Ed è solo l’inizio dei guai per il sistema bancario svizzero

Ed è solo l’inizio dei guai per il sistema bancario svizzero

 

IL CONTO DEL SALVATAGGIO DI CREDIT SUISSE? 30MILA LAVORATORI A CASA – SECONDO LA STAMPA ELVETICA, LA FUSIONE TRA UBS E LA BANCA RIVALE FINITA SULL’ORLO DEL FALLIMENTO PORTERÀ AL TAGLIO DEL 30% DEI POSTI DI LAVORO TOTALI DEL NUOVO GRUPPO – NEL FRATTEMPO, MOLTI DIPENDENTI DI CREDIT SUISSE SONO “SCAPPATI” E SI SONO GIÀ ACCASATI PRESSO ALTRI ISTITUTI, PORTANDOSI DIETRO I DEPOSITI CONSISTENTI DEI CLIENTI.

Questo è il cappello dell’articolo pubblicato da Dagospia. In realtà questo pare solo l’inizio, anche perché a causa dei colossali errori fatti dalla BNS negli ultimi anni, la Banca Centrale Svizzera, il prestatore di ultima istanza svizzero, non potrà intervenire.

Dunque, guai in vista per il personale di CS e UBS, come prima conseguenza della fusione tra Ubs e Credit Suisse. Resasi necessaria il 19 marzo scorso, per evitare il fallimento della seconda delle due banche. La notizia non è stata smentita né da UBS né dai sindacati dei bancari. In aprile l’amministratore delegato, Sergio Ermotti, aveva comunque preannunciato «cambiamenti e decisioni difficili », promettendo di trattare tutti i dipendenti di Credit Suisse e UBS in modo equo.

Tutti gli Errori delle Banca Centrale Svizzera. Un libro mostra come quel colosso bancario sia diretto da incapaci.

Tutti gli Errori delle Banca Centrale Svizzera. Un libro mostra come quel colosso bancario sia diretto da incapaci.

Questo libro, è stato pubblicato in italiano da Gingko Edizioni, di Verona, e in Svizzera da Flamingo Edizioni di Bellinzona, è una traduzione dal francese di “BNS: rien ne va plus” da Michel Santi. Michel Santi è un economista francese naturalizzato svizzero nel 1997. Come banchiere indipendente ha spesso criticato gli eccessi della finanza, prima della crisi economica globale del 2008. Ex membro del World Economic Forum e dell’IFRI (Istituto francese delle relazioni internazionali), si è laureato in Diritto bancario presso l’Università di Nizza e ha conseguito un Master in Diritto economico presso la HEC di Parigi. Nel 2006 ha lasciato il mondo delle banche centrali dei Paesi emergenti e dei fondi sovrani, diventando uno dei fondatori di Finance Watch, una ONG regolatoria con base a Bruxelles.
Questo suo libro, breve, chiaro e colmo di buon senso, squarcia il velo sulla gestione folle della Banca Nazionale Svizzera, diretta da tre personaggi che non rendono conto a nessuno, neppure al governo svizzero, delle proprie politiche, che pure incidono pesantemente sul futuro del Paese.
Uscirà nelle edicole fra una settimana, ma anticipiamo qui l’introduzione di Michel Santi per i nostri lettori.

Introduzione

Pensiamo di sapere tutto sulle banche centrali, mentre, in realtà, non sappiamo quasi nulla. Eppure, una
parte significativa della mia carriera è stata plasmata dalle loro azioni, quando ero un trader in banche
svizzere e poi un gestore di hedge fund. Le banche centrali erano l’oggetto delle nostre conversazioni
più accese, delle nostre scommesse quotidiane, del nostro odio, a volte, a causa delle nostre posizioni e,
spesso, delle nostre fantasie. Le loro interazioni, le loro decisioni, i loro discorsi, le loro piccole frasi,
ancora oggi, stordiscono e confondono coloro che hanno il compito di gestire e investire nei mercati.
Anche i rappresentanti eletti, gli uomini e le donne responsabili della politica nelle nostre democrazie,
esaminano queste figure umane, i banchieri centrali, discreti, sempre ben vestiti, che si esprimono in un
gergo codificato e che si trovano a capo di istituzioni identificate, semplicemente, da acronimi, quasi
esoterici, che sono diventate sinonimo di onnipotenza: FED, ECB, BNS, BOJ.
Tuttavia, sarebbe utile condurre un’analisi psicologica su tali uomini e donne, data l’opacità dei loro
processi decisionali e la loro dipendenza, quasi patologica, dalla matematica, che li porta alla
sottomissione ai mercati finanziari.

Dall’inizio degli anni ’70, questi banchieri centrali, si sono convertiti alla “scientologia economico-
finanziaria”. Da allora, hanno insensibilmente ridefinito il loro rapporto con il capitalismo e si sono

sempre più schierati con la finanza e i finanzieri. Dagli anni ’70 e per più di trent’anni, i banchieri centrali
hanno compiuto intensi sforzi – anche intellettuali ed accademici – per ridefinire il proprio ruolo, al fine di
rendersi incontestabili nei confronti di questa finanza che, con la globalizzazione, stava diventando
sempre più determinante.
Non potendo tollerare le incessanti innovazioni del settore finanziario, che faceva sempre più uso della
matematica, i banchieri centrali hanno deciso di prendere l’iniziativa, cioè di competere, con l’inventiva e
la temerarietà per, se non sottomettere la finanza, almeno impressionarla.
Questo libro si concentrerà sulla Banca Nazionale Svizzera, o BNS, perché questa banca centrale ha
tutte le
carte in regola per essere considerata un paradigma del sistema. Infatti, come vedremo, il rapporto
problematico tra i mercati finanziari e la BNS è stato così stretto che quest’ultima si è convinta che
iniettare centinaia di miliardi di dollari nei mercati azionari fosse la soluzione ai mali della Svizzera. Si
scoprirà che la finanziarizzazione dell’economia e dei mercati, ormai estrema, ha avvantaggiato queste
banche centrali, che hanno dimostrato capacità di adattamento esemplare, assumendo esperti
altamente qualificati, ma senza avvertire la necessità di apportare modifiche alla propria cultura storica o
addirittura economica. Dei giganti come John Maynard Keynes o Hyman Minsky sono stati relegati al
rango di antiquariato inutile e ingombrante.
L’etichetta data loro, per decenni, di “Banca delle Banche” dimostra inequivocabilmente il ruolo
fondamentale che hanno svolto le banche centrali, ossia quello di primus inter pares, per usare
un’espressione cara al Vaticano. Era certamente la prima, ma tra pari, cioè in compagnia delle altre
banche, trasformandosi in breve nel sistema finanziario di cui era – se non l’emanazione – almeno
un’espressione.
Per convincersene, basta ricordare le foto scattate nel 2007 e nel 2008 durante i numerosi incontri al
vertice, organizzati in quella immensa sala conferenze della Federal Reserve statunitense, che metteva
assieme le figure più emblematiche del mondo bancario e finanziario con i massimi funzionari della Fed,
concentrati sul salvataggio delle istituzioni indebolite, tutti impegnati a lavorare per calmare l’ansia dei
mercati.
È stato agli inizi degli anni ’90 che la BNS ha mutato radicalmente direzione, abbracciando una volta per
tutte, la globalizzazione e decidendo di guardare al di fuori della Svizzera, per sfruttare ciò che poteva,
con un duplice obiettivo. Il primo era quello di raccogliere più profitti, di cui avrebbe trattenuto una parte
sostanziale, distribuendone una parte ai Cantoni e alla Confederazione. Il secondo era quello di

assicurarsi che i suoi top manager fossero rispettati in tutto il mondo, e che fossero parte dei club più
esclusivi che si riunivano regolarmente nel mondo. La banca centrale svizzera si è quindi
americanizzata, senza battere ciglio, a partire dagli anni ’90, poiché non c’era motivo per cui solo
personaggi del calibro di Paul Volcker o Alan Greenspan (che ricoprirono entrambi l’importante ruolo di
capo della Fed) dovessero essere sistematicamente citati e rispettati dalla stampa e dalla finanza
mondiale. In breve, lo star system si è impadronito della BNS e dei suoi alti funzionari, che ne sono
rimasti estasiati. Per vedere il ruolo prominente che i nostri banchieri centrali si sono arrogati, basti
guardare i vari programmi di salvataggio delle banche e delle nostre economie durante le crisi
successive, iniziate nel 2007 con la crisi dei subprime. Basti osservare i loro volti seri ma felici quando
hanno annunciato a noi – le persone traumatizzate da tali eventi catastrofici – che la loro scienza, la loro
sofisticata finanziarizzazione, la loro ingegnosità e le loro centinaia di miliardi, avrebbero salvato i nostri
beni e le nostre case.
L’apice di questa vicinanza – alcuni la chiamerebbero ‘collusione’ – è stato testimoniato dal sempre
prudente Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea, che ha riconosciuto, in
sostanza, che la politica monetaria della sua banca centrale avrebbe dispiegato i suoi effetti attraverso
l’unica e sola via dei mercati finanziari. Questa fu l’epoca della loro consacrazione, poiché sia i mercati
che le banche a rischio di liquidazione dovevano la loro sopravvivenza ai poteri, quasi miracolosi, di
creazione del denaro dalle banche centrali. Da allora, il sistema bancario e finanziario ha capito di poter
contare su di loro, e che avrebbero sempre risposto alla chiamata, non appena fossero state interpellate,
perché anche la loro sopravvivenza era in discussione. Quindi sono state le nostre banche centrali a
creare il too big to fail insieme a queste istituzioni finanziarie, alle quali hanno assicurato un sostegno
illimitato. Queste istituzioni pubbliche, cioè le banche centrali, e private erano ormai due facce della
stessa medaglia, inseparabili.
L’autorità delle banche centrali moderne deriva non solo dalla liberalizzazione della finanza, che avevano
iniziato, ma anche dal fatto che queste stesse banche centrali sono l’architrave che regge tale sistema.
Secondo le parole dell’economista Mohamed El-Erian, le banche centrali sono diventate “the only game
in town”. In effetti, le banche centrali hanno capitalizzato le successive crisi economiche e finanziarie per
stabilire definitivamente la loro influenza e il loro dominio, che sono diventati assoluti. Osare criticare le
loro azioni o mettere in discussione le loro decisioni è diventato quindi un sacrilegio, come vedremo con
gli errori monumentali della BNS, le cui gigantesche perdite, annunciate all’inizio del 2023, hanno dato
luogo, al massimo, a pochi commenti e molto imbarazzo.
Dopotutto, chi eravamo noi per giudicare gli esperimenti – anche quelli più rischiosi – di questa suprema
organizzazione burocratica che si trova all’incrocio tra Stato e Finanza?
Michel Santi