenzione del papato per le missioni. Il concilio di Vienne, infatti, aveva disposto la costituzione, a Bologna, Parigi, Oxford e Salamanca, di scuole di arabo, ebraico e caldeo per istruire missionari disposti a evangelizzare i popoli orientali (canone 24).

Proprio la relazione del viaggio in Oriente, che rese celebre Odorico, può corrobare l’ipotesi. Essa fu dettata nel maggio 1330 a Padova, al confratello Guglielmo da Solagna, per ordine del ministro provinciale dei Minori. Sembrerebbe dunque concepita come un documento ufficiale da recapitare alla curia papale, dove giunse. Le fonti agiografiche trecentesche, inoltre, sostengono che Odorico fosse tornato in patria per ottenere dal papa rinforzi per le missioni in Cina. Sono notizie non verificabili, però la mobilità del frate, che mostra di aver conosciuto numerose città italiane prima dell’Oriente, e la sua caratura elevata nel contesto storico in cui visse suggeriscono che il viaggio oltremare non fosse il frutto dell’inquietudine di una coscienza, né il riflesso di un moto di fuga di un membro di una frangia spirituale emarginata e perseguitata all’interno dell’Ordine.

La ‘missione’ sembra condotta secondo le consuetudini dei frati (Odorico ebbe almeno un socius, frate Giacomo d’Irlanda) e fu conclusa, appunto, con un resoconto ufficiale. Si tratta dell’Itinerarium o Relatio, che ebbe un’ampia fortuna manoscritta latina (circa 80 testimoni superstiti), suddivisa in diverse recensioni, più volte pubblicate a stampa, a partire dal 1513, sebbene manchi un’edizione critica migliore di quella di Anastaas van den Wyngaert, del 1929. Precoci furono i volgarizzamenti (molti editi): sette in italiano, due in francese e in tedesco, uno in catalano-castigliano e in gallese, fino a versioni più recenti in inglese e in ceco.

Odorico partì dopo il 1318, da Venezia, per sbarcare a Trebisonda, sul Mar Nero, la prima sosta documentata nella relazione. Da là, si mosse per via terra verso Hormuz, per salpare verso l’Oceano Indiano. Non ci sono dati cronologici precisi circa il susseguirsi delle tappe. Odorico forniva brevi note descrittive dei luoghi toccati, segnalava peculiarità culturali, religiose, sociali, produttive e commerciali, e indicava i tempi di percorrenza medi che separavano una località dall’altra.

L’approdo di Odorico in India fu Tana, a nord est di Mumbai. Qui seppe del martirio di quattro frati minori, avvenuto nell’aprile 1321: un termine post quem per i tempi del viaggio. Recuperò le ossa di Tommaso da Tolentino, Giacomo da Padova e Demetrio da Tiflis (ma non il corpo di Pietro da Siena) e le portò sino a Quanzhou, allora sede vescovile. Una lettera del vescovo, Andrea da Perugia, datata 1326, conferma la loro ricezione.

Dopo Tana, Odorico proseguì verso Malabar e Chennai (Madras), visitò la tomba dell’apostolo Tommaso a Mylapur. Di seguito il racconto appare più confuso ed è difficile capire la direzione dei movimenti e identificare le località toccate, in una peregrinazione che, se non è casuale, ha lo scopo di esplorare quanto più possibile rotte e regioni incognite. Da Ceylon Odorico passò per le isole Adamane, Nicobare, Sumatra, Giava, Borneo, forse per le Filippine e altri approdi. Solo l’arrivo a Guangzhou (Canton), nel Catai, l’impero del Gran Khan, conferisce una nuova linearità all’itinerario.

Le tappe successive furono Quanzhou, Fuzhou, Hangzhou, Nanchino, Yangzhou e altre città, spesso di incerta identificazione, ma gigantesche e ricchissime, a confronto con le più modeste città italiane. Odorico giunse coi compagni a Khanbaliq, oggi Pechino, sede imperiale e dell’arcivescovo francescano Giovanni da Montecorvino, che, partito da Rieti nel 1289, era arrivato alla sua sede nel 1294-95; nel 1307 Clemente V lo aveva elevato a metropolita di tutto l’Oriente, prima della creazione (1318) della metropoli di Soltaniyeh, in Persia, affidata ai predicatori. Giovanni tentò di evangelizzare specialmente i cristiani nestoriani, ma non riuscì a formare un clero indigeno. Non ci sono prove per collegare il viaggio di Odorico con l’azione dell’arcivescovo. Non si sa nemmeno quando il frate friulano sia giunto a Khanbaliq, benché si pensi a un periodo tra il 1322 e il 1325. È verosimile che Odorico incontrasse il presule, sebbene non ne parli nell’Itinerarium, come non parlò di attività propriamente missionarie, ma asserì di essere rimasto tre anni nella capitale dell’Impero. Giovanni da Montecorvino morì nel 1328. Questi dati hanno indotto l’ipotesi che Odorico fosse stato incaricato di tornare in Occidente per sollecitare aiuti.

Il viaggio di ritorno seguì il tragitto interno, noto come ‘via della seta’, attraverso la Cina, il Pamir, la Persia e il Mar Nero, sino, probabilmente, a Venezia. La descrizione è molto più sbrigativa, con cenni a curiosità e a storie in buona parte già note in Europa, come quella sul mitico regno del prete Gianni. Forse Odorico approdò in Italia tra il 1329 e il 1330. Sicuramente nel maggio 1330 era a Padova, ma la notizia, tarda, che volesse recarsi ad Avignone sembra cozzare contro il riscontro degli eventi. Il 14 gennaio 1331, infatti, Odorico morì a Udine, nel convento di S. Francesco, per complicanze cardiache causate da insufficienze respiratorie, secondo gli esiti dell’autopsia praticata sui resti mummificati della salma.

La morte avviò la fama di santità di Odorico. La chiesa conventuale udinese divenne il centro di una devozione amplificata dal succedersi di miracoli testimoniati da due raccolte. La prima, schematica ed essenziale, fu composta per iniziativa dei frati del convento; la seconda fu promossa dal patriarca di Aquileia, Pagano Della Torre, che nel maggio 1331 nominò una commissione incaricata di raccogliere testimonianze giurate sui miracoli patrocinati da Odorico. Era una prassi mutuata dai processi di canonizzazione e il dossier raccolto fu probabilmente inviato alla curia papale, ma non resta memoria di un processo curiale. La provenienza dei miracolati mostra che il culto, oltre che a Udine (dove assunse una valenza quasi civica) e in Friuli, aveva ramificazioni in Carinzia, in Istria e nel Veneto, favorito dalla propaganda dei minori.

Il patriarca decise di traslare ed elevare il corpo dell’ormai beato Odorico in un sepolcro lapideo, commissionato e pagato dalla comunità di Udine e scolpito da un artista veneziano, Filippo de Sanctis. La cerimonia di ‘canonizzazione’ episcopale avvenne nel 1332. Odorico fu venerato nella chiesa di S. Francesco e la cappella a lui dedicata fu affrescata, nel Quattrocento, con episodi del viaggio in Oriente e dei miracoli. Le reliquie furono rimosse a causa delle soppressioni venete (1769) e dopo alcune peregrinazioni pervennero alla chiesa di S. Maria del Carmine, dove tuttora si trovano nell’arca ricomposta.

La memoria agiografica di Odorico fu assicurata dalla Relatio, integrata nella tradizione manoscritta ‘udinese’ con la raccolta dei miracoli, e fu amplificata nei vari Catalogi sanctorum dell’Ordine, nella Chronica XXIV generalium ordinis Minorum (1369-73), attribuita a frate Arnaldo da Sarrant, e nel De conformitate vitae beati Francisci ad vitam domini Iesu di Bartolomeo da Pisa (1385-90). Nel secolo XVIII, l’Ordine, insieme con la diocesi di Aquileia e la municipalità udinese, avvertì la necessità di ottenere dal papa un decreto di beatificazione equipollente. Il processo fu avviato nel 1749 e il 2 luglio 1755 Benedetto XIV emise il decreto di conferma del culto ab immemorabili. 

(Enciclopedia Treccani)

 

 

VIAGGIO DEL BEATO ODORICO DA UDINE, DELL’ORDINE DE’ FRATI MINORI; DELLE USANZE, COSTUMI E NATURE DI DIVERSE NAZIONI E GENTI DEL MONDO; E DEL MARTIRIO DI QUATTRO FRATI DELL’ORDINE PREDETTO, QUAL PATIRONO TRA GL’INFEDELI

 

Versione A

Quantunque molti scrittori, quali hanno scritto del sito de la terra, abbino ancora detto delle usanze, costumi e natura di diversi popoli, nazioni e genti di esse, nondimeno, avendo io deliberato passar di là dal mar verso le parti orientali, acciò facessi alcun frutto nella salute dell’anime, mi è parso cosa lecita dire molte cose degne di grande ammirazione, come quello ch’avendole viste e intese possa fedelmente scriverne. Dico dunque che, passando il mar Maggior, me ne andai in Trabisonda, anticamente chiamata Ponto Euxino. Questa terra è molto ben situata ed è porto e quasi scala di Persiani, di Medi e di tutti quelli che sono di là dal mare. Qui vidi cosa che molto mi piacque: eravi un uomo qual menava seco più di quattromilla pernici, ed esso camminava a piedi per terra, e quelle lo seguivano volando per l’aere; e se ne andavano ad un certo castello chiamato Zanga, lontano da Trabisonda tre giornate. Queste pernici erano di tal sorte che, volendo il dito uomo riposarsi, tutte, a guisa de polli, intorno di lui s’acconciavano; e così le conduceva in Trabisonda, sino al palazzo dell’imperatore, ove egli eleggeva quante ad esso piacevano, e l’altre da novo menava al loco di dove prima l’aveva tolte. Sopra la porta di questa città è posto il corpo di s. Atanasio, quello dico qual compose il simbolo qual comincia: “Quicunque vult salvus esse etc.”.

Ora, da quivi partendomi, me ne andai nell’Armenia maggiore, ad una città domandata Acron, città certamente buona; e per il tempo passato fu molto ricca e abondevole di carne, pane e di molte altre vettovaglie, eccetto che di frutti; e oggidì in quello stato di abondanzia e suo esser sarebbe, quando da gente tartaresche e moresche non fusse stata destrutta. Questa dicono esser la più alta terra che al presente sia nel sito del mondo. Ha ancora buone acque, imperoché le vene dalle quale esse acque sorgono e nascono hanno origine e capo dal fiume Eufrate, distante dalla detta città una giornata; e da quello le acque per ditte vene pianamente trascorrono insino ad essa. Questa ancora ci diede mezo per andar in Tauris città.

Di qua partendomi, andai in un certo monte chiamato Sollisaculo, nella contrata del quale è il monte Gordico, dove Noè insieme con l’arca dopo la cessazione del diluvio si posò; lo quale, quando dalla compagnia con la quale io era fosse stato aspettato, con desiderio arei asceso. Nondimeno volendo, non ostante questo, salirvi, le genti della predetta contrada che ivi erano dicevano mai in alcun tempo alcuno aver possuto né poter salirvi, dicendo questo parere che non da altro procedesse, eccetto dal voler dell’altissimo e grande Iddio, al qual credemo, come se dice, che non piaccia che niuno vi salisca.

E da questa contrada e preditti monti partendomi, me n’andai in Tauris, anticamente chiamata Susi, città grande e regale e in bel sito posta, qual fu sotto il dominio di Assuero re: dove si dice esser l’Arbor secca in una mosceta, che vuol dire una chiesa di saraceni. Questa città è la miglior per traffico di mercanzia che altra città qualsivoglia al mondo, essendo che non si trovano oggi cose, sì per il vitto dell’uomo come per altro uso, e sorte di mercanzia delle quali non sia copiosamente abondevole, e talmente che è quasi incredibile a credersi della tanta copia delle cose che ivi si trovano. Molti mercanti, sì convicini come di varii e diversi paesi, e quasi d’ogni parte del mondo, concorrono in la predetta per causa di mercanzia e uso de’ lor mercimonii. Di questa intendeno coloro che dicono che ‘l suo re ha più intrata e rendita da essa sola che il re di Francia di tutto il suo regno. Non troppo lungi di quivi è un monte di sale, qual dà grande copia di sale a essa città, del quale ciascuno quanto gli fa di bisogno può senza pagarlo torre. In questa città ancora vi è un gran numero di cristiani di ciascuno paese e nazione, alli quali essi mori sono signori e dominano. Vi sono molte altre cose quali io, per fuggir la longhezza, lasso di scriverle. Da questa città partendomi, camminando per dieci giorni arrivai in una città domandata Soldania, dove il re de’ Persiani nel tempo de l’estate dimora, e di là, venuto lo inverno, si parte ad invernare in una certa contrada di sopra il mar Bacud. Questa città è grande e ha in sé molte buone acque, e in essa si portano molte e grande mercanzie per vendersi.

Di essa partendomi con certi Caranani con li quali io era in compagnia, presi il cammino verso la India superiore, verso la quale molti giorni camminando arrivai in una città domandata Cassà, città delli magi regale e di grande stima, ma da’ Tartari molto distrutta. Questa è molto copiosa di pane e di vino e d’altre cose. Dalla predetta città insino a Ierusalem, là dove li magi non per umana forza ma divina andorno, essendo che così presti arrivassero, sono cinquanta giornate.

Di qua partendomi, arrivai in una città domandata Gest, distante dal mare arenoso (mare molto mirabile e pericoloso) una giornata. In questa è una gran copia di frumento, orgio, vino e di altre vettovaglie e di ogn’altra cosa si possa dire, specialmente di fichi, uva passa verde come erba e molto minuta. Questa è la miglior città che il re de’ Persiani possegga in tutto il suo regno, in essa quale dicano li saraceni che nessuno cristiano possa più che per spazio di un anno vivervi.

Quivi da Gest partendomi e passando per molte terre e città, arrivai in una terra domandata Como, città anticamente grande e per il tempo passato molto dannosa a’ Romani, le mura della quale sono circa cinquanta miglia di circuito, e sonvi oggi delli palazzi integri, ma inabitati; la predetta di molte vittovaglie è copiosa.

E da questa, molte terre vedendo, passai in una terra domandata Iob, sito di ciascuna cosa al vivere umano necessaria, molto buono, sì per essere vicina a monti nelli quali sono grassi pascoli per gli animali, come per esservi tanta copia di pernici che quattro d’esse si vendono men d’un grosso, e abondevole della più perfetta e miglior manna che sia in alcuna terra del mondo. Li vecchi di questa sono bellissimi, ma in luogo di donne filano. Questa terra è all’incontro dal capo della Caldea alla tramontana.

Di dove partendomi, passai in la Caldea, il regno della quale è molto grande, e verso di essa camminando giunsi alla torre di Babilonia, dalla predetta distante quattro giornate. Nella detta Caldea è il vero idioma caldeo, qual noi chiamamo lingua caldea. Gli uomini della quale sono belli, e vanno molto ornati e acconci in quel modo che le donne nostre qui usano: portano in testa certi faccioli d’oro insertati di perle. Ma le lor donne sono brutte e non portano vestimenti né scuffia né altra legatura in testa, ma con li capelli sciolti e scapigliate, solo di una camicia insino alle ginocchia corta vestite e discalze vanno, con le maniche larghe e sì longhe che toccano la terra; e quando così in alcuno luogo vanno, vi è usanza che gli uomini dalli quali esse sono accompagnate avanti di loro camminano, sì come qui da noi gli uomini dopo le donne seguano.

Di qui partito, venni nella interiore India, molto dalli Tartari danneggiata, gli uomini della quale il più delle volte il lor cibo usano solamente mangiare dattili, delli quali v’è tanta copia che 40 libbre d’essi per men prezio se hanno che sia un grosso: e di molte altre cose v’è il simile.

E partito che fui dal predetto luogo, molti luoghi e paesi passando, venni al mar Oceano. La prima terra che trovai era chiamata Ornez, terra ben murata e di molte e grandi mercanzie copiosa, in la quale è tanto grande caldo che le virile membra degli uomini escono dalla lor borsa e loco dove sono, e per insino alla mità delle coscie scendendo vengono: per il che fanno una certa unzione con la quale il corpo e le membra ongono, e quelle onte in certi sacchetti legate e intorno di essi centi portano; la qual cosa se li predetti non facessero, tutti senza dubio morirebbono. Gli uomini di questo paese usano certa sorte di barche, nell’una delle quali essendo montato, non vi potei vedere ferro alcuno. E con quella vinti giorni navigando giunsi in una terra domandata Thana, dove quattro nostri frati per amore e fede de Cristo glorioso e benedetto martirio pazientemente sofferirono: le ossa de li quali furono nell’India superiore portate, in una città domandata Zailo, dove in un certo luogo de frati del medesimo ordine furono con grande onore e reverenzia riposte.

Il predetto loco de Thana sì de pane e vino come anco d’arbori è abondantissimo. Questa terra per il tempo passato fu grande, allora che ‘l re Porro, quale con Alesandro re ebbe gran guerra, la dominava; ma al presente, dapoi che li mori per forza la presero, è sottoposta al dominio de Doldalo lor re. Il popolo de questa adora gli idoli, cioè il fuoco, il serpente e gli arbori, quali essi per loro dei tengono. Usa ancora il predetto popolo e ciascuno d’essi tenere avanti sua casa un pede o vero pianta de fasioli, quanto una colonna grosso, al qual per insino gli danno l’acqua in niuno tempo si dissecca. In lo paese e contrada di questa vi sono varie e diverse sorti d’animali, come leoni negri in grande numero, simie, gatti maimoni e nottue così grande come qui appresso noi sono li colombi; similmente li sorzi d’essa così grandi come qui da noi li cani, quali lor cani gli ammazzano, non potendo le gatte prenderli. Sonovi ancora molte altre belle cose e delettevole ad intendere.

Ma da quivi arrivai in un bosco detto Muubar, di circuito 18 giornate, dove il pepe, e non in altra parte del mondo, nasce. Mi è parso utile e non fuor di preposito scrivere in che modo esso pepe nasca e si coglia. Dico dunque che ‘l pepe nasce in certe foglie d’erba, domandata elera, quali foglie si piantano a canto gli arbori pini, olmi e altri arbori grandi, sì come qui da noi e universalmente in terra di lavoro usasi piantar le vigne. Quali poi in alto elevate fanno li racemi, a modo delli racemi de l’uva, e talmente di pepe carchi che per il soperchio peso parono spezzarsi; qual maturato, essendo allora in color verde, lo vendemmiano nel modo che fanno qui le vendemmie dell’uva, e poi colto lo pongono a seccare e deseccato lo serbano nelli vasi. In lo predetto bosco sono due città una chiamata Ziniglin, l’altra Alandrina, quali continuamente tra esse fanno guerra, e parte da giudei, parte da cristiani abitata: e in quelle guerre sempre cristiani restano delli iudei vincitori. Vi sono ancora nel predetto bosco certi fiumi, nelli quali sono cocodrilli, venenosi serpenti.

Dal capo ancora di questo bosco verso il mezogiorno vi è una città chiamata Palombo, nella quale nasce il zenzaro meglior che in altra parte del mondo nasca; la quale molti non credano che sia di tanti mercimonii grassa, delli quali essa veramente abonda. In lo paese di questa adorano il bove, qual essi per loro dio tengono e stimano, e quello la mattina uscendo dalla stalla, di sotto di esso mettono dui bacili d’oro, nell’uno delli quali pigliano la orina, nell’altro il sterco. Dell’una lavano la faccia, dell’altro in tre parte del corpo mettano: primo in mezo del viso, secondo nella sommità delle galte, ultimo in mezo del petto; e questo modo non solamente il popolo, ma il lor re e la regina osservano, con quello veramente estimandosi esser santificati e salvi. Il predetto bove lor dio fanno per sei anni fatigare, nel settimo è nel commune. Questi popoli similmente hanno per lor dio un idolo mezo uomo e mezo bove, e quello adorano: quale più volte ad essi popoli rechiedendo dice che amazzino quaranta vergini, del sangue delle quali abbino a far sacrificio ad esso. Per il che sì li uomini come le donne usano far voto di dar al ditto li loro figliuoli e figliuole (in quel modo che delli nostri noi per alcuno caso o infermità facciamo, in alcuna religione dedicandogli), quali, venuto il tempo, avanti il detto idolo amazzano, e il sangue de quelli avanti esso sacrificano, secondo che il profeta dice “immolaverunt filios et filias suas demonibus”. Osservano ancora un altro pessimo e irragionevole costume, che, morendo alcuno, il corpo morto e la sua moglie insieme, quantunque viva, dopo quello abbrucciano, dicendo quella insieme con esso seco in l’altro mondo godersi; e se la donna del morto ha con esso figliuoli, può senza esserli reputato in vergogna con essi starsi. Ma, se la donna avanti del marito muore, da niuna lege vi è il marito costretto che, volendo altra moglie, non possa. Le donne similmente di questo loco portano raso il viso e la barba, e il lor bevere è vino; li uomini il contrario di esse usano. Molte altre cose a queste simile il predetto popolo osserva, quali, per essersi a vedere come ad intendere abominevoli, lascio di scrivere.

Da questo regno insino ad un altro gran regno chiamato Mebor (sotto del quale sono molte altre cittadi e terre) sono dieci giornate. In esso è il corpo del beato Tommaso apostolo, dove la sua chiesa è piena d’idoli, al contorno della quale sono circa quindici case di cristiani, ma mali uomini ed eretici. Similmente in questo è un idolo di statura grande, come generalmente li pittori qui da noi dipingono san Cristofono, tutto d’oro fino composto e in una catreda similmente d’oro assettato, avvolto con una corda al collo di pietre preziose e di gran valore, quale non solamente le genti di quel paese onorano, ma molti di lontani paesi (sì come cristiani vanno a San Pietro) a quello corrono e visitano. Delli quali molti con una corda, altri con una tavola al collo alligata, molti con un cortello al braccio cacciato vengono, e quello mai muovono insino che al ditto idolo siano arrivati; al qual gionti il braccio, già per la ferita marcio, tagliano e troncano. Molti altri qual per il medesimo effetto vengono, mosso che dalla lor casa hanno tre passi, nel quarto fanno una cava sopra la terra, quanto uno di essi longo, qual poi con uno incensero con incenso e fuoco dentro aspergono, alli quali, mentre che sono in cammino, accascando fare alcuna cosa, fanno un certo segnale per il qual conoscano quanto abbiano camminato. E così continuamente procedendo camminano insino che al ditto idolo siano venuti, dove essi per tai impedimento e lor cerimonia impediti in longo tempo arrivano; e al qual finalmente aggiunti, nel canto della chiesa del ditto idolo trovano un lago, nel quale li peregrini, e tutti quelli che per causa di visitar detto idolo vengono, buttano oro o argento o pietre preziose in onore dell’idolo e per causa della fabrica del tempio di esso. Per il che, quando in quello vi è da farsi o renovarsi alcuna cosa necessaria, in quello fanno con diligenzia cercare, dove trovano una quantità d’oro e d’argento e finalmente tutte quelle cose che sono state da’ peregrini e altri (come ho detto) buttate.

Nel giorno che questo idolo fu fatto vengono tutti quelli che sono di quel contorno, e al loco dove sta esso idolo vanno, qual solennemente prendeno e sopra un ornato e acconcio carro l’assettano, e quello poi il re e la regina, con tutti li forestieri e tutto il popolo coadunato insieme, fuor della chiesa menano e insino ad un certo lor loco deputato con grandi instrumenti e sorte di suoni accompagnano, avanti di esso molte vergine precedendo, quali a due a due mirabilmente insino al ditto loco cantando vanno. Al qual venuti, il ditto popolo e donne insieme con quella medesima armonia, suoni e istrumenti il riportano, e in quel loco di dove prima l’hanno tolto ripongono. E nel portar che fanno del detto carro molti di quelli peregrini per causa della festa venuti avanti del popolo si appresentano, dicendo aver desiderio in servizio e amor del lor dio morire. Il che detto, nel loco di dove il carro ha da passare in terra si mettono, sopra delli quali il carro passando gli amazza e subito morono; e in questo modo ciascuno anno più di cinquanta vi morono, li corpi de li quali sono con diligenzia tolti e abbrucciati, estimando quelli (essendo per lor dio morti) esser santi.

Usa ancora il popolo di questo loco che, se vi capita alcuno qual faccia intendere volere per il suo dio morire e amazzarsi, allora gli amici, parenti e tutti li buffoni di quella contrada insieme si ragunano a far festa a costui, al collo del quale cinque cortelli ben aguzzati appendeno, e quello avanti del lor idolo con grandi canti accompagnato menano. Al qual gionto e preso in mano un di quelli cortelli, taglia la sua carne, e quella tagliando con alta voce dice: “Per il dio mio taglio la carne mia”; e li pezzi di essa butta nella faccia di quel idolo, dicendo: “Voglio per il mio dio morire”, e così finalmente muore; il corpo del quale subito abbruciano, dicendo quello esser santo, avendosi per il suo dio ammazzato. Vi sono ancora in questo regno molte altre maravigliose e inusitate usanze, da non farsi d’esse menzione né da scriversi.

Da questo regno e paese partito, presi il cammino verso il mezogiorno e, per il mar Oceano venti giorni navigando, venni in un paese domandato Lamori, dove, per la distanza del cammino, incominciai a perdere la tramontana, perché la terra per la sua altezza se gli opponeva. Quivi è tanto grande il caldo che così gli uomini come le donne vanno nudi, de niuna sorte di vestimenti coperti; per il che, vedendo me, si maravigliavano e mi beffavano, con dire il Dio Adam aver fatto l’uomo nudo, e al suo mal grado volere io andar vestito. Gli uomini di questa contrada hanno le lor donne in commune, talmente che nissuno delli uomini ha donna qual possa dire esser sua, né meno esse delli uomini nessuno essere suoi. Delle quali se alcuna viene a figliar, quello che o maschio o femina nasca ad un di quelli con li quali esse hanno conversato donano, e lo chiamano patre. Il sito di questa terra è molto buono, abondevole sì di carne, di biada e di riso come ancora d’oro, di legna, di aloe, di canfora copioso, ma abitato da genti crudeli e pessime, quali di carne umane non meno si notricano che noi del manzo facciamo. Per il che molti mercanti di lontano paese vi vengano a vendere a costoro uomini e figliuoli, quali essi comprano, e comprati gli ammazzano e mangiano. E così di molte altre, quali non scrivo, cose a queste simili vi sono.

Nel medesimo paese di Lamori, verso il mezogiorno, è un altro regno, chiamato Sumoltra, di molte cose copioso, nel qual sì gli uomini come le donne usano in circa dodeci parte della faccia con un ferretto caldo segnarsi; e questi continuamente fanno guerra con quelli che vanno nudi. Vicino al qual v’è un altro regno chiamato Botterigo, dove nascono molte cose quali non scrivo.

Similmente non da lungi di questo regno di Botterigo è una isola di circa tremila miglia di circuito, domandata Iana, nella quale nasce la canfora, le cubebe, le melegete, le noci moscate e molte altre specie similmente preziose; è finalmente grassa di tutte le cose al vivere dell’uomo necessarie, eccetto che di vino. Il re della quale ha sette re sotto di sé, il palazzo del qual è molto grande a maraviglia; le sue scale sono di molta grandezza, alte e larghe, e li gradi d’essa uno d’oro, l’altro d’argento è fatto. Li lati della sala uno d’oro, l’altro d’argento è coperto e composto, e li muri d’esso sono tutti di lame d’oro limate, nelle quali vi sono scolpite molte imagini di cavalieri, alla testa delli quali vi è un circulo (sì come qui l’imagine di nostri santi tengano) tutto d’oro e di preziose pietre insertato; e da un tetto tutto di fino oro fatto coperto. Finalmente questo palazzo è più bello e più ricco che qualsivoglia altro al mondo. Con il detto re molte volte il gran Can di Catay ha fatto guerra, ma sempre da questo è rimasto vinto e superato.

Vicino a questa isola è posta un’altra contrada domandata Paten e d’alcuni altri chiamata Malamasmi, sotto della quale sono molte isole. In questa contrada sono varie e diverse sorti d’arbori, delli quali alcuni farina, alcuni mele, altri vino producono, e molti veneno il più pericoloso che sia al mondo; tal che, se casualmente alcuno ne prendesse, a quello non è niuno rimedio se non uno, che pigliano del sterco dell’uomo e quello dissoluto con acqua beveno, e in questo modo si liberano. Quelli arbori che producono farina sono grandi, ma di poca altezza, il tronco delli quali con una accetta tagliano, di dove escie un certo liquore simile alla colla; qual essi in certi sacchetti di foglia mettono, e quello per spazio di giorni quindeci al sole lasciano. Dove dimorando, nel fine di detto spazio si converte in farina, qual pigliano, e nell’acqua del mar dimorando per dui giorni continui quella lasciano. Qual passati ripigliano e nell’acqua dolce la lavano, e di quella poi fanno pane molto buono, di fora bello ma dentro alquanto negro, e non solamente di quello pane, ma in ogn’altro uso che lor piace se ne serveno: del qual io, fra Odorico, ho veramente visto e mangiato.

Appresso di questa provincia e paese di Paten, verso il mezogiorno, vi è il mar qual chiamano il mar Morto, l’acque del quale sì continuamente e veloce verso il mezogiorno corrono che, se alcuno vi casca, mai più (per la velocità credo d’esse acque) si ritrova. In questa contrada sono certe sorti de canne delle quali alcune son passi cinquanta di longhezza, e grandi come arbori; alcune altre sono quale a modo di gramegna per la terra s’estendeno, domandate casar, dove in ciascun nodo d’esse sono le radici le quali produceno altri rametti, e quelli da rami in rami procedendo s’estendono per più d’un miglio. In esse se trovano pietre di tal virtù che quelli che le portano addosso non ponno esser da spada né da alcun ferro offesi, per il che molti uomini menano li lor figliuoli, alli quali essi fanno una ferita picola al braccio, nella quale essi dentro mettono de quelle pietre, e quella poi con una polve de un certo pesce e con quelle pietre dentro consolidano. Molti diventano gagliardi e animosi corsari, dalli quali gli altri naviganti vedendo esser grandemente offesi e non potere da quelli con arme di ferro difendersi, cominciano per loro defensione a fare certi pali acutissimi di un fortissimo legno fatti e con ferro legati; con li quali (essendo da ditti corsari assaliti) e con certe altre saette similmente acutissime quelli feriscono e da essi, essendo massimamente quelli poco armati, gagliardamente in questo modo si difendono. Delle predette canne similmente ne fanno vele alle lor nave, sostorie, pagliette, e altre cose di molta utilità. Finalmente in questa contrada sono di grande maraviglia, e tali che narrandole non sarebbono credute, onde non ho curato troppo di scriverle.

Questo regno per molte giornate è distante da un altro regno domandato Zapa, il paese del quale è molto ricco di robbe e altre cose che sono all’uso dell’uomo necessarie. Il re ha molte moglie e donne, dalle quali tra maschi e femine dicesi aver circa 200 figliuoli. Questa similmente ha quattordici elefanti domestici, quali esso tiene, e quelli fa dagli uomini delle sue ville, quali ad esso sono soggiette, a quel modo guardare come li nostri qui guardano pecore, castroni o simili altri animali. Nel mar di questa contrada vi è una certa sorte di pesci, maravigliosa certo e cosa bella ad intendere, di tal natura che ciascuno anno se parteno per venire alla detta contrada, e nel venire che fanno tanto e sì innumerabile è il numero di essi che ‘l mare pare sia tutto di pesci coperto. Alla ripa del qual venuti, dal mare in quella si lanciano e buttano, e là per tre giorni continui stanno; qual passati, vengono li altri e fanno l’istesso che hanno fatto li primi, e così di grado in grado secondo lor condicione e specie tutti fanno. Alla qual ripa gli uomini di quel paese vanno e di quelli quanto lor piace ne toglieno; quali essendo domandati della causa onde questo proceda, rispondono detti pesci far quello in onore e riverenza del lor signore. E in questo loco ancora ho visto una testudine di grandezza mirabile, simile al cuba overo trullo di Santo Antonio a Padoa. In questa contrada pur si usa che, se alcuno more qual abbia moglie, quella insieme con il marito abbruciano, estimando insieme in quel mondo, sì come in questo, andare a godersi.

E da questa contrada partendomi e navigando per il mar Oceano verso il mezogiorno, trovai molte isole e contrade; e tra le altre che trovai v’era una isola domandata Hicunera, di circa duomila miglia de circuito. Gli uomini e le donne di questa contrada adorano il bove, qual essi lor dio stimano, per il che ciascuno d’essi porta nella fronte un bove di oro o d’argento, dinotando quello esser il lor dio. Costoro similmente vanno nudi, di niuno vestimento coperti, ma solamente di una tovaglia, con la quale le loro vergognose membra nascondono, centi vanno. Sono sì di statura grandi come di fortezza di corpo gagliardi e in guerra valenti, alla quale quando vanno, così nudi e senza armi se partono e in quel modo combattono, solamente di un scudo che lor cuopre la testa, il corpo insino al piedi grande difesi; e se gli accasca prendere alcuno qual non si possa riscattare, quello non ammazzano, ma lo lassano per il lor cammino andare. Il re di questa contrada porta una collana nella quale sono trecento perle grosse e di gran valore, e ciascun giorno in onore delli suoi dei dice trecento orazioni. Porta ancora un rubino grande e longo un palmo, di sì vivo colore che pare essere una fiamma di fuoco; si stima questa essere la più bella e la più preziosa pietra che sia al mondo. Il gran Tartaro di Catai l’ha molto desiderata, né mai per denari o per forza o ingegno ha potuto ottenerla. Osservasi per tutto il suo regno gran giustizia, talché ciascuno può per quello securo andare.

L’altra isola era di circa duemila miglia di giro, domandata Silam, di cose al vivere necessarie e di altri beni molto grassa; in essa è un infinito numero sì di serpenti ed elefanti come di molti animali selvaggi, tra li quali ivi dicono esserne alcuni quali non offendono uomini forestieri né di altro paese, ma quelli che sono in quella isola nati solamente noiano. In questa contrada ancora è un grande e alto monte, dove dicesi Adam aver ivi pianto il figliuolo cento anni, sopra del quale è un bel piano e in mezo di quello è un grande e profondo lago, le acque del quale dicono essere nate (il che non si crede) le lagrime d’Adam e d’Eva. Nella profondità d’esso si trovano molte pietre preziose, quali il re di questa contrada a’ poveri per la sua anima dona, lasciando quelli una over due volte l’anno in ditto lago intrare, permettendo che togliano di queste pietre quante essi ne ponno prendere, e prese a quelli liberamente donando. E perché ditte acque sono piene di sanguisughe, acciò che ditti poveri vi possano intrare senza essere da quelle offesi, pigliano un certo frutto domandato bavoyr, qual pestano, e pesto del succo di quello molto bene s’ungono, e unti in ditto lago entrano, e non ponno le sanguisughe per il ditto licore e succo di quel frutto offendergli. Le acque che vengono giù per questo monte da questo lago, dove cavando si trovano fini rubini, diamanti, perle e altre pietre preziose, per il che il re di questa contrada si dice avere più pietre preziose che altro re che sia al mondo.

Da qui partendomi e più verso el mezogiorno caminando, arrivai in un’altra isola domandata Dadin, che appresso noi significa immondo e brutto: perché gli uomini che qui dimorano in lor cibo usano mangiare carne crude, sì umane come di molti altri animali, e d’ogn’altra bruttezza che si possa dire. Osservano tra essi un brutto e abominevole costume, che ‘l padre mangia il figlio e il figlio il padre, la moglie il marito e il marito la moglie, in questo modo. Infermandosi il padre d’alcuno, subito il suo figlio va da l’astrologo, cioè lor sacerdote, al quale dice: “Signore, vi prego che andiate dal nostro dio a saper se mio padre die esser liberato da questa infirmità, overo deve per quella morire”. Allora il sacerdote con il figlio dell’infermo insieme vanno dal lor idolo, al qual gionti fanno orazione e dicono: “Signor, tu sei il nostro dio, qual noi per nostro dio adoriamo e stimiamo; ti preghiamo che vogli risponder a quello che noi ti domandiamo. Il tale uomo è molto infermato: ti domandiamo se deve di tal infirmità essere liberato, over di quella morire”. Allora il demonio per bocca di quell’idolo risponde: “Tuo padre non morirà, ma da questa infirmità serà libero, ma tu adesso tali e tali cose quali ti comando farai”. E così, inteso il figlio il modo qual deve tenere nel governo di suo padre, da quello si parte e va da suo padre, al qual serve diligentemente facendo tutto quello che l’idolo ha detto, insino a tanto che ‘l ditto suo padre è liberato totalmente di sua infirmità.

Ma se ‘l demonio averà detto che ‘l padre ha da morire, allora il detto sacerdote va là dove sta l’infermo e, postoli un panno alla bocca, il soffoca; e morto in questo modo che l’ha, subito lo spezzano in più pezzi, e tagliato che l’hanno invitano gli amici e parenti e tutti li buffoni di quella contrada, quali insieme con li figliuoli e la moglie con grand’allegrezza e suoni lo mangiano. Le ossa del quale poi con grande solennità sotteranno, e gli altri parenti, quali non sono stati per sorte alla festa con essi, se lo reputano in grande vergogna. Questi volendo io di tal cosa riprendere, dicendo che essi facevano contra ogni ragione e natura di tutti gli altri animali, “imperoché, se voi amazate un cane, quello gli altri cani non mangiaranno: quanto maggiormente voi, che sete uomini razionali, non dovereste fare questo?”, essi respondevano: “Noi la mangiamo accioché non la mangiano li vermi e per quello pata alcuna pena, imperoché, essendo mangiata da’ vermi, l’anima di quello patirebbe gran pena”. E quantunque molte cose replicassi, mai in alcuna parte dalla lor opinione e costume li potei rimovere. In questa similmente vi sono molte e altre diverse novitati, quali se non si vedeno non se gli può dar fede, perché in tutto ‘l mondo non sono più grandi e maravigliose cose di quelle che sono e si trovano quivi.

Delle parti di questa contrada volendomi io ben informare, tutti dicevano questa India avere sotto di sé vintiquattromila isole, delle quali la maggior parte è abitata, e similmente avere sessantaquattro re di corona. E con questo faccio fine di scrivere altro dell’India inferiore: al presente intendo solamente dire della superiore.

Dalla qual partendomi, presi il cammino verso l’oriente e, per il mar Oceano molti giorni navigando, venni in una nobile e grande provincia domandata Manzi, qual noi chiamamo India superiore, molto abondevole di pane, di vino, di carne, di pesci, di riso e finalmente di tutte cose che fanno per l’uso dell’uomo molto ricca. Della grandezza della quale volendomi informare, domandai molti mori, cristiani e officiali del gran Cane, quali di un istesso parlar affermavano questa provincia anzi avere 2000 grosse città sotto di sé, talmente grandi che né Venezia né altra città si potrebbe equiparare a quelle di grandezza; per il che tanta moltitudine di genti e numero di uomini è in la predetta provincia che è incredibile a dirsi. Delli quali tutti sono mercanti o vero artesani, quali per lor povertà, purché possano con le mani aiutarsi, non patono alcuno bisogno. Gli uomini di questa sono di corpo belli, ma alquanto di color pallidi, la barba delli quali è rara e longa, a modo di gatte; ma le donne sono di corpo e di faccia bellissime.

La prima terra di questa provincia qual io trovai era domandata Ceuscala, per tre Venezie di grandezza, distante dal mare una giornata e sopra d’un fiume posta, le acque del qual nascono dal mare e si stendono di là dalla terra 12 giornate: terra di grande abondanzia e di tutte le cose che si trovano al mondo fertile, e di tanta quantità di zenzaro copiosa che 300 libre d’esso si hanno per men prezio de un grosso. Quivi ancora si trovano le più belle, grasse e migliore oche che siano oggi al mondo, e al doppio de le nostre grande, de color bianche, sopra la testa delle quale nasce un osso di grandezza simile ad un ovo, di color sanguigno; e sotto la gola di essi pende una pelle per mezo palmo longa. Di esse vi è il miglior mercato che in qual altro loco si voglia, talché una d’esse cotta e ben concia costa men d’un grosso; e quella copia che si trova là di queste, la simile d’anatre e di galline, quali sono a maraviglia grandi. In questa si trovano serpenti, di grandezza più grandi che tutti gli altri del mondo, quali gli uomini di questa terra prendono, e presi li mangiano: la vivanda delli quali talmente solenne e unica è stimata da essi che, accadendo a quelli fare un convito o vero alcuno pasto nel qual non vi sia stato la minestra di quest’animali, si riputano non avere fatto e non essere stato in quel convito cosa degna. Gli uomini di questa città e di tutta questa provincia sono idolatri, e usano certa sorte di barche per navigare e grandissime, come in tutte le altre città del suo regno.

Questa contrada lasciata, passando per molte città, doppo longo camino di molti giorni, venne in una certa città molto nobile domandata Zaton, quale di tutte quelle cose che sono all’umano uso necessarie è molto grassa, ma di zuccaro tanto che tre libre e otto onze di quello ivi vagliono men di un grosso. Questa città al doppio di Bologna è grande, e vi sono molti monasterii di religiosi idolatri, quali adorano universalmente gli idoli, nell’uno delli quali io fui e trovai che vi erano 3000 di questi religiosi, e nella loro chiesa vi erano 11000 idoli, di statura sì grandi che ‘l più picciolo d’essi era di grandezza simile alla pittura che si fa qui da noi di san Cristoforo. Alli quali quando essi danno a mangiare (perché vi fui presente) fanno portare le minestre calde, e quelle avanti d’essi idoli pongono, e il fumo d’esse ascende nella faccia d’essi idoli, e ivi tanto quelle dimorare lassano insino che vi sia fumo; e quello lor tengono essere la vivanda di lor dei, stimando di quello essi nutrirsi. Il resto che avanza lo riserbano e mangiano essi. Molte altre cose in questa terra trovai quali lasso scrivere.

Da questa verso l’oriente caminando, venni in una città domandata Fluzo, bella e di circa 30 miglia de grandezza, sopra del mare posta, nella quale li galli sono sì grandi che in altra parte del mondo non si trovano maggiori, e le loro galline sono bianchissime come neve, senza penne, ma di lana (in loco di quelle) coperte, a modo di pecore.

Dalla quale partendomi e caminando 18 giornate, passando molte città, terre e diversi paesi, venni in un gran monte abitato da due lati, nell’uno lato del quale abitavano certe genti quali vivevano in un modo de vivere strano e inusitato, e tutti gli animali che sono e nascono in quello son negri; e gli animali che in l’altro lato si trovano sono bianchi, similmente da stranie genti abitato e nel vivere molto dagli altri alieno: le donne quali hanno marito hanno in testa un gran barile di corna, quali in segno del lor maritaggio portano. Da questo predetto monte doppo il camino di 18 altre giornate, vedendo molti luoghi e paesi, arrivai in un gran fiume, per il traverso del qual era un ponte, e nel capo d’esso una casa di un pescatore dove alloggiai, qual, volendo darmi alquanto spasso mi disse che se volevo andar seco a vedere un bel pescare. Similmente in un altro loco partito e allontanatomi da questo fiume molte giornate, vedetti un altro modo di pescare qual era questo, che gli uomini che pescavano erano in una barca nudi, con un sacco dietro al collo legato, e in quella una tina d’acqua piena tenevano, e ciascuno d’essi con il sacco nell’acque butandosi prendeva li pesci con le mani, qual presi in quel sacco mettevano; e dall’acque levatosi saliva nella barca, dove reponeva li pesci quali avea presi, e subito intrato nella tina in quell’acqua calda si lava, e in questo modo uno doppo l’altro facevano.

Venni doppo questo in una città domandata Cansay, che appresso noi vuol dire città celestiale, di pane, di vino, di carne, di porco, di riso e finalmente di tutte quelle cose che sono all’umano uso necessarie copiosa, e ancora di mercanzie grandi, e nobilissima. Questa è la maggior città che sia oggi al mondo, e in tutto il sito della terra di grandezza e circuito (secondo l’opinione di molti cristiani e altra gente che ivi dimorano) è 100 miglia, posta appresso un fiume, qual dall’un lato di essa passa, sì come in Ferrara; per il che la detta è più longa che larga, circondata tutta d’acque di lacune come Venezia, nel contorno della quale sono circa 11000 porti, in ciascuno delli quali sono le guardie del gran Cane quali ivi per difensione e guardia d’essa città continuamente dimorano. Questa ha 12 porte principali; lungi da ciascuna d’essa più di 8 miglia vi sono città maggiori che Venezia e Padova di grandezza, talché caminerà alcuno sei e otto giorni continui, caminando sempre per ditto spazio alle volte per un borgo solo e loci abitati d’essa: onde parerà, doppo longo e grande camino, non aversi quasi di là partito. Questa città sì grandemente è abitata che non è spanna né palmo d’essa dove non siano abitacoli, talché in una casa saranno alle volte dieci e dodici fuochi insieme, quali, per statuto del lor signore, pagano per ciascuno anno un balis, che vuol dire cinque carte bombacine, di valore un fiorino e mezo delli nostri. È ben vero che ditti dodeci fuochi, essendo in una casa insieme, fanno e sono numerati per un fuoco, e così per uno pagano; quali tutti sono 90 tunne, vocabulo e nome che appresso noi significa numero di 10000. Nonanta tunne adunque importa qui da noi numero di 90000 fuochi. E gli altri che ivi dimorano, alcuni son cristiani, alcuni mercanti, alcuni passaggeri che di là passano. Finalmente, più volte mi maravigliai come tanta gente e numero di uomini vi potesse capire; e sotto di essa sono li borghi, nelli quali non minor numero di gente vi sono che sia in essa città.

Qua capitando quattro nostri frati minori, convertirono un grande e potente uomo alla fede nostra, nella casa del quale allora alloggiai, e quello alle volte mi diceva: “Atha, – che vuol dire padre, – piace a voi venir meco a spasso vedendo la terra?” Al qual io risposi piacermi, per il che, in una barca montati, andassimo ad un gran monastero, al qual intrati chiamò a sé un di quelli religiosi; e quello là venuto, mostrandomi gli disse: “Vedete voi questo raban frach (cioè questo uomo religioso)? Costui viene dalle parti occidentali e va al presente in Cabalec a pregar alli dei la vita del gran Cane. Per il che vi prego che mostriate alcuna cosa nuova a costui, ch’esso poi, partito di qui, possa in questa città di Cansay avere alcuna cosa nuova visto raccontare”. Quale rispose esserli grato far tutto quello ne piacesse, e così di là andassimo seco. Qual prese prima dui gran mastelli pieni di molene e altri fragmenti quali doppo la lor tavola avanzavano, e quelli presi andassimo ad un certo giardino nel quale, aperta primo la porta d’esso, entrassimo, dove era un monticello di delettevoli e ameni arbori pieno. Così stando, il predetto uomo prese un cimbalo e quello preso incominciò a sonare, al suono del quale varii e diversi animali che in quello monticello dimoravano si movevano, e giù dal detto monte a tre a tre ordinatamente li vedevamo scendere: delli quali alcuni erano come gatti maimoni, alcuni altri avevano la faccia di uomo, altri di diversa sorte. Quali avanti d’esso così ordinatamente venuti, a quelli secondo era di bisogno e secondo la lor qualità dava mangiare, ponendo avanti d’essi certi catini dove mangiavano. E quando al ditto uomo pareva ch’avessero mangiato, preso un’altra volta il cimbalo in mano e sonandolo, tutti al lor loco ritornavano. Della qual cosa ridendomi, domandai onde questa cosa procedesse, ed egli rispondendomi disse: “Queste sono le anime di gentiluomini grandi e potenti, quali noi per l’amor di Dio pascemo”. “Come le anime di gentiluomini? – dissi io. – Questi sono bestie e animali come gli altri”. Qual replicandomi disse: “Queste sono le anime di gentiluomini grandi e potenti (com’ho detto), quali, partiti che sono dal corpo, vengono in simil animali ad albergare, in tanto che, secondo la nobiltà e grandezza del morto, sua anima si elegge un animale bello e nobile come lei ad abitarvi. E le anime degli uomini rustici e villani entrano in corpo d’animali vili simili ad esse, e in quelli abitano”. Al qual pur sforzandomi volerli dire il vero, non potei mai da quella opinione ritrarlo.

Finalmente, chi volesse dire a pieno tutte quelle cose che in questa città sono, certo che in longo scrivere né anco compiria. Visto che ebbi Cansay, mi parti e caminando sei giorni venni in una gran città domandata Chileraphe, terra in un bel sito posta, di grandezza e circuito di muro 40 miglia: città molto abondante, nella quale fu la prima sede del re manzo, e nella quale sono circa 370 ponti di pietre, più belli che siano al mondo. Quivi ancora è una sorte di barche per navigare di grandezza mirabile.

Da Chileraphe venni in un fiume grande, chiamato Dotalay, maggiore di tutti gli altri fiumi che siano oggi nella terra, talmente che il più stretto loco d’esso è di larghezza sette miglia. Qual passa per mezo la terra de’ Pigmei, domandata Tacchara, città delle più belle e maggiori che siano al mondo. Gli uomini di questa son chiamati Pigmei, de statura tre spanne o palmi grandi; e non solamente essi, ma gli altri uomini di altro paese, quantunque grandi, che ivi dimorano, se generano figliuoli, quelli sono di picciolezza di corpo simili a quelli Pigmei. Quali essendo nell’età di cinque anni si maritano, onde vi nasce ed è tanto il numero di questi che non si può né dire né numerare; per la lor picciolezza vengono da tutto il mondo nominati e famosi. Questi tali hanno il discorso della ragione come noi, e il loro lavoro è di bombace, della qual fanno più opere che in altro loco del mondo.

E passando da questo fiume e da molte altre cittadi, venni in un loco domandato Iamzai, città nobile e grande, de abitazione de 80 tunne, cioè 80000 fuochi, essendo com’è detto che una tunna significa numero de 10000, di tutte le cose che sono per il vitto degli uomini abondantissima. Di essa il loro signore ha di entrata e rendita 50 tunne di balassi, cioè numero de 750000 fiorini, essendo che pur abbiamo detto che ogni balasso importa il valore de un fiorino e mezo delli nostri. Ma accioché per il pagare di una tanta summa di denari detta città non patisse disaggio e impoverisse, il detto signore gli lassava dugento tunne. Quivi usasi che, volendo alcuno invitare a pasto suoi amici o altro, va a certi alloggiamenti a questo solo effetto deputati, dove là gionto chiama quello che governa lo alloggiamento, e dicegli: “Patrone, io voglio fare un pasto a certi miei amici e spendere tanto: fate che trovi apparecchiato”. Partito, torna poi con quelli a chi ha da fare il pasto al ditto alloggiamento, ove si fa il pasto ordinatamente, essendo là molto meglio serviti che nelle lor case proprie. Quivi ancora è una sorte di barche di grandezza mirabile; e in quella vi è ancora un loco de frati minori dell’ordine nostro.

Da longi di questa città dieci miglia, nel capo di questo fiume, è un’altra città domandata Meugu, quale come le altre città sono bianche, e li lor palazzi e sale di essi sono giù nella pietra cavati, e là abitano; e molte altre cose belle e mirabili vi sono, ma tra le altre una sorte di barche così grande che è incredibile ad intendere la grandezza di esse.

E da questo passando molte cittadi e luoghi e caminando otto giorni per acqua dolce, venni in una città domandata Benzin, sopra de un certo fiume posta, domandato Caramoraz: questo fiume passa per mezo la città di Catay, alla quale, quando le acque d’esso crescono, fanno gran danno, come il Po qual passa per Ferrara. E caminando molti giorni per questo fiume giunsi in una città domandata Suzupato, molto di pane e vino e mercimonii e d’ogn’altra cosa copiosa, e di sorgo tanto abondevole che in tempo quando è più caro e costa, ivi 40 libre costano men d’otto grossi.

Dalla predetta città di Suzzumato partendomi venni in una nobile e grande città chiamata Cabalec, molto antica e nobile, posta nella provincia di Catay, quale li Tartari insieme con un’altra città domandata Taydo, distante dalla ditta mezo miglia, per forza presero. Questa città ha 12 porte una dall’altra distante per spazio di due miglia, donde il contenuto di esse è circa 50 miglia di giro e di grandezza. In essa il gran Cane tiene sua sede, dove ha un bello e grande palazzo, le mura del qual sono circa quattro miglia di circuito; e nel cortile d’esso è un monte non naturale ma fatto a mano, piantato tutto d’arbori, onde lo chiamano Monte Verde. Nella sommità del quale vi è posto un altro palazzo quanto si possa dire bello, e dal lato d’esso un lago similmente con arte fatto, dove sono e vi vengono tanta quantità di oche selvagge, anatre e cesani che chi li vede fa piacere e maraviglia. Quando al signor piace andare a caccia, può là senza uscire fuor della terra cacciare; quale al suo traverso ha un bel ponte di pietra. Ma il palazzo dove la propria persona del re dimora è grande, ma molto più bello, posto sopra un certo loco elevato dalla terra dui passi, li muri del qual son di finissime pelle rosse coperti, e di dentro ha vintiquattro colonne di puro oro fatte. E in mezo d’esso vi è una pigna grande, alta due passi, fatta d’una pietra preziosa chiamata merdicas, tutta d’oro fino ligata; e da quella pendono certe reticelle quanto una spanna grande, similmente di fine perle insertate, e in ciascuno angulo d’essi vi è un serpe tutto d’oro fatto, qual pare che ditti angoli fortemente batta. E da li condutti per questa, a modo di fontana, viene l’acqua, della quale tutta la corte del re si serve, per il che all’incontro d’essa sono molti vasi di oro, ad effetto che chi vuol bevere quelli prendendo beva. In questo palazzo ancora sono molti pagoni d’oro, di tal sorte che, volendo alcuno di quelli del signor alcun spasso dargli, fanno un romore, battendosi insieme man con mano, quali come se fossero di quel suono spaventati mettono le ale e fanno segno di moversi, come se volessero di là partire.

E quando il gran signore di questa siede in sedia regale, nel sinistro lato d’esso sede la regina, nel secondo grado sono due sue donne, nell’ultimo tutti li parenti della regina. Delle quali donne le maritate hanno in testa un piede di uomo, un braccio e mezo di longhezza, di grosse e fine perle ornato (talché se in alcuna parte del mondo sono perle di valore, si trovano qui), e sopra d’esso hanno similmente certe penne di grue, le quali in segno di maritaggio portano. Nel destro lato d’essa regina siede il figliuolo primogenito, qual doppo morto il padre ha da succedere in regno, e doppo questi predetti siedono giù tutti quelli che sono di sangue regale; dove sono quattro scrittori, l’officio delli quali è scrivere tutte le parole che il re sedendo dice. In presenza del qual similmente sono molti altri e innumerabili baroni, con mirabil silenzio avanti il suo cospetto stando in piedi, non avendo nessuno d’essi ardimento (se prima non sono da esso re domandati) parlare, eccetto li suoi buffoni, li quali ponno, per dar spasso e far ridere il signor, dire alcuna cosa; nondimeno non hanno ardire altrimente fare, eccetto secondo l’ordine dato ad essi dal re; dimorando avanti la porta del palazzo molti baroni, quali guardano e vedono che nissuno senza licenzia del re entri, e avendo alcuno ardire di fare altrimente ed entrarvi, non solamente non lo lassano, ma quello viene crudelmente battuto. E quando da questo signor si ha da far qualche convito, il secondo suo figliuolo insieme con quattromille baroni lo servono, delli quali ciascuno porta una corona in testa, vestiti d’una veste tutta de finissime perle conserta, di tal valore che solo esse perle si stimano passare il valore di 15000 fiorini.

Nella corte del qual sono più di 10000 uomini, quali hanno diversi officii, uno all’altro respondenti e talmente bene ordinati che ciascuno d’essi fa fidelmente il suo officio, senza in quelli trovarsi alcuna fraude. Nella qual corte io, fra Odorico, fui tre anni continui, e alle predette feste e conviti molte volte presente; e in essa noi frati minori avemo un loco deputato, al qual capitati, bisogna a noi dare la nostra benedizione ad esso re. Ivi essendo, diligentemente domandai cristiani, mori, saraceni e molti altri baroni quali mirano la persona del re, a quello solo officio deputati: dalli quali tutti di un conforme parlar fui informato che li buffoni solamente di esso erano circa 7300 tunne, cioè 30000 de essi, delli quali alcuni guardavano li cani, altri le bestie, altri in guardia degli uccelli erano deputati. Il numero delli quali uccelli dicevano essere 15 tunne, cioè 150000; e li medici quali il detto per sua cura tiene sono 4009, delli quali 4000 sono idolatri, otto cristiani e un saraceno, quali tutto quello che loro fa di bisogno hanno dalla corte del re.

Questo signore nell’inverno sta in Cabalec, e nel principio dell’estate si parte a starsi in una città domandata Sanay, posta sotto la tramontana, loco e abitazione freddissima, dalla quale quando dal l’una per starsi all’altra si parte, va con mirabil grandezza. Avanti d’esso vanno quattro eserciti d’uomini a cavallo, di numero 50 tunne, cioè 50000 cavaglieri, delli quali uno precede all’altro una giornata, trovando, in ogni giornata deputata alla quale arrivano, apparato tutto quello che fa di bisogno per lor vitto. E nell’ultimo esercito, in mezo del qual sopra un ornato e concio carro a due rote viene il re, e nel qual è un solaro a modo di sala ordinato, fatto tutto di legno d’aloe d’oro inaurato e di bellissime pelli di molte pietre preziose ornate coperto, da quattro elefanti e da altrettanti cavalli bellissimi tirato, e similmente da quattro baroni (là chiamati zuche) guidato, delli quali l’officio è con diligenza guardare che ‘l carro sia da bon loco tirato e che il re non abbia alcuna offensione; al qual niuno per meza arcata (eccetto li suoi deputati) ha ardimento avicinarsi. Per prendersi nel camino alcun spasso, seco nel carro porta dodici uccelli domandati zifalci, quali, vedendo alcuno uccello, lassa dietro quelli volare. E questo medesimo o simil modo osservano secondo il lor grado le sue donne, e l’istesso il suo figliuolo primogenito.

Questo divise il suo regno dodici parti, nominata ciascuna con il segno de 12, delle quali una è quella provincia di Manzo della quale abbiamo detto, cioè India superiore, qual sotto di sé ha circa 2000 cittadi grosse; donde talmente è grande questo suo imperio che in caminar alcuna parte d’esso v’anderebbe il camino di sei e più giorni in vederla, non numerando tra le divise parte le isole, quali passano il numero di 5000. In ciascuna delle quali isole e parti del suo regno il detto fece ordinare certe case e alloggiamenti di cortina, (tenendo esse questo nome: case di cortina) di tutte quelle cose che fanno per il vitto dell’uomo fornite, ad effetto che li passaggeri e altri viandanti, quali per il suo regno caminano, per lor bisogno loco e albergo e tutto quello che ad essi è necessario abbiano e trovino. E a fine che, quando nel suo regno accade alcuna cosa di nuovo, subito gli ambasciatori del ditto signore cavalcano, e se il fatto è di troppo importanzia montano sopra li dromedarii, e a quello velocemente corrono; dove a questi alloggiamenti avvicinati mettono un corno in bocca fortemente sonandolo, dando per quello aviso a quelli che nell’alloggiamento e case stanno che viene l’ambasciatore (quali appresso noi si domandano staffette). Per il che l’oste, per insino a tanto che quello arriva, fa mettere in ordine un uomo e un cavallo fresco, al quale arrivato al detto alloggiamento il primo gli consegna le littere, quali consignate, là si reposa e della fame e camino già fatto si restaura; e l’altro che ha preso le littere corri insino all’altro alloggiamento, e in quel modo fa come il primo ha fatto.

Quando questo signore va alla caccia serva quest’ordine. Fuori de Cabalec vinti giornate ha un bellissimo bosco di otto giornate di circuito, nel quale è tanta varietà di animali che è cosa maravigliosa; alla custodia di questo bosco sono posti dal gran Cane alcuni li quali diligentemente lo custodiscono. E alla fine di tre o vero quattro anni se ne va il predetto con la sua gente, e quello circonda con gli uomini, li quali lasciano intrare li cani, e gli uccelli consueti doppo quelli dentro mandano a volo; ed essi a torno a torno diligentemente investigando cacciando vanno, reducendo quelle fiere ad una bellissima pianura quale in mezo di quel bosco se ritrova, talmente che ivi si congrega di ogni parte grandissimo numero di selvaggie fiere, come sono, cervi e molti altri e varii animali, tanti che è grandissima maraviglia. Li gridi degli uomini, delli cani e li stridi degli uccelli sono sì grandi che uno non può intendere l’altro: dalli quali ancora tutti quelli animali ridotti tanto si spaventano che timidamente tremano. E congregati quelli animali nel modo predetto, viene il re, portato da tre elefanti, e lancia tre saette in quelli; quali lanciate, tutti quelli che li accompagnano fanno il medesimo, avendo ciascuno la sua saetta con il proprio segno segnata, accioché una dall’altra si cognosca. E a quell’altre ammazzate poi vanno, e le saette dietro quelle lanciate raccogliendo; quali essendo (come è detto) segnate, ottimamente la sua ciascuno discerne, toccando ad ogniuno d’essi quell’animale qual con la sua saetta ha ferito.

Questo re similmente fa quattro feste all’anno, cioè la festa del suo nascimento e la festa della sua circoncisione, e così le altre, alle quali fa chiamare tutti li buffoni e li baroni di sua parentela, ma specialmente quelli chiama alle predette due prime. Li quali essendo chiamati vengono con una corona in testa, sedendo allora il re in sede regale di quel modo abbiamo di sopra detto; al qual arrivati, ordinatamente stanno nel lor loco deputati. Delli quali li primi vanno vestiti di scarlato, li secondi di colore sanguigno, li terzi di turchino, portando ciascuno in mano una tavola di denti d’elefanti bianca, centi de cingolo d’oro un somesso alto, con un grande silenzio stando in piedi; vicini a questi stanno similmente li buffoni, tenendo le loro insegne. E doppo questi in un angulo del palazzo dimorano filosofi grandi e sapienti, li quali attendono a ciascun punto e ora e, occorrendoli quel punto o vero quell’ora quale aspettano, un di quelli allora con alta voce gridando dice: “Chinatevi al nostro imperator signor grande”; allora tutti li baroni tre volte una doppo l’altra danno della testa in terra, e così battuti stanno insino che un altro delli detti sapienti un’altra volta sclama dicendo: “Tutti levatevi”. Il che inteso, subito si levano, e fatto questo attendono agli altri punti, quali similmente trovati, un’altra volta si sclama: “Ponetevi un dito nell’orecchia”, e quelli subito lo pongano, e dicendo: “Cavatelo”, lo cavano. E doppo un pezzo li predetti diranno: “Burattate farina”, e questi e molti altri simili alli predetti segni fanno fare questi filosofi, dicendo quelli essere di gran significato e denotare gran cose. E a queste feste sono molti deputati, l’officio delli quali è vedere che nessuno delli baroni e buffoni chiamati vi manchi; il che trovandosi, quello che manca verrebbe ad incorrere gran pena e castigo. E li predetti sapienti similmente attendono il ponto di questi buffoni, qual venuto esclamano: “Fatte festa al nostro signore”. Allora quelli cominciano a sonare tutti li loro istrumenti di suono, fortemente cantando, delli quali è tanto lo strepito che fa maraviglia ad intendere, non cessando per insino che esclamando gli è detto: “Tacete tutti”, e così quelli tutti tacciono. E dopo fatto questo, tutti quelli che sono della parentela del re tengono molti cavalli bianchi apparecchiati per donarli al re, e stando in tal procinto, esce una voce dicendo: “Il tal di tal casa tanti cavalli tiene per il suo signore”. Alcuni altri essi stessi dicono quelli cavalli tenere in ordine per il suo signore, in tanto ch’è una maraviglia di tanto numero di cavalli che vengono donati a questo signore. Molti altri baroni vi sono quali da parte di altri signori e baroni portano presenti al predetto, e quelli da lor nome gli presentano. A questo similmente tutti li principali delli monasterii vanno con li presenti, al qual arrivati gli donano e gli danno la lor benedizione, e il medesimo a noi frati minori è necessario fare, darli la nostra. E fatto questo, avanti di esso si presentano alcuni buffoni e buffonesse, e in sua presenzia sì dolcemente cantano che ad intendergli danno piacere e maraviglia; e doppo cantato che hanno, fanno menare certi leoni in presenzia del re, al quale fanno dagli predetti leoni fare riverenzia, facendo doppo questo portare certi cifi artificiosamente pieni di buon vino, e alla bocca di chi vuol bevere detti cifi porgono.

Finalmente, queste e molte altre cose simili in presenzia di questo signore fanno, talmente che, se io volessi a pieno della grandezza di costui e delle cose della sua corte dire, indurrei più tosto maraviglia che credenza, se prima non fossero con li proprii occhi visti. Né meno è da maravigliarsi che possa questo fare tanta e sì incomparabil spesa, imperoché in tutto il suo regno si spendono certe carte quali là si hanno, e si spendono per moneta, donde infinito tesoro perviene alle mani di questo signore. E di esso faccio fine.

Una cosa maravigliosa e stupenda similmente scrivo, non come cosa che l’abbia vista, ma intesa da uomini veramente degni di fede, quali dicevano che in un regno sono certi monti domandati Capesci, dove nascono melloni molti grandi: quali essendo maturi si aprono, e dentro dicono che si trova un animaletto a modo d’agnello picciolo, quale ha il mellone e la carne insieme. E quantunque questo paia all’orecchie di chi l’intende incredibile, nondimeno, sì come nella provincia d’Iberina sono gli arbori quali producono uccelli, similmente può essere possibile e vero che ivi si trovassero li predetti melloni.

Viste queste predette cose in Catayo, me partetti e, caminando per 50 giornate verso il ponente, passai per molte cittadi e per la terra del Preteianne, del qual non è né anco una centesima parte di quello si dice e si afferma essere vero. La principale sua città è domandata Cassan, nondimeno non è maggior di Vicenza, quantunque pur il detto abbia molte altre cittadi sotto di sé. Questo, per patto fatto tra essi loro, ha da menare la figlia del gran Cane per moglie.

Da questa città molti giorni caminando, venni in una provincia domandata Cassan, la miglior seconda provincia e la più abitabile che altra che sia al mondo; quale nel loco che è più stretta è circa 50 giornate larga, longa più di 60. Talmente questa provincia è abitata che uscendo dalla porta d’una città si vedono quelle dell’altra; copiosa di fromento, orgio, fave e altre vettovaglie, ma specialmente di castagne e di reobarbaro (perché in questa provincia nasce) vi è tanta copia che quasi una soma di cavallo si vende e se averia per meno di sei grossi. Questa predetta provincia è numerata tra le 12 parti del regno del gran Cane.

Passato da questa provincia, venni in un gran regno domandato Tiboc, qual confina con essa India, sottoposto pur tutto al dominio del gran Cane, nel quale è la maggior abondanzia di pane e di vino che in altra parte del mondo sia. E le gente di questo regno abitano in le tende fatte di feltri negri; e la regale e principal città sua è fatta di mura bianche e negre, e le vie di quella sono salizate, in le quali nessuno ha ardimento spandere sangue di uomo né di animali, in reverenzia di un certo idolo quale adorano e hanno in stima. Ivi ancora dimora il lor papa, qual essi chiamano lo alfabi, capo di tutti quelli idoli, cioè lor fattore e governatore, alli quali esso secondo il suo costume distribuisce tutti quelli beneficii quali loro hanno. Le donne di questo regno portano più di cento, e nella bocca hanno dui denti così longhi come cignali.

Usasi qui ancora che, morendovi alcuno, allora il figlio del morto farà intendere come vuol fare onore a suo padre: per il che farà chiamare tutti li sacerdoti e religiosi e buffoni di quel contorno, quali venuti portano esso morto fuori in una campagna con grande allegrezza, nella quale è apparato un gran desco, sopra il qual mettono la testa del morto e quella dapoi tagliano, e tagliata danno in mano del figlio. Qual presa, esso, insieme con tutta la sua compagnia, cantano molte orazioni per esso, e doppo li sacerdoti prendono il busto e quello in più pezzi tagliano, e tagliato che l’hanno ritornano con tutta la compagnia, insieme dicendo per il morto molte orazioni. Qual stando così in pezzi, poco doppo vengono gli uccelli, aquile, voltori e altri uccelli quali dalli monti calano, e quelli prendendo portano seco. La qual cosa vedendo con alta voce quelli cridando dicono: “Vedemo qual sia stato quest’uomo? Per certo esso è santo, imperoché vengono gli angeli di Dio e quello seco portano in paradiso”, stimando li predetti uccelli essere angeli. Della qual cosa il figlio si tiene molto onorato e grande, credendo che ‘l corpo del padre sia stato così onorificamente portato dagli angeli di Dio. Il che visto e fatto, subito il figliuolo prende la testa del padre e cuocela, qual cotta, la mangiano, e dell’osso grande di quella ne fa fare un cifo, con il qual esso e tutti della sua casa in memoria del suo padre morto con reverenzia e devozione beveno. E queste e molte cose inusitate e irragionevoli alle predette simili osservano.

Ed essendo io nella predetta provincia di Manzi, fui vicino al palazzo d’un uomo popolare, la vita del quale era in questo modo: il predetto aveva in suo servizio 50 donzelle, quali continuamente lo serveno; e quando il detto uomo vuol mangiare, senta a tavola, al qual le predette donzelle con canti diversi e sorte di suoni le vivande a cinque a cinque le portano, e quelle con le lor mani in bocca di quello mettono, a modo d’uccello pascendolo, non cessando mai avanti di esso cantare insino che le predette minestre non abbia mangiato; e quelle di mangiar compite, vengono le altre donzelle, quali con diversi canti e sorti di suoni cinque altre vivande li portano, menando finalmente, insino che vive, in questo modo sua vita. Il cortile del palazzo di questo tiene di grandezza dui miglia, e il solaro di quello un lato d’oro, l’altro d’argento è coperto; sopra del qual sono li monasterii e campanili, a modo che molti per lor piacere far sogliono. Ed essendo io (come ho detto) lì, dicevano che quattro uomini simili a questo erano in la provincia di Manzo. La nobiltà di questi quella essere stimano, quando portano le ungia delle mani al possibil longhe, per il che molti permettono talmente crescere le ungia, massimamente del dito grosso, che con quella si circondano tutta la mano. E la bellezza delle donne appresso di essi consiste in avere il piede picciolo, per il che le donne, quando hanno figlioli, essendo quelli in fascia li legano, e non permettono che crescano.

Partendomi dalle terre del Preteianne, tenendo pur il camino verso il ponente, arrivai in una contrada molto bella e fertile, domandata Melistorte, nella quale era un uomo domandato il Vecchio del Monte, imperoché questo fra dui monti di questa contrada avea fatto un muro, qual circondava il monte. Di dentro del qual erano certi fonti di acqua, li più belli che si potriano trovare, appresso delli quali si dimoravano donzelle bellissime quanto mai altre si trovassero, similmente belli e ornati cavalli, e finalmente v’erano tutte quelle delizie e piaceri che poriano dar diletto ad uomo, facendo similmente per certi condotti al detto loco venire latte e vino: per il che questo loco chiamavano paradiso. E quando il detto uomo trovava alcune giovane valoroso, quello dentro di questo suo loco faceva mettere, ad effetto che, volendo il detto fare arrobbar e assassinare alcun re o vero barone, chiamava un de quelli qual più era avanti al suo loco, al qual domandava che trovasse alcuno il quale più ad esso paresse che si dilettasse stare in quel suo paradiso. Quale trovato e postovi, e gustato ch’aveva quella somma dolcezza di quel loco, li faceva dare bere una bevanda, qual subito bevuta lo faceva gravemente dormire; e addormentato che era, quello fuori di quel loco portar faceva. E risvegliato, e trovandosi fuori di quel piacere, veniva in tanto grande travaglio, angoscia, che non sapeva che farsi. Allora a quel vecchio patrone del loco instantemente pregandolo gli diceva che volesse un’altra volta in quel suo loco ridurlo, e gli era dal predetto vecchio resposto: “Se tu non amazzi il tale re, o vero tal barone, non puoi intrar là, promettendoti dopo, vivo o morto che tu rimanghi, nel paradiso ridurti”; quali, per la dolcezza di quel loco gustata, per tornarvi non rifiutavano morire. E in questo modo faceva assassinare da quelli qual esso voleva. Per il che tutti li re di quel contorno, avendo paura di costui, gli danno gran tributo; ma dopo che li Tartari avevano quasi per forza preso tutto il mondo, pervennero al loco di questo e gli tolsero il dominio. E tolti molti di questi saraceni, quali esso per il sopra detto effetto teneva, mandorno via; e finalmente v’entrò nella città dove il predetto vecchio dimorava, quale assediorno, da quella mai partendosi insino che la presero. Quale presa, ebbero alle mani il vecchio, qual ligorno, e finalmente mala e crudel morte a quello derno.

In questo paese del predetto loco di Melistorte l’omnipotente Iddio ha concesso una singular grazia alli frati minori, qual è questa, che nella grande Tartaria così facilmente cacciano li demonii dalli corpi assediati da quelli come si caccia un cane di casa. Donde molti uomini e donne, quali sono da’ demonii assediati e vessati, quelli ligati per 10 giorni camminando alli nostri frati conducono alli quali condotti e menati, li predetti frati a quelli demonii comandano da parte del nome di Iesù Cristo debbiano da quelli corpi prestissimo uscire e non vessarli; e subito inteso il comandamento fatto ad essi escono, e quelli che restano dal demonio per grazia de Dio (data alli predetti) liberati si battezzano. Allora li predetti frati vanno a pigliare li loro idoli, di feltro fatti, quali con croce e con acqua benedetta prendeno, e quelli al foco portano, e tutti quelli che sono alla contrada di questi vicini vengono a vedere abbrusciare li dei delli suoi convicini. Quali nel foco buttati (essendo in quelli il demonio) dal foco escono e non lascia quelli abbruciare; per il che li predetti frati buttano acqua benedetta sopra del foco, onde li predetti demonii dal corpo di quell’idoli escono, cridando in aere: “Mira, mira come sono dalla mia casa cacciato”; e allora quelli corpi delli idoli, non essendovi il demonio, si brusciano. Per la qual cosa molti di quelli indemoniati all’anno da’ nostri frati sono battezzati.

Un’altra cosa mirabile e di terror piena ho vista, che andando per la valle posta sopra del fiume qual si domanda fiume di Piaceri, uscendo quello dal paradiso terrestre, viddi molti corpi di uomini morti, e ivi intendeva diversa sorte di suoni, quali a modo de nacari mirabilmente sonavano, donde tanto era il romore che mi metteva gran paura. Questa valle circa 7 o 8 miglia di terra è longa, nella quale se alcun v’entra, senza mai più uscire di là subito muore. Pur nondimeno vi volsi entrare, ad effetto che vedessi che cosa erano questi suoni e corpi morti; alla quale intrato, viddi tanti corpi morti, com’ho detto, che è incredibile dirsi. E nel lato di detta valle, nel muro d’esso, in un sasso vi era una faccia di uomo talmente terribile che per il timor preso da quella mi credetti veramente morire, continuamente meco dicendo orazioni, non avendo totalmente ardire più de sei o vero otto passi appropinquarmeli. Per il che non volendo a quella (com’ho detto) avicinarmi, andai nell’altro capo della valle, e sopra un certo monte arenoso salito sopra di esso guardando niente altro vedeva, eccetto che udiva li predetti nacari sonare. Ed essendo nel capo di questo monte, trovai una quantità d’oro e d’argento a modo di squame di pesce adunata, della quale me ne posi nel seno alquanto, qual poi pensando che fossero inganni di demonii, quello sprezzando in terra buttai. E così di lì per il volere di Dio senza niuna offensione usci’: qual cosa sapendolo poi li saraceni e altre genti, molto mi riverivano, stimandomi, essendo di tal loco vivo uscito, santo, dicendo quelli corpi morti che in quella valle dimoravano essere uomini di spiriti infernali.

Una cosa ho a dire del gran Cane, qual ho vista, che passando il predetto per quella contrada, tutti gli uomini avanti l’uscio di sua casa fanno fuoco, e in quello pongono profumi, accioché quello passando gli inspirino odore, e venendo molti uomini lo vanno ad incontrare. Il qual avendo una volta a venir in Cabalec, e sapendosi certo della sua venuta, un nostro vescovo e alcuni nostri frati e io con essi in compagnia andassimo per due giornate ad incontrarlo; ed essendoci a quello appropinquati, ponessimo la croce sopra un legno, tal che si potea manifestamente da ciascuno vedere. Io aveva in mani l’incensero, qual meco aveva portato, e incominciassimo ad alta voce cantare, dicendo “Veni creator Spiritus”. Qual canti avendo il detto udito, ne fece chiamare e comandò che ce gli accostassimo, che altramente non si averessimo appropinquati, essendo che abbiamo detto che nissuno per meza arcata possa, se non chiamato, appropinquarseli. Così a quello avicinati, deponendo il suo capello, qual era di inestimabil valore, fe’ reverenzia alla nostra croce: e subito il vescovo, pigliando l’incensero da mano qual io aveva quello con il fumo dell’incenso suffumigò. E perché tutti quelli che al detto signore vanno seco portano alcuna cosa ad offerirgli, servando quella legge antica qual dice: “Non apparebis in conspectu meo vacuus”, per questo noi certi frutti portassimo, quali in un piatto gli offeriscono, de li quali ne prendette due, dell’uno delli quali ne mangiò un poco; e a quello il predetto vescovo dopo questo gli diede la sua benedizione. Il che fatto, comandò che di lì partissimo, acciò dalla moltitudine de’ cavalli non fossimo offesi. Per il che, di là partiti, andassimo ad alcuni suoi baroni, quali certi frati del nostro medesimo ordine alla fede convertirono, quali erano nell’esercito di costui, alli quali offerimmo del resto di quelli pomi: quali non con minor allegrezza furno da quelli accettati, come se gli avessimo donati grandissimi presenti.

Io, fra Odorico di Friuoli, dell’ordine de’ frati minori, al reverendo padre fra Guidotto, ministro della provincia di Santo Antonio, confesso che, essendo io da quello per obedienzia richiesto che le sopradette cose, sì quelle che con li proprii occhi ho viste come quelle che da uomini degni di fede ho intese, gli volesse dire e far scrivere, quelle ho dette. È ben vero che molte cose ho fatte scrivere quali non ho viste, ma quelli che sono di quella contrada funno testimonio essere vere. E molte altre cose ho lasciate, quale se prima con li proprii non fossero viste non sono credibili.

Le predette cose io, fra Guglielmo di Solona, nell’anno 1330 nel mese di maggio a Padova, nel loco di S. Antonio, ho scritte, in quel modo che il predetto fra Odorico con la propria bocca gli riferiva, non curandomi d’un alto e ornato modo di parlare scriverli, ma con un domestico e mezo modo di dire, accioché da dotti e ignoranti siano quelle intese. Il predetto fra Odorico passò dalla presente vita del Signor nell’anno 1331 alli 4 di gennaio, e dopo la sua morte di molti miracoli risplendette.

Versione B

VIAGGIO DEL BEATO FRATE ODORICO DI PORTO MAGGIORE DEL FRIULI, FATTO NELL’ANNO MCCCXVIII.

In questo anno corrente del MCCCXVIII divotamente prego il mio Signore Iddio che porga tal lume al mio intelletto che io possa, in tutto o in parte, rammemorare le maravigliose cose da me viste con questi occhi, alle quali, perché maravigliose siano, non perciò se gli deve aver minor fede, poscia che appresso Iddio niuna cosa è impossibile. Voglio dunque a coloro che queste cose che io dirò vedute non hanno, quanto meglio potrò, brevemente scrivendo, dimostrarle. E giuro, per quell’Iddio che in mio aiuto ho chiamato, in questa narrazione non dovere io dire né meno né più di quel che in varie parti del mondo caminando ho visto.

Nell’anno sopradetto io, frate Odorico di Porto Maggiore del Friuli, della provincia di Padova, nel mese d’aprile, con buona licenza del mio superiore mi parti’, e navigando con l’aiuto di Dio e buon vento giunsi in Constantinopoli con altri miei compagni. E indi partendo, passammo il mare Maggiore e arrivammo in Trabisonda, città metropoli di Ponto, ove giace il corpo del beato Atanasio. Qui fu la prima cosa da me veduta degna di maraviglia, quale tanto più oserò di dirla quanto che molti, con quali ho parlato in Venezia, m’hanno riferito d’aver visto simil cosa. Viddi un uomo barbuto e di feroce aspetto che menava con lui circa duemila perdici, a quella guisa che menava i pastori loro armenti; quali Eferdici volando e andando via le menò a donare all’imperatore di Costantinopoli, il quale ne tolse quante a lui parve e l’altre le lasciò andar via. Del che maravigliandomi fortemente, udi’ da coloro che sarebbe egli per far altre prove più maravigliose di queste; fra le quali fu questa, che un giorno essendo stato ammazzato un caro e fidelissimo fameglio dello imperatore di Costantinopoli, e non trovandosi il malfattore, ne fu questo barbato dallo imperatore con istanza pregato che con qualche via lo scoprisse. Il quale, fatto portare il giovane morto nel mezo della piazza tutto insanguinato, in presenza di molta gente, scongiurando con li suoi incantesmi gli messe in bocca una crescia piccola di fior di farina, il quale non sì presto ebbe in bocca la crescia che si rizzò in piedi e disse chi l’aveva ammazzato e per che cagione, e ciò detto ricadde subito morto.

Dopo molti giorni andassimo ad un castello dello imperadore di Costantinopoli, che avea nome Zanicco, dove si cava l’oricalco e ‘l cristallo. Indi partiti venimmo in Armenia maggiore, in una terra che ha nome Orzaloni, ove poco innanti era morta una ricchissima donna, la quale fece testamento e, fra l’altre cose, lassò che de’ suoi beni si fabricasse un monastero di meretrici delle più belle giovani del paese, e di detti beni della defunta queste donne fussero ben vestite e adornate secondo loro usanza, e ben servite così nel vestire come nel mangiare, le quali erano obligate senza alcuna mercede di sodisfare tutti coloro da’ quali fussero richieste. E se pure vi fusse tra loro alcuna che non avesse sodisfatto a quei che l’avessino richiesta, e coloro se ne fussero lamentati, subito la donna fusse mandata via da detto monastero e priva di tutto quanto aveva in compagnia di quelle. Di che volendo noi saper la cagione, e perché avessi fatto fare tal cosa doppo morte la detta donna, ci fu risposto per impetrar misericordia della anima sua e di suoi peccati dal Dio suo che ella adorava.

Quindi partito, andai sul monte dove è l’arca di Noè, nella cui cima si dice pochi che abbino voluto andarvi essere potuti pervenire, perché il monte è santissimo e oltre ciò inaccessibile per l’altissima neve che vi sta tutto l’anno e piglia almeno le due parti del monte. E quindi partiti, navigammo e venimmo in una città di Persia detta Taurisio, dove sono luoghi di frati minori. La città è mirabile e abondante di ricchi mercadanti, al cui lato è un grandissimo monte di sale, donde ogni persona ne può torre quanto vuole; e già se n’erano carche navi e mandato dove ne era carestia.

Quindi ci partimmo e arrivammo in Soldania, dove è la sedia del re di Persia, e da qui a Sabba, dove arrivarono i tre magi. Questa l’è una bella città e ben situata, lontana da Gierusalemme delle giornate più di LX. Di qui andammo al mar sabbionoso, e ci convenne star colla caravana in porto ben quattro giorni. E non fu niuno di noi che ardisse d’intrar in questo loco, perché l’è un’arena asciutta e al tutto priva d’umore, e si muta a quella guisa che fa il mare quando è in tempesta, or qui or lì, e fa nel muoversi l’istesso ondeggiar che fa il mare, in guisa tale che un’infinità di persone s’è trovata, caminando per viaggio, oppressa e sommersa e coverta da queste arene, le quali dal vento dibattute e trasportate or fanno come monte in un loco e or in un altro, secondo la forza del vento da cui sono elle agitate.

Tra pochi giorni doppo venimmo in una città chiamata Geste, la quale è l’ultima parte della Persia verso il paese d’India. Quivi trovai grandissima abondanza di grano e di fichi e d’uva passa grossissima e verde. E quindi partito andai nella Caldea, là ove tutti e’ giovani e vecchi secondo loro facultà sono vestiti da donne alla guisa di queste del nostro paese; la maggior parte di qual porta in testa cuffie lavorate di oro e adornate di perle e altre pietre preziose. E le donne loro al contrario vanno mal vestite, con veste che non giunge sino al ginocchio, con braghesse e legazze che pendono insino al collo del piede, e portano la testa discoverta, scapigliate, senza ornamento niuno nel capo. Qui viddi io un giovane che voleva menar per moglie una bella giovane, accompagnata da altre giovani belle e vergini, le quali forte e dirottamente piangevano, stando il giovane sposo con la testa bassa e leggiadrissimamente vestito; e d’indi a poco il giovane montò s’un asino, e la moglie lo seguiva mal vestita e scalza a piedi, toccando l’asino, e ‘l padre andava benedicendo, fino a casa dove la menò per moglie.

Lungi di qui navigando per lo mar d’India, in ventotto giorni arrivassimo in una città stata già del re Porro e chiamata Tava, e ben situata, là ov’è grande abondanza per conto del vivere. Qui viddi uno leon grande e negrissimo, alla guisa di un bufalo, e viddi le nottole, o vogliam dire vespertiglioni, come sono le anatre di qui da noi, e topi chiamati sorici di faraone, che sono grandi come volpi, e ve ne sono un’infinità grande, e peggiori de’ cani mordenti. Il paese è di saracini. La gente è idololatra e adora il bue, della cui carne non ne mangierebbeno per qualsivoglia cosa del mondo, ma gli fanno ben lavorar la terra; però, giunti che sono al sesto anno, li lasciano andar via dove loro piace e gli adorano in ogni loco che se gli fanno incontro; e del loro sterco se n’ungono il viso, credendo eglino allora esser santificati. Né solo questo animale adorano, ma bensì come primo degli altri con minor riverenza, ma però molti e varii ne adorano: chi pesci, chi fuoco, chi luna, chi arbori, chi il sole. Le donne vanno nude, e quando alcuna va a marito, monta a cavallo e ‘l marito monta in groppa e gli tiene appontato un coltello alla gola; e non hanno niente indosso, se non in testa una cuffia alta alla guisa d’una mitra e lavorata di fioretti bianchi; a cui cantando tutte le vergini della terra vanno innanzi ordinatamente fino a casa, dove lo sposo e la sposa si restano soli, e la mattina, levati, vanno pur nudi come prima.

Quindi partendo e navigando per lo mare Oceano verso il nirisi, e trovando il sole, e caminando per lunghe contrade, arrivammo a quella di Nicoverra, la qual gira a torno circa duemila miglia. Dove viddi e uomini e donne colla testa di cane e nudi, quali pure adoravano un bue, della cui effigie tali ne portano nella fronte una d’oro, altri una d’argento, secondo loro avere. Gli uomini sono grandi communemente e fortissimi; la maggior parte del tempo fanno guerra, e alla nuda, fuori che sono coverti da uno scudo grandissimo che gli cuopre fino a terra. Quando prendono alcuni de’ loro nemici, se non si riscattano se gli mangiano arrostiti, e ‘l simile vien fatto a loro dai nemici. E ‘l re di queste bestie era con una catena al collo di trecento perle grosse e bianche e tonde com’una nocella; e oltre ciò nella destra mano aveva un rubino che, per lo vero Iddio, era più grande d’una spanna, e così fino che parea d’aver in mano un carbone infocato. E diceasi che il gran Cane avea più volte messo ogni suo ingegno e forza per averlo, ma non l’avea mai possuto avere. Il re, benché sia idololatra e col viso rassembri un cane, tien ragione e giustizia, e ha gran quantità di figliuoli ed è di gran possanza, e per tutto il suo paese si va sicuro senza essere offeso.

Di qui partiti arrivammo, caminando verso oriente, in una grandissima isola chiamata Diddi. Qui è grandissima gente, che non mangia cose che siano compre; le donne e gli uomini grandi e membrutti, quali si mangiano l’un l’altro; e il padre vende i figli come da noi si vendono i capretti. E se o uomo o donna alcuna si ammalasse, subito sono portati ad un lor sacerdote che attende alli sacrificii de’ loro idoli, fra’ quali ve n’è un grandissimo tutto di oro il quale è più degli altri adorato, a cui si porta innanzi l’ammalato, il quale doppo molte orazioni fattegli risponde se dee morire o guarire. Se dee guarire, l’ammalato è riportato a casa, con esser prima fatte all’idolo molte offerte. Ma se l’idolo risponde che debba morire, il sacerdote toglie un panno e gli lo mette d’intorno alla gola e lo strangola, e del morto ne fanno più di mille pezzi e lo mettono in un vaso grande, e così vien mangiato da tutti i parenti; e dell’ossa si fan certe cerimonie e poi sono sotterrate. E se alcuno de’ parenti non vi fusse invitato, se lo reputa a grande ignominia e scorno, e quasi sono lieti quando alcuno s’inferma per posserlo mangiare e farne festa. Onde io avendogli di ciò ripreso, e dettogli che farebbono meglio a lasciarli morire naturalmente e sotterarli, mi fu risposto che sepelliti a questo modo puzzarebbono e farebbono i vermi, di modo che Iddio, offeso dalla puzza, non gli riceverebbe nella gloria sua.

Da qui passammo nell’India superiore e pervenimmo nella nobile provincia di Mangi, chiamata l’India di sopra, qual provincia contiene più di duemila grosse cittadi e altretante tenute e grosse castella, che sono come Vicenza o Trivigi, che non han nome di città. In questo paese è tanta moltitudine di gente che è una cosa incredibile, di tal sorte che in molte parti di detta provincia viddi più stretta la gente che non è a Vinezia al tempo dell’Ascensione. Il paese è abondante assai di pane e vino e carne, ma molto più di pesce, e vi sono infiniti artegiani e assaissimi mercadanti. E non vi è chi vada cercando la limosina, perché o poveri o infermi sono ben governati e provisti delle cose necessarie. Gli uomini sono tutti ugualmente grandi e pallidi, con i peli della barba irti e male composti alla guisa delle capre; le donne sono bellissime.

La prima città della provincia che io vedessi fu Tescol, la quale è tre volte maggior di Vinezia, ed è lungi del mare una giornata ed è messa sopra un fiume; e vi sono tanti navilii de naviganti che osarei dire non averne tanti tutta l’Italia. E per un ducato viddi dar 700 libre di zenzevero verde e fresco. Qui sono oche bellissime e maggiori tre volte delle nostre e bianchissime, e hanno su la testa un osso com’un ovo, e dalla gola gli pende la pelle fin in terra; l’anatre e le galline sono per due delle nostre. Qui sono i maggiori serpenti del mondo, quali si prendono con certi loro ingegni, e li coceno e mangiano, e gli paiono odoriferi; di modo che il mangiar serpenti in convito non è differente da altre vivande, anzi, quando vogliono far convito più famoso, tanto più serpenti apparecchiano e danno in tavola a’ convitati.

Quindi partimmo e navigammo 27 giornate, e trovammo di molte cittadi e castella, ne’ quali entrammo, e specialmente venimmo in una bellissima città detta Zanton, dove sono dui luoghi di nostri frati minori. La terra è abondante di tutte le cose necessarie alla vita umana; qui 3 libre di zuchero si danno per un soldo. La città è grande due volte più di Bologna; uomini e donne sono piacevoli e belli e cortesi, massime a’ forastieri. Sono in questa terra molti monasteri e idololatrice, avisandovi che vi sono più di 3000 idoli, e il minore è due volte più grande d’un uomo, e sono d’oro o d’argento o d’altri metalli lavorati; e gli danno da mangiare mettendogli il fumo nel naso, e loro si mangiano le bevande refreddate che sono.

Di qui partendo verso oriente, giunsi in una città che è sopra il mare, grande più di 30 miglia, chiamata Foggia; i galli sono grandissimi, le galline bianchissime e in vece di piume sono vestite di lana come pecore. Quindi navigammo 18 giornate, trovando sempre città e castella, e pervenimmo ad un monte altissimo nel qual mi parve veder cosa strana, che da quel lito dove noi discendessemo io viddi uomini, le donne e bestie tutti negrissimi più che carboni spenti, e da l’altro lato verso oriente erano tutti, uomini e donne e bestie, bianchissimi; ma l’una parte e l’altra mi pareva che vivessino e vestisseno come bestie. Le donne maritate portano in testa un corno di legno coverto di pelle, lungo più di due spanne, a mezo la fronte.

Qui poco dimorammo e, partiti, arrivammo ad una città chiamata Belsa, che ha un fiume che passa per mezo la terra, e fuori ha un grandissimo ponte di marmo e da capo ha una bella osteria. E lo ostieri, per darci piacere, ci disse se noi volemo veder pescare, e menocci al lato del ponte dove il fiume era più largo, là ove erano molte barche; ed eracene una che pescava con un pesce che loro chiamano marigione. E l’oste ne aveva un altro, e quello tolse, e tenevalo con una corda messa in una bella collana: è ben vero che noi ne avevamo veduti ne’ nostri paesi assai, e molti lo chiamano veglio marino. Questa bestia avea il muso e ‘l collo com’una volpe, e i piedi davanti com’un cane, ma avea le dita più longhe e i piedi di dietro come un’oca, e la coda col resto del busto come un pesce. Quale l’oste lo mandò giù nel fiume ed egli, cacciatosi dentro, cominciò a prendere di molto pesce con la bocca, tuttavia mettendolo nella barca: e giuro che in meno di due ore n’empì più di dui cestoni, e similmente fecero gli altri pescatori. Quando poi non volean più pescare, lasciavano la bestia nell’acqua, accioché andasse a pascersi, e quando era ben pasciuta ritornava ciascuna al suo pescatore, come cosa domestica. Qui medesimo viddi un’altra sorte di pescare: stavano gli uomini tutti nudi in barca, e ciascuno aveva un sacchetto a torno e buttavasi in acqua per un ottavo d’ora in circa, e prendeva del pesce con mano mettendolo in sacchetto, e poi tornava in barca; e incontinente si metteva in una tina d’acqua calda, e un’altra volta poi si buttavano in acqua a pigliar del pesce.

Stati qui alquanti giorni, partimmo e arrivammo in una città maravigliosa detta Guinzai, che in nostra favella vuol dire città di cielo. Questa città è la maggiore che sia in tutto ‘l mondo, ed è sì grande che a pena ardisco di dirlo; ma ho ben trovate in Vinezia assai persone che vi sono state. La terra è pienissima di gente, e non vi è un passo di terra che non sia abitato. Case ve ne sono assaissime, di otto e di dieci solari, che in ogni solaro abita una fameglia con le sue massarie, per la gran carestia di terreno, di modo tale che ogni piccola stanza vale gran danari. La città ha grandissimi borghi, ne’ quali abita assai più gente che nella città; la quale ha 12 porte principali, e ciascuna porta ha una strada dritta d’otto miglia, e in capo di 8 miglia v’è una città più grande di Padova, di sorte che ogni porta delle 12 ha per la dritta strada una città della grandezza che ho detto. Noi eravamo 7 che andassimo per quei borghi. Qui han cavato i terrazani e fatto lagune per certi canali, come sono a Vinezia, e sono tanti e tali che da capo e da piè delli canali, o vero lagune, hanno porte che, per Dio vero, sono di certo di più di diece miglia: e a tutte sono le guardie, e queste stanno per il gran Cane. Nella terra vi son di molti cristiani, ma più di saraceni e idololatri. E mi fu detto che ciascuna casa paga l’anno al signore un bastagne, che val un ducato e mezo, e dieci fameglie fanno un fuoco per focolaro. Questi focolari della terra sono 85, e ogni focolaro è diecimila fochi, e ogni foco è communemente 10 famiglie; e questo è solamente de’ saracini, tutti il resto è di cristiani e mercadanti e altre genti forastiere, che sono dieci volte più di saracini. E appresso alla maraviglia come potessimo star tante genti insieme, s’aggiungeva il veder quanto in abondanza vi fusse e pane e vino e carne e altre cose tutte necessarie alla vita umana. Qui dimora lo re di Mangi.

Dove è un luogo di frati minori che convertirono un grandissimo barone, nella cui casa io albergai, e dissemi: “Acta, – cioè “o padre”, – vieni che ti mostrerò la terra”. Ciò detto salimmo in una barchetta, e mi menò in un monastero chiamata Thebe; e uno di quei religiosi mi disse: “O rabin, – che viene a dire “o religioso”, – va’ con questo che è del tuo ordine, che vi mostrerà qualcosa di nuovo”. E così andammo sin al loco de’ frati minori, dove ebbi grandissimo onore, e fui fino a sera trattenuto con varii ragionamenti della magnificenza delle terre. Fra tanto venne lui con molti altri frati di fuora del loco un trar d’arco, in un orto grande e dove era un monticello tutto pien di caverne e intorno intorno d’alberi fruttiferi. Ivi due di quei nostri frati cominciorno a sonar di cembalo, e subito viddi cosa più maravigliosa che avessi mai visto per viaggio, conciosiaché io viddi uscir da quelle caverne, spinte dal suono udito, le migliaia di bestie salvatiche le più diverse e strane che mai più fussino vedute: fra quali conobbi gatti salvatichi, martarelli, scimie, maimoni, volpi, lupi, spinosi, ed erano bestie cornute con viso umano e altri assai diversi, ma la più parte aveano viso umano. E poiché alquanto erano stati, s’andorono via e con gran fretta tornorono nelle caverne; onde io fui pien di paura e di meraviglia, pregai colui che m’avea qui menato che cosa ciò fusse, e che volesse significar tanta diversità di bestie. Ed egli sorridendo dissemi che quelle erano anime de gran signori e nobili uomini, che qui si pascono di sudor di Dio: e quanto l’uomo era più nobile, tanto più in nobil corpo di bestia entrava l’anima sua. Il che tuttavia che io nol credessi, non potti cavar altro da lui, né da quegli che vi erano presenti.

E desiderosi di veder qualche cosa altra di nuovo, ci partimmo, e navigando in men di sei giorni arrivammo ad un’altra bellissima città chiamata Chilense, la qual girava intorno delle miglia più di quaranta; nella qual sono 360 porte tutte lavorate di marmo con intagli bellissimi. E dicesi che questa terra fu la prima che avesse il re de Mangi, quale è assai abitata e d’assaissimi navilii, abondantissima d’ogni cosa; ma perché non vi erano cose degne di meraviglia, poco vi dimorammo. E navigando trovammo un fiume largo più di 20 miglia, di cui un ramo passa per la terra, chiamato Piemaronni. Gli uomini e le donne qui non sono maggiori di tre spanne. Qui si fanno i maggiori lavori di bombace del mondo, e vi sono assaissimi mercanti e forastieri, ma ogniuno di loro non maggiore, come ho detto, di tre spanne.

Di qui usciti, caminando e passando una infinità di città e castella, giungessimo in una città chiamata Sai, ove è un luogo de frati minori. Qui trovassimo tre belle chiese di cristiani. La terra è bella e grande, e 18 tomavi di focolari; ogni focolaro è 10000 fochi, e ogni foco è 10 e 12 fameglie. Similmente ogn’anno pagano per foco quel che vale un ducato. Le genti di questa città la maggior parte vanno agli alberghi, di quali ve n’è grandissima quantità; e se alcuno volesse convitare od onorare un altro, va dall’ostiere e gli ordina tutto quel che ci vuole per bevanda de’ convitati. Quindi navigando, giungemmo ad una città nominata Laurenza, la quale è fondata sopra un fiume che passa per mezo il Cataio e fa grandissimo danno quando rompe gli argini. Così navigando giungessimo ad un’altra città chiamata Sunzomaco. Quivi è maggior abondanza di seta che sia in tutto ‘l mondo, che nella maggior carestia se ne danno 40 libre per un soldo; di mangiar vi è abondanza grande. E perché vi era in questo loco più gente che in niun altro che avessi visto, domandando donde ciò avvenisse, mi fu risposto per conto che l’aria e il luogo sono alla generazione molto salutiferi, di modo tale che pochi sono che moiono, se non di vecchiezza.

E navigando da quattro giornate, pervenimmo nella nobil città chiamata Cambalù, che è terra molto antica e gira 24 miglia, e un altra appresso a questa meno di un mezo miglio. Il circuito di ambedue è da 60 miglia: sono poi tutte due insieme cerchiate da un’altra muraglia, che gira in tutto circa 100 miglia. E questa è la principal terra del gran Cane, e qui si tien ragione, e quivi è la sedia di questo mirabil signore del gran Cane; il cui palazzo gira più di quattro miglia, e ad ogni cantone è un palazzo dove dimora uno di quattro suo baroni principali. E dentro al palazzo grande è un altro circuito di muro, che da un muro all’altro è forse meza tirata d’arco, e tra questi muri vi stanno i suoi provisionati con tutte le sue fameglie. E nell’altro circuito abita il gran Cane con tutti i suoi congiunti, che sono assaissimi, con tanti figliuoli, figliuole, generi, de nepoti, con tante moglie, consiglieri, secretarii e famegli che tutto il palazzo, che gira 4 miglia, viene ad esser abitato. Ben vero è che nel mezo delle case dove lui risiede è un monticello bellissimo, attorniato di bellissimi alberi, nel cui mezo sorge un laghetto che gira più d’un miglio, sopra cui è ‘l più bel ponte che non ho mai visto il migliore, in considerando il marmo, l’artificio, che è una maraviglia. Eran nell’acqua le centinaia dell’anatre e de assaissimi uccelli che vivono di pesce, d’ogni sorte, che quel lago produce. Io viddi il palazzo dentro ove stava il gran Cane, nel quale erano 24 colonne d’oro fino. Nel mezo del palazzo era una colonna di oro massiccio nella quale era intagliata una pigna di pietra preziosa, ed è sì fina, sì come io intesi, che ‘l suo prezzo non lo potrebbono agguagliare quattro grosse cittadi. Il suo nome è medecas, ed è tutta legata in oro fino. E artificialmente escie di questa pigna il beveraggio per lo signore, e similmente per condutto vanno atorno la mensa sua molti pavoni d’oro smaltati, che paiono che sian vivi, e tal volta si mettono a cantare fino che ‘l signor mangia. Il che tutto credo per certo che sia per arte diabolica.

Quando questo gran Cane siede nella sua sedia imperiale, nel lato manco sta la regina, un grado più giù, sotto cui stanno tutte le altre mogli, e sotto quelle tutto l’altro parentado. Da lato destro appresso il signore sta il figliuolo primogenito, che dee regnar doppo la sua morte, e a lui sotto tutti gli altri figliuoli e tutti coloro che vengono dal sangue regale. Nel loco più basso di tutti stanno quattro scrittori che scrivono tutto quello che parla il signore finché sta nella sedia; a cui davanti sta una grandissima quantità di baroni e altri nobilissimi, quali non ardiscono mai di parlare finché stanno inanzi alla presenza del signore, se da lui non fussero domandati. Sono poi attorno alla sua mensa tanti suoni e canti, tanti buffoni e altre sorti di persone, che a ciascuno fia incredibile, se volessi dir minutamente tutto quel tanto che io viddi. E di quei buffoni ciascuno ha l’ora sua deputata, quando dee star in guardia e trattenimento del signore; ma nelle porte sono guardie grandissime, e se alcuno vi s’appressasse senza licenza del capitano sarebbe amaramente battuto. E quando questo signore volesse far qualche gran convito, subito s’appresentano a lui quindecimila baroni che vengono tutti a servirlo. E io vi stetti tre anni in compagnia di frati minori che vi hanno il monastero, che dove dalla corte vi veniva tanta robba che sarebbe stata bastante per mille frati.

E, per lo Dio vero, è tanta differenza da questo signore a questi d’Italia come da un uomo ricchissimo ad un che sia il più povero del mondo; e perché le cose che io vi dico vi sieno più degne di fede, vi dico che mi fu da parecchi cristiani che ivi dimorano detto che questo signore teneva da ducentoottantamila uomini, li quali non attendevano se non a’ cani e cavalli e a tutte le cose che appartengono alla caccia per servigio del signore. Anzi, per solo governo del signore sono 400 medici constituiti quali sono tutti idololatri de’ cristiani continuamente vi sono 8 medici; quali non si scemano né aumentano, ma, morto l’uno, in suo loco si mette l’altro. In somma la corte è ordinatissima e magnifica quanto sia per tutto ‘l mondo di baroni, gentiluomini, famegli, agenti, cristiani, turchi, idololatri, quali tutti hanno dalla corte quel che gli fa di mestieri.

Il signore nel tempo della state dimora in una città tanto fresca che è più somigliante all’inverno che alla primavera, e ha nome Sandoy, ed è sotto tramontana; l’inverno dimora in un’altra città caldissima chiamata Cambalù. E di rado il detto signore colla sua fameglia more di malatie, se non di vecchiezza. Quando vuole andare da una terra in un’altra, va sopra un bellissimo carro ornato di drappi d’oro e di pietre preziose e perle grosse, menato da quattro elefanti coverti trionfalmente; e sopra il carro vanno dieci girfalchi, e quando vanno per strada van sempre uccellando. Allato al carro vanno sempre 50 baroni a cavallo per guardia; e la regina viene appresso in un altro carro con i figliuoli, con guardia d’altretanti baroni, ma non così adornato come quello del marito. Dietro poi una giornata viene tutto il restante della famiglia.

Le bestie poi di tante sorti strane sono infinite che lui tiene, fra quali erano sei cavalli che aveano sei piedi e sei gambe per uno, e viddi dui grandissimi struzzi e dui piccioli dietro di loro con dui colli per ciascuno e dui teste, dalle quali mangiavano; senza far menzione di altri uomini salvatichi che stanno nello giardino di detto signore, e donne tutte pelose di un pelo grande e bigio, quali han forma umana e si pascono di poma e d’altre bevande che gli ordina il signore che se gli dia: fra quali erano uomini non più grandi di dui spanne, e questi chiamano gomiti. Nella corte ho visto uomini di un occhio nella fronte, che si chiamavano minocchi. E a quel tempo furono appresentati al signore dui, un maschio e una femina, quali avevano una spanna di busto, colla testa grossa e le gambe lunghe, e senza mani, e s’imboccavano con uno dei piedi. E viddi un gigante grande circa 20 piedi, che menava dui leoni, l’un rosso e l’altro nero, e l’altro aveva in guardia leonesse e leopardi; e con sì fatte bestie andava il signore a far caccia, a prender cervi, caprioli, lupi, cingiali, orsi e altre bestie salvatiche.

Ma la grandezza del paese che domina questo gran principe è tanta che non bastano otto mesi ad andar da un capo all’altro per traverso, senza contarvi l’isole, che sono più di cinquemila, avisandovi che in questo terreno del principe sono più di duimilla grosse città, senza le castella, che son senza numero: e vi sono proposti quattro che governano l’imperio di questo gran signore. E ciascuna persona che, facendo viaggio, passa per quei paesi, di qual condizion sia, è ordinato che per dui pasti che fa non paghi nulla. Per tutto il paese vi sono torri altissime, dove sono assaissime guardie, le quali hanno sempre dui o tre corni da sonare grandissimi. E quando il signore vuol far sapere qualche novità da lungi, o vuol mandar lettere altrove che siano di grande importanza, incontanente ordina che si suoni il corno, e di mano in mano ad ogni loco, dove si trova apparecchiato un cavallo buono per posta, per tre o quattro miglia distante; ove si cambiano cavalli, persone, di tal sorte che in un giorno riceve e manda le littere dove non bastarebbono a pena dieci.

Quando poi questo gran Cane vuol far una bella caccia, che la fa una sola volta l’anno, va in un loco che è di lungi da questa città dove egli dimora delle miglia più di 400, dove è un grande, folto bosco. Ivi sono bestie di ogni sorte, e si diceva che ‘l bosco girasse più di 200 miglia. Qui il signore mena con seco tanti cacciatori che circonda tutto ‘l bosco intorno intorno, e allora dislaccia i cani e leoni e leonesse e altre bestie fatte domestiche e acconcie a tal arte, e similmente varie sorti d’uccelli; e la gente si viene stringendo a poco a poco, e ‘l signore sta nel mezo della selva, là ove è un prato che gira un miglio, con quattro uomini armati e suoi fidati. E lui sta solo in un muro di quattro passi che lo circonda fino alla cintura, ma sta a cavallo insieme con gli altri, e talora nel suo carro imperiale: e queste fiere tutte, o la maggior parte, passano dinanzi a lui, o poco lungi, con gli altri cacciatori che tengono i lioni e leonesse e leopardi che stanno di lungi una tirata d’arco. Quivi è sì forte il gridar delle genti, l’abbaiar de’ cani, l’ulular delle fiere e ‘l sonar de’ corni e d’altri stromenti che le povere fiere, assalite da tema grande e orror di morte che porta seco, e lo presente stato che versa negli occhi delle infelici bestie, e ‘l ricordarsi delle altre volte che vi sono incappate, che fa tremare come debole canna e non ben ferma, percossa di crudelissimi e violentissimi soffiar di borea o d’aquilone, le quali vengono uccise quasi per tema. Ma fatta una grande uccisione di loro, l’imperatore, come tempo gli pare, grida “sio”, che vuol dire misericordia alle bestie: alla cui voce i cacciatori suonano raccolta e chiamano i cani dalla preda e gli uccelli, e fa riserrare le bocche della selva, che le bestie non vi possino più entrare. Ciò fatto, il signore monta sopra uno elefante, accompagnato da quaranta over cinquanta baroni, andando saettando le bestie che passano dinanti a loro. L’altro giorno poi fa pigliar le bestie morte e le ferite, e ciascuno di loro conosce la sua saetta che avea tirato alla bestia: secondo il colpo che ha fatto vien lodato o più o meno.

Oltre ciò il signore ogn’anno fa quattro feste: la prima è per il dì della sua natività, la seconda è dell’incoronazione sua, la terza è del matrimonio, quando menò per moglie la regina, la quarta è della natività del suo primogenito figliuolo; dove convita tutti i parenti suoi e baroni. Delle quali una ne vidd’io che vi fui presente, dove il veder tanti buffoni, tanti servitori, tante sorti di bevande, canti, suoni e altre cose metteva maraviglia a tutti; e massime il vedere il gran Cane in persona in una sedia ricchissima e ornatissima con tutti quanti i baroni coronati di pietre preziose e perle e oro, ciascuno secondo la sua possibilità, divisi in quattro parti overo squadre. In un poggetto di marmo poi stanno tutti i filosofi e astrologi, e tutti, secondo la loro professione, fanno prova di loro. E di loro certi guardano non so che ponti, o di stelle o di pianeti, secondo i quali, quando ora gli pare, gridano forte dicendo secondo il nostro idioma: “Ingenocchiamoci al nostro grandissimo signore”. E ogni persona che vi si trova presente inchina il capo a terra, e i baroni si cavano la corona, e similmente gridando un’altra volta accennano che seria ‘l tempo di levarsi e mettersi a sedere. In oltre ogni barone è tenuto dargli per tributo un cavallo bianco l’anno; senza dire dell’altre genti private, che gli donano chi bestie insegnate di farli riverenza e inchinarsi inanzi a lui e altre cose con quali si danno a conoscere al signore.

Un dì fra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta bianca più che neve, la cui lana rassembrava un bombace, la quale si pelava. E domandando dai circostanti che cosa fusse, fummi detto che era stata donata dal signore ad un barone per una carne che fusse la migliore e più utile al corpo umano d’ogn’altra; soggiungendomi che vi è un monte che ha nome Capsiis in cui nascono certi peponi grandi, e quando si fan maturi si aprono e n’esce fuori questa bestia. E fummi anche soggionto che nel reame di Scozia e d’Inghilterra sono arbori che producono pomi violati e tondi alla guisa di una zucca, da’ quali, quando sono maturi, esce fuora un uccello. Questo credo più, per averne avuto raguaglio da persone d’importanza e degne di fede, che se l’avessi visto con i miei propri occhi.

Ma voglio qui far fine di dir delle cose del gran Cane, ch’io sarei certo di non poter dir la millesima parte di quanto ho visto. Tuttavia stimo che sia meglio di passar altrove.

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